IL PAZIENTE FRAGILE NELLO STUDIO DI PSICOTERAPIA. Image credit to Brian D’Cruz Hypno Plus https://www.briandcruzhypnoplus.com/

di Sandra Pierpaoli Gli eventi legati alla pandemia hanno spinto a parlare sempre più spesso dei pazienti fragili e della loro tutela: in ambito medico, per “paziente fragile” si intende la persona affetta da malattie croniche complesse e a volte con ridotta autosufficienza. La definizione si riferisce quindi soprattutto a una situazione di salute compromessa, che diventa maggiormente delicata in presenza di un evento esterno, che può minacciare ulteriormente condizioni preesistenti già precarie. Il supporto psicologico e la psicoterapia rappresentano certamente strumenti utili in questi casi, poiché possono arrecare un significativo beneficio, nelle diverse fasi della malattia e nell’affrontare i diversi tipi di trattamento, previsti dal percorso di cura. Il paziente che si rivolge allo studio privato dello psicoterapeuta, tuttavia, porta per lo più con sé un altro tipo di fragilità, che possiamo definire emotiva, caratterizzata piuttosto da uno scarso senso di sé e dalla difficoltà di fronteggiare le emozioni, sia positive che negative, che inevitabilmente si presentano come risposta agli eventi della vita, a partire dall’infanzia, fino ad arrivare alla terza età. Ciò comporta che per questo tipo di paziente le situazioni stressanti, gli imprevisti, le sfide, le perdite possono rappresentare una difficile prova, che non riesce a gestire in modo adeguato e alla quale non sa come rispondere. E’ dunque a mio parere fondamentale soffermarsi a riflettere su cosa significhi tutelare un paziente che sta affrontando un percorso di psicoterapia e su quanto sia importante garantirgli le condizioni per una relazione terapeutica stabile e continuativa. All’inizio del percorso terapeutico, la persona emotivamente fragile è spesso molto schermata, perché a volte intuisce senza esserne consapevole o a volte consapevolmente sa, che dietro al suo scudo si nasconde un nucleo fortemente vulnerabile. La richiesta d’aiuto rivolta alla psicoterapia riguarda proprio la necessità di accedere a quello spazio di vulnerabilità, per poterlo condividere con qualcuno, spesso per la prima volta. E una richiesta non priva di ambivalenze, poiché se da una parte la persona sente un grande bisogno di liberare una parte atrofizzata di sé, che è stata a lungo tenuta segreta e compressa, dall’altra deve affrontare paura e terrore nel portarla alla luce e nel gestirne le conseguenze. Molto spesso la richiesta d’aiuto è stimolata da uno stato di disagio, non più governabile, come forte ansia, attacchi di panico, compromissione delle normali attività quotidiane, oppure nasce dalla difficoltà di gestire comportamenti compulsivi o relazioni altamente conflittuali. Il nucleo fragile bussa alla porta della coscienza e lo fa attraverso il sintomo, chiede di essere ascoltato, al di là di qualsiasi decisione volontaria e di qualsiasi sistema difensivo. Solo che dall’altra parte il sistema difensivo si contrappone, resiste, continua a fare la sua parte, convinto di lavorare per il bene della persona, sebbene oramai non corrisponda più ai suoi bisogni attuali. Molto spesso è dunque da questo punto che inizia una psicoterapia: un luogo incerto, dove insicurezza e paura sono strettamente intrecciate con le maglie del sistema difensivo e dove la via di uscita è rappresentata dal riconoscimento da parte della persona del proprio bisogno di accoglienza e di un riferimento sicuro. A partire da qui, lentamente e pazientemente, seduta dopo seduta, si inizia ad intessere la tela del legame terapeutico, quel rapporto stabile di fiducia, che in particolare per il paziente emotivamente fragile, rappresenta l’unica possibilità di rischiare di mettere in discussione un sistema difensivo diventato ormai disfunzionale, oltrechè poco efficace. Con alcuni pazienti la fase del consolidamento dell’alleanza terapeutica è più breve, ma con alcuni richiede molto tempo e molte conferme nella solidità della relazione: metaforicamente è un po’ come potrebbe avvenire per un esploratore che si avventura per la prima volta nell’accesso ad una grotta impervia e che ha bisogno di sentire accanto a sé una guida esperta, attrezzata con tutti gli strumenti necessari per una così difficile esperienza. Più la grotta è dissestata e priva di punti di appoggio, più sarà necessario sentire un sostegno sicuro di cui potersi fidare e dunque imparare a fidarsi, in una situazione percepita come estremamente precaria e pericolosa. In termini bioenergetici, il processo di terapia, aiuterà il paziente a sviluppare nel tempo il proprio “grounding”, e cioè il proprio radicamento, che gli permetterà di autosostenersi e di trovare in sé il punto di riferimento principale, su cui poter fare affidamento. In altri termini, lo doterà degli strumenti necessari per calarsi da solo nella grotta, che sarà divenuta, nel frattempo, un luogo più familiare e non più tanto minaccioso. Il processo che porta a realizzare questo obiettivo non è tuttavia né banale né facile: il paziente deve credere nella presa sicura del terapeuta, che non lo lascerà cadere, né lo lascerà da solo in preda alla paura; il terapeuta da parte sua, deve avere fiducia sia nella propria capacità di sostenere adeguatamente la persona, che nella capacità del paziente di acquisire gradualmente una propria autonomia. Tutti sappiamo che non c’è un tempo standardizzato per un percorso di psicoterapia. L’avventura “speleologica” è diversa non solo per ogni paziente, ma per ogni relazione terapeutica.Certamente, però, con un paziente emotivamente fragile, è necessario andare al suo tempo, sintonizzarsi con le sue paure, pur senza assecondarle: solo così gli si permetterà di costruire un più solido senso di sé e una migliore gestione delle sue emozioni. Lo psicoterapeuta nella sua funzione di “speleologo” conosce bene le fasi dell’esplorazione e le precise responsabilità di cui farsi carico; durante il cammino impara anche a conoscere il paziente, a valutare quando e come potrà lasciarlo e soprattutto quando e come non dovrà lasciarlo.Egli deve perciò tutelare il paziente emotivamente fragile prima di tutto da qualsiasi condizione di instabilità della terapia, poiché la continuità della relazione rappresenta l’elemento fondante del processo di cura. In particolare ci sono fasi del percorso, durante le quali interrompere la terapia sarebbe profondamente deleterio per la salute emotiva della persona: sarebbe come privala di ogni appiglio e lasciarla da sola nella grotta, a penzolare nel vuoto. Se il terapeuta fosse costretto, malgrado sé, a interrompere il trattamento a causa di circostanze esterne, potrebbe proporre alla

Il Paziente Designato in terapia: da capro espiatorio a risorsa nell’ ottica Sistemico-Relazionale.

Di Ilenia Gregorio Il Paziente designato o Paziente identificato (identified patient – “PI”), è la persona che, in una famiglia disfunzionale, viene scelta inconsciamente per esplicitare e rendere visibili i conflitti intrafamiliari. E’un concetto che rimanda all’ipotesi che il funzionamento problematico di un membro (il più delle volte si tratta di un figlio) rappresenta, in realtà, un sintomo di una problematica generale del sistema familiare di cui egli fa parte. Il figlio sintomatico, dunque, è il portavoce della sofferenza che affligge l’intero Sistema famiglia. Il paziente designato e i suoi comportamenti alterati hanno una duplice e ambivalente funzione: l’espressione dei sintomi psicopatologici è una richiesta di aiuto per sé e per la propria famiglia. Come effetto secondario, infatti, l’espressione del sintomo di uno, porta alla luce il problema più generale del gruppo di cui fa parte. l’espressione del sintomo in un solo membro del gruppo permette allo stesso tempo di nascondere conflitti relazionali presenti tra gli altri membri. Le relazioni familiari nelle famiglie disfunzionali risultano il più delle volte simbiotiche e, di conseguenza, lo stato emotivo di ciascun membro è fortemente influenzato da quello degli altri. Questo fa sì che ciascuno impieghi gran parte delle proprie energie per contenere e gestire i livelli emotivi dei familiari, trascurando i bisogni individuali e le proprie necessità emotivo/affettive. Quando in queste famiglie si verifica un aumento di tensione, soprattutto tra i coniugi, l’intero sistema si attiva per scongiurare che la tensione culmini nella rottura del rapporto. All’interno del sistema familiare le tensioni vengono gestite attraverso alleanze, coalizioni e triangolazioni tra due o più membri del gruppo ed è proprio a queste dinamiche che bisogna prestare costante attenzione. Il primo studioso a parlare di paziente designato fu Bateson. Lo definì come la persona sintomatica, all’interno di un Sistema-Famiglia, che viene identificata come la causa di tutti i problemi della famiglia stessa (capro espiatorio): il membro scelto in modo subconscio per manifestare i conflitti interni della famiglia; colui che è il portatore scisso del disturbo (molto probabilmente transgenerazionale) della famiglia. Il paziente identificato è di solito colui che cerca per primo un aiuto psicoterapeutico in quanto percepisce profonda sofferenza ed importanti tensioni; talvolta è la famiglia stessa che manda il PI in terapia nella speranza che “guarisca” e che si risolvano così tutte le tensioni intrafamiliari che non vengono caratterizzate da un aspetto di “corresponsabilità”. Il paziente designato, dunque, non è altro che colui che assume su di sé l’intera sofferenza della sua famiglia, con un tentativo estremo di mantenerne l’unità e l’omeostasi anche se non funzionale al benessere del Sistema stesso. È importante sottolineare che in questa dinamica non è possibile individuare delle vittime e dei colpevoli. Il processo relazionale che conduce all’emergere di sintomi psicopatologici in un figlio si caratterizza, infatti, per essere un processo circolare: da una parte i genitori cercano di risolvere le proprie difficoltà coniugali coinvolgendo il figlio. dall’altra, il figlio stesso, attraverso un atto sacrificale, sceglie di assumere su di sé la responsabilità di risolvere le difficoltà della sua famiglia. Paradossalmente, via via che il paziente designato sta meglio, la famiglia o il gruppo tendono a resistere o a ripristinare lo status quo. La guarigione o il miglioramento del PI, infatti, spostano l’equilibrio mettendo in crisi tutto il gruppo che si ritroverebbe costretto a mettere in discussione le proprie dinamiche interne. Quando il terapeuta capisce che la persona che ha davanti è un paziente designato dovrebbe considerare di inglobare nella terapia tutta la famiglia dato che il germe patologico non è personale bensì, sistemico. E’ il sistema famiglia che non funziona e non l’individuo (anche se è quest’ultimo a manifestare i sintomi). L’importante è considerare il paziente designato come “porta d’entrata” nel sistema familiare, in quanto finisce per rappresentare l’occasione per l’evoluzione del processo terapeutico. Pertanto risulta produttivo stringere fin dall’inizio un patto fiduciario con il “PI” anche implicito o non verbalizzato. Tale “complicità” è realizzabile attraverso due fondamentali operazioni del terapeuta: 1) la prima consiste nel neutralizzare precocemente i vantaggi secondari che ogni paziente tende ad assicurarsi più o meno apertamente come rivalsa per il suo ruolo problematico e di “diverso”, ad esempio esercitando centralità assoluta a casa e in seduta; la strada migliore per il terapeuta sembra quella di entrare il meno possibile nella sfera delle connotazioni di patologia, evitando di riconoscere e di etichettare come patologici comportamenti presentati e ostentati come tali. A tal proposito il terapeuta spinge il paziente e la famiglia a spostarsi su altri livelli, più complessi e meno circoscrivibili: ad esempio dal livello del disturbo psichiatrico ci si sposta su quello della crisi evolutiva della famiglia.     2) la seconda consiste nel cercare di sollecitare le parti sane e le risorse, senza confrontarsi con la sola identità negativa presentata dal paziente: in questo modo, quest’ultimo, sarà maggiormente disponibile a collaborare, scorgendo la possibilità di liberarsi da pesi funzionali e da tensioni che gravano su di lui, ma che appartengono anche ad altri interlocutori e ad altre generazioni.     L’obiettivo, quindi, non è affatto quello di negare i sintomi, ma semplicemente di spostarli di livello, dando loro un valore diverso: da immagine cristallizzata del fallimento di molti, gli stessi sintomi vengono usati come segnali capaci di indicare percorsi alternativi a una famiglia altrimenti bloccata.     Il terapeuta può così formulare le sue prime ipotesi sul funzionamento del gruppo familiare e sulle sue risorse interne, mentre il paziente sollecita l’intero assetto funzionale della famiglia, fornendo informazioni utili su come procedere verso quel cambiamento da tutti apparentemente più temuto che desiderato.     Il terapeuta, stringendo una tale complicità con il paziente, lo investe della funzione di vero e proprio coterapeuta: il paziente invia i segnali; il terapeuta li raccoglie, li organizza e li traduce per il gruppo.     Considerare il paziente designato come regolatore del processo terapeutico ci libera dalla preoccupazione di valutare il progresso della terapia sulla base del semplice miglioramento sintomatologico. Si tratta di segnali diversi che richiedono decodifiche differenti e ipotesi e strategie adeguati, essi scandiscono

IL PASSAPAROLA E IL SUO EFFETTO SUI BRAND

il passaparola

Numerosi ricercatori hanno studiato il ruolo del passaparola nelle comunicazioni di massa. Si parla sempre più spesso di word of mouth (WOM), di cui sono state date numerose definizioni.  La Word of Mouth Association definisce il passaparola come l’azione compiuta dai consumatori che forniscono informazioni ad altri consumatori.  Si tratta, quindi, di una forma di comunicazione personale che riguardare un prodotto/servizio/brand che coinvolge soggetti che non hanno legami con l’azienda. Può essere trasmesso sia offline sia online; in questo secondo caso si parla di electronic word of mouth (eWOM). Esistono due tipi diversi di passaparola: Positivo: è una forma di comunicazione interpersonale tra consumatori a proposito di un prodotto/servizio/brand che prende la forma di un consiglio o di una raccomandazione a seguito di un’esperienza recente piacevole Negativo: assume la forma di denigrazione o consiglio contro l’offerta di un’azienda in relazione a un’esperienza spiacevole Il passaparola positivo non ha lo stesso peso di quello negativo. Si dice che quello negativo è 10 volte più impattante rispetto a quello positivo.  Esistono alcuni bisogni latenti alla base del desiderio delle persone di parlare di un certo prodotto/servizio. Ad esempio, il desiderio di guadagnare lo status di esperto davanti ai pari oppure il desiderio di esprimere se stessi. Secondo la Teoria del Sé Esteso di Blek, infatti, gli oggetti che possediamo diventano un’estensione del nostro sé. Questo vale anche per i brand. I brand che scegliamo, infatti, contribuiscono a costruire e definire la nostra identità. Proseguendo, il passaparola viene usato per ridurre eventuali tensioni psicologiche e sensazioni spiacevoli che possono derivare da dubbi o ripensamenti sul proprio acquisto. Entrando nello specifico, il WOM negativo si genera perché è un modo per sfogare la frustrazione dettata dalla mancata soddisfazione del prodotto. Quello positivo, invece, ad oggi viene generato quando un consumatore non è solamente soddisfatto, ma quando rimane estasiato dall’esperienza avuta con quel determinato prodotto/servizio/brand. Fino a poco tempo fa, i ricercatori hanno sostenuto l’idea di una diffusione lineare del passaparola. Secondo questa prospettiva, il WOM si concentra sugli scambi che avvengono nelle relazioni a due in cui una persona rappresenta la fonte e l’altra il destinatario.  Questa, però, si tratta di una visione semplicistica e ridotta in quanto chi riceve consigli può dare a sua volta feedback, che possono modificare il modo con cui l’interlocutore avanza suggerimenti. Un altro elemento da tenere in considerazione è la transitività dei legami.  Dal momento che gli amici di una persona sono spesso amici tra di loro, è molto probabile che questi parlino di argomenti simili. Questo porta alcune persone della stessa rete a essere esposte più volte alle stesse informazioni. Dunque, si può sovrastimare il numero di persone raggiunte. Infine, parlando del passaparola online, i modelli unidirezionali non sono in grado di spiegarlo in quanto non tengono conto del fatto che le informazioni circolano in una rete complessa caratterizzata  da numerosi legami interpersonali e da una forma di trasmissione delle informazioni bidirezionali. Grazie all’evoluzione di Internet, oggi si parla di “effetto megafono”, cioè della possibilità di far sentire la propria voce a un’audience di massa.  In conclusione, possiamo affermare che la componente essenziale del passaparola è la fiducia, soprattutto nella società odierna in cui lo scetticismo nei confronti dell’informazione mediatica è molto forte. Dunque, al giorno d’oggi per un brand risulta fondamentale curare ciò che viene detto di positivo e/o negativo circa i propri prodotti e servizi. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge

Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale

La scuola è  un vero e proprio laboratorio di ricerca e di sperimentazione didattica. Gli istituti professionali, che fanno parte della scuola secondaria di secondo grado, permettono di “imparare un vero e proprio mestiere”. In primis lo studente può “sperimentare” il lavoro che pensa di svolgere in futuro. L’istruzione professionale, attraverso la sperimentazione lavorativa, permette allo studente di apprendere non solo il sapere, ma anche il saper fare. Proprio per queste ragioni bisogna capire le motivazioni che spingono i ragazzi e le ragazze a scegliere l’istruzione professionale. Si comprende bene, dunque, che lo scopo è dare ai ragazzi la possibilità di costruire liberamente il proprio successo lavorativo. Il paradigma psicoeducativo dell’istruzione professionale La nuova organizzazione degli istituti professionali si ispira al Decreto Legislativo n. 61/2017.L’istruzione professionale dura cinque anni; vi è un biennio unitario e undici indirizzi di studio: Agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane; Pesca commerciale e produzioni ittiche (di nuova introduzione); Industria e artigianato per il Made in Italy; Manutenzione e assistenza tecnica; Gestione delle acque e risanamento ambientale (di nuova introduzione); Servizi commerciali; Enogastronomia e ospitalità alberghiera; Servizi culturali e dello spettacolo (di nuova introduzione); Servizi per la sanità e l’assistenza sociale; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico; Arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico. In pratica, l’istruzione professionale offre allo studente l’opportunità di scelta dell’ indirizzo a lui più adatto. Inoltre, lo studente può passare da un percorso all’altro,nel caso la prima scelta non soddisfi le sue aspettative. In questo caso le scuole coinvolte progettano e attuano delle vere e proprie misure di accompagnamento per gli studenti e per le studentesse. Solo a titolo di esempio, dare importanza agli istituti professionali, significa anche valorizzare la prospettiva psicologica dell’apprendimento significato dello psicologo D.P. Ausubel. Naturalmente in questo caso l’insegnamento diventa “combinatorio”, i nuovi concetti si aggiungono a quelli già posseduti. La pratica si intreccia con la teoria e viceversa. E come diceva Aristotele: ciò che dobbiamo  imparare a fare,lo impariamo facendo.

IL PADRE IN UNA PROSPETTIVA ECOLOGICA E SISTEMICA

Per un lungo periodo la figura della madre è stata considerata il principale caregiver del bambino mentre la figura paterna è stata esclusa e non considerata nello scenario di cure. Anche le ricerche scientifiche hanno avuto un ruolo rilevante in questa assenza. È negli anni ’70 che alcuni studiosi hanno iniziato a dare più credito e importanza allo studio della paternità, cercando di comprendere al meglio il rapporto padre-figlio. Dai primi studi ad oggi si evidenzia un’evoluzione dell’ideale paterno che va di pari passo con le trasformazioni culturali e strutturali della società. Quindi la figura del padre non può che essere letta attraverso una lente sociale e culturale, la quale si riferisce a standard specifici del tempo in cui ci troviamo. L’interesse per la relazione tra padre e figlio è in parte imputabile al cambiamento di ipotesi sui ruoli di uomini e donne, e alla convinzione che i padri possono influenzare lo sviluppo dei loro figli, sia in maniera diretta sia attraverso il rapporto con le madri (Belsky, 1981; Parke, Power e Gottman, 1979). Ad oggi possiamo affermare con certezza che la letteratura scientifica sul tema della paternità è diventata ampia e variegata. A tal proposito alcuni autori hanno proposto possibili cornici teoriche che potrebbero aiutare a comprendere meglio cos’è la paternità, perché i padri hanno determinati comportamenti genitoriali, come le azioni paterne aiutano direttamente e indirettamente a determinare lo sviluppo dei bambini, e perché il coinvolgimento paterno potrebbe o dovrebbe influenzare i risultati dello sviluppo nei bambini (Pleck, 2010). Uno dei contributi più recenti e interessanti è quello di Cabrera et al. (2007), i quali hanno sviluppato un modello euristico delle influenze paterne come cornice per guidare gli studi sull’influenza dei padri sullo sviluppo dei bambini. All’interno del modello sono state incorporate sia la teoria ecologica di Bronfenbrenner (1995) sia il modello di processo genitoriale di Belsky (1984) per sviluppare un modello concettuale che guidi i ricercatori nella loro considerazione dei complessi percorsi attraverso i quali i padri possono influenzare direttamente e indirettamente i bambini dalla prima infanzia all’età adulta. La ricerca però ha continuato ad evolversi rivelando processi più dinamici e reciproci attraverso i quali i padri influenzano lo sviluppo dei bambini (Cabrera et al. 2012; Jia, Kotila, & Schoppe-Sullivan, 2012; Lamb, McHale e Crouter, 2013), ciò ha permesso un’espansione del modello sempre da parte di Cabrera et al. (2014), i quali hanno sottolineato che il loro modello espanso non fosse una “fine” ma un continuo divenire, applicabile principalmente ai padri ma concettualmente espandibile anche alle madri o ad altri caregiver. Nel modello i ricercatori hanno preso in considerazione le azioni concettuali che influenzano la qualità e la quantità degli effetti del padre sul funzionamento del bambino; e l’interazione tra i membri della famiglia, il coinvolgimento paterno e altri fattori sono rappresentati da percorsi diretti e indiretti attraverso frecce bidirezionali, ciò costituisce il dinamismo nel sistema familiare e nei circuiti di feedback che interconnettono i vari membri e le influenze all’interno del sistema. Con l’ipotesi che tali circuiti cambino con il tempo, per via delle transizioni nelle dinamiche familiari stesse e nelle capacità cognitive dei bambini; man mano che i bambini maturano e le famiglie affrontano i cambiamenti, è probabile che anche le interazioni genitore-figlio cambino. Inoltre, il modello tiene conto anche di come cambiamenti esterni al sistema familiare – come, ad esempio, il lavoro, le politiche pubbliche, le relazioni tra pari – possono innescare ulteriori cambiamenti nel sistema genitore-figlio (Cabrera et al., 2014). Il Modello di Cabrera et al. è un esempio di come i ricercatori possano osservare e comprendere la paternità attraverso una visione dei sistemi familiari. Negli ultimi dieci anni si è data maggiore attenzione alla comprensione dei padri all’interno di contesti ecologici (Schoppe-Sullivan e Fagan, 2020) e sistemici. Sempre di più, i ricercatori cercano di osservare e comprendere come i padri influenzino i figli attraverso modelli che prendano in considerazione sia il contesto immediato della famiglia sia i contesti in cui la famiglia vive (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Ciò ci permette di avere una visione più chiara della paternità, ad esempio secondo il modello dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner, i padri influenzano i figli direttamente e indirettamente in vari contesti che si intrecciano tra di loro, dalla relazione padre-figlio, alla relazione madre-padre, al lavoro dei genitori, alla cultura e le tecnologie (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Studiare la paternità in uno solo dei suoi contesti potrebbe essere troppo riduttivo per comprendere la sua complessità. Bibliografia Belsky, J. (1981). Early human experience: A family perspective. Developmental Psychology, 17(1), 3–23. Belsky, J. (1984). The determinants of parenting: A process model. Child Development, 55, 83–96. Bronfenbrenner, U. (1995). Developmental ecology through space and time: A future perspective. In P. Moen, G. H. Elder Jr., & K. Luscher (Eds.), Examining lives in context: Perspectives on the ecology of human development (pp. 619–647). Washington, DC: American Psychological Association. Cabrera, N. J., Cook, G. A., McFadden, K. E., & Bradley, R. H. (2012). Father residence and father–child relationship quality: Peer relationships and externalizing behavioral problems. Family Science, 2(2), 109–119. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2014). The ecology of father‐child relationships: An expanded model. Journal of Family Theory & Review, 6(4), 336–354. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2007). Modeling the dynamics of paternal influences on children over the life course. Applied Development Science, 11(4), 185–189. Jia, R., Kotila, L., Schoppe-Sullivan, S. J. (2012). Transactional relations between father involvement and preschoolers’ socioemotional adjustment. Journal of Family Psychology, 26(6), 848–857. Lamb, C. B., McHale, S. M., & Crouter, A. C. (2013). Parent–child shared time from middle childhood to late adolescence: Developmental course and adjustment correlates. Child Development, 83, 2089–2103. Parke, R. D., Power, T. G. & Gottman, J. M., (1979). Conceptualizing and quantifying influence patterns in the family triad. In M. Lamb, S. Soumi, & G. Stephenson (Eds.), Methodological problems in the Study of Social Interaction. Madison: University of Wisconsin Press. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement:

Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!

Il Natale come rito: significato psicologico delle tradizioni

Il Natale è molto più di una semplice festività: rappresenta un periodo ricco di rituali e tradizioni che scandiscono il tempo e creano un senso di appartenenza e continuità. Ma cosa rende i rituali natalizi così speciali dal punto di vista psicologico? La risposta risiede nella loro capacità di rafforzare i legami sociali e di promuovere il benessere emotivo, offrendo un punto di riferimento stabile in un mondo in continua evoluzione. L’importanza psicologica dei rituali I rituali sono comportamenti simbolici ripetuti nel tempo che trasmettono significati condivisi. A livello psicologico, essi svolgono diverse funzioni fondamentali: Creano prevedibilità e stabilità: in un mondo caratterizzato dall’incertezza, i rituali forniscono una sensazione di ordine e sicurezza; Rafforzano il senso di appartenenza: le tradizioni condivise consolidano i legami sociali, offrendo l’opportunità di connettersi con la famiglia, gli amici e la comunità; Promuovono il benessere emotivo: le attività rituali, come decorare l’albero o scambiarsi regali, attivano emozioni positive e stimolano la produzione di ossitocina, l’ormone correlato alle interazioni positive con gli altri. Durante il Natale, i rituali diventano un’occasione per vivere pienamente queste funzioni, contribuendo a creare momenti significativi che lasciano tracce durature nella memoria. Rituali natalizi e legami sociali Uno degli aspetti centrali delle tradizioni natalizie è la loro capacità di riunire le persone. Momenti come la cena della Vigilia, il pranzo di Natale, lo scambio dei regali o la preparazione di dolci tipici sono occasioni in cui si rafforzano i legami familiari e si coltivano relazioni significative. Dal punto di vista psicologico, queste attività condivise aiutano a superare le distanze fisiche ed emotive, favorendo il dialogo e il supporto reciproco. In molti casi, i rituali natalizi rappresentano anche un ponte tra generazioni: tramandare le tradizioni ai più giovani diventa un modo per trasmettere valori e creare continuità tra passato, presente e futuro. Il Natale nelle fasi di cambiamento Non tutti vivono il Natale allo stesso modo. Per alcune persone, il periodo natalizio può coincidere con cambiamenti significativi nella vita, come il lutto per una persona cara, una separazione, o l’inizio di una nuova fase di vita, come la genitorialità o un trasferimento. In questi contesti, i rituali possono svolgere un ruolo cruciale nell’elaborazione delle emozioni e nell’adattamento al cambiamento. Affrontare il Natale dopo un lutto Il Natale può amplificare il senso di perdita e solitudine per chi ha vissuto un lutto. Tuttavia, i rituali possono diventare un mezzo per commemorare la persona amata e mantenere viva la sua memoria. Ad esempio: Accendere una candela in suo onore durante la cena di Natale; Appendere un addobbo sull’albero che simboleggi il legame con la persona; Raccontare storie o aneddoti che ricordano i momenti condivisi. Questi gesti aiutano a trasformare il dolore in un’occasione per celebrare ciò che è stato, favorendo un lutto sano e costruttivo. Creare nuovi rituali per le nuove fasi di vita I cambiamenti, come la nascita di un figlio o una nuova relazione, offrono l’opportunità di creare tradizioni personali e significative. Un esempio potrebbe essere introdurre un momento di riflessione familiare in cui ogni membro condivide un desiderio o un obiettivo per il nuovo anno. I nuovi rituali non solo contribuiscono a costruire ricordi, ma permettono anche di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il senso di continuità. Come costruire rituali significativi Chiunque può creare un rituale che rifletta i propri valori e bisogni emotivi. Alcuni suggerimenti possono essere: Scegli un’attività significativa: i rituali più efficaci sono quelli che hanno un valore simbolico o emotivo profondo per chi li pratica; Coinvolgi le persone care: condividere il rituale con altri lo rende più potente e significativo; Mantieni la semplicità: un rituale non deve essere elaborato per essere efficace, anche un piccolo gesto può avere un grande impatto; Ripetere nel tempo: la ripetizione è ciò che trasforma un’attività in un rituale. Conclusione I rituali natalizi sono molto più di semplici tradizioni: rappresentano una fonte di conforto e connessione. Che si tratti di onorare il passato, vivere il presente o costruire il futuro, i rituali offrono una cornice emotiva e simbolica che ci aiuta a navigare nelle complessità della vita. Per chi affronta cambiamenti, il Natale può essere un momento per reinventarsi, creando nuove tradizioni che rispecchino le proprie esperienze e il proprio percorso. Ciò che conta non è tanto il rituale in sé, ma il significato che gli attribuiamo e le emozioni che riesce a evocare.

IL MUTISMO SELETTIVO

Che cos’è il mutismo selettivo? Da cosa può derivare? E cosa si può fare? Il mutismo selettivo è collocato, all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), nella sezione dei Disturbi d’ansia. I criteri diagnostici del mutismo selettivo sono i seguenti (DSM-5): A. Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni. B. La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale. C. La durata della condizione è di almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola). D. L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto dalla situazione sociale. E. La condizione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione (per es. disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia) e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro dell’autismo, schizofrenia o altri disturbi psicotici. Dunque, il mutismo selettivo non ha nulla a che fare con un deficit di linguaggio. Anzi, il bambino ha già sviluppato la capacità linguistica sia in produzione che in comprensione. Cosa succede allora? Perchè il bambino non riesce a parlare? Nel bambino si creano emozioni molto intense di ansia, paura, vergogna, che producono un effetto di congelamento. Il bambino non vorrebbe bloccarsi, ma proprio non riesce a parlare. Per osservare quali potrebbero essere le cause di questa difficoltà, possiamo fare riferimento ad un modello bio-psico-sociale. Esso prende in considerazione la componente genetica; caratteristiche psichiche e di temperamento; fattori ambientali, legati al contesto di apprendimento. Cosa è importante che l’adulto faccia? E’ sicuramente fondamentale accogliere le emozioni del bambino, non giudicandolo o attuando pressioni. Normalizzare ciò che il bambino fa quando lo si sente parlare in pubblico. Il vederci entusiasti potrebbe generare e amplificare la vergogna. Stimolare la produzione di forme alternative di comunicazione, come ad esempio il disegno.

Il mondo spirituale e il terreno: due bisogni umani

mondo

L’animo umano è un universo di emozioni, sensazioni e bisogni: si costruisce un mondo in cui l’aspetto terreno e quello spirituale imparano a coesistere ed interagire. Nel corso filosofi prima e psicologi poi, hanno dibattuto e disquisito riguardo alla prevalenza e all’importanza del mondo interiore e di quello esteriore. Il primo aspetto riguarda la ricerca del benessere, il proprio pensiero e ragionamento. Il concetto è strettamente collegato all’idea di Platone, circa la conoscenza e la scienza. Esse infatti servono all’uomo per capire il funzionamento del mondo reale e per sperimentarsi alla ricerca del Bene, inteso come essenza e coesistenza di tutti gli aspetti spirituali e psicologici. In effetti , è da considerarsi una tendenza verso l’infinito, in contrapposizione al terreno. D’altro canto, l’altro aspetto dell’animo umano è ciò che riguarda il mondo tangibile. L’ambiente che ci circonda, il nostro corpo sono l’altra faccia della stessa medaglia, che determina i nostri comportamenti e le relazioni umane. In linea col pensiero di Aristotele, l’individuo vive in un contesto con il quale deve interagire quotidianamente per sopravvivere e vivere. Secondo il filosofo, infatti, tutto ha forma e materia e bisogna ubbidire alle leggi che le governano. Quindi, si nasce, si cresce, ci si riproduce e si muore. Le attenzioni dell’uomo si concentrano sulla famiglia, sul lavoro, sulla casa e sul corpo. Dopo secoli di discussioni su cosa sia veramente importante per ciascun individuo, si può tranquillamente affermare che sia l’ambiente esterno e sia gli aspetti interni sono da ritenersi fattori di crescita e benessere. A tal proposito, nell’osservare la parte centrale dell’affresco di Raffaello, intitolato la Scuola di Atene, si può arrivare alla stessa conclusione. Il pittore, infatti, raffigura Platone con un dito verso l’alto e Aristotele, quasi a braccetto con il suo maestro, che invece tende il braccio verso il basso. Le figure centrali dell’affresco sono eloquenti: mente e corpo sono inseparabili. Ci sono bisogni fisici e psicologici che premono per essere soddisfatti ed entrambi possono condurre alla sensazione di benessere cui tutti aspirano.

Il modello Poliscreativa e la questione della temporalità

La temporalità negli interventi di tipo trasformativo, soprattutto quelli riguardanti i percorsi psicoterapeutici, rappresenta un aspetto che voglio evidenziare in questo articolo ed in altri che seguiranno. L’andamento, le varie velocità e i percorsi che tendono a verificarsi nei processi trasformativi sono fondamentali per il nostro approccio di arteterapeuti secondo il modello Poliscreativa. Se pensiamo alla vulgata psicoanalitica ad esempio, siamo portati ad immaginare che l’intervento trasformativo avvenga quasi in maniera esplosiva. Il termine tecnico sempre meno usato sarebbe “guarigione per abreazione”. Abbiamo parlato di vulgata perché questo tipo di andamento esplosivo si trova più nei film di Alfred Hitchcock, vagamente ispirati al modello freudiano, che nella letteratura più seria del settore. Basti pensare ai film Io ti salverò del 1945 (Titolo originale Spellbound– Incantata) e al thriller psicologico Marnie del 1964. Attualmente sia il modello psicoanalitico sia la nostra esperienza con Poliscreativa tende a privilegiare aspetti più di tipo estensivo che intensivo. Questo perché? Quando una situazione è molto, ma molto appariscente e anche molto teatrale, in realtà è qualcosa di non veramente autentico. Non che esistano le cose completamente autentiche. Infatti, qualunque cosa diciamo ha una componete teatrale che non coincide con l’esperienza stessa. Pensiamo alla parola. Quando io dico una parola, sono sia la parola che dico, sia lo spettatore, sia l’attore che la dice. In una buona comunicazione tutte queste componenti sono in una dinamica di tipo circolare. Non c’è un polo che viene privilegiato. L’ esperienza ci insegna che quando si privilegia troppo un aspetto di tipo esplosivo, molto teatrale e d’effetto, probabilmente, nel profondo della persona non c’è un aspetto veramente trasformativo. Per questo il modello Poliscreativa tende a privilegiare molto più un approccio di tipo estensivo che intensivo. Questo tipo d’impostazione proviene dal fatto che nel nostro gruppo c’è chi ha lavorato per molto tempo in campo antropologico culturale e, in particolare, in psichiatria e psicoterapia transculturale. Lo studio molto attento che è stato fatto ad esempio dei rituali esorcistici ha evidenziato in qualche modo una sorta di continuità con degli aspetti di tipo sciamanico, pur appartenendo entrambi ad universi ideologici diversi. Il nostro gruppo ha seguito e studiato per quasi 25 anni i rituali esorcistici di padre Gabriele Amorth, fondatore dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che potremmo considerare tra gli esorcisti più famosi del mondo. Sempre a proposito di vulgata, si può pensare che nell’ andamento del rituale esorcistico il manifestarsi della presenza che possiede, avvenga in maniera eclatante. In realtà, gli esorcismi di padre Amorth non avevano affatto questo tipo di andamento. A proposito di film, nulla di quello che faceva don Amorth era sovrapponibile al famoso film L’esorcista. Abbiamo scoperto che gli esorcismi di don Amorth, ad esempio, non duravano mai più di 15-20 minuti. Si svolgevano secondo un percorso che aveva una sua temporalità. La cadenza degli incontri era soprattutto bisettimanale e duravano in media dai 5 ai 7 anni, un minimo di 2 anni era necessario affinché l’esorcista avesse un minimo di efficacia, per arrivare fino a 12 anni nei casi che lui considerava cronici. Lavorando anche su certi aspetti di alcune culture sciamaniche si vede come la dimensione teatrale più eclatante fosse molto limitata. Piano piano si poteva osservare la costruzione dell’immaginario adeguato a quel determinato contesto ideologico e come l’andamento di questa costruzione avvenisse molto gradualmente. Anche nei protocolli dei colleghi che hanno studiato attentamente i rituali esorcistici ad esempio in un caso di lutto non elaborato, il paziente esorcizzato, mentre durante la fase iniziale di trans dei primi esorcismi chiamava le persone care che aveva perso, man mano che si andava strutturando il rituale esorcistico la persona parlava di satana, del diavolo e poi molto gradatamente anche questo aspetto veniva sciolto. Non devono esserci equivoci, per noi il diavolo non è altro che una delle tante possibili metafore. Quello che vogliamo sottolineare con questo discorso è come certi aspetti estremamente esplosivi e teatrali siano messi in scena in certe trasmissioni televisive volte a spettacolarizzare alcune esperienze del profondo per ottenere audience, mentre per noi è molto importante l’aspetto graduale perché riteniamo che tutto questo abbia a che fare con l’autenticità profondamente sentita, in relazione sia col profondo delle persone che con il loro contesto.