IL POTERE SEDUTTIVO DI INTERNET

Perchè è necessaria un’educazione digitale di Loredana Luise Il tema della sicurezza di ragazzi e adolescenti che navigano in rete è un tema estremamente delicato e complesso che torna purtroppo spesso alla ribalta ogni qualvolta viene diffusa qualche notizia di cronaca legata al cattivo uso che i minori fanno, in molte casi, delle nuove tecnologie e di internet in particolare. Il termine “DIGITALE” viene usato spesso come sinonimo di tecnologia, di strumenti informatici (Internet, smartphone, tablet, Pc), in realtà digitale oggi è un termine che identifica un ambiente al cui interno si sviluppano, si creano e si mantengono delle relazioni. Questo è un nodo fondamentale del rapporto minori internet che, per necessità cronologica, ricercano al di fuori della famiglia stimoli e opportunità di confronto, facendo diventare la socializzazione il motore primario della loro vita. Quindi: DIGITALE E’ UN LUOGO DI RELAZIONE Spesso incontro genitori che manifestano preoccupazione rispetto al rapporto dei loro figli con il digitale, al punto di vietarne totalmente l’accesso; altri invece attribuiscono sufficiente fiducia ai figli e alla loro capacità di esplorare questo “nuovo” mondo lasciandoli da soli a gestirne l’utilizzo; altri ancora che consapevoli dei rischi e dei mille pericoli cercano di informarsi e di seguire le molte indicazioni che provengono da diverse fonti di informazione ma il dubbio che assale la maggior parte di loro è capire quale sia il giusto atteggiamento da un punto di vista educativo nei confronti del rapporto digitale e minori. Innanzitutto mi preme sottolineare che il web non va assolutamente demonizzato. LA TECNOLOGIA NON E’ POSITIVA O NEGATIVA in assoluto ma dipende da tanti fattori tra cui il MODO e il CONTESTO IN CUI LA SI UTILIZZA, e dai FATTORI DI PERSONALITA’ dei suoi fruitori ecc. Le opportunità fornite dall’uso di internet in termini di sviluppo cerebrale, personale e di apprendimenti in genere, sono documentate in diverse ricerche. Le App di apprendimento sono strumenti utilissimi non solo per l’acquisizione di nuovi contenuti ma anche di stimolazione e consolidamento. Alcuni studi hanno evidenziato ad esempio che i tanto demonizzati videogiochi sono in grado di stimolare abilità cognitive importanti e utili allo sviluppo cerebrale. Ad esempio in uno studio pubblicato sulla rivista Nature è stato evidenziato che dopo soli dieci giorni di gioco a “Medal of Honor”, i soggetti testati mostravano un drastico aumento dell’attenzione visiva e della memoria (Green &Bavelier, 2003). Le nuove tecnologie, come qualsiasi altra spinta cognitiva esterna, rappresentano inoltre anche per noi adulti una vera e propria fonte di attivazione della plasticità neuronale. Si parla molto oggi in neuroscienze di quanto sia importante stimolare il nostro cervello attraverso attività diversificate e inconsuete, in modo da salvaguardarsi dalla precoce degenerazione dei neuroni stessi e delle loro connessioni: in questo senso internet rappresenta anche per noi adulti un continuo esercizio di plasticità che ci salvaguardia dall’invecchiamento cerebrale precoce. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione, rispetto alla relazione tra digitale e crescita, e’ quello non trascurabile dello sviluppo della personalitàche passa, per necessità cronologica, anche dal sempre maggiore bisogno di confronto con i pari. Nel 2022 i pari corrispondo anche al web e alle relazioni che vi si instaurano al suo interno, sia che siano noti, sconosciuti, vicini o lontani. Le piattaforme Social inoltre, offrono la possibilità di creare diversi sé possibili e se queste occasioni vengono utilizzate correttamente possono attivare un processo di arricchimento personale molto importante. Mentire in rete su chi si è realmente è facilissimo così come lo è la possibilità di costruirsi identità fasulle. A questo punto a livello di costruzione della personalità il rischio qual è con gli adolescenti? Probabilmente il rischio più grande è che alla fine i ragazzi non sappiano chi siano veramente e chi vogliano realmente diventare. Mi è capitato d’incontrare ragazzi con un numero indefinito di profili Instagram nei quali si presentavano con età diverse, identità sessuali definite o indefinite alla ricerca di capire quale immagine di loro potesse compiacere maggiormente il loro ego e il loro smodato bisogno di riconoscimento altrui. Il profilo che riceve più approvazioni solitamente è quello in cui si riconoscono temporaneamente ma che verrà presto sostituito da una nuova sperimentazione di sé possibile in tempi brevi. Altro aspetto da non sottovalutare è che il cervello dei bambini e degli adolescenti è funzionalmente e strutturalmente diverso da quello degli adulti. Le aree frontali del cervello, che nell’adulto governano le funzioni esecutive e i processi decisionali, completano la loro maturazione solo dopo i 20 anni. Queste aree sono deputate al ruolo di mediazione tra la spinta emotiva e la risposta comportamentale e da questo si spiega l’impulsività che caratterizza i bambini e gli adolescenti e la loro difficoltà a pianificare e progettare razionalmente. Tradotto in termini pratici vuol dire che riuscire a controllare l’impulsività della risposta, e pensare alle conseguenze del loro comportamento, è un’abilità che non si sviluppa completamente prima dei 20 anni. Quindi quando i ragazzi chattano, navigano o si scambiano opinioni all’interno dei “forum virtuali” o durante le sessioni di gioco online sono impulsivi quanto lo eravamo noi nei cortili o per strada alla loro età, con l’aggravante di essere in internet con un bacino d’utenza più ampio e lo spettro di molteplici pericoli virtuali che potrebbero divenire emotivamente reali. Ragazzi che si insultano durante le sessioni di gioco, che maltrattano pubblicamente gli altri sono frutto di questa scarsa capacità di autocontrollo che li governa e dell’errata percezione di anonimato assoluto e assenza di regole. Quando un genitore mi dice che si fida ciecamente del proprio figlio perché è assolutamente responsabile, io gli rammento sempre che purtroppo il suo cervello non è ancora pronto a essere sempre così infallibile e re DA DOVE ARRIVA IL POTERE SEDUTTIVO DELLA TECNOLOGIA? La seduzione arriva sopratutto dalla novità di stimoli che vengono percepiti dal rapporto con questo nuovo mondo esterno, poi dalla “trasgressione” nel frequentare stili di comunicazione così lontani da quelli degli adulti che sono capaci di regalare vere e proprie esperienze di emancipazione generazionale. ESSERE FINALMENTE CIO’ CHE SI VUOLE LONTANO DAL MONDO DEGLI ADULTI con un linguaggio tutto nuovo che
Il potere della relazione: storie di una Comunità educante

P. è una bambina di otto anni. Una di quelle insopportabili, ma che restano impresse nel corpo, negli occhi e nei pensieri. È bellissima, bionda, magra, nasino a patatina e sorriso che rapisce. Sembra più piccola della sua età. La voce è dolcissima, musica per le orecchie, di una seduttività unica. La ascolterei parlare per ore, quando non è arrabbiata. P. è un’utente di una Comunità per minori, abusata e letteralmente abbandonata come un pacchetto regalo dai suoi familiari. Cerca disperatamente un oggetto d’amore, assente dentro di lei, in un legame di tipo borderline che monopolizza e poi distrugge l’operatore di turno. Scatta quasi ogni giorno, alla più piccola frustrazione, convogliando in picchi di attivazione che in casa chiamano “crisi”. È impensabile che uno scricciolo tanto fragile possa creare tanto scompenso, eppure scrivo stasera con circa 5 lividi sulle gambe doloranti e una mano completamente graffiata. Oggi la crisi è scattata quando è stata interrotta in un picco massimo di eccitazione. Così da oggetto idealizzato sono passata ad essere svilita, insultata e aggredita con calci, graffi e pugni. Veloce la porto in camera, primo tentativo di contenimento spaziale definito. Anche lì comincia a buttare tutto per aria, e a urlare a oltranza. Mi siedo calma, osservandola in silenzio. Schivo facilmente gli oggetti che cerca di lanciarmi addosso, quindi ora è arrivato il mio turno. Si avvinghia alla mia gamba cercando di mordermi e di graffiare qualsiasi parte del corpo le capiti a tiro – <<io ammazzo te e tutti quelli che non mi calmano>> – urla – <<ti ammazzo se non mi calmi!!>>. Mi limito ad attutire a mani aperte i suoi colpi, continuando ad osservarla. Quando comincia a mordermi mi alzo e cerco di allontanarmi, mi sta facendo male. <<Non devi uscire!! Non ti lascio!!>> mi dice, agganciandosi alla gamba. Dopo qualche passo mi siedo sul letto, è un luogo simbolicamente più morbido e delicato. Lei è sempre lì, stretta stretta al mio piede. <<Non far finta di non sentire!!!>> protesta alla mia osservazione silenziosa. <<Tu mi fai del male, ti odio. Ti odio, stro**a>>. Lentamente, ad ogni insulto, ogni grido lanciatomi contro, la rabbia che inizialmente scatena P. ad ogni sua crisi scivola via, e mi lascia un grande senso di vuoto nella pancia. <<ti odio, mi fai del male>>, ogni singolo urlo penetra lasciandomi una crepa. Mi fa male… resisto ancora un po’, ma mi sento spezzare. È successo, sono un oggetto rotto, distrutto, come tutti gli oggetti che passano nelle sue piccole manine screpolate. Tutti i regali, tutti i gesti d’amore, vengono lanciati, sfondati in un suo impeto di rabbia. Anch’io sono uno di quelli, mi sento letteralmente spezzata a metà. Mi assale un tremendo stato di angoscia << Non posso più aggiustarmi>>, penso spaventata. Non immagino come possa essere cambiato il mio sguardo in quel momento, rivolto verso la parete, forse un po’ assente, forse rispecchia quel vuoto che sento dentro. Fatto sta che i graffi di P., i tentativi di staccare il bottone del camice colorato insieme, diventano un disperato tentativo di tirarmi a sé. Ad ogni sua stanca spinta segue un forte strattonarmi verso di lei. D’impeto la prendo a me, facendola sedere sulle mie gambe, la sua schiena vicino il mio petto. Si lascia tenere e avvolgere dalle mie braccia. Cominciamo a fare insieme “l’abbraccio della farfalla”, le mie mani sulle sue. Mi lascia fare, si lascia trasportare mentre a voce stanca e bassa continua a dire <<mi fai del male, mi devi calmare>>. Avvicina la sua testa alla mia, sfinita. Trattengo il respiro per un secondo… ma crollo affondando il mio volto nella sua schiena, abbandonandomi ad un pianto profondo. Piango, piango nella paura di ciò che è andato distrutto, che il passato non possa ricomporsi. Piango come una bambina, senza trattenermi, sola e fragile di un’angoscia uterina. P. è un po’ sorpresa, ha visto bene? Scruta i miei singhiozzi incredula. <<Per favore P., puoi abbracciarmi?>> le chiedo. Si gira all’istante, lanciandomi le braccia al collo. Non c’è più rabbia, non c’è più distruzione. Il suo pianto è autentico, angosciato, libero. Piangiamo insieme per diversi minuti, la mia testa nella sua spalla, gli occhi chiusi. Assaporo ogni parte del suo corpo stretta forte a me, sento le piccole ossa sotto le dita: è così piccola che le mie mani toccano il gomito dell’altro braccio. È tanto piccola che temo possa sfuggirmi, e deve aver provato una sensazione simile, poiché sento il suo abbraccio aumentare di intensità, in una forza inusuale per la sua stazza. Restiamo così, in un momento senza tempo, ci stringiamo forte. Pian piano il mio stomaco si nutre di nuovo, di una sensazione calda e rassicurante. Il suo corpicino riesce a tenere insieme i pezzi con l’intensità e la fermezza necessaria a cominciare a ricompormi. Non mi hai distrutto, piccola P. Sono ancora qui, sono ancora intera. Dopo diversi minuti allento la presa e la guardo. Piagnucola ancora, gli occhi rivolti al pavimento. <<Grazie per questo abbraccio P., ero molto triste e tu mi hai consolata. Ci siamo consolate a vicenda>>. Le do un bacio sulla guancia. Il giorno dopo appena arrivo in Comunità P. annuncia, dal telefono della coordinatrice, che ha una lettera per me. Me la porge rientrata in casa dalla visita medica, i suoi occhi curiosi e un po’ intimoriti mentre scarto l’involucro per aprirla. “Cara Gaia scusa per ieri ci perdoniamo a vicenda? SI NO” P. oggi ha fatto esperienza di reciprocità. E si, perdoniamoci a vicenda. P. ha una capacità unica: crea scompenso ma lascia il cuore pieno.
Il potere della psicologia al tempo della rivoluzione digitale

La psicologia è la risposta alla lacuna emozionale di una società digitale plasmata e trasformata dalla rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. La rivoluzione tecnologica e digitale degli ultimi vent’anni ha profondamente trasformato il nostro modo di comunicare, interagire, apprendere e vivere le relazioni. Non solo: la possibilità di fruire in qualsiasi momento di una mole illimitata di informazioni immediatamente accessibili ha modificato il nostro modo di reagire agli stimoli e di prendere decisioni. Abbiamo subito e/o accolto il cambiamento senza essere pienamente in grado di gestirlo e abbiamo lasciato i nativi digitali a sperimentare la rete, in particolare i social network, da autodidatti, senza un modello educativo a cui ispirarsi. Si è creata così una frattura tra il mondo reale e virtuale a cui le persone si sono progressivamente adeguate, dando vita al fenomeno della “società digitale” La psicologia ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale in questa transizione, per aiutare gli individui a rimettersi al centro dell’ecosistema e riappropriarsi del proprio essere, con la consapevolezza che la tecnologia è un efficace ma mero strumento e che i social network sono un mezzo di comunicazione ed espressione della propria autenticità. In questo marasma di stimoli e informazioni è necessaria un’educazione emozionale per non essere governati dal fenomeno, ma diventare consci delle grandi opportunità dell’innovazione ed essere preparati ai rischi di un uso improprio o superficiale. Solo così potremo andare verso la rivoluzione del futuro, una società nuovamente “human-centric” ma con l’ausilio del digitale.
Il potere della mente in movimento: evidenze scientifiche sul legame tra attività fisica e salute psicologica

Negli ultimi decenni, la letteratura scientifica ha posto crescente attenzione all’effetto dell’attività fisica sulla salute mentale. Se un tempo lo sport era considerato principalmente un mezzo per il benessere fisico, oggi sappiamo con certezza che muovere il corpo significa anche prendersi cura della propria psiche. Ansia, depressione, stress, autostima, funzionamento cognitivo: tutti questi aspetti psicologici risentono in modo significativo della quantità e qualità del movimento che inseriamo nella nostra vita quotidiana. L’attività fisica come antidepressivo naturale Tra le evidenze più solide emerge il ruolo dell’attività fisica nel trattamento della depressione. Una delle meta-analisi più importanti su questo tema è quella pubblicata da Schuch et al. (2016) su The Journal of Psychiatric Research, che ha analizzato dati provenienti da 25 studi controllati randomizzati. I risultati sono inequivocabili: l’attività fisica ha effetti antidepressivi moderati, paragonabili a quelli della psicoterapia e, in alcuni casi, della farmacoterapia. In particolare, si sono rilevati benefici significativi per soggetti con depressione lieve o moderata. Ma non solo nei casi clinici. Anche tra la popolazione generale, l’esercizio fisico si è dimostrato efficace nella prevenzione della depressione. Uno studio longitudinale pubblicato su JAMA Psychiatry da Choi et al. (2019), condotto su oltre 600.000 persone nel Regno Unito, ha evidenziato che praticare anche solo un’ora di attività fisica a settimana riduce significativamente il rischio di sviluppare sintomi depressivi nel corso della vita. L’impatto sull’ansia e sullo stress L’attività fisica non agisce solo sulla depressione, ma anche su ansia e stress, due condizioni che spesso si intrecciano e amplificano reciprocamente. Uno studio del 2018 pubblicato su Depression and Anxiety da Gordon et al., che ha incluso oltre 40 trial clinici, ha evidenziato che l’esercizio fisico ha effetti ansiolitici significativi, in particolare quando praticato con regolarità (almeno tre volte a settimana). La risposta allo stress è fortemente modulata dai sistemi neuroendocrini, in particolare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA). L’attività fisica contribuisce a “riequilibrare” questo asse, riducendo la produzione di cortisolo in risposta agli stressori e aumentando la resilienza psicologica. Non è un caso che molti protocolli di trattamento per il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) includano oggi anche l’attività fisica, come parte di un approccio multimodale. Benefici cognitivi: più movimento, mente più lucida Non solo emozioni. Anche le funzioni cognitive — attenzione, memoria, velocità di elaborazione, flessibilità mentale — traggono giovamento dal movimento. Uno studio pubblicato su Psychological Science da Kramer et al. (1999) ha mostrato che, negli anziani, l’attività fisica aerobica migliora significativamente le funzioni esecutive e rallenta il declino cognitivo. Più recentemente, una revisione sistematica pubblicata su The Lancet Psychiatry (Chekroud et al., 2018) ha analizzato dati su oltre 1,2 milioni di adulti statunitensi, trovando che coloro che praticano regolarmente attività fisica riportano meno giorni di cattiva salute mentale al mese rispetto ai sedentari. L’effetto è particolarmente evidente con attività come ciclismo, ginnastica, yoga e sport di squadra. Meccanismi biologici: cosa succede nel cervello quando ci muoviamo? I benefici psicologici dello sport sono spiegabili anche a livello neurobiologico. L’attività fisica stimola la produzione di neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina, fondamentali nella regolazione dell’umore. Inoltre, aumenta i livelli di BDNF (brain-derived neurotrophic factor), una proteina che favorisce la neuroplasticità e la crescita neuronale, soprattutto nell’ippocampo — una regione cerebrale chiave nel controllo delle emozioni e della memoria. Questo spiega perché, ad esempio, anche brevi sessioni di esercizio possano migliorare la memoria e l’umore immediatamente dopo l’attività. Il cervello risponde in tempo reale al movimento, con un rilascio ormonale e neurochimico che agisce quasi come una “doccia cerebrale”. Aspetti motivazionali e sociali Oltre ai benefici biologici, psicologici e cognitivi, l’attività fisica porta con sé anche effetti psicosociali rilevanti. Uno studio condotto da Biddle e Asare (2011) sottolinea come lo sport favorisca l’autoefficacia, la fiducia in sé stessi e il senso di appartenenza. Partecipare a sport di gruppo, ad esempio, permette di costruire relazioni, aumentare la coesione sociale e contrastare la solitudine, che è oggi riconosciuta come uno dei principali fattori di rischio per la salute mentale. Inoltre, l’adozione regolare di uno stile di vita attivo promuove l’autoregolazione, ovvero la capacità di organizzarsi, motivarsi e perseverare: tutte competenze fondamentali anche in ambito psicologico. Conclusioni: integrare corpo e mente nella prevenzione I dati sono chiari: l’attività fisica non è un lusso, né un semplice consiglio per “mantenersi in forma”, ma un vero e proprio strumento di prevenzione e promozione della salute mentale. Per questo, sempre più psicologi e psichiatri la includono tra le raccomandazioni cliniche, insieme alla psicoterapia e all’intervento farmacologico, quando necessario. Tuttavia, è importante sottolineare che non esiste un’unica “ricetta perfetta”: l’attività fisica deve essere adattata all’individuo, rispettandone limiti, preferenze e condizioni di salute. Anche piccole quantità di movimento, se regolari, possono fare una grande differenza. In un mondo sempre più sedentario, ritagliarsi uno spazio quotidiano per muovere il corpo non significa solo volersi bene, ma anche proteggere e rafforzare la propria mente. Bibliografia Biddle, S. J. H., & Asare, M. (2011). Physical activity and mental health in children and adolescents: A review of reviews. British Journal of Sports Medicine, 45(11), 886–895. https://doi.org/10.1136/bjsports-2011-090185 Chekroud, S. R., Gueorguieva, R., Zheutlin, A. B., et al. (2018). Association between physical exercise and mental health in 1.2 million individuals in the USA. The Lancet Psychiatry, 5(9), 739–746. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(18)30227-X Choi, K. W., Chen, C.-Y., Stein, M. B., et al. (2019). Assessment of Bidirectional Relationships Between Physical Activity and Depression Among Adults: A 2-Sample Mendelian Randomization Study. JAMA Psychiatry, 76(4), 399–408. https://doi.org/10.1001/jamapsychiatry.2018.4175 Gordon, B. R., McDowell, C. P., Hallgren, M., et al. (2018). Association of Efficacy of Resistance Exercise Training With Depressive Symptoms. JAMA Psychiatry, 75(6), 566–576. https://doi.org/10.1001/jamapsychiatry.2018.0119 Kramer, A. F., Hahn, S., Cohen, N. J., et al. (1999). Ageing, fitness and neurocognitive function. Nature, 400, 418–419. https://doi.org/10.1038/22682 Schuch, F. B., Vancampfort, D., Richards, J., et al. (2016). Exercise as a treatment for depression: A meta-analysis adjusting for publication bias. The Journal of Psychiatric Research, 77, 42–51. https://doi.org/10.1016/j.jpsychires.2016.02.023
Il potere dell’Antifragilità

di Francesca Di Bernardo L’ Antifragilità è un concetto introdotto da Nassim Nicholas Taleb che significa ottenere benefici e vantaggi dalle difficoltà. Il punto di partenza di Taleb è riconoscere che il contrario di Fragilità, il cui significato indica l’essere danneggiati dalle circostanze difficili, non é la Robustezza (o Resistenza) che denota il non esserne influenzati , ma l’Antifragilitá, ovvero il riuscire ad ottenerne dei benefici. Si tratta della possibilità non solo di resistere alle sfide e agli ostacoli della vita (Resilienza) ma di diventare persone migliori attraverso le difficoltà. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora” Un altro punto importante messo in luce da Taleb é l’importanza di una certa quantità di caos e di disordine come generatori di vita. Dal caos e dal disordine, infatti, si possono generare nuove scoperte ed aprire nuovi sentieri, che a livello personale si traducono in nuove capacità e potenzialità, che a loro volta portano ad una maggiore sicurezza. Al contrario, quando si resta intrappolati nell’eccesso di controllo, ciò che si produce è immobilità e stagnazione (mancanza di sviluppo) e questo, a sua volta, genera maggiore insicurezza a livello personale e sociale. In questo senso, la riflessione di Taleb ricorda anche la citazione di Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”, che sottolinea l’importanza di abbracciare le difficoltà e del governare il caos ed utilizzarlo per diventare sé stessi . Ogni persona ha dentro di sé le risorse per riuscire ad ottenere vantaggi dal dolore e dal disordine perché le circostanze complesse spingono a trovare nuove soluzioni, ad agire e a maturare, sviluppando le risorse che permettano di attraversare ed uscire dai tunnel che ci si trova ad attraversare. È per questo che quella che oggi è una Difficoltà può diventare ed essere Forza, può generare opportunità ed arricchimento. Perché è rilevante in psicologia il concetto di antifragilità? L’antifragilità apre a un nuovo modo di pensare le difficoltà: da uqualcosa rispetto alla quale dover resistere a un’opportunitá di crescita e sviluppo. Questo introduce una forte componente di Speranza negli ambiti di cura e di crescita personale. Un altro elemento importante é la visione della persona che si può trarre dal concetto di antifragilità: una persona non passiva ma attiva e potenzialmente in grado di trarre il meglio dalle circostanze che vive. Dalle riflessioni di Taleb si possono inoltre trarre alcune domande attraverso le quali riflettere in ottica antifragile quando ci si trova in una situazione di difficoltà: – Cosa mi sta insegnando questa circostanza? – Che persona sarò una volta superata questa difficoltà? – Quali risorse che avevo in me sto riscoprendo affrontando questa situazione? – Come potrà essere utile agli altri la mia esperienza? A conclusione di questo articolo è fondamentale ricordare che l’antifragilità può essere un monito per pensare in maniera differente alle proprie sfide personali, a ciò che si vive in un dato momento o che si è vissuto in passato, ma non si può mai prescindere dalla propria umanità e non bisogna cadere nella trappola dell’eccessivo ottimismo. É fondamentale non sentirsi in difetto se non si riesce a trarre dei vantaggi da una circostanza in un certo momento, se anche solo resistere talvolta sembra difficilissimo, perché tutto questo é semplicemente umano. Fonti Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013 (2012), p. 551, traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi.
Il pettegolezzo dalle comare di paese ai social

Il pettegolezzo è uno strumento di conversazione, il cui contenuto di solito ha a che fare con la vita privata e specialmente sessuale di qualcuno. In genere, è un’attività comunicativa eseguita spesso alle spalle del malcapitato, diffondendo notizie più o meno vere, ovviamente a sua insaputa. Antropologicamente parlando, il pettegolezzo ha avuto in passato, una funzione protettiva nei confronti di se stessi e del gruppo sociale di appartenenza. Attraverso di esso, l’individuo imparava a capire su chi riporre la fiducia e rafforzava i legami di solidarietà. La vittima del pettegolezzo quindi non apparteneva gruppo, diventando così bersaglio facile di dicerie. Dal punto di vista psicologico, invece, chi si abbandona al pettegolezzo, lo fa per diversi motivi: Sensazione di appartenenza: condividere delle informazioni con altri, rende intimi ed alleati, contribuendo a sentirsi più sicuri in quel gruppo; senso di autostima rafforzata, perché screditando qualcun altro il nostro se si mette in una posizione superiore; stato di piacevolezza: la percezione di semplici chiacchiere tra amici, rilascia l’ormone della felicità, creando gratificazione; canalizzazione dell’aggressività e dell’invidia, spostando l’attenzione sugli aspetti negativi di altri . In effetti, il passaggio dalla conversazione fine a se stessa e il pettegolezzo con accezione negativa, nasce quando c’è l’intento di screditare agli occhi degli altri la vittima. Infatti, con l’avvento dei social, la situazione non solo è peggiorata, ma è anche sfuggita di mano. Esso ha, inoltre, portato a conseguenze molto gravi come il bullismo di gruppo, o il revenge porn. Si è passati quindi dalla chiacchierata che due massaie di paese facevano sedute fuori l’uscio di casa, ad un tam tam di inoltro di notizie, oltretutto spesso false. Quindi, chi mette in giro un pettegolezzo, non solo gongola, perchè la notizia divulgata ha preso piede, ma si bea e si gratifica perchè è stato capace nel suo intento.
Il Perdono: come agisce su di noi?

Riduce i livelli di stress e fa molto di più: ecco tutti I benefici del perdono. Da una ricerca della BBC e da un’analisi di vari studi internazionali sull’atto di perdonare, emergono risultati interessanti: il perdono fa bene, riduce in modo significativo i livelli di stress, contribuisce a prevenire il declino cognitivo in età avanzata e persino ad aumentare il livello di felicità di chi lo pratica. Insomma, al di là della popolare interpretazione del perdono, ci sono evidenze scientifiche della potenza di questo atto sul nostro benessere quotidiano. Che diciamo “io ti perdono” a qualcuno, o che semplicemente lo pensiamo e agiamo di conseguenza, i benefici sono notevoli: sia per chi perdona sia per chi riceve il perdono. E se anche la persona che ci ha offesi non mostra alcun rimorso o dispiacere, il solo fatto di perdonarla apre nuove possibilità di vivere meglio. Il perdono è un valore in moltissime culture, filosofie e religioni, con modalità, rituali e formule linguistiche differenti nei diversi idiomi del mondo, che danno al perdono connotazioni precise e sofisticate, arricchendolo di significati allargati, legati anche alla posizione della persona nel contesto socio-culturale cui appartiene. Anche la struttura psicologica dell’individuo contribuisce alle peculiari modalità ed effetti del perdono. Ma quali sono i motivi per cui perdoniamo? Nelle culture occidentali, più individualistiche, in cui le persone tendono a mettere per primi i propri bisogni e vantaggi rispetto a quelli del gruppo, perdonare è frequentemente un modo per alleggerirsi di un peso, per liberare la coscienza da un sentimento negativo di risentimento verso colui che ci ha offeso e per fare la cosa giusta rispetto alle proprie aspettative interne. Nelle culture asiatiche e africane, più collettiviste, perdonare serve a riportare armonia nel gruppo e, anche quando la persona offesa non è completamente convinta di essere pronta a perdonare, il rituale del perdono è sostenuto e rinforzato dal gruppo. In qualche modo, la semplice decisione di perdonare aiuta emotivamente a sostenere con sé stessi le ragioni del perdono e a renderlo reale. In pratica, nel momento in cui dichiariamo la nostra intenzione di perdonare, la condividiamo con altri e iniziamo a comportarci di conseguenza, siamo naturalmente portati a rispettare l’impegno, per evitare lo stress e la fatica di mantenere una posizione interna contrastante con quanto affermato pubblicamente. Per ottenere tutte le opportunità che il perdono porta con sé si può quindi agire prima di essere convinti: anche se non siamo completamente pronti, metteremo così in moto una serie di meccanismi mentali, tra cui la dissonanza cognitiva, che aiutano a conciliare più velocemente la nostra decisione con le nostre emozioni. In sintesi: per sano egoismo, alleniamoci a perdonare più frequentemente. È una pratica che elimina scorie e ruminazioni e migliorerà anche il clima generale di questo tempo di ripresa, in cui nel mondo si moltiplicano le iniziative di analisi e condivisione delle esperienze emotive a tutti i livelli. Ho appena seguito un evento internazionale sulla felicità, organizzato da The Atlantic, e avuto occasione di discutere delle pratiche quotidiane di felicità da coltivare. La propensione a lasciar andare, a minimizzare, a ridimensionare è una delle più citate dai partecipanti e andrebbe esercitata ogni giorno: come pratica igienica per la mente, da eseguire spesso, un po’ come lavarsi i denti. Al di là della retorica e del buonismo, è un’azione che fa bene alla nostra salute, prove scientifiche alla mano: se avete qualcuno cui perdonare qualcosa, oggi è un buon momento per attivarsi.
Il percorso psicologico temuto come perdita di sé

Il percorso psicologico a volte può essere temuto come perdita di parti di sé. C. viene in seduta da circa 4 mesi. È da un po’ che studiamo e osserviamo il suo sentimento di colpa, onnipresente appena C. accenna a fare un passo al difuori delle aspettative degli altri in quanto brava figlia, ragazza, studentessa, amica. Questo senso di colpa viene toccato con mano nei diversi e variegati contesti vissuti da C., facendo ormai veloci e chiari collegamenti tra passato e presente. Tuttavia, da qualche incontro sembriamo vivere uno stato di impasse. Ogni volta che, infatti, esploriamo letture e percorsi di azione alternativi alla necessità di rispondere alle richieste altrui, C. resiste, spaventandosi. Per lei, la prospettiva di deludere le aspettative altrui è irraggiungibile: una catastrofe rispetto al disagio provato finora che, sebbene doloroso, è quanto meno conosciuto. Ad uno dei nostri incontri esordisce dicendo che c’è una parte sempre più insistente di lei che vorrebbe lasciare il percorso e accontentarsi della maggiore consapevolezza raggiunta. Un’altra parte, invece, sa di dover continuare fino in fondo. Facendo conversare questi due pensieri, arriviamo ad una metafora. C. dice di trovarsi in una grotta stretta, scura, ma ben arredata. Con l’andamento dei nostri incontri è riuscita a trovare una porta, che da su un corridoio alla cui fine c’è un’uscita luminosa. Mentre raggiunge faticosamente l’uscita, si volta verso quella vecchia grotta che sembra, passo dopo passo, più calda e attraente. Facciamo quindi un esercizio di immaginazione guidata, per provare ad esplorare che cosa ci sia aldilà dell’uscita. C. racconta di attraversare il corridoio e sbucare in un bel prato verde dai colori sgargianti, alberi in fiore e, in lontananza, il cinguettio degli uccellini. Percorrendo un sentiero nelle vicinanze incontra un ruscello, dove decide di bagnarsi. L’acqua è fredda e dissetante. Ma come beveva all’interno della grotta? – si chiede. C. colloca, per logica, un pozzo nella caverna dove dice di trovare dell’acqua calda, che riscalda ma non disseta. <<Ma a me piace l’acqua calda!>> – dice C. – <<e ora ho paura di non trovarla più>>. Comincia a spaventarsi: <<e se ci sono animali feroci? E dove dormo quando cala il sole? >>, si chiede, cercando riparo nella grotta. Spesso, intraprendere un percorso psicologico porta con sé la paura di dover abbandonare delle parti di sé. Sono quelle parti che ci hanno tenuti in vita fino ad ora nel migliore dei modi possibili. Riprendo la metafora dell’acqua per spiegare il processo di cura: il punto non è scegliere tra acqua fredda o calda, quanto impegnarsi insieme per costruire un rubinetto che possa darci acqua fresca quando siamo assetati e acqua calda quando abbiamo freddo. Analogamente, la terapia è quel percorso che porta a riconoscere la necessità di entrare in grotta al riparo dal freddo, con la gioia di uscire al mattino seguente.
IL PENSIERO DI GRUPPO E LE SUE CONSEGUENZE

Cosa comporta prendere una decisione di gruppo? Lo psicologo Janis ha elaborato la teoria del pensiero di gruppo, analizzando alcuni eventi in cui si possono cogliere le conseguenze negative del pensiero di gruppo. Ad esempio l’invasione della Baia dei Porci e il lancio del Challenger del 1986. Nel 1961, il Presidente Kennedy e i suoi consiglieri cercarono di rovesciare il governo di Fidel Castro invadendo Cuba con 1400 cubani esiliati addestrati dalla CIA. La decisione di attaccare venne presa anche in seguito alla dichiarazione di appoggio da parte della guerriglia anti-castrista nascosta sulle montagne. Se, però, Kennedy e i suoi consiglieri avessero guardato una mappa del territorio cubano, si sarebbero accorti che le montagne dove si rifugiavano gli anti-castristi distavano 8 miglia dalla Baia dei Porci e che nel mezzo si estendeva una palude. Il risultato di questa invasione sono stati quasi 2000 prigionieri americani. Il 29 Gennaio 1986, la NASA decise di procedere con il lancio del Challenger nonostante alcuni segnali di rischio. Alcuni ingegneri avevano avvertito che temperature rigide avrebbero prodotto dei guasti alla guarnizione posta tra le parti del razzo e che questo avrebbe portato all’esplosione della navetta spaziale. La mattina stabilita le temperature erano molto rigide, ma i vertici della NASA, pressati dall’opinione pubblica, decisero di proseguire comunque. 73 secondi dopo il lancio, il Challenger esplose e tutti i 7 membri a bordo morirono. Partendo da questi due eventi, Janis elabora il concetto di pensiero di gruppo. Si tratta un processo di presa di decisione reso inefficace e fallace dal fatto che chi prende la decisione è più motivato a mantenere il consenso dell’opinione pubblica e dei suoi sostenitori piuttosto che di prendere la decisione giusta. Perché il pensiero di gruppo si sviluppi, devono presentarsi degli antecedenti: alta coesione del gruppo (non sono accettati dissidenti) presenza di un leader direttivo, forte e carismatico presenza di una situazione stressante Quando pianificò l’invasione della Baia dei Porci, il Presidente Kennedy potè contare su un gruppo di consiglieri compatto. Le informazioni critiche non vennero considerate e venne espresso consenso alle volontà di Kennedy. Dall’analisi di altri eventi storici, Janis ha individuato 8 sintomi del pensiero di gruppo. 1. La presenza di un’ILLUSIONE DI INVULNERABILITÀ che porta il gruppo a pensare di aver preso sempre decisioni efficaci2. Credere nella MORALITÀ INTRINSECA del gruppo che porta a dimenticarsi dei principi etici e morali socialmente condivisi. Questi due sintomi portano il gruppo a sopravvalutarsi. 3. La presenza di un VISIONE STEREOTIPICA DEI GRUPPI ESTERNI che porta a considerare in modo negativo i gruppi diversi dal proprio. 4. Considerare le alternative rileggendole in funzione della decisione presa, cioè convincerci collettivamente che l’alternativa presa è la migliore Questi due sintomi sono indicatori di ristrettezza mentale. 5. I membri del gruppo non vogliono romperne la coesione, perciò evitano di esporre pareri contrastanti alla decisione del gruppo.6. Ai membri che hanno obiezioni viene spiegato che, o tornano ad essere in accordo con il gruppo oppure dovranno abbandonarlo7. La presenza di un’ILLUSIONE DI UNANIMITÀ CONDIVISA in quanto possono esserci persone che non sono d’accordo con la decisione del gruppo ma nessuno osa dirlo. Questo fa percepire un’unanimità anche quando essa non c’è.8. La presenza di un’AUTO-SORVEGLIANZA messa in atto da alcuni membri del gruppo. Se qualcuno porta una contro argomentazione verso la decisione presa, c’è qualcuno del gruppo che gli fa notare che sta sbagliando (il censore non è mai il leader, è qualcuno al pari di chi obietta). Le conseguenze nefaste del pensiero di gruppo sono legate al fatto che c’è un esame incompleto delle alternative. Il gruppo non riesce a considerare tutte le alternative, perciò, di fronte ad una scelta, le persone non riescono a vedere i rischi. Il risultato di questo processo è una presa di decisione deficitaria, unita all’alta probabilità che la decisione presa sia scorretta Per concludere, esistono diversi modi per prevenire il pensiero di gruppo e le sue conseguenze. Tra queste evitare l’isolamento del gruppo, ridurre la pressione alla conformità, incoraggiare un atteggiamento mentale critico e favorire il dissenso. Ad esempio, potrebbe essere utile istituire la figura dell’avvocato del diavolo al fine di cercare alternative alla decisione principale. BIBLIOGRAFIA Meyers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education
Il Pensiero Critico: Fondamenti e Importanza

Il pensiero critico è una competenza essenziale nel mondo moderno, caratterizzato da un sovraccarico di informazioni e una rapida evoluzione tecnologica. Esso rappresenta la capacità di analizzare, valutare e sintetizzare le informazioni in modo logico e coerente, consentendo di prendere decisioni informate e risolvere problemi complessi. Ma cos’è esattamente il pensiero critico e perché è così cruciale nella nostra vita quotidiana? Definizione e Componenti del Pensiero Critico Il pensiero critico può essere definito come l’abilità di riflettere in modo autonomo e rigoroso, considerando diverse prospettive e valutando la validità delle informazioni e delle argomentazioni. Questo processo include diverse componenti chiave: Analisi: Esaminare attentamente le informazioni disponibili, identificando i punti chiave e le connessioni tra di essi. Valutazione: Valutare la credibilità delle fonti, la solidità delle argomentazioni e la rilevanza delle prove presentate. Interpretazione: Comprendere il significato delle informazioni e il loro contesto, riconoscendo eventuali bias o pregiudizi. Inferenza: Trarre conclusioni ragionate basate sulle informazioni disponibili, identificando le implicazioni e le conseguenze potenziali. Spiegazione: Articolare chiaramente le proprie ragioni e argomentazioni, supportandole con prove solide. Autoriflessione: Riflettere criticamente sul proprio processo di pensiero, riconoscendo eventuali errori o aree di miglioramento. L’Importanza del Pensiero Critico Il pensiero critico è vitale per diverse ragioni. Innanzitutto, promuove l’autonomia intellettuale, permettendo agli individui di formarsi opinioni proprie e di prendere decisioni consapevoli. In un’era di fake news e disinformazione, la capacità di discernere tra informazioni affidabili e fuorvianti è più importante che mai. In ambito accademico, il pensiero critico è fondamentale per la ricerca e l’apprendimento. Gli studenti che sviluppano queste competenze sono in grado di comprendere meglio i materiali di studio, partecipare a discussioni costruttive e produrre lavori accademici di alta qualità. Nel mondo del lavoro, il pensiero critico è altrettanto cruciale. I datori di lavoro cercano sempre più persone capaci di risolvere problemi, prendere decisioni strategiche e adattarsi a situazioni complesse. Le competenze di pensiero critico permettono di analizzare i problemi da diverse angolazioni, identificare soluzioni innovative e implementarle in modo efficace. Ostacoli al Pensiero Critico Nonostante i suoi benefici, sviluppare e mantenere il pensiero critico può essere una sfida. Diversi ostacoli possono interferire con questo processo, tra cui: Bias cognitivi: Tendenze innate che influenzano il nostro modo di pensare e giudicare le informazioni, come il bias di conferma, che ci porta a cercare e interpretare le informazioni in modo da confermare le nostre preesistenti convinzioni. Pressione sociale: La conformità alle opinioni di gruppo può inibire il pensiero critico, facendo sì che le persone accettino passivamente le idee dominanti senza metterle in discussione. Mancanza di informazioni: Senza accesso a dati completi e accurati, è difficile formulare giudizi informati e ragionati. Strategie per Sviluppare il Pensiero Critico Per superare questi ostacoli e migliorare il pensiero critico, è possibile adottare diverse strategie: Formazione continua: Partecipare a corsi e seminari sul pensiero critico e la logica può aiutare a rafforzare queste competenze. Lettura critica: Approcciarsi ai testi con una mentalità analitica, ponendo domande e valutando le argomentazioni presentate. Discussioni e dibattiti: Partecipare a discussioni e dibattiti su vari argomenti può stimolare il confronto di idee e il pensiero critico. Scrittura riflessiva: Tenere un diario o scrivere saggi su argomenti complessi aiuta a chiarire il proprio pensiero e a sviluppare argomentazioni solide. Il pensiero critico è una competenza essenziale per navigare con successo nel mondo moderno. Esso permette di analizzare e valutare le informazioni in modo autonomo e rigoroso, promuovendo decisioni informate e risoluzione efficace dei problemi. Nonostante gli ostacoli, con pratica e dedizione, è possibile sviluppare e rafforzare queste abilità, migliorando così la nostra capacità di affrontare le sfide quotidiane con successo.