Coppie in crisi: come comunicare col partner

Vediamo insieme alcune strategie pratiche per imparare ad esprimere in modo funzionale i propri bisogni nella coppia. Lo abbiamo sempre pensato: “quanto sono difficili le relazioni”. Molto spesso, abbiamo difficoltà a leggere e interpretare ciò che vogliamo noi stessi, figuriamoci se riusciamo a capire cosa desidera l’altro! Eppure tutto questo è possibile! Quando una coppia è in crisi, cosa possiamo fare? Immagina che… Hai appena litigato col partner perchè ti senti non compreso e vorresti che ti ascoltasse di più. Molto probabilmente inizierai ad urlare o a mettere in atto azioni controproducenti che, alla fine, ti lasceranno solo più triste, più arrabbiato o con un gran senso di vuoto. Sicuramente va sottolineato che non sempre si riuscirà ad ottenere ciò che si vuole, ma seguendo qualche suggerimento, potrai notare alcuni effetti benefici su di te e sulla relazione che vivi, aumentando la probabilità che qualcosa di diverso si verifichi. In questi casi puoi… Respirare profondamente e rimanere presente a ciò che senti. Provare a dire a te stesso: “Sono così arrabbiato ora, ma posso fare spazio a questo; non posso controllare come mi sento, ma posso agire diversamente. Cosa è importante per me ora?” Notare ciò che la mente dice e dare un nome alla storia. Spingere i piedi sul pavimento, guardare attentamente intorno a te, notare dove sei e cosa stai facendo. Chiederti cosa è in tuo potere per soddisfare il tuo bisogno. Qui va ricordato che i bisogni sono diversi dai valori. I valori riguardano ciò che vuoi fare, mentre i bisogni ciò che vuoi ottenere. Se per te, ad esempio, il rispetto è importante (è un valore), potresti: trattare gli altri con rispetto, chiedere di trattarti con rispetto, costruire relazioni con persone per cui il rispetto è importante. Invece, quando si parla di bisogni, si ha a che vedere con: il bisogno di essere trattato con rispetto; il bisogno che il partner tratti con rispetto i miei desideri, e così via. Potendo avere soltanto il controllo sulle nostre azioni, si potrebbe innanzitutto provare a mettere in atto strategie praticabili per soddisfare i nostri bisogni, altrimenti l’unica decisione possibile è rimanere o andare via. Se si sceglie di rimanere, si può provare ad accettare ciò che non può essere cambiato, arricchendo la propria vita attraverso azioni di valore e non rimuginando, lottando, sprecando tempo ed energie per soluzioni impraticabili.
IL PADRE IN UNA PROSPETTIVA ECOLOGICA E SISTEMICA

Per un lungo periodo la figura della madre è stata considerata il principale caregiver del bambino mentre la figura paterna è stata esclusa e non considerata nello scenario di cure. Anche le ricerche scientifiche hanno avuto un ruolo rilevante in questa assenza. È negli anni ’70 che alcuni studiosi hanno iniziato a dare più credito e importanza allo studio della paternità, cercando di comprendere al meglio il rapporto padre-figlio. Dai primi studi ad oggi si evidenzia un’evoluzione dell’ideale paterno che va di pari passo con le trasformazioni culturali e strutturali della società. Quindi la figura del padre non può che essere letta attraverso una lente sociale e culturale, la quale si riferisce a standard specifici del tempo in cui ci troviamo. L’interesse per la relazione tra padre e figlio è in parte imputabile al cambiamento di ipotesi sui ruoli di uomini e donne, e alla convinzione che i padri possono influenzare lo sviluppo dei loro figli, sia in maniera diretta sia attraverso il rapporto con le madri (Belsky, 1981; Parke, Power e Gottman, 1979). Ad oggi possiamo affermare con certezza che la letteratura scientifica sul tema della paternità è diventata ampia e variegata. A tal proposito alcuni autori hanno proposto possibili cornici teoriche che potrebbero aiutare a comprendere meglio cos’è la paternità, perché i padri hanno determinati comportamenti genitoriali, come le azioni paterne aiutano direttamente e indirettamente a determinare lo sviluppo dei bambini, e perché il coinvolgimento paterno potrebbe o dovrebbe influenzare i risultati dello sviluppo nei bambini (Pleck, 2010). Uno dei contributi più recenti e interessanti è quello di Cabrera et al. (2007), i quali hanno sviluppato un modello euristico delle influenze paterne come cornice per guidare gli studi sull’influenza dei padri sullo sviluppo dei bambini. All’interno del modello sono state incorporate sia la teoria ecologica di Bronfenbrenner (1995) sia il modello di processo genitoriale di Belsky (1984) per sviluppare un modello concettuale che guidi i ricercatori nella loro considerazione dei complessi percorsi attraverso i quali i padri possono influenzare direttamente e indirettamente i bambini dalla prima infanzia all’età adulta. La ricerca però ha continuato ad evolversi rivelando processi più dinamici e reciproci attraverso i quali i padri influenzano lo sviluppo dei bambini (Cabrera et al. 2012; Jia, Kotila, & Schoppe-Sullivan, 2012; Lamb, McHale e Crouter, 2013), ciò ha permesso un’espansione del modello sempre da parte di Cabrera et al. (2014), i quali hanno sottolineato che il loro modello espanso non fosse una “fine” ma un continuo divenire, applicabile principalmente ai padri ma concettualmente espandibile anche alle madri o ad altri caregiver. Nel modello i ricercatori hanno preso in considerazione le azioni concettuali che influenzano la qualità e la quantità degli effetti del padre sul funzionamento del bambino; e l’interazione tra i membri della famiglia, il coinvolgimento paterno e altri fattori sono rappresentati da percorsi diretti e indiretti attraverso frecce bidirezionali, ciò costituisce il dinamismo nel sistema familiare e nei circuiti di feedback che interconnettono i vari membri e le influenze all’interno del sistema. Con l’ipotesi che tali circuiti cambino con il tempo, per via delle transizioni nelle dinamiche familiari stesse e nelle capacità cognitive dei bambini; man mano che i bambini maturano e le famiglie affrontano i cambiamenti, è probabile che anche le interazioni genitore-figlio cambino. Inoltre, il modello tiene conto anche di come cambiamenti esterni al sistema familiare – come, ad esempio, il lavoro, le politiche pubbliche, le relazioni tra pari – possono innescare ulteriori cambiamenti nel sistema genitore-figlio (Cabrera et al., 2014). Il Modello di Cabrera et al. è un esempio di come i ricercatori possano osservare e comprendere la paternità attraverso una visione dei sistemi familiari. Negli ultimi dieci anni si è data maggiore attenzione alla comprensione dei padri all’interno di contesti ecologici (Schoppe-Sullivan e Fagan, 2020) e sistemici. Sempre di più, i ricercatori cercano di osservare e comprendere come i padri influenzino i figli attraverso modelli che prendano in considerazione sia il contesto immediato della famiglia sia i contesti in cui la famiglia vive (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Ciò ci permette di avere una visione più chiara della paternità, ad esempio secondo il modello dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner, i padri influenzano i figli direttamente e indirettamente in vari contesti che si intrecciano tra di loro, dalla relazione padre-figlio, alla relazione madre-padre, al lavoro dei genitori, alla cultura e le tecnologie (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Studiare la paternità in uno solo dei suoi contesti potrebbe essere troppo riduttivo per comprendere la sua complessità. Bibliografia Belsky, J. (1981). Early human experience: A family perspective. Developmental Psychology, 17(1), 3–23. Belsky, J. (1984). The determinants of parenting: A process model. Child Development, 55, 83–96. Bronfenbrenner, U. (1995). Developmental ecology through space and time: A future perspective. In P. Moen, G. H. Elder Jr., & K. Luscher (Eds.), Examining lives in context: Perspectives on the ecology of human development (pp. 619–647). Washington, DC: American Psychological Association. Cabrera, N. J., Cook, G. A., McFadden, K. E., & Bradley, R. H. (2012). Father residence and father–child relationship quality: Peer relationships and externalizing behavioral problems. Family Science, 2(2), 109–119. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2014). The ecology of father‐child relationships: An expanded model. Journal of Family Theory & Review, 6(4), 336–354. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2007). Modeling the dynamics of paternal influences on children over the life course. Applied Development Science, 11(4), 185–189. Jia, R., Kotila, L., Schoppe-Sullivan, S. J. (2012). Transactional relations between father involvement and preschoolers’ socioemotional adjustment. Journal of Family Psychology, 26(6), 848–857. Lamb, C. B., McHale, S. M., & Crouter, A. C. (2013). Parent–child shared time from middle childhood to late adolescence: Developmental course and adjustment correlates. Child Development, 83, 2089–2103. Parke, R. D., Power, T. G. & Gottman, J. M., (1979). Conceptualizing and quantifying influence patterns in the family triad. In M. Lamb, S. Soumi, & G. Stephenson (Eds.), Methodological problems in the Study of Social Interaction. Madison: University of Wisconsin Press. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement:
Sindrome di Münchausen per procura: il bambino, uno strumento del caregiver

Cos’è la Sindrome di Münchausen? Inserita all’interno dei disturbi fittizi presentati nel capitolo “Disturbi da sintomi somatici e disturbi correlati” del DSM-5, la Sindrome di Münchausen, definita da Asher nel 1951, rappresenta un disturbo psichiatrico nel quale i pazienti fingono o si autoinducono malattie e lesioni con scopo di ingannare gli altri. Il nome della sindrome deriva dal Barone di Münchausen, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo e divenuto famoso a causa della sua tendenza a raccontare storie esagerate su sé stesso e sulle proprie gesta inverosimili, quali l’aver viaggiato sulla Luna, l’aver cavalcato una palla di cannone e l’essere uscito incolume dalle sabbie mobili riuscendo a tirarsene fuori attraverso i propri capelli. Così come il Barone tedesco, chi soffre dell’omonima sindrome, nota anche come disturbo fittizio o dipendenza da ospedale, è alla ricerca di costante attenzione altrui e questo porta tali persone ad attuare consapevolmente azioni con lo scopo di ottenere cure mediche e premure da parte del personale medico-sanitario. Come si manifesta? L’invenzione della loro storia clinica e della loro sintomatologia porta queste persone a passare spesso per molteplici visite ed ospedalizzazioni, fino ad arrivare ad accettare di sottoporsi ad interventi chirurgici invasivi pur di ottenere l’attenzione sperata. Per giustificare le loro patologie, alcuni pazienti possono trovare escamotage per simulare al meglio la condizione desiderata, quali l’ingerimento o l’iniezione di sostanze nocive. Le motivazioni e gli scopi ricercati che spingono queste persone ad attuare i suddetti comportamenti, differenziano la Sindrome di Münchausen da altri disturbi psichiatrici, quali il disturbo da sintomi somatici, nel quale non vi è alcuna prova di un comportamento ingannevole del paziente, e la simulazione di malattia, dove lo scopo di un’invenzione di sintomi si riconduce ad un qualche vantaggio personale come denaro o congedo lavorativo per malattia. Una variante: la Sindrome di Münchausen per procura Una variante di questa sindrome che rappresenta un vero e proprio abuso è la Sindrome di Münchausen per procura, disturbo mentale nel quale la falsificazione dei segni e dei sintomi fisici o psicologici non riguarda un proprio stato di salute bensì quello di un altro individuo. Nonostante esistano casi in cui la vittima è un adulto (spesso incapace di badare ai propri bisogni), la maggior parte degli episodi noti relativi a questa variante della sindrome vede come vittima i bambini. Il caregiver (ovvero la figura familiare che si prende cura e assiste quotidianamente il proprio caro), infatti, falsifica la malattia del proprio figlio, presentandolo come malato e giustificando tale condizione del bambino riferendo sintomi non esistenti o, nel peggiore dei casi, provocandoli direttamente per poter dar credito alla propria testimonianza e renderlo effettivamente in necessità di ricevere cure mediche. Il caregiver, in ambito pediatrico, è spesso rappresentato dalla madre e lo scopo è sempre il medesimo: attirare compassione ed attenzioni sulla propria persona. La malattia che la madre porta al personale sanitario può essere totalmente simulata attraverso, ad esempio, un termometro scaldato, l’invenzione della storia clinica del figlio con annesse falsificazioni di referti clinici o l’alterazione delle urine o delle feci del bambino attraverso l’aggiunta di sangue o di differenti sostanze come il glucosio. In altri casi, più gravi, la madre può provocare egli stessa alcuni sintomi somministrando al bambino lassativi o altri farmaci, riducendo la sua alimentazione allo scopo di farlo apparire deperito o iniettandogli materiale infetto. Le difficoltà nella diagnosi della Sindrome di Münchausen per procura Risulta evidente la difficoltà nel diagnosticare tale patologia, in quanto saper riconoscere i sintomi fittizi da quelli reali richiede generalmente molto tempo e, spesso, l’ausilio di innumerevoli accertamenti sanitari anche invasivi per escludere eventuali malattie rare. Le madri, per giunta, tendono a consultare svariati medici e differenti ospedali, in modo da sfavorire una continuità che possa consentire al medico di scoprire l’inganno. Inoltre, il caregiver appare spesso attento ed affettuoso, focalizzato sul benessere del proprio figlio e sul voler risolvere la sua condizione medica, in realtà inesistente, dando la propria disponibilità al personale medico; ciò rende ancora più difficoltoso diagnosticare la sindrome. Spesso si avvalgono anche dell’utilizzo dei social media rendendo pubblica la storia del proprio figlio per ottenere maggior consenso ed attenzione altrui. Possibili cause dei comportamenti del caregiver Le cause per tali comportamenti sono incerte e, come enunciato da Meadow nel 1982, “sarebbe ingenuo cercare una sola causa per il comportamento lesivo di queste madri”. Alcune situazioni potrebbero dipendere da un disturbo della personalità del caregiver, da traumi passati, specialmente in età infantile, o dalla volontà di cercare un allontanamento da situazioni personali stressanti nel presente. In alcuni casi, può essere presente un conflitto tra il caregiver e il coniuge e il comportamento adottato verso il figlio “inguaribilmente malato” può rappresentare, per tale persona, un mezzo per mantenere un legame ed evitare un’eventuale separazione. Conclusione In conclusione, non emerge una singola ed unica causa per la Sindrome di Münchausen per procura, ciò che è necessario, quindi, per elaborare un processo terapeutico che possa essere efficace, è andare ad esplorare le ragioni del comportamento attuato di ogni singolo individuo che ne soffre. Va, infine, ricordato che la priorità assoluta è salvaguardare il minore da un simile abuso perciò, se si dovesse sospettare un’invenzione della sintomatologia del bambino da parte del caregiver, è necessario separare temporaneamente il figlio dal genitore, in modo da verificare se i sintomi scompaiono in assenza dell’adulto, indagare l’attendibilità e la veridicità della versione del genitore confrontandosi con altre persone vicine al bambino, quali altri familiari, chiedere un aiuto psicologico per il caregiver ed, infine, valutare, laddove se ne ravvedi l’esigenza, un possibile allontanamento dai genitori. Bibliografia Asher, R. (1951). Münchhausen syndrome. Lancet, 1(6650), 339-41. Boum, R. (2014). La Sindrome di Munchausen per procura. Malerba: storia di una infanzia lacerata:Malerba: storia di una infanzia lacerata. FrancoAngeli. Ford, C.V. (1982). Munchausen syndrome. In Extraordinary disorders of human behavior (pp. 15-27). Boston, MA: Springer US. Gilbert, J. (2014). Munchausen Syndrome by Proxy and the Implications for Childbirth Educators. International Journal of Childbirth Education, 29(3). Meadow, R. (1982). Munchausen syndrome by proxy. Archives of disease in childhood, 57(2), 92-98. Meadow, R. (1995). What is, and what is not, ‘Munchausen syndrome by proxy’?. Archives of disease inchildhood, 72(6), 534. Schreier, H. A., & Libow, J. A. (1993). Hurting for love: Munchausen by proxy syndrome.
Il mondo spirituale e il terreno: due bisogni umani

L’animo umano è un universo di emozioni, sensazioni e bisogni: si costruisce un mondo in cui l’aspetto terreno e quello spirituale imparano a coesistere ed interagire. Nel corso filosofi prima e psicologi poi, hanno dibattuto e disquisito riguardo alla prevalenza e all’importanza del mondo interiore e di quello esteriore. Il primo aspetto riguarda la ricerca del benessere, il proprio pensiero e ragionamento. Il concetto è strettamente collegato all’idea di Platone, circa la conoscenza e la scienza. Esse infatti servono all’uomo per capire il funzionamento del mondo reale e per sperimentarsi alla ricerca del Bene, inteso come essenza e coesistenza di tutti gli aspetti spirituali e psicologici. In effetti , è da considerarsi una tendenza verso l’infinito, in contrapposizione al terreno. D’altro canto, l’altro aspetto dell’animo umano è ciò che riguarda il mondo tangibile. L’ambiente che ci circonda, il nostro corpo sono l’altra faccia della stessa medaglia, che determina i nostri comportamenti e le relazioni umane. In linea col pensiero di Aristotele, l’individuo vive in un contesto con il quale deve interagire quotidianamente per sopravvivere e vivere. Secondo il filosofo, infatti, tutto ha forma e materia e bisogna ubbidire alle leggi che le governano. Quindi, si nasce, si cresce, ci si riproduce e si muore. Le attenzioni dell’uomo si concentrano sulla famiglia, sul lavoro, sulla casa e sul corpo. Dopo secoli di discussioni su cosa sia veramente importante per ciascun individuo, si può tranquillamente affermare che sia l’ambiente esterno e sia gli aspetti interni sono da ritenersi fattori di crescita e benessere. A tal proposito, nell’osservare la parte centrale dell’affresco di Raffaello, intitolato la Scuola di Atene, si può arrivare alla stessa conclusione. Il pittore, infatti, raffigura Platone con un dito verso l’alto e Aristotele, quasi a braccetto con il suo maestro, che invece tende il braccio verso il basso. Le figure centrali dell’affresco sono eloquenti: mente e corpo sono inseparabili. Ci sono bisogni fisici e psicologici che premono per essere soddisfatti ed entrambi possono condurre alla sensazione di benessere cui tutti aspirano.
Amore Tossico: Quando l’Amore Diventa Una Droga Pericolosa

di Viviana Loffredo L’amore, un sentimento tanto desiderato quanto temuto, può assumere molte sfaccettature. Uno di questi aspetti è l’amore tossico, una condizione emotiva pericolosa che coinvolge relazioni caratterizzate da comportamenti distruttivi e insalubri. In questo articolo, esploreremo cosa sia l’amore tossico, come riconoscerlo e cosa fare per affrontarlo. Cos’è l’amore tossico? L’amore tossico è una forma di relazione che si basa su un attaccamento insano e dannoso tra due individui. Questo tipo di amore è spesso caratterizzato da un disequilibrio di potere, gelosia e possessività e può manifestarsi sia nelle relazioni romantiche che in amicizie intime o relazioni familiari. Segnali di un amore tossico Riconoscere i segnali di un amore tossico è fondamentale per proteggersi e prendere decisioni consapevoli riguardo alla propria vita emotiva. Alcuni segnali comuni di un amore tossico includono: 1. Gelosia e Possessività Eccessive: Un partner o amico tossico può manifestare un controllo eccessivo su di te, comportandosi geloso o possessivo riguardo a te e alla tua libertà personale. 2. Manipolazione Emotiva: Un amore tossico spesso coinvolge la manipolazione emotiva, con uno dei partner che cerca di controllare gli stati d’animo e le decisioni dell’altro. 3. Mancanza di Supporto e Rispetto: In una relazione tossica, il supporto e il rispetto reciproco sono spesso assenti, con uno dei partner che minimizza o denigra i sentimenti e i desideri dell’altro. 4. Comunicazione Non Salutare: Una comunicazione scarsa e non costruttiva è un segno distintivo di un amore tossico. Spesso ci si trova in un circolo vizioso di litigi e incomprensioni. 5. Dipendenza Emotiva: Un amore tossico può portare a una dipendenza emotiva da parte di uno o entrambi i partner, creando una relazione costruita sulla paura dell’abbandono. Affrontare un amore tossico Affrontare un amore tossico può essere un percorso difficile, ma è un passo fondamentale per il proprio benessere emotivo e mentale. Ecco alcuni passi da seguire: 1. Riconoscere la Situazione: Accetta e comprendi che la tua relazione è tossica. Spesso, il primo passo per superare un problema è ammettere che esiste. 2. Cerca Supporto: Parla con amici di fiducia o familiari riguardo alla tua situazione. Avere un sostegno emotivo può aiutarti ad affrontare meglio le difficoltà. 3. Imposta Limiti: Stabilisci confini chiari e assertivi riguardo a ciò che sei disposto a tollerare nella relazione. Se qualcuno supera continuamente i tuoi limiti, potresti dover prendere decisioni drastiche. 4. Prenditi Cura di Te Stesso: Concentrati sulla tua crescita personale e sul benessere. Prendersi cura di te stesso può aiutarti a trovare la forza per affrontare la situazione in modo più equilibrato. 5. Chiedi Aiuto Professionale: Se ritieni di non farcela da solo, non esitare a cercare aiuto da uno psicologo o un terapeuta. Un professionista può aiutarti a esplorare i tuoi sentimenti e guidarti verso soluzioni efficaci. L’amore tossico può avere gravi conseguenze per la salute emotiva e mentale di una persona. Riconoscere i segnali di un amore tossico e affrontare la situazione in modo sano ed equilibrato è essenziale per promuovere una vita sentimentale più positiva. L’amore dovrebbe essere una fonte di felicità, crescita e supporto reciproco, e quando ciò non accade, è importante essere coraggiosi nel prendere decisioni che ci proteggano e ci permettano di crescere come individui.
Realtà virtuale e salute mentale

La salute mentale può essere considerata come un continuum, che ha come estremità da una parte il benessere, inteso come un equilibrio tra la presenza o meno di sintomi psicopatologici, un livello adeguato di autonomia funzionale, occupazionale e nella gestione del tempo libero e all’altra estremità il malessere inteso come sindrome psicopatologica. Secondo molti autori ed esperti, la tecnologia ha elevato la nostra evoluzione, ampliando a dismisura la nostra capacità di sfruttare le affordances, cioè gli stimoli salienti per il nostro sistema fisiologico e neurofisiologico, e del nostro Umwelt, ovvero l’ambiente e lo spazio in cui avvengono le continue relazioni di sistema tra noi e i “nostri” stimoli-affordances. Le tecnologie allora possono essere considerate dei nuovi stimoli salienti di questo sistema, in grado di essere al servizio dei nostri bisogni e motivazioni, rendendo sicuramente diversa, auspicabilmente migliore, la nostra user experience nella realtà che ci circonda e a cui apparteniamo. L’uso della Realtà Virtuale nell’ambito della salute I principali campi di applicazione della realtà virtuale sono la medicina (in particolare per l riabilitazione motoria e cognitiva) e la psicologia (specie per il trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento alimentare). Attraverso la realtà virtuale, grazie a una strumentazione apposita come un visore, l’utente viene “spostato” dal suo mondo fisico e viene inserito in una percezione di un ambiente virtuale; maggiore è la stimolazione dei sensi nella persona, quindi non solo vista ma anche udito, tatto, e olfatto, e maggiore sarà il senso di presenza, immersività e verosimiglianza dell’esperienza reale-virtuale. La persona all’interno dell’ambiente virtuale sarà libera di interagire e agire con oggetti e con altre persone in formato virtuale-avatar e, cosa da non sottovalutare, potrà farlo in tempo reale. La presenza comporta la sensazione di essere lì, nel luogo virtuale e non in quello fisico dove l’utente si trova realmente (Lallart, 2009), a tal punto che il Sistema Nervoso Autonomo reagisce come se avesse davanti la situazione reale corrispondente. Tale approccio è particolarmente utile anche nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo in quanto le suddette tecniche sembrano essere particolarmente utili se finalizzate ai processi di integrazione funzionale, ma soprattutto per l’incremento della comunicazione. Bibliografia Chen, J. L., Leader, G., Sung, C., & Leahy, M. (2015). Trends in employment for individuals with Autism Spectrum Disorder: A review of the research literature. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2), 115-127. Chung, E. Y.-h. (2020). Robot-mediated social skill intervention programme for children with Autism Spectrum Disorder: An ABA time-series study. International Journal of Social Robotics. Hill, D. A., Belcher, L., Brigman, H. E., Renner, S., & Stephens, B. (2013). The apple ipad(TM) as an innovative employment support for young adults with Autism Spectrum Disorder and other developmental disabilities. Journal of Applied Rehabilitation Counseling, 44(1), 28-37. Hillier, A., Campbell, H., Mastriani, K., Izzo, M. V., Kool-Tucker, A. K., Cherry, L., & Beversdorf, D. Q. (2007). Two-year evaluation of a vocational support program for adults on the autism spectrum. Career Development for Exceptional Individuals, 30(1), 35-47. Huijnen, C. A. G. J., Lexis, M. A. S., Jansens, R., & de Witte, L. P. (2016). Mapping robots to therapy and educational objectives for children with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(6), 2100-2114.
QUANDO SIAMO DISPOSTI A PRESTARE AIUTO?

In questo articolo vedremo quali sono le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passivi di fronte a una situazione di emergenza. Negli anni Sessanta gli studiosi di psicologia sociale si sono dimostrati incuriositi e preoccupati dall’assenza di aiuto prestato dai passanti “occasionali” durante eventi come l’omicidio di Kitty Genovese. Kitty Genovese era una ventottenne, gestrice di un bar. Il 13 Marzo 1964 è stata aggredita con due coltellate alla schiena mentre tornava a casa dal lavoro verso le 3 di notte nel quartiere del Queens a New York. Dopo la prima coltellata, la donna è riuscita a scappare per due volte al suo aggressore, ma solo per poco. Molti vicini, svegliati dalle sue urla, si sono affacciati alla finestra e hanno visto l’immagine dell’aggressore che infliggeva la seconda coltellata. Solamente quando l’aggressore è scappato, qualcuno ha chiamato la polizia. Dall’inizio dell’aggressione erano ormai trascorsi 45 minuti. I giorni dopo, i mass media hanno accusato gli americani di non aver né senso morale in quanto non hanno soccorso la donna. Latanè e Darley hanno iniziato a chiedersi quali fossero i processi e le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passivi. Essi hanno ipotizzato l’effetto passante, secondo il quale una persona è meno incline a prestare aiuto o soccorso quando sono presenti altri spettatori occasionali. Secondo i due studiosi, i processi che inducono le persone a non intervenire sono l’influenza sociale, la diffusione di responsabilità e l’inibizione da pubblico. In primo luogo, le persone si sono viste reciprocamente quando si sono affacciate alla finestra. Nessuna è intervenuta perché guardandosi si sono scambiati l’informazione che quello che stava accadendo non li riguardava. E’ come se si fossero influenzati a non intervenire. In secondo luogo, il fatto di essere con altre persone che non si assumono la responsabilità di intervenire anche in presenza di una situazione pericolosa, ci induce a non intervenire Infine, non interveniamo per paura di intervenire in modo inadeguato e, dunque, di essere giudicati in modo negativo dagli altri Dunque, si può concludere affermando che all’aumentare del numero dei presenti, la probabilità di essere aiutati è minore. Sono state poi considerate altre variabili che non portavano all’intervento nelle situazioni di emergenza come la pressione temporale e la somiglianza. Quando si è di fretta, è più difficile elaborare le informazioni che stanno intorno. Una persona che non è in ritardo può fermarsi e offrire aiuto a una persona in difficoltà. Invece, chi ha fretta è più probabile che tiri dritto per la strada. Poiché la somiglianza porta alla simpatia e la simpatia conduce all’aiuto, siamo più empatici e disposti ad aiutare coloro che sono simili a noi (sia per modo di vestire sia per credenze). In conclusione, vi sono numerosi fattori o situazioni che favoriscono o inibiscono l’aiuto. L’omicidio di Kitty Genovese è sicuramente un episodio che ci ha aiutato a riflettere su queste tematiche. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education
Pansessualità e Bisessualità

“Signora mia, che cosa vuole che le dica Sua nipote e la sua amica Hanno fatto coming out Sono pan, mica pan per focaccia E per quanto a lei non piaccia Qui si pone un aut aut” (“Coca Zero”- Brano dei Pinguini Tattici Nucleari) Il termine Pansessuale definisce un orientamento sessuale. Deriva dal greco e significa “tutto”. Spesso viene utilizzato in maniera impropria, confondendolo con la bisessualità, ma in realtà c’è differenza. Una persona pansessuale è una persona attratta dalle persone indipendentemente dal genere. L’orientamento sessuale di una persona non è in alcun modo correlato alla sua identità di genere. Una persona si definisce cisgender quando ha un’identità di genere in linea con il sesso biologico: per esempio, una persona che si sente donna e che è nata con caratteristiche fisiche femminili. Invece, una persona transgender generalmente presenta un’identità di genere diversa dalle caratteristiche del sesso biologico, come nel caso di una persona che nasce maschio, ma che si sente donna (o viceversa). La pansessualità è un orientamento sessuale come l’eterosessualità e l’omosessualità e definisce attrazione sessuale o sentimentale per tutti i generi e per tutti i sessi. Mentre il bisessuale si muove su una lettura dei sessi binaria, maschio o femmina, il pansessuale può innamorarsi o provare attrazione per tutte le persone, al di là del sesso e del genere. Il bisessuale può andare sia con uomini che con donne, il pansessuale, invece, può essere attratto da un uomo, da una donna e da un transessuale. Se maschio anche da un eterosessuale maschio o da un omosessuale e da un maschio che si riconosce in un genere femminile. Più che cercare definizioni bisognerebbe imparare ad ascoltarsi e vedere quale sia l’esperienza che più ci aggrada, senza necessariamente riconoscersi in una “categoria” o conformarsi. Ci si dovrebbe lasciare liberi di esprimere, senza rendere conto a qualcun altro di ciò che sentiamo nella nostra vita sia sessuale che emotiva.
Quando gli studenti non tollerano le bocciature

Quando gli studenti non tollerano le bocciature.
Perchè se dopo aver compiuto una certa azione, non si raggiunge l’ obiettivo desiderato, si crea uno stato di non tolleranza?
Intimate Partner Violence (IPV), Adolescenti e Giovani Donne

L’adolescenza e la giovane età adulta rappresentano un periodo cruciale in cui si gettano le basi per la salute e la vita futura delle donne. Essere vittima di violenza di genere in questo periodo della vita potrebbe influenzare in futuro il benessere fisico e psicologico delle adolescenti e delle donne giovani adulte. Lo studio multinazionale dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica contro le donne, condotto tra il 2000 e il 2004 in 10 paesi, ha rilevato che tra il 13 e il 61% delle donne in una relazione di coppia, di età compresa tra 15 e 49 anni, ha riferito di aver subito violenza fisica o sessuale dal loro partner. Si presume che la prevalenza della violenza da parte del partner (Intimate Partner Violence, IPV) sia ancora più elevata tra le adolescenti e le giovani donne. Per IPV (intimate partner violence) si intende violenza fisica e/o sessuale da parte del proprio partner. L’IPV è la conseguenza di una complessa combinazione di fattori individuali, relazionali e sociali. La ricerca del 2014 di Stöckl et al. è stata tra le prime ad aver analizzato la prevalenza dell’IPV tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni ed ha esplorando i fattori di rischio ad essa associati in nove paesi. I risultati mostrano come la prevalenza nell’arco della vita dell’IPV variava dal 19 al 66% tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni, con una prevalenza superiore al 50% riportata nella maggior parte dei paesi analizzati. I fattori significativamente associati all’IPV includevano l’essere stati testimone di violenza contro la madre, l’abuso di alcol, il coinvolgimento in liti da parte del partner, una prima esperienza sessuale indesiderata o forzata, i frequenti litigi con il partner e un suo comportamento controllante. Si è osservato come le adolescenti e le giovani donne corrono un rischio sostanzialmente più elevato di sperimentare l’IPV rispetto alle donne più anziane. Questa ricerca mostra come le adolescenti e le giovani donne sono maggiormente a rischio di sperimentare atti di violenza fisica e sessuale, con tassi di prevalenza che vanno dall’8 al 57% per l’IPV fisico e sessuale, superiore a quello tra le donne anziane riscontrato nella maggior parte dei paesi. L’adolescenza e la prima età adulta rappresentano un periodo importante per gettare le basi per relazioni sane e stabili, nonché per la salute e il benessere generale delle donne. L’elevata prevalenza dell’IPV tra gli adolescenti e le giovani donne è allarmante. Garantire che le adolescenti e le giovani donne godano di relazioni libere dalla violenza è un investimento fondamentale per il loro futuro. Le politiche e i servizi volti a prevenire e affrontare la violenza di genere devono aumentare i programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema, i quali devono essere adattati per raggiungere in modo efficace le adolescenti e le giovani donne, ma anche gli adolescenti e i giovani adulti uomini. Gli effetti della violenza di genere sulla salute delle donne, in particolare sulla salute sessuale, riproduttiva e mentale, richiedono inoltre l’integrazione di strategie per affrontare l’IPV, promuovere l’uguaglianza di genere e favorire relazioni affettive eque attraverso programmi incentrati sulla promozione e la salvaguardia della salute delle donne. Bibliografia Stöckl et al.: Intimate partner violence among adolescents and young women: prevalence and associated factors in nine countries: a cross-sectional study. BMC Public Health 2014 14:751.