L’Educazione Emotiva

di Veronica Lombardi L’educazione emotiva degli individui rappresenta oggi un fertile terreno di dibattito con cui si confrontano tanto la politica quanto la scienza (Elias & Harrett, 2003). Sul piano strettamente politico si va componendo un generale consenso sulla centralità di un’educazione alle emozioni, necessaria per il benessere individuale e sociale, che deve essere inserita all’interno dei piani d’istruzione e formazione come una componente importante delle strategie educative. A livello per così dire applicativo, l’educazione socio-emotiva e le progettualità a essa connesse trovano uno spazio sempre maggiore all’interno della programmazione didattica, innescando anche un dibattito interessante su quale debba essere il terreno di azione di un insegnante rispetto a un tema fortemente connesso con la dimensione intima della persona e non facilmente riconducibile all’interno delle prassi didattiche abituali (Mariani & Schiralli, 2012; Pellai, 2016).Più in generale la salute emotiva è un tema sempre più presente all’interno delle agende politiche di molti Paesi (Watt Smith, 2018), diventando trasversale a molte sfere della vita sociale. Il lavoro, la scuola, la famiglia, ecc. sono ambiti della vita individuale in cui sempre maggiore attenzione viene posta su come possa essere garantito e tutelato il benessere emotivo. Dal punto di vista delle performance lavorative, ad esempio, è data enfasi al benessere emotivo poiché è stato correlato con migliori prestazioni, maggiori capacità di presa di decisione, rapporti più stabili all’interno dello staff, ecc. (Watt Smith, 2018; Goleman, 2005). Che cos’è un’emozione? Definire in maniera chiara e univoca che cos’è un’emozione è piuttosto complesso, e questo per una serie di ragioni che verranno di seguito brevemente argomentate. L’emozione può essere analizzata da diversi punti di vista, e letta ed interpretata con metodi differenti. Secondo la prospettiva di un neuro-scienziato essa è rappresentata dall’attivazione dell’amigdala, centro di comando di tutto il sistema emotivo, che manda segnali che sono poi processati nell’ambito del cosiddetto cervello limbico, da cui dipende un’elaborazione emozionale (Odgen & Fisher, 2016). In questa prospettiva l’è un fatto essenzialmente biologico che innesca una varietà di reazioni: aumento del battito cardiaco, rilascio di ormoni, contrazione dei muscoli, ecc. Ma come apprendiamo fin dai primissimi mesi di vita le emozioni non sono solo un fatto biologico, ma anche e soprattutto un fatto sociale. La contrazione dei muscoli, l’allargamento delle palpebre, il rossore sulle gote, da eventi spiccatamente fisiologici si trasformano in messaggi e simboli che trasmettono delle informazioni sui nostri stati d’animo e che comportano delle reazioni in chi riceve tali messaggi. La biologia delle emozioni si incontra presto con i processi evolutivi, culturali e sociali che modellano il modo in cui le emozioni possono e debbono essere manifestate e che, di pari passo, influenzano il modo in cui l’individuo percepisce le proprie emozioni. In questo intreccio tra biologia, società e cultura viene a formarsi una rappresentazione individuale e collettiva di emozione che incide sul benessere della persona. In una società in cui, ad esempio, le emozioni legate alla paura o all’ansia tendono a essere sottodimensionate, se non addirittura represse è possibile che gli individui vivano degli stati d’animo conflittuali che incidono in maniera fortemente negativa sul benessere individuale (Srivastava et al., 2014). Le emozioni sono, dunque, oggetto di un processo di socializzazione e sono influenzate dalle idee portanti, dalle aspettative e dai valori dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte. Si parla in tal senso di culture emotive proprio a voler sottolineare come l’emozione sia a tutti gli effetti un fatto culturale che va a caratterizzare determinati gruppi sociali soprattutto nei modi in cui esprimono, giudicano e rappresentano specifiche emozioni (Watt Smith, 2018). E la pressione culturale influenza enormemente il modo in cui gli individui sentono le emozioni nella misura in cui richiedono di rispettare delle convenzioni sociali (Srivastava et al., 2014). Abbandonando per un momento la dimensione sociale delle emozioni e concentrandosi su quella individuale è interessante fare riferimento al modello differenziale proposto da Izard (1977) nel quale viene sviluppato un set di emozioni di base innate, che sono consustanziali alla natura umana e che vengono vissute dall’individuo in maniera spontanea, come risposta a degli stimoli esterni ben precisi. Con il tempo e l’esperienza, l’individuo impara a gestire queste emozioni, provando a governarle, attribuendone un nome e veicolandole verso l’esterno, attraverso una serie di comportamenti e di messaggi verbali e non verbali. Le Breton (2007) fa notare come pur avendo una capacità innata d i provare delle emozioni, ciò che percepiamo – e il modo in cui reagiamo a queste percezioni – è modellato dall’educazione e dalla storia emotiva personale. In effetti ogni gruppo sociale elabora e trasmette un modello sensoriale, che contraddistingue l’appartenenza al gruppo stesso e che a sua volta plasma un modello emotivo. In questo quadro, l’esperienza, la pratica delle emozioni e il modo in cui sono percepite, espresse e lette permettono all’individuo di sviluppare delle competenze specifiche, portando allo sviluppo di una sorta d’intelligenza dedicata alla conoscenza, gestione ed espressione delle emozioni. Il termine meta-emozione riassume una non meglio precisata capacità – o insieme di capacità – di avere consapevolezza delle proprie emozioni (Goleman, 2005). In questo modello, poi ché appunto considerata come una capacità, è possibile che essa possa essere sviluppata, migliorata, plasmata ed educata. Può esistere, dunque, un’educazione emotiva che passa attraverso lo sviluppo della meta-emozione, fatto attraverso proposte didattiche mirate, in cui la scuola si presenta come un terreno di coltura ideale. Un siffatto intervento educativo deve sviluppare una serie di competenze, tra di loro intrecciate. Occorre sviluppare la competenza nel saper dare un nome alle emozioni, capendo in che modo ognuna di esse vada ad agire sull’equilibrio individuale, e imparando a esprimerle in forma socializzata. È poi necessario sviluppare una competenza di lettura delle emozioni altrui cui si assomma quella di comprensione del modo in cui le emozioni dell’altro interagiscono con le emozioni individuali. C’è infine la componente relazionale fondata sulla competenza di comprensione del ruolo delle emozioni nei rapporti sociali, che procede in stretta cooperazione con la competenza nel saper socializzare un’emozione secondo le modalità che sono proprie del gruppo sociale di appartenenza. La psicologia

L’Autodifesa della Mente

di Veronica Lombardi I l cervel l o è un organo complesso e soprattutto complessi sono i meccanismi di difesa della mente. L’insorgenza dei distrurbi psichici scatena delle reazioni p s i c o s o m a t i c h e c h e coinvolgono le capacità mentali e sensoriali del corpo, incrementandole o inibendole, a secondo delle circostanze, e lo stato in cui si presenta a l l ‘ o r g a n i s m o . ( S e m i A., Tecnica del colloquio. Raffaello Cortina Editore, Milano,1985) Tutto questo accade in modo i n c o n s a p e v o l e , automaticamente e spesso restano sconosciute le cause s t e s s e d e l l ‘ i n s o r g e n z a dell’ansia, possiamo parlare allora di origine inconsce. A questo stesso livello di non consapevolezza, esistono dei meccanismi di difesa che h a n n o l a f u n z i o n e d i proteggere da stati affettivi dolorosi provocati da situazioni spiacevoli o da conflitti con l’ambiente o con se stessi, tali meccanismi sono numerosi e non sempre separabili l’uno dall’altro ma in ogni caso descrivono caratteristiche diverse dalla modalità di autodifesa della psiche u m a n a ; p r e s e n t o q u i brevemente i più importanti (Gabbard G.O., Introduzione a l l a p s i c o t e r a p i a psicodinamica. C o r t i n a Editore, Milano, 2005). Vediamo alcuni dei principali meccanismi di autodifesa della mente. L ‘ i n t r o i e z i o n e e l’identificazione: Una prima modalità difensiva della mente quella che tende a c a m b i a r e i l r a p p o r t o dell’individuo con il mondo esterno, invitando da portare all’interno di se, in forma di immagini mentali o di simboli alcune parti della realtà. Questo è quanto avviene nei confronti delle persone, delle quali si avverte la necessità di introiettare atteggiamenti valori schemi e modalità cognitivo-comportamentali; in altri termini possiamo parlare d i u n p r o c e s s o d i i d e n t i fi c a z i o n e . Questo meccanismo di difesa si presenta assai presto, sin d a l l ‘ i n f a n z i a c o n identificazione primaria del neonato nei confronti della madre, che rappresenta il prototipo delle successive forme di tale meccanismo nella vita adulta. Esso e’ dunque r i levante per la formazione delle competenze sociali, cioè che la capacità di vivere positivamente d i interazione con g l i a l t r i i n d i v i d u i . I l s u o v a l o r e difensivo sta nel permettere la risoluzione di conflitti e paure nei confronti di persone influenti. L’individuo si confronta loro tipo di vita e mostra un comportamento simile a quello della persona presa a modello e questo c o n s e n t e l ‘ a d a t t ame n t o sociale e l’evitamento della punizione; inoltre lo porta a percepirsi come ’’l’altro’’. Annulla i l pericolo della sanzione stessa in quanto chi applica questo meccanismo di difesa diventa parte dello s t e s s o a g g r e s s o r e . L’incorporazione degli aspetti positivi degli altri che vengono considerati come propri, c o r r i s p o n d e a u n soddisfacimento fantastico, ma denota p o t e n z i a l i t à di fens i ve, per esempio, quando l’introduzione avviene verso aspettative magiche o di onnipotenza così, come accade nell’infanzia nei confronti dei genitori.Così l’individuo può sentirsi in una p o s i z i o n e d i c o s t a n t e sicurezza verso gli eventi più drammatici, ricorrendo alle stesse forme magiche tipiche d e l p e n s i e r o i n f a n t i l e (Imbasciati A., Fondamenti psicoanalitici della psicologia clinica. UTET Libreria). La proiezione: Questo fenomeno psichico, al contrario del precedente, fa a t t r i b u i r e a l c u n e d e l l e caratteristiche del soggetto a una o più persone estranee. Il suo aspetto difensivo consiste nell’evitare di prendere consapevolezza dei propri impulsi proibiti che altrimenti scatenerebbero l’ansia. In questo modo la persona evita di consultare in sé la presenza di caratteristiche odiose e inaccettabili, che consideriamo present i negl i al t r i , con conseguenze negative sui rapporti sociali. La fissazione: Un altro meccanismo che tende a mantenere l’equilibrio psicologico in situazioni conflittuali ansiogene e’ la fissazione, caratteristica di coloro che sono stati molto protetti e gratificati nel loro ambiente (per esempio i figli unici). Essa consiste in una interruzione parziale della maturazione per cui possono manifestarsi atteggiamenti e tipicamente infantili quali ad esempio l ‘ a g g r e s s i v i t à distruttiva (che si manifesta anche solo a livello mentale) e i sentimenti di desiderio di possesso accompagnati da profonde sensazioni di odio e r a n c o r e ( G a b b a r d G.O., Introduzione a l l a psicoterapia psicodinamica. Cortina Editore, Milano, 2005). La regressione: Frequentemente si trova associata alla precedente difesa la regressione, che riporta la personalità ha uno s t a d i o d i m a t u r a z i o n e precedente o comunque passata. Stato descritto dallo stesso Freud come frequente e normale simile a un esercito che avanzando sul campo

L’aumento delle richieste di consulenza psicologica durante la pandemia da COVID-19. Alcune considerazioni sul lavoro con i preadolescenti

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific Come è ben noto, durante l’ultimo anno nella popolazione è stato rilevato un importante aumento della sintomatologia ansioso-depressiva, anche in soggetti solitamente non a rischio. La paura del contagio, le restrizioni volte al c o n t e n i m e n t o d e l l ’ i n f e z i o n e , l’avvicendarsi di molteplici disposizioni governative ha portato la maggior parte delle persone a sviluppare quella che è stata definita “Pandemic Fatigue”, ovvero la stanchezza da pandemia (Murphy, 2020). Essa appare particolarmente complessa nei preadolescent i , fasci a d’et à generalmente caratterizzata da fisiologiche dinamiche conflittuali nel rapporto con i genitori e con il gruppo dei pari. I ragazzi fra gli 11 ed i 15 anni, infatti, già solitamente intenti a c o n f r o n t a r s i con l e complesse trasformazioni psicofisiche tipiche del loro momento evolutivo, stanno sviluppando sempre più di frequente comportamenti distruttivi o vissuti depressivi (Silva et al., 2020). I genitori, naturalmente preoccupati e confusi, chiedono di frequente di essere sostenuti nella gestione di tali dinamiche, angosciati dalla possibilità che insorgano comportamenti distruttivi se non, addirittura, psicopatologici (Canzi et al., 2021). “Dottoressa!” ricordo una madre “Come faccio a tenerlo in casa? Significherebbe lasciarlo davanti ai videogiochi tutto il giorno!” “È diventato aggressivo, risponde sempre male!” Oppure: “Sta sviluppando dei sintomi ansiosi, non dorme la notte!” Se la consulenza psicologica per questa fascia d’età è sempre difficile (poiché la tipica diffidenza del preadolescente è spesso di ostacolo all’innescarsi dell’alleanza terapeutica), in questo momento l’accesso al loro mondo interno si sta rivelando ancora più complessa (Rogora & Bizzarri, 2020). Il senso di frustrazione e di angoscia legato ai contenuti della pandemia, unito anche ad uno scoraggiamento nei confronti del mondo adulto che, tanto incerto nella gestione di un evento sanitario così complesso, sembra comportare anche un’importante difficoltà di affidarsi al dialogo con il mondo esterno (Amran, 2020; Musso & Casibba, 2020). “Ma io non ho niente da dirti!” dicono alcuni di loro “Io sto bene, è solo che mi scoccio di stare a casa. Che ci sto a fare? Tanto se me lo prendo, non muoio!” oppure “Proprio a me doveva capitare la madre ansiosa? Le mamme dei miei amici non hanno tutta questa paura!” ma anche “Ho paura per me e per la mia famiglia. La notte ho gli incubi!” La rigidità di tali pensieri, noto, sembra essere aggravata dal sentimento di solitudine che circonda le loro vite in questa f a s e . L’ i m p o s s i b i l i t à d i confrontarsi con gli altri, di vedere anche il malessere altrui, porta i preadolescenti, che sono ancora in fase di acquisizione di una visione prospettica della loro esperienza di vita, a maturare la convinzione di essere gli unici a patire il disagio dell’isolamento, sottovalutando la portata collettiva dell’emergenza da COVID-19. “Io non vedo i miei amici da un sacco di tempo!” “A me non piace la DAD!” Fabrizio De Andrè diceva che spesso “il dolore degli altri è dolore a metà” ed il nostro compito di clinici, credo, è sicuramente quello di comprendere e contenere le preoccupazioni dei nostri piccoli pazienti, ma anche di aiutarli ad acquisire una visione più completa della complessità della situazione pandemica. Ciò anche per anche per consentire loro di accedere ad una maggiore tollerabilità delle frustrazioni legate alle restrizioni sociali ed anche delle incertezze del mondo adulto riguardo i tempi del loro definitivo superamento. Bibliografia Amran MS. (2020). Psychosocial risk factors associated with mental health of adolescents amidst the COVID-19 pandemic outbreak. International Journal o f S o c i a l P s y c h i a t r y . D O I : 10.1177/0020764020971008 Canzi E., Ferrari L., Lopez G., Danioni F., et al. (2021). Essere genitori durante l’emergenza COVID-19: stress percepito e d i f fi c o l t à emo t i v e d e i fi g l i . Maltrattamento e abuso all’infanzia, 1:29-46, DOI:10.3280/MAL2021-001003 Murphy J. (2020). Pandemic Fatigue. Ir Med J, 113(6):90. Musso P. & Cassibba R. (2020). Adolescenti in tempo di Covid-19: dalla movida alla responsabilità, in “Psicologia c l i n i c a d e l l o s v i l u p p o , R i v i s t a quadr imest rale” 2:191-194, doi : 10.1449/97612 Rogora C. & Bizzarri V. (2020). “Non sarà più come prima”. Adolescenti e psicopatologia Alcune riflessioni durante la pandemia da Covid-19. Psicobiettivo 2 : 1 3 7 – 1 4 8 D O I : 1 0 . 3 2 8 0 / PSOB2020-002011 Silva CA, Queiroz LB, Fonseca C, Silva LE, Lourenço B & Marques H. (2020). Spotlight for healthy adolescents and adolescents with preexisting chronic d i s e a s e s d u r i n g t h e COVID- 1 9 pandemic. Clinics, 75 DOI: 10.6061/ clinics/2020/e1931

L’attaccamento della personalità borderline

Le caratteristiche del disturbo borderline I disturbi di personalità ed in particolare il disturbo borderline di personalità (DBP) si caratterizzano per pattern stabili di pensiero, di regolazione emotiva e degli impulsi e di funzionamento interpersonale, ambiti collegati all’attaccamento. Persone con DBP presentano un disturbo mentale complesso e grave che implica instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé. Inoltre disturbi della regolazione affettiva che si manifesta in affetti disforici intensi, spesso caratterizzati da tensione oppositiva, con rabbia e violenza reattiva emotiva ed anche cronici sentimenti di vuoto e di solitudine. I processi cognitivi sono spesso rappresentati da un pensiero dicotomico con immagini contrastanti di sé e degli altri. In molto casi, persiste una paranoia che fa vedere il mondo come pericoloso e cattivo e se stessi invece come vulnerabili e impotenti. Si associano molto frequentemente casi di abuso di sostanze legati alla mancanza di controllo e all’impulsività. Queste persone hanno grandi difficoltà a mantenere un solido rapporto interpersonale poiché è spesso caratterizzato da litigi e rotture ripetute e ricorso a strategie disadattive come risposte imprevedibili oppure emotivamente intense. Il fallimento emotivo di base implica un’incapacità ad affrontare la separatezza dalle proprie figure di accudimento (Modell). L’infanzia dei pazienti borderline, infatti, è gravemente disturbata dalle separazioni da figure genitoriali e da gravi esperienze traumatiche. Secondo Kernberg si verifica una mancata integrazione del concetto di sé e degli altri significativi, sostenuta dalla prevalenza di meccanismi di difesa primitivi incentrati sul meccanismo della scissione. Che attaccamento hanno le personalità borderline? Le personalità borderline hanno molto spesso attaccamenti irrisolti o preoccupati associati ad esperienze traumatiche irrisolte ed importanti riduzioni delle capacità riflessiva (Fonagy). La comprensione ridotta e distorta della propria mente e di quella degli altri potrebbe essere l’esito di esperienze negative traumatiche con le figure di attaccamento durante l’infanzia. Le figure di attaccamento non saranno state in grado di rispecchiare e rispondere al distress del bambino, manifestando un atteggiamento ostile ed impotente, comportamenti dissociati o disorganizzati, terrorizzati o terrorizzanti. Questi bambini sperimentano il loro distress come un segnale di pericolo per l’abbandono in quanto i loro genitori tendono a ritirarsi difronte all’ansia o alla rabbia e di conseguenza rispondono con una risposta dissociativa complementare (Liotti). Le esperienze soggettive del bambino non sono contenute ed organizzate e vengono incorporate nella struttura del Sé, cosi la rappresentazione degli altri assume una qualità non riflessiva, trascurante o abusiva. Questo può creare una disorganizzazione dell’attaccamento che favorisce reazioni negative ai traumi, alle separazioni e alle perdite. Quando un bambino sperimenta situazioni terrificanti e travolgenti si sente terribilmente impotente e perde la capacità di riflessione e di efficacia personale e le memorie traumatiche possono permanere come parte del Sé.  Si possono osservare reazioni automatiche che nascono dalla memoria del passato e dall’identificazione con la figura di attaccamento ostile. Il comportamento della figura abusante viene imitato perché non può essere compreso a causa del deficit della funzione riflessiva.

L’Assessment Terapeutico: perché è nuovo attrezzo nella cassetta del giovane psicologo

di Gaia Cassese Introduzione La cosa più bella che può accadere nella scelta di cominciare un nuovo corso di studio è imbattersi in una tecnica (o teoria) mai conosciuta prima e restarne totalmente rapiti. È ciò che mi è successo, in modo quasi casuale, con il metodo di Assessment Terapeutico, mentre cercavo di restare a galla tra le mille incertezze sulla valutazione psicodiagnostica ancora non sfruttata appieno in ambito clinico privato, contesto di mio principale interesse professionale. Lo studio del materiale per il mio lavoro di tesi di Master in Psicodiagnostica clinica e forense mi ha donato molteplici spunti di riflessione particolarmente ricchi, in quanto letti dal punto di vista di una giovane laureata che si approccia per le prime volte alle richieste del mondo del lavoro. In questa prospettiva, trovo che l’intervento breve proposto da Finn porti con sé, specialmente per noi giovani psicologi, moltissime potenzialità lavorative e professionali. Dalla valutazione tradizionale all’assessment collaborativo Il metodo di Finn si pone come diretto prosecutore, all’interno di un gran corpus di riflessioni, della necessità di superare la valutazione psicologica e la stessa medicina tradizionale. La valutazione psicologica standard, nonostante i consolidati tentativi di recupero di una consapevolezza della relazione somministratore-paziente, segue ancora, quantomeno nel sentire comune, il concetto di diagnosi come uno stato del paziente, fisso e immutabile (1). Questa concezione porta con sé delle difficoltà che si riversano non solo sul paziente, ma anche sul terapeuta. Possiamo facilmente immaginare l’angoscia insita al processo valutativo che si ripercuote sulle prestazioni e sulle aspettative del paziente nei confronti del percorso che sta andando ad affrontare (2). Mi vengono in mente degli episodi a cui ho assistito durante la mia attività di volontariato presso una comunità terapeutica per tossicodipendenti, dove alcuni utenti erano particolarmente riluttanti alla richiesta di una valutazione psicologica a causa di una storia familiare di patologia psichiatrica, e dal timore della prosecuzione di un potentissimo stigma già molto presente nella loro narrazione, nonché dal vissuto ambivalente di sollievo e timore nel dare un nome immutabile (o un’etichetta?) al loro disagio. Tuttavia, tale fantasma della valutazione pone diverse barriere anche per la stessa conduzione e definizione del piano terapeutico: non è raro incontrare psicologi riluttanti alla somministrazione dei test, intimoriti dall’essere percepiti dagli utenti come giudicanti, o nel timore di incasellare i propri pazienti in categorie diagnostiche, in un momento storico in cui domina il “politically correct” ed il relativismo. Un movimento in sintonia con il superamento della medicina tradizionale è anche quello che sposta il proprio focus di osservazione dalla necessità di scovare i problemi e i sintomi, a quella ispirata dalla “Psicologia Positiva” e dalle “terapie di terza ondata” di individuare e focalizzare le risorse degli utenti. L’assessment Terapeutico volge proprio in questa direzione, recuperando in toto il ruolo del contesto nel processo. La finalità dell’intervento, cioè, non è quella di definire una volta per tutte il disagio dell’individuo, quanto di conoscerne le caratteristiche, ovvero di individuare quando il paziente agisce in modo disorganizzato o non funzionale e quando, con quali fattori, agisce in modo più organizzato. Non intendiamo cioè chiuderci in una definizione di malattia che ci allontana dal paziente, quanto capire profondamente le sue emozioni, scorporare i suoi comportamenti e da quali desideri ed esigenze questi siano motivati, o si fanno portavoce. Capire i loro comportamenti e i loro desideri ci avvicina, ci permette in quanto psicologi di trovare le piccole parti di noi stessi presenti in quegli stessi desideri, in quegli aspetti e quegli agiti che ci portano a “metterci nei panni dei nostri pazienti”. In quest’ottica tutto ciò che accade nel processo di assessment assume un notevole significato: anche un test non valido ci offre informazioni, ad esempio, sui dilemmi legati al cambiamento, o sulle credenze di come gli altri potrebbero reagire agli sconvenienti risultati del test stesso. Un altro punto su cui vale la pena soffermarsi riguarda le diverse caratteristiche che assume, nei due modelli di valutazione, la relazione tra somministratore e paziente. Quella che caratterizza l’assessment tradizionale è basata su di un utente che subisce un esame testologico: consapevoli dell’influenza del professionista nella rilevazione dei dati, il tentativo è quello di minimizzare tale variabile interferente attraverso la costruzione di un ambiente che, pur mettendo a proprio agio il soggetto, si mantenga piuttosto neutrale e silenzioso. Nella testologia tradizionale, cioè, si dà troppa attenzione ai risultati e troppa poca a come questi siano emersi, nel e dal processo valutativo (Aschieri et. al, 2016). Nell’assessment collaborativo, invece, il ruolo del testista viene considerato fin dall’inizio come parte integrante del contesto: più che una variabile da controllare, questa consapevolezza viene utilizzata come una risorsa per poter creativamente “giocare” (3) con il paziente. Ne deriva certamente che anche la comunicazione, per l’intera durata degli incontri, farà riferimento alla presenza in prima persona dello psicologo, utilizzando continuamente un “messaggio-io”, ad esempio:< mi ha comunicato, voleva comunicarmi> piuttosto che < i risultati del test rivelano>. I professionisti che utilizzano il metodo di assessment terapeutico fondano l’intervento su un assunto di base fondamentale: i risultati assumono significato solo in quella determinata relazione terapeutica. È chiaro che questa differente concezione della relazione si riversa necessariamente sulle altre caratteristiche della valutazione. Ad esempio, mentre per l’approccio tradizionale la validità dei risultati dipenderà per lo più dalla capacità e bravura del testista nella somministrazione e lettura dei risultati, in quello collaborativo si predilige il vissuto del paziente: è quest’ultimo ad avere la chiave della sua verità, il testista non cercherà spiegazioni “reali” al di fuori di lui. È inevitabile un cambiamento anche nella comunicazione dei risultati, argomento oggi all’ordine del giorno per quanto riguarda la comunicazione della diagnosi in ambito sanitario (Ricci Bitti, Gremigni, 2016). A partire da questo recentissimo ambito che vede attivamente impegnati moltissimi psicologi ad offrire, nonostante le notevoli resistenze, specialmente in ambito dei servizi territoriali, il proprio contributo in ambiente sanitario, trovo molto interessante questo aspetto del modello. Nella comunicazione della diagnosi (o meglio dei risultati finali), cioè, si passa dalle “sessioni di feedback” della valutazione tradizionale, in

L’assessment Terapeutico o collaborativo: origini e struttura di una nuova tecnica

di Gaia Cassese Introduzione Nel mio breve percorso p o s t – universitario, mi sono imbattuta in pareri contrastati e sguardi diffidenti circa l’utilizzo dei test psicodiagnostici, che sono di gran lunga ancora appannaggio di Servizi Sanitari pubblici o dell’ambito giuridico e peritale. Ancora poco diffusi, specialmente in ambito clinico privato, l’opinione dei professionisti con cui mi sono interfacciata si divide. Da una parte emerge l’ammirazione per la “capacità” di poter ottenere diagnosi precise e immediate, prive di incertezze e dubbi in cui potrebbe incorrere l’occhio nudo dello psicologo, e la valutazione psicodiagnostica si pone in questo contesto come un facile tentativo di liberarsi dall’angoscia dell’ignoto, della complessità del paziente, che porta con sé, specialmente per i giovani psicologi, il fantasma di un mandato sociale detentore di verità immediata sull’altro. D’altro lato il ghigno di chi, vantando una maggiore esperienza, si propone come sostenitore di una diagnosi che, per esigenza d i comunicazione t r a professionisti, nonché di definire linee guida nella comprensione del disagio del paziente, chiude un mondo di possibili significati, guardando piuttosto alla somministrazione dei test come una valutazione violenta, un incasellamento ed una categorizzazione della realtà in poche etichette diagnostiche e comunicative. Dal mio punto di vista, uno schieramento di tal genere porta con sé una diversa problematica a monte: una ancora forte incertezza e mancanza di conoscenza circa l’obiettivo in contesto clinico, e specialmente in quello privato, d e l l ’ u t i l i z z o della testologia. In p a r t i c o l a r e , i n u n a d o m a n d a provocatoria, chiedo: ma i test psicodiagnostici servono davvero a formulare una diagnosi? Emerge, a questo punto, la necessità di partire dalle origini: ma cosa intendiamo per diagnosi? Diagnosi proviene dal greco dia (at t raverso) e gnosis (conoscenza), un’etimologia che richiama ad una conoscenza del paziente che va ben oltre l’esigenza di u n ’ e t i c h e t t a comunicativa e d i presentazione della sintomatologia dell’individuo. Tale concezione di diagnosi richiama la curiosità e l’interesse profondo che lo psicologo prima, e il terapeuta poi, possono mostrare nell’esplorazione di ciò che il paziente porta nella stanza e, quindi, nella e attraverso l a relazione terapeutica. Quindi diagnosi non come semplice ricerca del sintomo, quanto un “conoscere attraverso” la complessità dell’animo umano che necessariamente promuove un infinito mondo di significati verso non solo la conoscenza dei limiti, ma che si rivolge soprattutto alle risorse, al contesto, ai punti di forza ambientali e personali che saranno alleati di un percorso di conoscenza del sé ed evoluzione del paziente. Questa c o n c e z i o n e p e r d e l ’ i d e a d i incasellamento a favore di un recupero di quanto c’è di più profondo e nobile nella nostra professione, un concetto trasversale che accomuna tutti gli orientamenti psicoterapeutici: l’interesse per la relazione. È solo in seguito alla definizione di questa cornice teorica ed etimologica che l’utilizzo dei test, nella pratica clinica privata, si pone come un potente strumento alleato del processo terapeutico. Ed è abbracciando pienamente questo contesto che a partire dal 1980 Stephen E. Finn conia il termine di Assessment Terapeutico (S. E. Finn, 2007). L’ a s s e s sme n t Te r a p e u t i c o o collaborativo: le origini. L’assessment terapeutico è un approccio alla valutazione psicologica sviluppato da Stephen E. Finn in collaborazione con i colleghi (1), frutto di una riflessione attenta e continua sulla pratica e l’intervento con numerosi e differenti g r u p p i d i p a z i e n t i . N a t o i n contrapposizione a i l i m i t i della valutazione psicologica tradizionale, il metodo affonda le radici all’interno del modello intersoggettivo (2) sviluppato da Stolorow, Atwood e Brandcraft (1996), basato sulla psicologia fenomenologica e articolato nell’ambito dell’assessment da C. Fisher. Secondo la teoria dell’intersoggettività, il “sé” non può essere considerato come un insieme di caratteristiche stabili e ben distinte del soggetto, bensì vanno studiate e approfondite nella piena consapevolezza della loro dipendenza dal sistema interpersonale in cui sono osservate e “misurate”. Ne deriva chiaramente che l’obiettivo di ottenere misure oggettive di un tratto di personalità è limitato e pronto a d e l u d e r e l e a s p e t t a t i v e d e l somministratore. Questo succede in primo luogo perché, spiega Finn, i comportamenti del paziente avvengono sempre in un determinato contesto che rinvia specifici feedback; in secondo luogo il somministratore volgerà la propria attenzione verso alcune sfumature dei risultati testologici piuttosto che altre, influenzato da quello che è il proprio set di valori e la sua storia personale; infine, nessuno potrà mai conoscere appieno fino a che punto si estende la portata del proprio contributo al contesto interpersonale. Cosa possiamo quindi fare da giovani psicodiagnosti? Certamente essere aperti e curiosi a tali fattori e fenomeni nel contesto di assessment. Infatti, quello che ad un approccio valutativo tradizionale si presenta come un insormontabile ed inevitabile ostacolo da governare il più possibile, mediante la neutralizzazione dell’intervento del somministratore, diviene per lo psicologo esperto una consapevole opportunità per giocare nella relazione, e l’assessment si pone come un primo potentissimo strumento. Sebbene, infatti, l’autore presenti il proprio approccio in una serie di passaggi-guida molto pratici e precisi, l’assessment terapeutico è piuttosto da considerarsi come un modello di pensiero che richiede allo psicologo di movimentare le proprie risorse creative, intuitive e soprattutto empatiche nei confronti del paziente. I requisiti indispensabili sono: una profonda conoscenza e comprensione dei test, e la capacità di <<entrare nei panni dei nostri pazienti>> profondamente (Finn, 2007). Inoltre, S. Finn distingue un assessment terapeutico collaborativo da quello non collaborativo. Mentre quest’ultimo consta di una valutazione psicologica “sul” paziente, il primo, caratteristico del metodo in

L’Assessment Terapeutico o collaborativo come intervento psicologico breve

di Gaia Cassese Introduzione L’assessment terapeut ico nasce come modello di valutazione psicologica semi-strutturata, collaborativa e individualizzata ideata da S. Finn a partire dagli anni ’90 (Finn, 1996) e tutt’oggi in via di sviluppo. Fonda le radici sui principi della psicologia umanistica e dell’approccio f e n o m e n o l o g i c o c h e privilegiano, nella ricerca qualitativa, l’assunzione di un atteggiamento che va molto oltre il porsi dal punto di vista dell’altro; significa, piuttosto, l’adozione di un particolare metodo di riflessione sulla prospettiva che ci viene offerta d a i n o s t r i p a z i e n t i . L’assessment terapeut ico integra, inoltre, ulteriori t e c n i c h e p s i c o l o g i c h e evidence-based e di ormai c o n s o l i d a t a v a l i d i t à e conoscenza come: le tecniche di ascolto attivo (Barone et al., 2005; Othmer & Othmer, 2002), il rispecchiamento (C. Rogers, 1951), lo scaffolding (Vygotsky, 1934/1987), i l ci rcular quest ionning (1) (Tomm, 1988), tecniche di psicoeducazione e gestione delle emozioni (ad esempio storytelling e role playing), conoscenze provenienti dalla teoria dell’attaccamento per la costruzione di una relazione terapeutica “sicura” (Aschieri et al., 2016). I test vengono utilizzati come “lente di ingrandimento” dell’empatia, b a s e e s p e r i e n z i a l e fondamentale per promuovere un cambiamento positivo già a partire dagli incontri di valutazione (2). L’autore tende a considerar e i l propr i o metodo come un vero e proprio mind-set, un modello di pensiero, che si fonda su cinque valori fondamentali: collaborazione, rispetto, umiltà, compassione, apertura e curiosità (Finn, 2009). Finn ha ipotizzato sei fasi di i m p l e m e n t a z i o n e dell’intervento che possono essere però adattate al contesto e alle esigenze della relazione terapeutica (per approfondimento sulle fasi si r i m a n d a a l l ’ a r t i c o l o “L’assessment Terapeutico o collaborativo: origini e struttura di una nuova tecnica”), di durata variabile che verranno implementate in un periodo che va dai tre ai dieci incontri. Le caratteristiche dei setting a c u i s i r i v o l g e l’Assessment Terapeutico. Come già accennato in precedenza, l’assessment terapeutico nasce da una riflessione sull’esperienza di training per la valutazione psicodiagnostica, nel creativo tentativo di offrire un’efficace r i s p o s t a a i l i m i t i d e l l a tradizione e alle dirette r i c h i e s t e e d e s i g e n z e dell’utenza. Ben presto però Finn si accorge di tutti quei contesti in cui l’assessment collaborativo mostra una forte portata terapeutica. Al pari di una valutazione psicologica tradizionale, il metodo è stato p e n s a t o p e r e s s e r e naturalmente implementato all’inizio della richiesta di trattamento psicologico, con fi n a l i t à d i c o n o s c e n z a attraverso la relazione, di via d i a c c e s s o , a n z i d i esplorazione, agli schemi e al disagio del paziente. Durante l’implementazione ed i l d i ffondersi del metodo, tuttavia, Finn riceve diverse richieste di intervento da parte di colleghi che si trovano in una fase di impasse, dove si è lavorato su tutti i punti portati in terapia, ma si percepisce uno stallo della relazione terapeutica. In questi casi, l’intervento di assessment collaborativo ha mostrato una notevole efficacia: l’utilizzo dei test e dell’atteggiamento della persona del somministratore è servi ta da input per far emergere ulteriore materiale inconscio non affiorato prima in stanza di analisi. In entrambe le condizioni, l’intervento può essere svolto dalla figura del terapeuta, meglio ancora se ci si rivolge ad un professionista altro, esterno al processo instaurato fin ora. In questo caso però, il metodo di Finn prevede un lavoro di costante e profonda collaborazione e fiducia con il terapeuta inviante, rendendo noto anche al paziente, fin da s u b i t o , d e l l e c o n t i n u e comunicazioni avvenute e che a v v e r r a n n o c o n i l professionista. L’idea è proprio quella d i supportare l a relazione nel superamento della fase di stallo in cui si trova, favorendo l’emergere di nuovi focus e materiali su cui continuare a lavorare, e riaccendendo la curiosità del paz iente per le propr ie domande irrisolte e la fiducia nel lavoro terapeutico. Questo o b i e t t i v o d e v e e s s e r e concordato, riconosciuto e condiviso da tutti e tre i membri dell’intervento: i l prodotto finale sarà lo stilare una lettera che focalizza un nuovo contratto di lavoro terapeutico. Per quanto riguarda gli ambiti di implementazione, invece, l’assessment terapeutico nasce rivolgendosi ad un setting individuale adulto, per poi esplorare molteplici e d i v e r s e p o s s i b i l i t à . C o n g r u e n t e m e n t e all’esplorazione, in letteratura, dell’utilizzo della testologia in ambito di coppia o di gruppo, a n c h e i r i c e r c a t o r i del l ’European Cent re for Therapeut i c Assessment promuovo l’implementazione del metodo con coppie (Provenzi et al., 2017) e famiglie. In particolare, in famiglie con figli piccoli l’obiettivo del somministratore è quel lo di sostenere i l b a m b i n o , m e d

L’arte di sbagliare: gli adolescenti possono imparare a prendere decisioni consapevoli?

di Flavia La Gona L’adolescenza è una fase evolutiva della vita in cui emerge un forte desiderio di esplorazione, durante la quale gli individui sono chiamati a rispondere a svariati stimoli interni ed esterni. Tuttavia, gli adolescenti spesso si trovano ad affrontare la paura di sbagliare e la pressione di prendere le decisioni “perfette”. In quest’articolo, esploreremo quanto sia importante concedersi alcuni errori di percorso prima di imparare a prendere decisioni più consapevoli durante l’adolescenza.La paura di sbagliare è un sentimento comune tra gli adolescenti. Questa paura può derivare dalla pressione di conformarsi alle aspettative del mondo esterno tra cui, dei genitori, degli insegnanti o dei coetanei ovvero il gruppo dei pari, od ancora dalla paura di essere giudicati e criticati.La correlazione tra la ricerca del piacere e la possibilità di fare errori di percorso è molto stretta. Perché gli adolescenti tendono a fare errori?In primis per una mancanza di esperienza concreta sulle eventualità della vita e per una difficoltà a regolare le proprie emozioni ed in particolare l’impulsività.A livello neurologico vi è una riorganizzazione delle reti neurali che influenzano la regolazione emotiva che il comportamento in modo sistemico .Il desiderio di nuove emozioni ed esperienze è implicata nel cervello di un adolescente in quanto tramite alcuni studi si è constatato il ruolo di mediazione del neurotrasmettitore dopamina, che agisce sul sistema di ricompensa e gratificazione. Tale sostanza in questa fase di vita tende alla carenza all’interno del sistema dopaminergico in concomitanza allo sviluppo fisico e cognitivo ; questo meccanismo spiega come la ricerca di stimoli piacevoli ed immediati sia strettamente correlata con il sistema neuro-biologico.Sbagliare da la possibilità di allenare le proprie competenze che riguardano il pensiero critico e l’analisi dei rischi e dei benefici di una data situazione.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi a pensare in maniera originale ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.Ad esempio, la tecnica per prove ed errori aiuta a comprendere le proprie scelte tramite l’esperienza in quanto si impara a sviluppare nuove strategie dinamiche ed a tenere a mente le priorità dei propri bisogni.In tale direzione è utile sottolineare quanto sia fondamentale la spinta interna al cambiamento , quindi una motivazione intrinseca ed autentica .L’autore Maslow focalizza nella Teoria gerarchica dei bisogni la propedeuticità della motivazione che si sviluppa a partire dalle necessità primarie ai bisogni più elevati come quello di realizzazione .La teoria dell’autoefficacia di Bandura suggerisce che la percezione di sé come capace di gestire le sfide e di raggiungere gli obiettivi sia un fattore critico per lo sviluppo della motivazione e del comportamento.La sperimentazione dell’errore in questa fase evolutiva serve come “banco di prova” per saper scegliere i propri comportamenti in base alle situazioni più svariate, come per esempio, valutare le conseguenze di una condotta e ad utilizzare gli errori come frame di riferimento per produrre successive soluzioni creative.Gli errori possono fornire preziose informazioni ed aiutare i ragazzi a nutrire la fiducia in sé stessi e ad imparare dalle loro esperienze di vita. Inoltre, sbagliare può aiutare gli adolescenti a sviluppare la resilienza e la capacità di affrontare le sfide. I ragazzi che hanno una bassa auto-efficacia possono essere più propensi a sperimentare ansia e paura di sbagliare, limitando la loro capacità di prendere decisioni.Una tecnica conosciuta ed impiegata in psicologia per promuovere la formulazione di alternative e soluzioni innovative è il brainstorming. Le strategie psicologiche si basano sull’utilizzo del pensiero laterale che ha la finalità di migliorare ed organizzare in questo caso un processo mentale e la pianificazione degli obiettivi in concetti semplici tramite intuizioni, chiamati insight.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi ad adottare nuove strategie ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.

L’arte di Essere Fragili

Come accogliere le fragilità evitando che un etichettamento possa incidere negativamente sull’ autostima di un bambino. Spesso gli adulti assegnano scomode etichette, soprattutto ai minori, senza comprenderne le possibili ripercussioni. Bambini sensibili, bambini che non sanno urlare, bambini che implodono e tengono dentro diventano ragazzi che sentono più forte degli altri, che spesso vengono additati come più deboli. In realtà sottovalutiamo che ci vuole una grande forza nel tenere dentro, ad essere contenitore ci vuole forza. La fragilità aiuta a scoprire davvero chi siamo. Il fragile sono Io, certo, ma siamo anche Noi, e quindi se ci riconosciamo è più facile anche stare insieme. La fragilità andrebbe intesa piuttosto come virtù. Tutto è fragile, ma la nostra forza, come scriveva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson, «matura dalla debolezza». Dalla virtù, tutta da riscoprire, della fragilità. Chiarito che condividiamo tutti debolezze e paure e che dobbiamo avere più rispetto per le nostre e per le altrui debolezze, possiamo fare un passo avanti, quello decisivo, alla ricerca della fragilità. Già, visto che ne riconosciamo il valore, allora si tratta di non sprecarla e semmai di valorizzarla. Il primo passo è la rivalutazione dei nostri aspetti vulnerabili, senza più nasconderli a noi stessi o tentando goffamente di rimuoverli, ma semmai mostrandoli con calore e con empatia. Quella timidezza che diventa rossore, quello stare zitti per la preoccupazione di dire cose inopportune, possono fare spazio ad altro. Possono fornirci di un carattere, di una personalità. E la nostra fragilità, una volta mostrata con apertura verso gli altri, ci mostra più teneri, più spontanei e perfino più divertenti. Inoltre, in questo modo, riconoscendo prima a noi stessi e poi ai bambini il diritto di sbagliare, riusciremo a sottrarci al continuo giudizio degli altri, e anche al nostro auto-giudizio. Il secondo passo è verso l’esterno. Rivelare agli altri, a partire dalle persone che più amiamo, la nostre insicurezze, le nostre paure e le emozioni che legano in unico fascio di fragilità. Se trasferiamo queste informazioni ai bambini, potremmo coltivare la loro autostima ed aiutarli a divenire adulti autentici.

L’Arte della voce in psicoterapia: Il suono oltre la parola

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific Gli studi sulla voce, osservati da varie angolazioni e secondo molteplici punti di vista e dalle relative multiformi applicazioni, mostrano come voce, persona e ambiente siano legati attraverso una fitta trama di reciproche interconnessioni. Psicoterapia della Gestalt, Analisi Transazionale, Bionergetica, ma anche l’arte, espressa nelle forme del suono e del Teatro di ricerca, ci insegnano che, così come accade per la comunicazione attraverso il linguaggio non verbale, l’analisi delle incursioni sonore vocali consente di accedere a quella parte della realtà psichica della Persona che non riesce ad essere espressa tramite il linguaggio codificato. Se l’espressività del corpo comunica un pensiero che scavalca le difese del linguaggio, anche la voce definisce una modalità comunicativa che va al di là del valore semantico della parola. A questo proposito, numerosi autori hanno mostrato come, attraverso l’analisi dei timbri sonori e i cambiamenti vocali nel Qui ed Ora della terapia, sia possibile ampliare le risorse terapeutiche, sia di tipo diagnostico che relazionale. “…Non parlerei forse di linguaggio informale? Di valori cromatici e tattili, dei sapori e degli umori, della pelle e dei baci, dell’ombra e del profumo delle parole? Elencherei parole tonde e gialle, lunghe e calde, voluttuose e lisce, oppure parole polverose e bigie, sfilacciate e verdi, parole a pallini e salate, parole massicce, fredde, nerastre, indigeste, angosciose”. Fosco Maraini mostra come nell’evocazione e nel suono della parola vi sia un senso intimo e profondo del linguaggio. Tutto sommato, riflettendo sulla voce e la psicoterapia ci si accosta necessariamente agli aspetti metasemantici della comunicazione, espressi attraverso il corpo, il registro vocale e, in generale, nella comunicazione non verbale. Studi di diversa matrice hanno individuato nella voce una delle modalità più arcaiche di comunicazione madrefiglio, risalente addirittura alla condizione di vita intrauterina. Il primo gesto del venire al Mondo è suono: respiro e vocalità. La voce, intrinseca al respirare, è il nostro più immediato e necessario scambio con il mondo, al punto che ogni minaccia alla sua funzionalità produce angoscia di soffocamento. E il respiro, presupposto del nostro esistere, è la materia della voce, materia cui le corde vocali danno forma. Anemos è la parola greca che significa «soffio», «vento» e che derivandola dal latino traduciamo con “Anima”. La voce, in quanto soffio vitale primordiale, è in questo senso espressione profonda dell’Anima, incarnata nel corpo fisico. Queste particolarità della voce, fisiologiche prima ancora che psicologiche, la collegano così intimamente alla presenza della Persona che risvegliarne la voce evidentemente contribuisce a risvegliarne la presenza. Considerare adeguatamente gli aspetti legati alla voce nel contesto della terapia vuol dire, in primo luogo, porre attenzione alla voce del paziente. Maria Jutasi Coleman, Psicoterapeuta della Gestalt, mostra esaustivamente come poter adoperare l’analisi dello spettro vocale dei pazienti sia a scopo diagnostico che metodologico. La voce, che va nel mondo ed è sentita dagli altri, nel suo stesso prodursi è sentita anche da noi stessi per due vie: dall’interno del corpo, attraverso le trombe di Eustachio che collegano direttamente la faringe alla cassa timpanica; e dall’esterno, con un piccolo ma significativo ritardo, nel suo riflettersi sugli oggetti attorno a noi. Sempre sentiamo la nostra voce risuonare dentro e fuori di noi, nel momento stesso in cui la emettiamo . E il produrla è immediatamente controllato e modificato alla luce del sentirla. L’effetto della voce sugli altri è mediato e successivo. In questo processo, intervengono canali emotivi, sensoriali e cognitivi a flitrare il respiro e l’emissione vocale. In ‘arrendersi al corpo’, Alexander Lowen racconta l’esperienza della sua prima seduta di terapia con Reich: “Stavo su un lettino con indosso un paio di calzoncini corti, perché Reich potesse osservare il mio respiro. Lui era seduto davanti al lettino. Mi disse semplicemente di respirare, cosa che feci in modo normale, mentre lui studiava il mio corpo. Dopo circa dieci o quindici minuti, disse: ‘Lowen, non stai respirando’. Replicai che respiravo. ‘Ma’, disse lui, ‘il tuo torace non si muove’. Era vero. Mi chiese di mettere una mano sul suo torace per sentire il movimento. Sentii che il suo torace saliva e scendeva e decisi di muovere il mio torace ad ogni respiro. Lo feci per un certo tempo, respirando con la bocca e sentendomi molto rilassato. Reich allora mi chiese di spalancare gli occhi e, quando lo feci, emisi un sonoro e prolungato grido. Mi sentivo gridare, ma non c’era nessuna sensazione collegata. Proveniva da me, ma io non avevo nessun collegamento con quel suono. Reich mi chiese di smettere di gridare perché le finestre della stanza erano aperte sulla strada. Ripresi a respirare come prima, come se non fosse accaduto nulla. Ero sorpreso del grido, ma non ne ero toccato emotivamente. Allora Reich mi chiese di ripetere l’azione di spalancare gli occhi, e ancora una volta g r i d a i senza nessun collegamento emotivo con il fatto. […] Poco tempo dopo, la terapia venne interrotta per le vacanze estive di Reich. Quando riprendemmo in autunno, tornammo alla respirazione spontanea. Nel corso di questo nuovo anno di terapia, ebbero luogo diversi eventi importanti. In uno di questi rivissi un’esperienza infantile che spiegò le grida della mia prima seduta. Mentre stavo sul lettino a respirare, ebbi l ’impressione che avrei visto un’immagine sul soffitto. Nel corso di alcune sedute l’impressione divenne più forte. Poi l’immagine apparve. Vidi il volto di mia madre. Mi guardava con occhi molto arrabbiati. Sentii che ero un bambino di circa nove mesi, stavo nella carrozzina fuori della porta di casa e gridavo per chiamare la mamma. Lei doveva essere impegnata in qualche attività importante, perché quando uscì mi guardò con tanta rabbia da paralizzarmi di terrore. Le grida che allora non ero riuscito ad emettere dovevano esplodere nella mia prima seduta terapeutica, trentadue anni dopo”. La voce comunica le modalità della presenza, in un certo senso, allora, la voce dichiara la Persona al mondo. Quindi, nella voce del terapeuta deve risuonare una presenza che promuove la presenza del paziente, che soprattutto la legittima, che la riconosce come centro di valore