Orbiting in Amore

Il termine orbiting deriva dall’inglese to orbit, che significa orbitare attorno a qualcosa. Si tratta di una pseudo tattica amorosa fondata sull’ambiguità e sulla totale assenza di comunicazione nella coppia o in quello che un tempo era una coppia. Un partner rimane attonito e l’altro orbita senza parlare. Una persona si crede partner di un’altra, ma l’altra orbita e non si fa mai avanti, mente, dissemina confusione e ambivalenza del fare e del sentire. La persona che fa orbiting ignora del tutto la richiesta di un chiarimento verbale da parte dell’altro partner: si nega, si sottrae al confronto per non perdersi, nel frattempo, non gli sfugge nemmeno una storia di Instagram o un post, infatti le visualizza per primo. Chi subisce l’orbiting, infatti, rimane in uno stato di sospensione dalla realtà, in una dimensione irreale e surreale. Nonostante faccia un esercizio di pazienza e alleni anche la speranza, il partner orbitante non diventa quasi mai risolto e nemmeno reale. L’orbiting è esattamente questo: una persona che dice di volersi allontanare da te, ma che continua a far sentire la sua presenza attraverso reazioni e commenti sui social, controllando la chat di Whatsapp, visualizzando le stories su Instagram, palesandosi digitalmente ma non nella vita reale. Lo scopo di chi fa orbiting è solo uno: manipolare. L’orbitante utilizza una sorta di messaggio-non messaggio senza contenuto alcuno tramite il quale fa credere interesse, nel tentativo di creare un legame che in realtà non vuole. Chi ha bisogno di controllare non sa amare. II controllo mistificato per amore contiene in sé il seme della manipolazione, dello stalking, della violenza psicologica e fisica. È l’inizio di una relazione al veleno, di quelle che ammalano e prosciugano energie psichiche. Bisognerebbe avere gli strumenti per decodificarla e smascherarla il prima possibile per scappare a gambe levate. Non si tratta di amori che regalano mistero e scintillio, sorprese ed emozioni, ma di non amori che manipolano e che regalano esclusivamente traumi e disagi. Alcune persone fanno orbiting perché amano il controllo e non possono farne a meno, questa è l’unica, triste verità. La vittima dell’orbiting, in una prima fase, si illude di poter iniziare una relazione e inizia a fantasticare a investire tra attese, cuori e like. In una seconda fase che non ritarda a manifestarsi, la vittima comprende che le belle parole e gli infiniti like non si trasformano in un incontro, in un appuntamento, in un bacio.
I vantaggi della pragmatica comunicativa

I vantaggi della pragmatica nei contesti educativi
Guerre stellari? Insegniamo la pace

Il nome di George Lucas è, nel nostro immaginario, un velocissimo veicolo a bordo del quale passiamo da Guerre Stellari alla saga di Indiana Jones, tra galassie e mondi, spazio e giungle, navicelle e sabbie mobili, insieme a mille altre sequenze iconiche di film del regista e produttore. Non molti sanno che George Lucas ha fondato, nel 1991, Edutopia e Lucas Education Research, con l’intento di contribuire a trasformare l’istruzione primaria e secondaria. Scopo della Fondazione è puntare i riflettori su cosa funziona nell’istruzione, per far sì che tutti gli studenti possano acquisire le conoscenze e le competenze utili per prosperare negli studi e per dare fondamenta solide e fertili per la realizzazione di ognuno nella vita adulta. La Fondazione raccoglie, verifica e racconta storie di innovazione e apprendimento continuo nel mondo reale, collabora con società di ricerca e università prestigiose per identificare e valutare le pratiche di insegnamento che hanno un impatto positivo profondamente incisivo sul corso dell’apprendimento e sul rendimento degli studenti e delle loro future realizzazioni nella vita. Siamo in tempo di guerra e sono convinta che dovremmo fermarci a pensare al perché, a fronte di un’evoluzione costante di tecnologia e competenze, gli esseri umani sono solo pochi passi più in là della clava, dal punto di vista emotivo. Ovvie le ragioni di potere, economiche, di disponibilità delle risorse: ma c’è qualcosa di più. C’è ancora poco investimento sull’educazione emotiva nelle scuole, ad ogni latitudine e in contesti radicalmente diversi, anche tra i sistemi più evoluti per opportunità socio-economiche e culturali. L’istruzione, i primi anni di vita, i contesti emotivi in cui si cresce sono materia degli psicologi e di chiunque creda che ci sia ancora molto da esplorare ed applicare in questo campo, con l’intento di dare migliori possibilità alle giovani generazioni e a quelle future, anche in tema di pace e gestione della rabbia, un sentimento utile quando esercitato in modo funzionale, come strumento. e non come emozione che offusca i processi alti. Ho recentemente letto i contributi di un’insegnante della Lafayette Elementary School di Washington, Ryden, che scrive per EdSurge. Questa brillante educatrice ha sperimentato, con i suoi piccoli allievi, l’utilizzo di due strategie per comprendere e governare la rabbia: la neuroscienza della rabbia e il potere di autoregolamentazione della consapevolezza. In pratica, ha spiegato ai bambini come funziona la rabbia, il coinvolgimento dell’amigdala e alcune tecniche di regolamentazione che potevano mettere in atto nel preciso momento in cui accadeva il fatto scatenante ed erano sopraffatti dalla potenza del sentimento. Per farlo, Ryden ha utilizzato un burattino da lei costruito, per poter mostrare ai suoi studenti cosa succede quando si arrabbiano: la parte del cervello responsabile del pensiero e delle funzioni esecutive, la corteccia prefrontale, va per così dire “offline”. È in quel momento che l’amigdala, responsabile della risposta alle minacce e al pericolo, prende il sopravvento e inizia a prendere decisioni. Ryden ha capito che far visualizzare ai bambini materialmente, con un metodo semplice, l’insorgere della rabbia poteva essere una parte importante della sua pratica di insegnante. L’ispirazione, racconta Ryden, le è venuta quando ha assistito a una conferenza di Daniel J. Siegel, professore clinico di psichiatria presso la Scuola di Medicina dell’UCLA, che usava la sua mano per descrivere cosa succede nel nostro cervello quando ci arrabbiamo. Quando i suoi studenti, a partire dalla prima elementare e fino alla quinta elementare, acquisiscono questa comprensione di base di ciò che sta accadendo nei loro cervelli, Ryden inizia a insegnare loro come utilizzare alcuni strumenti per “calmare” il loro cervello. Come sappiamo, possiamo inviare messaggi corporei al cervello, che li interpreterà come segnali di “situazione rientrata”, attraverso la nostra modalità di respiro. Respirare profondamente e lentamente è un modo per dire al nostro centro di controllo che va tutto bene e che l’amigdala può rientrare dalla condizione di allarme. Insegnare ai bambini a fare cinque respiri, a tendere i muscoli durante l’inspirazione e a rilasciarli durante l’espirazione e praticare altre tecniche di respirazione, integrando questo insegnamento semplice in modo regolare e quotidiano nella giornata scolastica, permette ai bambini di sviluppare la competenza per affrontare il problema che li ha fatti arrabbiare con maggiore consapevolezza e minore stress. La frequenza e ripetizione della pratica è fondamentale: apprendere e praticare la consapevolezza non è certo un’acquisizione rapida. Ma imparare a farlo da piccoli, come si impara la matematica o la geografia o l’educazione fisica, cambia completamente il paesaggio mentale dei bambini. Non è solo un modo per controllare la rabbia, ma un ottimo modo per focalizzare, abbassare lo stress, migliorare le competenze sociali, utilizzare l’autoregolazione in modo utile e rendere più semplici, partecipati e apprezzati molti processi mentali, riducendo anche l’ansia e i sentimenti depressivi. Il mondo può cambiare solo se ci si esercita a praticare interazioni pacifiche, rispettose, consapevoli, inclusive. Un tale insegnamento dovrebbe avere dignità e spazio nella progettazione del curriculum scolastico. E si può realizzare in modi avventurosi e divertenti: non serve essere Luke Skywalker per diventare un valoroso cavaliere Jedi al servizio del nostro benessere mentale. Basta iniziare da piccoli.
Paura del fallimento e ansia da prestazione nella società della perfezione

Fragili, scossi e con scarsa speranza verso il futuro. Questo è l’identikit dei giovani di oggi, definiti la generazione post Covid. Una generazione che vive un disagio psicologico importante, frutto di traumi ripetuti.Vivono la paura degli scenari apocalittici del nostro tempo e sperimentano l’ansia da prestazione di una società che mira alla perfezione. Molti cercano, con significative ripercussioni sul benessere psicologico, di concorrere al modello dell’eccellenza. Oppure cercano una via di fuga, reale o simbolica, dalla vita. Il recente suicidio della studentessa dello IULM, una giovane di soli diciannove anni, è l’ultimo triste caso di un allarme straziante. Una tragedia che punta i riflettori su un disagio profondo che possiamo più ignorare. Perché abbiamo così tanta paura di fallire? Il fallimento è qualcosa di naturale, che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Perché allora ci fa tanta paura? Nella società iper competitiva in cui viviamo la sconfitta è percepita come inaccettabile. Anche i social networks, con il loro ideale di perfezione, contribuiscono ad incrementare inquietudine e ansia da prestazione.In alcuni casi questa pressione può sfociare in una vera e propria condizione di sofferenza psicologica. Come affrontare il fallimento? La chiave è concedersi la possibilità di sbagliare. L’errore è un’occasione di crescita e resilienza. Lavorare sulla propria autostima e amor proprio è una condizione imprescindibile per imparare dal fallimento.Altrettanto importante è sviluppare delle strategie di coping che permettano di gestire una situazione fallimentare in modo sano, sereno e utile. Riconoscere di aver commesso degli errori è il primo passo per sviluppare un atteggiamento proattivo e resiliente e migliorare il proprio senso di autocontrollo e autoefficacia.
Diventar vecchi: differenze tra uomini e donne

Diventar vecchi diventa così parte integrante di un percorso continuo di adattamento. L’invecchiamento è inteso come processo biologico e psicologico, in cui il decadimento delle funzioni cognitive e motorie portano con sè rallentamenti su più fronti. Per l’uomo i primi veri segni di invecchiamento psicologico cominciano con il pensionamento. In una società come la nostra, all’uomo, identificato come soggetto produttivo, col pensionamento gli si toglie il suo elemento valorizzante, relegandolo così ai margini della società. Tale emarginazione non è quasi mai ben accetta e comporta così l’inizio di disturbi psicologici di vario tipo. Per la donna, già con l’arrivo della menopausa si cominciano a vedere netti segni di invecchiamento psicologico, ovviamente riferibili alla personalità del soggetto.La donna, quindi, non essendo più fertile, avverte di aver esaurito un proprio ruolo fondamentale e comincia a sentirsi inutile come essere umano e soprattutto come moglie. Spesso ne consegue una diminuzione, e a volte la totale scomparsa, del desiderio e quindi una diminuzione dei rapporti sessuali e affettivi. In questo modo si può manifestare una conflittualità con il marito, che vorrebbe invece continuare a vivere come prima il suo momento sessuale con la moglie. I matrimoni durante questo periodo, negli ultimi tempi falliscono con maggiore frequenza. Se a questo aggiungiamo un ambiente familiare noioso, oltretutto senza figli da accudire, allora capiamo perché ci sono molte separazioni proprio dopo l’arrivo della menopausa. Addirittura dopo decenni di vita in comune trascorsi apparentemente senza grosse crisi. Comunque, la donna che non ha un lavoro proprio, che non ha un’autonomia economica e sociale, che non ha particolari gratificazioni al di fuori dell’ambiente casalingo, più facilmente soffre. Di conseguenza, invecchia rapidamente dal punto di vista psicologico dopo l’arrivo della menopausa. Si decide quindi che diventar vecchi insieme non è più romantico. Al contrario costituisce l’elemento disturbante e depressivo, in cui uno non vuole più occuparsi dell’altro, incentrando la relazione sull’egocentrismo. Questo atteggiamento psicologico può aumentare i possibili disturbi fisici e soprattutto psicologici (depressione, ansia) conseguenti alla modificazione ormonale tipica dell’età della menopausa.
Minfullness per ‘pulire la mente’: abbandonare i pensieri automatici e fluire nel presente

Nella pratica psicoterapica le tecniche di respirazione e rilassamento mediate dalle tradizioni orientali offrono uno spunto di lavoro sui processi interni. La parola ‘mindfulness’ significa essere pienamente presenti e consapevoli di ciò che sta succedendo in un preciso momento. Questo concetto affonda le sue radici nelle tradizioni buddiste, il termine inglese deriva dalla parola ‘sati’ che nella lingua Pali significa ‘ consapevolezza o attenzione presente e attiva’ Quindi la mindfulness consiste nel prestare attenzione al momento presente fluendo momento per momento con quello che accade senza giudicarlo. Ci sono due cose importanti che accadono quindi: la prima è quella di disinserire ‘ pilota automatico dei pensieri’ attraverso l’attenzione costante e la seconda è quella che qualsiasi cosa accada in quel momento non venga valutata con un giudizio di valore. La nostra mente se lasciata a se stessa non si ferma mai e vaga tra pensieri, cose da fare, sensazioni fisiche, ricordi, in modo del tutto inconsapevole al soggetto. Così che potremmo non avere la consapevolezza che ci attardiamo in pensieri negativi magari per la maggior parte del tempo durante una giornata. Studi scientifici dimostrano l’interdipendenza tra salute fisica e benessere mentale. La minfullness offre una possibilità di aumentare tale benessere ed è un prezioso strumento nei disturbi mentali nei quali le persone sono con i pensieri o nel passato o nel futuro. Inoltre offre la possibilità di creare uno spazio mentale tra il pensiero e l’azione in quelle situazioni in cui c’è un’impulsività elevata o iperattività. La pratica può essere applicata anche ai bambini aumentando la creatività e la concentrazione. I benefici sono evidenti a chi segue una pratica quotidiana o anche a chi la utilizza sporadicamente.
IL CARNEVALE E IL SUO SIGNIFICATO PSICOLOGICO

Tra pochi giorni è Carnevale, una ricorrenza annuale che coinvolge tutti, dai più grandi ai più piccoli. In questo articolo scopriremo il significato psicologico e simbolico dietro questa festività. Per comprendere meglio i fattori psicologici che entrano in gioco è utile ripercorrere le sue origini. Il primo Carnevale si fa risalire al 3000 a.C. in Babilonia, dove servi e signori erano soliti scambiarsi i ruoli. Anche nell’antica Grecia e nell’antica Roma si organizzavano dei giorni di festeggiamento in cui le gerarchie venivano momentaneamente sospese. Inoltre, in tutti questi periodi era previsto indossare delle maschere. Proseguendo, nel Medioevo il Carnevale era conosciuto come “festa dei pazzi”. Erano giorni in cui le persone potevano permettersi di staccare la spina dalla loro quotidianità e dai loro doveri. Al giorno d’oggi, invece, la componente “liberatoria” viene un po’ meno in quanto la nostra società non è così rigida dal punto di vista gerarchico, ma rimane l’elemento della maschera e del travestimento. La maschera può essere considerata non solo come un’evasione dalla routine quotidiana, ma anche come una proiezione di aspirazioni e sentimenti nascosti. Secondo Jung, ognuno di noi nasconde delle parti di sé che tende a rifiutare o che non sono socialmente ammissibili. Esse vengono chiamate parti ombra. Il Carnevale, dunque, rappresenterebbe un modo condiviso, socialmente accettato e controllato per dar voce alle proprie parti nascoste attraverso l’uso di maschere e di travestimenti. Attraverso una maschera di Carnevale ognuno può impersonificare i propri ideali ed esternare le proprie passioni. Le maschere possono anche svolgere un ruolo catartico importante. Ad esempio, le persone più timide possono sentirsi più sicure travestite da un personaggio che amano per poi traslare questo stato di benessere anche al di fuori di questa festività. Da un punto di vista psicologico, la maschera rappresenta un filtro che l’uomo mette tra se stesso e gli altri. Essa gli permette di scegliere quali lati della propria personalità mostrare in base ai diversi contesti in cui si trova. In questo modo, la persona appare adatta alle differenti situazioni nella quali si trova inserito. Il problema insorge nel momento in cui le persone non sono più in grado di separarsi dalla propria maschera e confondono il proprio sé con ciò che mostrano all’esterno. Può capitare, infatti, che l’individuo costruisca una maschera del proprio sé ideale, identificandosi con ciò che vorrebbe essere e non più con ciò che è realmente. In conclusione, si può dire che il Carnevale e i suoi travestimenti sono uno spazio dedicato all’espressività, alla creatività e alla fantasia, che includono al suo interno numerosi significati psicologici. BIBLIOGRAFIA Jung, C. G., Trevi, M., & Vita, A. (1967). L’Io e l’inconscio. Boringhieri
Gender Bender

il Gender Bender è una forma di attivismo sociale per rispondere alle generalizzazioni sul genere. Una forma di protesta per reagire all’omofobia, alla misoginia e alla transfobia Sfidare gli stereotipi di genere e superare la visione rigida uomo-donna: gender bender è una persona che non segue le prescrizioni della società legate al suo ruolo di genere. Il Gender Bender punta a distruggere costruzioni sociali e imposizioni che sono ormai ampiamente superate. Per tantissimo tempo ci hanno insegnato che esistono solo due tipologie di generi – maschio o femmina – e che ognuno di noi deve accettare di incarnare un ruolo aderente al sesso con cui è nato. Chi si definisce “gender bender”, a prescindere da quale sia la sua identità di genere, sceglie di sottrarsi ai comportamenti previsti per il sesso con cui è nato. Anche se ad oggi tutti gli stereotipi sugli uomini e sulle donne possono sembrare antichi e superati, ad un’analisi più approfondita ci stupiremmo di quanto siano ancora invece radicati dentro di noi. E sono proprio i ruoli di genere che il bender gender intende criticare e mettere in difficoltà, andandone a debilitare le fondamenta su cui si erigono. Chi decide di definire se stesso gender bender, infatti, si sottrae alla sequela di comportamenti e ruoli attesi e previsti per il sesso assegnatogli alla nascita, a prescindere da quella che, effettivamente, è la sua identità di genere. Per esempio: ci si aspetta che un uomo assuma atteggiamenti decisionali, assertivi, competitivi, aggressivi e dominanti, che non si lasci scalfire dalle emozioni e dalle proprie vulnerabilità e che sia, di conseguenza, sempre “forte”, deciso e pronto ad affrontare qualsiasi sfida, agendo in modo autonomo e privo di dubbi. Al contrario, la donnaè percepita come estremamente affabile, timida, compassionevole, fragile, talvolta ingenua e avulsa dalla realtà, perché maggiormente “sensibile” rispetto agli altri e, in generale, più remissiva e scevra di una vera e propria autodeterminazione e forza decisionale. Chi sceglie di eludere queste “inclinazioni” e di rompere gli stereotipi di genere correlati ai “ruoli” è, perciò, visto come riottoso e lontano dalle regole, “diverso” dalla maggioranza ma, proprio per questo, deciso a protestare contro una società che non gli appartiene, facendo del gender bender una rigorosa forma di attivismo sociale.
Perchè le bambine amano le Bratz dolls?

Perchè le bambine amano le Bratz dolls?
Biblioterapia: il potere terapeutico della lettura

La lettura di libri e di poesie può avere un forte impatto sul lettore, toccando tasti che non sempre è facile esprimere o condividere. La lettura può innescare un processo di riflessione e cambiamento, attraverso l’immedesimazione nella storia narrata e la capacità di sviluppare empatia nei confronti dei personaggi. Proprio per tale capacità trasformativa, la lettura di libri e poesie può essere utilizzata come uno strumenti in terapia. La biblioterapia può essere definita come una “terapia attraverso la lettura”, ovvero un metodo di terapia che utilizza la lettura di specifici libri. Il libro viene scelto tenendo conto della storia individuale del soggetto. Attraverso la lettura di qualcosa che risuona con la storia dell’individuo, la persona riesce ad attuare un processo introspettivo e riflessivo che gli permetterà di portare lo sguardo sul sé, sulle proprie emozioni e pensieri. Attraverso la biblioterapia la persona dovrebbe essere in grado di attuare un processo di crescita personale. I suoi obiettivi sono molteplici, dallo sviluppo della consapevolezza del sé, all’aumento di autostima e autoefficacia, al potenziamento delle proprie capacità (sia personali che sociali). La lettura può quindi generare un processo di cambiamento, che trae dalle proprie emozioni e dalla propria sofferenza gli stimoli al superamento degli ostacoli. Green (2022), nel suo articolo, ha cercato di esplorare l’impatto che i testi letterari, in particolare la poesia, possono avere sulla vita reale delle persone, con l’obiettivo di comprendere come la lettura possa “creare uno spazio in cui i lettori possono aprirsi alla possibilità di essere “segnati” o “colpiti” da un testo”, e come questi possano essere studiati obiettivamente. Per fare ciò, Green (2022) ha utilizzato una poesia di Wordsworth intitolata “The Ruined Cottage”, nella quale il poeta offre un linguaggio alternativo per pensare ai problemi ed esistere nel nostro dolore: non tentare di negare o alleviare la sua difficoltà, ma guidandoci in qualche modo a mettere a frutto quel trauma. All’interno dell’articolo “Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading” (2022) vengono presentati tre casi, basati su diari di lettura tenuti per un periodo di 2 settimane e successive interviste semi-strutturate. Green, infatti, aveva dato ai partecipanti allo studio il compito di leggere per più giorni specifici versi della poesia e scrivere le proprie riflessioni, evidenziando le esperienze reali dei lettori mentre incontrano e interagiscono con un testo letterario sconosciuto. I casi analizzati offrono uno sguardo sugli schemi di pensiero che la lettura può offrire e sui momenti di empatia e riflessione che suscitano, tra persone e tra versioni passate e presenti della stessa persona. In particolar modo, i casi riportati all’interno dell’articolo riguardano esperienze di lutto, perdita e dolore, questo a dimostrazione del potenziale valore trasformativo dei testi letterari nell’aiutare le persone a riflettere sulla loro esperienza di dolore. Attraverso le ripetute letture della poesia di Wordsworth, i partecipanti sono stati in grado di “dire l’indicibile”: la poesia è stata in grado di guidare il lettore in aree di grande profondità emotiva e fornire un linguaggio per pensare, che ha aiutato a far emergere pensieri precedentemente non formati o inespressi. Inoltre, la poesia ha condotto il lettore nel trauma, nel bel mezzo della sua vita emotiva e ha trasformato ciò di cui normalmente sarebbe stato difficile se non impossibile parlare, in qualcosa di dicibile, quasi inevitabile. I partecipanti lettori sono stati in grado di esplorare la loro vita, entrando rapidamente nelle aree di pensiero inconsce o inaspettate. La poesia, a tale scopo, è sembrata una guida, che ha permesso loro di essere ritrasportati nel loro passato emotivo, ma con nuove risorse e capacità per comprenderlo e affrontarlo. In questo modo, è stato possibile accedere a traumi non elaborati e sviluppare una comprensione precedentemente non realizzata delle loro esperienze passate, riconfigurando il dolore, attraverso il sentire e il vivere ciò che veniva narrato nella poesia. In definitiva, sono stati in grado di ottenere una sorta di svolta terapeutica. “È forse in materia di dolore che le nostre modalità predefinite di pensare ed elaborare il mondo si dimostrano più inadeguate. Il dolore richiede di più dal linguaggio, anche se non solo in termini di articolazione o persino di vocabolario, richiede una sintassi più sfumata che possa accogliere l’inarticolatezza e il silenzio al suo interno.” Bibliografia Green K (2022) Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading. Front. Psychol. 13:1037072. doi: 10.3389/fpsyg.2022.1037072