IL CONSUMO DI ABBIGLIAMENTO USATO

Il consumo di abbigliamento usato ormai è una tendenza sempre più diffusa nella società odierna. Esistono innumerevoli piattaforme che consentono di vendere i propri abiti e comprare quelli di qualcun altro. Per citarne alcune ci sono Vinted, Depop, Rebelle, Vestiaire Collective… Ma perché i consumatori sono sempre più propensi ad acquistare abbigliamento usato rispetto al passato? A livello psicologico entrano in gioco diversi fattori. Alcuni di questi sono sicuramente economici in quanto comprare second hand consente sia di risparmiare sia di sperimentare una soddisfazione maggiore grazie alla possibilità di ottenere un articolo di valore a un prezzo minore. Un altro driver che ha incrementato contribuito il diffondere questa tendenza è il bisogno di unicità. Infatti, secondo la teoria del sé esteso di Belk, l’abbigliamento è un modo per esprimere parti del proprio sé e della propria identità. Inoltre, il mercato second hand è spesso caratterizzato da pezzi unici per modello e taglia e molto raramente se ne trovano di simili. Esiste anche un aspetto ludico-creativo che porta il consumatore ad essere più soddisfatto nel vendere e nel comprare abiti di seconda mano. È il cosiddetto fenomeno della “scoperta della chicca”, che si riesce a trovare nelle confusionarie bancarelle di mercatini usati oppure sulle piattaforme online. Infine, si trovano anche dei fattori più etici basati su preoccupazioni di carattere ecologico e sull’interesse alla sostenibilità, altro trend sempre più diffuso nelle giovani generazioni. Tuttavia, tutti questi fattori psicologici spiegano solamente in parte il fenomeno dell’abbigliamento second hand. Per comprenderlo più a fondo è necessario considerare le sue origini storiche. La storia dell’abbigliamento può essere suddivisa in tre grandi periodi. Dall’epoca premoderna alla fine del Settecento, in tutti i ceti sociali era molto diffusa una mentalità improntata al recupero degli oggetti al fine di tramandarli alle generazioni successive. In particolare, i vestiti venivano custoditi perché considerati investimenti importanti così da poterli donare di generazione in generazione. Per le classi più povere erano una vera riserva di valore, cosa che ora sarebbe assurdo pensare. Dalla fine del Settecento alla prima metà del Novecento si rovescia la mentalità precedente a seguito di cambiamenti culturali causati dalla filosofia illuminista (che considerava tutto il vecchiume da buttare) e a seguito dei progressi in ambito tecnico-scientifico che hanno accelerato i tempi di produzione delle merci. Inoltre, la Rivoluzione Industriale ha portato un arricchimento del ceto medio che li ha sempre più spinti ad acquistare beni nuovi, come simbolo del nuovo status sociale raggiunto. Dunque, il consumo di abbigliamento di seconda mano diminuisce rispetto al periodo precedente. A fine Ottocento, però, a seguito delle enormi produzioni di massa si è consolidato il legame tra abbigliamento usato e carità. Dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi si è assistito a un ulteriore cambio. In particolare, nel Novecento indossare vestiti usati era diventato un modo per esprimere la propria distanza rispetto alla cultura dominante. Questo apparteneva molto al mondo hippie, nel quale si può vedere una forte spinta anticonformistica. Invece, per altri è diventato sempre più segno di ricercatezza e distinzione come nel caso del vintage. Negli ultimi decenni, infine, la seconda mano è diventato sinonimo di consumo etico e sostenibile. Oggi tutti questi fattori sono molto più in linea con i valori emergenti nel periodo post-crisi, dove i consumatori sono sempre più disposti a riconsiderare la propria relazione con i beni di consumo abbracciando una maggiore frugalità. È sbagliato pensare che la frugalità sia una decisione legata al risparmio, ma in realtà è una scelta di stile e buon gusto. Alla base degli orientamenti frugali, si assiste a un vero e proprio ripensamento della relazione con gli oggetti di consumo. Se nella prima metà del Novecento, l’oggetto di consumo si configurava come marcatore identitario, ad oggi non è più tanto così. La ripresa del consumo di abbigliamento usato ne è un esempio cardine. BIBLIOGRAFIA Lozza, E. &, Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo s.r.l.
Il Conformismo: Comprendere la pressione sociale e l’adattamento individuale

Il conformismo è un fenomeno psicologico e sociale che coinvolge l’adattamento dei comportamenti, delle opinioni o delle espressioni di un individuo in risposta alla pressione percepita di un gruppo. Questo processo può verificarsi sia in contesti informali, come un gruppo di amici, sia in ambienti più strutturati, come luoghi di lavoro o scuole. La ricerca in psicologia sociale ha lungamente esplorato le dinamiche e le implicazioni del conformismo, rivelando come esso influenzi profondamente il comportamento umano. Radici Psicologiche del Conformismo Il desiderio di appartenere e di essere accettati socialmente è un bisogno fondamentale per la maggior parte delle persone. Questo desiderio può spingere gli individui a conformarsi alle norme di un gruppo anche quando ciò contraddice le loro convinzioni personali o la loro percezione della realtà. Gli studi di Solomon Asch negli anni ’50 hanno evidenziato quanto sia forte l’influenza del gruppo: molti partecipanti ai suoi esperimenti sceglievano di ignorare la propria percezione visiva per allinearsi alle risposte errate del gruppo. Tipi di Conformismo Il conformismo può manifestarsi in due forme principali: normativo e informativo. Il conformismo normativo si verifica quando gli individui modificano il loro comportamento per adattarsi alle aspettative del gruppo, spesso per evitare il rifiuto o per ottenere approvazione. D’altra parte, il conformismo informativo avviene quando le persone assumono che il comportamento del gruppo rifletta la risposta corretta o il comportamento appropriato in una determinata situazione. Implicazioni Sociali Il conformismo ha un ruolo cruciale nella formazione e nel mantenimento delle culture e delle norme sociali. È un meccanismo attraverso il quale i valori, le regole e i comportamenti vengono trasmessi e internalizzati dalle nuove generazioni. Tuttavia, il conformismo può anche avere effetti negativi, come la soppressione della diversità di pensiero e l’innovazione. Gruppi eccessivamente conformisti possono diventare ecocamere, dove le opinioni discordanti sono scoraggiate o ignorate, portando a decisioni di gruppo meno efficaci. Il Conformismo nel Contesto Moderno Nell’era digitale, il conformismo assume nuove dimensioni con i social media. Le piattaforme online amplificano il conformismo attraverso “l’effetto echo chamber” e il “bubble filter”, dove gli individui si trovano spesso esposti solo a informazioni che rafforzano le loro credenze preesistenti. Questo può intensificare la polarizzazione sociale e ridurre la capacità di dialogo costruttivo tra gruppi con visioni divergenti. Conclusione Il conformismo è un fenomeno complesso con radici profonde nelle necessità psicologiche umane di appartenenza e accettazione. Mentre ha un ruolo fondamentale nella coesione sociale e nella perpetuazione delle norme culturali, il conformismo può anche limitare il pensiero critico e la diversità. È essenziale che gli individui siano consapevoli delle pressioni conformistiche e sviluppino la capacità di riconoscere quando il conformarsi va a scapito della propria integrità o del benessere collettivo. In un mondo che valuta sempre più l’innovazione e l’autenticità, trovare l’equilibrio tra adattamento sociale e autenticità individuale è più importante che mai.
Il comportamento alimentare nei bambini: strategie di intervento

Il comportamento alimentare dei bambini è spesso costellato da difficoltà. Cosa può fare l’adulto per aiutare il bambino? Nel DSM-5 vengono raggruppati nello stesso capitolo i disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e età adulta, ovvero “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Le categorie diagnostiche sono: pica (persistente ingestione di sostanze non commestibili) disturbo di ruminazione (ripetuto rigurgito del cibo dopo la nutrizione) disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (evitamento o restrizione dell’assunzione di cibo) anoressia nervosa (paura di aumentare di peso e comportamenti che interferiscono con l’aumento di peso) bulimia nervosa (condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso) disturbo da alimentazione incontrollata o binge-eating (ricorrenti episodi di abbuffate). Tra questi, uno dei più frequenti tra i disturbi del comportamento alimentare nei bambini, è il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Non alimentandosi adeguatamente, i bambini possono incorrere in un deficit nutrizionale e questo può impattare sulla salute fisica. L’insieme di questi aspetti può naturalmente generare ansia nel genitore che potrebbe iniziare a mettere in atto comportamenti controproducenti. Ad esempio, nel tentativo di far mangiare il bambino, potrebbe distrarlo o “obbligarlo” rendendo ostile il momento del pranzo. Quali sono le strategie utili da mettere in campo? Per prima cosa, il genitore va istruito ad osservare chiaramente il comportamento del bambino durante il pasto. In che modo? Uno specialista potrebbe aiutare l’adulto a discriminare tra Antecedenti, Comportamenti, Conseguenze (ABC). In questo modo, si avrà una visione più completa di quello che accade per capire cosa mantiene nel tempo il comportamento problematico (cioè qual è la conseguenza che comporta un aumento di frequenza del comportamento problema). Intervenendo su queste conseguenze, si può modificare il comportamento in oggetto. Il genitore è il modello più importante per il bambino: durante i pasti, l’adulto potrebbe stimolarne la curiosità, proporre in maniera simpatica i cibi, mostrare soddisfazione per il cibo. E’ di estrema importanza anche che ci sia coerenza e sistematicità tra gli altri componenti della famiglia. E’ importante individuare quali sono gli alimenti preferiti dai bambini e cosa li rende tanto piacevoli: aiutiamoli ad individuarne gusto, colore, forma, consistenza, odore. Una volta fatto, attraverso un processo di pairing, andremo a favorire la familiarizzazione del bambino con un nuovo alimento. Per pianificare un intervento efficace, sarà fondamentale individuare anche una lista di rinforzatori salienti che aumenteranno la probabilità di successo. Una procedura molto utile è la token economy, un programma che consente di incrementare l’emissione di comportamenti desiderabili. Nei disturbi del comportamento alimentare può servire il parent training? Un intervento di parent training, in questi casi, può essere utile per sostenere il genitore sia da un punto di vista pratico, definendo i vari step, ma soprattutto da un punto di vista emotivo. A volte è inevitabile che il genitore si senta in colpa per quanto accade al figlio, ma è importante sottolineare che le azioni, anche quelle che a lungo termine possono risultare controproducenti, sono sempre mosse da tanto amore. L’importante è fermarsi di tanto in tanto per individuare quali potrebbero essere i nuovi comportamenti da mettere in atto, per agire in un modo diverso e più funzionale.
Il Complesso di Caino

Secondo la Bibbia, Caino e Abele sono i primi figli dell’Umanità, nati da Adamo ed Eva una volta che questi vennero cacciati dal Giardino dell’Eden. Caino fu primogenito e si dedicò alla coltivazione della terra; poi nacque Abele, che invece si dedicò alla pastorizia. Dopo un po’ di tempo, Caino offrì a Dio i frutti della terra e anche Abele scelse di fare un’offerta a Dio, sacrificando i primogeniti del suo gregge. Questo, provocò la forte gelosia di Caino, che decise di uccidere il fratello, venendo poi punito da Dio. Si fa riferimento a Caino quando si parla di rivalità tra fratelli e di gelosia per i fratelli minori. Fu proprio uno psicoanalista, Charles Baudouin (1893-1963), a creare questo tipo di associazione, fra il racconto biblico e una dinamica, quella fraterna. Si parla quindi di “Complesso di Caino” per richiamare quell’insieme di sentimenti, spesso ambivalenti e contraddittori, che il primogenito vive quando si trova a fare i conti con l’arrivo del fratellino o della sorellina. Entrambi i genitori cominceranno a mostrare maggiore attenzione e protezione al nuovo membro perché è il più giovane, di conseguenza il fratello maggiore si sentirà ignorato o rifiutato. I bambini piccoli capiscono che alcuni privilegi di cui avevano goduto fino a quel momento sono stati concessi al nuovo membro. Inizia così questo complesso che può svilupparsi ed evolversi dall’infanzia all’adolescenza o alla prima età adulta. La caratteristica principale di questo complesso è l’eccessiva gelosia concentrata sul fratello con cui si è in competizione o in rivalità. Di solito si parla dei fratelli più anziani che affrontano i loro fratelli più giovani, ma questa non è una regola fissa, quindi è un complesso che può svilupparsi in tutti i soggetti coinvolti indipendentemente dalla loro età. Il complesso di Caino è sempre associato alla fase dell’infanzia, ma non è da escludere la possibilità che si sviluppi durante la pubertà o l’adolescenza. In questi casi i conflitti tra fratelli e sorelle possono derivare da questioni quali il rendimento scolastico, la condivisione d’interessi con i genitori, i talenti o anche abilità come l’intelligenza.
Il colloquio clinico di stampo psicodinamico

Il colloquio costituisce lo strumento più importante a disposizione dello psicologo clinico. Poiché “l’oggetto d’indagine” è un individuo, nulla può sostituire la conoscenza diretta dell’altro che si verifica attraverso il dialogo. L’approccio psicodinamico al colloquio clinico si basa sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente. Quando questi ultimi s’incontrano per la prima volta sono due sconosciuti che entrano in contatto, ciascuno con una serie di aspettative riguardanti l’altro. La cornice concettuale del colloquio dinamico è che coinvolge due persone. Ciascuno porta un passato personale nel presente e proietta aspetti interni di rappresentazioni del Sé e dell’oggetto nell’altro (Langs). Uno dei compiti principali del terapeuta psicodinamico è quello di differenziare i sentimenti e le reazioni verso il paziente che nascono dal controtransfert in senso stretto da quelli che nascono da vissuti propri. Questo dipende dalla familiarità che ciascuno ha con il proprio mondo interno per cui avere un’esperienza di trattamento personale (psicoanalisi o psicoterapia) è estremamente preziosa per individuare e comprendere il controtransfert. Il transfert è attivo in ogni relazione significativa, elementi di transfert sono presenti fin dal primo incontro tra terapeuta e paziente. Il transfert può svilupparsi addirittura prima dell’incontro poiché entrambi possono farsi una costruzione dell’altro attraverso delle informazioni che possiedono. Il transfert è per definizione una ripetizione, cioè i sentimenti associati ad una figura vengono vissuti nei confronti del terapeuta nel colloquio. Ovviamente gli schemi transferali in un colloquio clinico psicodinamico forniscono indicazioni su relazioni significative della vita del paziente. Per terapia psicodinamica s’intende un metodo di cura fondato sul presupposto teorico che i problemi psicologici siano la manifestazione di conflitti interni alla psiche e che la chiave del loro superamento stia nel portare il paziente a prendere conoscenza di tali conflitti. Il primo obiettivo di un colloquio psicodinamico deve essere sempre quello di stabilire un rapporto ed una comprensione condivisa. Ciascun individuo è l’autore della propria storia. Ognuno vive contemporaneamente in un mondo esterno ed in un mondo interno: nel primo si è più coscienti, nel secondo si è all’oscuro. Il mondo interno inconscio determina i sentimenti e le azioni che si hanno nel mondo esterno. Tra il mondo interno e quello esterno c’è una costante interazione. Se essi sono in armonia non si verificano problemi, ma se i progetti e i desideri consci differiscono da quelli inconsci ci troviamo di fronte al conflitto e alla confusione. Il colloquio clinico che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Tale relazione s’inscrive all’interno di un setting con il quale mantiene un rapporto dinamico. Il compito del terapeuta è quello di cercare di essere empatico e far sentire il paziente accettato e considerato come una persona unica con problemi propri. I terapeuti che cercheranno di immergersi empaticamente nelle esperienze dei pazienti favoriranno un legame con loro basato sul tentativo di comprendere il punto di vista del paziente. Piuttosto che fare commenti rassicurativi (tipici di amici e familiari), il terapeuta dovrebbe riconoscere e condividere con il paziente la sua sofferenza. Accanto a questo dovrebbe cercare di interpretare il materiale che porta il paziente stando attento alle difese che sono in atto. Il terapeuta non è “un genitore che giudica”, ma un genitore comprensivo che cerca di guidarlo per le strade della sua mente. Un approccio psicodinamico fornisce una comprensione diagnostica estremamente attenta alle debolezze e alle forze dell’io dei pazienti, alle loro relazioni oggettuali intrapsichiche quali si manifestano nei rapporti familiari e sociali, alla loro capacità di lavoro psicologico e alle origini infantili dei loro attuali problemi. Una valutazione psicodinamica può portare il clinico a valutare interventi interpretativi e fa affiorare materiale inconscio.
Il Circe-time

Il circle-time (o “tempo del cerchio”) è una metodologia utilizzata nell’ambito della psicologia di comunità, che ha come principale riferimento teorico la psicologia umanistica. In quest’ambito la psicologia di comunità ha sviluppato una serie di strategie d’intervento nella scuola. Tra queste tecniche un posto particolare hanno avuto le metodologie per l’educazione socio-affettiva che presuppongono che nella scuola siano predisposte attività volte non solo all’educazione della sfera cognitiva della personalità, ma anche a quella sociale ed affettiva. L’idea base che sta dietro a questi programmi d’intervento è che, trasmettendo alcune conoscenze e capacità psicologiche ai ragazzi, questi siano in grado di affrontare meglio i problemi della loro vita scolastica e familiare, ed inoltre siano più capaci di capire se stessi e le proprie interazioni con gli altri. Questi riferimenti possono essere supportati e resi operativi da quelle tecniche e strumenti denominate metodologie interattive. Modalità d’intervento che potremmo definire calde, che si occupano cioè della soggettività, dell’interazione tra individui in un contesto specifico, dei processi comunicativi e psicologici, della relazione con l’ambiente. Queste modalità propongono un’azione che richiede coinvolgimento, confronto, discussione critica, focalizzando l’attenzione sulla soggettività e sul potenziamento (empowerment) personale e di gruppo. Il circle-time è un momento molto importante dell’intervento di educazione psico-emotiva, in cui i membri del gruppo si riuniscono seduti in circolo per discutere di un argomento da loro proposto. Può essere scelto come oggetto di discussione qualsiasi argomento e può ad esempio riguardare uno specifico problema del gruppo, con lo scopo di arrivare ad un risultato positivo che porti ad un miglioramento delle relazioni. Il circle-time è un valido strumento che permette ai giovani di avere “un luogo” in cui confrontarsi, sperimentare l’empatia, esprimere le proprie emozioni, imparare ad ascoltare e a rispettare i sentimenti ed i pensieri dell’altro, pur esprimendo i propri; di mediare tra più idee, rispettare i tempi dell’altro e stimolare chi ha difficoltà, a parlare dinanzi a più persone. E’ importante che la disposizione sia a cerchio per dare effettivamente l’idea di una circolarità nella comunicazione, che quindi è rivolta a tutto il gruppo e non solo al conduttore. Per essere realmente efficace non deve avere una modalità di relazione sporadica, ma è importante cercare di mantenere almeno questo spazio di pensiero una volta a settimana. Il conduttore è un modello di accettazione e sostegno che i ragazzi dovrebbero interiorizzare. Egli sollecita, senza costringere, chi non vuole parlare, sostiene chi desidera esprimere le proprie idee, vigila che tutti abbiano l’opportunità di partecipare. Il suo atteggiamento verso i ragazzi è di autenticità e di accettazione, empatia ed ascolto attivo. All’interno del gruppo ci può essere un osservatore non partecipe. La sua funzione è quella di scrivere un verbale che funge da “ memoria del gruppo” che sarà riletto la volta successiva. Accanto a questa funzione di memoria storica del gruppo, il protocollo di osservazione svolge di volta in volta, l’importante funzione di specchio delle proiezioni del gruppo stesso. L’attesa della lettura scandisce, come un rituale, il tempo d’inizio.
Il ciclo della violenza: dinamiche psicologiche e criminologiche nella violenza di genere.

di Rosalba Madeo Secondo l’ISTAT (report novembre 2024), il 31,5 % delle donne ha subito nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale. Dobbiamo sapere che la violenza di genere non è sempre evidente in quanto si manifesta e si sviluppa attraverso complesse dinamiche psicologiche che intrappolano nell’insieme la diade coinvolta in una relazione apparentemente normale. Uno dei modelli più utilizzati per spiegare questo processo è quello del ciclo dellaviolenza di Lenore Walker che aiuta a comprendere le dinamiche relazionali e psicologiche che si instaurano in contesti di abuso e controllo. Le fasi del ciclo della violenza Il modello a tre fasi, descritto da Lenore Walker, evidenzia come la violenza si manifesti in modo ciclico:Fase della tensione: caratterizzata da un clima di irritabilità, controllo e conflittualità; la vittima cerca di placare l’aggressore.Fase dell’aggressione: esplode la violenza vera e propria, che può assumere diverseforme fisica, psicologica, sessuale, economica…Fase della luna di miele: l’aggressore si mostra pentito, chiede scusa, promette cambiamento, spesso con gesti affettuosamente eclatanti.Con il tempo, quest’ ultima fase di calma tende a scomparire e le esplosioni di violenza diventano sempre più ravvicinate. Alcuni modelli aggiungono una quarta fase: la calma apparente, in cui la tensione è sospesa, ma la vittima rimane in uno stato di allerta costante. Perché è difficile spezzare il ciclo? L’idea che basti “andarsene” è una pericolosa semplificazione poiché sono diversi i meccanismi psicologici che spiegano perché le vittime rimangano intrappolate:Trauma bonding: l’alternanza tra maltrattamenti e momenti positivi crea un legame distorto ma solido. Dissonanza cognitiva: difficile accettare che una stessa persona possa essere amorevole e violenta.Impotenza appresa: esperienze ripetute di fallimenti generano passività.Vergogna e colpa: la vittima può pensare di meritare ciò che subisce o di doverlo nascondere per vergogna.Isolamento sociale ed economico: ostacolano l’accesso ad aiuti esterni. L’aggressore: controllo, potere e manipolazione Un modello centrale nella criminologia contemporanea è quello del coercive control teorizzato da Evan Stark. Si tratta di una forma di violenza continua e pervasiva, non necessariamente fisica ma costruita attraverso svalutazione, controllo di aspetti quotidiani (finanze, relazioni sociali, abbigliamento), minacce.Questo controllo sistematico mina l’identità della vittima e può rendere invisibile la violenza all’esterno. Uscire dal ciclo è possibile Riconoscere la violenza come tale è il primo passo, accedere a reti di supporto sociale come centri antiviolenza, psicologi e servizi territoriali, permette poi di ricostruire la propria autonomia.Il ciclo della violenza non è solo un insieme di atti aggressivi, ma rappresenta una struttura psicologica e relazionale molto complessa. Conoscere e riconoscere queste dinamiche significa superare stereotipi, attuare il non giudizio e saper costruire un futuro di spazi sicuri. La violenza di genere si combatte soprattutto con l’informazione, la prevenzione ed il sostegno attivo.Numeri e servizi dedicati: il 1522 è attivo h24, gratuito e anonimo.
Il ciclo della violenza domestica secondo L.E. Walker

La violenza domestica può interessare indistintamente sia gli uomini che le donne e può essere definita come il rovinoso vortice nel quale uno dei due partner viene inghiottito in una sistematica violenza continuativa e ciclica da parte dell’altro partner. Secondo Leonor Walker esiste un circolo della violenza costituito da fasi che si ripetono nel corso delle settimane e dei mesi e degli anni. L’andamento è ciclico ed è il seguente: Fase della tensione, 2) Fase attiva degli episodi di violenza, 3) Fase della contrizione amorosa. Come tutte le relazioni anche quelle violente hanno un inizio definibile come ‘normale’ caratterizzato da momenti non connotati da violenza dove risultano predominanti momenti felici e di condivisione pacifica. La violenza si stabilisce per gradi in maniera non sempre eclatante, ma in modo subdolo, graduale e progressivo. La prima fase è quella della tensione: domina in questa fase la violenza psicologica attuata attraverso la svalutazione dell’altro, delle sue attività, delle caratteristiche caratteriali o fisiche, attraverso le richieste manipolatorie e il ricatto emotivo. La violenza non avviene ancora sul piano fisico ma ma sul piano del comportamento e del linguaggio non verbale (mimica, espressioni facciali, ridicolizzare, manipolare). In questa fase il partner comincia ad avvertire la tensione e l’escalation di richieste e si mostra solitamente accondiscendente con il conseguente rafforzamento del comportamento violento. Con il tempo i conflitti diventano sempre più frequenti e si assiste ad una vera e propria escalation della violenza. La seconda fase è quella dell’esplosione. Si può iniziare per gradi con ‘spintoni’ calci o schiaffi e pugni o lanciando oggetti fino ad usare armi arrivando all’uxoricidio o allo stupro coniugale (di solito utilizzato dall’uomo per affermare il proprio potere sulla partner). In questa fase il partner tenta di reagire o fuggire, ma è stato osservato che i tentativi di reazione divengono sempre più blandi poiché il partner violento non riesce a seguire il ragionamento e le cose possono solo peggiorare. Una volta che l’episodio di violenza si è concluso inizia l’ultima fase detta della contrizione amorosa, nella quelle inaspettatamente il partner mette in atto comportamenti di ‘riparazione e di scuse’ caratterizzati da un’alta valenza manipolatoria. Questa fase viene definita spesso anche della ‘Luna di Miele’ ed induce nella vittima uno shock ed un disorientamento che non la rendono lucida nella relazione. Spesso proprio a causa di questi comportamenti la vittima tende a giustificare l’aggressore e a difenderlo. Le speranze di un cambiamento tuttavia vengono ogni volta disilluse.
Il ciclo del riposo: come prepararci mentalmente a “staccare” davvero?

Ogni anno, in prossimità delle vacanze, molte persone esprimono un desiderio apparentemente semplice: staccare la spina. In particolare, noi psicologi necessitiamo di rigenerare le risorse cognitive ed emotive, proprio in virtù del fatto che lavoriamo in un ambito ad alta intensità relazionale. Scollegarsi dal lavoro, dai pensieri incessanti, dal ritmo pressante delle giornate. Fermarsi vuol dire, allora, rimettere a fuoco la “persona” oltre il proprio “ruolo”. Eppure, puntualmente, scopriamo che spegnere il computer non basta. Il corpo può anche essere in ferie, ma la mente… ancora no. La pausa estiva, pertanto, rappresenta una sana cesura nel ciclo terapeutico pur prevedendo un ritorno. Il paradosso della disconnessione Viviamo in una cultura che concepisce il riposo come un interruttore: on-off, lavoro o vacanza, produttività o relax. Ma la mente non funziona così. Non cambia stato per decreto. E questa illusione, pervasiva, anche tra i professionisti della salute mentale, può rendere le ferie un luogo ambiguo: desiderato e insieme disturbante. Quante volte, nei primi giorni di pausa, ci sentiamo più ansiosi, più nervosi, più “svuotati” di quanto ci aspettassimo? In chiave sistemica, potremmo dire che il nostro sistema (individuale, relazionale, professionale) ha bisogno di un tempo per riconfigurarsi. Gregory Bateson ci ricorderebbe che “la mappa non è il territorio”, ciò vuol dire che la realtà è più complessa di qualsiasi rappresentazione che ne possiamo fare: se entriamo in vacanza portandoci dietro la mappa mentale del nostro funzionamento operativo, non riusciremo ad accedere a un vero cambiamento di stato. Come psicologi, possiamo prenderci il compito, per noi e per i nostri pazienti, di trattare il riposo come parte del lavoro psichico e non come sua interruzione. Dove risiede il vero senso delle vacanze? Come professionisti della salute mentale sappiamo che riposare non è solo un bisogno fisiologico, ma un gesto di cura. È anche un atto clinico implicito. Un tempo di metabolizzazione, di integrazione silenziosa. Un momento in cui possiamo lasciare che qualcosa di nuovo maturi in noi, nel nostro modo di ascoltare, nella relazione con il lavoro e con l’altro, un processo simile alla fioritura di un tulipano. E allora, che la vacanza sia anche questo: un luogo di attraversamento, non di fuga. Una pausa che non ci allontana da noi stessi, ma ci riavvicina con delicatezza. Solo così può diventare un vero luogo di rigenerazione: non solo assenza di attività, ma presenza consapevole a sé.
Il cervello può modificarsi? Ansia e Depressione: quali aree cerebrali sono coinvolte e come possono “modificare” il cervello

di Alessia Barbato NON DEVI CONTROLLARE I TUOI PENSIERI. DEVI SOLO SMETTERE DI LASCIARTI CONTROLLARE. (Dan Millman) Da sempre si parla degli effetti dei disturbi depressivi o d’ansia sulla struttura cerebrale. Uno studio (Poul Videbech,MD and B. Ravnkilde,2015) mostra però che la Depressione è collegata ad aree del cervello, come l’ippocampo, che si riducono di dimensioni. L’ippocampo è una delle aree del cervello che è stata ampiamente studiata nei pazienti con disturbi dell’umore. Questo interesse si basa su un ampio corpus di studi neuropsicologici e di neuroimaging. L’ippocampo è coinvolto nell’apprendimento e nella memoria episodica e dichiarativa , che diventano spesso deficitarie con la depressione. Inoltre, un’ampia ricerca sui roditori e sull’uomo (Kim JJ, Diamond DM, 2002) ha dimostrato che le sue funzioni mnemoniche e la sua neuroplasticità sono altamente sensibili allo stress, cioè all’aumento dei livelli di cortisolo, che si trova in un’ampia percentuale di pazienti con DM (depressione maggiore). Tuttavia, quando la depressione è associata all’ansia un’area del cervello diventa “significativamente” più grande. Un nuovo studio (D. Espinoza Oyarce, 2020) pubblicato dai ricercatori dell’Australian National University (ANU), ha scoperto che nel tempo l’associazione tra disturbi depressivi e d’ansia ha un profondo effetto sulle aree del cervello associate alla memoria e all’elaborazione emotiva. Lo studio ha esaminato il cervello di oltre 10.000 persone per trovare gli effetti della depressione e dell’ansia sul volume del cervello. Quando, dunque, entrambi i disturbi si manifestano insieme, portano ad un aumento delle dimensioni della parte del cervello legata alle emozioni, l’amigdala. L’ansia riduce in media l’effetto della depressione sulle dimensioni del volume del cervello del 3%, nascondendo in qualche modo i vari effetti di riduzione della depressione; ciò diventerebbe ancora più rilevante più avanti nella vita perché un ippocampo più piccolo è un fattore di rischio per l’Alzheimer e potrebbe accelerare lo sviluppo della demenza. Grazie a questi studi, dunque, è possibile poter parlare di “aree cerebrali che subiscono modifiche”, ma per capirne ancora di più, soprattutto per capire le conseguenze di questi disturbi, i neuroscienziati continuano oggi ad approfondire queste interessanti ricerche. Bibliografia Kim JJ, Diamond DM, 2002 “The stressed hippocampus” Puol Videbech, MD,B. Ravnikilde “Hippocampal Volume and Depression: A Meta-Analysis of MRI Studies” 2015 Daniela Espinoza Oyarce “your brain gets bigger if you’re anxious and depressed” 2020