Il dolore di affrontare il disagio di un genitore

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore Uno dei dolori più profondi nel processo di terapia è quello della scoperta della sofferenza degli altri significativi. È quello che è successo a F., quando nel ripercorrere insieme la propria infanzia, ricostruisce delle assenze della madre per lunghi periodi. In questi lunghi momenti taciuti in famiglia, la madre era costretta a letto, a dormire, in quello che sembrerebbe riconducibile ad una depressione probabilmente post-partum, proprio dopo la nascita di F. F. ha chiaramente trovato le sue strategie per restare vicino alla madre, e per accogliere i momenti “buoni” e allegri da poter trascorrere insieme. F. e i suoi fratelli, con il passare degli anni, hanno notato e ricostruito dei comportamenti di disagio che, però, entrambi i genitori ancora oggi non hanno riconosciuto. È nel ripensare ai momenti di sofferenza della madre che F. comincia a provare un dolore profondo. Alla sofferenza rimasta silente, al lutto dei momenti non trascorsi insieme, alla rabbia per il mancato riconoscimento della patologia da parte degli adulti stessi. Quello di F. è un vissuto comune a moltissimi pazienti giovani adulti alle prese con il passaggio all’autonomia dalla casa familiare, con una sofferenza più o meno intensa da parte della coppia genitoriale. <<Come faccio a starle vicino nel modo giusto?>> chiede F., che ormai di depressione ha letto tanto, e riporta di dover avere un comportamento calmo, accogliente e pacato con il familiare con disagio. Eppure la rabbia è tanta, per tutti i consigli non ascoltati, per le offerte di aiuto non accolte sfociate in litigi, urla e allontanamenti improvvisi. La verità è che l’aiuto passa spesso per la cosa più coraggiosa e silente che possa esserci: l’accettazione. Accettazione della condizione di sofferenza e patologia, di non riconoscimento del proprio disagio, e di una condizione di vita scelta che è diversa da quella che noi vorremmo per il benessere del nostro familiare. L’accettazione però, per essere sana, reale e sincera, ha bisogno di confini, che è quello del rispetto della propria persona. Devo cioè accettare nel rispetto del mio benessere. Oltre, diventa un aspetto passivizzante e forzato. Accettare di non poter offrire aiuto ad una persona in sofferenza, talvolta è uno dei più coraggiosi gesti di aiuto che possiamo offrire. In poche parole, la nostra vicinanza silente.

Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD)

La diagnosi di Disturbo Post-traumatico da Stress è stata introdotta nel tentativo di isolare e definire tutti i casi di patologia psichica che, con caratteristiche comuni, compaiono successivamente ad un evento stressante. L’interesse originario era duplice: di natura scientifica, nel tentativo di studiare le caratteristiche di un disturbo che sembrava poter godere di una propria autonomia nosografica, e di natura sociale e politica, con l’obiettivo di indennizzare i soldati americani reduci dalla guerra del Vietnam (Colombo e Mantua, 2001). La formulazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico Da Stress (Post Traumatic Stress Disorder o PTSD) compare per la prima volta nel 1980 con la pubblicazione della terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM III) come categoria diagnostica autonoma. Era definito come una specifica risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, accompagnato da un significativo appiattimento della reattività emozionale, da un considerevole aumento dell’ansia e dal constatare evitamento degli stimoli associati al trauma. In seguito a diverse critiche e rettifiche, l’Associazione Psichiatrica Americana, nel 2013 è giunta alla pubblicazione del DSM V nel quale sono stati apportate ulteriori modifiche per quanto riguarda la diagnosi di PTSD, incluso nella categoria dei “disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti”. Esso può essere definito come un disturbo che si sviluppa in genere dopo un evento particolarmente traumatico, ovvero un evento che ha messo in pericolo la salute e l’integrità fisica o psichica del soggetto. Si caratterizza per sintomi particolarmente invalidanti, come ansia molto intensa e frequente, calo del tono dell’umore, pensieri, immagini o ricordi intrusivi dell’evento traumatico e spesso un vissuto emotivo molto intenso. Se la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di PTSD. Criteri diagnostici I criteri del DSM V per il disturbo da stress post-traumatico, che riguardano sia adulti, sia adolescenti che bambini sopra i 6 anni, sono: Esposizione a un evento traumatico, reale, in maniera diretta o indiretta. Sintomi di risperimentazione: il soggetto si trova a rivivere ripetutamente il momento del trauma in vario modo. Sintomi di evitamento: nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. Alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: la persona presenta una riduzione della propria reattività verso il mondo esterno e lamenta una diminuzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, prova sentimenti di distacco e di estraneità, manifesta una diminuita capacità di provare emozioni, sia positive che negative, e si palesa un senso di sfiducia nelle prospettive future. Sintomi di iperattivazione (arousal): la persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta ad essere costantemente in allerta, a rispondere in maniera esplosiva e rabbiosa e a vivere in uno stato di ipervigilanza. Durata: tutti i sintomi devono essere presenti da almeno un mese. Il disturbo deve causare un significativo disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo e in altre aree significative per il funzionamento dell’individuo. Il disturbo non è attribuibile all’uso di sostanze o farmaci o altra condizione medica. PTSD: ricerche e critiche Nel tempo, il costrutto di disturbo da stress post-traumatico ha ricevuto sempre maggiore attenzione, guidato dalle preoccupazioni relative agli effetti sulla salute mentale conseguenti a guerre, conflitti e violenze interpersonali. Tale costrutto, inoltre, è stato utilizzato sia per far avanzare la ricerca sia per organizzare interventi psicologici, con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone colpite dal trauma. Tuttavia, la categoria diagnostica del PTSD non è esente da critiche e aspetti controversi. Sebbene la categoria diagnostica del PTSD abbia un’utilità fondamentale per coloro che forniscono trattamenti all’interno del sistema di cure, essa potrebbe non conformarsi ai modelli culturali con cui le persone danno un senso agli eventi traumatici e alla successiva sofferenza (Bryant-Davis, 2005). In particolar modo, da un punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, il trauma e i suoi effetti, soprattutto se in seguito ai men-made disasters, vanno oltre la categorizzazione diagnostica. Il costrutto diagnostico del PTSD descrive alcune caratteristiche di una risposta universale al trauma, tuttavia ignora altre forme culturalmente più specifiche di esprimere sintomi correlati al trauma. È, quindi, necessario andare oltre la semplice categorizzazione diagnostica, nel tentativo di comprendere per intero gli eventi traumatici, la sofferenza, il rischio esperiti dall’individuo, come anche la possibilità di ripresa e i fattori individuali e comunitari che ne influenzano l’esito. È necessario porre l’attenzione sul più ampio contesto relativo alle cause sociali e alle conseguenze degli eventi traumatici come guerra, migrazione e violenza. I professionisti della salute mentale hanno bisogno di queste informazioni per valutare più accuratamente la presenza della malattia, per comunicare meglio la loro comprensione e preoccupazione, per promuovere l’accettazione del trattamento e ridurre il carico emotivo della malattia. Bibliografia American Psychiatric Association (1980). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3ᵃ ed. (DSM-III). Tr. it. Milano: Masson, 1983. American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5ᵃ ed. (DSM-V). Tr. it. Milano: Raffaello Cortina, 2014. Bryant-Davis, T. (2005). The trauma of racism: Implication for counseling, research, and education. The Counseling Psychologist, 33, 574. Colombo, P.P., e Mantua, V. (2001). Il Disturbo Post-traumatico da Stress nella vita quotidiana. Rivista di psichiatria, 36(2), 55-68.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

Il disturbo ossessivo compulsivo: quando i pensieri e i comportamenti disfunzionali soffocano l’iniziativa

Il disturbo ossessivo compulsivo affligge circa l’1% della popolazione generale e compare nell’infanzia o nell’adolescenza. Esso è caratterizzato dalle cosiddette ‘ossessioni’ ovvero pensieri, immagini, impulsi non desiderati o ego distonici che creano una marcata ansia nel soggetto che li sperimenta. Per questo motivo la persona che ne è affetta tenta di sopprimere le ossessioni anche attraverso le cosiddette ‘compulsioni’ ovvero comportamenti o atti mentali che servono a neutralizzare le ossessioni. Per esempio una persona può avere l’ossessione di essere contaminato da batteri e reagire a ciò lavandosi compulsivamente le mani. Sia i pensieri che i comportamenti compulsivi occupano molto tempo della vita del soggetto e nel quotidiano i progetti sono ‘soffocati’ e messi da parte. La sequenza ossessiva compulsiva tende a dare sollievo solo per un periodo limitato di tempo, per questo la sequenza deve essere ripetuta frequentemente. Per le sue stesse caratteristiche il disturbo ossessivo compulsivo viene accomunato alle dipendenze patologiche chimiche o comportamentali, o ad altre situazioni di ‘coazione a ripetere’ ovvero quei disturbi per cui la persona sembra essere in loop che si ripete. Ci sono poi disturbi in comorbilità con il DOC ovvero che possono essere presenti assieme al disturbo ossessivo compulsivo e le ricerche dicono che questi sono: la depressione, insonnia abuso di alcool, dipendenze da sostanze. Le persone che ne soffrono raccontano dell’impotenza che provano per l’impossibilità di portare avanti le proprie attività a causa del disturbo stesso. Le ossessioni sono di 4tipi: contaminazione, ordine o pulizia, tabù culturali o sessuali, paura di recare danno agli altri o se stessi. Quali sono le cause: recenti ricerche mostrano un’alterazione dei circuiti della serotonina o della dopamina. Studi di neuroimaging hanno individuato un mal funzionamento dei gangli della base con una maggiore attivazione di questi nell’emisfero sinistro. Il disturbo può essere affrontato sia da un punto di vista farmacologico che psicoterapico o in modo combinato. Per quanto riguarda la psicoterapia la terapia ad orientamento gestaltico e analitico transazionale, che è l’orientamento con il quale opera la scrivente offre la possibilità di lavorare sia sui pensieri che sui comportamenti disfunzionali esplorandoli con tecniche specifiche che consentono alla persona di ‘conoscere’ da vicino le proprie paure e di integrarle, di rafforzare una parte ‘adulta’ più lucida che possa elaborare strategie più efficaci al posto della compulsione. Anche le tecniche di mindfulness occupano un ruolo fondamentale nel processo. Esse aiutano a creare lo ‘spazio mentale’ che serve alla persona per non scivolare in modo automatico nei pensieri e nei comportamenti disfunzionali.

Il disturbo ossessivo compulsivo: convivere con i propri demoni e non lasciarsene catturare

Parliamo di un disturbo invalidante e molto fastidioso per chi ne soffre. Si manifesta con pensieri intrusivi che possono riguardare il proprio modo di agire mettendo in dubbio anche le cose che agli altri sembrerebbero ovvie: ho spento la luce? Ho chiuso la porta? Mi piacciono gli uomini o le donne?. Si penserà forse che le prime due domande ce le poniamo tutti, forse non l’ultima, tuttavia anche questo è uno dei dubbi del DOC, cosi come le prime. Questi pensieri diventano fastidiosi e ossessivi e generano tanta ansia da diventare invalidanti. Per gestire l’ansia le persone con questo disturbo trovano delle ‘strategie’ chiamate compulsioni: controllare tante volte o fare qualcosa che non c’entra con la preoccupazione tipo lavarsi ripetutamente. Il tempo che la persona investe in questi meccanismi ci dice quanto essi siano invalidanti, ovviamente maggiore tempo si passa nella giornata in questi meccanismi e maggiore è la gravità. Il rischio è di ‘perdersi’ in un labirinto che sembra senza uscita. La psicoterapia ha fatto enormi passi avanti per il DOC e oggi si può dire che dal labirinto si può uscire e che il terapeuta possiede strumenti e competenze affinché si possa trovare la strada. Quali passaggi? Innanzitutto rendersi conto che per uscire da una difficoltà bisogna volerlo. Poi che la strada non sempre si può cercare da soli quindi affidarsi. La ricerca di una figura specializzata passa attraverso di solito il medico di medicina generale, che può consigliare il professionista più adatto al caso. Il rapporto con il terapeuta, la cosiddetta ‘relazione terapeutica’ è una componente fondamentale assieme alla cassetta degli attrezzi del terapeuta. Il percorso richiede un tempo che sarà quello che serve per disinnescare i meccanismi disfunzionali e trovarne nuovi e più adattivi.

IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO: UN MONDO IN COSTANTE SCOPERTA

L’autismo è un disturbo dello sviluppo descritto per la prima volta da Leo Kanner nel 1943. A partire dagli anni ’80, non viene più definito come psicosi, bensì come disturbo pervasivo dello sviluppo. Da quel momento i criteri diagnostici si sono evoluti sulla base di osservazioni e ricerche. Al momento attuale, il disturbo dello spettro autistico è definito in termini di menomazioni qualitative nell’interazione sociale e nella comunicazione, ma anche in schemi e comportamenti ripetitivi e stereotipati. Esistono 4 diagnosi specifiche incluse nella categoria dei disturbi dello spettro autistico (ASD). Tra questi sono inclusi due disturbi definiti da una regressione delle abilità quali la sindrome di Rett e il disturbo disintegrativo dell’infanzia. Le altre due diagnosi ASD sono il disturbo di Asperger e il disturbo pervasivo dello sviluppo. A differenza del disturbo dello spettro autistico, quello di Asperger, richiede che non ci sia un ritardo linguistico significativo nei primi 3 anni. La diagnosi del disturbo di Asperger è spesso utilizzata per i casi più lievi di autismo ad alto funzionamento. È questo il motivo per cui c’è ancora una polemica tra chi definisce questo disturbo “quasi autismo” e chi invece parla di “autismo atipico”. Recenti studi hanno riportato che l’identificazione precoce è aumentata di importanza dal momento che è stato verificato che i bambini con ASD che ricevono servizi di assistenza e riabilitazione prima dei 48 mesi di età riportano miglioramenti maggiori rispetto a quelli che entrano in programmi specifici di trattamento dopo i 48 mesi di età. Sono state esaminate le questioni rilevanti per l’intervento precoce, seguite da una revisione dei programmi e il supporto empirico ai prossimi passi in merito all’intervento con bambini molto piccoli. Questi studi generalmente raggruppano bambini di età superiore ai 4-5 anni confrontandoli con quelli di età inferiore. Sono diversi gli approcci a questi studi e, nonostante tutti seguano una linea comune, ognuno di essi dà enfasi a caratteristiche diverse. Il programma TEACH è un programma di intervento che enfatizza l’organizzazione ambientale. Le strategie didattiche vengono insegnate in ambiente naturale. Dà enfasi alle competenze importanti pe la futura indipendenza.  INTERVENTI DI SVILUPPO L’intervento sullo sviluppo è un termine specifico per descrivere strategie per lavorare con i bambini autistici. In questi interventi l’ambiente è organizzato per incoraggiare le interazioni comunicative/sociali. Lewy e Dawson (1992) hanno dimostrato miglioramenti anche nello sguardo, nella presa di mira, e nell’imitazione. E’ necessario che il bambino si impegni in comportamenti a cui l’adulto può rispondere. Molti bambini con ASD non esplorano l’ambiente, possono non giocare con gli oggetti presenti nella stanza e rimanere bloccati in certe attività in maniera stereotipata. I metodi di sviluppo richiedono un’abilità considerevole da parte del terapeuta. Il modello di Greenspan è uno degli approcci di sviluppo più noti ed è anche noto come modello “differenza individuale evolutiva” (DIR). E’ descritto come un modello basato sulla relazione, in cui l’obiettivo è quello di aiutare il bambino a sviluppare connessioni interpersonali che porteranno alla padronanza delle abilità cognitive e di sviluppo. All’interno del modello si raccomanda che il bambino trascorraalmeno 4 ore al giorno di interazione spontanea con un adulto, almeno 2 ore al giorno in abilità semistrutturate, almeno un’ora al giorno in attività di gioco sensoriale-motoria. Il metodo DIR è fortemente dipendente dalle competenze del genitore o del professionista che implementa il programma. Il progetto UCLA Young Autism utilizza il metodo di intervento di Lovaas, un intervento di prova discreto, implementato in un ambiente one-to-one da terapisti ABA addestrati, supervisionati da professionisti qualificati. Il focus del primo anno è sull’imitazione, l’interazione, il gioco e la risposta alle richieste di base. Nel secondo anno, l’attenzione si sposta per continuare il lavoro sul linguaggio, la descrizione delle emozioni e le abilità preaccademiche. Per insegnare la generalizzazione, i bambini praticano le abilità in altre situazioni e con altre persone, dopo averle padroneggiate in un ambiente uno a uno. Uno dei tipi di intervento più noti resta però l’Applied Behaviour Analysis (ABA) che fornisce resoconti di notevoli miglioramenti, tanto da divenire metodo di intervento elettivo per i disturbi dello spettro autistico. Il presupposto utilizzato dall’ABA, è spostare il focus dell’intervento dalla persona al suo ambiente di vita quotidiana. Non abbiamo bisogno di chiedere al bambino di comportarsi diversamente né di cambiare quelle che sono le sue caratteristiche naturali, ma possiamo modificare le condizioni ambientali affinché possa ottenere le migliori opportunità di apprendimento, che altrimenti sarebbero a lui negate. L’ABA, attraverso un’organizzazione scientifica nell’uso di “rinforzatori“, riesce a contrastare la tendenza della perdita di interesse da parte del bambino e  a ridare senso all’esplorazione, al piacere di conoscere, di sperimentarsi, di entrare in relazione con l’altro. C’è una cosa ancora più sorprendente che riesce a fare l’ABA: insegnare abilità complesse scomponendole in piccoli passi, rendere possibili apprendimenti che in altro modo sarebbero inaccessibili e rendere gli stessi molto più gradevoli. Inoltre, insegna a chi la utilizza ad usare un linguaggio descrittivo al posto di quello interpretativo, ad osservare piuttosto che a dare giudizi, a porsi obiettivi concreti, a prestare attenzione ai comportamenti positivi, ignorando quelli negativi, a imparare ad apprezzare i progressi e, soprattutto, a trasformare le situazioni “problematiche”. Le prove disponibili da una varietà di programmi e studi suggeriscono, dunque, che un intervento precoce conduce a risultati migliori. I bambini sembrano ottenere grandi progressi quando entrano in un programma di riabilitazione fin dai primi anni di vita. E’ dimostrato che certe strategie possono essere efficaci per insegnare competenze specifiche a bambini con autismo, ma non ci sono prove che un programma sia “migliore” di un altro. Inoltre, la maggior parte dei programmi sono sviluppati per bambini di età pari o superiori a 2 anni. E’ importante che genitori e professionisti siano informati sui progressi che possono aspettarsi dal bambino, oltre a rimanere consapevoli che la maggior parte delle ricerche non supporta l’esistenza di  una “cura” o “recupero” dall’autismo.

Il Disturbo da Depersonalizzazione/Derealizzazione

di Cinzia Saponara Premessa La descrizione del concetto di dissociazione può essere fatta risalire a Charcot (1889) e Janet (1887, 1889, 1893), ma per molti anni c’è stato uno scarso interesse per questo spettro di sintomi psicopatologici(1). Nel DMS – 5 i Disturbi Dissociativi comprendono: Disturbo Dissociativo dell’Identità (DID); Amnesia Dissociativa, che ora comprende anche la Fuga Dissociativa; Disturbo di Depersonalizzazione e Derealizzazione (DDD); Altre forme di Disturbo Dissociativo Specifico; Disturbo Dissociativo Non Specifico. Nel seguente articolo mi occuperò nello specifico del Disturbo da Depersonalizzazione/Derealizzazione (DDD): caratterizzato, il primo, dall’esperienza persistente o ricorrente di sentirsi distaccato o di sentirsi un osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo; il secondo, da quelle esperienze di irrealtà o di distacco rispetto all’ambiente, persone o oggetti vissuti come irreali o onirici. I sintomi dissociativi di distacco rimandano tutti all’esperienza di sentirsi alienati dalle proprie emozioni, dal proprio corpo e dal senso usuale della propria identità (Liotti e Farina, 2011). Studi epidemiologici hanno evidenziato che esperienze transitorie di depersonalizzazione sono comuni nella popolazione generale, con un tasso di prevalenza superiore al 26%, e tra il 31%- 66% dopo un evento traumatico. Possono emergere occasionalmente come effetti collaterali di farmaci o del consumo di droghe, in particolare la cannabis (Madden & Einhorn, 2018). È importante, inoltre, ricordare che la psicopatologia dissociativa è una psicopatologia nascosta (Kluft, 2009), poiché solitamente il paziente giunge alla consultazione psicologica con altre problematiche (disturbo di panico, disturbo da stress post- traumatico, depressione maggiore, etc…) e così certi sintomi possono essere occultati o minimizzati (Gonzalez, 2013). Tuttavia, studi effettuati negli Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Turchia e Germania hanno rilevato una prevalenza del disturbo, che soddisfa i criteri per la diagnosi di DDD, in circa il 3% delle persone. La depersonalizzazione e/o la derealizzazione sono trasversalmente presenti in diverse patologie psichiatriche nonché in patologie mediche generali come le sindromi convulsive. Quando la depersonalizzazione e/o la derealizzazione si manifestano indipendentemente da altri disturbi fisici o mentali, sono ricorrenti o persistenti e alterano le funzionalità, è presente un disturbo DDD. Il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione si verifica ugualmente in uomini e donne. L’età media d’insorgenza è 16 anni. Il disturbo può esordire durante la prima o media infanzia; solo il 5% dei casi inizia dopo i 25 anni, e raramente il disturbo inizia dopo i 40 anni. I sintomi del disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione possono insorgere gradualmente o all’improvviso, sono solitamente episodici, possono durare ore o giorni o settimane, mesi o anche anni. Nei casi gravi, i sintomi sono costantemente presenti con un’intensità immutata per anni o decenni. I sintomi di depersonalizzazione comprendono: Estraneità dal proprio corpo o parti di esso (depersonalizzazione somatopsichica), esperienza soggettiva di irrealtà, di distacco o estraneità dalla propria identità, dai propri pensieri, sensazioni, emozioni, cambiamenti soggettivi nelle funzioni mnesiche, incapacità di evocare immagini familiari, distorsioni nella percezione del tempo e dello spazio. Diminuzione o perdita di reattività emotiva, come una sorta di intorpidimento fisico ed emotivo (APA, 2013). La persona si sente sconnessa dalle proprie sensazioni, provando un senso di irrealtà, estraneità, stranezza, profondo distacco, (ad esempio osserva le proprie azioni dall’esterno, come in un sogno, si sente un automa, sente che il corpo o le emozioni non gli appartengano). Può sentirsi emotivamente e fisicamente insensibile o sentirsi distaccato, con poca emozione. Alcuni pazienti non sono in grado di riconoscere o descrivere le loro emozioni (alessitimia). Si sentono spesso disconnessi dai loro ricordi non sentendosi in grado di ricordare con chiarezza. I sintomi della derealizzazione comprendono: Sentimento di irrealtà dal mondo esterno, sentirsi distaccati dall’ambiente circostante sia esso rappresentato da persone, oggetti inanimati o da tutto ciò che li circonda. Il soggetto può sentirsi come in un sogno o immerso nella nebbia oppure come se una parete di vetro o un velo lo separasse dall’ambiente che lo circonda. In questo stato si ha la sensazione di essere separati dal mondo esterno al punto che questo può apparire distorto e irreale, non riconoscibile: gli oggetti possono risultare di forme e dimensioni diverse, cambia la percezione del tempo come se scorresse troppo velocemente o troppo lentamente; i suoni possono risultare più forti o più deboli del previsto. Emergono delle alterazioni percettive come se non si avesse familiarità con la realtà circostante che può apparire piatta, senza colore, senza vita. I sintomi sono quasi sempre disfunzionali e inducono sensazioni disturbanti compromettendo, se gravi, significativamente la sfera sociale e/o scolastica e/o lavorativa. Sono frequenti ansia e depressione. Forme non rare di depersonalizzazione sono, a volte, tanto intollerabili da poter indurre chi le sperimenta a tentare di riappropriarsi dell’esperienza di sé tramite potenti sensazioni dolorose ottenute con lesioni auto inferte come il tagliarsi o il procurarsi ustioni (Linehan, 1993; Nock, 2010). Ancora, alcuni soggetti data l’intensità di queste sensazioni tali da generare confusione, interpretando i sintomi di irrealtà e distacco come segno di una minaccia alla propria incolumità cognitiva possono temere il rischio di impazzire, ciò può funzionare da innesco ad un attacco di panico, che può essere seguito dallo sviluppo di comportamenti fobici, ansia generalizzata, evitamento della solitudine e dei luoghi ove hanno sperimentato il DDD. Spesso il paziente si presenta al clinico descrivendo il comportamento fobico e l’attacco di panico come i soli disturbi per cui chiede cura, e trascura del tutto di riferire sulla depersonalizzazione e/o derealizzazione. Non è raro che la minacciata perdita della continuità del senso di identità personale preceda immediatamente e motivi l’allarme del paziente, piuttosto che essere la conseguenza di un attacco di panico. Tuttavia, in ogni momento, a differenza dei pazienti psicotici, nei pazienti con DDD l’esame di realtà rimane integro, essi sono generalmente consapevoli che la loro percezione è alterata e che le loro esperienze dissociative non sono reali. EZIOLOGIA Vi è una chiara associazione tra il disturbo di depersonalizzazione/ derealizzazione e la presenza di esperienze traumatiche multiple e/o protratte nel tempo dello sviluppo individuale (van der Kolk, 2005). È importante sottolineare che per esperienze traumatiche si intende non solo la traumatizzazione in termini di abusi fisici, emotivi e sessuali, incidenti, catastrofi naturali ma

IL DISCORSO TERAPEUTICO: IL RICORDO

di Alberta Casella In seduta si riferiscono memorie di un antico passato o di avvenimenti recenti. Per i ricordi lontani, Freud utilizza il termine di ricordi-schermo in cui, su di un nucleo centrale, si sovrappongono esperienze fatte in tempi diversi che, però, si amalgamano al ricordo base diventando un tutto unico. Infine, questi ricordi subiscono sempre l’influenza e la distorsione del linguaggio che si usa per esprimerli, fino a cristallizzarsi nelle parole usate in modo da trasformarsi da semplici vaghe impressioni in descrizioni che divengono le memorie stesse del soggetto narrante. Riferendoci alla genesi dei ricordi, alla loro creazione nella mente del paziente, Jung ipotizza l’influenza di fattori simbolici che non derivano totalmente ed esclusivamente dalla storia personale del soggetto, ma sono plasmati ed influenzati dall’inconscio collettivo, una sorta di serbatoio mnestico che collega la storia personale ai miti archetipici dell’umanità e conserva il sapere mitologico fondato su un linguaggio innato della psiche che deriva dalla semplice appartenenza dell’individuo al genere umano. Jung amplia, così, la teorizzazione di Freud sui contenuti delle memorie del paziente, intendendo la mente umana come serbatoio di forme a priori del sentire e del conoscere e non solamente di contenuti specifici del soggetto. Tale influenza e mescolamento tra le esperienze personali del soggetto ed i residui delle storie mitologiche dell’umanità intera viene definito dallo stesso Jung “amplificazione” e permette di leggere i ricordi, i sogni, le associazioni, riferite in seduta, non solo attraverso la spiegazione causale che si può legittimamente rintracciare nella storia del paziente, ma anche e soprattutto attraverso immagini di carattere innato che rivelano un’eredità specifica della specie. Tale spiegazione risulta necessaria soprattutto quando lo psicologo si trova a dover analizzare ricordi riferiti dal paziente in modo caotico e spesso sconnesso, difficilmente collegabili alla storia raccontata fino a quel momento nel corso della cura; probabilmente, il ricorso all’amplificazione riuscirà a dare un quadro più completo ed esaustivo per l’analisi dei contenuti che il soggetto vuole esprimere. Non ultimo, lo stile usato dal paziente cambia a seconda del ruolo che egli attribuisce al terapeuta: tutto ciò che egli dice ha il fine d’influenzare l’immagine che il terapeuta ha di lui. Parlerà, quindi, per essere compatito o lodato, le sue parole saranno moneta di scambio per ottenere quello che vorrebbe nel presente ed in tal caso questi resoconti non hanno niente del suo reale vissuto, che probabilmente potrà comparire solo quando tale rapporto transferale verrà in parte neutralizzato ed i vincoli della conversazione s i allenteranno. Può accadere, anche, che il paziente riferisca un nuovo ricordo come collegamento tra due altri isolati al solo al fine di essere meglio compreso dall’ascoltatore e da lui apprezzato interferendo, così, definitivamente sull’immagine, tutt’altro che storicamente vera, che il terapeuta si sta facendo della sua vita; è possibile, infine, che l’interpretazione decisiva dell’analisi sia basata proprio su quel ricordo inventato probabilmente perché tanto appropriato e suggestivo. È interessante sottolineare come il discorso che scaturisce dalla relazione terapeutica sovverta tutte le regole fondanti di un colloquio condotto nella vita quotidiana: in una normale conversazione regna la regola, per tacito assenso delle parti, di non deviare dal tema rilevante del discorso, pena la disapprovazione, il fraintendimento o la confusione dell’altro che ascolta. Nel discorso analitico, invece, il paziente viene spinto a divagare per cui è facile che si verifichino fraintendimenti e modi diversi di intendere una stessa frase. Il terapeuta che non chiede di chiarire una parola non capita, che non interferisce nello scorrere della catena associativa, è costretto continuamente a fare costruzioni personali al fine di trarre un senso da quanto ascoltato e può capitare che, in seguito, perda di vista quanto, in quella provvisoria, vi era di suo e quanto apparteneva ai ricordi del paziente. In conclusione, quindi, ascoltare è un processo attivo di costruzione dell’evento narrato e non, come desiderava Freud, un processo passivo di ricostruzione di un passato che deve semplicemente essere ritrovato, riscoperto. Le teorie post-freudiane hanno enfatizzato maggiormente il ruolo dell’interazione paziente-analista e la narrazione subisce l’influenza di tale scambio continuo tra le parti. BIBLIOGRAFIA JUNG C.G. (1958): Un Mito Moderno: le Cose che si Vedono in Cielo, in Opere, vol. X, tomo II. JUNG C.G. (1959): Introduzione a Toni Wolff, “Studi sulla Psicologia di C. G. Jung”, in Opere, vol. X, tomo II JUNG C. G. (1917-43): Psicologia dell’Inconscio, in Opere, vol. VII. FREUD S. (1915-17): Introduzione alla Psicoanalisi. I e II Serie di Lezioni, Boringhieri, Torino, 1969.

Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

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Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.

Il difficile ruolo dei siblings

In psicologia si parla di siblings per intendere i fratelli sani di persone con disabilità, i quali vengono spesso posti “in secondo piano” rispetto ad un vissuto emotivo e psicologico familiare generato dall’attenzione nei confronti dell’individuo con disabilità. E’ ben noto che la relazione tra fratelli sia unica e che solitamente condividano tanto rispetto alle loro esistenze e viene posto in primo piano il supporto reciproco. Inoltre, avere un fratello o una sorella può essere una garanzia nel contrasto alla solitudine, la possibilità di ricevere calore ed aiuto (Ewertzon M. et al., 2012). La disabilità, però è una condizione diversa, che non investe solo l’individuo interessato, ma anche tutte le persone legate in qualche maniera a quest’ultimo. Il vissuto psicologico dei siblings Gli stati d’animo che si generano in questa categoria di “fratelli” sono molteplici e riguardano da un lato la scoperta, il rifiuto, la responsabilità, dall’altro la voglia di esser d’aiuto, il bisogno di crescere in fretta e l’accettazione di tale condizione. In ogni caso, queste sono situazioni che ti cambiano la vita! Spesso l’attenzione da parte dei genitori è diretta solo sulla persona con difficoltà che pertanto è vista come maggiormente “bisognosa” di calore. Infatti, i siblings sperimentano una sorta di ambivalenza rispetto all’eccessivo e inconsapevole coinvolgimento da parte dei genitori ed una confusione di ruolo all’interno della famiglia. Il sibling può provare anche insicurezza e preoccupazione non solo per il proprio futuro e per quello del fratello di cui si fa carico, ma sperimentare anche una sensazione di “perdita” di una relazione fraterna “normale” e di una esistenza “ordinaria”. Sono spesso attanagliati dal senso di colpa e si chiedono costantemente perché sono proprio loro quelli fortunati ad esser nati sani, ma provano anche una sorta di “paura per la contaminazione” rispetto all’ipotesi di poter dare alla luce figli a loro volta malati. Conseguenze relazionali per i siblings Tutta questa serie di fattori possono generare problematiche di “internalizzazione” come bassa autostima, ansia, depressione e problemi di “esternalizzazione” quali aggressività, atteggiamenti oppositivi, difficoltà relazionali. Possono, inoltre, presentare difficoltà scolastiche, e cali nelle performance sociali di vario genere ed essere inoltre particolarmente sensibili rispetto alle “lacune” di informazioni sulla vita dei fratelli causate da un intento protettivo da parte dei genitori (Bowman et. al. 2014). Sembra dunque essere importante fornire delle spiegazioni veritiere riguardo la disabilità cercando di utilizzare un linguaggio adeguato. Fornire informazioni corrette e comprensibili ai siblings significa riconoscere e valorizzare la loro competenza nell’utilizzo dell’esame di realtà e di mantenere un buon “locus of control” (Powell, 1993). La psicoterapia con i siblings I fratelli di persone con disabilità sviluppano, nel corso della propria esistenza anche una serie di fattori positivi che diventano risorse da cui attingere per far accrescere la consapevolezza. Dunque, è importante per loro avere uno spazio nel quale essere contenuti, supportati ed ascoltati. Uno spazio che permetta loro di non sentirsi soli e di condividere emozioni e sensazioni. Bibliografia De Lillo A., Pace U., Fratelli Speciali: vivere e crescere con un fratello disabile, Ed. Franco Angeli, 2012. Florit E., Gatta M.,Sorelle e fratelli di bambini con disabilità, Ed. Franco Angeli, 2015. Rondi M., Flolrit E., Fratelli e sorelle: La sfida di crescere insieme, Carocci Editore, 2012.