Il ruolo della fede in psicoterapia

Il ruolo della fede nella psicoterapia <<Laddove non arriva il pensiero, ci vuole fiducia>> Enne, nel mezzo di una seduta, mi racconta di aver visionato un video la sera prima, che mostra l’immagine del conflitto israelo-palestinese. <<Un uomo, tra le macerie, con il figlio morto tra le braccia, con una serenità in volto dice “è il volere di Allah”>>. <<E come è stato per lei?>> <<Angosciante, ma liberatorio. Un qualcosa di pacifico>> Cominciamo così a parlare della fede. Ad Enne, italiano di origini palestinesi, in questo periodo storico di fede ne è rimasta poca. Partiamo da un contesto preciso, quello religioso, per poi spogliarlo di un significato spirituale. In letteratura ci sono molte evidenze circa il ruolo che la fede riveste nel fronteggiamento delle cure oncologiche terminali e non. Promuove una proattività nel paziente, con una maggiore aderenza alle cure, una generale risposta positiva dell’organismo, in una rete di fattori indiretti che aumentano la percezione di benessere dell’individuo. Io che non sono credente, mi ritrovo a pensare ad una delle mie prime sedute di terapia personale. All’esposizione dei miei pensieri ruminativi di ricerca assoluta di certezza, il terapeuta mi risponde:<<laddove non arriva il pensiero, abbi fede>>. Ragioniamo un po’ su ciò che fede può significare per noi. Potrebbe aiutare a minimizzare la gravità di un errore. <<Ho fatto bene? È la scelta giusta?>>. Sono quesiti a cui non si può arrivare con assoluta certezza, in quanto fa parte di un’attività di previsione del futuro da parte della mente. Può cioè aiutare ad accettare il fallimento di un bisogno universale dell’uomo: il bisogno di certezza. La fede ci aiuta ad accettare con benevolenza l’incertezza, ingrediente fondamentale dell’emozione dell’ansia. Permette inoltre di accettazione del fallimento dei nostri scopi più profondi, che non è passività. È fiducia nella possibilità che nella vita ci siano altri scopi alternativi per noi più funzionali. Aiuta, infine, a fronteggiare il dolore dello scopo perduto. E per me che non sono credente, parlare di fede mi sorprende molto. Mi sembra irrazionale, abbandonica, un inno alla passività. Mi sono poi scoperta ad avere fede continuamente, nelle piccole cose. Ogni volta che non pensiamo al respiro, ad esempio. In tutte le azioni in cui non siamo consapevoli, e abbiamo fede che il nostro corpo si prenda cura di noi. Per tutte le volte che troviamo l’altro ad un incontro concordato, e ci sembra normale che possa essere lì ad aspettarci. Mi sono sorpresa a scoprire in quante cose ho fede continuamente senza darci peso, e di come questo mi permetta invece di portare attivamente avanti i miei obiettivi. Perché in fondo avere fede vuol dire accettare l’esistenza di ciò che è al di fuori del nostro controllo. Perché in fondo, dico ad Enne, avere fede è ciò che ci permette di star qui nell’incontro con la certezza che questo pavimento non crollerà.
Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore. All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere. Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo. Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.
Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.
Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili. Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.
Il Rientro a Scuola: Un Viaggio Psicologico tra Ansie e Opportunità

Il rientro a scuola rappresenta un momento cruciale nel ciclo di vita di bambini, adolescenti e genitori. Ogni settembre, milioni di studenti tornano tra i banchi, affrontando una miscela di emozioni che spaziano dall’entusiasmo all’ansia. Come psicologo, è fondamentale comprendere i vari aspetti psicologici di questo periodo per supportare al meglio studenti e famiglie. La Psicologia del Rientro a Scuola 1. Ansia e Stress Il ritorno a scuola può scatenare ansia in molti studenti. Questo può essere dovuto a vari fattori, tra cui: Cambiamenti di routine: La transizione dall’estate alla scuola comporta un cambiamento radicale nella routine quotidiana, che può generare stress. Aspettative accademiche: La pressione di ottenere buoni voti e di soddisfare le aspettative degli insegnanti e dei genitori può essere opprimente. Relazioni sociali: La paura di non essere accettati dai compagni di classe o di affrontare situazioni di bullismo può aumentare l’ansia. 2. Opportunità di Crescita Nonostante le sfide, il rientro a scuola offre numerose opportunità di crescita personale e sviluppo: Sviluppo delle competenze sociali: La scuola è un ambiente privilegiato per sviluppare abilità sociali fondamentali, come la comunicazione e la cooperazione. Autonomia e responsabilità: Tornare a scuola incoraggia i ragazzi a diventare più autonomi e a prendersi responsabilità per il proprio apprendimento e comportamento. Stabilità e struttura: La routine scolastica fornisce una struttura stabile che può essere rassicurante e benefica per la salute mentale. Strategie per Gestire il Rientro a Scuola 1. Preparazione Graduale Prepararsi gradualmente al rientro può ridurre significativamente l’ansia. Ecco alcune strategie utili: Ripristinare la routine: Gradualmente tornare a orari di sonno e alimentazione regolari prima dell’inizio della scuola. Discussioni aperte: Parlare apertamente con i bambini delle loro paure e preoccupazioni, rassicurandoli e offrendo supporto. 2. Creare un Ambiente Positivo Sostenere e incoraggiare: Lodare gli sforzi dei bambini, piuttosto che concentrarsi solo sui risultati, aiuta a costruire autostima e resilienza. Coinvolgimento attivo: Partecipare attivamente alla vita scolastica del bambino, ad esempio attraverso riunioni con insegnanti o attività extracurriculari, può fornire un sostegno aggiuntivo. 3. Gestione dello Stress Tecniche di rilassamento: Insegnare ai bambini tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda e la meditazione, può aiutarli a gestire lo stress. Equilibrio tra studio e svago: Assicurarsi che ci sia un equilibrio tra tempo dedicato allo studio e tempo libero per attività ricreative. Conclusioni Il rientro a scuola è un periodo di transizione che può essere fonte di ansia, ma anche di crescita e sviluppo. Con il giusto supporto e preparazione, gli studenti possono affrontare questo momento con maggiore serenità e fiducia. Come psicologi, è nostro compito offrire strumenti e strategie per aiutare gli studenti a navigare queste sfide, trasformandole in opportunità di crescita. Bibliografia Cohen, S., & Wills, T. A. (1985). Stress, social support, and the buffering hypothesis. Psychological Bulletin, 98(2), 310–357. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer Publishing Company. Greene, R. W. (2008). Lost at School: Why Our Kids with Behavioral Challenges Are Falling Through the Cracks and How We Can Help Them. Scribner. Perry, B. D., & Szalavitz, M. (2006). The Boy Who Was Raised as a Dog: And Other Stories from a Child Psychiatrist’s Notebook–What Traumatized Children Can Teach Us About Loss, Love, and Healing. Basic Books. Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2011). The Whole-Brain Child: 12 Revolutionary Strategies to Nurture Your Child’s Developing Mind. Delacorte Press.
Il Regno Unito verso il divieto dei social media per gli under 16: una svolta destinata a fare scuola?

Dopo l’Australia, anche il Regno Unito sembra pronto a intraprendere una strada che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: limitare drasticamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Negli ultimi mesi il dibattito britannico si è intensificato, spinto dalle preoccupazioni di genitori, insegnanti, esperti e rappresentanti politici. A Londra, il sindaco Sadiq Khan si è espresso a favore di misure più severe per proteggere i giovani dall’uso precoce delle piattaforme social, mentre il governo continua a discutere possibili interventi normativi che potrebbero modificare profondamente il rapporto tra adolescenti e tecnologia. La questione non riguarda soltanto il Regno Unito. Sempre più Paesi stanno osservando con attenzione ciò che accade oltremanica, chiedendosi se sia arrivato il momento di intervenire in modo deciso su un fenomeno che, fino ad oggi, è stato affidato principalmente alla responsabilità delle famiglie e delle stesse piattaforme digitali. L’esempio australiano Per comprendere ciò che sta accadendo nel Regno Unito bisogna guardare all’Australia. Nel 2024 il governo australiano ha approvato una delle normative più restrittive al mondo in materia di social media, introducendo il divieto di utilizzo delle principali piattaforme per i minori di 16 anni. La misura è stata presentata come una risposta alla crescente preoccupazione per gli effetti dell’esposizione digitale sui più giovani e ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Per la prima volta un Paese occidentale ha scelto di affrontare il problema non limitandosi a campagne di sensibilizzazione o a raccomandazioni educative, ma attraverso una vera e propria regolamentazione dell’accesso. Da quel momento il dibattito si è esteso ad altri contesti nazionali. Francia, Norvegia e Regno Unito hanno iniziato a discutere soluzioni simili, segno che il tema è ormai diventato una priorità politica oltre che educativa. Perché proprio adesso? Ciò che colpisce è il cambiamento di prospettiva. Per anni i social media sono stati raccontati soprattutto come strumenti di innovazione, connessione e partecipazione. Oggi, invece, il discorso pubblico sembra essersi spostato verso la protezione e la prevenzione. Nel Regno Unito questo cambio di paradigma è stato favorito anche dall’entrata in vigore dell’Online Safety Act, una delle normative più ambiziose in Europa sul controllo dei contenuti online e sulla responsabilità delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice: se internet è diventato uno spazio centrale nella vita dei minori, allora le aziende tecnologiche devono assumersi responsabilità simili a quelle richieste ad altri soggetti che operano in contesti frequentati da bambini e adolescenti. È un cambiamento culturale importante. Per la prima volta non si chiede soltanto ai ragazzi di utilizzare meglio i social, ma si domanda alle piattaforme di ripensare il modo in cui questi strumenti vengono progettati e resi accessibili. Un dibattito che divide Naturalmente non mancano le critiche. Molti osservatori sottolineano che vietare l’accesso ai social media potrebbe non eliminare il problema. Gli adolescenti, da sempre, trovano modi creativi per aggirare regole e restrizioni. Inoltre, resta aperta la questione della verifica dell’età, che richiede sistemi tecnologici complessi e solleva interrogativi sulla privacy. Altri evidenziano che il rischio è quello di concentrarsi esclusivamente sui social media, trascurando fattori più ampi che influenzano il benessere delle nuove generazioni: la pressione scolastica, l’incertezza economica, la solitudine, le difficoltà relazionali e la trasformazione delle comunità educative. Come ho già approfondito in precedenti articoli e video, il rapporto tra adolescenti e social network non può essere ridotto a una semplice relazione causa-effetto. Le piattaforme possono amplificare alcuni problemi esistenti, ma raramente ne rappresentano l’unica origine. Per questo motivo il dibattito attuale appare particolarmente interessante: non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui le società contemporanee scelgono di proteggere l’infanzia e l’adolescenza. Una questione generazionale Dietro la discussione sui social media emerge anche una questione più profonda: il rapporto tra generazioni. Molti degli adulti che oggi propongono restrizioni sono cresciuti in un mondo analogico e hanno assistito all’arrivo delle piattaforme digitali da osservatori esterni. Gli adolescenti di oggi, invece, non hanno mai conosciuto una realtà senza smartphone, notifiche e social network. Questa differenza di esperienza rende spesso difficile il dialogo. Da una parte vi sono adulti preoccupati per i rischi della rete; dall’altra ragazzi che percepiscono i social come una componente naturale della propria vita quotidiana. Il rischio è che il confronto si trasformi in uno scontro tra generazioni invece che in una riflessione condivisa sul futuro dell’ambiente digitale. Il Regno Unito come laboratorio europeo Al momento non è ancora chiaro quali misure verranno effettivamente adottate dal governo britannico e in che forma. Ciò che appare evidente, però, è che il Regno Unito sta diventando un laboratorio di osservazione per tutta l’Europa. Se dovessero essere introdotte limitazioni significative all’accesso dei minori ai social media, altri Paesi potrebbero seguire lo stesso percorso. In questo senso, la questione supera i confini britannici. Non si tratta soltanto di decidere se un quindicenne possa aprire un account su TikTok o Instagram. Si tratta di stabilire quale ruolo debbano avere le piattaforme digitali nella crescita delle nuove generazioni e fino a che punto gli Stati possano intervenire per regolamentarle. La sensazione è che siamo soltanto all’inizio di un cambiamento più ampio. Dopo anni in cui la tecnologia è stata considerata quasi inevitabile, diversi governi stanno iniziando a chiedersi non solo cosa sia possibile fare online, ma anche cosa sia opportuno permettere. E il Regno Unito potrebbe essere il prossimo Paese a trasformare questa domanda in una legge. Fonti
Il Rapporto di Fratellanza: Un Legame Unico e Complesso

Il rapporto tra fratelli è uno dei legami più duraturi e complessi che una persona possa sperimentare nel corso della vita. Dal momento della nascita, i fratelli condividono un ambiente familiare comune, che li influenza in modo significativo, modellando le loro personalità, i loro valori e le loro esperienze di vita. Questo rapporto, che può essere caratterizzato da affetto, rivalità, competizione, ma anche da complicità e sostegno reciproco, svolge un ruolo cruciale nello sviluppo emotivo e psicologico di un individuo. L’importanza del legame fraterno nell’infanziaDurante l’infanzia, i fratelli sono spesso i primi compagni di gioco e i primi con cui sperimentare l’apprendimento sociale. Attraverso i loro interazioni, i bambini imparano a condividere, negoziare, competere e risolvere i conflitti. Queste prime esperienze sociali sono fondamentali per lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali. I fratelli fungono anche da modelli di comportamento, influenzandosi a vicenda nel modo di affrontare le sfide e le difficoltà. Inoltre, il legame fraterno può rappresentare una fonte di sicurezza emotiva. In situazioni di stress o cambiamento, come il divorzio dei genitori o un trasloco, i fratelli possono fornire un sostegno reciproco, aiutandosi a vicenda a navigare attraverso le difficoltà. Questo senso di appartenenza e di comprensione reciproca può creare una connessione emotiva profonda che dura nel tempo. Rivalità e competizione: aspetti inevitabili del rapporto fraternoUno degli aspetti più noti del rapporto fraterno è la rivalità. La competizione tra fratelli è spesso vista come un elemento naturale della dinamica familiare, derivante dal desiderio di ottenere l’attenzione e l’approvazione dei genitori. Sebbene questa rivalità possa essere fonte di conflitti e tensioni, essa può anche stimolare lo sviluppo personale, incoraggiando i fratelli a migliorarsi e a trovare il proprio spazio individuale. Tuttavia, è importante che i genitori gestiscano la rivalità in modo costruttivo, evitando favoritismi o confronti diretti tra i figli. Favorire un ambiente di equità e rispetto reciproco aiuta a prevenire che la competizione sfoci in ostilità o in sentimenti di inferiorità che possono perdurare nell’età adulta. Il rapporto fraterno nell’età adultaCon il passare degli anni, il rapporto tra fratelli evolve. Mentre nell’infanzia e nell’adolescenza il legame può essere caratterizzato da una maggiore vicinanza fisica e frequenza di interazioni, nell’età adulta i fratelli possono vivere vite separate, con meno contatti quotidiani. Tuttavia, la qualità del rapporto non diminuisce necessariamente. Al contrario, può diventare più maturo e significativo. Gli adulti spesso riscoprono il valore del legame fraterno quando affrontano eventi significativi come la malattia di un genitore, la nascita dei propri figli o altre sfide della vita. In queste circostanze, i fratelli possono offrire un sostegno unico, basato su una comprensione condivisa delle radici familiari e delle esperienze passate. Affrontare le difficoltà nel rapporto fraternoCome in qualsiasi relazione, anche nel rapporto tra fratelli possono sorgere problemi. Vecchi rancori, incomprensioni o differenze di valori possono creare distanze emotive. È fondamentale affrontare queste difficoltà con apertura e volontà di comunicare. Il dialogo sincero e il perdono sono strumenti essenziali per superare i conflitti e ristabilire un legame sano e positivo. In alcuni casi, potrebbe essere utile il supporto di un terapeuta familiare, soprattutto quando i conflitti sono profondamente radicati o quando si è verificata una rottura nella relazione. La terapia può offrire uno spazio sicuro per esprimere emozioni, comprendere le dinamiche sottostanti e lavorare verso una riconciliazione. ConclusioneIl rapporto di fratellanza è un legame unico, caratterizzato da una combinazione di affetto, rivalità, comprensione e sostegno. È un rapporto che evolve nel tempo, ma che può rimanere una fonte di sicurezza e stabilità emotiva per tutta la vita. Coltivare questo legame con empatia, rispetto e apertura è fondamentale per mantenere una relazione fraterna sana e arricchente, capace di accompagnare e sostenere i fratelli lungo il percorso della vita.
Il rapporto con l’altro: così cambiamo il battito del cuore di chi incontriamo

Le nostre azioni hanno effetto sulla mente, ma anche sul corpo delle persone con cui interagiamo. E viceversa. Qual è l’effetto fisico delle nostre emozioni, azioni e parole sugli altri? Pensate al tuffo al cuore quando incontriamo qualcuno di cui siamo innamorati. La presenza di quella persona ha un potente effetto fisico su di noi e, viceversa, noi lo abbiamo sugli altri. Gli studi provano come vivere insieme, interagire, cooperare, abbia un preciso effetto sulla regolazione dei nostri bilanci corporei, vale a dire ii modo in cui il nostro cervello gestisce le risorse del nostro corpo, durante tutta la vita. Un po’ come se fossero conti bancari, ogni giorno effettuiamo depositi e prelievi nel conto corrente corporeo di altre persone, così come gli altri lo fanno con noi. Questo contribuisce alla struttura e al mantenimento della funzionalità del nostro cervello, che regola le funzioni del corpo: gli effetti di questa co-regolamentazione si possono concretamente misurare. Quando siamo con qualcuno di caro, il nostro respiro può sincronizzarsi, così come il battito del cuore: una connessione fisica che avviene tra i neonati e chi li accudisce, ma facilmente riscontrabile in molte situazioni di condivisione anche in età adulta, come ad esempio tra persone che cantano insieme in un coro. Quando alziamo o abbassiamo la voce, o cambiamo espressione, influenziamo continuamente ciò che accade all’interno del corpo degli altri: le nostre azioni, espressioni, parole, hanno effetti percepibili sulla frequenza cardiaca e persino sulle sostanze chimiche trasportate nel flusso sanguigno del nostro interlocutore. Il beneficio delle relazioni positive è noto da tempo: si vive più a lungo se si hanno rapporti duraturi con persone significative, come avviene nelle coppie che funzionano, nelle amicizie strette o anche nei rapporti con gli animali da compagnia. Ma ci sono situazioni in cui questa co-regolamentazione ha un costo elevato. Noi regoliamo noi stessi e gli altri anche attraverso le parole: una parola dolce può calmare, mentre una parola dura o aggressiva può allertare il nostro sistema di predizione di una minaccia, di un pericolo, e inondare il flusso sanguigno con ormoni che ci predispongono alla lotta o alla fuga, utilizzando preziose risorse dal nostro bilancio corporeo. Pensiamo al potere di un messaggio ricevuto sul cellulare, anche da migliaia di chilometri di distanza: non possiamo sentire la voce, né vedere l’espressione di chi lo manda, ma il nostro rapporto con il mittente e il contenuto del messaggio, positivo o negativo, cambia il nostro battito del cuore e il nostro metabolismo. Il potere delle parole non è metaforico: è un meccanismo fisico che trova spiegazione nel nostro cervello. Molte regioni del cervello che processano il linguaggio sono anche responsabili del controllo e del funzionamento di organi e sistemi vitali. Regolano l’apporto di glucosio e le sostanze chimiche che determinano le nostre difese immunitarie. Avviene anche negli animali: i neuroni che rendono possibile il canto degli uccelli, sono implicati anche nella regolazione di organi vitali. Quindi: le parole sono veri e propri strumenti di regolazione dei corpi umani, lo constatiamo anche dalla terapia psicologica e dagli effetti che ha sul benessere delle persone. Allo stesso modo, le parole possono provocare danni a lungo termine, quando una persona è esposta per tanto tempo al rifiuto sociale e all’aggressione verbale. Abbiamo un grande potere sugli altri e gli altri su di noi: più approfondiamo le conoscenze, più possiamo utilizzarlo nella direzione giusta. A partire dai comportamenti quotidiani: conservare un buon conto in banca, di riserve corporee e psicologiche, dipende anche dalla ricchezza di chi ci sta vicino. E conviene a tutti alimentarla, reciprocamente.
Il rapporto con il cibo e le diverse problematiche esistenti

Disturbi alimentari in adolescenza L’adolescenza è un periodo davvero complicato, un periodo nel quale possono emergere diverse patologie. L’attenzione per l’estetica è fondamentale in adolescenza ed oggi i media rimandano l’importanza della magrezza e della bellezza come aspetto di vita fondamentale. Unificarsi al gruppo, essere come gli altri rassicura la propria identità che è in formazione in questa fase di vita. I disturbi alimentari spesso emergono in adolescenza proprio per questi motivi. Binge eating disorder L’anoressia o la bulimia sono affiancate ormai da tempo al disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Quest’ultimo consiste in abbuffate ricorrenti e compulsive che suscitano sofferenza e disagio. L’abbuffata ha un significato psicologico simbolico: si cerca tramite il cibo di riempire un vuoto emotivo. Il cibo ha sempre rappresentato per la psicoanalisi il maggior veicolo d’amore soprattutto nella relazione con il cargiver quando si è bambini. Come sono le personalità che soffrono di disturbi alimentari Spesso la personalità che soffre di anoressia nervosa è caratterizzata da un pensiero ossessivo e rigido ed una tendenza al perfezionismo. Spesso, infatti, le persone che hanno una diagnosi di anoressia nervosa sono molto bravi a scuola o nel lavoro, negli sport e appaiono molto competitivi. Il controllo del cibo dà l’illusione di controllare la propria vita e le emozioni che spesso non si riescono a controllare. La personalità che soffre di bulimia nervosa, invece, appare più impulsiva ed instabile emotivamente. I pazienti che soffrono di binge eating disorder sembrano, invece, più insicuri e timidi, impulsivi e irascibili. La psicoterapia per i disturbi alimentari Spesso questi disturbi alimentari diventano talmente gravi che gli approcci devono essere per forza multidisciplinari. Lo psicoterapeuta deve cercare di capire le cause di questi comportamenti e non focalizzare la terapia sul disordine alimentare, lasciando al nutrizionista e agli altri specialisti tale tematica. L’aspetto medico è fondamentale visto che purtroppo si può arrivare a gravi disturbi fisici, al ricovero e in alcuni casi perfino alla morte. La psicoterapia spesso coinvolge i familiari, soprattutto se si tratta di adolescenti o bambini. A volte attraverso comportamenti disfunzionali con il cibo, i bambini vogliono comunicare ai genitori qualcosa che a parole non sanno dire. È importante, quindi, lavorare sulla famiglia e comprendere cosa stia avvenendo.
Il punto sulla Fibromialgia.

di Grazzini Emanuela e Mahony Alessandro Questo articolo vuole essere un breve ma il più chiaro possibile riassunto su cosa riteniamo sia la cosiddetta Fibromialgia in modo da permetterne una comprensione maggiore possibile per i pazienti, per i colleghi, e per gli operatori sanitari. Sia sulla base della letteratura scientifica che della nostra lunga esperienza clinica è necessario, a nostro parere, fare il punto sullo stato attuale di quella che viene attualmente chiamata “Sindrome Fibromialgica”. Ci sono infatti diverse cose da evidenziare che troppo spesso “sfuggono” per la comprensione della malattia e quindi per una corretta impostazione di una cura. La prima cosa da ricordare è che si tratta tuttora di una “non-diagnosi”; o meglio, si tratta ad oggi di una diagnosi per esclusione. Non esistono infatti marcatori biologici affidabili per tale diagnosi. Si va quindi semplicemente per esclusione. In più di vent’anni che vediamo pazienti con la “Fibromialgia” abbiamo visto molte diagnosi palesemente errate. Pazienti con insufficienti indagini diagnostiche hanno ricevuto una diagnosi di Fibromialgia pur non avendone le caratteristiche necessarie. Ma anche parallelamente pazienti che hanno ricevuto diagnosi organica con terapie inutili perché comunque non correlate ad essa. A volte la diagnosi è una diagnosi “di comodo”, nel senso che il medico non trova nulla ma alla fine, dato che il paziente porta una variegata serie di dolori e di sintomi – soprattutto porta un carico di dolore fisico molto pesante- bisogna fare una diagnosi accettabile. Non è quindi facile fare una corretta diagnosi di Fibromialgia. Diversi specialisti pur con la stessa preparazione la possono pensare in modo diametralmente opposto e confutarsi a vicenda la diagnosi nello stesso paziente. Rendendolo sempre più confuso. Abbiamo quindi da diversi anni una malattia che “non esiste”, in quanto non è tuttora organicamente dimostrabile, ma che porta notevoli dolori ovunque, non ti fa più vivere, a volte risulta invalidante e spesso nessuno ci crede. Chi non crede nell’esistenza di questa malattia dice che i pazienti soffrono di isteria, di conversione, oppure che si lamentano per attirare attenzione, o sono depressi o quant’altro. Per molti medici ancora oggi la Fibromialgia appunto “non esiste”. Chi “ci crede” invece si vorrebbe rifare a ricerche di reumatologia, di immunologia, di terapia del dolore, e perpetua tutta una serie di credenze e di opinioni dure a morire e tuttora da dimostrare, per le quali si afferma ancora che è una malattia gravissima, che non si può guarirne perché non hanno mai visto nessuno guarire, e che la si dovrà tenere per tutta la vita, alimentando un’ipotesi catastrofica sulla prognosi della malattia, non sostenuta però dalle evidenze cliniche. Riferendoci puramente alla letteratura scientifica sull’argomento, abbiamo una serie di ricerche che si smentiscono e si contraddicono tra di loro. Dobbiamo chiederci se sono state effettuate su campioni attendibili con una diagnosi – su una malattia non dimostrabile – corretta, con metodologie adeguate, con campionatura adeguata e con gruppi di controllo adeguati. Ma soprattutto chiediamoci se i pazienti sono stati ascoltati correttamente. Il modello medico purtroppo prevede un ascolto del paziente di alcuni minuti, e ulteriori controlli periodici sempre di pochi minuti forse anche non con lo stesso specialista. Il modello e il percorso psicologico/psicoterapeutico prevede invece un ascolto costante e continuativo dei sintomi e dei vissuti del paziente, con monitoraggi e follow-up mirati, per un periodo di tempo significativamente idoneo. E’ proprio la modalità psicologica che ha permesso di evidenziare le caratteristiche del paziente fibromialgico che assai difficilmente potrebbero essere rilevabili in un modello medico non esaustivo dei vissuti emotivi del paziente, e quindi non sufficientemente valutati ai fini di una comprensione eziopatologicamente significativa della malattia. Le caratteristiche fondamentali più volte evidenziate e sottolineate per una diagnosi che si rivela maggiormente utile ad un percorso terapeutico sono: 1) La presenza di dolori costanti o periodici di vario tipo con una particolare asimmetria a livello sagittale. Ad una accurata visita medica vi può anche essere asimmetricità dei riflessi, come ad esempio il riflesso patellare. 2) La presenza di una serie di sintomi legati ad una ipersensibilità ed ipereccitabilità sensoriale del Sistema Nervoso Centrale, spesso sottovalutati, che riguardano i sensi: la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto, con tutta una serie di sensazioni fisiche e psicologiche modificate e il loro impatto disregolato. 3) La presenza di problematiche psicologiche che sono effetto e non causa della sindrome fibromialgica: il fibromialgico ad esempio è spesso depresso a causa di tutto ciò che deve sopportare ogni giorno, manifesta ansia, sperimenta uno stato di continua allerta, presenta problemi di memoria, di stabilità fisica (es. vertigini), disregolazione emotiva e neurofisiologica e tanto altro. I sintomi nella loro totalità sono moltissimi, e purtroppo ci si concentra ancora troppo spesso sul sintomo “dolore”, che l’esperienza ci ha più insegnato essere soltanto la punta dell’iceberg di tutta quanta la sindrome, ed il motivo per il quale il paziente chiede aiuto. Ecco, l’errore più grande nella diagnosi e nella terapia è il considerare l’equazione fibromialgia = dolore. La fibromialgia è molto di più, e senza questa comprensione non può esistere una terapia medica. E’ a pieno titolo una Sindrome di Ipersensibilità Centrale. 4) La presenza sine qua non per la diagnosi di uno o più eventi psicotraumatici alla base è da considerarsi la causa principalmente scatenante di tutta la sintomatologia. La Sindrome Fibromialgica sembra in alcuni casi manifestare sintomi sovrapponibili alla Sindrome Post- Traumatica da Stress (PTSD), e molto di più ad eventi post-traumatici a partire dall’età evolutiva. I pazienti trattati a partire da questa fondamentale consapevolezza ottengono infatti risultati concreti nella terapia, contrariamente a molti altri approcci che non portano a dati di migliramento significativo. I traumi possono essere di diverso tipo: o unico e scatenante, generalmente molto forte ed intollerabile per chiunque (esempio il subire una guerra, il subire uno stupro, la morte di una persona cara e tanti altri), oppure una complessità di eventi emotivamente traumatici di diverso genere prolungati nel tempo (es. subire mobbing lavorativo, subire minacce continue, maltrattamenti indiretti, disorganizzazione dei ruoli in età evolutiva, vivere in