La cronostesia e la percezione del tempo

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)
La crisi nel ciclo vitale della famiglia

Il termine crisi deriva dal greco e significa separazione, scelta, valutazione; essa rappresenta un momento di riflessione sulla condizione attuale per poi effettuare un cambiamento. Gli sviluppi politici ed economici degli ultimi cinquant’anni hanno rafforzato purtroppo la connotazione negativa e nefasta del termine: in questo modo si è consolidata in noi l’idea che l’arrivo di una crisi comporti un peggioramento della situazione. Nello specifico, l’arrivo di una crisi rompe l’equilibrio raggiunto e spinge verso una ristrutturazione della situazione fino al raggiungimento di una nuova stabilità. La stessa famiglia, che è un sistema dinamico in continua trasformazione, subisce e affronta spesso momenti di crisi, durante il suo percorso. Da tali crisi, infatti, sono emerse anche nuove tipologie di famiglia, basate su legami affettivi in aggiunta a quella tradizionale (qui). A tal proposito, gli psicologi sostengono l’esistenza di un ciclo vitale della famiglia. Esso parte dalla sua formazione e attraversa degli stadi evolutivi, ognuno dei quali ha un vero e proprio evento cruciale. Gli studi psicologici sulla famiglia hanno così suddiviso il ciclo di vita familiare in 6 stadi, che implicano un evento cruciale e specifici compiti di sviluppo personali. Si studia, quindi, lo sviluppo della famiglia, osservando la sua evoluzione nel tempo, e col progredire dell’età dei membri. Di conseguenza, gli stadi prevedono la classificazione della famiglia in: Formazione della coppia Nascita del primo figlio Con bambini Di adolescenti Con figli adulti Di anziani Gli eventi critici sono quindi dei periodi di transizione, più o meno lunghi, in cui ogni familiare ha un ruolo attivo e ne subisce le conseguenze. Ogni famiglia, partendo dall’evento stressante, attiva le proprie risorse e strategie personali per ristrutturarsi e far fronte al cambiamento. La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.(John Fitzgerald Kennedy)
La Creatività: Un Viaggio nell’Animo Umano

La creatività è uno degli aspetti più affascinanti e complessi della mente umana. La creatività non è solo l’abilità di produrre arte o musica, ma è una componente fondamentale del nostro pensiero e delle nostre azioni, influenzando ogni aspetto della nostra esistenza. La Natura della Creatività La creatività può essere definita come la capacità di vedere il mondo in modi nuovi, di trovare connessioni nascoste tra idee apparentemente distinte, e di generare soluzioni originali ai problemi. Questa definizione sottolinea l’importanza della flessibilità mentale e dell’apertura all’esperienza. Non è limitata agli artisti o agli scienziati; chiunque può essere creativo nel proprio ambito, che sia la cucina, l’ingegneria o la gestione aziendale. Le Radici Psicologiche della Creatività Le radici della creatività affondano profondamente nella nostra psiche. La teoria della psicologia dinamica suggerisce che la creatività emerga da un conflitto interno tra il desiderio di esprimere se stessi e le pressioni sociali che cercano di conformarci. Questo conflitto genera tensione, che può essere risolta attraverso l’atto creativo. Freud, ad esempio, vedeva la creatività come un modo per sublimare impulsi inconsci in accettabili espressioni artistiche. D’altra parte, la psicologia cognitiva si concentra sui processi mentali che facilitano la creatività. Secondo questa prospettiva, la creatività è il risultato di operazioni cognitive complesse come la combinazione di conoscenze diverse, la memoria a lungo termine e la capacità di immaginazione. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che la creatività coinvolge diverse aree del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, responsabile del pensiero divergente, e le reti di default mode, attive durante i momenti di riflessione spontanea. Fattori che Influenzano la Creatività Numerosi fattori influenzano la nostra capacità di essere creativi. Tra questi, l’ambiente gioca un ruolo cruciale. Un ambiente stimolante, ricco di nuove esperienze e privo di giudizi negativi, favorisce la creatività. Inoltre, l’interazione con altre persone creative può essere fonte di ispirazione e motivazione. La personalità è un altro elemento chiave. Le persone con una forte apertura all’esperienza, una caratteristica della teoria dei Big Five, tendono ad essere più creative. Questo tratto implica una curiosità insaziabile, un amore per la novità e una tolleranza per l’ambiguità. Al contrario, l’ansia e la paura del giudizio possono inibire la creatività, poiché limitano la nostra volontà di rischiare e sperimentare. Promuovere la Creatività Come possiamo promuovere la creatività nella nostra vita quotidiana? Prima di tutto, è essenziale coltivare un atteggiamento di curiosità e apertura. Esplorare nuovi interessi, leggere libri diversi dal solito, viaggiare e conoscere culture diverse sono tutte attività che arricchiscono il nostro bagaglio di esperienze e stimolano la nostra mente. Un’altra strategia efficace è dedicare del tempo al riposo e alla riflessione. La creatività spesso fiorisce nei momenti di rilassamento, quando la mente è libera di vagare e di fare nuove connessioni. Attività come la meditazione, il camminare nella natura o semplicemente prendersi del tempo per sognare ad occhi aperti possono essere estremamente benefiche. Conclusioni La creatività è un dono prezioso che ognuno di noi possiede in qualche misura. È una forza che ci spinge a migliorare, a innovare e a trovare significato nella nostra vita. Come psicologo, incoraggio tutti a coltivare la propria creatività, non solo come mezzo per realizzare opere d’arte o innovazioni tecnologiche, ma come un percorso per la crescita personale e il benessere mentale. In un mondo in costante cambiamento, la capacità di pensare creativamente è una risorsa inestimabile che ci permette di adattarci, evolverci e prosperare.
La Creatività nella Generazione delle Idee

“Ogni atto di creazione è un atto di distruzione” (Picasso). Per creare qualcosa di nuovo bisogna distruggere qualcosa che c’era prima. Idee nuove e cretive consentono alle aziende di rimanere al passo con i tempi. La creatività non deve mai essere fine a se stessa, ma deve avere sempre un valore aggiunto e un’utilità. A differenza della creatività puramente artistica, nella generazione di idee deve operare un cambiamento che abbia un valore aggiunto. Si sente spesso dire la creatività è una dote innata, ma in realtà è una competenza e in quanto tale si allena e si può sviluppare e accrescere. Anche una persona non particolarmente portata, può arrivare ad avere dei risultati. La creatività non è un puro talento, ma una competenza che si può imparare e rafforzare. Spesso ci si focalizza molto sulla soluzione, ma se le persone passassero più tempo ad analizzare meglio il problema sarebbe più produttivo. Esistono alcune tecniche che permettono di stimolare la creatività e quindi generare nuove idee, collaborando con i colleghi di lavoro. In questo articolo parleremo della Tecnica dei Sei Cappelli Pensanti, inventata da Edward de Bono. Questa tecnica migliora la capacità di esplorazione e consente di vedere un determinato problema/idea/progetto con un approccio a tutto tondo in modo da focalizzarsi su tutte le possibili prospettive. Vediamo ora come funziona… In una situazione di gruppo, ci sono delle regole associate al colore di sei diversi cappelli che costringono le persone a pensare a un problema da sei punti di vista. A turno le persone devono indossare metaforicamente i diversi cappelli. Non si può stare con lo stesso cappello per molto tempo, ma bisogna ruotare. Questa tecnica evita il fatto che la generazione di idee sia influenzata dalla specifica personalità dei partecipanti: ciò che conta è il risultato, non difendere la propria idea. Cappello bianco: si riferisce allo stare aderenti a fatti ed elementi più oggettivi. Si analizzano le informazioni, si fa il punto. Si tratta di una modalità di pensiero neutrale Cappello rosso: si riferisce a intuizione, sentimenti ed emozione. Le persone devono esprimere un pensiero di pancia, senza doverlo giustificare. Si dà la possibilità di esprimere le proprie reazioni immediate Cappello giallo: si riferisce alla positività e all’ottimismo. Si tratta di un approccio costruittivo, dove si identificano gli aspetti positivi e le opportunità Cappello verde: si riferisce alla fase di brainstorming per creare nuove idee sospendendo il giudizio Cappello nero: si guardano gli aspetti negativi, i possibili rischi e i punti di debolezza. Aiuta a identificare i possibili problemi e successivamente a generare soluzioni. A differenza del rosso, le criticità devono avere basi logiche Cappello blu: consente di controllare il processo di generazione dell idee, non riguarda l’argomento in discussione ma il processo creativo alla base. Si può dire che sia il cappello del moderatore, utile per ridizionare il gruppo verso un nuovo approccio Nei gruppi di lavoro ci sono tante diverse personalità con diversi approcci. Se ognuno tira dalla sua parte, il gruppo rimane fermo. Questa tecnica vuole scardinare questa logica e far passare il messaggio che se ci muoviamo tutti nella stessa direzione per un po’, riusciamo a fare strada. In conclusione, questa tecnica aiuta a migliorare la produttività del team in quanto permette di esplorare un’idea in modo approfondito tenendo conto di tutti i possibili punti di vista. Inoltre, consente a ogni persona di assumere ruoli che possano far vedere un problema con un’ottica totalmente diversa, scardinando le nostre idee su cui siamo soliti soffermarci.
La coscienza

di Veronica Sarno Uno stato di coscienza è caratterizzato da un’attività corticale rappresentata da s p e c i fi c i i n d i c i elettroencefalografici, onde i r r e g o l a r i , veloci ed ad a m p i e z z a r i d o t t a ; i n corrispondenza di queste attività elettriche, l’organismo sperimenta esperienze consce come l’ascolto di suoni, visione di colori ed immagini, la produzione di pensieri; si tratta dunque di esperienze di natura cognitiva o percettiva. La coscienza ha funzione di accesso e di selezione delle informazioni che debbano g i u n g e r e a d u n a rappresentazione conscia. La percezione visiva è molto rappresentativa del rapporto fra i meccanismi di base fisiologi ed i correlati consci. Tuttavia il maggior grado della coscienza si verifica a livello cognitivo superiore: nei processi di memoria, nei m e c c a n i s m i a t t e n t i v i , nell’apprendimento, nella comprensione del linguaggio. La percezione visiva è basata su meccanismi fisiologici sottostanti l’accesso delle informazioni alla coscienza rispetto alla visione, vi sono d u e d i v e r s i s i s t e m i rappresentazionali: il primo è relativo all’elaborazione delle caratteristiche di un oggetto esterno, mentre il secondo è riferito alle sue relazioni spaziali, questi due sistemi coinvolgono due aree corticali differenti, nella corteccia visiva, che include le aree corticali visive primarie finalizzate alla ricezione degli input ottici (Sheinberg & Logothet is, 2003), la parte destra del cervello si occupa della metà sinistra del campo visivo, la parte sinistra del cervello organizza invece la visione della parte controlaterale (destra) del campo visivo. Le cortecce visive di entrambi gli emisferi hanno un numero di aree topografiche diverse e s p e c i fi c h e p e r f u n z i o n i specifiche rispetto agli input visivi e tra loro collegate; tuttavia, non tutte le mappe percettive prodotte dalle varie component i cerebral i s i t r a s f o r m a n o i n rappresentazioni coscienti, i n f a t t i , a l c u n e d i esse rimangono in un formato non conscio, come ad esempio, il riconoscimento implicito delle forme o dei volti. Anche in caso di lesioni cerebrali come la Sindrome da Negligenza Spaziale Unilaterale (Neglect) in cui il soggetto è incapace di percepire degli stimoli visivi e come nel caso del Blindsight, fenomeno della visione cieca. S t u d i s c i e n t i fi c i hanno dimostrato che in alcuni deficit la visione cosciente degli stimoli è compromessa, ma non la loro elaborazione inconsapevole. L’elaborazione delle caratteristiche più complesse dello stimolo visivo segue due percorsi distinti, che sono fra loro indipendenti, ma collegati; si tratta della via occipito-temporale-frontale o via ventrale che attraversa il lobo temporale ventrale con proiezioni al lobo frontale e della via occipito-parieto-frontale o via dorsale, che attraversa il lobo parietale con proiezioni all’area frontale; l’area parietale costituisce la sede principale per la ricezione d e l l e i n f o r m a z i o n i propriocettive e riguarda i movimenti saccadici, che sono i n d i s p e n s a b i l i p e r l a rappresentazione interna delle relazioni spaziali nel campo visivo. La via dorsale è coinvolta direttamente nella localizzazione degli stimoli. Il sistema percettivo ed i l sistema di azione avvengono m e d i a n t e c o m p o n e n t i s o t t o c o r t i c a l i , come ad esempio il talamo, che funge da trasmettitore di input alla corteccia sensoriale. Mediante strumentazione PET è stato d i m o s t r a t o c h e l a visualizzazione mentale si organizza retinotopicamente attraverso il sistema delle aree visive. Kosslyn (2001) ha creato un modello che tiene conto della Mental Imagery e che è c o s t i t u i t o da sei componenti principali: la prima è costituita dal Buffer visivo definito da un insieme di aree topograficamente organizzate della corteccia, tali strutture corticali sono rappresentabili come un’unica struttura funzionale, localizzata nel lobo occipitale, queste aree si interconnettono con aree visive sia di basso livello e sia di alto l i v e l l o . L e p e c u l i a r i t à neuroanatomiche delle aree implicate sono compatibili con l’ipotesi che la Mental Imagery visiva sia costituita da un pattern di attivazione del buffer visivo indotto da informazioni c h e s o n o s t a t e p r e c e d e n t e m e n t e immagazzinate e che però non arrivano dal mondo esterno, come di solito accade nella visione. La finestra attentiva è la seconda componente e si occupa d selezionare le informazioni rilevanti, infatti fra le informazioni rese disponibili dal buffer solo alcune saranno selezionate in funzione degli o b i e t t i v i d e l s i s t e m a rappresentazionale. La terza componente è costituita dalla decodifica delle proprietà dell’oggetto mediante un congiungimento fra lobo temporale inferiore e lobo occipitale. Nel mentre si verifica la percezione visiva, l ’ i n p u t i n a r r i v o v i e n e confrontato con quelli già presenti in memoria e poi lo stimolo viene individuato. Le immagini mentali relative alla proprietà della forma si f o r m a n o a p a r t i r e dall’attivazione delle memorie visive mediante un processo top-down (dall’alto verso il b a s s
La coppia: scelta, innamoramento, aspettative

La coppia coniugale è un sistema dinamico aperto, diverso dalla somma delle caratteristiche di ciascun membro: non è costituita, infatti, dalla semplice unione di due individui, ma è un incontro di due storie diverse. Per poter creare, quindi, una famiglia, è necessario che i due partner si mettano in gioco sia psicologicamente e sia emotivamente. Uno dei primi momenti di crisi che una coppia si trova ad affrontare è proprio la sua formazione. Ci sono tre parti che coesistono in una coppia: IO, TU, e NOI. C’è un lui, c’è una lei, ma ci sono anche i modelli personali di relazione e le aspettative di ciascuno. Il processo che guida la formazione della coppia è suddiviso in tre momenti differenti: La scelta del partner. È il primo momento in cui si fa appello alla storia personale: la scelta solitamente avviene per similarità o contrarietà al genitore di sesso opposto. Sul partner, infatti, si sposta l’oggetto d’amore infantile, investendolo di aspettative simili o contrarie al genitore. L’innamoramento. In questa fase entra in gioco l’idealizzazione di sé e dell’altro: ognuno si presenta all’altro, in modo inconsapevole, per essere apprezzabile e desiderabile, enfatizzando se stesso e l’altro. È la fase in cui ogni partner considera l’altro l’unico in grado di soddisfare esigenze e aspettative profonde. Il matrimonio. È il momento critico vero e proprio in cui il rituale condiviso costituisce una nuova presa di coscienza. La cerimonia, infatti, di per sé, non implica la costruzione di un saldo legame tra coniugi. Al contrario, è necessario un impegno verso la costruzione di una identità di coppia. Tale processo, però, è legato ad una maturazione della propria identità e lo svincolo dalla famiglia di origine. Saremo felici o saremo tristi, che importa? Saremo l’uno accanto all’altra. E questo deve essere, questo è l’essenziale.(Gabriele D’Annunzio)
La coppia adottiva: famiglia…in divenire

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta al bisogno sociale di “cura” dei bambini privi di un contesto familiare adeguato ed al tempo stesso una espressione del desiderio “generativo” delle famiglie. Sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del familiare, essenziali oggi per riflettere sul vero significato dell’esser genitori e dell’esser figli. Tutto questo sottintende che l’adozione scaturisce da una “doppia ferita”, quella della fecondità mancata della coppia e quella connessa invece all’abbandono del bambino. Cosa vuol dire nello specifico diventare genitori adottivi? All’inizio della sua storia, la coppia adottiva è impegnata a costruire la propria identità. E’ un processo attraversato da profonde crisi. L’impossibilità di generare un figlio impone in qualche modo la separazione da un progetto desiderato, dall’immagine che ci si era fatti del proprio bambino e dall’immagine di sé (Gambini, 2007). La scelta adottiva giunge quasi sempre al culmine di un processo che porta la coppia a “gettare la spugna”, a seguito di numerosi tentativi di una generatività “naturale”. Tale scelta però, non deve essere il prodotto della negazione di sofferenza e tanto meno una scelta dettata dalla logica del “ripiego”. Non bisogna, dunque, cercare nel figlio adottivo un surrogato di quello biologico. L’adozione, è intesa come un vero e proprio “atto creativo”, nel senso che genera un nuovo legame. Divenire genitori adottivi significa collocare in qualche modo la nascita di un figlio in uno spazio che si discosta da quello “usuale” e fisico e porla in una “astrazione” psichica dove si “ri-nasce” partendo da un coinvolgimento per lo più emotivo (Galli-Viero, 2006). Cosa accade alla coppia? La coppia adottiva è chiamata ad adattarsi al cambiamento che si genera rispetto alla genitorialità stessa. Inoltre, a seguito dell’abbinamento del minore la coppia è tenuta ad adottare un ulteriore cambiamento rispetto allo “spazio” da riservare al proprio figlio finora soltanto immaginato, adesso reale e presente. In tal senso, appare necessario l’intervento da parte dei servizi i quali operano una vera e propria formazione attraverso equipe multidisciplinari atte a fornire strumenti di supporto all’educazione del minore. In particolare bisogna tenere presente che la genitorilità non è “innata” ma può e deve essere appresa attraverso logiche di fluidità e dinamicità. La famiglia adottiva nasce da un incontro di due biografie che si impegnano nell’accogliere reciprocamente le proprie storie. Conclusioni Se è vero che l’adozione è un processo complesso e puntualmente in divenire, è altrettanto vero che la dimensione adottiva non è temporanea ma definitiva, ragion per cui l’obiettivo principale è quello di creare una famiglia senza “etichette” e senza confini. Bibliografia Bastianoni P., Turino A. (2007), Famiglie e genitorialità oggi. Nuovi significati e prospettive, Milano, Unicopoli. D’Andrea A. (2000) Itempi dell’attesa. Come vivono l’adozione il bambino, la coppia, gli operatori, Milano, Franco Angeli. Gambini P. (2007), Psicologi della famiglia, Milano, Franco Angeli. Lucariello S. (2008), Portato da una cometa: il viaggio dall’adozione, Napoli, Guida. Paradiso L. (2015) Prepararsi all’adozione: le informazioni, le leggi, il percorso formativo personale e di coppia per adottare un bambini, Milano, Unicopoli.
La Coppia

Perché si forma la coppia Nella coppia il singolo porta se stesso ed i suoi vissuti infantili. La crescita ed il formarsi delle funzioni psichiche dipendono dal tipo e dalla qualità d’incontro intersoggettivo che contribuiscono allo stile personale di gestione delle dinamiche affettive. Stern sostiene che le relazioni umane possono essere un tentativo di autoregolare lo stato interno per mezzo del rapporto con l’altro. La rappresentazione dell’altro ossia le immagini interne, formano relazioni con persone importanti. Cioè gli scambi con gli altri lasciano il segno, sono internalizzate e quindi modellano i successivi atteggiamenti e percezioni delle relazioni successive. Le persone vedono nella relazione affettiva duratura e significativa di coppia una sorta di “relazione terapeutica naturale” dove si mettono in atto relazioni oggettuali irrisolte. Il partner funge da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono affidati aspetti del proprio Sé. Avviene, quindi, un’identificazione proiettiva. Secondo Zavattini le identificazioni proiettive incrociate rappresentano il tentativo di ripristinare l’integrità del Sé che è andata incontro a esperienze di rottura interne che portano forti angosce. L’altro diventa quindi la via di scarico di aspetti indesiderati, rifiutati. L’incastro di due mondi interni L’altro può essere usato in modo propulsivo per conoscersi e per crescere, ma può anche essere usato in modo delirante, spesso collusivo. Aspetti scissi, perversi e superegoici di entrambi si potenziano determinando un contesto frustrante ma corrispondente a esigenze difensive per ciascun partner. Quando una coppia si forma, vi è un ingaggio reciproco che può essere sia all’insegna di un compito evolutivo legato a processi di separazione individuazione e di monitoraggio affettivo reciproco, sia la creazione di una relazione interna regressiva e frustrante. Le aspettative che si hanno sull’altro e le fantasie idealizzanti distruggono il legame poiché appare deludente e non corrispondente all’idea iniziale. Dovrebbe nascere la capacità di elaborare l’uso che si può fare delle risorse affettive dell’altro e di Sé, tollerando quello che non ci si può aspettare. L’interesse per il partner può rappresentare un modo di sbarazzarsi proiettivamente di parti di Sé indesiderate. In questo modo, l’altro diventa l’oggetto disprezzato da dominare oppure l’oggetto danneggiato da riparare. Come cambia la coppia con i figli Il contesto affettivo che regola la coppia richiede una riorganizzazione quando arriva un figlio. Il bisogno di attaccamento del nuovo nato, riporta in primo piano le rappresentazioni interne di figure genitoriali in relazione alle prime esperienze affettive e la tendenza a ripetere i modelli interiorizzati. L’assunzione del ruolo di genitore costituisce un periodo di riassetto della personalità che può comportare momenti di grande confusione e insicurezza che investono l’individuo nel suo senso d’identità. L’importanza della progettualità della coppia è fondamentale come momento di confronto e allineamento di motivazioni ed impegno.
La comunicazione umana: tipologie e assiomi

Per comunicazione si intende uno scambio interattivo d’informazioni tra due o più partecipanti, dotato d’intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in cui si condividono significati sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione, secondo la cultura di riferimento. quel processo dinamico che avviene tra un emittente e un ricevente, in cui il primo manda un messaggio, che può essere verbale o non verbale, al secondo, che a sua volta lo elabora, codificandolo e inviandone uno in risposta. Viene considerata come un fenomeno complesso, che non si esaurisce nel passaggio d’informazioni e non prevede una registrazione meccanica di contenuti, ma mobilita risorse di natura, cognitiva, emotiva e sociale. Tipologie di comunicazione La comunicazione umana può essere distinta in: Verbale (o Numerica), si costituisce di suoni, parole e frasi. Riguarda tutto ciò che comprende il livello semantico, cioè il significato letterale delle parole utilizzato per trasmettere il messaggio; trasmette informazioni attraverso rigide regole sintattiche ed il significato è sempre chiaro poiché ad ogni parole sono stati arbitrariamente attribuiti e condividi uno o più significati. Non verbale (o Analogica), è rappresentata dal tono, altezza, pause e velocità dell’espressione verbale, dall’espressione facciale, dal contatto visivo e corporeo tra gli interlocutori, dai gesti e dall’orientamento nello spazio. Quest’ultima non rispetta una grammatica rigida, ma risulta meno controllabile e veicola messaggi come reazioni emotive e stati d’animo. Gli assiomi della comunicazione “Pragmatica della comunicazione umana” (1967) di Watzlawick, Beavin, Jackson è stato un libro di fondamentale importanza per lo studio della comunicazione, in particolare dei suoi effetti sul comportamento umano. Il modello elaborato da alcuni degli esponenti della Scuola di Palo Alto sostiene come sia impossibile isolare il soggetto dal contesto di relazioni in cui è inserito. Ciascuno vive, infatti, all’interno di reti di relazioni che lo influenzano e a sua volta influenza gli altri con cui entra in contatto. Ogni comportamento produce un comportamento sugli interlocutori, per cui non è possibile considera la comunicazione come un processo unidirezionale e lineare; ma, al contrario, occorre trattarla come un processo circolare, che parte da un soggetto, giunge ad un altro e torna nuovamente al soggetto di partenza (feedback). Watzlawick, Beavin e Jackson hanno definito i 5 assiomi della comunicazione, che sono “verità autoevidenti”, cioè principi che non richiedono ulteriori dimostrazioni in quanto sono essi stessi fondanti. Essi sono, cioè, i presupposti basilari, i fondamenti della comunicazione. Primo assioma: Non si può non comunicare Ogni comportamento è comunicazione. Anche quando non si utilizzano parole, attraverso il comportamento s’inviano comunicazioni agli altri; anche il silenzio ha un valore di messaggio, poiché il fatto stesso di non voler parlare, è un modo di rivelarsi, in quanto rivela la volontà di non rivelarsi. Secondo assioma: Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione “La relazione classifica o include l’aspetto di contenuto”. L’aspetto di contenuto della comunicazione è l’informazione che si vuole trasmettere; mentre, l’aspetto di relazione è la modalità con cui l’informazione viene comunicata. Questo secondo aspetto, in quanto classifica e definisce il primo, rientra nella categoria della metacomunicazione, ossia rappresenta una comunicazione sulla comunicazione, che può far variare il significato del messaggio. Terzo assioma: La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti La comunicazione può essere considerata come una serie ininterrotta di scambi e la punteggiatura segna le sequenze e l’ordine con cui si realizzano tali scambi comunicativi. Una comunicazione chiara è una comunicazione con una punteggiatura condivisa dagli interlocutori. Senza una punteggiatura precisa, la comunicazione è ambigua e conflittuale. Quarto assioma: Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. […] Il “modulo numerico” è il linguaggio verbale, invece il “modulo analogico” è il linguaggio non verbale. Ciascuno comunica ricorrendo in varia misura a ciascuno dei due canali. Il linguaggio parlato e scritto segue una sintassi, regole grammaticali precise, ogni parola possiede un significato condiviso, invece il linguaggio del corpo è ambiguo ed equivoco, i gesti non sono riconducibili ad un unico significato e non sono facilmente decifrabili; risulta inoltre una modalità espressiva meno controllabile. Quinto assioma: Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza Le comunicazioni simmetriche avvengono quando il comportamento dell’uno rispecchia il comportamento dell’altro (come ad esempio, tra amici, compagni di classe, colleghi di lavoro), invece le comunicazioni complementari o asimmetriche implicano che i due individui assumano posizioni differenti, uno dei due comunicanti assume la posizione one-up (superiore) e l’altro quella one-down (inferiore); i diversi comportamenti dei partecipanti si richiamano e si rinforzano a vicenda, dando vita ad una relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli one-up e one-down sono stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente). La comunicazione sana, a differenza di quella patologica, è connotata da flessibilità e vede l’alternarsi dei due tipi di scambio. Conclusione “L’elemento che unifica i 5 assiomi non è la loro origine ma la loro importanza pragmatica, che a sua volta si fonda non tanto su certe particolarità quanto sulla possibilità di riferimenti interpersonali (anziché monadici) che offrono. Un individuo non comunica: partecipa a una comunicazione o diventa parte di essa. Un individuo non produce comunicazione, ma vi partecipa. Non si deve considerare la comunicazione, in quanto sistema, sulla base di un semplice modelli di azione e reazione. La comunicazione, in quanto sistema, va considerata a livello transazionale”. Bibliografia WATZLAWICK, J.H. BEAVIN, D.D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana,. Roma, Astroabio.
La comunicazione pubblicitaria durante il Covid

Allo scoppio della pandemia da Covid-19, le aziende si sono interrogate su come procedere nella comunicazione pubblicitaria. Le strade che potevano intraprendere erano tre: Continuare con le comunicazioni in corso con il rischio che si creasse un effetto straniante nel vedere la vita pre-pandemia) Sospendere tutte le attività con il rischio di suscitare la percezione di abbandono/disinteresse Modificare/adattare le comunicazioni con il rischio di suscitare la percezione di speculazione/insensibilità Le aziende hanno intrapreso le tre diverse strade. Alcune sono state molto reattive e hanno mandato in onda le prime campagne dopo poche settimane dallo scoppio della pandemia. Altre, invece, hanno aspettato e in parte sospeso le loro attività comunicative. Pensando alle aziende che non si sono fermate in termini di comunicazione pubblicitaria, alcune hanno puntato più su una dimensione di rassicurazione (“Andrà tutto bene”), altre sulla gestione concreta della quarantena con consigli su attività da svolgere. Da metà maggio 2020, invece, hanno iniziato a puntare più sul tema della ripartenza. In generale, dunque, si prospetta il tema del “Ci rivediamo”. Le campagne pubblicitarie che ci hanno accompagnato nei mesi della pandemia da Covid-19, però, erano tutte identiche. Dicevano tutte le stesse cose con lo stesso tone of voice e lo stesso storytelling, lasciando il focus sui prodotti e i brand in secondo piano. Ad esempio, erano sempre presenti la bandiera italiana, le persone al balcone, gli arcobaleni, le persone che cucinano, il personale sanitario, il tempo libero in casa e le videocall… Questo ha comportato sicuramente diversi rischi, tra cui il cosiddetto rischio di Covid-washing. Tutte le aziende fanno vedere di essere vicine agli italiani, ma al contempo fanno perdere di vista il messaggio. Questa strada intrapresa dalle aziende si è dimostrata essere un problema solo a posteriori, in quanto diventava difficile per i consumatori capire quale brand avesse detto cosa. La difficoltà a riconoscere un brand portava anche ostacoli nel ricordarlo. Inoltre, molti brand si sono allontanati eccessivamente dai propri valori fondativi. La ruota di Schwartz individua più di 50 valori fondativi delle persone e anche delle personalità di un brand. Dunque, ogni brand ha un posizionamento chiaro su questa ruota. Durante la pandemia, improvvisamente tutti i brand sono andati a coprire i valori di benevolenza, universalismo e tradizione. Per alcuni brand era corretto rispondere a questi valori in quanto sono sempre stati posizionati in quell’area, per altri no in quanto stonavano con i propri valori fondativi. Una ricerca svolta da Hokuto e Conic nel lockdown indica che il 60% degli italiani si era stancato della comunicazione pubblicitaria legata al Covid e il 50% sosteneva che la pubblicità aveva esagerato ad adeguare i contenuti all’emergenza sanitaria. Al tempo stesso, però, il 72% dei consumatori si aspettava che le aziende offrissero il proprio contributo in quanto aventi una responsabilità sociale. Il 70% dei consumatori volevano sentire cosa i brand potessero offrire per superare la crisi. In conclusione, più che proporre un generico messaggio di resistenza e resilienza, sarebbe stato importante mostrare in modo concreto come il brand, con i suoi prodotti e servizi, poteva aiutare il consumatore a superare la crisi, guidandoli verso una nuova normalità, restando però coerenti con la propria mission, vision e valori di riferimento. Questo avrebbe significato articolare le azioni di marketing su diversi livelli: Mostrare empatia: soprattutto nella primissima fase Favorire l’adattamento ad una nuova realtà: proponendo nuove attività da fare Promuovere una visione su un futuro post-Covid BIBLIOGRAFIA Hokuto & Conic (2020). Come è cambiata l’attenzione dei telespettatori nei confronti degli spot pubblicitari ai tempi del Coronavirus?