Il Laboratorio di lettura del lunedì

di Fulvia Ceccarelli e il gruppo di lettura Da tempo coltivavo un sogno: dar vita ad un Laboratorio di lettura. Laboratorio, perché immaginavo qualcosa di non rigidamente strutturato, da aggiustare in itinere sulla base di ciò che l’esperienza avrebbe suggerito. Così, qualche anno fa, ho predisposto e fatto circolare una locandina dal titolo La lettura come strumento terapeutico, che ha raccolto un discreto numero di adesioni. L’idea è nata parlandone con un amico che ha condotto gruppi di lettura. Da quel momento ho iniziato a reperire informazioni, senza però trovare una modalità che mi convincesse fino in fondo. Che sentissi viva e coinvolgente, come accade quando inciampiamo per caso in qualcosa che ci fa vibrare dentro. Un libro, ad esempio, quando tocca certe corde. A lungo mi sono chiesta se fosse il caso di scegliere una tematica generale in base alla quale orientare le proposte. Oppure concordare la lettura di un libro che tutti avremmo letto nel mese intercorrente tra un incontro e il successivo, per commentarlo insieme. Tuttavia, considerato che un mese vola in fretta e può non essere sufficiente, a meno di scartare testi voluminosi, resta comunque il fatto che ciò che piace ad alcuni non piace necessariamente ad altri. E una delle poche regole della casa è che un libro può essere letto solo se ci ingaggia. E lo scopo del Laboratorio è incuriosire. Condivido appieno il suggerimento del buon Pennac, che sostiene che se tra libro e lettore non scatta una “corrispondenza di amorosi sensi”, meglio piantare il libro a metà. Oltre al fatto che già nel quotidiano siamo obbligati a leggere obtorto collo libretti di istruzione, clausole capestro e via dicendo. Mentre ero alle prese con i miei dubbi, mi sono imbattuta in un interessante programma radiofonico in cui degli attori leggono brani tratti da racconti e romanzi. Che mi ha fatto riscoprire il piacere di ascoltare storie lette ad alta voce da altri. Come accadeva con le fiabe. Quando, sbrigliando la fantasia, fantasticavamo di luoghi e personaggi evocati dal racconto. Da un lato, impazienti di sapere come sarebbe andato a finire. Dall’altro, dispiaciuti di abbandonare dei compagni di avventura. Così, mi è venuto in mente di coinvolgere un’amica attrice, proponendole di diventare la lettrice ufficiale del nascente gruppo. E lei, seria, mi ha domandato: “Perché cerchi un attore che si cali nella parte e non ti fidi del fatto che, se un certo personaggio e una certa trama ti hanno particolarmente colpita, troverai il modo di trasmetterlo a chi ti ascolta. Attraverso le pause, l’intonazione della voce, le sottolineature che saprai fare solo tu in quel preciso modo. Perché hanno conquistato te e non un altro”. Prendendo il coraggio a due mani, ho deciso che, di volta in volta, qualcuno del gruppo avrebbe letto agli altri poche pagine di un racconto che gli stava particolarmente a cuore. Presentandole a modo suo e fidandosi del buono che ne sarebbe scaturito. Al primo incontro eravamo una dozzina di persone. Più donne che uomini. Dopo aver brevemente illustrato le idee che mi frullavano in testa, sono entrata nel vivo, leggendo ad alta voce e in modo passabilmente gradevole, un brano tratto da Segreta penelope di Alicia Gimenez Bartlett. Rispetto al quale, peraltro, nutrivo qualche dubbio. Perché il tema trattato era impegnativo. Infatti il personaggio di Ramona, psicoterapeuta di lungo corso, sostiene la tesi che le donne siano più esposte degli uomini ad ammalarsi di patologie psichiche. Terminata la lettura, dopo attimi di silenzio, ho chiesto ai presenti di ascoltarsi dentro e provare a sentire quali emozioni avessero suscitato in loro le parole del racconto. Timidamente, una dopo l’altra, sono emerse delle riflessioni e anche qualche critica. Cosa spiazzante e apprezzabile al tempo stesso, perché il Laboratorio per non implodere, non può che essere uno spazio fisico e mentale, all’insegna della libertà di pensiero e di parola. Mica facile! Questa è stata la nostra modalità di procedere. Con cui abbiamo affrontato temi molto umani, al di là delle epoche storiche e delle latitudini. Ad esempio, leggendo Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita di Federico Pace, abbiamo riflettuto su cosa significhi scegliere e su come ogni scelta implichi l’abbandono di qualcosa in favore di qualcosaltro, generando cambiamento. Con Nemesi di Philip Roth, abbiamo sfiorato il tema della morte, chiedendoci se esista una buona ricetta per convivere con la sua ombra lunga o se sia meglio vivere fingendo di essere immortali. Questo tema, intenso e delicato, è stato reso pensabile grazie alle diverse anime presenti nel gruppo. E ci ha affratellato. Alla fine dell’incontro ci abbracciamo e le persone si attardano a parlare tra loro più del solito. Con Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, affrontiamo il tema della donazione degli organi di una persona cara, morta di morte improvvisa, spesso molto giovane. Immedesimandoci nei parenti più prossimi, ci siamo chiesti cosa si provi sapendo che continuerà a vivere sì, ma sparpagliata in tante persone diverse. Leggendo L’uomo che vede passare i treni di Simenon, riflettiamo su quale sconquasso produca la fine di una storia d’amore. Mettendo a confronto il punto di vista maschile e femminile. Con L’arte di viaggiare di Alain de Botton, parliamo del “sublime”. Che per alcuni è la sensazione di sentirsi parte di un tutto, che seduce e nel contempo umilia, perché ci mette di fronte alla nostra finitezza di uomini. Come accade quando ammiriamo un paesaggio, un’opera d’arte, un fiore. Con In fuga, tratto da Sherzi del destino di Alice Munro, trattiamo dell’incontro con l’Eros. Di cosa significhi per noi il rifiuto dell’altro e di come talvolta ci si riconosca a pelle, tra estranei. Di quanto il destino esista a prescindere o di quanto invece ne siamo artefici. Con Ricordi e racconti di Umberto Saba, affrontiamo il tema del rapporto con chi, affettivamente vicino a noi, come una madre ad esempio, ha una sensibilità diversa dalla nostra. E ci ama diversamente da come vorremmo. Forse crescere significa imparare ad accettarlo. Con Il Regno di Emmanuel Carrere, trattiamo il nostro rapporto con
Il labirinto delle scelte e il disimpegno morale

Quante volte facciamo pensieri non proprio giusti anche nei confronti degli altri, ma poi abbiamo il senso di colpa. E allora per giustificarci mettiamo in atto il disimpegno morale. Il disimpegno morale emerge come un’ombra sottile ma molto potente, che incide in maniera significativa sulla nostra mente. Entrare nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale è molto difficile e cercheremo di farlo con le parole di Albert Bandura. Secondo lo psicologo, il disimpegno morale implica meccanismi attraverso i quali le persone cercano di ridurre il senso di colpa legato alle proprie azioni. Il disimpegno morale sembra quasi una strategia collegata alla situazione che l’individuo mette in atto. Come agisce il disimpegno morale Spesso la mente oscilla tra senso e non senso. Per questo motivo nel labirinto delle scelte sottovalutiamo la responsabilità personale e attribuiamo la scelta di alcune azioni a circostanze al di fuori del nostro controllo. Inoltre cerchiamo di giustificare le azioni sbagliate sostenendo che erano necessarie per risolvere una situazione difficile: ecco il disimpegno morale. E’ come un vicolo buio che può presentarsi quando ci troviamo di fronte a scelte difficili. Si tratta di una sensazione che ci spinge a prendere decisioni che, nel nostro cuore, sappiamo essere sbagliate. Cosa fa la persona che mette in atto il disimpegno morale? La persona cerca di deumanizzare le scelte, minimizzando le conseguenze. Nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale, un ragazzo che prende parte ad azioni crudeli anzichè assumersi la responsabilità, potrebbe impegnarsi in un disimpegno morale e dire a se stesso: “Non è colpa mia. Sono stato solo coinvolto”. Ricordiamo che la vera forza non sta nel nascondersi dietro il labirinto del disimpegno morale, ma nell’andare avanti con decoro anche quando il percorso è difficile. Il labirinto del disimpegno morale richiede impegno, pensiero e consapevolezza delle nostre azioni. Essere consapevoli e coerenti con i nostri principi significa mantenere la bussola morale nella giusta direzione.
Il grembo emotivo: quando l’ambiente materno diventa linguaggio per il bambino

Esiste un’idea che torna spesso nei discorsi sulla gravidanza: che il benessere del bambino inizi molto prima della nascita. Questa verità è sostenuta da diverse evidenze, difatti, il corpo della madre è il primo ambiente relazionale nel quale il bambino si sviluppa. Gli stati emotivi che la donna attraversa durante i nove mesi di gravidanza sono automaticamente trasferiti al feto ed il corpo del bambino, ancora in formazione registra tali variazioni. In poche parole il bambino “impara” qualcosa del mondo che lo aspetta. Un sistema che si forma nella relazione Dal punto di vista sistemico-relazionale non possiamo pensare al bambino come a un individuo isolato. E’ fin da subito parte di un sistema: corporeo, emotivo, relazionale. Il grembo materno non è solo un contenitore biologico, ma uno spazio di comunicazione. Dobbiamo quindi riconoscere che la qualità dell’ambiente emotivo ha un impatto reale sui processi di sviluppo, in particolare sulla regolazione emotiva. Alcuni studi suggeriscono che un’esposizione prolungata ad elevati livelli di stress in gravidanza, possa essere associata, nel tempo ad una maggiore vulnerabilità del bambino, maggiore sensibilità agli stimoli e irritabilità. Nel pensiero sistemico-relazionale, ispirato al lavoro di Gregory Bateson, non esiste un individuo separato dal contesto. Ogni essere umano prende forma all’interno di una rete di relazioni che lo precede e lo sostiene. Prendersi cura della madre è prendersi cura del bambino Se accettiamo l’idea che il grembo sia anche uno spazio emotivo, allora il modo in cui pensiamo alla gravidanza cambia radicalmente. Non è più sufficiente invitare le madri a “stare tranquille”, come se la serenità fosse una scelta individuale o un dovere da adempiere. La tranquillità in realtà è spesso il risultato di condizioni relazionali favorevoli: nasce da contesti che sanno sostenere, contenere, proteggere. Questo significa spostare lo sguardo dalla donna al sistema in cui è immersa. Relazioni rispettose e non violente, la presenza emotiva del partner, la possibilità di avere spazi di ascolto autentico sono elementi che costruiscono un senso di sicurezza. In questa accezione il benessere del bambino è inteso come esito di una rete di cure e legami che iniziano molto prima. e’ qui che assume forza una frase estremamente significativa: “cresciamo genitori gentili, non solo bambini sani“, perché ci ricorda che concentrarci solo sul bambino rischia di farci perdere di vista il contesto che lo genera. La salute infatti, coincide con la possibilità di svilupparsi all’interno di relazioni che sappiano contenere e regolare gli stati interni, offrire protezione e rispondere adeguatamente alle richieste di cura. Bibliografia
Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery
Il Genogramma Familiare

Il genogramma familiare è uno speciale albero genealogico che oltre a rappresentare graficamente le relazioni di parentela tra i componenti di una famiglia su almeno tre generazioni, viene completato con la narrazione che il paziente fa delle relazioni tra i soggetti rappresentati. Il genogramma ci aiuta a ricostruire l’evoluzione storica della famiglia nel tempo, connettendo tra loro gli eventi significativi. Lo studio del genogramma mette in primo piano la ciclicità con cui i modelli familiari si trasmettono nel tempo. Infatti, ogni membro della famiglia tende a ripetere gli stessi comportamenti appresi nella propria famiglia d’origine, i quali, se non vengono messi in discussione e modificati, tendono ad intensificarsi nelle successive generazioni. Il fondatore del genogramma è Murray Bowen, psichiatra e psicanalista americano che negli anni 70 iniziò ad applicare “la teoria dei sistemi” alle famiglie. Egli riuscì a spiegare alcuni importanti sintomi che osservava nei suoi pazienti ed iniziò a strutturare la teoria della trasmissione trigenerazionale dei modelli familiari e del triangolo familiare. Per le sue originali teorizzazioni e per la loro applicazione, Bowen venne considerato uno dei fondatori della psicoterapia familiare, come egli stesso iniziò a definirla, e del modello sistemico-relazionale. Fu colui che formulò ed ideò per primo il concetto di genogramma e ne fece un fondamento del suo modello di intervento sulle famiglie. Le sue teorizzazioni diedero vita al modello sistemico-relazionale in cui la famiglia iniziò ad essere considerata come un sistema complesso ed interdipendente in cui ciascun componente svolge la sua azione per mantenere in equilibrio il sistema. I componenti della famiglia interagiscono tra loro e con l’ambiente esterno in un equilibrio che è sempre variabile ed in evoluzione. All’interno di ciascuna famiglia ogni individuo ha una specifica funzione ed un ruolo che lo caratterizza. Il genogramma può aiutare a riappropriarsi del proprio passato, soprattutto quando questo viene vissuto come debolezza, come qualcosa da cancellare o nascondere. Attraverso una nuova comprensione di ciò che è stato ereditato, è possibile riscrivere la propria storia individuale che necessariamente è connessa a quella di altri individui. Così, gettando una nuova luce sul passato, il genogramma diventa strumento per vivere in modo nuovo le relazioni presenti e avere una chiave di lettura per le situazioni che si incontreranno nel futuro. Il genogramma è uno strumento fondamentale per il terapeuta sistemico relazionale ed è utilizzato sia all’interno del percorso terapeutico, per strutturare le informazioni raccolte, quindi formulare ipotesi sull’origine del disagio e pianificare il percorso di trattamento, sia all’interno del percorso di formazione del terapeuta come strumento di elaborazione della propria esperienza familiare, in questo caso il lavoro di co-costruzione della storia personale dell’allievo avviene grazie alla partecipazione attiva e supportiva del gruppo di formazione e del didatta.
Il Fuorisalone: tra design e psiche

Ogni anno, ad Aprile, Milano si trasforma: le strade si riempiono di installazioni, performance e oggetti particolari. Il Salone del Mobile e il Fuorisalone non sono solo eventi di design: sono esperienze multisensoriali che parlano alla nostra mente e, soprattutto, al nostro inconscio. Ma cosa succede davvero nella nostra testa quando entriamo in uno showroom ipnotico o interagiamo con una sedia che sembra un’installazione d’arte? Il design come stimolo emozionale La psicologia ambientale ci insegna che gli spazi e gli oggetti non sono neutri: influenzano il nostro umore, il nostro comportamento, persino il nostro livello di stress. Al Fuorisalone, ogni dettaglio – dalla luce calda che filtra su una superficie porosa, al profumo diffuso in una sala d’attesa – è progettato per attivare precisi circuiti emotivi. La “psicologia del bello” e il principio di fluency Quando osserviamo un oggetto di design ben proporzionato, il nostro cervello lo “capisce” con facilità. Questo si chiama processing fluency: tutto ciò che è facilmente elaborabile ci appare automaticamente più bello, vero e desiderabile. È per questo che uno stand ben curato, con forme armoniche e colori bilanciati, ci attira più di uno troppo complesso o caotico. Durante il Fuorisalone, i brand lo sanno bene: minimalismo nordico, simmetrie giapponesi, materiali tattili e naturali vengono usati non solo per piacere esteticamente, ma per farci sentire a nostro agio, rilassati e anche più propensi all’acquisto. Il design come estensione dell’identità Secondo alcune teorie della psicologia sociale, ciò che possediamo e scegliamo riflette chi siamo – o chi vorremmo essere. Il design diventa quindi un linguaggio dell’io. E il Fuorisalone è il teatro perfetto in cui proiettare queste identità possibili. Noi, camminando tra gli showroom, non solo guardiamo: ci immaginiamo dentro quelle case, quelle vite, quei mondi alternativi. L’effetto wow e la memoria emozionale Infine, molti allestimenti puntano su quello che in psicologia si chiama effetto von Restorff: ricordiamo meglio ciò che si distingue. Installazioni che sfidano la gravità, oggetti che si muovono o reagiscono al tocco, spazi completamente oscuri o pieni di specchi: tutto serve a creare memorie forti, che durano nel tempo e rafforzano la brand identity. Questi ricordi non sono solo visivi, ma sensoriali e affettivi. Quando, mesi dopo, penseremo a quel tavolo o a quel brand, ci tornerà in mente anche l’odore, la musica, l’atmosfera. Questo non è altro che marketing emozionale. In conclusione, il Salone e il Fuorisalone sono molto più di una fiera del design: sono un laboratorio vivente dove psicologia e creatività si incontrano per modella esperienze facilmente ricordabili.
Il frustrato e la sua tossicità verso se stesso e gli altri

L’aggettivo frustrato è sempre più diffuso come sinonimo di fallito, deluso e depresso. Fin da bambini, l’esperienza della frustrazione ci accompagna quotidianamente, perché non sempre è possibile appagare nell’immediato un bisogno o un desiderio. Già Freud, che ha introdotto il termine nei suoi studi psicologici, sosteneva l’aspetto positivo della frustrazione, come capacità di adattamento al mondo esterno. D’altro canto, però, il frustrato è colui che mette in atto meccanismi e comportamenti psicologici di rigidità e negatività. Dsl punto di vista psicologico, vittima della frustrazione è proprio chi di fronte ad uno stimolo fisico o ambientale non reagisce, ma ne percepisce soltanto gli aspetti negativi. I sintomi di tipo emotivo più comuni sono la rabbia, l’ansia e l’umore depresso. I comportamenti tipici, inoltre, sono l’evitamento delle persone e delle situazioni oltre alla procrastinazione. Il frustrato, nello specifico, ha una rigidità di pensiero fossilizzata su quanto sia difficile ottenere dei risultati, e tende a vivere prevalentemente nel passato. Perde totalmente di vista il qui e ora, rimarginando sulle sue difficoltà: non utilizza le proprie risorse interne per superare lo stato di empasse, ma “ si crogiola” in esso. Proprio per questo modo di fare, la sua autostima e il suo umore virano verso il basso, compromettendone la salute mentale e le relazioni interpersonali. La vicinanza, infatti, ad una persona con tali caratteristiche, soprattutto se ci sono legami affettivi, diventa purtroppo tossica. Gestire continuamente malumori, sconfitte anticipate, rabbia infondata aumenta sensibilmente il rischio di esporsi a situazioni spiacevoli. Si compromette purtroppo anche la motivazione al cambiamento o per lo meno a provarci, perdendo di vista proprio la capacità di adattamento utile per vivere. Il frustrato dovrebbe quindi interrompere questo modus operandi: un cambiamento di strategia orientato ad un’analisi realistica dei bisogni/aspettative/risultati. Il tutto deve essere corredato da entusiasmo, motivazione e fiducia in se stessi.
IL FRAMING E L’INFLUENZA NELLE DECISIONI

Quando dobbiamo prendere una decisione, se abbiamo tempo, in genere riflettiamo e mettiamo a confronto le opzioni che abbiamo a disposizione. In questa panoramica, entra in gioco l’effetto framing. Per valutare cosa sia meglio fare in una data situazione, facciamo delle categorizzazioni, deduzioni e previsioni. La presa di decisione è soggetta all’effetto framing, secondo il quale il processo di scelta è influenzato da come “incorniciamo” un’opzione. L’effetto framing si presenta frequentemente nelle scelte di tipo economico. Facciamo questo esempio: “Sei in un grande magazzino e stai comprando una giacca che costa 125€ e una calcolatrice che costa 15€. Un commesso ti dice che la stessa calcolatrice è venduta a 10€ in un negozio distante 20 minuti di auto. Andresti in questo punto vendita?” Fondamentalmente si tratta di decidere se lo sconto di 5€ vale lo spostamento richiesto. La decisione viene presa incorniciando lo sconto in uno scenario che ha come riferimento il prezzo base della calcolatrice. Andando nell’altro punto vendita si compra la calcolatrice risparmiando un terzo del suo costo. In questo caso, il 68% dei partecipanti ha deciso di andare nell’altro punto vendita. Successivamente la domanda è stata posta in un altro modo. “Sei in un grande magazzino e stai comprando una giacca che costa 125€ e una calcolatrice che costa 15€. Un commesso ti dice che la stessa giacca è venduta a 120€ in un negozio distante 20 minuti di auto. Andresti in questo punto vendita?”. In questo secondo caso solamente il 29% si è dichiarato disposto ad andare nell’altro punto vendita perché la decisione era incorniciata assumendo come punto di riferimento la giacca. Dunque, i 5€ di sconto hanno un impatto decisamente maggiore se rapportati a una spesa di 15€ rispetto a una di 125€. Alcuni ricercatori hanno introdotto delle modifiche alla versione originale del problema della calcolatrice e della giacca. Piuttosto che riportare prodotti che non hanno nessuna relazione (come la giacca e la calcolatrice), gli autori hanno preso coppie di prodotti che appartengono alla stessa categoria (ad esempio una tuta da sci e un paio di sci). In questo caso, i partecipanti sono portati a stabile una relazione tra i due prodotti. Quanto più forte viene percepito il legame tra i due prodotti, più l’effetto framing svanisce. Questo perché la tendenza a valutare i due prodotti in maniera congiunta prevale sulla tendenza a trarre conclusioni sulla base di livelli di riferimento sempre diversi. In conclusione, l’effetto framing dimostra quanto sia potente il modo in cui le informazioni vengono presentate nel plasmare le nostre decisioni e percezioni. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill Education
Il Forest Bathing: il Benessere Psicologico nella Natura

Il Forest Bathing: Benessere Psicologico Immerso nella Natura Il “Forest Bathing”, conosciuto anche come shinrin-yoku, è una pratica che consiste nel trascorrere del tempo immersi nella natura, in particolare in ambienti boschivi, per migliorare il benessere fisico e mentale. Questa pratica, originaria del Giappone negli anni ’80, è rapidamente diventata un fenomeno globale, grazie ai suoi comprovati benefici sulla salute psicologica. Il termine “bagno” non si riferisce all’acqua, bensì alla completa immersione dei sensi nell’ambiente naturale. Ma come funziona il Forest Bathing e perché è così efficace? La connessione tra uomo e natura La nostra relazione con la natura è profonda e ancestrale. Per migliaia di anni, gli esseri umani hanno vissuto immersi nel verde, circondati da foreste e paesaggi naturali. È solo negli ultimi secoli che ci siamo allontanati da questo ambiente primordiale per concentrarci su stili di vita urbanizzati e tecnologici. Questo distacco ha portato con sé numerosi effetti collaterali sulla salute mentale e fisica, come aumento dello stress, ansia, depressione e una ridotta capacità di concentrazione. Il Forest Bathing si basa sulla semplice ma potente idea che trascorrere del tempo in mezzo alla natura può aiutarci a recuperare questa connessione perduta. Diversi studi hanno dimostrato che stare in un ambiente naturale riduce significativamente i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e promuove una sensazione generale di calma e benessere. Effetti psicologici del Forest Bathing I benefici psicologici del Forest Bathing sono stati ampiamente studiati. Riduzione dello stress e dell’ansia. La vista del verde, i suoni della natura e l’aria fresca aiutano a calmare il sistema nervoso, riducendo i livelli di cortisolo e inducendo una sensazione di rilassamento profondo. Questo ha un impatto diretto sull’ansia e sull’umore, favorendo uno stato mentale più positivo. Aumento della concentrazione e della creatività: Immersi nel caos e nelle distrazioni della vita urbana, spesso ci troviamo a lottare per mantenere alta la concentrazione. Trascorrere del tempo nella natura, al contrario, aiuta a “resettare” il cervello, migliorando la nostra capacità di concentrazione e stimolando la creatività. Questo effetto è noto come “attenzione rigenerativa”, un concetto che si riferisce alla capacità della natura di ripristinare la nostra attenzione affaticata. Miglioramento dell’umore: Oltre a ridurre l’ansia, il Forest Bathing è associato a una generale sensazione di felicità e benessere. Gli alberi e le piante rilasciano sostanze chimiche chiamate “fitoncidi”, che hanno effetti positivi sul sistema immunitario e sono in grado di migliorare l’umore. Connessione e consapevolezza: Uno degli aspetti più affascinanti del Forest Bathing è la sua capacità di rafforzare il senso di connessione, sia con la natura che con noi stessi. Trascorrere del tempo immersi in un ambiente naturale ci invita a rallentare, a prestare attenzione ai dettagli intorno a noi e a sviluppare una maggiore consapevolezza del presente. Questo stato di mindfulness è uno strumento potente per combattere l’ansia e il pensiero ossessivo, aiutandoci a vivere nel “qui e ora”. Come praticare il Forest Bathing Praticare il Forest Bathing è semplice e accessibile a tutti. Non è necessario trovarsi in una foresta remota: anche un parco cittadino può offrire benefici simili. Il principio fondamentale è lasciare da parte la tecnologia e concentrarsi completamente sull’ambiente naturale. Si cammina lentamente, respirando profondamente e prestando attenzione ai suoni, agli odori e alle sensazioni tattili. Non ci sono obiettivi specifici da raggiungere; l’importante è godere della quiete e del contatto con la natura. Il Forest Bathing rappresenta un ritorno alle nostre radici naturali e un potente antidoto allo stress della vita moderna. In un mondo sempre più frenetico e tecnologico, riscoprire il contatto con la natura può offrirci un modo semplice e naturale per prenderci cura della nostra salute mentale.
IL FLOP DELLA COPPIA

di Loredana Luise Quando è necessario un cambio di trama o di regia La vita di coppia non è facile e le sfide quotidiane la mettono continuamente a dura prova. Quando scegliamo di condividere la vita con qualcuno, in cuor nostro speriamo sempre di trovare un nostro sostenitore a vita che, munito di pompom come una cheerleader, faccia sempre il tifo per noi qualsiasi cosa accada, anche se ci piombano addosso all’improvviso delle sfide che pesano come macigni. Quando scegliamo l’altro le dinamiche che ci spingono a prediligere qualcuno sono lontane e insite nella nostra storia familiare ma, in ciascuno di noi, la scelta del partner risponde a profondi bisogni personali di cura o affiliazione ma anche a disponibilità all’accudimento o all’accoglienza dell’altro. Ci affidiamo ad un nostro mito familiare e tendiamo a ricercarlo e a riprodurlo. Ciò che spesso ci fa innamorare è l’immagine di noi che attraverso l’altro ci viene riflessa e che deve in qualche modo corrispondere ad una nostra idealizzazione di quello che vorremmo realmente essere nella nostra vita. L’intreccio delle varie immagini dà vita a quell’insieme di relazioni che viene chiamato “copione” (script). La trama di una storia d’amore coinvolge mille emozioni che vanno dall’esperienza dell’innamoramento, alla scelta e al desiderio di prolungare la frequentazione, fino al bisogno di condividere tempo luoghi e persone, unendo formalmente o meno le proprie vite. In questo evolversi di vissuti l’altro rappresenta sempre più un aggancio dal quale non vogliamo staccarci, e che un po’ alla volta assume concretamente la posizione di parte integrante del vivere quotidiano. Spesso ci ancoriamo al nostro ideale di storia di amore e in qualche modo ci convinciamo che la trama sarà quella, con quel finale lì che tanto ci piace e che sogniamo da un po’. Altre volte invece sappiamo nel profondo, forse perché è un film già visto, che la trama non sarà così avvincente e che le montagne russe saranno sempre dietro l’angolo; di conseguenza ci difendiamo dai rischi emotivi o ci trinceriamo dietro comportamenti ambivalenti e poco chiari che rischiano di non farci vivere appieno l’esperienza emotiva. Ma perché ad un certo punto la trama si blocca, si interrompe o si trascina passivamente? Le motivazioni per le quali una coppia può andare in crisi possono essere molte e le più disparate: alcune coppie vanno in crisi già all’inizio della loro unione, altre invece subito dopo la nascita dei figli o quando i figli sono adolescenti e iniziano a proiettarsi all’esterno lasciando i genitori nuovamente come coppia. In alcuni casi le coppie invece si insabbiano o si bloccano quando avvenimenti imprevisti scuotono in qualche modo la loro vita, e entrambi o uno dei due non riesce a far fronte a queste situazioni in modo lineare e armonico. Al di là del copione personale o delle problematiche che già sul nascere una coppia può presentare, molto spesso le coppie che riescono nei primi tempi a trovare un equilibrio, con l’evolversi della trama non riescono ad adattarsi ai cambiamenti e iniziano a soffrire la relazione agendo dei comportamenti funzionali a sé stessi ma non al sistema coppia. Come reagiscono i soggetti della coppia in crisi Quando la coppia non evolve e il copione non si spiega in maniera equilibrata il disagio può venire espresso in vari modi: Con la conflittualità più o meno forte e un esplicito disaccordo su molti ambiti di vita; con una fuga all’esterno di uno dei due o di tutti e due (tradimenti, investimenti eccessivi nel tempo lavoro o nel tempo libero personale ecc. ecc ); attraverso il disagio personale o la comparsa di alcuni sintomi in uno o in tutti e due i partner; con delle difficoltà nella sfera sessuale (assenza di rapporti intimi o molto saltuari o reali difficoltà nella pratica dell’attività sessuale stessa); se ci sono dei figli può capitare che i figli stessi siano portatori di un problema o di un disagio che corrisponde ad un segnale di sofferenza di tutti. Cogliere l’opportunità della crisi Nella nostra cultura il termine crisi viene associato sempre a qualcosa di negativo o da evitare. La parola crisi deriva dal termine greco KRISIS che significa scelta o decisione, che contiene una connotazione positiva in quanto, grazie a questa situazione, possiamo fare una scelta o agire un cambiamento che ci permette di far evolvere la situazione. Nel caso in cui la coppia, nonostante il riconoscimento della crisi, non riesca poi a ristabilire la situazione di equilibrio e arrivi alla decisione di separarsi per lo meno la crisi è stata funzionale all’interruzione di un declino continuo che faceva male ad entrambi. Ma quando ci si rende conto che le cose non funzionano, che si va avanti per inerzia, che il rischio è quello di non rispettarsi più o addirittura di subire un’evoluzione negativa o svilente da un punto di vista personale, è necessario fermarsi e decidere che è arrivato il momento di fare qualcosa. Forse è meglio decidere di avere un secondo tempo migliore Non è facile fermarsi e ammettere di aver fallito il progetto di famiglia che consciamente o inconsciamente abbiamo accettato. Prolungare per troppo tempo una situazione di malessere, di conflitto, di apatia o di estraniazione, a lungo andare può rappresentare un rischio sia da un punto di vista personale che da un punto di vista dell’intero sistema familiare. Cogliere l’occasione di aver consapevolezza che qualcosa non va, che le cose devono in qualche modo cambiare, è già un primo passo per attivare un cambiamento. Se la situazioni di crisi si trovasse in una prima fase in cui il rispetto reciproco fosse ancora integro, o perlomeno le emozioni negative non avessero ancora avuto il sopravvento, potrebbe essere sufficiente fermarsi e condividere i propri vissuti; discutendo del malessere provato andando alla ricerca di un nuovo equilibrio e di nuove energie per procedere nella vita assieme in modo appagante per entrambe. Ma non sempre è così semplice e forse farsi aiutare da qualcuno potrebbe essere la soluzione migliore. Il supporto di un nuovo regista Un nuovo regista che arriva è emotivamente