Il love bombing in una relazione affettiva

Love

Il termine love bombing può essere tradotto letteralmente come bombardamento d’amore. Nelle relazioni affettive in cui uno dei due partner riveste di attenzione e romanticherie eccessive l’altro, si sta attuando questa tecnica. La differenza sostanziale tra un innamoramento e il love bombing sta nell’esagerazione dei comportamenti. La relazione si costruisce rapidamente in virtù del senso di fiducia che si stabilisce. Il bomber fa complimenti continuamente, facendo abbassare le difese; porta il partner a vivere emozioni intense e travolgenti. Il corteggiamento è fatto da comportamenti e gesti importanti che lusingano profondamente la vittima, confondendone le emozioni. Entrambi vivono una quotidianità emozionante ed emotiva, fatta di complicità, comunicazione ed empatia. Nelle prime fasi dell’innamoramento, generalmente, l’ idealizzazione dell’altro rappresenta la base per la costruzione della relazione. Nella tecnica del love bombing, il passaggio successivo è l’alienazione affettiva e relazionale. Improvvisamente tutte le attenzioni ricevute svaniscono senza un apparente motivo e spesso la stessa relazione termina, lasciando la vittima sola e disperata. La persona che ha subito il fascino del love bomber si trova a dover vivere un’altalena emotiva. Si passa in maniera repentina dall’essere al centro del mondo dell’altro al silenzio ed evitamento. Spesso, il partner oggetto del love bombing sviluppa un calo dell’autostima e forti sensi di colpa, soprattutto perché non c’è un confronto con l’altro. Confronto che aiuterebbe ad analizzare la situazione e le proprie emozioni e ad accettare la decisione dell’altro. Lo sconforto vissuto crea un vuoto interiore che la vittima fa fatica a metabolizzare. Si rende quindi necessario un periodo in cui la perdita sia elaborata alla luce delle reali circostanze e non per colpe proprie. Una delle conseguenze potrebbe essere anche il desiderio di elemosinare briciole, il breadcrumbing, pur di mantenere un minimo contatto. Risulta comunque importante, impegnarsi verso se stessi affinché non si attuino comportamenti disfunzionali soprattutto per eventuali relazioni future.

Il letto di Procuste: dal mito alla psicologia

L’espressione il letto di Procuste parte dalla mitologia per essere utilizzata per indicare una situazione difficile a cui è necessario adattarsi. Il protagonista, infatti, secondo la leggenda, deturpava i corpi delle proprie vittime, all’interno di un letto che considerava della misura ottimale. In effetti , Procuste lacerava i corpi dei malcapitati, perchè li considerava malvagi. Eliminando così le persone cattive , lui si preservava da situazioni minacciose. Partendo quindi dal mito, in Psicologia si è identificata una sindrome il cui nome fa riferimento proprio al gigante. La sindrome di Procuste, infatti, è una patologia il cui quadro clinico si caratterizza di dolore e tristezza per il successo altrui. Chi ne è affetto, prova una forte invidia per l’altro, che, in effetti considera una vera e propria minaccia. Se da un lato c’è chi vive il proprio successo come se fosse usurpato, la sindrome dell’impostore, dall’altro, c’è chi non riesce a gioire della realizzazione altrui e cerca di boicottare le situazioni. La descrizione tipica di chi è affetto da questo atteggiamento è peculiare: i comportamenti tipici e palesi sono la denigrazione e l’atto di sminuire gli altri. Si concretizza una forma di invidia che porta il soggetto a fare ostruzionismo nei confronti della vittima, senza un reale motivo. Questo atteggiamento, non conosce relazioni; si manifesta nelle relazioni interpersonali sia di tipo amicale che lavorativo. Ovviamente, si generano rapporti dannosi, che logorano i malcapitati, proprio come succedeva alle vittime poste nel letto di Procuste. Alla base di comportamenti così screditanti e opponenti, sicuramente ci sono una scarsa stima e una inadeguata fiducia in se stessi, che spinge il soggetto a concentrarsi sull’altro, anziché convogliare le proprie energie al fine di migliorarsi. Per lui è più facile dire che l’altro è cattivo, invece di attivarsi per cercare di incrementare gli aspetti positivi della propria personalità.

Il lavoro psicologico con i bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento

di Francesca Dicè Da oltre 10 anni, ovvero dall’introduzione della Legge 170/2010, alcune condizioni cliniche in precedenza scarsamente tutelate sono diventate oggetto di attenzione medica, psicologica, didattica e giuridica (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007; Consensus Conference, 2010). Sto ovviamente parlando dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), che secondo il DSM – 5 sono caratterizzati da caratterizzati dalla persistente difficoltà di apprendimento delle abilità scolastiche ed i l c u i percorso diagnostico, clinico ed assistenziale deve essere curato da uno specifico team multidisciplinare composto da diverse figure, fra cui il neuropsichiatra infantile, lo psicologo, il logopedista e l’assistente sociale (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tale team deve mantenersi in contatto costante con il personale scolastico, al fine di garantire al bambino/ragazzo la migliore esperienza didattica possibile e più adatta alle sue necessità (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). In questo lavoro di equipe, lo psicologo può intervenire attraverso diverse modalità operative: può dare un apporto fondamentale nel processo diagnostico, esplorando le capacità del bambino/ ragazzo con particolare attenzione ai suoi punti di forza e di debolezza, nonché al suo quoziente intellettivo attraverso il ricorso di test standardizzati (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Può anche contribuire alla valutazione dei correlati emozionali, che spesso influenzano, in questi bambini/ragazzi, la fiducia in sé stessi e la motivazione agli studi (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). A seguito della diagnosi, lo psicologo può mettere in atto percorsi di potenziamento aventi quale obiettivo elitario la promozione ed il miglioramento delle capacità risultate compromesse (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Egli può anche operare in interventi di formazione e consulenza rivolti ad insegnanti, operatori e genitori, sia da accompagnare alla presa in carico sanitaria del bambino/ragazzo, sia da realizzare all’interno dell’istituzione scolastica (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tale lavoro può rivelarsi determinante per la stesura del Piano Didattico Personalizzato, documento stilato da insegnanti e genitori, in cui vengono indicati obiettivi, modalità educative e strumenti didattici più adatti all’alunno (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Questo lavoro è fondamentale per supportare il bambino/ragazzo e la sua famiglia ed incomincia da una buona comunicazione della diagnosi, che informi sulle specifiche caratteristiche della condizione discussa, i limiti e le potenzialità degli interventi riabilitativi consigliati, gli strumenti compensativi e dispensativi da mettere in atto a scuola, la corretta normativa di riferimento (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tali i n f o r m a z i o n i possono r i v e l a r s i fondamentali per supportare l’intero nucleo familiare anche nella fase successiva della presa in carico del bambino/ragazzo, sostenendolo nella gestione quotidiana delle difficoltà scolastiche ma anche e soprattutto nella scelta delle strategie più adeguate all’esecuzione dei compiti, alla gestione dello stress ed al metodo di studio (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Bibliografia.Consensus Conference Disturbi Specifici dell’Apprendimento (2011). Available from https://bit.ly/3P6OnVKCornoldi C. (eds) (2007). Difficoltà e disturbi dell’apprendimento. Bologna: Il Mulino. ISBN 978-88-15-11962-9Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento (2011), Available on line on https://bit.ly/ 394L6WhRedazione OPS (2015). DSA: qual è il ruolo dello psicologo? Retrieved from https://bit.ly/3kUz7xq

Il lavoro dello psicologo con i bambini: tra gioco e terapia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. C. 9 anni, un bel bambino dai profondi occhi chiari, viene in terapia e parla della sua paura di addormentarsi da solo e che mentre cerca di addormentarsi vede ‘Samara’ la bambina di un noto film. M. 8 anni una bambina introversa dagli occhi vispi, dice che non vuole andare a scuola e non vuole separarsi dalla mamma. Dietro il sintomo c’è sempre la storia che il bambino racconta a volte spontaneamente altre volte attraverso il gioco o le fantasie guidate. Affiorano momenti in cui il bambino ha dovuto gestire preoccupazioni più grandi di lui o ha vissuto esperienze che si è tenuto per sé ‘perché mamma e papa erano già preoccupati per le loro cose’. Avvicinarsi all’ignoto e alla paura per il bambino è un momento difficile, c’è bisogno della necessaria fiducia e della giusta motivazione, ma poi diventa un’avventura esplorare le profondità della loro difficoltà. Per i terapeuta che lavora con i bambini il momento della terapia diventa un momento in cui tornare un po’ bambini e prendersi cura del bambino interiore proprio e giocarci e farcisi guidare nel gioco con il piccolo paziente.

Il lavoro come rifugio: il lato invisibile delle ferie

Per alcune persone, l’arrivo delle ferie non è un momento di sollievo. Anzi: è proprio lì che comincia l’ansia. Staccare la spina può incutere timore. Non solo per ragioni pratiche, come chiedersi chi si occuperà delle proprie mansioni, ma anche perché il lavoro, molte volte, rappresenta più di un semplice impegno: è anche un rifugio emotivo.Un luogo conosciuto, prevedibile, dove sentirsi utili, competenti, occupati. Dove non si rischia il vuoto. È qui che può affacciarsi, con discrezione, il tema del workaholism, o dipendenza da lavoro. Un termine usato per descrivere una relazione sbilanciata e compulsiva con l’attività lavorativa, in cui la difficoltà non è tanto il lavorare troppo, ma l’incapacità di fermarsi. Il lavoro come unico posto sicuro Spesso, dietro un apparente “attivismo” o una produttività fuori misura, si nasconde una verità meno visibile: il lavoro può diventare una forma di regolazione emotiva. Può diventare un modo per placare l’ansia, riempiendo ogni minuto: una strategia per evitare conflitti, silenzi, o relazioni complesse, oppure una scorciatoia per non confrontarsi con la noia, con la solitudine, con sé stessi. In questi casi, il lavoro non è più solo lavoro. Diventa identità, appartenenza, controllo, salvezza. E paradossalmente, più si lavora, più si rischia di perdere il contatto con i propri bisogni più autentici, quelli che non si misurano in risultati o prestazioni. Perché le ferie fanno emergere il disagio Quando arriva il momento di fermarsi, tutto quello che era stato “anestetizzato” dall’iperattività può improvvisamente tornare a galla: L’irrequietezza nei momenti vuoti; Il senso di colpa nel non essere produttivi; La difficoltà a rilassarsi, anche in vacanza; Il bisogno di “fare qualcosa” anche durante il riposo. Le ferie, spesso considerate da molti un momento di rigenerazione, possono invece trasformarsi per alcuni in una causa di disagio, insicurezza o confusione. Il corpo magari si siede, ma la mente resta in corsa. E così si finisce per controllare email, pensare al rientro, aprire un nuovo progetto, “per non perdere il ritmo”. Il confine tra dedizione e dipendenza È importante chiarire che non tutto l’impegno lavorativo è disfunzionale. Ci sono momenti della vita in cui essere immersi nel lavoro è anche una scelta, una passione, una risposta a un bisogno concreto. Ma il workaholism ha una qualità diversa: non lascia spazio ad altro.Non concede tregua, non ammette pause, e porta a sentire disagio ogni volta che si è lontani dal proprio ruolo. Si lavora anche quando si è stanchi, malati, in ferie. Si prova colpa nel non lavorare. Si vive come se il valore personale dipendesse solo da quanto si produce. E più si entra in questo schema, più diventa difficile vedere il mondo, e sé stessi, fuori da quella cornice. Riscoprire la possibilità di fermarsi Fermarsi non è un lusso, è un diritto psicologico. Ed è anche un’esplorazione: una possibilità di ritrovare il senso del tempo vuoto, dell’attesa, della lentezza. Non è semplice, soprattutto se si è cresciuti in contesti dove il valore personale veniva associato al fare, al dare, all’ottenere risultati. Ma è possibile, un passo alla volta. Può essere utile iniziare da piccole cose: Concedersi momenti non “utili”, solo piacevoli; Imparare a dire no senza giustificarsi; Notare come ci si sente nei momenti in cui non si lavora, senza giudizio; Parlare di questa fatica, magari con un professionista, per dare nome e spazio a un malessere che spesso resta invisibile. Conclusione A volte, dietro il bisogno di essere sempre occupati, c’è un bisogno ancora più profondo: quello di essere visti, accolti, riconosciuti. Non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. Le vacanze, se affrontate con consapevolezza, possono trasformarsi in un’opportunità per ascoltare sé stessi, creare spazio mentale e ridefinire il proprio rapporto sia con il lavoro che con la propria interiorità. Non serve fare grandi rivoluzioni, basta iniziare con una domanda semplice e onesta: “Cosa mi sto perdendo, mentre continuo a lavorare senza fermarmi?”

Il lamento ha una funzione o è solo deleterio?

lamento

Una delle forme comunicative disfunzionali nelle relazioni umane è il lamento. La persona che si lamenta, in genere, racconta il proprio vissuto con particolare enfasi sugli aspetti negativi. La sua visione della realtà è caratterizzata da una profonda sfiducia nella vita e nelle persone, evidenziando solamente malcontento e vittimismo. Il lamento non è considerato uno sfogo. Innanzitutto, quest ultimo è transitorio e circoscritto al racconto stesso. Lo sfogo, infatti, ha un effetto liberatorio, in cui si condivide con il proprio interlocutore, non solo la storia, ma anche le preoccupazioni, le emozioni legate ad essa. Quasi come se, esternando i propri pensieri, si riuscisse ad avere la chiave di lettura per migliorare la situazione. Il lamento, al contrario, non ha alcuna funzione. Esso è la modalità comunicativa preferita da chi non vuole cambiare né se stesso né la situazione. Nel lamento, infatti, si attribuisce la colpa sempre agli altri o al destino e non si percepisce nulla di positivo. Utilizzando questo modo per comunicare il proprio malessere, non ci si rende conto che si contribuisce in prima persona ad alimentare uno status quo di tristezza. Nel lamento, non solo ci si sente vittima della situazione, ma soprattutto impotenti e incapaci di affrontare il cambiamento, mettendo a dura prova l’autostima. Pur raccontando una storia, colui che si lamenta non condivide le emozioni sottese, nè tantomeno riflette sulla possibilità di miglioramento. Crea, al contrario, un modo per presentarsi esclusivamente come bersaglio degli altri o della sfortuna. Il lamento finisce, inoltre, per logorare il pensiero e le azioni di chi lo utilizza, portandolo anche all’isolamento sociale. Di fronte alla continua sfiducia e ostinazione, anche i familiari o gli amici tenderanno ad allontanarsi da una fonte di negatività, imparando a preservare se stessi. Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa più accorgersi di un tramonto. Chiudo gli occhi. Mi scosto di un passo. Sono altro, sono altrove.(Alda Merini)

Il Laboratorio di lettura del lunedì

di Fulvia Ceccarelli e il gruppo di lettura Da tempo coltivavo un sogno: dar vita ad un Laboratorio di lettura. Laboratorio, perché immaginavo qualcosa di non rigidamente strutturato, da aggiustare in itinere sulla base di ciò che l’esperienza avrebbe suggerito. Così, qualche anno fa, ho predisposto e fatto circolare una locandina dal titolo La lettura come strumento terapeutico, che ha raccolto un discreto numero di adesioni. L’idea è nata parlandone con un amico che ha condotto gruppi di lettura. Da quel momento ho iniziato a reperire informazioni, senza però trovare una modalità che mi convincesse fino in fondo. Che sentissi viva e coinvolgente, come accade quando inciampiamo per caso in qualcosa che ci fa vibrare dentro. Un libro, ad esempio, quando tocca certe corde. A lungo mi sono chiesta se fosse il caso di scegliere una tematica generale in base alla quale orientare le proposte. Oppure concordare la lettura di un libro che tutti avremmo letto nel mese intercorrente tra un incontro e il successivo, per commentarlo insieme. Tuttavia, considerato che un mese vola in fretta e può non essere sufficiente, a meno di scartare testi voluminosi, resta comunque il fatto che ciò che piace ad alcuni non piace necessariamente ad altri. E una delle poche regole della casa è che un libro può essere letto solo se ci ingaggia. E lo scopo del Laboratorio è incuriosire. Condivido appieno il suggerimento del buon Pennac, che sostiene che se tra libro e lettore non scatta una “corrispondenza di amorosi sensi”, meglio piantare il libro a metà. Oltre al fatto che già nel quotidiano siamo obbligati a leggere obtorto collo libretti di istruzione, clausole capestro e via dicendo. Mentre ero alle prese con i miei dubbi, mi sono imbattuta in un interessante programma radiofonico in cui degli attori leggono brani tratti da racconti e romanzi. Che mi ha fatto riscoprire il piacere di ascoltare storie lette ad alta voce da altri. Come accadeva con le fiabe. Quando, sbrigliando la fantasia, fantasticavamo di luoghi e personaggi evocati dal racconto. Da un lato, impazienti di sapere come sarebbe andato a finire. Dall’altro, dispiaciuti di abbandonare dei compagni di avventura. Così, mi è venuto in mente di coinvolgere un’amica attrice, proponendole di diventare la lettrice ufficiale del nascente gruppo. E lei, seria, mi ha domandato: “Perché cerchi un attore che si cali nella parte e non ti fidi del fatto che, se un certo personaggio e una certa trama ti hanno particolarmente colpita, troverai il modo di trasmetterlo a chi ti ascolta. Attraverso le pause, l’intonazione della voce, le sottolineature che saprai fare solo tu in quel preciso modo. Perché hanno conquistato te e non un altro”. Prendendo il coraggio a due mani, ho deciso che, di volta in volta, qualcuno del gruppo avrebbe letto agli altri poche pagine di un racconto che gli stava particolarmente a cuore. Presentandole a modo suo e fidandosi del buono che ne sarebbe scaturito. Al primo incontro eravamo una dozzina di persone. Più donne che uomini. Dopo aver brevemente illustrato le idee che mi frullavano in testa, sono entrata nel vivo, leggendo ad alta voce e in modo passabilmente gradevole, un brano tratto da Segreta penelope di Alicia Gimenez Bartlett. Rispetto al quale, peraltro, nutrivo qualche dubbio. Perché il tema trattato era impegnativo. Infatti il personaggio di Ramona, psicoterapeuta di lungo corso, sostiene la tesi che le donne siano più esposte degli uomini ad ammalarsi di patologie psichiche. Terminata la lettura, dopo attimi di silenzio, ho chiesto ai presenti di ascoltarsi dentro e provare a sentire quali emozioni avessero suscitato in loro le parole del racconto. Timidamente, una dopo l’altra, sono emerse delle riflessioni e anche qualche critica. Cosa spiazzante e apprezzabile al tempo stesso, perché il Laboratorio per non implodere, non può che essere uno spazio fisico e mentale, all’insegna della libertà di pensiero e di parola. Mica facile! Questa è stata la nostra modalità di procedere. Con cui abbiamo affrontato temi molto umani, al di là delle epoche storiche e delle latitudini. Ad esempio, leggendo Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita di Federico Pace, abbiamo riflettuto su cosa significhi scegliere e su come ogni scelta implichi l’abbandono di qualcosa in favore di qualcosaltro, generando cambiamento. Con Nemesi di Philip Roth, abbiamo sfiorato il tema della morte, chiedendoci se esista una buona ricetta per convivere con la sua ombra lunga o se sia meglio vivere fingendo di essere immortali. Questo tema, intenso e delicato, è stato reso pensabile grazie alle diverse anime presenti nel gruppo. E ci ha affratellato. Alla fine dell’incontro ci abbracciamo e le persone si attardano a parlare tra loro più del solito. Con Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, affrontiamo il tema della donazione degli organi di una persona cara, morta di morte improvvisa, spesso molto giovane. Immedesimandoci nei parenti più prossimi, ci siamo chiesti cosa si provi sapendo che continuerà a vivere sì, ma sparpagliata in tante persone diverse. Leggendo L’uomo che vede passare i treni di Simenon, riflettiamo su quale sconquasso produca la fine di una storia d’amore. Mettendo a confronto il punto di vista maschile e femminile. Con L’arte di viaggiare di Alain de Botton, parliamo del “sublime”. Che per alcuni è la sensazione di sentirsi parte di un tutto, che seduce e nel contempo umilia, perché ci mette di fronte alla nostra finitezza di uomini. Come accade quando ammiriamo un paesaggio, un’opera d’arte, un fiore. Con In fuga, tratto da Sherzi del destino di Alice Munro, trattiamo dell’incontro con l’Eros. Di cosa significhi per noi il rifiuto dell’altro e di come talvolta ci si riconosca a pelle, tra estranei. Di quanto il destino esista a prescindere o di quanto invece ne siamo artefici. Con Ricordi e racconti di Umberto Saba, affrontiamo il tema del rapporto con chi, affettivamente vicino a noi, come una madre ad esempio, ha una sensibilità diversa dalla nostra. E ci ama diversamente da come vorremmo. Forse crescere significa imparare ad accettarlo. Con Il Regno di Emmanuel Carrere, trattiamo il nostro rapporto con

Il labirinto delle scelte e il disimpegno morale

Quante volte facciamo pensieri non proprio giusti anche nei confronti degli altri, ma poi abbiamo il senso di colpa. E allora per giustificarci mettiamo in atto il disimpegno morale. Il disimpegno morale emerge come un’ombra sottile ma molto potente, che incide in maniera significativa sulla nostra mente. Entrare nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale è molto difficile e cercheremo di farlo con le parole di Albert Bandura. Secondo lo psicologo, il disimpegno morale implica meccanismi attraverso i quali le persone cercano di ridurre il senso di colpa legato alle proprie azioni. Il disimpegno morale sembra quasi una strategia collegata alla situazione che l’individuo mette in atto. Come agisce il disimpegno morale Spesso la mente oscilla tra senso e non senso. Per questo motivo nel labirinto delle scelte sottovalutiamo la responsabilità personale e attribuiamo la scelta di alcune azioni a circostanze al di fuori del nostro controllo. Inoltre cerchiamo di giustificare le azioni sbagliate sostenendo che erano necessarie per risolvere una situazione difficile: ecco il disimpegno morale. E’ come un vicolo buio che può presentarsi quando ci troviamo di fronte a scelte difficili. Si tratta di una sensazione che ci spinge a prendere decisioni che, nel nostro cuore, sappiamo essere sbagliate. Cosa fa la persona che mette in atto il disimpegno morale? La persona cerca di deumanizzare le scelte, minimizzando le conseguenze. Nel labirinto delle scelte e del disimpegno morale, un ragazzo che prende parte ad azioni crudeli anzichè assumersi la responsabilità, potrebbe impegnarsi in un disimpegno morale e dire a se stesso: “Non è colpa mia. Sono stato solo coinvolto”. Ricordiamo che la vera forza non sta nel nascondersi dietro il labirinto del disimpegno morale, ma nell’andare avanti con decoro anche quando il percorso è difficile. Il labirinto del disimpegno morale richiede impegno, pensiero e consapevolezza delle nostre azioni. Essere consapevoli e coerenti con i nostri principi significa mantenere la bussola morale nella giusta direzione.

Il grembo emotivo: quando l’ambiente materno diventa linguaggio per il bambino

Esiste un’idea che torna spesso nei discorsi sulla gravidanza: che il benessere del bambino inizi molto prima della nascita. Questa verità è sostenuta da diverse evidenze, difatti, il corpo della madre è il primo ambiente relazionale nel quale il bambino si sviluppa. Gli stati emotivi che la donna attraversa durante i nove mesi di gravidanza sono automaticamente trasferiti al feto ed il corpo del bambino, ancora in formazione registra tali variazioni. In poche parole il bambino “impara” qualcosa del mondo che lo aspetta. Un sistema che si forma nella relazione Dal punto di vista sistemico-relazionale non possiamo pensare al bambino come a un individuo isolato. E’ fin da subito parte di un sistema: corporeo, emotivo, relazionale. Il grembo materno non è solo un contenitore biologico, ma uno spazio di comunicazione. Dobbiamo quindi riconoscere che la qualità dell’ambiente emotivo ha un impatto reale sui processi di sviluppo, in particolare sulla regolazione emotiva. Alcuni studi suggeriscono che un’esposizione prolungata ad elevati livelli di stress in gravidanza, possa essere associata, nel tempo ad una maggiore vulnerabilità del bambino, maggiore sensibilità agli stimoli e irritabilità. Nel pensiero sistemico-relazionale, ispirato al lavoro di Gregory Bateson, non esiste un individuo separato dal contesto. Ogni essere umano prende forma all’interno di una rete di relazioni che lo precede e lo sostiene. Prendersi cura della madre è prendersi cura del bambino Se accettiamo l’idea che il grembo sia anche uno spazio emotivo, allora il modo in cui pensiamo alla gravidanza cambia radicalmente. Non è più sufficiente invitare le madri a “stare tranquille”, come se la serenità fosse una scelta individuale o un dovere da adempiere. La tranquillità in realtà è spesso il risultato di condizioni relazionali favorevoli: nasce da contesti che sanno sostenere, contenere, proteggere. Questo significa spostare lo sguardo dalla donna al sistema in cui è immersa. Relazioni rispettose e non violente, la presenza emotiva del partner, la possibilità di avere spazi di ascolto autentico sono elementi che costruiscono un senso di sicurezza. In questa accezione il benessere del bambino è inteso come esito di una rete di cure e legami che iniziano molto prima. e’ qui che assume forza una frase estremamente significativa: “cresciamo genitori gentili, non solo bambini sani“, perché ci ricorda che concentrarci solo sul bambino rischia di farci perdere di vista il contesto che lo genera. La salute infatti, coincide con la possibilità di svilupparsi all’interno di relazioni che sappiano contenere e regolare gli stati interni, offrire protezione e rispondere adeguatamente alle richieste di cura. Bibliografia

Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery