Violenza di genere, giovani e ricerca psicologica

La ricerca in psicologia ha evidenziato sia la prevalenza della violenza di genere tra i giovani di tutto il mondo sia l’impatto negativo che essa ha sulla salute mentale e fisica delle vittime. Nell’ultimo periodo, episodi di cronaca hanno spostato l’attenzione sempre più sulla violenza sulle donne e sulle giovani ragazze messe in atto da uomini giovani, anzi giovanissimi. Diventa così ancora più urgente analizzare e comprendere il fenomeno, al fine di intervenire in maniera efficace e mettere in atto interventi effettivi e sistematici.  Dati e obiettivi riguardo la violenza di genere L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in relazione allo sviluppo sostenibile ha condiviso 17 obiettivi fondamentali per promuovere lo sviluppo e proteggere il pianeta. Uno di questi obiettivi, il numero cinque, si concentra sull’uguaglianza di genere e uno degli aspetti principali per raggiungere l’obiettivo è prevenire la violenza di genere. Nel report del 2023 viene riportato come “negli ultimi vent’anni, nonostante la crescente consapevolezza globale e le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza sulle donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono stati inadeguati. A livello globale, nel 2000, il 35% delle donne in una relazione con un partner, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, aveva subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner o ex partner maschio nel corso della propria vita, mentre il 16% aveva subito questa forma di violenza negli ultimi 12 mesi. Nel 2018, queste cifre erano scese al 31% delle donne per la prevalenza una tantum e al 13% per la prevalenza nell’ultimo anno, ma rimane il dato che una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e che sono attualmente 49 i Paesi in cui non esiste una legge che tutela le donne da questo tipo di violenza. Inoltre, negli ultimi anni, le prove esistenti suggeriscono che la violenza contro le donne è stata esacerbata dalla pandemia”. È quindi un problema reale e quanto mai urgente. Il superamento della violenza di genere è una preoccupazione sociale globale che richiede soluzioni immediate ed efficaci. La ricerca psicologica riguardo la violenza sulle donne La ricerca in psicologia è stata e continua ad essere fondamentale per aiutarci ad affrontare la violenza di genere in tutto il mondo, in termini di stabilirne la prevalenza e sviluppare interventi di prevenzione. Grazie alle prove fornite dalla ricerca psicologica, sappiamo che la violenza di genere è un problema globale (Divisione Statistica delle Nazioni Unite, 2015) che colpisce donne di età diverse, provenienti da tutti i contesti socio-economici; inoltre, avviene sia nei rapporti stabili che in quelli sporadici. Uno dei primi studi che ha analizzato i dati sulla prevalenza della violenza da parte di un partner (intimate partner violence, IPV) su un campione di adolescenti e giovani donne in nove paesi, ha rilevato che le giovani donne hanno un rischio maggiore di subire IPV rispetto alle donne più anziane (Stöckl et al., 2014). L’entità di questo problema negli adolescenti è considerata allarmante.  A livello psicologico, la ricerca ha riportato un rischio più elevato che le donne vittime di violenza manifestino sintomi di depressione, ansia e ideazione suicidaria, tra gli altri disturbi. Tra le conseguenze più comuni in termini di disturbi o problematiche comportamentali si riscontrano comportamenti non salutari come l’abuso di tabacco, droghe e alcol o lo sviluppo di disturbi alimentari (Racionero-Plaza et al., 2020).  La ricerca è stata fondamentale anche nel sottolineare i fattori di rischio correlati ad una maggiore possibilità di essere vittima di violenza di genere, come l’influenza dei pari, l’abuso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento nei confronti della violenza. Altre ricerche interdisciplinari hanno dimostrato come la socializzazione che avviene attorno ad un discorso coercitivo dominante secondo cui i maschi con atteggiamenti e comportamenti violenti sono presentati come sessualmente più attraenti, è anche una delle cause della violenza di genere tra gli adolescenti. Tale discorso coercitivo dominante è ampiamente diffuso dai media, dai gruppi di pari e da altri agenti di socializzazione (Stöckl et al., 2014). Tuttavia, nuove interazioni ed esperienze sociali possono portare verso l’apprendimento di nuovi modelli di attrazione in grado di indebolire il legame tra violenza e attrattiva e lo sviluppo di nuovi modelli mentali e affettivi in cui l’attrazione è associata al dialogo e al rispetto (Racionero-Plaza et al., 2020). Gli interventi preventivi, per essere più efficaci, devono aver luogo negli ambienti di socializzazione degli adolescenti, soprattutto la scuola e la comunità, devono coinvolgere adulti che hanno un ruolo chiave nella loro crescita, come insegnanti, genitori o altri membri della comunità. Poiché “la responsabilità di combattere la violenza contro le donne è collettiva, anche la risposta deve essere collettiva” (Wagner e Magnusson, 2005). Pertanto, durante l’infanzia e l’adolescenza, i contesti educativi sono spazi ideali in cui agire preventivamente. La ricerca in psicologia ha mostrato come l’adolescenza sia lo stadio di sviluppo in cui risulta più efficace un lavoro preventivo sulla violenza di genere. L’adolescenza e la preadolescenza rappresentano il periodo in cui si stabiliscono le prime relazioni affettive e quelle prime esperienze diventeranno la base per il successivo sviluppo di relazioni sane o meno. Inoltre, è nell’adolescenza che la differenziazione dei ruoli di genere si rafforza, modificando il modo di agire nei confronti dell’altro sesso e nelle relazioni. Proprio per questi motivi, interventi destinati ad adolescenti rappresentano una grande opportunità per lavorare sulla promozione di atteggiamenti volti a prevenire la violenza di genere (Racionero-Plaza et al., 2020). I programmi preventivi che intervengono su come i giovani agiscono nei confronti della violenza di genere e comprendono il fenomeno devono diventare una priorità a livello educativo, sociale e culturale. Sono necessari interventi relativi all’educazione all’affettività, alla comprensione e alla valorizzazione della diversità, all’inclusione, all’accettazione e alla comprensione dell’altro. Tutto ciò con il fine di fornire strumenti che consentano ai giovani di essere più critici nei confronti della violenza e di comprenderne conseguenze e ricadute su di sé, sugli altri e sulla società tutta. Bibliografia United Nations: Gender

L’Endometriosi e la relazione di coppia

di Catalina Croitoru Cos’è l’endometriosi L’endometriosi è la presenza di endometrio, mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina, all’esterno dell’utero e può interessare la donna già alla prima mestruazione e accompagnarla fino alla menopausa. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala va incontro a sanguinamento, nello stesso modo in cui si verifica a carico dell’endometrio, normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta una irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo a formazioni di tessuto cicatriziale e aderenze. Gli organi nei quali è presente il focolaio di endometriosi vengono sottoposti a una ciclica e cronica infiammazione che incide pesantemente sulla qualità della vita della donna poiché il forte dolore invalida lo svolgimento delle comuni attività quotidiane.  Alcuni studi istologici hanno evidenziato che nell’endometriosi, l’endometrio è simile a quello normale. Si contraddistingue dalla presenza di recettori ormonali, come l’endometrio normale, ma ha un’alta capacità di adesività che gli permette di aderire a strutture extrauterine, come le sedi in cui l’endometriosi si sviluppa. Nonostante sia ritenuta una patologia dell’età riproduttiva, sono descritti rari casi di endometriosi anche in post menopausa, soprattutto in donne che stiano assumendo trattamenti ormonali sostitutivi. Prevalenza dell’Endometriosi in Italia Secondo il Ministero della Salute in Italia sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva; la patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficolta a concepire. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno 3 milioni. Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna. Sintomi diagnosi prevenzione e cure Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono sintomi quali: dolori premestruali e mestruali molto intensi; Irregolarità del ciclo mestruale; dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) e altre disfunzioni sessuali; dolore pelvico diffuso; dolore durante la minzione e/o la defecazione. Tali sintomi spesso non rispondono, o rispondono poco, ai comuni farmaci antinfiammatori. Nella maggior parte dei casi il dolore è persistente e cronico e spesso si aggrava nel periodo mestruale. Nel 30-50% dei casi l’endometriosi causa subfertilità o infertilità. Tale situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che, al momento attuale, non esiste una terapia definitiva per questa condizione. Gli interventi più comuni consistono nell’utilizzo di farmaci antidolorifici che possono aiutare nella gestione del dolore ma che non agiscono direttamente sulla malattia.  Molecole che stabilizzano la degranulazione mastocitaria e antiossidanti dovrebbero essere impiegati in associazione alle terapie farmacologiche e chirurgiche di protocollo al fine di ridurre il dolore e l’elevato stress ossidativo cellulare e di incrementare la fertilità compromessa. I medici di medicina generale e i ginecologi operanti sul territorio sono le figure strategiche per una pronta diagnosi e un trattamento in grado di migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità. Di grande utilità è l’ecografia, soprattutto per le forme ovariche (cisti ovariche definite endometriomi) e le forme di endometriosi profonda (DIE). Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Le donne che hanno la madre o una sorella affette da endometriosi hanno un rischio di svilupparla sette volte maggiore. Gli aspetti psicologici che interferiscono nella vita di coppia  Il ritardo diagnostico può causare gravi conseguenze negative sul piano psicologico. Quando il medico ‘liquida’ la paziente attribuendo il suo dolore a cause psicologiche, la paziente può avere l’impressione che il suo dolore sia solo nella sua testa. Tutto questo influenza la sua qualità della vita, la fiducia in sé stessa e la stima di sé. Oltre ai sintomi dolorosi, le donne con endometriosi, provano molto spesso una grande stanchezza. Questo sintomo, può essere di difficile accettazione e comprensione da parte degli altri e bisogna far attenzione a non scambiarla per un sintomo di depressione, anche se spesso risulta essere una sua conseguenza. La condizione di stanchezza può interferire con la vita della donna comportando ritiro sociale, conflitti familiari o problematiche lavorative, ma soprattutto il pervasivo e notevole impatto negativo all’interno della coppia. Per molte donne la sessualità rappresenta una importante sfera della propria vita e una bassa soddisfazione sessuale comporta numerosi effetti negativi sulla coppia, quali la perdita di autostima e relazioni sentimentali più difficoltose. Le difficoltà della donna nell’avere rapporti sessuali possono creare sintomi disfunzionali anche nell’uomo, come caduta di desiderio, difficoltà di mantenimento dell’erezione, eiaculazione precoce, creando di fatto un circolo vizioso di mantenimento del problema. Nelle donne si possono verificare atteggiamenti fobici e comportamenti di evitamento dell’attività sessuale. Sapendo preventivamente che il rapporto sarà doloroso, la donna comincerà a perdere il desiderio sessuale fino a sviluppare timore nei confronti del sesso, dovuto all’associazione con qualcosa di spiacevole e doloroso. La donna, in questo caso, non sarebbe in grado di rilassarsi completamente, vivendo la sessualità come una prova da superare e innescando così sentimenti ed emozioni negative che finiranno per compromettere ulteriormente il desiderio e la disponibilità erotica. Per paura di essere abbandonata dal partner, potrebbe sviluppare sentimenti depressivi e di autosvalutazione e colpa. A causa di tutto questo le donne hanno rapporti sempre meno frequenti e tutto questo si ripercuote sulla qualità della relazione di coppia.  Lavorare su questi aspetti in una terapia ad approccio breve strategico e/o cognitivo comportamentale permette di interrompere gli evitamenti riconoscendo i meccanismi associati.In Italia esiste dal 2017 la Fondazione Italiana Endometriosi, che fa parte della Associazione e supporta il Centro Italiano Endometriosi per la Ricerca Traslazionale della Malattia, la Fondazione attraverso un Network scientifico costituito con ben 11 istituzioni pubbliche e private italiane ed estere, sviluppa la ricerca sulla endometriosi con eccellenti risultati che si trasmettono direttamente sulla prevenzione, diagnosi e cura della malattie e delle patologie ad essa associate. Bibliografia Bottaccioli, F; Bottaccioli A, G. (2017), Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata – Il Manuale, Edra Masson, Milano. Sitografia:  Associazione progetto endometriosi onlus A.P.E. (2016). Consultato in data Novembre 05, 2022, da Ministero Della Salute. Patologie al femminile-Endometriosi. Consultato in data

“La Deriva”: Un gioco per educare a perdersi

“La Deriva”: Un gioco per educare bambini e ragazzi a perdersi È Settembre e, a breve, ricomincia la scuola. Tra compiti e libri per le vacanze, il nostro sistema educativo, scolastico e familiare, pecca nell’offrire a piccini e ragazzi una guida per la scoperta identitaria ed emotiva. Nonostante i crescenti sforzi in tale direzione, infatti, domina tutt’oggi un sistema accademico tradizionale, centrato sulla conoscenza nozionistica. Questo articolo ha l’intento di presentare un’attività, facilmente replicabile da educatori, insegnanti e genitori, per educare i ragazzi a perdersi. La Deriva – Istruzioni per perdersi “La Deriva – Istruzioni per perdersi”, di Paolo Maria Clemente, è arrivato per posta il giorno del mio 24esimo compleanno, 2 anni fa, speditomi da due miei cari colleghi. Era Accompagnato dal seguente bigliettino: <<Poichè – da brava cognitivista – cerchi sempre istruzioni per non perderti mai, ti auguriamo di riuscirci con questo>>. L’augurio di perdermi arriva in un momento della mia vita in cui i miei colleghi captano il disagio di affacciarsi, da giovane adulta, ad un mondo estremamente fluido, creativo, costellato di imprevisti ed opportunità. Un mondo che richiede di inventarsi e reinventarsi di continuo, piuttosto che mantenere il controllo su rigidi piani preconfezionati e precostituiti. Non nego di averci messo un po’ di tempo prima di accettare di imparare a “perdermi”. Ci sto tutt’ora provando, io che sono stata educata alla performance e alla velocità, come gran parte della mia generazione. Cosa significa Perdersi Con la capacità di “perdersi”, intendiamo la realizzazione di un cambiamento nell’approccio con l’ambiente: il passaggio da una relazione “strumentale”, in cui ciò che ci circonda viene sfruttato per raggiungere i nostri scopi utilitaristici (a differenti livelli, conseguente alla logica della produzione), alla visione del mondo come deriva. È la capacità di godere delle nostre sensazioni, di entrare in connessione con l’ambiente e lasciarci sorprendere dai messaggi che questo ci sta mandando. Nel modo in cui questo gioco porta ad allenare la capacità di focalizzare la nostra attenzione sul presente, sul qui e ora, si avvicina in parte ai principi della mindfulness.  Le regole del gioco La Deriva è un gioco, anzi un meta-gioco, come lo definisce l’autore, fatto di regole e di improvvisazione. È un’attività ideata da Guy Debord nel 1956 e poi riadattato nel corso del tempo. Consiste nel vagare per la Zona, ovvero per la città, senza una meta prestabilita, e con la regola di prestare attenzione alle cose che accadono “per caso”. Le pedine, o anche i derivanti, si riuniscono per dare inizio al gioco, seguendo una Guida. La guida è una pedina che, a turno, sceglie ed interpreta i messaggi della Zona e, di conseguenza, la direzione in cui si muove il gruppo. Il tabellone su cui si muovono le pedine è una porzione delimitata della città, una parte tranquilla e sicura per camminare con gli studenti. È meglio se il tabellone viene scelto in un luogo non troppo trafficato, ma vivo, in cui accadono cose inaspettate che verranno riconosciuti come segni. I segni sono le carte che il mazziere (ovvero la Zona) decide di giocare. Sono tutti quegli avvenimenti casuali (ad esempio una busta che vola, uno striscione, una macchina o una bicicletta di un colore particolare) che acquistano un particolare significato per il sesto senso della guida e, quindi, per il gruppo. In questo modo il gruppo si muove in direzioni dettate dalla zona, fino a che non si raggiunge un’apparizione, ovvero un segno particolarmente bello o significativo per il gruppo. Perché farlo con bambini e ragazzi? La deriva permette di allenare, nella sua reiterazione, l’attenzione ai segni che l’ambiente ci invia. Permette di raggiungere uno “spaesamento personale”, la possibilità di abbandonare i nostri schemi, i nostri pensieri, i nostri impegni, per farci guidare dall’esperienza. Questo avviene però in una dimensione gruppale che ci rassicura e ci permette di non perderci totalmente. Una connessione calma con il mondo. Questi piccoli episodi di deriva finita, ovvero delimitata al tempo di durata del gioco, ci allenano a quella che sarà la deriva infinita. La deriva infinita è la capacità di riuscire a leggere e fidarsi di quelle coincidenze con cui la zona, il mondo, l’ambiente intorno (e alla fine noi stessi), cerca di comunicarci la “strada”. La capacità cioè di trovare un filo conduttore, un senso di continuità, tra le nostre esperienze. Una sensazione identitaria di continuità che risponde alla domanda “chi sono e dove sto andando”. Questo è un invito a tutti gli educatori ad educare a perderci. Bibliografia Clemente P.M. (2020), La Deriva, Istruzioni per perdersi, Tlon Editore.

Mare: stupore, psicologia e poesia

Lorenzo Rodella Le vacanze estive sono, nell’immaginario comune di moltissimi italiani, indissolubilmente legate al mare. Quell’immensa distesa d’acqua salata, come ebbe a dire Jacques-Yves Cousteau, “[…] once it casts its spell, holds one in its net of wonder forever”1. Gli occhi che incontrano per la prima volta l’infinito, liquido, corrispettivo del cielo, difficilmente ne potranno, da quel momento in poi, farne a meno. Ogni senso partecipa a questa simbiosi con l’elemento acqua: il suono delle onde, con la loro tipica cadenza; la vista dell’azzurro, del blu, del verde; il profumo di iodio; il sale e la sabbia sulla pelle; il gusto – salato appunto – che ci ritroviamo in bocca. La bellezza che il mare ci regala – un presente che mi sento di comparare, per caratteristiche, a quello dell’arte o dell’amore – aumenta la nostra salute psico-fisica (Overbury et al., 2023; Severin et al., 2022; White et al., 2020); in parole povere, ci fa stare meglio. Paesaggi verdi e altre distese d’acqua non marina – o entrambe le cose – sembrano fare qualcosa di simile (Ibidem); tuttavia, credo che, anche se de gustibus non disputandum est, molti lettori converranno con me sul carattere elitario del mare – e, forse, di qualche mare in particolare – nell’emersione dell’esperienza sanificatrice di mente e corpo, che l’acqua – in tutte le sue declinazioni – porta con sé. Sebbene ogni specchio e corso d’acqua abbia, senza ombra di dubbio, un suo fascino – penso, ad esempio, ad alcuni laghi di montagna, come il Lac Vert (Lago Verde) in Valle Stretta, una vallata della Val di Susa, la cui bellezza è elevata dal panorama montano circostante –, l’unicità del mare lo rende insostituibile e, per un torinese d’origine come il sottoscritto, un desiderio da voler esaudire il prima possibile, più volte possibile. Senza nulla togliere all’acqua dolce, la sensazione – di tutti e cinque, anzi sei, i sensi – dell’acqua salata è alia, un’altra cosa, è un trasportarsi altrove, uno svuotamento, totale, della mente. Il mare stanca perché non siamo abituati a quella pace, a quel cullare così dolce, a quella vita così viva. Archetipicamente legato alla vita e alla nascita, il mare ci affascina e ci intimorisce, con le sue profondità, ancora oggi, in gran parte inesplorate. In una scissione di intenti, metafora dell’intera esistenza, la sicurezza della riva e dell’acqua bassa lascia a volte il posto alla volontà di esplorare, in acque meno sicure, il cui fondo può essere solo intravisto o immaginato. Come scrisse la grande poetessa Emily Dickinson in una lettera diretta ad Abiah Root: “The shore is safer, Abiah, but I love to buffet the sea – […]”2. Il potere immaginifico del mare fa sì che quest’ultimo appaia, in maniera più o meno preminente, sotto le più svariate – diverse e uguali allo stesso tempo – fattezze, nelle opere di molteplici artisti del passato e del presente: dipinti, poesie, prose, sculture. E non si può che rispondere al richiamo del mare, come se l’acqua in grande quantità attirasse, con forza gravitazionale, quella contenuta in noi. Forse, nell’ora del trapasso, questa attrazione si fa ancora più forte, e diventa un augurio, una speranza, come nella poesia di Masefield, Sea Fever: “[…] is a wild call and a clear call that may not be denied; / and all I ask is a windy day with the white clouds flying, / and the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying. […]”3. L’inconscio – psicoanalitico – ha le caratteristiche del mare (vedi, ad esempio, Jung, 2012): la sua imprevedibilità, la sua difficile piena comprensione, la sua inesauribile vitalità. In quel moto, ora pacato, ora furioso, si ritrovano i moti dello spirito, l’alternarsi delle emozioni – la cui natura è, almeno in prima battuta, inconscia. E, badate bene, non si tratta di antropomorfizzare il mare, anzi, piuttosto il contrario: gli affetti sono quanto di più vicino ai primordi della vita cosciente possa esserci, ciò che ci lega indissolubilmente agli altri animali non umani (cfr. Panksepp & Biven, 2014). Il mare diventa così, idealmente, una metafora, un simbolo – come già detto in precedenza –, della vita stessa. 1 “[…] una volta lanciato il suo incantesimo, ti terrà per sempre nella sua rete di meraviglia”. 2 “La riva è più sicura, Abiah, ma a me piace combattere con il mare – […]”. 3 “[…] è un richiamo alto e selvaggio a cui non si resiste; / e non chiedo altro che un giorno di vento, e nuvole in volo, / e l’aria fitta di gocce e spuma, e il richiamo dei gabbiani. […]”. Riferimenti Jung, C. G. (2012). Simboli della trasformazione (trad. it.). Bollati Boringhieri. (Volume originale in lingua tedesca; Prima pubblicazione: 1952). Overbury, K., Conroy, B. W., Marks, E. (2023). Swimming in nature: A scoping review of the mental health and wellbeing benefits of open water swimming. Journal of Environmental Psychology, 90, 102073. https://doi.org/10.1016/j.jenvp.2023.102073. Panksepp, J., & Biven, L. (2014). Archeologia della mente: Origini neuroevolutive delle emozioni umane (trad. it.). Raffaello Cortina. (Volume originale in lingua inglese; Prima pubblicazione: 2012). Severin, M. I., Raes, F., Notebaert, E., Lambrecht, L., Everaert, G., & Buysse, A. (2022). A Qualitative Study on Emotions Experienced at the Coast and Their Influence on Well-Being. Frontiers in psychology, 13, 902122. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.902122 White, M. P., Elliott, L. R., Gascon, M., Roberts, B., Fleming, L. E. (2020). Blue space, health and well-being: A narrative overview and synthesis of potential benefits. Environmental Research, 191, 110169. https://doi.org/10.1016/j.envres.2020.110169.

La Scuola Campana di Neuropsicologia “ L. Witmer” (2008-oggi)

Francesca Cimmino, Psicologa, P s i c o t e r a p e u t a s i s t e m i c o – relazionale, Studio Medico Petrarca, Napoli Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania L a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia Clinica, Riabilitativa e Forense “Lightner Witmer” (SCNp), nasce il 18 dicembre 2008 come Associazione Culturale Nazionale, d a l l a p a s s i o n e p e r l a neuropsicologia che accomuna un gruppo di psicologi campani. Gli stessi che hanno intrapreso, in momenti diversi, una formazione specifica nel corso del loro tirocinio professionale sotto la guida di Michele Lepore. La Scuola ha lo scopo di riunire gli psicologi e quanti o p e r a n o n e l l ’ a m b i t o d e l l a Neuropsicologia clinica, riabilitativa e forense attraverso una serie di attività. Tra queste, lo studio e la r i c e r c a n e l l ’ a m b i t o d e l l a neuropsicologia; la valorizzazione delle professionalità in questo ambito; l’organizzazione di riunioni e convegni, attività di informazione, formazione, aggiornamento e ricerca; la concessione di patrocini e riconoscimenti ad associazioni, istituzioni e centri clinici pubblici e privati; la pubblicazione di periodici e di prodotti editoriali, multimediali e non, anche sul WEB. Omaggio a Lightner Witmer, fondatore, nel 1896, della prima clinica psicologica presso l’Università di Pennsylvania ( d o v e i n a u g u r ò i l p r i m o insegnamento di Psicologia Clinica) e della prima rivista di Psicologia Clinica, Psychological Clinic. Questa apre il primo numero con un articolo introduttivo che riporta due interventi c l i n i c i che oggi definiremmo “neuropsicologici” (diagnostici e riabilitativi). Ciò sottolinea, a distanza di un secolo, lo stretto rapporto tra neuropsicologia e psicologia clinica, già cento anni fa così strettamente interconnesse. Nel corso degli anni la SCNp è riuscita a realizzare numerose iniziative. A partire dal ciclo di nove seminari aperti a tutti (tenutisi nella cornice di Villa Savonarola a Portici, nel 2009) con la finalità di divulgare la neuropsicologia agli addetti ai lavori, ma anche a chi fosse interessato a latere agli argomenti proposti (es. familiari di pazienti affetti da disturbi cognitivi, insegnanti di istituti scolastici, o semplici curiosi). Per passare poi al Corso Teorico-Pratico, nato con lo scopo di valorizzare i test neuropsicologici come strumenti clinici, ausili importanti del processo diagnostico in neuropsicologica che, seppur considerati come un’abilità di base dello psicologo clinico, non possono prescindere da un’elevata abilità psicologico-clinica, da conoscenze s p e c i fi c h e d e i d i s t u r b i neuropsicologici, da capacità di osservazione clinica e da un adeguato ragionamento diagnostico. L’iniziativa sicuramente tra le più rilevanti è stata quella del Master biennale, che si è svolto per due e d i z i o n i consecutive ed ha rappresentato la base formativa per svolgere l’attività di Esperto in N e u r o p s i c o l o g i a C l i n i c a e Riabilitativa in molti contesti, compresi quello libero professionale e l’ospedalità pubblica e privata; Centri di riabilitazione; unità di valutazione Alzheimer (u.v.a.); enti assistenziali e scuola. Rivolto esclusivamente agli iscritti all’albo A degli psicologi, volto soprattutto all’acquisizione di competenze cliniche (oltre che tecniche) per consentire all’allievo di integrare la pratica neuropsicologica con i modelli teorici e operativi della psicologia clinica, secondo un modello biopsicosociale di presa in carico del paziente. Durante le edizioni del Master, la Scuola ha annoverato tra i suoi docenti i maggiori esperti di Neuropsicologia del panorama italiano, ma anche s t r a n i e r o (come Anna L i s e Christensen, allieva di Alexandr R. Luria) ed ha distribuito numerose di borse di studio. Grazie alla multi-disciplinarietà ed alla varietà degli ambiti di applicazione della materia, è stato possibile aprire un dialogo importante anche con gli Avvocati, attraverso Seminari e Tavole Rotonde in cui è stato messo in risalto il contributo che le due m a t e r i e ( n e u r o p s i c o l o g i a e giurisprudenza) possono darsi vicendevolmente, in particolare in alcuni settori (es. risarcimento del danno). Durante questi anni, la Scuola è riuscita ad avere un rilievo anche in ambito politico-professionale, con l’elezione per due mandati del Direttore Scientifico Michele Lepore a consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Campania, ed a vincere il progetto MMT (Mind Management Training), cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile nell’ambito del Bando “Giovani per il Sociale”, attuato dalla Scuola da ottobre 2015 ad aprile 2018, che si è posto come obiettivo principale il potenziamento, attraverso un training abilitativo, delle “funzioni esecutive”, un insieme di capacità c o g n i t i v e c r u c i a l i p e r l’organizzazione, l’ottimizzazione ed il monitoraggio del funzionamento mentale, allo scopo di compensare lo svantaggio culturale di alcuni studenti a rischio di abbandono scolastico e di comportamenti antisociali, coinvolgendo attivamente le famiglie ed il corpo scolastico.

L’“Itinerario in psicologia della riabilitazione” (2001-2002)

Maria Rosaria Cerbone, Psicologa P s i c o t e r a p e u t a c o g n i t i v o – comportamentale; Psicologa presso UOMI distretto 41 dell’Asl NA 2; Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia (CSP), Casoria (Na) e Caserta, Consigliera Nazionale dell’area psicologica/psichiatrica SICOB Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Il gruppo di lavoro in “Psicologia della Riabilitazione”, istituito presso l’Ordine degli Psicologi della Campania vent’anni fa e coordinato da Michele Lepore, ideò e realizzò la stimolante ed utilissima iniziativa dell’Itinerario in psicologia della riabilitazione, allo scopo di stimolare una riflessione scientifica sui modelli psicologici d’intervento in tale ambito. I convegni furono pensati come itineranti, per discutere i modelli psicologici d’intervento direttamente nei luoghi dove la riabilitazione stessa si svolgeva, rivolgendo la meritata attenzione a t u t t e l e figure professionali dell’equipe. L’Itinerario si propose di esplicitare i modelli teorici di riferimento e di definire i protocolli operativi condivisi in linea con le evidence based, nel l ’ot t ica di realizzare una pratica clinica che fosse attenta alla qualità della prestazione sanitaria ed alla ottimizzazione delle risorse. Si snodò, dunque, i n tappe diversificate, per gli argomenti scientifici e per la collocazione geografica. Le prime due giornate affrontarono il complesso tema della diagnosi psicologica e del suo ruolo n e l l ‘ i n d i r i z z a r e i trattamenti riabilitativi specifici, che furono oggetto centrale dei successivi tre incontri itineranti. Ogni giornata fu organizzata e finanziata da una s t r u t t u r a r i a b i l i t a t i v a o da un’associazione culturale. Ci fu una grande partecipazione. In media ogni giornata fece registrare 160 partecipanti, ma in alcuni casi furono superate le 200 presenze. 500 persone parteciparono ad almeno uno dei 5 convegni. Furono coinvolti 64 relatori, tra docenti universitari e professionisti della riabilitazione. Come previsto dal format, furono svolti nel pomeriggio di ogni convegno workshop su argomenti specifici, per un totale di 11 titoli. Prezioso fu il contributo dell’Ordine degli Psicologi della Campania, delle associazioni, delle aziende, e di tutti i colleghi che contribuirono a questa iniziativa, unica nel suo genere. Per r i c o r d a r e e d o c u m e n t a r e , p u b b l i c h i a m o l a l o c a n d i n a dell’iniziativa con tutti i nomi di coloro che la resero possibile. Fu un grande impegno, ambizioso e f a t i c o s o , ma l a m a c c h i n a organizzativa realizzò l’obiettivo, in un’atmosfera piacevole ed entusiastica.

Il modello olistico in riabilitazione neuropsicologica: in ricordo di Anne-Lise Christensen

Katia Celentano, psicologa e psicoterapeuta relazionale e familiare, terapeuta EMDR. Docente in Neuropsicologia dell’età evolutiva, Scuola S p e c i a l i z z a z i o n e i n Psicoterapia CSP, Casoria (Na); Esperta in Neuropsicologia dell’età evolutiva e in Psicopatologia dell’Apprendimento. Master di I Livello in Analisi Applicata del Comportamento. Vicepresidente d e l l a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia “Lightner Witmer”. Centro di riabilitazione Associazione La Nostra Famiglia, Cava de’ Tirreni (Sa). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ero da pochi mesi laureata quando nell’agosto del 2000 ho incontrato per la pr ima vol ta Anne‐Lise Christensen nella sua casa di C o p e n a g h e n . A d e s s o l a professoressa non c’è più, è venuta a mancare l’11 Febbraio del 2018 all’età di 90 anni. Neuropsicologa, professore emerito di riabilitazione neuropsicologica all’Università di Copenaghen ed ex direttore del Center for Brain Injury Rehabilitation presso la stessa Università non è stata solo una figura centrale nella neuropsicologia danese, ma ha avuto un ruolo cruciale sia a livello nazionale che internazionale per il fecondo sviluppo della riabilitazione olistica delle persone con una lesione cerebrale acquisita. Avendo lavorato intensamente con i l neuropsicologo russo Alexander Lurija (1902-1972) presso l’Istituto d i Neurochirurgia Burdenko all’Università di Mosca, ha compreso a p p i e n o l e s u e t e o r i e s u l funzionamento del lobo frontale e sull’esistenza di aree cerebrali operanti in sinergia. La visione teorica e l’approccio olistico alla riabilitazione di queste funzioni elaborati da Lurija sono diventati d e c i s i v i p e r l a s u a v i t a ” ( * I n t e r n a t i o n a l Neuropsychological Society: www.the-ins.org/our-ins-family/anne-lisechristensen ). Mi sembra strano, a distanza di 23 anni, ripensare che così giovane ho avuto il privilegio di poter incontrare più volte la professoressa che ha s e m p r e m o s t r a t o g r a n d e motivazione a trasmettere la sua esperienza a chi si affacciava a questa professione interessandosi alla situazione della neuropsicologia e della riabilitazione in Italia e in Campania e offrendo sulla base della sua esperienza consigli concreti. Nella sua casa si respirava aria di neuropsicologia; in un salotto vi era una grande statua in ceramica dalle sembianze tribali che mi spiegò di avere ricevuto in regalo, nel corso delle sue visite in Brasile, da Lucia Wil ladino Braga (Docente di Neuroscienze e Neuropsicologia, Presidente del SARAH Network of Rehabilitation Hospitals e fondatore dei Centri di ricerca in Neuroscience a Rio de Janeiro e Brasilia), tra i fondatori di un network di centri di riabilitazione di alta specializzazione. Proprio nel giorno in cui le feci visita per la prima volta aveva a seguire invitato alcuni membri dell’equipe del centro di Copenaghen per discutere del loro contributo alla Conferenza Internazionale della Brain Injury Association che si sarebbe tenuta proprio a Brasilia a cui un gruppo di loro, lei compresa, si accingeva a partecipare. Nell’altro salotto dalla forma ad emiciclo, che guardava attraverso una grande vetrata sul giardino, erano adagiati una serie di libri, tra questi vi era un testo curato da Anna Mazzucchi (docente di Riabilitazione Neurologica presso l’Università di Parma) e altri autori dal titolo “Cervello e pittura: effetti delle lesioni cerebrali sul linguaggio pittorico” (1994). Insomma stare nella sua casa era come muoversi in un museo della neuropsicologia e della riabilitazione che conteneva il passato ma che guardava anche al futuro. Nel 2001 la professoressa Christensen è venuta lei a Napoli per una settimana come o s p i t e dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania. Ha apprezzato molto questa terra e la nostra ospitalità, mostrando una grande capacità di cogliere tutti gli aspetti della comunicazione verbale e non-verbale, sua grande peculiarità che la rendeva un clinico particolarmente raffinato. In questa sua permanenza abbiamo organizzato anche un incontro con il professore Dario Grossi nell’ambito di un convegno tenutosi presso i l Complesso Monumentale del Belvedere San Leucio. Successivamente anche io nel 2002 ho potuto effettuare grazie alla sua presentazione uno stage nel Center for Brain Injury Rehabilitation da lei fondato e poi nel Department of Neurorehabilitation, TBI Unit (Copenhagen University Hospital, Rigshospitalet, Hvidovre, Denmark), dove ho potuto toccare con mano la modalità con cui lavorano in equipe i colleghi psicologi (specializzati in neuropsicologia e/o in psicoterapia), i medici, gli insegnanti, i fisioterapisti, i terapist i occupazional i e i logopedisti che utilizzano l’approccio olistico. La cosa che più mi ha colpito è stata la grande attenzione alla dimensione della vita concreta e quotidiana della persona che va aiutata a recuperare una propria adattabilità all’ambiente, quindi sono considerate parti intrinseche del progetto riabilitativo la necessità di visitare i luoghi (ad es. la casa, il posto di lavoro per capire se sono necessarie delle modifiche) e la conoscenza degli amici e dei parenti del paziente per individuare coloro che possono spiegare la personalità premorbosa e supportarne i l reinserimento nel contesto sociale. L’altro aspetto fondamentale mi è parso l’atteggiamento fortemente paritario dei ruoli professionali che all’ospedale di Hvidovre secondo me r a g g i u n g e v a l ’ a p i c e n e l l a consuetudine del venerdì di incontrarsi prima al mattino nella sala riunioni per fare colazione insieme con i dolci offerti a turno da un membro dello staff (il massimo della circolarità!). A distanza di alcuni anni, nel maggio del 2011, la professoressa è stata di nuovo a Napoli, ospite della Scuola Campana di Neuropsicologia “Lightner Witmer” (SCNp), dove ha tenuto delle lezioni sull’approccio o l i s t i c o , e ha i n c o n t r a

Dalla formazione neuropsicologica in Campania alla professione di psicologo clinico e neuropsicologo nel Regno Unito

Marzio Ascione, Associate Fellow Chartered Psychologist, Division of Clinical Psychology and Division of Expert Witnesses, BPS; Head Psychology at The Willows Hospital, Mental Health Service Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Conobbi il Professor Dario Grossi ed il suo team guidato dal Dr Michele Lepore alla fine del 1998. Cominciavo allora la preparazione della mia tesi di laurea. Il modello multidisciplinare del gruppo di lavoro ed il rigore della sperimentazione mi aiutarono molto nella direzione che avrei successivamente preso. Imparare l’amministrazione di test semplici come il Fostein MMSE e quelli piu complessi fu imparare un linguaggio condivisibile a cui il Professor Grossi aggiungeva delle intuizioni appassionanti. Il modello di lavoro centrato sul paziente ma anche l’apertura alla conoscenza e alla discussione nel team di altri approcci, come quello di Barbara Wilson a Cambridge, Inghilterra, stimolarono la curiosità che mi portò a completare gli studi all’estero. Il modello multidisciplinare (MDT) praticato dal gruppo di Grossi fu un’esperienza di imprinting del modello clinico e scientifico tra le più formative che mi ha poi aiutato nella mia carriera nel Regno Unito. Svolgere la professione di psicologo e neuropsicologo in Inghilterra non è cosa semplice, e tanti aspiranti colleghi trovano non pochi ostacoli al riconoscimento dei titoli di studio ed alle qualifiche acquisite in Italia. Lo psicologo clinico come è noto è una “professione regolamentata” e nel Regno Unito la British Psychological Society (BPS) ha regolato l’ingresso fino al 2010, anno in cui l’Health and Care Professions Council (HCPC) divenne l’organo governativo di competenza. Anche se esistono percorsi relativamente diretti per i cittadini europei che volessero praticare la professione in UK, HCPC riserva il diritto di valutare i percorsi teorici ed esperienziali dei candidati psicologi, prima di erogare lo status di equivalenza come Practitioner Psychologist. I titoli ed esperienze devono soddisfare le aspettative della BPS ed HCPC in modo da concedere l’idoneità per quella che viene tecnicamente chiamata la Chartered Graduate Member. Bisogna poi soddisfare una delle divisioni professionali che operano all’interno del BPS ed HCPC. Nella maggior parte dei casi, si soddisfano i requisiti per la Chartered membership, ma bisogna intraprendere un’ulteriore formazione pratica e possibilmente fare qualche studio aggiuntivo ai fini di ottenere piena equivalenza alla pratica di psicologo c l i n i c o . I n f a t t i , i l prerequisito per l’iscrizione all’ordine britannico e’ il livello del dottorato clinico. Nel Regno Unito, diventare uno psicologo clinico richiede una laurea triennale in psicologia, seguita da un’esperienza di lavoro come Assistant Psychologist di almeno 2 anni per poi accedere ad un dottorato in psicologia clinica. A c c e d e r e a l d o t t o r a t o e ’ estremamente d i f fi c i l e . Ogni università offre soltanto 20 posti all’anno su 500 candidati. Il dottorato richiede generalmente tre anni per essere completato e prevede una combinazione di corsi, ricerca e pratica supervisionata, come tirocini presso NHS Trusts. In Gran Bretagna, conseguita l’iscrizione alla professione, e’ abbastanza facile trovare lavoro, Si pensi soltanto che gli psicologi iscritti all’ordine sono 26000 su una popolazione di 67 milioni di abitanti mentre in Italia 60000 iscritti agli ordini su una popolazione di 59 milioni. Nel Regno Unito, gli psicologi clinici e neuropsicologi possono lavorare in vari contesti, come il NHS, i team di salute mentale della comunità, le cure primarie e le istituzioni educative, tra gli altri. Ci sono anche opportunità di lavorare nella ricerca, negli istituti di istruzione superiore e negli studi privati. I l campo della psicologia e neuropsicologia è diventato una risorsa preziosa nel sistema legale, come in Italia anche nel Regno Unito. Gli Expert Witness con una vasta esperienza in neuropsicologia sono ora ampiamente ricercati per offrire la loro esperienza in casi legali riguardanti lesioni personali, negligenza medica e risarcimento dei lavoratori. Per diventare un neuropsicologo Expert Witness nel Regno Unito è necessario disporre delle credenziali e della competenza necessarie nel campo. Per lavorare come esperto neuropsicologo nel Regno Unito, è necessario avere una laurea in psicologia, un dottorato e una licenza per esercitare nel Regno Unito. Inoltre, il professionista deve e s s e r e e s p e r t o n e l l a somministrazione e interpretazione di test neuropsicologici, possedere eccellenti capacità comunicative e avere la capacità di scrivere e articolare opinioni in termini legali e m e d i c i . B i s o g n a e s s e r e a conoscenza delle leggi e dei r e g o l a m e n t i p e r t i n e n t i che disciplinano il ruolo di testimoni esperti. Come in Italia, in Gran Bretagna il neuropsicologo Expert Wi tness fornisce un’opinione obiettiva e imparziale sulla capacità mentale di un individuo di prendere decisioni informate. Valuta i l funzionamento cognitivo ed emotivo di individui che hanno subito lesioni cerebrali a seguito di incidenti, malattie o procedure mediche. Forniscono testimonianze in tribunale riguardanti lo stato cognitivo ed emotivo dell’individuo, la sua capacità di lavorare, la sua prognosi futura e il suo potenziale per un’ul ter iore r iabi l i tazione. Lavorare come neuropsicologo testimone esperto può essere impegnativo, poiché i casi possono essere complessi e richiedono molto tempo. Il testimone esperto deve mantenere l’obiettività e l’imparzialità mentre si occupa di casi carichi di emozioni. A volte bisogna anche affrontare un controinterrogatorio (cross-examination) da parte degli a v v o c a t i , c h e p u ò e s s e r e impegnativo e richiedere a l testimone esperto di avere una conoscenza approfondita del sistema legale.  Per v ia del la comples s i tà e dell’unicità dei casi, lavorare come Expert Witness vuol dire anche utilizzare la sistematicità del modello della ricerca scientifica per formare e condividere un opinione esperta sul caso. La scuola campana di neuropsicologia con Dario

La nascita dell’A.It.Ri.N.P. (Ass. It. Terapisti Riabilitazione Neuropsicologica) e l’ipotesi di un modello operativo in riabilitazione cognitiva

Anna De Filippo, Logopedista, Stazione Climatica Bianchi, Portici (Na) Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ho iniziato ad occuparmi di riabilitazione cognitiva sin dai tempi degli studi universitari, ero iscritta al corso di laurea in Logopedia presso il II Policlinico e, durante l’ultimo anno, per la stesura della tesi, ho frequentato il laboratorio di Neuropsicologia, dove ho avuto il privilegio di lavorare con il Prof. Dario Grossi, di cui ancora oggi ricordo con a f f e t t o g l i insegnamenti e l’umanità. La mia tesi di laurea divenne poi il capitolo 10 del libro che stiamo ricordando. All’epoca non erano molti i logopedisti che si occupavano di riabilitazione cognitiva, che era un ambito che si basava su modelli e ricerche relativamente recenti, ed il lavoro del logopedista era, all’epoca, p r i n c i p a l m e n t e , s e n o n esclusivamente, indirizzato alla comunicazione verbale. Di seguito ho iniziato a lavorare presso una clinica di Riabilitazione (Stazione Climatica Bianchi) dove, sotto la guida del prof Grossi, e al resto dell’equipe riabilitativa, ci si dedicava con entusiasmo e creatività alla ricerca di nuovi metodi e tecniche di riabilitazione seguendo i principi d e l l a n e u r o p s i c o l o g i a e dell’approccio razionale e cognitivo. Il continuo e appassionato confronto tra le varie figure professionali coinvolte nella riabilitazione dei pazienti (logopedisti, fisioterapisti, psicologi, neurologi, fisiatri) ha contribuito alla nascita di idee, materiali e tecniche realizzate ad hoc per ogni caso da riabilitare. Mi è difficile evitare un taglio troppo autobiografico e non avere un velo di malinconia, ma ancora adesso mi capita di rivivere i momenti dove t a n t e i d e e s o n o n a t e t r a ragionamenti, passione, ironia e un fondamentale spirito di gruppo. Ed è in questa a atmosfera che nacque l ’ idea di creare un associazione, che potesse essere punto di riferimento per quelle professioni che, implicate nel mondo riabilitativo, si sentissero vicine ad un approccio neuropsicologico scientifico, secondo le moderne teorie cognitive. Nacque così l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), che partecipò attivamente all’organizzazione ed alla realizzazione dell’Itinerario della Riabilitazione in Campania, un viaggio scientifico-culturale che si propose, attraverso l’integrazione dei vari saperi e modelli di riferimento, italiani e non, di sensibilizzare gli utenti e gli operatori del vasto mondo della riabilitazione, focalizzando l’attenzione sui modelli cognitivi funzionali efficaci al recupero della salute del paziente, l o n t a n o d a l l e s o l e l o g i c h e economiche e burocratiche. Ripenso all’opportunità che ho avuto di prendere parte attivamente a tutto questo fermento, e nei venti anni che sono seguiti da allora ho conservato nel mio lavoro la passione, l’entusiasmo e gli insegnamenti di allora, i l più i m p o r t a n t e d e i q u a l i è l a condivisione, l’integrazione e il confronto continuo tra tutti i professionisti coinvolti nella cura del paziente.

La riabilitazione neuropsicologica: un lavoro d’equipe

Anna Emilia Napolitano, Referente per Dsa e Disabilità presso il Saint Louis College of Music Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Come eravamo. Questo il sottotitolo di questo breve contributo che vuole raccontare una lunga esperienza nell’ambito della riabilitazione neuropsicologica vissuta diversi anni fa in due importanti strutture riabilitative campane: La Clinica Bianchi a Portici (Na) e Villa delle Magnolie a Castelmorrone (Ce), marcandone anche l a n o t a nostalgica che emerge nel ricordarla e nel narrarla. In particolare, si parla di riabilitazione neuropsicologica in una fase pionieristica, almeno in Campania, e che come tale aveva le caratteristiche professionali e motivazionali di un’avventura che si stava intraprendendo. Quindi entusiasmo, consapevolezza e r e s p o n s a b i l i t à , v o l o n t à d i sperimentarla e diffonderla. La Riabilitazione neuropsicologica prendeva corpo fin dalla presa in c a r i c o d e l p a z i e n t e c o l coinvolgimento di tutte le figure professionali che formavano l’equipe. L’aspetto corale del nostro intervento era, quindi, il leitmotiv di quell’approccio. La prima visita, effettuata dal prof. Dario Grossi, in presenza di tutti i professionisti f a c e n t i p a r e d e l p r o g e t t o , rappresentava il momento cruciale dal quale partire per programmare una serie di interventi, dalla valutazione psicologica all’intervento riabilitativo. La parola chiave è stata s e m p r e “ fl u i d i t à ” . F l u i d i t à dell’informazione, delle conoscenze, delle ipotesi, delle verifiche. Il tutto avveniva nel pieno rispetto delle singole competenze professionali. In particolare noi terapisti ci sentivamo “attori” e non meri esecutori di tecniche riabilitative scaturite da programmi di intervento codificati da altri. Dalla prima visita scaturivano le fasi successive: dalla diagnosi, alle ipotesi riabilitative, all’impostazione delle strategie, alle verifiche e alle eventuali riconsiderazioni del caso. Tutto questo, spesso, conduceva all’impostazione della fase più entusiasmante e coinvolgente, l’elaborazione di modelli scientifici e a p p r o c c i r i a b i l i t a t i v i c u i f a r riferimento nella pratica quotidiana. I l l i b r o è nato i n n a n z i t u t t o dall’intenzione di raccontare e di condividere parte di questo enorme lavoro svolto. Anche la sua stesura ha coinvolto tutti noi fin dalle prime fasi , sia per quanto r iguarda l’elaborazione teorica, applicativa e sperimentale sia relativamente alla realizzazione pratica del libro, con le i m m a n c a b i l i c o r r e z i o n i , l’impaginazione, il dialogo con l’editore. Proprio vent’anni fa, sull’onda di quell’entusiasmo e di quel fermento culturale che stavamo vivendo, venne fondata da alcuni di noi l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), un’associazione che si prefiggeva di riunire coloro che operavano nel settore della riabilitazione neuropsicologica e che fin dall’inizio ha collaborato con il Gruppo di lavoro “Psicologia della Riabilitazione” degli Ordini degli P s i c o l o g i d e l l a C a m p a n i a , partecipando con un proprio convegno all’Itinerario in Psicologia della riabilitazione.