IL DISCORSO TERAPEUTICO: IL RICORDO

di Alberta Casella In seduta si riferiscono memorie di un antico passato o di avvenimenti recenti. Per i ricordi lontani, Freud utilizza il termine di ricordi-schermo in cui, su di un nucleo centrale, si sovrappongono esperienze fatte in tempi diversi che, però, si amalgamano al ricordo base diventando un tutto unico. Infine, questi ricordi subiscono sempre l’influenza e la distorsione del linguaggio che si usa per esprimerli, fino a cristallizzarsi nelle parole usate in modo da trasformarsi da semplici vaghe impressioni in descrizioni che divengono le memorie stesse del soggetto narrante. Riferendoci alla genesi dei ricordi, alla loro creazione nella mente del paziente, Jung ipotizza l’influenza di fattori simbolici che non derivano totalmente ed esclusivamente dalla storia personale del soggetto, ma sono plasmati ed influenzati dall’inconscio collettivo, una sorta di serbatoio mnestico che collega la storia personale ai miti archetipici dell’umanità e conserva il sapere mitologico fondato su un linguaggio innato della psiche che deriva dalla semplice appartenenza dell’individuo al genere umano. Jung amplia, così, la teorizzazione di Freud sui contenuti delle memorie del paziente, intendendo la mente umana come serbatoio di forme a priori del sentire e del conoscere e non solamente di contenuti specifici del soggetto. Tale influenza e mescolamento tra le esperienze personali del soggetto ed i residui delle storie mitologiche dell’umanità intera viene definito dallo stesso Jung “amplificazione” e permette di leggere i ricordi, i sogni, le associazioni, riferite in seduta, non solo attraverso la spiegazione causale che si può legittimamente rintracciare nella storia del paziente, ma anche e soprattutto attraverso immagini di carattere innato che rivelano un’eredità specifica della specie. Tale spiegazione risulta necessaria soprattutto quando lo psicologo si trova a dover analizzare ricordi riferiti dal paziente in modo caotico e spesso sconnesso, difficilmente collegabili alla storia raccontata fino a quel momento nel corso della cura; probabilmente, il ricorso all’amplificazione riuscirà a dare un quadro più completo ed esaustivo per l’analisi dei contenuti che il soggetto vuole esprimere. Non ultimo, lo stile usato dal paziente cambia a seconda del ruolo che egli attribuisce al terapeuta: tutto ciò che egli dice ha il fine d’influenzare l’immagine che il terapeuta ha di lui. Parlerà, quindi, per essere compatito o lodato, le sue parole saranno moneta di scambio per ottenere quello che vorrebbe nel presente ed in tal caso questi resoconti non hanno niente del suo reale vissuto, che probabilmente potrà comparire solo quando tale rapporto transferale verrà in parte neutralizzato ed i vincoli della conversazione s i allenteranno. Può accadere, anche, che il paziente riferisca un nuovo ricordo come collegamento tra due altri isolati al solo al fine di essere meglio compreso dall’ascoltatore e da lui apprezzato interferendo, così, definitivamente sull’immagine, tutt’altro che storicamente vera, che il terapeuta si sta facendo della sua vita; è possibile, infine, che l’interpretazione decisiva dell’analisi sia basata proprio su quel ricordo inventato probabilmente perché tanto appropriato e suggestivo. È interessante sottolineare come il discorso che scaturisce dalla relazione terapeutica sovverta tutte le regole fondanti di un colloquio condotto nella vita quotidiana: in una normale conversazione regna la regola, per tacito assenso delle parti, di non deviare dal tema rilevante del discorso, pena la disapprovazione, il fraintendimento o la confusione dell’altro che ascolta. Nel discorso analitico, invece, il paziente viene spinto a divagare per cui è facile che si verifichino fraintendimenti e modi diversi di intendere una stessa frase. Il terapeuta che non chiede di chiarire una parola non capita, che non interferisce nello scorrere della catena associativa, è costretto continuamente a fare costruzioni personali al fine di trarre un senso da quanto ascoltato e può capitare che, in seguito, perda di vista quanto, in quella provvisoria, vi era di suo e quanto apparteneva ai ricordi del paziente. In conclusione, quindi, ascoltare è un processo attivo di costruzione dell’evento narrato e non, come desiderava Freud, un processo passivo di ricostruzione di un passato che deve semplicemente essere ritrovato, riscoperto. Le teorie post-freudiane hanno enfatizzato maggiormente il ruolo dell’interazione paziente-analista e la narrazione subisce l’influenza di tale scambio continuo tra le parti. BIBLIOGRAFIA JUNG C.G. (1958): Un Mito Moderno: le Cose che si Vedono in Cielo, in Opere, vol. X, tomo II. JUNG C.G. (1959): Introduzione a Toni Wolff, “Studi sulla Psicologia di C. G. Jung”, in Opere, vol. X, tomo II JUNG C. G. (1917-43): Psicologia dell’Inconscio, in Opere, vol. VII. FREUD S. (1915-17): Introduzione alla Psicoanalisi. I e II Serie di Lezioni, Boringhieri, Torino, 1969.

Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

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Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.

Il difficile ruolo dei siblings

In psicologia si parla di siblings per intendere i fratelli sani di persone con disabilità, i quali vengono spesso posti “in secondo piano” rispetto ad un vissuto emotivo e psicologico familiare generato dall’attenzione nei confronti dell’individuo con disabilità. E’ ben noto che la relazione tra fratelli sia unica e che solitamente condividano tanto rispetto alle loro esistenze e viene posto in primo piano il supporto reciproco. Inoltre, avere un fratello o una sorella può essere una garanzia nel contrasto alla solitudine, la possibilità di ricevere calore ed aiuto (Ewertzon M. et al., 2012). La disabilità, però è una condizione diversa, che non investe solo l’individuo interessato, ma anche tutte le persone legate in qualche maniera a quest’ultimo. Il vissuto psicologico dei siblings Gli stati d’animo che si generano in questa categoria di “fratelli” sono molteplici e riguardano da un lato la scoperta, il rifiuto, la responsabilità, dall’altro la voglia di esser d’aiuto, il bisogno di crescere in fretta e l’accettazione di tale condizione. In ogni caso, queste sono situazioni che ti cambiano la vita! Spesso l’attenzione da parte dei genitori è diretta solo sulla persona con difficoltà che pertanto è vista come maggiormente “bisognosa” di calore. Infatti, i siblings sperimentano una sorta di ambivalenza rispetto all’eccessivo e inconsapevole coinvolgimento da parte dei genitori ed una confusione di ruolo all’interno della famiglia. Il sibling può provare anche insicurezza e preoccupazione non solo per il proprio futuro e per quello del fratello di cui si fa carico, ma sperimentare anche una sensazione di “perdita” di una relazione fraterna “normale” e di una esistenza “ordinaria”. Sono spesso attanagliati dal senso di colpa e si chiedono costantemente perché sono proprio loro quelli fortunati ad esser nati sani, ma provano anche una sorta di “paura per la contaminazione” rispetto all’ipotesi di poter dare alla luce figli a loro volta malati. Conseguenze relazionali per i siblings Tutta questa serie di fattori possono generare problematiche di “internalizzazione” come bassa autostima, ansia, depressione e problemi di “esternalizzazione” quali aggressività, atteggiamenti oppositivi, difficoltà relazionali. Possono, inoltre, presentare difficoltà scolastiche, e cali nelle performance sociali di vario genere ed essere inoltre particolarmente sensibili rispetto alle “lacune” di informazioni sulla vita dei fratelli causate da un intento protettivo da parte dei genitori (Bowman et. al. 2014). Sembra dunque essere importante fornire delle spiegazioni veritiere riguardo la disabilità cercando di utilizzare un linguaggio adeguato. Fornire informazioni corrette e comprensibili ai siblings significa riconoscere e valorizzare la loro competenza nell’utilizzo dell’esame di realtà e di mantenere un buon “locus of control” (Powell, 1993). La psicoterapia con i siblings I fratelli di persone con disabilità sviluppano, nel corso della propria esistenza anche una serie di fattori positivi che diventano risorse da cui attingere per far accrescere la consapevolezza. Dunque, è importante per loro avere uno spazio nel quale essere contenuti, supportati ed ascoltati. Uno spazio che permetta loro di non sentirsi soli e di condividere emozioni e sensazioni. Bibliografia De Lillo A., Pace U., Fratelli Speciali: vivere e crescere con un fratello disabile, Ed. Franco Angeli, 2012. Florit E., Gatta M.,Sorelle e fratelli di bambini con disabilità, Ed. Franco Angeli, 2015. Rondi M., Flolrit E., Fratelli e sorelle: La sfida di crescere insieme, Carocci Editore, 2012.

IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza!  Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca.  Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono.  Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita.  TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson

Il Default Mode Network: Il Cervello in Modalità Riposo

Il cervello umano, anche nei momenti di apparente inattività, è impegnato in un’ampia gamma di processi mentali. Durante questi periodi, come quando siamo assorti nei nostri pensieri o lasciamo vagare la mente, entra in azione una rete neurale cruciale: il Default Mode Network (DMN), o rete in modalità predefinita. Identificata agli inizi degli anni 2000 grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI), questa rete rappresenta uno dei meccanismi più affascinanti del funzionamento cerebrale. Coinvolta nella riflessione interiore, nell’elaborazione della memoria e nella pianificazione, il DMN è al centro dell’architettura del nostro pensiero consapevole e inconscio. Questa capacità non si limita al recupero della memoria o alla proiezione mentale, ma si intreccia con processi creativi e riflessivi. Studi recenti hanno evidenziato che il DMN gioca un ruolo cruciale durante i momenti di ispirazione creativa, favorendo l’integrazione di idee apparentemente non correlate. È interessante notare come molte intuizioni o soluzioni innovative emergano in situazioni quotidiane e non strutturate, come durante una passeggiata o un’attività rilassante. Questo fenomeno, spesso sottovalutato, dimostra l’attività sofisticata e continua del DMN.Inoltre, il DMN è intimamente legato alla nostra capacità di comprendere e anticipare gli stati mentali altrui, un processo noto come “teoria della mente”. Attraverso questa funzione, il DMN ci consente di immaginare ciò che altre persone potrebbero pensare o provare, facilitando l’empatia e le interazioni sociali. Le principali aree cerebrali coinvolte Il DMN è una rete di regioni cerebrali interconnesse che si attivano prevalentemente quando il cervello non è impegnato in compiti esterni specifici. Tra le aree principali coinvolte figurano: Corteccia cingolata posteriore (PCC): Cruciale per l’elaborazione della memoria e la consapevolezza del sé. Corteccia prefrontale mediale (mPFC): Coinvolta nella valutazione sociale e nell’introspezione. Precuneo: Associato alla consapevolezza spaziale e al recupero della memoria autobiografica. Ippocampo: Fondamentale per la memoria a lungo termine e il consolidamento delle informazioni. Queste aree lavorano insieme per supportare processi mentali complessi come il ricordo delle esperienze personali, la pianificazione di scenari futuri e come detto in precedenza, l’elaborazione del nostro ruolo nelle interazioni sociali. Il Ruolo del DMN nella Vita Quotidiana Alcune funzioni tipiche del DMN includono: Memoria autobiografica: Permette di rievocare episodi significativi del passato e di riflettere su di essi. Pianificazione futura: Facilita la creazione di scenari ipotetici per prevedere e affrontare eventi futuri. Ruminazione: In momenti di stress o emozioni negative, il DMN può promuovere pensieri ripetitivi, a volte disfunzionali. Teoria della mente: Svolge un ruolo chiave nella comprensione degli stati mentali degli altri, favorendo l’empatia e le interazioni sociali. Grazie a queste funzioni, il DMN è fondamentale per mantenere un senso di identità personale e coerenza nella narrazione interna della nostra vita. Conclusioni Il Default Mode Network è una componente essenziale del nostro funzionamento cerebrale, responsabile di molte delle nostre capacità di introspezione, memoria e pianificazione. Tuttavia, la sua disfunzione può avere effetti significativi sulla salute mentale. Capire come funziona questa rete e come influenzi il nostro pensiero offre nuove opportunità per interventi terapeutici mirati, dalla mindfulness alle tecnologie avanzate. Il futuro della ricerca sul DMN promette di gettare ulteriore luce sui meccanismi del pensiero umano, contribuendo a migliorare sia la comprensione scientifica che le pratiche cliniche. Bibliografia Raichle, M. E., & Snyder, A. Z. (2007). A default mode of brain function: A brief history of an evolving idea. NeuroImage, 37(4), 1083-1090. Whitfield-Gabrieli, S., & Ford, J. M. (2012). Default mode network activity and connectivity in psychopathology. Annual Review of Clinical Psychology, 8, 49-76. Fox, M. D., & Greicius, M. (2010). Clinical applications of resting state functional connectivity. Frontiers in Systems Neuroscience, 4, 19.

IL CYBERBULLISMO, LA VIOLENZA DELL’ERA DIGITALE

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Le parole pesano, creano relazioni, aspettative e stimoli, mettono radici, muovono energia, rappresentano mondi paralleli, racchiudono menti umane… L’attuale emergenza sanitaria, ha evidenziato la grande importanza della “Rete”. L’anno appena trascorso ha incrementato l’uso della digitalizzazione in tutti i settori pubblici e privati. Tuttavia, se la rete ci offre numerosi benefici, dall’altro permette il dilaniarsi dei reati correlati a questo complesso e multiforme universo. La parola Lockdown ha significato ridisegnare la concezione del tempo e dello spazio, non esistono più i sabati e le domeniche ma giornate che si susseguono, seduti dietro un pc, una dietro l’altra, quasi tutte uguali. L’implementazione dei programmi di didattica a distanza (DAD) ha garantito il proseguimento del le lezioni per completare programmi ministeriali ma i ragazzi si sono visti sottrarre un bene più prezioso: la libertà di socializzare, di stare insieme, in uno scambio perenne di esperienze nuove che danno vita a nuove connessioni personali e a stimoli sempre maggiori e quando sei un adolescente nulla può essere più devastante del dover frenare in corsa questa travolgente libertà. La meravigliosa opportunità della Rete, che tuttavia dà continuità a questo scambio interpersonale, può trasformarsi così in una ragnatela che ti imprigiona. È in questo contesto che il cyberbullismo è in continua evoluzione. Ma facciamo un passo indietro, cos’è il cyberbullismo? La parola cyberbullismo è un neologismo coniato per identificare forme di “bullismo virtuale, compiuto mediante la rete telematica”. In ambito giuridico il termine è circoscritto nella L. 71/2017, secondo cui per cyberbullismo deve intendersi “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. Il cyberbullismo, quindi, costituisce “un fenomeno nuovo, legato all’era digitale”. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web tramite Internet. Il bullismo diventa quindi cyber. Il cyberbullismo, appunto, definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, mms, foto, video, emai l , chat rooms, istant messaging, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi. Rispetto al bullismo tradizionale, il cyberbullismo, svolgendosi sulla rete internet ne rende più “difficile la reperibilità” del ciberbullo inoltre è svolto in “assenza di limiti spazio temporali” in quanto mentre il bullismo tradizionale avviene di solito in luoghi e momenti specifici (ad esempio in contesto scolastico), il cyberbullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal ciberbullo (WhatsApp, Facebook, Twitter, blog, ecc.) Ma la differenza più evidente tra bullismo e cyberbullismo r isiede nella perdita della componente fisica e diretta che, pur nella varietà dei casi e delle forme, caratterizza gran parte dei classici episodi di bullismo: ad una “relazione” nell’ambito della quale bullo e vittima si conoscono, abitano nella stessa città e frequentano gli stessi a m b i e n t i , l e n u o v e f o r m e di cyberbullismo sostituiscono invece una dimensione nella quale ad interagire possono essere anche perfetti estranei, che nulla conoscono gli uni degli altri, se non i rispettivi nomi utente, avatar e immagini di profilo. La perdita di qualsiasi limitazione legata al tempo e allo spazio: se infatti gli episodi di bullismo tradizionale rimangono comunque legati alle occasioni di contatto che bullo e vittima possono avere nel l ’ambi to di un ambiente comune, le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione fanno sì che le condotte aggressive riconducibili al cyberbullismo possano invece verificarsi in qualsiasi momento e a prescindere dalla distanza geografica tra i soggetti coinvolti, rendendo ancor più difficile per la vittima sottrarsi alle vessazioni di cui è fatta bersaglio. Gli s t e s s i s t r u m e n t i i n f o r m a t i c i contribuiscono poi ad alimentare, specialmente nei soggetti più giovani, una particolare disinvoltura nel loro utilizzo: la semplicità con cui ragazzi e ragazze possono oggi accedere a svariati servizi online, assieme alla mancata percezione dei rischi e delle conseguenze anche gravi delle azioni poste in essere nel mondo digitale, possono indurre all’adozione di comportamenti che nella vita reale non sarebbero stati assunti o avrebbero comunque probabilmente trovato un argine in meccanismi di controllo e disapprovazione operanti all’interno dell’ambiente scolastico, sportivo e sociale in genere. La pericolosità del fenomeno si evidenzia anche sotto un altro profilo: per via della stessa natura della rete Internet, tutti i contenuti su di essa caricati finiscono per sfuggire alla diretta disponibilità di chi li ha condivisi, determinando una possibilità di diffusione di dati, informazioni e materiali su una scala che non ha uguali in altre forme di comunicazione del passato, con conseguenti difficoltà nel procedere in un secondo momento alla loro rimozione anche per le stesse autorità preposte al controllo. Il cyberbullismo può manifestarsi in maniera differente e a tal proposito sono state coniate le seguenti categorie: • flaming, consistente nel la pubblicazione di messaggi dal contenuto aggressivo, v i o l e n t o , v o l g a r e , denigratorio, in danno di un utente nel momento in cui q u e s t i c o m p i e u n a d e t e r m i n a t a attività online (ad esempio quando esprime i l suo pensiero intervenendo su un social network); • harassment, cons i s tent e nell’invio continuo e reiterato d i una

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione può conoscere

di Jonathan Santi Pace La Pegna “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal) Sia nella letteratura che nel pensare collettivo troviamo spesso due aspetti della persona contrapposti, quasi apparentemente inconciliabili: “il cuore”, identificato metaforicamente come la sede in cui si originano i sentimenti e le emozioni, e “la mente” in rappresentazione di “ciò che sarebbe giusto”, il pensare razionale. Eppure questi due aspetti non sempre sono realmente così contrapposti come appaiono, in realtà ci sono ragioni psicologiche che ci portano ad optare per alcune scelte sentimentali (Zavattini, 2010), ad essere attratti verso qualcuno, a provare emozioni di piacevolezza nei confronti di certi modi di fare, anche se analizzandoli poi “a mente fredda” ci rendiamo conto che potrebbero essere non molto vantaggiose a lungo termine da un punto di vista razionale. La famosa teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1989) ci spiega che esistono diversi tipi di attaccamento che ogni bambino sviluppa in riferimento alle proprie figure di riferimento genitoriale, questi tipi di attaccamento andranno a costituire degli schemi di accudimento, che poi struttureranno lo stile di attaccamento adulto e la base del suo modo di relazionarsi con il mondo (Platts, 2002). Anche la ricerca del partner è influenzata da questi schemi, che spesso inconsapevolmente direzionano ciò che cerchiamo, in funzione di ciò che desideriamo e ciò che ci manca. Eppure è possibile far “dialogare” cuore e mente, e cioè fare scelte soddisfacenti dal punto di vista dei propri desideri ma razionalmente orientate, guidate da una visione approfondita che identifichi innanzitutto coscientemente quali siano i propri bisogni affettivi ed emotivi. È possibile in virtù di queste cose scegliere un partner appropriato strutturando lucidamente una relazione con presupposti sani, che non cannibalizzi se stessa, che sussista in un sano equilibrio di interscambio, all’interno di un insieme coeso intessuto di un’individualità reciproca ad alta conducibilità.

Il Crawly possessed: cosa nasconde

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Il crawly possessed è una nuova moda/challenge che sta diffondendosi tra i giovani. I social media non finiscono mai di stupire e di inventarsi novità, che non sempre hanno qualcosa di positivo. Dalla piattaforma cinese e pian piano anche sugli altri social e siti di messaggistica, video che mostrano il crawly possessed diventano sempre più virali. Nello specifico, questa nuova tendenza consiste nel gattonare in gruppo, soprattutto nei centri commerciali. Quindi, un numero variabile di ragazzi, si organizza sul web e poi si incontra nel luogo scelto, per mettere in scena questa esperienza di gruppo. Gli stessi ideatori, nel tentativo riuscito, purtroppo, di fare proseliti, si inquadrano come una setta con uno scopo sociale ben preciso. Il punto nodale dell’esperienza è caricare i partecipanti di energia e adrenalina pura, Inoltre, i promotori di tale attività, sostengono che sia un modo per allontanare l’ansia, soprattutto di tipo sociale. Nelle prime manifestazioni del fenomeno, i partecipanti, oltre al gattonare avevano anche atteggiamenti da posseduti, da cui il nome, con la conseguenza di spaventare gli spettatori ignari. Dal punto di vista psicologico, un atteggiamento del genere determina sicuramente l’appartenenza al gruppo e l’adattarsi alle regole di esso. Ovviamente, però, non tutte le direttive gruppali hanno risvolti positivi. Innanzitutto, l’esibizione in pubblico, attraverso una pantomima, può aiutare il protagonista a migliorare l’autostima e il concetto di sè. D’altro canto, l’adeguarsi ad un comportamento del genere, in cui si invade lo spazio altrui, spaventando anche l’osservatore, non può di certo considerarsi funzionale. Inoltre, nei messaggi di invito ad unirsi a questa setta, così come si autodefiniscono, manifestano apertamente l’idea dell’ossessione per questi atteggiamenti che definiscono sociali, ma che hanno poco a che vedere con l’altro.

Il corpo del docente 3.

Qualche nota introduttiva ad un’etica pedagogica condivisa con i corpi transgenerazionali e non solo umani. Uno dei convegni che più mi hanno coinvolto, lasciando una traccia assai significativa per successive riflessioni è stato sicuramente “Il Corpo Naturale non esiste”, organizzato dalla mia Scuola di Arteterapia, circa una decina d’anni fa. Tra gli autori che grazie a quel convegno ho cominciato a conoscere, qui ne accennerò qualcuno. Prima di tutto l’antropologo Francesco Remotti che con il suo bellissimo “Prima lezione di antropologia” fa capire con semplicità come il nostro corpo diventi, per l’appunto, proprio “il nostro corpo”, attraverso un complesso processo comunitario e per nulla spontaneo. E che per poter dire o pensare o comunque percepire il mio corpo come oggetto reale, non potrò mai fare a meno di linguaggi e culture. Poi Barbara Rogoff, antropologa e psicologa nordamericana che fin dalle prime pagine del suo “La natura culturale dello sviluppo”, chiarisce con grande semplicità i rapporti tra natura e cultura. Questo testo che dovrebbe essere sul comodino di ogni docente e di ogni terapeuta è organizzato come una sorta di rassegna sulle diversità nei processi di crescita e di formazione dei bambini nei più diversi contesti culturali del nostro pianeta. Vale a questo punto la pena di riportare direttamente qualche riga del libro della Rogoff: ”Gli esseri umani sono predisposti biologicamente a partecipare ad attività culturali e a imparare gli uni dagli altri. Grazie a strumenti quali il linguaggio e la scrittura, possiamo ricordare collettivamente eventi che non abbiamo vissuto in prima persona, partecipando in modo vicario all’esperienza degli altri, nel corso di molte generazioni.” Alle spalle di tutto questo pensiero, non è difficile intravedere peraltro il contributo di uno scienziato fondamentale Lev Semënovic Vygotskij, padre della teoria storico culturale. Quattro annotazioni, rispetto le parole della Rogoff e che in qualche modo caratterizzano anche le riflessioni attuali della nostra Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. La prima è che quando parliamo di strumenti culturali occorre sottolineare che anche il nostro corpo, con i suoi ritmi, la sua consistenza e persino i suoi odori e sapori è sempre, a sua volta, linguaggio. È sistema di segni, è forma di scrittura e pertanto veicolo fondamentale per la formazione e la crescita. Questo concetto, nel testo della studiosa statunitense, sia pure implicito, non è forse proclamato con la forza con la quale, oggi, è necessario farlo. Il secondo punto è che, il nostro corpo e quella sua funzione e che chiamiamo “mente”, si forma grazie all’interazione con altri corpi, quelli dei caregiver soprattutto, ma non solo. Corpi che portano in loro stessi l’esperienza di pregresse generazioni. Vuol dire che il nostro corpo-mente intrinsecamente è costituito dalla presenza dei nostri antenati e dalle loro storie complesse. Il terzo punto è che, a nostro parere, ma non solo del nostro gruppo di ricerca, parlare degli Homo sapiens sapiens come forma biologica produttrice di cultura, sottintendendo che sia l’unica ad avere tale caratteristica, forse esprime una visione limitata. Per meglio ragionare, una domanda sarebbe fondamentale. Siamo certi che, se non altro molti altri mammiferi a spiccata tendenza sociale, non abbiano anche loro qualcosa che potrebbe rientrare nella nostra definizione di “cultura”? È provato ad esempio che nel linguaggio dei mammiferi marini esistano persino dei diversi “dialetti”. Mica tutto è solo istinto geneticamente trasmesso. Quanti animali senza un adulto della loro specie che gli insegni ad esempio, adeguate tecniche di caccia, sarebbero in grado di sopravvivere? E qui veniamo al quarto punto, visto che stiamo parlando di attività formative. Occorre riflettere con maggiore attenzione sul ruolo che il corpo di altri esseri viventi, diversi dalla nostra specie, ha sicuramente avuto in passato e dovrebbero continuare ad avere nella formazione, nell’armonico sviluppo dei nostri bambini e persino di ognuno di noi. Pensiamo all’efficacissimo effetto pedagogico che, in un contesto contadino, aveva l’inevitabile assistere per un bambino all’accoppiamento tra animali. Come anche alla loro nascita e alla loro morte. A tutto l’immaginario che poteva e può attivare il vedere una pianta crescere giorno per giorno o il semplice gesto di toccare un albero secolare. Il concetto di “Natura Pedagogica” è infatti una delle nostre aree di ricerca. Alla prossima.

Il corpo del docente 1. – L’apprendimento

Quando si parla di apprendimento, spesso e volentieri, si rimane ad un piano cognitivo che rimanda esclusivamente alla verbalizzazione. Come se i bambini apprendessero le loro nozioni di base esclusivamente attraverso la parola e non anche tramite esperienze corporee. A tal proposito è stata condotta una interessante ricerca fatta in Inghilterra, in cui i bambini di una scuola elementare, sono stati divisi in due gruppi. I ricercatori hanno fatto delle valutazioni sull’apprendimento di entrambi i gruppi sia all’ inizio che alla fine di un percorso durato qualche mese. I docenti del primo gruppo avevano l’indicazione di fare lezione muovendo le braccia in maniera mimica seguendo la prosodia delle parole. L’indicazione data ai docenti del secondo gruppo era, invece, quella di fare lezione muovendosi il meno possibile. Cosa è stato osservato nella rivalutazione dei due gruppi di bambini? I bambini del primo gruppo, i cui docenti avevano unito la mimica alle informazioni che davano verbalmente, mostravano un risultato di apprendimento visibilmente maggiore. Tutto questo, per chi ha un minimo di conoscenza sul funzionamento delle tappe del nostro sviluppo cerebrale e cognitivo, non rappresenta alcun tipo di novità. Il fatto fondamentale è che scontiamo l’idea della parola come qualcosa al di sopra del corpo. Basti pensare al mito della ninfa Eco. Come se la parola potesse rappresentare una sorta di essenza dell’anima, un qualcosa di separato, che prescinde dall’ esperienza corporea. D’altronde, l’ incipit del Vangelo secondo Giovanni recita: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”   Nel passo sopracitato, il Dio si identifica con il verbo. Senza scendere nel dettaglio sul come mai si sia tanto stratificata quest’ idea, di sicuro questa supremazia della parola e la mancanza di corpo, si identifica con una piramide gerarchica, rispetto all’importanza del corpo come relazione. I bambini spontaneamente, sono meno legati alla Bibbia di quello che si può credere ed hanno bisogno di corpi che li accudiscano nell’apprendimento. Questa distanza dal corpo come luogo di relazione e di apprendimento e l’uso sempre maggiore della virtualizzazione delle immagini, mettono a rischio l’apprendimento dei bambini. Se riuscissimo ad appropriarci della relazione tra corpo ed apprendimento, forse potremmo prevenire molti dei nostri disturbi dell’apprendimento. Il nostro gruppo di lavoro della scuola di Arte Terapia Lacerva, da molti anni lavora su questi aspetti e, siccome rappresentano un elemento fondamentale anche per il benessere delle nuove generazioni, avrei intenzione di approfondire questo tema nei prossimi articoli.