Il figlio sintomatico e l’angoscia dei genitori: una lettura del legame familiare

Vivere accanto a un adolescente che soffre psicologicamente significa abitare una tensione continua tra presenza e impotenza. Quando emerge una diagnosi — che riguardi l’umore, il comportamento, il ritiro sociale, le dipendenze, l’area psicotica o gravi difficoltà nella regolazione emotiva — non è soltanto il ragazzo a entrare in crisi. Anche il legame familiare viene profondamente trasformato. Molti genitori raccontano la sensazione di vivere accanto a un figlio che, improvvisamente, non riescono più a raggiungere. Lo riconoscono e allo stesso tempo non lo riconoscono più. Il figlio che prima cercava protezione può diventare distante, aggressivo, oppositivo o completamente chiuso nel silenzio. La relazione si riempie di incomprensioni, conflitti, paura di sbagliare. Dal punto di vista psichico, la diagnosi produce spesso una frattura nell’immaginario familiare.Ogni genitore costruisce inconsapevolmente rappresentazioni del proprio figlio: ciò che sarà, ciò che diventerà, il modo in cui crescerà, il tipo di relazione che avranno. Quando irrompe il sintomo, queste immagini vacillano. E insieme ad esse vacilla anche il senso di sé come genitore. L’adolescenza, già di per sé, è un tempo di profonda destabilizzazione. Il corpo cambia, il rapporto con l’autorità si modifica, il figlio cerca separazione e autonomia. Ma quando a questo si aggiunge una sofferenza psichica importante, la trasformazione assume spesso il carattere di un’urgenza emotiva difficile da contenere. Molti genitori iniziano a vivere in uno stato di allerta costante. Controllano il tono della voce del figlio, i silenzi, gli sguardi, i movimenti, il sonno, il cibo, le uscite. La quotidianità si organizza progressivamente attorno al tentativo di prevenire la prossima crisi. La casa smette di essere soltanto uno spazio familiare e diventa un luogo emotivamente saturo, attraversato da tensioni invisibili ma continue. In queste situazioni, il genitore è spesso preso in un doppio movimento contraddittorio: da una parte sente il bisogno di proteggere il figlio da tutto ciò che potrebbe ferirlo; dall’altra prova rabbia, esasperazione o desiderio di distanza quando il comportamento del ragazzo diventa troppo difficile da sostenere. Questa ambivalenza genera frequentemente senso di colpa. Molti genitori si spaventano delle proprie emozioni: della stanchezza, della rabbia, del sollievo nei momenti di calma o del desiderio, talvolta, di sottrarsi a una situazione percepita come troppo pesante. Ma vivere accanto a una sofferenza psichica intensa espone inevitabilmente anche chi cura a un logoramento emotivo. Il sintomo adolescenziale, inoltre, non sempre assume forme che suscitano immediata empatia. Alcuni ragazzi esprimono il dolore attraverso il conflitto continuo, la provocazione, l’aggressività o l’attacco al legame. In questi casi il genitore rischia progressivamente di vedere soltanto il comportamento manifesto, perdendo contatto con la sofferenza che lo sostiene. È qui che molte famiglie entrano in una spirale dolorosa. Più il ragazzo attacca o si oppone, più il genitore irrigidisce il controllo; più il controllo aumenta, più l’adolescente vive il legame come invasivo o persecutorio. Il sintomo finisce allora per occupare tutto lo spazio relazionale. In alcune famiglie si crea persino una sorta di organizzazione attorno alla crisi. Tutti iniziano inconsapevolmente a ruotare attorno al membro più fragile: fratelli che si adattano in silenzio, genitori che rinunciano alla propria vita personale, coppie che smettono di esistere al di fuori della funzione genitoriale. Dal punto di vista clinico, uno degli aspetti più importanti è aiutare i genitori a distinguere il figlio dal suo sintomo. Un adolescente può avere comportamenti molto difficili senza coincidere interamente con essi. Dietro alcune esplosioni aggressive esistono spesso vissuti profondi di angoscia, vergogna, esclusione o paura del legame. Allo stesso tempo, è fondamentale che i genitori possano ritrovare uno spazio psichico proprio. Quando tutta la vita familiare viene assorbita dall’emergenza, il rischio è che il sintomo diventi l’unico organizzatore del legame. Il lavoro terapeutico permette allora di reintrodurre differenze, confini e possibilità di pensiero là dove tutto rischia di essere agito nell’urgenza. Vivere accanto a un figlio con una diagnosi significa anche confrontarsi con il limite. Il limite di non poter guarire immediatamente il dolore dell’altro. Il limite di non capire sempre. Il limite di non riuscire a controllare tutto. Ma proprio accettando questo limite può aprirsi una posizione diversa nel legame. Non quella del genitore onnipotente che deve salvare il figlio a ogni costo, né quella del genitore sconfitto che rinuncia alla relazione. Piuttosto quella di un adulto che, pur nella fatica, continua a restare presente senza ridurre il figlio esclusivamente alla sua sofferenza. Perché anche quando il sintomo invade il legame, il soggetto non coincide mai completamente con la diagnosi. E spesso il lavoro più importante non è eliminare immediatamente il sintomo, ma permettere che il ragazzo possa continuare a sentirsi guardato come qualcuno che esiste oltre esso.

Il fenomeno sociale dei giovani “Woke”: una generazione sempre in allerta

generazione woke

Il termine inglese “Woke”, la cui traduzione letterale è “sveglio”, definisce uno stato di allerta e di particolare attenzione riguardo alle ingiustizie sociali o razziali. Nell’ultimo periodo è stato utilizzato per indicare l’attitudine di persone che hanno maturato una grande consapevolezza sulle ingiustizie rappresentate da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualsiasi forma di discriminazione. Questa parola è si è fatta manifesto di una generazione ipersensibile, perennemente in guardia, ambasciatrice di valori quali l’uguaglianza e l’inclusione. L’espressione “Woke” risale al ‘900, tuttavia è negli ultimi 10 anni, con le proteste di “Black Lives Matter” che si è arricchita di un nuovo significato. I giovani “woken”, risvegliati, sono individui attenti e informati che affrontano in maniera consapevole temi caldi come il razzismo e la parità di genere. Dunque un termine utilizzato con accezione positiva per indicare attivisti impegnati nel sociale, accanto ai più deboli, che combattono battaglie per i diritti umani. Oggi la parola “Woke” ha assunto un significato perlopiù negativo, allo scopo di descrivere questa categoria come individui fanatici e aggressivi. In quest’ottica i social fungono da amplificatore, dando vita a fenomeni virali piuttosto preoccupanti. Uno di questi è la cancel culture: l’atto di sminuire, boicottare o colpevolizzare “l’altro”. Una modalità che rende difficile, quasi impossibile il confronto, sano e proattivo, tra persone con idee diverse. Una delle conseguenze di questo approccio è, paraddosalmente, la limitazione della libertà di espressione. La tutela dei diritti e dei differenti punti di vista è nobile e sacrosanta, ma per far sentire la propria voce bisogna dialogare, non sovrastrare. Occorre quindi costruire uno spazio protetto di dialogo e confronto, sia online che offline, dove l’empatia e la comprensione sono fondamentali per comprendere le esigenze degli altri.

Il fenomeno Jeffrey Dahmer

La serie tv Dahmer ha debuttato un paio di settimane fa, diventando rapidamente una delle serie più popolari di Netflix e soprattutto arrivando ad essere un argomento molto dibattuto tra i giovani su Tik Tok.  Prima di entrare nel merito delle polemiche, raccontiamo per grandi linee la trama di questa miniserie composta da 10 episodi.  La storia ripercorre la vita di Jeffrey Dahmer, passato alla storia come Mostro di Milwaukee per aver ucciso brutalmente diverse persone tra il 1978 e il 1991. La serie, oltre a focalizzarsi sui vari omicidi compiuti da Dahmer, si sofferma anche sulla psicologia del personaggio, andando ad indagare le vicende di un’infanzia infelice e problematica che l’hanno portato dall’essere semplicemente Jeffrey, a trasformarsi in un mostro capace di uccidere e mangiare le sue vittime. Questa descrizione del personaggio ha portato i telespettatori a guardare il killer con occhi diversi, questo è successo sia perché si è distratti dalla bravura dell’attore che ha intrepretato Dahmer con una interpretazione magistrale, sia perché si è descritta la dolorosa vita del protagonista che emerge in primo piano rispetto alla brutalità degli eventi accaduti. Da parte della serie non c’è alcun tentativo di giustificazione, sia ben chiaro. Semmai si cerca di contestualizzare cotanta malvagità che, a questi livelli, risulta contro natura. Per farlo si dà voce anche alle vittime, passando dal loro punto di vista a quello del serial killer.  A conquistare quindi è il cortocircuito tra una storia agghiacciante, che definiresti di fantasia ma che invece non lo è. Diventando così una realtà ancora più terribile. La serie è stata subissata da critiche da parte della comunità lgbtq+ e dai familiari delle vittime che hanno trovato traumatico  assistere a un ritorno di interesse del pubblico nei confronti del serial killer cannibale. Questo grande interesse del pubblico ha quindi trasformato Dahmer da serial Killer a personaggio da ricordare, diventando anche un costume di Halloween. Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione?  Alla base di questo fascino così duraturo c’è anche il nostro desiderio, quasi una necessità, di trovare una spiegazione a ciò che ci appare come inconcepibile, mostruoso, disumano. Perché se per l’efferatezza, le mutilazioni, la ferocia si può trovare una spiegazione “logica” e psicologica allora ci fanno meno paura e possono essere previste e prevenute.

Il fenomeno del taglio emotivo: la fuga silenziosa alla conquista dell’indipendenza

Il fenomeno del “taglio emotivo” nei giovani adulti, nel contesto della conquista dell’indipendenza, è un aspetto psicologico e relazionale molto interessante. Durante il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, i giovani vivono un processo naturale di separazione dalle figure genitoriali. Tale processo è accompagnato da quello che in psicologia viene definito “taglio emotivo“, ovvero la presa di distanza affettiva dalla famiglia d’origine finalizzata alla costruzione di una identità autonoma. Cos’è il taglio emotivo? Quando parliamo di taglio emotivo non facciamo riferimento nello specifico ad una rottura dei rapporti, quanto piuttosto ad un corpus di atteggiamenti che vengono attuati al fine di adoperarlo. In particolare modo può avvenire attraverso: un raffreddamento relazionale a carattere temporaneo un distacco affettivo che può essere favorito dalla distanza fisica una maggiore chiusura rispetto alle aspettative familiari Uno degli aspetti maggiormente rilevanti è il processo di separazione-individuazione dal nucleo familiare che comporta ovviamente un “adattamento”. E’ un passaggio fisiologico e spesso necessario anche se potrebbe generare incomprensioni e senso di abbandono nei genitori. Con il tempo, però, se il processo è sano il taglio tende a ricomporsi grazie all’instaurarsi di una relazione più matura dove il legame con i genitori può assumere forme più “paritarie”, dando vita ad una relazione più equilibrata e fondata sul riconoscimento reciproco. Quando diventa disfunzionale? Questo fenomeno, difatti, può assumere connotazioni patologiche nei casi di distacco radicale che potrebbero condurre alla rottura dei legami familiari o anche in presenza di traumi non elaborati. In questi casi, il taglio emotivo può assumere le connotazioni di un meccanismo di difesa che può compromettere il benessere psicologico dell’individuo. Murray Bowen Bowen è stato il pioniere di questo fenomeno che è diventato il concetto centrale della sua Teoria dei Sistemi Familiari. Egli lo descrive come un meccanismo attraverso cui una persona cerca di gestire i conflitti irrisolti nei rapporti familiari, tagliando per l’appunto, e riducendo drasticamente ogni tipo di contatto con la famiglia. Secondo Bowen il taglio emotivo non elimina i legami emotivi ma li spinge nell’inconscio, dove continuano ad influenzare la persona. Difatti, talvolta, determinati meccanismi vengono nuovamente innescati da nuove relazioni. Con la psicoterapia sistemica familiare, grazie ad approcci narrativi e psicodinamici, si può dare un significato al taglio emotivo, vedere in che modo si ripete in altre relazioni e trasformarlo in una scelta consapevole. Affinchè ciò possa diventare possibile, è necessario non patologizzare il bisogno di distanza, ma esplorarlo. Bibliografia Bowen, M., 1987 “Dalla famiglia all’individuo: La differenziazione del sé nel sistema familiare”, Roma, Astrolabio.

Il fenomeno del Phubbing: tra FOMO e isolamento sociale

phubbing Fomo

Viviamo in una società iperconnessa, dove lo smartphone è ormai un’estensione del nostro braccio. Talvolta questo attaccamento ossessivo assume contorni preoccupanti, sfociando nella FOMO. Viviamo nella costante paura di essere tagliati fuori dal mondo virtuale, con importanti conseguenze sulla socialità. Uno dei fenomeni più diffusi dei nostri tempi è il Phubbing, termine che deriva dalla contrazione di due parole inglesi: phone e snubbing. Il Phubbing è l’atto di ignorare o trascurare il proprio interlocutore, in favore dello smartphone. Secondo uno studio dell’Università del Kent, il Phubbing costituisce una vera e propria forma di esclusione sociale che sottrae tempo e attenzione alle relazioni autentiche. Gli studi condotti nel corso degli anni, hanno mostrato una correlazione tra Phubbing e disturbo dell’autocontrollo; dipendenza da internet; fomo e ansia sociale.Gli effetti sulle persone che subiscono il Phubbing sono indelebili e lasciano un segno profondo. L’indifferenza e la scarsa attenzione generano insicurezza e minano l’autostima.Questo atteggiamento impatta inevitabilmente sulla creazione di un rapporto di fiducia, sul senso di appartenenza e di autoaffermazione. Come combattere questa sgradevole condotta? La chiave è sviluppare una maggiore sensibilità che ci permetta di entrare in empatia con le altre persone e le loro emozioni. Per farlo è importante lavorare sulla propria intelligenza emotiva, concentrandosi sul qui e ora e sulle emozioni e sensazioni che scaturiscono da un incontro vis a vis.

Il Fenomeno del Catcalling

Il catcalling deriva dalla fusione dei termini “cat” (gatto) e “calling” (chiamare), e non è altro che la molestia verbale destinata prevalentemente a donne incontrate per strada. Il catcalling comprende commenti indesiderati, gesti, strombazzi, fischi e avance sessuali in luoghi pubblici come strade e mezzi di trasporto. Il fenomeno è in crescita e condiziona molte donne che non si sentono più libere di camminare per strada e indossare ciò che vogliono.  Le molestie di strada non sempre includono azioni o commenti con connotazione sessuale. A volte prevedono anche insulti omofobici e altri commenti che fanno riferimento a religione, etnia, classe sociale e disabilità. Il catcalling, come gli altri tipi di molestie, è caratterizzato dall’oggettivazione della vittima: il cat caller non vede una persona ma un oggetto sessuale. Molte donne che hanno subito una molestia verbale per strada hanno difatti dichiarato di essersi sentite sporche e inutili, in quanto in quei momenti ci si sente deumanizzati, privati di un nome ed una personalità mentre degli estranei squadrano il tuo corpo senza che tu possa dire nulla.  In questa dinamica il cat caller si colloca in una posizione di potere rispetto alla vittima, la quale, dopo aver ricevuto fischi, un “ciao bella” o uno sguardo di troppo, prova sentimenti contrastanti.  E poi vi è la rabbia per aver subito una molestia e allo stesso tempo la frustrazione ed impotenza legate al non aver reagito per timore di scatenare reazioni incontrollabili nel cat caller.  Tutto ciò si tramuta in una forte paura che porta ad una profonda modificazione del proprio stile di vita nella speranza di evitare che quell’evento si verifichi nuovamente, come: vestirsi in maniera differente, scegliere di non percorrere certe strade, non socializzare o rincasare prima che faccia buio.  L’aspetto subdolo del catcalling è che la molestia vera e propria, si nasconde dietro ad un complimento. infatti, vi è tanta gente che pensa sia un buon modo per approcciarsi all’altro ed esprimere interesse. Quindi fischiare o fare complimenti per strada sarebbe sinonimo di interesse verso l’altroe soprattutto, dal punto di vista di chi lo esercita, dovrebbe essere vissuto come un complimento da chi lo vive. In molti Paesi il catcalling è considerato un reato. Nel 2018 in Francia è stata approvata una legge sulle molestie verbali e contro il catcallingche prevede sanzioni in multe dai 90 ai 1500 euro, a seconda della gravità della molestia. Anche in altri Paesi, come il Perùe lo stato dell’Illinois, sono previste sanzioni.  ‍In Italia il catcalling non è considerato reato e dunque non sono previste sanzioni per le molestie di strada. Tuttavia, il catcalling potrebbe essere inquadrato nella fattispecie di cui all’art. 660 del Codice penale, che disciplina lacontravvenzione di molestia o disturbo alle persone.‍ Ad ogni modo, in Italia l’assenza di normative specifiche contro questo tipo di condotta amplifica la banalizzazione del problema, che andrebbe risolto anche attraverso la prevenzione e l’educazione già dai primi anni di scuola

Il fascino del baby talk: con il linguaggio dei bambini

Noi tutti sappiamo che linguaggio verbale è una potenzialità dell’essere umano. Ovviamente il baby talk richiede agli adulti la caapcità di utilizzare il proprio corpo in relazione a quanto si dice.Questo è fondamentale per evitare messaggi discordanti.Il baby talk diventa un messaggio che l’adulto invia al piccolo in maniera unica e personale.Il baby talk è un collante affettivo tra genitori e figli,favorisce la connessione emotiva. Il baby talk si può considerare un allenamento per il cervello del piccolo.

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore Uno dei dolori più profondi nel processo di terapia è quello della scoperta della sofferenza degli altri significativi. È quello che è successo a F., quando nel ripercorrere insieme la propria infanzia, ricostruisce delle assenze della madre per lunghi periodi. In questi lunghi momenti taciuti in famiglia, la madre era costretta a letto, a dormire, in quello che sembrerebbe riconducibile ad una depressione probabilmente post-partum, proprio dopo la nascita di F. F. ha chiaramente trovato le sue strategie per restare vicino alla madre, e per accogliere i momenti “buoni” e allegri da poter trascorrere insieme. F. e i suoi fratelli, con il passare degli anni, hanno notato e ricostruito dei comportamenti di disagio che, però, entrambi i genitori ancora oggi non hanno riconosciuto. È nel ripensare ai momenti di sofferenza della madre che F. comincia a provare un dolore profondo. Alla sofferenza rimasta silente, al lutto dei momenti non trascorsi insieme, alla rabbia per il mancato riconoscimento della patologia da parte degli adulti stessi. Quello di F. è un vissuto comune a moltissimi pazienti giovani adulti alle prese con il passaggio all’autonomia dalla casa familiare, con una sofferenza più o meno intensa da parte della coppia genitoriale. <<Come faccio a starle vicino nel modo giusto?>> chiede F., che ormai di depressione ha letto tanto, e riporta di dover avere un comportamento calmo, accogliente e pacato con il familiare con disagio. Eppure la rabbia è tanta, per tutti i consigli non ascoltati, per le offerte di aiuto non accolte sfociate in litigi, urla e allontanamenti improvvisi. La verità è che l’aiuto passa spesso per la cosa più coraggiosa e silente che possa esserci: l’accettazione. Accettazione della condizione di sofferenza e patologia, di non riconoscimento del proprio disagio, e di una condizione di vita scelta che è diversa da quella che noi vorremmo per il benessere del nostro familiare. L’accettazione però, per essere sana, reale e sincera, ha bisogno di confini, che è quello del rispetto della propria persona. Devo cioè accettare nel rispetto del mio benessere. Oltre, diventa un aspetto passivizzante e forzato. Accettare di non poter offrire aiuto ad una persona in sofferenza, talvolta è uno dei più coraggiosi gesti di aiuto che possiamo offrire. In poche parole, la nostra vicinanza silente.

Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD)

La diagnosi di Disturbo Post-traumatico da Stress è stata introdotta nel tentativo di isolare e definire tutti i casi di patologia psichica che, con caratteristiche comuni, compaiono successivamente ad un evento stressante. L’interesse originario era duplice: di natura scientifica, nel tentativo di studiare le caratteristiche di un disturbo che sembrava poter godere di una propria autonomia nosografica, e di natura sociale e politica, con l’obiettivo di indennizzare i soldati americani reduci dalla guerra del Vietnam (Colombo e Mantua, 2001). La formulazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico Da Stress (Post Traumatic Stress Disorder o PTSD) compare per la prima volta nel 1980 con la pubblicazione della terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM III) come categoria diagnostica autonoma. Era definito come una specifica risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, accompagnato da un significativo appiattimento della reattività emozionale, da un considerevole aumento dell’ansia e dal constatare evitamento degli stimoli associati al trauma. In seguito a diverse critiche e rettifiche, l’Associazione Psichiatrica Americana, nel 2013 è giunta alla pubblicazione del DSM V nel quale sono stati apportate ulteriori modifiche per quanto riguarda la diagnosi di PTSD, incluso nella categoria dei “disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti”. Esso può essere definito come un disturbo che si sviluppa in genere dopo un evento particolarmente traumatico, ovvero un evento che ha messo in pericolo la salute e l’integrità fisica o psichica del soggetto. Si caratterizza per sintomi particolarmente invalidanti, come ansia molto intensa e frequente, calo del tono dell’umore, pensieri, immagini o ricordi intrusivi dell’evento traumatico e spesso un vissuto emotivo molto intenso. Se la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di PTSD. Criteri diagnostici I criteri del DSM V per il disturbo da stress post-traumatico, che riguardano sia adulti, sia adolescenti che bambini sopra i 6 anni, sono: Esposizione a un evento traumatico, reale, in maniera diretta o indiretta. Sintomi di risperimentazione: il soggetto si trova a rivivere ripetutamente il momento del trauma in vario modo. Sintomi di evitamento: nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. Alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: la persona presenta una riduzione della propria reattività verso il mondo esterno e lamenta una diminuzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, prova sentimenti di distacco e di estraneità, manifesta una diminuita capacità di provare emozioni, sia positive che negative, e si palesa un senso di sfiducia nelle prospettive future. Sintomi di iperattivazione (arousal): la persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta ad essere costantemente in allerta, a rispondere in maniera esplosiva e rabbiosa e a vivere in uno stato di ipervigilanza. Durata: tutti i sintomi devono essere presenti da almeno un mese. Il disturbo deve causare un significativo disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo e in altre aree significative per il funzionamento dell’individuo. Il disturbo non è attribuibile all’uso di sostanze o farmaci o altra condizione medica. PTSD: ricerche e critiche Nel tempo, il costrutto di disturbo da stress post-traumatico ha ricevuto sempre maggiore attenzione, guidato dalle preoccupazioni relative agli effetti sulla salute mentale conseguenti a guerre, conflitti e violenze interpersonali. Tale costrutto, inoltre, è stato utilizzato sia per far avanzare la ricerca sia per organizzare interventi psicologici, con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone colpite dal trauma. Tuttavia, la categoria diagnostica del PTSD non è esente da critiche e aspetti controversi. Sebbene la categoria diagnostica del PTSD abbia un’utilità fondamentale per coloro che forniscono trattamenti all’interno del sistema di cure, essa potrebbe non conformarsi ai modelli culturali con cui le persone danno un senso agli eventi traumatici e alla successiva sofferenza (Bryant-Davis, 2005). In particolar modo, da un punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, il trauma e i suoi effetti, soprattutto se in seguito ai men-made disasters, vanno oltre la categorizzazione diagnostica. Il costrutto diagnostico del PTSD descrive alcune caratteristiche di una risposta universale al trauma, tuttavia ignora altre forme culturalmente più specifiche di esprimere sintomi correlati al trauma. È, quindi, necessario andare oltre la semplice categorizzazione diagnostica, nel tentativo di comprendere per intero gli eventi traumatici, la sofferenza, il rischio esperiti dall’individuo, come anche la possibilità di ripresa e i fattori individuali e comunitari che ne influenzano l’esito. È necessario porre l’attenzione sul più ampio contesto relativo alle cause sociali e alle conseguenze degli eventi traumatici come guerra, migrazione e violenza. I professionisti della salute mentale hanno bisogno di queste informazioni per valutare più accuratamente la presenza della malattia, per comunicare meglio la loro comprensione e preoccupazione, per promuovere l’accettazione del trattamento e ridurre il carico emotivo della malattia. Bibliografia American Psychiatric Association (1980). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3ᵃ ed. (DSM-III). Tr. it. Milano: Masson, 1983. American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5ᵃ ed. (DSM-V). Tr. it. Milano: Raffaello Cortina, 2014. Bryant-Davis, T. (2005). The trauma of racism: Implication for counseling, research, and education. The Counseling Psychologist, 33, 574. Colombo, P.P., e Mantua, V. (2001). Il Disturbo Post-traumatico da Stress nella vita quotidiana. Rivista di psichiatria, 36(2), 55-68.