Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

social media DCA

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.

Il rimuginio

di Jonathan Santi Pace La Pegna Per “rimuginio” in psicologia si intende in senso ampio uno stile di ragionamento analitico perseverante e ripetitivo comprensivo di dialogo interno, focalizzato su contenuti mentali negativi e apparentemente incontrollabili.  Iniziamo a rimuginare nel tentativo di risolvere dei problemi, cercando di anticipare una possibile minaccia futura o costruendo uno scenario mentale per provare a far fronte a situazioni potenzialmente minacciose, con l’obiettivo di riuscire a regolarne la preoccupazione derivata. È un processo mentale che segue la logica ricorsiva ipotetico-deduttiva e che fa sì che una sofferenza emotiva non mantenga un aspetto transitorio, ma rimanga persistente. Il rimuginio cerca disperatamente di risolvere dei dubbi che “appesantiscono” la mente per i quali non esiste una risposta certa, con lo scopo di prevedere ciò che di negativo potrebbe accadere e tentando di trovare una soluzione al costo di uno sforzo mentale enorme, trattenendo il dubbio e impedendogli di scorrere via. È come se nel flusso della mente passassero un insieme di pensieri automatici negativi, dannosi e affilati, e noi li trattenessimo lì, raccogliendoli continuamente e continuando a tagliarci e a sanguinare inesorabilmente. Ogni apparente rassicurazione esito del rimuginio è un’illusione che costituisce solo la prefazione del dubbio che seguirà dopo, dando luogo ad un successivo processo rimuginativo, in maniera simile al tentare di uscire da una buca scavando sempre più in profondità. Questo tipo di attività affatica la mente sottraendo tantissime risorse, riducendo notevolmente il benessere e la qualità della vita con implicazioni negative sull’attenzione, sulla concentrazione e sulle capacità di problem solving. Il rimuginio può essere legato a tanti disturbi tra cui: disturbi del sonno, d’ansia, depressivi, ossessivo-compulsivi e post-traumatici da stress. Abbandonare il rimuginio è la strategia più utile per lasciare che la vita scorra e la nostra mente riesca a trovare soluzioni in maniera spontanea e autonoma.

Il Rientro a Scuola: Un Viaggio Psicologico tra Ansie e Opportunità

Il rientro a scuola rappresenta un momento cruciale nel ciclo di vita di bambini, adolescenti e genitori. Ogni settembre, milioni di studenti tornano tra i banchi, affrontando una miscela di emozioni che spaziano dall’entusiasmo all’ansia. Come psicologo, è fondamentale comprendere i vari aspetti psicologici di questo periodo per supportare al meglio studenti e famiglie. La Psicologia del Rientro a Scuola 1. Ansia e Stress Il ritorno a scuola può scatenare ansia in molti studenti. Questo può essere dovuto a vari fattori, tra cui: Cambiamenti di routine: La transizione dall’estate alla scuola comporta un cambiamento radicale nella routine quotidiana, che può generare stress. Aspettative accademiche: La pressione di ottenere buoni voti e di soddisfare le aspettative degli insegnanti e dei genitori può essere opprimente. Relazioni sociali: La paura di non essere accettati dai compagni di classe o di affrontare situazioni di bullismo può aumentare l’ansia. 2. Opportunità di Crescita Nonostante le sfide, il rientro a scuola offre numerose opportunità di crescita personale e sviluppo: Sviluppo delle competenze sociali: La scuola è un ambiente privilegiato per sviluppare abilità sociali fondamentali, come la comunicazione e la cooperazione. Autonomia e responsabilità: Tornare a scuola incoraggia i ragazzi a diventare più autonomi e a prendersi responsabilità per il proprio apprendimento e comportamento. Stabilità e struttura: La routine scolastica fornisce una struttura stabile che può essere rassicurante e benefica per la salute mentale. Strategie per Gestire il Rientro a Scuola 1. Preparazione Graduale Prepararsi gradualmente al rientro può ridurre significativamente l’ansia. Ecco alcune strategie utili: Ripristinare la routine: Gradualmente tornare a orari di sonno e alimentazione regolari prima dell’inizio della scuola. Discussioni aperte: Parlare apertamente con i bambini delle loro paure e preoccupazioni, rassicurandoli e offrendo supporto. 2. Creare un Ambiente Positivo Sostenere e incoraggiare: Lodare gli sforzi dei bambini, piuttosto che concentrarsi solo sui risultati, aiuta a costruire autostima e resilienza. Coinvolgimento attivo: Partecipare attivamente alla vita scolastica del bambino, ad esempio attraverso riunioni con insegnanti o attività extracurriculari, può fornire un sostegno aggiuntivo. 3. Gestione dello Stress Tecniche di rilassamento: Insegnare ai bambini tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda e la meditazione, può aiutarli a gestire lo stress. Equilibrio tra studio e svago: Assicurarsi che ci sia un equilibrio tra tempo dedicato allo studio e tempo libero per attività ricreative. Conclusioni Il rientro a scuola è un periodo di transizione che può essere fonte di ansia, ma anche di crescita e sviluppo. Con il giusto supporto e preparazione, gli studenti possono affrontare questo momento con maggiore serenità e fiducia. Come psicologi, è nostro compito offrire strumenti e strategie per aiutare gli studenti a navigare queste sfide, trasformandole in opportunità di crescita. Bibliografia Cohen, S., & Wills, T. A. (1985). Stress, social support, and the buffering hypothesis. Psychological Bulletin, 98(2), 310–357. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer Publishing Company. Greene, R. W. (2008). Lost at School: Why Our Kids with Behavioral Challenges Are Falling Through the Cracks and How We Can Help Them. Scribner. Perry, B. D., & Szalavitz, M. (2006). The Boy Who Was Raised as a Dog: And Other Stories from a Child Psychiatrist’s Notebook–What Traumatized Children Can Teach Us About Loss, Love, and Healing. Basic Books. Siegel, D. J., & Bryson, T. P. (2011). The Whole-Brain Child: 12 Revolutionary Strategies to Nurture Your Child’s Developing Mind. Delacorte Press.

Il Rapporto di Fratellanza: Un Legame Unico e Complesso

Il rapporto tra fratelli è uno dei legami più duraturi e complessi che una persona possa sperimentare nel corso della vita. Dal momento della nascita, i fratelli condividono un ambiente familiare comune, che li influenza in modo significativo, modellando le loro personalità, i loro valori e le loro esperienze di vita. Questo rapporto, che può essere caratterizzato da affetto, rivalità, competizione, ma anche da complicità e sostegno reciproco, svolge un ruolo cruciale nello sviluppo emotivo e psicologico di un individuo. L’importanza del legame fraterno nell’infanziaDurante l’infanzia, i fratelli sono spesso i primi compagni di gioco e i primi con cui sperimentare l’apprendimento sociale. Attraverso i loro interazioni, i bambini imparano a condividere, negoziare, competere e risolvere i conflitti. Queste prime esperienze sociali sono fondamentali per lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali. I fratelli fungono anche da modelli di comportamento, influenzandosi a vicenda nel modo di affrontare le sfide e le difficoltà. Inoltre, il legame fraterno può rappresentare una fonte di sicurezza emotiva. In situazioni di stress o cambiamento, come il divorzio dei genitori o un trasloco, i fratelli possono fornire un sostegno reciproco, aiutandosi a vicenda a navigare attraverso le difficoltà. Questo senso di appartenenza e di comprensione reciproca può creare una connessione emotiva profonda che dura nel tempo. Rivalità e competizione: aspetti inevitabili del rapporto fraternoUno degli aspetti più noti del rapporto fraterno è la rivalità. La competizione tra fratelli è spesso vista come un elemento naturale della dinamica familiare, derivante dal desiderio di ottenere l’attenzione e l’approvazione dei genitori. Sebbene questa rivalità possa essere fonte di conflitti e tensioni, essa può anche stimolare lo sviluppo personale, incoraggiando i fratelli a migliorarsi e a trovare il proprio spazio individuale. Tuttavia, è importante che i genitori gestiscano la rivalità in modo costruttivo, evitando favoritismi o confronti diretti tra i figli. Favorire un ambiente di equità e rispetto reciproco aiuta a prevenire che la competizione sfoci in ostilità o in sentimenti di inferiorità che possono perdurare nell’età adulta. Il rapporto fraterno nell’età adultaCon il passare degli anni, il rapporto tra fratelli evolve. Mentre nell’infanzia e nell’adolescenza il legame può essere caratterizzato da una maggiore vicinanza fisica e frequenza di interazioni, nell’età adulta i fratelli possono vivere vite separate, con meno contatti quotidiani. Tuttavia, la qualità del rapporto non diminuisce necessariamente. Al contrario, può diventare più maturo e significativo. Gli adulti spesso riscoprono il valore del legame fraterno quando affrontano eventi significativi come la malattia di un genitore, la nascita dei propri figli o altre sfide della vita. In queste circostanze, i fratelli possono offrire un sostegno unico, basato su una comprensione condivisa delle radici familiari e delle esperienze passate. Affrontare le difficoltà nel rapporto fraternoCome in qualsiasi relazione, anche nel rapporto tra fratelli possono sorgere problemi. Vecchi rancori, incomprensioni o differenze di valori possono creare distanze emotive. È fondamentale affrontare queste difficoltà con apertura e volontà di comunicare. Il dialogo sincero e il perdono sono strumenti essenziali per superare i conflitti e ristabilire un legame sano e positivo. In alcuni casi, potrebbe essere utile il supporto di un terapeuta familiare, soprattutto quando i conflitti sono profondamente radicati o quando si è verificata una rottura nella relazione. La terapia può offrire uno spazio sicuro per esprimere emozioni, comprendere le dinamiche sottostanti e lavorare verso una riconciliazione. ConclusioneIl rapporto di fratellanza è un legame unico, caratterizzato da una combinazione di affetto, rivalità, comprensione e sostegno. È un rapporto che evolve nel tempo, ma che può rimanere una fonte di sicurezza e stabilità emotiva per tutta la vita. Coltivare questo legame con empatia, rispetto e apertura è fondamentale per mantenere una relazione fraterna sana e arricchente, capace di accompagnare e sostenere i fratelli lungo il percorso della vita.

Il rapporto con l’altro: così cambiamo il battito del cuore di chi incontriamo

Le nostre azioni hanno effetto sulla mente, ma anche sul corpo delle persone con cui interagiamo. E viceversa. Qual è l’effetto fisico delle nostre emozioni, azioni e parole sugli altri? Pensate al tuffo al cuore quando incontriamo qualcuno di cui siamo innamorati. La presenza di quella persona ha un potente effetto fisico su di noi e, viceversa, noi lo abbiamo sugli altri. Gli studi provano come vivere insieme, interagire, cooperare, abbia un preciso effetto sulla regolazione dei nostri bilanci corporei, vale a dire ii modo in cui il nostro cervello gestisce le risorse del nostro corpo, durante tutta la vita. Un po’ come se fossero conti bancari, ogni giorno effettuiamo depositi e prelievi nel conto corrente corporeo di altre persone, così come gli altri lo fanno con noi. Questo contribuisce alla struttura e al mantenimento della funzionalità del nostro cervello, che regola le funzioni del corpo: gli effetti di questa co-regolamentazione si possono concretamente misurare. Quando siamo con qualcuno di caro, il nostro respiro può sincronizzarsi, così come il battito del cuore: una connessione fisica che avviene tra i neonati e chi li accudisce, ma facilmente riscontrabile in molte situazioni di condivisione anche in età adulta, come ad esempio tra persone che cantano insieme in un coro. Quando alziamo o abbassiamo la voce, o cambiamo espressione, influenziamo continuamente ciò che accade all’interno del corpo degli altri: le nostre azioni, espressioni, parole, hanno effetti percepibili sulla frequenza cardiaca e persino sulle sostanze chimiche trasportate nel flusso sanguigno del nostro interlocutore. Il beneficio delle relazioni positive è noto da tempo: si vive più a lungo se si hanno rapporti duraturi con persone significative, come avviene nelle coppie che funzionano, nelle amicizie strette o anche nei rapporti con gli animali da compagnia. Ma ci sono situazioni in cui questa co-regolamentazione ha un costo elevato. Noi regoliamo noi stessi e gli altri anche attraverso le parole: una parola dolce può calmare, mentre una parola dura o aggressiva può allertare il nostro sistema di predizione di una minaccia, di un pericolo, e inondare il flusso sanguigno con ormoni che ci predispongono alla lotta o alla fuga, utilizzando preziose risorse dal nostro bilancio corporeo. Pensiamo al potere di un messaggio ricevuto sul cellulare, anche da migliaia di chilometri di distanza: non possiamo sentire la voce, né vedere l’espressione di chi lo manda, ma il nostro rapporto con il mittente e il contenuto del messaggio, positivo o negativo, cambia il nostro battito del cuore e il nostro metabolismo. Il potere delle parole non è metaforico: è un meccanismo fisico che trova spiegazione nel nostro cervello. Molte regioni del cervello che processano il linguaggio sono anche responsabili del controllo e del funzionamento di organi e sistemi vitali. Regolano l’apporto di glucosio e le sostanze chimiche che determinano le nostre difese immunitarie. Avviene anche negli animali: i neuroni che rendono possibile il canto degli uccelli, sono implicati anche nella regolazione di organi vitali. Quindi: le parole sono veri e propri strumenti di regolazione dei corpi umani, lo constatiamo anche dalla terapia psicologica e dagli effetti che ha sul benessere delle persone. Allo stesso modo, le parole possono provocare danni a lungo termine, quando una persona è esposta per tanto tempo al rifiuto sociale e all’aggressione verbale. Abbiamo un grande potere sugli altri e gli altri su di noi: più approfondiamo le conoscenze, più possiamo utilizzarlo nella direzione giusta. A partire dai comportamenti quotidiani: conservare un buon conto in banca, di riserve corporee e psicologiche, dipende anche dalla ricchezza di chi ci sta vicino. E conviene a tutti alimentarla, reciprocamente.

Il rapporto con il cibo e le diverse problematiche esistenti

Disturbi alimentari in adolescenza L’adolescenza è un periodo davvero complicato, un periodo nel quale possono emergere diverse patologie. L’attenzione per l’estetica è fondamentale in adolescenza ed oggi i media rimandano l’importanza della magrezza e della bellezza come aspetto di vita fondamentale. Unificarsi al gruppo, essere come gli altri rassicura la propria identità che è in formazione in questa fase di vita. I disturbi alimentari spesso emergono in adolescenza proprio per questi motivi. Binge eating disorder L’anoressia o la bulimia sono affiancate ormai da tempo al disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). Quest’ultimo consiste in abbuffate ricorrenti e compulsive che suscitano sofferenza e disagio. L’abbuffata ha un significato psicologico simbolico: si cerca tramite il cibo di riempire un vuoto emotivo. Il cibo ha sempre rappresentato per la psicoanalisi il maggior veicolo d’amore soprattutto nella relazione con il cargiver quando si è bambini. Come sono le personalità che soffrono di disturbi alimentari Spesso la personalità che soffre di anoressia nervosa è caratterizzata da un pensiero ossessivo e rigido ed una tendenza al perfezionismo. Spesso, infatti, le persone che hanno una diagnosi di anoressia nervosa sono molto bravi a scuola o nel lavoro, negli sport e appaiono molto competitivi. Il controllo del cibo dà l’illusione di controllare la propria vita e le emozioni che spesso non si riescono a controllare. La personalità che soffre di bulimia nervosa, invece, appare più impulsiva ed instabile emotivamente. I pazienti che soffrono di binge eating disorder sembrano, invece, più insicuri e timidi, impulsivi e irascibili. La psicoterapia per i disturbi alimentari Spesso questi disturbi alimentari diventano talmente gravi che gli approcci devono essere per forza multidisciplinari. Lo psicoterapeuta deve cercare di capire le cause di questi comportamenti e non focalizzare la terapia sul disordine alimentare, lasciando al nutrizionista e agli altri specialisti tale tematica. L’aspetto medico è fondamentale visto che purtroppo si può arrivare a gravi disturbi fisici, al ricovero e in alcuni casi perfino alla morte. La psicoterapia spesso coinvolge i familiari, soprattutto se si tratta di adolescenti o bambini. A volte attraverso comportamenti disfunzionali con il cibo, i bambini vogliono comunicare ai genitori qualcosa che a parole non sanno dire. È importante, quindi, lavorare sulla famiglia e comprendere cosa stia avvenendo.

Il punto sulla Fibromialgia.

di Grazzini Emanuela e Mahony Alessandro Questo articolo vuole essere un breve ma il più chiaro possibile riassunto su cosa riteniamo sia la cosiddetta Fibromialgia in modo da permetterne una comprensione maggiore possibile per i pazienti, per i colleghi, e per gli operatori sanitari. Sia sulla base della letteratura scientifica che della nostra lunga esperienza clinica è necessario, a nostro parere, fare il punto sullo stato attuale di quella che viene attualmente chiamata “Sindrome Fibromialgica”. Ci sono infatti diverse cose da evidenziare che troppo spesso “sfuggono” per la comprensione della malattia e quindi per una corretta impostazione di una cura. La prima cosa da ricordare è che si tratta tuttora di una “non-diagnosi”; o meglio, si tratta ad oggi di una diagnosi per esclusione. Non esistono infatti marcatori biologici affidabili per tale diagnosi. Si va quindi semplicemente per esclusione. In più di vent’anni che vediamo pazienti con la “Fibromialgia” abbiamo visto molte diagnosi palesemente errate. Pazienti con insufficienti indagini diagnostiche hanno ricevuto una diagnosi di Fibromialgia pur non avendone le caratteristiche necessarie. Ma anche parallelamente pazienti che hanno ricevuto diagnosi organica con terapie inutili perché comunque non correlate ad essa. A volte la diagnosi è una diagnosi “di comodo”, nel senso che il medico non trova nulla ma alla fine, dato che il paziente porta una variegata serie di dolori e di sintomi – soprattutto porta un carico di dolore fisico molto pesante- bisogna fare una diagnosi accettabile. Non è quindi facile fare una corretta diagnosi di Fibromialgia. Diversi specialisti pur con la stessa preparazione la possono pensare in modo diametralmente opposto e confutarsi a vicenda la diagnosi nello stesso paziente. Rendendolo sempre più confuso. Abbiamo quindi da diversi anni una malattia che “non esiste”, in quanto non è tuttora organicamente dimostrabile, ma che porta notevoli dolori ovunque, non ti fa più vivere, a volte risulta invalidante e spesso nessuno ci crede. Chi non crede nell’esistenza di questa malattia dice che i pazienti soffrono di isteria, di conversione, oppure che si lamentano per attirare attenzione, o sono depressi o quant’altro. Per molti medici ancora oggi la Fibromialgia appunto “non esiste”. Chi “ci crede” invece si vorrebbe rifare a ricerche di reumatologia, di immunologia, di terapia del dolore, e perpetua tutta una serie di credenze e di opinioni dure a morire e tuttora da dimostrare, per le quali si afferma ancora che è una malattia gravissima, che non si può guarirne perché non hanno mai visto nessuno guarire, e che la si dovrà tenere per tutta la vita, alimentando un’ipotesi catastrofica sulla prognosi della malattia, non sostenuta però dalle evidenze cliniche.  Riferendoci puramente alla letteratura scientifica sull’argomento, abbiamo una serie di ricerche che si smentiscono e si contraddicono tra di loro. Dobbiamo chiederci se sono state effettuate su campioni attendibili con una diagnosi – su una malattia non dimostrabile – corretta, con metodologie adeguate, con campionatura adeguata e con gruppi di controllo adeguati. Ma soprattutto chiediamoci se i pazienti sono stati ascoltati correttamente. Il modello medico purtroppo prevede un ascolto del paziente di alcuni minuti, e ulteriori controlli periodici sempre di pochi minuti forse anche non con lo stesso specialista. Il modello e il percorso psicologico/psicoterapeutico prevede invece un ascolto costante e continuativo dei sintomi e dei vissuti del paziente, con monitoraggi e follow-up mirati, per un periodo di tempo significativamente idoneo. E’ proprio la modalità psicologica che ha permesso di evidenziare le caratteristiche del paziente fibromialgico che assai difficilmente potrebbero essere rilevabili in un modello medico non esaustivo dei vissuti emotivi del paziente, e quindi non sufficientemente valutati ai fini di una comprensione eziopatologicamente significativa della malattia. Le caratteristiche fondamentali più volte evidenziate e sottolineate per una diagnosi che si rivela maggiormente utile ad un percorso terapeutico sono:  1) La presenza di dolori costanti o periodici di vario tipo con una particolare asimmetria a livello sagittale. Ad una accurata visita medica vi può anche essere asimmetricità dei riflessi, come ad esempio il riflesso patellare. 2) La presenza di una serie di sintomi legati ad una ipersensibilità ed ipereccitabilità sensoriale del Sistema Nervoso Centrale, spesso sottovalutati, che riguardano i sensi: la vista, l’olfatto, il gusto, il tatto, con tutta una serie di sensazioni fisiche e psicologiche modificate e il loro impatto disregolato. 3) La presenza di problematiche psicologiche che sono effetto e non causa della sindrome fibromialgica: il fibromialgico ad esempio è spesso depresso a causa di tutto ciò che deve sopportare ogni giorno, manifesta ansia, sperimenta uno stato di continua allerta, presenta problemi di memoria, di stabilità fisica (es. vertigini), disregolazione emotiva e neurofisiologica e tanto altro. I sintomi nella loro totalità sono moltissimi, e purtroppo ci si concentra ancora troppo spesso sul sintomo “dolore”, che l’esperienza ci ha più insegnato essere soltanto la punta dell’iceberg di tutta quanta la sindrome, ed il motivo per il quale il paziente chiede aiuto.               Ecco, l’errore più grande nella diagnosi e nella terapia è il considerare l’equazione fibromialgia = dolore. La fibromialgia è molto di più, e senza questa comprensione non può esistere una terapia medica. E’ a pieno titolo una Sindrome di Ipersensibilità Centrale.  4) La presenza sine qua non per la diagnosi di uno o più eventi psicotraumatici alla base è da considerarsi la causa principalmente scatenante di tutta la sintomatologia. La Sindrome Fibromialgica sembra in alcuni casi manifestare sintomi sovrapponibili alla Sindrome Post- Traumatica da Stress (PTSD), e molto di più ad eventi post-traumatici a partire dall’età evolutiva. I pazienti trattati a partire da questa fondamentale consapevolezza ottengono infatti risultati concreti nella terapia, contrariamente a molti altri approcci che non portano a dati di migliramento significativo. I traumi possono essere di diverso tipo: o unico e scatenante, generalmente molto forte ed intollerabile per chiunque (esempio il subire una guerra, il subire uno stupro, la morte di una persona cara e tanti altri), oppure una complessità di eventi emotivamente traumatici di diverso genere prolungati nel tempo (es. subire mobbing lavorativo, subire minacce continue, maltrattamenti indiretti, disorganizzazione dei ruoli in età evolutiva, vivere in

Il processo di Coping nella malattia oncologica: le diverse modalità di affrontare il cancro

di Ilenia Gregorio Per “Coping” si intende la capacità –soggettiva ed individuale- del paziente (in questo caso oncologico) di adattarsi alla condizione di malattia e di far fronte ad essa con l’utilizzo di diverse strategiepsico-adattive. La reazione del paziente alla diagnosi di cancro va considerata come una risposta ad uno shock legato alla minaccia esistenziale che il cancro, a livello simbolico, comporta. Sono state evidenziate alcune fasi caratteristiche di reazione psicologica alla malattia neoplastica a cui corrispondono specifici meccanismi di difesa, caratteristiche di personalità, e capacità di adattamento alla malattia e all’iter terapeutico. Il termine “coping”, quindi, indica le strategie cognitive, comportamentali ed emotive adoperate dalla persona per affrontare e gestire una situazione stressante, nello specifico, la malattia oncologica. Le differenti modalità comportamentali con cui una persona affronta la malattia sono definite “stili di coping” e si rivelano essere un fattore predittivo molto importante circa le possibili complicazioni psicopatologiche, la qualità della vita, le conseguenze biologiche – immunitarie e la compliance terapeutica. Tale processo di adattamento o, al contrario, di mancata aderenza agli interventi terapeutici, coinvolgono non solo il paziente e il decorso della sua malattia, ma anche il suo nucleo familiare. La malattia oncologica è infatti da considerarsi una malattia “sistemica” che influisce su tutti i membri di un nucleo familiare alterandone, in un primo momento e modificandone poi, gli equilibri preesistenti. La comunicazione della malattia tumorale rappresenta uno degli eventi più stressanti che alcune persone si trovano a dover affrontare nel corso della loro vita, un cambiamento non solo fisico ma anche mentale: cambia il modo di riconoscere e sentire il proprio corpo, cambia la percezione che si ha del mondo, del tempo, della progettualità, si modificano le relazioni sociali e interpersonali.  Si tratta di una fase molto delicata e difficile sia per il paziente che per i suoi familiari: di fronte alla parola “cancro” la primissima reazione è avvertire un senso di confusione, sbandamento, un vero e proprio shock. Il cancro è una parola che evoca emozioni angoscianti, rimanda a uno scenario altamente catastrofico nell’immaginario collettivo, ma soprattutto rimanda ancora ad una “condanna a morte”. Il modo di reagire al proprio stato di salute o di malattia, così come lo sviluppo, il decorso e la prognosi stessa della malattia oncologica sono influenzati dall’interazione di diversi fattori: di tipo biologico, psicologico e sociale. Ogni paziente vive e affronta la malattia in modo soggettivo e unico: si attiva un processo di adattamento alla nuova condizione fisica, che comporta una trasformazione radicale nella vita del paziente e nella sua famiglia. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dall’ organo o dagli organi interessati e dalla loro valenza simbolica a livello di percezione corporea e dell’immagine di sè, dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla struttura di personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti. Ma vediamo quali sono i diversi stili di coping, quali differenti “atteggiamenti” si possono mettere in atto nei confronti della malattia oncologica: Atteggiamento combattivo C’è chi affronta la diagnosi e l’andamento della malattia con uno spirito da vero e proprio combattente. Si tratta di persone che tendono a vedere la malattia come una sfida e da un lato anche come una sorta di “opportunità”. Tendono a mettere in atto risposte flessibili e differenziate, che favoriscono una visione più positiva dell’evento senza sottovalutare il pericolo potenziale. Questo stile è associato a una minore sofferenza psicologica, una sensazione di controllo personale sul proprio stato di salute, maggior aderenza alle terapie e un decorso più favorevole della malattia. Atteggiamento fatalista Persone con un atteggiamento fatalista considerano la malattia come qualcosa di “programmato” dal destino e quindi percepiscono di avere scarso controllo sugli eventi. Presentano rassegnazione e accettazione e in genere manifestano bassi livelli di ansia e depressione. Solitamente a questo tipo di atteggiamento è associato un pensiero “magico-punitivo” strettamente legato ad una sorta di meccanismo che rimanda a “Premi e Punizioni”: mi è capitata la malattia perchè ho fatto qualcosa di male (punizione), guarirò se mi comporto bene (premio). Atteggiamento ansioso Alcuni invece tendono ad affrontare la malattia oncologica con un atteggiamento che è definito preoccupazione ansiosa. L’elevata quota di ansia e paura fa sì che il tumore divenga il centro della vita della persona e catalizzi tutte le sue energie, mentali e fisiche. Ne deriva una spasmodica richiesta di rassicurazione, anche attraverso continui controlli medici, oppure, al contrario, una fuga dalle cure perché troppo angoscianti. Atteggiamento evitante Altri ancora presentano uno stile di evitamento caratterizzato dalla continua ricerca di distrazione rispetto ai temi legati alla malattia. La persona non sente disagio in quanto pensieri e vissuti spiacevoli sono allontanati, i livelli di ansia e depressione infatti sono bassi o comunque non significativi. Questo atteggiamento si traduce con la percezione di scarso controllo personale, ridotti comportamenti attivi verso la malattia, fino a una possibile riduzione dell’aderenza ai trattamenti. Atteggiamento di disperazione Infine, alcuni reagiscono con un atteggiamento inerme e di disperazione. La malattia è vista come un evento fatale che mette a repentaglio il futuro della persona. Il paziente percepisce scarso controllo rispetto alle sue condizioni di salute e presenta sintomi marcati di ansia e depressione. Tutto questo ostacola la ricerca di aiuto e la compliance terapeutica. Il comportamento è di passività e rinuncia. Concludendo possiamo affermare che il significato attribuito alla malattia influenza lo stile di coping adottato. Questo dipende da fattori individuali quali la storia di vita, le esperienze passate, le caratteristiche di personalità, la presenza di relazioni positive di supporto. Le modalità di interpretare e affrontare la malattia oncologica sono di importanza cruciale: se le strategie attivate sono funzionali ed efficaci sarà possibile un miglior adattamento alla malattia e quest’esperienza, seppur drammatica, si inserirà in un processo di crescita personale. Al contrario, se l’evento è percepito come troppo stressante e le modalità di affrontarlo sono fallimentari e inadeguate emergeranno in seguito problematiche di natura psicopatologica aumentando

Il processo di affidamento del minore: mediare le molteplici istanze del processo

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Le famiglie separate e in conflitto, spesso, vengono all’attenzione dei giudici in quanto manifestano la loro problematicità attivando processi giudiziari lunghi e distruttivi. “Tutte le situazioni che afferiscono al canale della Legge nell’estrema diversità che le caratterizza, dicono però, a nostro avviso, di un denominatore comune. Che è per l’appunto il loro essersi rivolti alla Legge (e non alle agenzie psicosociali d’aiuto). Il significato che noi cogliamo in questa specificità è che i familiari reclamano ordine e giustizia riguardo alle loro traversie. Se li aspettano però da una norma e da un giudizio definitivo, cioè da qualcosa che è sostanzialmente esterno, proprio come “esterna” risulta a lor, nel senso di rimossa, cieca, la propria vicenda familiare. Si reclama dunque giustizia. Si tratta pertanto di un tema etico; dal giudizio pertanto ci si attende lo “scioglimento” definitivo dal disordine e dall’ingiustizia”. De Bernart, R.,Francini, G., Mazzei, D., Pappalardo L. (1999) Quando la coppia finisce, la famiglia può continuare?. In M. Andolfi (Ed), La crisi della coppia. Roma: Cortina. Lì dove è evidente una grossa conflittualità tra gli ex coniugi ed è in discussione l’affidamento del minore stesso, oppure dove sia evidente una condizione di rischio per il minore stesso, i l giudice richiede l a consulenza tecnica d’ufficio C.T.U. di un esperto, psichiatra o psicologo per effettuare particolari indagini in ambiti di conoscenza a lui estranei. La C.T.U. nei procedimenti di separazione e divorzio si colloca in un’area di intervento in cui si intrecciano categorie giuridiche e psicologiche. È una situazione dove coesistono elementi di controllo e di aiuto e dove non sempre è semplice tutelare gli interessi dei diversi membri coinvolti ed in particolare salvaguardare i legami genitoriali/generazionali. Tutelare la continuità dei legami affettivi e il diritto alla bigenitorialità è comunque il presupposto basilare per tentare di salvaguardare l’interesse del minore nei casi di separazione coniugale. Di fatto, le categorie giuridiche non consentono di spiegare la complessità delle relazioni familiari, per cui la normativa /art.61 c.p.c. prevede che il giudice possa ricorrere ad esperti in dinamiche familiari e dell’età evolutiva ogniqualvolta si renda necessario acquisire informazioni che esulano dalle sue conoscenze e richiedono specifiche competenze. Secondo quanto previsto dalla normativa, il consulente tecnico di ufficio C.T.U. nel suo incarico non ha alcun mandato terapeutico esplicito; egli, infatti, a conclusione delle indagini, è tenuto ad elaborare una relazione finale in cui rispondere ai quesiti posti dal giudice, ovvero, nella pratica indicare il regime di affidamento e regolamentare il diritto di visita del minore con il genitore non affidatario o non collocatario, e la metodologia che ha usato per svolgere il suo lavoro. Stante queste premesse potremmo individuare due livelli di azione per il C.T.U. Il primo, che possiamo definire livello esplicito, è definito dall’insieme dei vincoli procedurali in cui si inscrive l’attività peritale. Esso pone il consulente in uno spazio sospeso tra un contesto valutativo-trasformativo e un contesto giuridico-valutativo rivolto sia al giudice che alla famiglia . Il secondo, il livello implicito, in cui diversamente, il giudice chiede al C.T.U. di “risolvere” il conflitto tra coniugi, attribuendo al consulente il potere di attivare una negoziazione tra le parti. Questo per favorire eventuali accordi utili a salvaguardare i legami tra entrambi i genitori e i figli della famiglia separata. Il C.T.U. si trova nella situazione di dover dare una risposta ai quesiti posti che tenga conto della situazione familiare anche rispetto alla domanda implicita o esplicita d’aiuto. D’altra parte, concependo la diagnosi non come una serie di operazioni semplicemente finalizzate a dare un nome ad una malattia, sembra difficile, nella pratica, operare una netta distinzione tra processo terapeutico e processo diagnostico. Quest’ultimo contiene, infatti, sempre un implicito livello terapeutico esistendo una relazione molto forte tra la metodologia d’intervento utilizzata e il tipo di relazione che si instaura tra i protagonisti del processo in atto. Per cui la consulenza d’ufficio non si pone come intervento puramente diagnostico, ma rappresenta il primo passo per attivare nelle parti in causa le risorse per il superamento della loro conflittualità distruttiva e altamente negativa per i figli, attraverso una presa di coscienza delle proprie difficoltà. Laddove i l consulente riesce ad accogliere le diverse richieste implicite dei protagonisti della vicenda giudiziaria, e a porsi in una posizione meta “Dentro la relazione, fuori dalla famiglia” (De Bernart) -per interesse del minore- può evitare il rischio di colludere con la conflittualità della coppia. Così posizionandosi, non contribuisce al cronicizzarsi della patologia relazione che esporrebbe i figli ad un ulteriore scenario conflittuale. Nello stesso tempo il perito dovrebbe poter creare un tempo sospeso in cui “comprendere” la vicenda familiare. L’obiettivo è riattivare le risorse familiari per favorire la ristrutturazione delle relazioni familiari e l’evoluzione della vicenda separativa. Non si tratta di una mediazione familiare, ma di un intervento che, nell’ambito della valutazione, può cercare di incidere favorendo la riorganizzazione delle relazioni. La complessità del sistema in cui la C.T.U. si colloca pone l’intervento del consulente in una posizione difficile: •lo spazio della C.T.U. è ambiguo, sospeso tra il contesto di giudizio-valutazione e il contesto di supporto al giudice e alla famiglia perché questa possa affrontare il problema relazionale che la prova duramente; •la C.T.U. si risolverebbe o in una indicazione terapeutica, poi disattesa, oppure in un vuoto rituale che lascia le cose invariate; •il C.T.U. può colludere con la conflittualità grave della coppia contribuendo a rendere la consulenza un contesto perverso che alimenta il rancore e l’attacco distruttivo. Il rapporto che il giudice instaura con il consulente può essere difensivo e strumentale, nel senso che il giudice può usare la consulenza sia per contenere le sue ansie, sia per r imandare la responsabilità alle conclusioni emerse dalla consulenza medesima. Il ruolo del C.T.U. è quindi oggetto di ambivalenti proiezioni, nonché di grandi attese sia da parte del giudice che dei familiari. Pur non confondendo la psicoterapia con la consulenza, quest’ultima comunque può divenire uno spazio utile per capire, ma anche per intervenire. Infatti, se è vero che le conseguenze teoriche e applicative del

Il primo maggio: festa dei lavoratori

primo maggio

Oggi è il primo maggio, ed è ben noto, che sia il giorno della festa dei lavoratori. Sociologicamente parlando, le origini di questa ricorrenza risalgono agli inizi del ventesimo secolo. L’istituzione di una giornata internazionale dedicata ai lavoratori si rese necessaria per rivendicare dei diritti, quali la riduzione dell’orario, e soprattutto il miglioramento delle condizioni e dei salari. La nascita della festa istituita il primo maggio la si fa risalire ovviamente in seguito alla rivoluzione industriale di fine 800, che introdusse la nuova modalità di lavoro quello in fabbrica. Dal punto di vista psicologico, il lavoro assume pertanto una importanza notevole. Esso, infatti, contribuisce al benessere psicologico dell’individuo. Il lavoro, in effetti, permette la dignità ed l’uguaglianza di diritti. Si favorisce così una costruzione di un Sé efficiente e produttivo che influisce positivamente sul processo di crescita personale e professionale. Da una superficiale lettura dello stato occupazionale attuale, si evince una situazione in cui pervade uno stato di malessere sociale. Cause di questa situazione sono la crisi economica ancora in corso e gli effetti dovuti al Covid-19. La disparità tra uomini e donne, salari bassi e lavoro nero, e un alto tasso di disoccupazione, sono tuttora elementi avvilenti anche nelle società industrializzate. Ne consegue, senza dubbio, un attacco all’equilibrio psicofisico e sociale dell’individuo, che può sviluppare anche stati depressivi. Oltre all’umore, anche l’autostima e i rapporti sociali e lavorativi possono deteriorarsi, perché l’individuo vive un profondo disagio che si riflette sulla famiglia e sugli amici. Si rende necessario, quindi, creare ambienti di lavoro che permettano di mantenere basso il livello di stress e che contribuiscano al soddisfacimento, sotto tutti i punti di vista, dell’individuo. L’uomo energico, l’uomo di successo, è colui che riesce, a forza di lavoro, a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio. (cit. Sigmund Freud)