IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza! Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca. Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono. Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita. TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson
Il Default Mode Network: Il Cervello in Modalità Riposo

Il cervello umano, anche nei momenti di apparente inattività, è impegnato in un’ampia gamma di processi mentali. Durante questi periodi, come quando siamo assorti nei nostri pensieri o lasciamo vagare la mente, entra in azione una rete neurale cruciale: il Default Mode Network (DMN), o rete in modalità predefinita. Identificata agli inizi degli anni 2000 grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI), questa rete rappresenta uno dei meccanismi più affascinanti del funzionamento cerebrale. Coinvolta nella riflessione interiore, nell’elaborazione della memoria e nella pianificazione, il DMN è al centro dell’architettura del nostro pensiero consapevole e inconscio. Questa capacità non si limita al recupero della memoria o alla proiezione mentale, ma si intreccia con processi creativi e riflessivi. Studi recenti hanno evidenziato che il DMN gioca un ruolo cruciale durante i momenti di ispirazione creativa, favorendo l’integrazione di idee apparentemente non correlate. È interessante notare come molte intuizioni o soluzioni innovative emergano in situazioni quotidiane e non strutturate, come durante una passeggiata o un’attività rilassante. Questo fenomeno, spesso sottovalutato, dimostra l’attività sofisticata e continua del DMN.Inoltre, il DMN è intimamente legato alla nostra capacità di comprendere e anticipare gli stati mentali altrui, un processo noto come “teoria della mente”. Attraverso questa funzione, il DMN ci consente di immaginare ciò che altre persone potrebbero pensare o provare, facilitando l’empatia e le interazioni sociali. Le principali aree cerebrali coinvolte Il DMN è una rete di regioni cerebrali interconnesse che si attivano prevalentemente quando il cervello non è impegnato in compiti esterni specifici. Tra le aree principali coinvolte figurano: Corteccia cingolata posteriore (PCC): Cruciale per l’elaborazione della memoria e la consapevolezza del sé. Corteccia prefrontale mediale (mPFC): Coinvolta nella valutazione sociale e nell’introspezione. Precuneo: Associato alla consapevolezza spaziale e al recupero della memoria autobiografica. Ippocampo: Fondamentale per la memoria a lungo termine e il consolidamento delle informazioni. Queste aree lavorano insieme per supportare processi mentali complessi come il ricordo delle esperienze personali, la pianificazione di scenari futuri e come detto in precedenza, l’elaborazione del nostro ruolo nelle interazioni sociali. Il Ruolo del DMN nella Vita Quotidiana Alcune funzioni tipiche del DMN includono: Memoria autobiografica: Permette di rievocare episodi significativi del passato e di riflettere su di essi. Pianificazione futura: Facilita la creazione di scenari ipotetici per prevedere e affrontare eventi futuri. Ruminazione: In momenti di stress o emozioni negative, il DMN può promuovere pensieri ripetitivi, a volte disfunzionali. Teoria della mente: Svolge un ruolo chiave nella comprensione degli stati mentali degli altri, favorendo l’empatia e le interazioni sociali. Grazie a queste funzioni, il DMN è fondamentale per mantenere un senso di identità personale e coerenza nella narrazione interna della nostra vita. Conclusioni Il Default Mode Network è una componente essenziale del nostro funzionamento cerebrale, responsabile di molte delle nostre capacità di introspezione, memoria e pianificazione. Tuttavia, la sua disfunzione può avere effetti significativi sulla salute mentale. Capire come funziona questa rete e come influenzi il nostro pensiero offre nuove opportunità per interventi terapeutici mirati, dalla mindfulness alle tecnologie avanzate. Il futuro della ricerca sul DMN promette di gettare ulteriore luce sui meccanismi del pensiero umano, contribuendo a migliorare sia la comprensione scientifica che le pratiche cliniche. Bibliografia Raichle, M. E., & Snyder, A. Z. (2007). A default mode of brain function: A brief history of an evolving idea. NeuroImage, 37(4), 1083-1090. Whitfield-Gabrieli, S., & Ford, J. M. (2012). Default mode network activity and connectivity in psychopathology. Annual Review of Clinical Psychology, 8, 49-76. Fox, M. D., & Greicius, M. (2010). Clinical applications of resting state functional connectivity. Frontiers in Systems Neuroscience, 4, 19.
IL CYBERBULLISMO, LA VIOLENZA DELL’ERA DIGITALE

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Le parole pesano, creano relazioni, aspettative e stimoli, mettono radici, muovono energia, rappresentano mondi paralleli, racchiudono menti umane… L’attuale emergenza sanitaria, ha evidenziato la grande importanza della “Rete”. L’anno appena trascorso ha incrementato l’uso della digitalizzazione in tutti i settori pubblici e privati. Tuttavia, se la rete ci offre numerosi benefici, dall’altro permette il dilaniarsi dei reati correlati a questo complesso e multiforme universo. La parola Lockdown ha significato ridisegnare la concezione del tempo e dello spazio, non esistono più i sabati e le domeniche ma giornate che si susseguono, seduti dietro un pc, una dietro l’altra, quasi tutte uguali. L’implementazione dei programmi di didattica a distanza (DAD) ha garantito il proseguimento del le lezioni per completare programmi ministeriali ma i ragazzi si sono visti sottrarre un bene più prezioso: la libertà di socializzare, di stare insieme, in uno scambio perenne di esperienze nuove che danno vita a nuove connessioni personali e a stimoli sempre maggiori e quando sei un adolescente nulla può essere più devastante del dover frenare in corsa questa travolgente libertà. La meravigliosa opportunità della Rete, che tuttavia dà continuità a questo scambio interpersonale, può trasformarsi così in una ragnatela che ti imprigiona. È in questo contesto che il cyberbullismo è in continua evoluzione. Ma facciamo un passo indietro, cos’è il cyberbullismo? La parola cyberbullismo è un neologismo coniato per identificare forme di “bullismo virtuale, compiuto mediante la rete telematica”. In ambito giuridico il termine è circoscritto nella L. 71/2017, secondo cui per cyberbullismo deve intendersi “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. Il cyberbullismo, quindi, costituisce “un fenomeno nuovo, legato all’era digitale”. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web tramite Internet. Il bullismo diventa quindi cyber. Il cyberbullismo, appunto, definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, mms, foto, video, emai l , chat rooms, istant messaging, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi. Rispetto al bullismo tradizionale, il cyberbullismo, svolgendosi sulla rete internet ne rende più “difficile la reperibilità” del ciberbullo inoltre è svolto in “assenza di limiti spazio temporali” in quanto mentre il bullismo tradizionale avviene di solito in luoghi e momenti specifici (ad esempio in contesto scolastico), il cyberbullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal ciberbullo (WhatsApp, Facebook, Twitter, blog, ecc.) Ma la differenza più evidente tra bullismo e cyberbullismo r isiede nella perdita della componente fisica e diretta che, pur nella varietà dei casi e delle forme, caratterizza gran parte dei classici episodi di bullismo: ad una “relazione” nell’ambito della quale bullo e vittima si conoscono, abitano nella stessa città e frequentano gli stessi a m b i e n t i , l e n u o v e f o r m e di cyberbullismo sostituiscono invece una dimensione nella quale ad interagire possono essere anche perfetti estranei, che nulla conoscono gli uni degli altri, se non i rispettivi nomi utente, avatar e immagini di profilo. La perdita di qualsiasi limitazione legata al tempo e allo spazio: se infatti gli episodi di bullismo tradizionale rimangono comunque legati alle occasioni di contatto che bullo e vittima possono avere nel l ’ambi to di un ambiente comune, le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione fanno sì che le condotte aggressive riconducibili al cyberbullismo possano invece verificarsi in qualsiasi momento e a prescindere dalla distanza geografica tra i soggetti coinvolti, rendendo ancor più difficile per la vittima sottrarsi alle vessazioni di cui è fatta bersaglio. Gli s t e s s i s t r u m e n t i i n f o r m a t i c i contribuiscono poi ad alimentare, specialmente nei soggetti più giovani, una particolare disinvoltura nel loro utilizzo: la semplicità con cui ragazzi e ragazze possono oggi accedere a svariati servizi online, assieme alla mancata percezione dei rischi e delle conseguenze anche gravi delle azioni poste in essere nel mondo digitale, possono indurre all’adozione di comportamenti che nella vita reale non sarebbero stati assunti o avrebbero comunque probabilmente trovato un argine in meccanismi di controllo e disapprovazione operanti all’interno dell’ambiente scolastico, sportivo e sociale in genere. La pericolosità del fenomeno si evidenzia anche sotto un altro profilo: per via della stessa natura della rete Internet, tutti i contenuti su di essa caricati finiscono per sfuggire alla diretta disponibilità di chi li ha condivisi, determinando una possibilità di diffusione di dati, informazioni e materiali su una scala che non ha uguali in altre forme di comunicazione del passato, con conseguenti difficoltà nel procedere in un secondo momento alla loro rimozione anche per le stesse autorità preposte al controllo. Il cyberbullismo può manifestarsi in maniera differente e a tal proposito sono state coniate le seguenti categorie: • flaming, consistente nel la pubblicazione di messaggi dal contenuto aggressivo, v i o l e n t o , v o l g a r e , denigratorio, in danno di un utente nel momento in cui q u e s t i c o m p i e u n a d e t e r m i n a t a attività online (ad esempio quando esprime i l suo pensiero intervenendo su un social network); • harassment, cons i s tent e nell’invio continuo e reiterato d i una
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione può conoscere

di Jonathan Santi Pace La Pegna “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal) Sia nella letteratura che nel pensare collettivo troviamo spesso due aspetti della persona contrapposti, quasi apparentemente inconciliabili: “il cuore”, identificato metaforicamente come la sede in cui si originano i sentimenti e le emozioni, e “la mente” in rappresentazione di “ciò che sarebbe giusto”, il pensare razionale. Eppure questi due aspetti non sempre sono realmente così contrapposti come appaiono, in realtà ci sono ragioni psicologiche che ci portano ad optare per alcune scelte sentimentali (Zavattini, 2010), ad essere attratti verso qualcuno, a provare emozioni di piacevolezza nei confronti di certi modi di fare, anche se analizzandoli poi “a mente fredda” ci rendiamo conto che potrebbero essere non molto vantaggiose a lungo termine da un punto di vista razionale. La famosa teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1989) ci spiega che esistono diversi tipi di attaccamento che ogni bambino sviluppa in riferimento alle proprie figure di riferimento genitoriale, questi tipi di attaccamento andranno a costituire degli schemi di accudimento, che poi struttureranno lo stile di attaccamento adulto e la base del suo modo di relazionarsi con il mondo (Platts, 2002). Anche la ricerca del partner è influenzata da questi schemi, che spesso inconsapevolmente direzionano ciò che cerchiamo, in funzione di ciò che desideriamo e ciò che ci manca. Eppure è possibile far “dialogare” cuore e mente, e cioè fare scelte soddisfacenti dal punto di vista dei propri desideri ma razionalmente orientate, guidate da una visione approfondita che identifichi innanzitutto coscientemente quali siano i propri bisogni affettivi ed emotivi. È possibile in virtù di queste cose scegliere un partner appropriato strutturando lucidamente una relazione con presupposti sani, che non cannibalizzi se stessa, che sussista in un sano equilibrio di interscambio, all’interno di un insieme coeso intessuto di un’individualità reciproca ad alta conducibilità.
Il Crawly possessed: cosa nasconde

Il crawly possessed è una nuova moda/challenge che sta diffondendosi tra i giovani. I social media non finiscono mai di stupire e di inventarsi novità, che non sempre hanno qualcosa di positivo. Dalla piattaforma cinese e pian piano anche sugli altri social e siti di messaggistica, video che mostrano il crawly possessed diventano sempre più virali. Nello specifico, questa nuova tendenza consiste nel gattonare in gruppo, soprattutto nei centri commerciali. Quindi, un numero variabile di ragazzi, si organizza sul web e poi si incontra nel luogo scelto, per mettere in scena questa esperienza di gruppo. Gli stessi ideatori, nel tentativo riuscito, purtroppo, di fare proseliti, si inquadrano come una setta con uno scopo sociale ben preciso. Il punto nodale dell’esperienza è caricare i partecipanti di energia e adrenalina pura, Inoltre, i promotori di tale attività, sostengono che sia un modo per allontanare l’ansia, soprattutto di tipo sociale. Nelle prime manifestazioni del fenomeno, i partecipanti, oltre al gattonare avevano anche atteggiamenti da posseduti, da cui il nome, con la conseguenza di spaventare gli spettatori ignari. Dal punto di vista psicologico, un atteggiamento del genere determina sicuramente l’appartenenza al gruppo e l’adattarsi alle regole di esso. Ovviamente, però, non tutte le direttive gruppali hanno risvolti positivi. Innanzitutto, l’esibizione in pubblico, attraverso una pantomima, può aiutare il protagonista a migliorare l’autostima e il concetto di sè. D’altro canto, l’adeguarsi ad un comportamento del genere, in cui si invade lo spazio altrui, spaventando anche l’osservatore, non può di certo considerarsi funzionale. Inoltre, nei messaggi di invito ad unirsi a questa setta, così come si autodefiniscono, manifestano apertamente l’idea dell’ossessione per questi atteggiamenti che definiscono sociali, ma che hanno poco a che vedere con l’altro.
Il corpo del docente 3.

Qualche nota introduttiva ad un’etica pedagogica condivisa con i corpi transgenerazionali e non solo umani. Uno dei convegni che più mi hanno coinvolto, lasciando una traccia assai significativa per successive riflessioni è stato sicuramente “Il Corpo Naturale non esiste”, organizzato dalla mia Scuola di Arteterapia, circa una decina d’anni fa. Tra gli autori che grazie a quel convegno ho cominciato a conoscere, qui ne accennerò qualcuno. Prima di tutto l’antropologo Francesco Remotti che con il suo bellissimo “Prima lezione di antropologia” fa capire con semplicità come il nostro corpo diventi, per l’appunto, proprio “il nostro corpo”, attraverso un complesso processo comunitario e per nulla spontaneo. E che per poter dire o pensare o comunque percepire il mio corpo come oggetto reale, non potrò mai fare a meno di linguaggi e culture. Poi Barbara Rogoff, antropologa e psicologa nordamericana che fin dalle prime pagine del suo “La natura culturale dello sviluppo”, chiarisce con grande semplicità i rapporti tra natura e cultura. Questo testo che dovrebbe essere sul comodino di ogni docente e di ogni terapeuta è organizzato come una sorta di rassegna sulle diversità nei processi di crescita e di formazione dei bambini nei più diversi contesti culturali del nostro pianeta. Vale a questo punto la pena di riportare direttamente qualche riga del libro della Rogoff: ”Gli esseri umani sono predisposti biologicamente a partecipare ad attività culturali e a imparare gli uni dagli altri. Grazie a strumenti quali il linguaggio e la scrittura, possiamo ricordare collettivamente eventi che non abbiamo vissuto in prima persona, partecipando in modo vicario all’esperienza degli altri, nel corso di molte generazioni.” Alle spalle di tutto questo pensiero, non è difficile intravedere peraltro il contributo di uno scienziato fondamentale Lev Semënovic Vygotskij, padre della teoria storico culturale. Quattro annotazioni, rispetto le parole della Rogoff e che in qualche modo caratterizzano anche le riflessioni attuali della nostra Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. La prima è che quando parliamo di strumenti culturali occorre sottolineare che anche il nostro corpo, con i suoi ritmi, la sua consistenza e persino i suoi odori e sapori è sempre, a sua volta, linguaggio. È sistema di segni, è forma di scrittura e pertanto veicolo fondamentale per la formazione e la crescita. Questo concetto, nel testo della studiosa statunitense, sia pure implicito, non è forse proclamato con la forza con la quale, oggi, è necessario farlo. Il secondo punto è che, il nostro corpo e quella sua funzione e che chiamiamo “mente”, si forma grazie all’interazione con altri corpi, quelli dei caregiver soprattutto, ma non solo. Corpi che portano in loro stessi l’esperienza di pregresse generazioni. Vuol dire che il nostro corpo-mente intrinsecamente è costituito dalla presenza dei nostri antenati e dalle loro storie complesse. Il terzo punto è che, a nostro parere, ma non solo del nostro gruppo di ricerca, parlare degli Homo sapiens sapiens come forma biologica produttrice di cultura, sottintendendo che sia l’unica ad avere tale caratteristica, forse esprime una visione limitata. Per meglio ragionare, una domanda sarebbe fondamentale. Siamo certi che, se non altro molti altri mammiferi a spiccata tendenza sociale, non abbiano anche loro qualcosa che potrebbe rientrare nella nostra definizione di “cultura”? È provato ad esempio che nel linguaggio dei mammiferi marini esistano persino dei diversi “dialetti”. Mica tutto è solo istinto geneticamente trasmesso. Quanti animali senza un adulto della loro specie che gli insegni ad esempio, adeguate tecniche di caccia, sarebbero in grado di sopravvivere? E qui veniamo al quarto punto, visto che stiamo parlando di attività formative. Occorre riflettere con maggiore attenzione sul ruolo che il corpo di altri esseri viventi, diversi dalla nostra specie, ha sicuramente avuto in passato e dovrebbero continuare ad avere nella formazione, nell’armonico sviluppo dei nostri bambini e persino di ognuno di noi. Pensiamo all’efficacissimo effetto pedagogico che, in un contesto contadino, aveva l’inevitabile assistere per un bambino all’accoppiamento tra animali. Come anche alla loro nascita e alla loro morte. A tutto l’immaginario che poteva e può attivare il vedere una pianta crescere giorno per giorno o il semplice gesto di toccare un albero secolare. Il concetto di “Natura Pedagogica” è infatti una delle nostre aree di ricerca. Alla prossima.
Il corpo del docente 1. – L’apprendimento

Quando si parla di apprendimento, spesso e volentieri, si rimane ad un piano cognitivo che rimanda esclusivamente alla verbalizzazione. Come se i bambini apprendessero le loro nozioni di base esclusivamente attraverso la parola e non anche tramite esperienze corporee. A tal proposito è stata condotta una interessante ricerca fatta in Inghilterra, in cui i bambini di una scuola elementare, sono stati divisi in due gruppi. I ricercatori hanno fatto delle valutazioni sull’apprendimento di entrambi i gruppi sia all’ inizio che alla fine di un percorso durato qualche mese. I docenti del primo gruppo avevano l’indicazione di fare lezione muovendo le braccia in maniera mimica seguendo la prosodia delle parole. L’indicazione data ai docenti del secondo gruppo era, invece, quella di fare lezione muovendosi il meno possibile. Cosa è stato osservato nella rivalutazione dei due gruppi di bambini? I bambini del primo gruppo, i cui docenti avevano unito la mimica alle informazioni che davano verbalmente, mostravano un risultato di apprendimento visibilmente maggiore. Tutto questo, per chi ha un minimo di conoscenza sul funzionamento delle tappe del nostro sviluppo cerebrale e cognitivo, non rappresenta alcun tipo di novità. Il fatto fondamentale è che scontiamo l’idea della parola come qualcosa al di sopra del corpo. Basti pensare al mito della ninfa Eco. Come se la parola potesse rappresentare una sorta di essenza dell’anima, un qualcosa di separato, che prescinde dall’ esperienza corporea. D’altronde, l’ incipit del Vangelo secondo Giovanni recita: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.” Nel passo sopracitato, il Dio si identifica con il verbo. Senza scendere nel dettaglio sul come mai si sia tanto stratificata quest’ idea, di sicuro questa supremazia della parola e la mancanza di corpo, si identifica con una piramide gerarchica, rispetto all’importanza del corpo come relazione. I bambini spontaneamente, sono meno legati alla Bibbia di quello che si può credere ed hanno bisogno di corpi che li accudiscano nell’apprendimento. Questa distanza dal corpo come luogo di relazione e di apprendimento e l’uso sempre maggiore della virtualizzazione delle immagini, mettono a rischio l’apprendimento dei bambini. Se riuscissimo ad appropriarci della relazione tra corpo ed apprendimento, forse potremmo prevenire molti dei nostri disturbi dell’apprendimento. Il nostro gruppo di lavoro della scuola di Arte Terapia Lacerva, da molti anni lavora su questi aspetti e, siccome rappresentano un elemento fondamentale anche per il benessere delle nuove generazioni, avrei intenzione di approfondire questo tema nei prossimi articoli.
Il Coping: fronteggiare lo stress

Lo stress è una reazione naturale dell’organismo a stimoli che vengono percepiti come minacciosi, può essere causato da fattori interni o da fattori esterni, ed è utile all’organismo perché permette di adattarci ai cambiamenti. Le risposte allo stress coinvolgono reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali. Quando lo stress diventa eccessivo può causare alterazioni patogenetiche e la patologia diventare a sua volta un fattore di stress. Ad oggi le ricerche moderne evidenziano che la relazione tra stress e salute è complessa e dipende da diversi fattori, tra cui la predisposizione genetica e l’esposizione a fattori ambientali. Le persone non sono ugualmente vulnerabili allo stress e lo affrontano in modo diverso, questo può cambiare in base alle caratteristiche sia personali che sociali, ma anche dal modo in cui le persone interpretano e valutano gli eventi o le esperienze pregresse, le caratteristiche sociodemografiche e di personalità. Tutti questi fattori possono interagire tra loro in modo complesso. Quando parliamo del modo in cui le persone fronteggiano situazioni stressanti o eventi traumatici, ci riferiamo al concetto di coping, questo termine deriva dal verbo inglese to cope e significa “far fronte”. Negli anni sono state proposte svariate classificazioni delle strategie di coping, ma tra quelle più conosciute c’è la classificazione proposta da Lazarus e Folkman nel 1984. Gli autori distinguono tra coping problem-focused (focalizzato sul problema) e coping emotion-focused (focalizzato sulle emozioni). Il primo ha la funzione di rimuovere, evitare o ridurre il rischio di conseguenze dannose che potrebbero derivare da un evento stressante. Inoltre, il coping focalizzato sul problema trova espressione in due fattori denominate coping attivo e di pianificazione. Il coping focalizzato sulle emozioni cerca di ridurre l’impatto delle reazioni emozionali negative attraverso varie risposte, ed è caratterizzato da quattro fattori, l’autocontrollo, la rivalutazione positiva, l’assunzione di responsabilità e il distanziamento. Altri autori hanno fatto una distinzione tra l’approach o engagement coping (coping di approccio) e l’avoidance o disengagement coping (coping di evitamento). Il primo comprende le strategie finalizzate a gestire il problema o centrate sulle emozioni negative ad esso collegate come, ad esempio, la ricerca di supporto sociale o la ristrutturazione cognitiva. Il secondo comprende le strategie finalizzate ad evitare il problema e le emozioni ad esso collegate, come, ad esempio, evitamento, distrazione o l’uso di sostanze. Riferimenti Bibliografici Ricci-Bitti, P. E., Gremigni, P. (2013). Psicologia della Salute. Modelli Teorici e contesti applicativi. (2013). Carocci Editore. Sica, C., Magni, C., Ghisi, M., Altoè, G., Sighinolfi, C., Chiri, L. R., & Franceschini, S. (2008). Coping Orientation to Problems Experienced-Nuova Versione Italiana (COPE-NVI): uno strumento per la misura degli stili di coping. Psicoterapia cognitiva e comportamentale, 14(1), 27
IL COPING: COME AFFRONTARE LO STRESS

ll coping è un concetto fondamentale in psicologia e si riferisce all’insieme di strategie cognitive e comportamentali utilizzate per affrontare situazioni stressanti. Comprendere come funziona e le sue applicazioni pratiche può aiutare le persone a gestire meglio lo stress e migliorare il loro benessere psicologico. Questo articolo esplorerà i diversi tipi di coping, le loro funzioni e fornirà esempi concreti di applicazione nella vita quotidiana. Esistono due categorie principali: coping primario e coping secondario. Il primario si concentra sull’evento stressante stesso, valutando se sia una minaccia o una sfida. Ad esempio, se un individuo affronta una scadenza lavorativa imminente, potrebbe considerare questa situazione come una sfida da superare. Al contrario, il secondario riguarda la gestione delle emozioni e delle reazioni all’evento stressante. In questo caso, la persona potrebbe cercare di calmarsi attraverso tecniche di rilassamento o chiedere supporto a colleghi e amici. Un’altra distinzione importante è tra coping focalizzato sulle emozioni e coping focalizzato sul problema. Quello focalizzato sulle emozioni cerca di modificare la percezione emotiva della situazione, ad esempio, accettando il supporto degli altri o cercando di vedere il lato positivo di un problema. Un esempio pratico potrebbe essere una persona che, dopo aver perso un lavoro, si concentra su attività che le portano gioia per alleviare il dolore emotivo. Quello focalizzato sul problema, invece, implica azioni dirette per risolvere la causa dello stress. Ad esempio, uno studente che ha difficoltà in una materia potrebbe formare un gruppo di studio per migliorare le proprie competenze. Vediamo ora alcune applicazioni del coping nella vita di tutti i giorni. Nel contesto lavorativo, esso è essenziale per affrontare le pressioni quotidiane. Una persona potrebbe utilizzare strategie di coping primario per pianificare il lavoro in modo da rispettare le scadenze senza sentirsi sopraffatto. Inoltre, può adottare tecniche di coping secondario come la meditazione o l’esercizio fisico per ridurre lo stress accumulato. Esso è anche cruciale nelle relazioni interpersonali. Quando ci sono conflitti tra amici o con il partner, una persona può utilizzare il coping focalizzato sulle emozioni per gestire la propria frustrazione attraverso la comunicazione aperta e l’ascolto attivo. Questo approccio non solo aiuta a risolvere il conflitto ma migliora anche la qualità della relazione. Infine, in situazioni di avversità (come malattie gravi o perdite significative), esso diventa fondamentale per la resilienza. Le persone resilienti tendono a utilizzare strategie di coping efficaci, come cercare supporto sociale o ristrutturare cognitivamente l’evento avverso per trovare significato nella sofferenza. Per concludere, il coping è un processo dinamico che gioca un ruolo cruciale nel modo in cui affrontiamo lo stress e le difficoltà della vita quotidiana. Saper riconoscere e applicare le diverse strategie di coping può migliorare notevolmente la nostra capacità di gestire le sfide e promuovere un benessere psicologico duraturo.
Il coping diadico: la Teoria sistemico-transazionale di Bodenmann

Tradizionalmente i costrutti di stress e coping sono stati studiati come fenomeni a livello individuale (Donato, 2014; Iafrate, Bertoni, Barni e Donato, 2009; Papp & Witt, 2010), concentrandosi principalmente sul modo in cui le persone percepiscono, valutano e fronteggiano lo stress individualmente. Tuttavia, quando si prende in considerazione una coppia in una relazione romantica, non si possono escludere gli aspetti di interdipendenza della coppia. Quindi, la nascita del costrutto di coping diadico rappresenta una possibile riformulazione dei processi di coping che sono stati studiati da un punto di vista individuale, in chiave relazionale (Iafrate, Bertoni, Barni e Donato, 2009). Il coping diadico è un processo nel quale gli individui di una coppia riescono ad affrontare insieme un evento stressante, utilizzando le risorse individuali e relazionali della coppia stessa. In letteratura possiamo ritrovare varie concettualizzazioni di questo costrutto, nello specifico, attraverso una rassegna effettuata nel 2014 (Donato), il coping diadico viene definito come l’interazione tra gli sforzi di coping dei partner; l’insieme delle strategie di coping che ciascun partner mette in atto allo scopo di tutelare il benessere dell’altro o della relazione; e un processo diadico in cui entrambi i partner sono coinvolti. Quest’ultimo definisce il coping diadico come un processo transazionale che ha inizio con la partecipazione e il coinvolgimento di entrambi i partner della coppia, tale approccio è descritto nella Teoria sistemico-transazionale di Bodenmann. Bodenmann (1995) inizia a sviluppare la sua teoria negli anni Novanta partendo dal modello di Lazarus e Folkman (1984), considerando lo stress sia un fenomeno individuale sia diadico, che può portare ad una valutazione condivisa dell’evento stressante. Quindi, lo studioso riconosce il ruolo del coping individuale ma sottolinea l’importanza di considerare il coping diadico quando si studiano le coppie. Secondo Bodenmann, lo stress diadico può essere indiretto o diretto. Lo stress diadico indiretto si verifica quando uno dei partner sperimenta stress a causa di un evento o di una situazione che non coinvolge direttamente l’altro partner. Ad esempio, un partner può essere stressato per un lavoro difficile, per un problema di salute o per un lutto familiare. Se il partner che sta vivendo l’evento stressante è in grado di fronteggiare il problema da solo, lo stress rimane a livello individuale. Tuttavia, se gli sforzi individuali di gestione dello stress falliscono, la persona stressata può esprimere le sue preoccupazioni al partner e chiedere il suo supporto. Lo stress diadico diretto, invece, si verifica quando un evento o una situazione stressante colpisce entrambi i partner contemporaneamente o con la stessa intensità. Il coping diadico può essere sia positivo che negativo, in quanto è multidimensionale, poiché a seconda della situazione, delle valutazioni, delle competenze degli individui e degli obiettivi individuali e diadici può essere espresso in diversi stili. Bodenmann distingue tre stili positivi: coping diadico supportivo, quando un partner supporta l’altro o esprime solidarietà e comprensione; coping diadico comune, quando sono coinvolti entrambi i partner in modo simmetrico per superare un problema; coping diadico delegato, quando il partner che deve affrontare l’evento stressante chiede esplicitamente aiuto all’altro, che prende su di sé le incombenze, cercando di alleviare lo stress. E tre stili di coping diadico negativi: il coping diadico ambivalente, riguarda a una forma di sostegno in cui il partner esprime riluttanza ad aiutare, perché il supporto può essere visto come inutile o non necessario. il coping diadico superficiale, riguarda il fornire aiuto all’altro ma in modo non sincero. il coping diadico ostile, è una reazione ostile che può avere il partner percependo i segnali di stress dell’atro, e può esprimersi attraverso commenti negativi, ignorando o non prendendo sul serio il problema. Ad oggi, per quanto lo studio del coping diadico non è così tanto diffuso, le ricerche evidenziano come un coping diadico positivo può avere benefici per il benessere della relazione e dei suoi partner (Donato, 2014). Per questo motivo in presenza di una malattia cronica, il supporto di un coping diadico positivo può essere uno strumento importante per il benessere del singolo, della coppia e della relazione (Foresi, 2015). Bibliografia Bodenmann G. (1995). A systemic-transactional view of stress and coping in couples. Swiss Journal of Psychology, 54, 34-49. Donato, S. (2014). Il coping diadico, ovvero far fronte allo stress insieme: una rassegna della letteratura. Giornale italiano di psicologia, Rivista trimestrale. 3, pp. 473-504. Foresi, P. (2015). Stili di coping diadico nella relazione di coppia. Piesse, 2 (7-2). Iafrate, R., Bertoni, A., Barni, D. e Donato, S. (2009). Congruenza percettiva nella coppia e stili di coping diadico. Psicologia sociale, Social Psychology Theory & Research. 1, pp. 95-114. Lazarus R.S., Folkman S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York: Springer. Papp, L. M & Witt, N. L. (2010). Romantic Partners’ Individual Coping Strategies and Dyadic Coping: Implications for Relationship Functioning. Journal of Family Psychology, Vol. 24, No. 5, 551–559