I BES dimenticati: i disturbi della coordinazione motoria (DCM)

di Roberto Ghiaccio Ci sono BES e BES, anche se siamo tutti bes, ma che bes… e no, non è un errore di battitura tra maiuscole e minuscole, è per rispecchiare una tendenza, quasi perversa, a dividere Bes e bes. Tra questi bes c’è una categoria sottovalutata di disordini del neuro sviluppo, i disturbi della coordinazione motoria, bambini goffi, un po’ maldestri, che rispecchiano la sottovalutazione della motricità. Non è intenzione di questo scritto dipanare la questione dei bisogni educativi speciali, ombrello di tutela per condizioni e necessità eterogenee, a cui però fa da contro altare una gestione schizofrenica della valutazione e delle forme di personalizzazione, inconsapevoli ed innocenti sono i bambini disprassici e le loro famiglie, è intenzione di questo scritto far luce proprio sui DCM. Problemi nei neonati I ritardi nel raggiungere i normali traguardi dello sviluppo possono essere un segno precoce di DCD nei bambini piccoli. Ad esempio, il bambino potrebbe impiegare un po’ più del previsto per girarsi, sedersi, gattonare o camminare. Si potrebbe notare: mostra posizioni del corpo insolite (posture) durante il loro primo anno ha difficoltà a giocare con giocattoli che richiedono una buona coordinazione, come impilare mattoni ha qualche difficoltà ad imparare a mangiare con le posate. Questi segni, tuttavia, potrebbero essere eterogenei ed altalenanti. Problemi nei bambini più grandi Man mano che il bambino cresce potrebbe sviluppare difficoltà fisiche più evidenti, oltre a problemi in altre aree. Problemi di movimento e coordinazione I problemi di movimento e di coordinazione sono i principali sintomi della DCD. I bambini possono avere difficoltà con: attività del parco giochi come saltare, saltare, correre e prendere o calciare u n pallone. Spesso evitano di partecipare a causa della loro mancanza di coordinamento e possono trovare difficile l’educazione fisica; salire e scendere le scale; scrivere, disegnare e usare le forbici: la loro calligrafia e i loro disegni possono apparire scarabocchiati e meno sviluppati rispetto ad altri bambini della loro età; vestirsi, allacciarsi i bottoni e allacciarsi i lacci delle scarpe; stando fermi: possono oscillare o muovere molto le braccia e le gambe. Un bambino con DCD può apparire goffo in quanto può urtare oggetti, far cadere cose e cadere molto. Ma questo di per sé non è necessariamente un segno di DCD, poiché molti bambini che sembrano goffi hanno in realtà tutte le normali capacità di movimento (motorie) per la loro età. Alcuni bambini con DCD possono anche diventare meno in forma di altri bambini poiché le loro scarse prestazioni nello sport possono far sì che siano riluttanti a fare esercizio. Ulteriori problemi Oltre alle difficoltà legate al movimento e alla coordinazione, i bambini con DCD possono avere anche altri problemi come: difficoltà di concentrazione: possono avere una scarsa capacità di attenzione e avere difficoltà a concentrarsi su una cosa per più di pochi minuti; difficoltà a seguire le istruzioni e a copiare le informazioni – possono fare meglio a scuola in una situazione 1 a 1 che in un gruppo, quindi possono essere guidati durante il lavoro; essere poveri nell’organizzarsi e nel portare a termine le cose; essere lenti nell’acquisire nuove abilità – hanno bisogno di incoraggiamento e ripetizione per aiutarli a imparare; difficoltà a fare amicizia: possono evitare di prendere parte ai giochi di squadra e possono essere vittime di bullismo per essere “diversi” o goffi; problemi di comportamento – spesso derivanti dalla frustrazione di un bambino con i loro sintomi; bassa autostima. Sebbene i bambini con DCD possano avere una scarsa coordinazione e alcuni problemi aggiuntivi, altri aspetti dello sviluppo – per esempio, pensare e parlare – di solito non sono influenzati. Condizioni correlate I bambini con DCD possono anche avere altre condizioni, come: disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) – un gruppo di sintomi comportamentali che includono disattenzione, iperattività e impulsività; dislessia: una difficoltà di apprendimento comune che colpisce principalmente il modo in cui le persone leggono e scrivono le parole; autismiI – una condizione che influenza l’interazione sociale, la comunicazione, gli interessi e il comportamento. Alcuni bambini con DCD hanno difficoltà a coordinare i movimenti necessari per produrre un discorso chiaro. Il disturbo de La storia della condizione può essere fatta risalire agli inizi del 1900 in cui era conosciuta come Maladroitness Congenita e nel 1925 con alcuni medici e terapisti francesi che richiamarono l’attenzione sulla condizione la chiamarono “debolezza motoria” e fu principalmente osservata nei bambini. Fu solo nel 1937 che la disprassia divenne un po’ più nota grazie al dottor Samuel Orton, che fece anche studi sulla sua cugina più popolare, la dislessia. C’è stato un divario tra gli anni ’40 e ’60 fino a una serie di casi di studio negli anni ’60. Viene usato il termine goffaggine e nel 1972 il dottor Sasson Gubbay pubblica un libro intitolato “The Clumsy Child”. Solo negli anni ’80 in cui il termine disprassia è stato utilizzato per la prima volta. Il disturbo dello sviluppo della coordinazione (DCD) è un disturbo neuromotorio che colpisce circa il 5-6% dei bambini in età scolare. [1] Per essere diagnosticato con precisione con DCD, un bambino deve dimostrare difficoltà di coordinazione motoria che interferiscono in modo significativo con le attività della vita quotidiana o il rendimento scolastico. [1] Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali 5a edizione (DSM-5), [2] i criteri diagnostici per DCD includono: A. L’acquisizione e l’esecuzione delle capacità motorie coordinate è sostanzialmente al di sotto di quanto previsto data l’età cronologica dell’individuo e l’opportunità di apprendere e utilizzare le abilità. Le difficoltà si manifestano come goffaggine (p. es., far cadere o urtare oggetti) così come lentezza e imprecisione nell’esecuzione delle capacità motorie (p. es., afferrare un oggetto, usare forbici o posate, scrivere a mano, andare in bicicletta o partecipare a sport). B. Il deficit delle capacità motorie nel Criterio A interferisce in modo significativo e persistente con le attività della vita quotidiana adeguate all’età cronologica (ad es. cura di sé e mantenimento di sé) e influisce sulla produttività scolastica/scolastica, sulle attività preprofessionali e professionali, sul tempo libero e sul
I benefici del metodo Feurstein

Psicoeducazione e metodo Feurstein
I bambini e la tecnologia: effetti sulla salute psicofisica

I bambini, al giorno d’oggi, cominciano presto ad utilizzare la tecnologia: come si può gestirne l’uso nel migliore dei modi? Secondo uno studio americano pubblicato su ‘Jama Pediatrics‘, i bambini sotto i 6 anni passano la maggior parte del tempo davanti ad uno schermo guardando la tv. E in 17 anni questo lasso di tempo è raddoppiato, almeno tra i più piccoli, arrivando a 3 ore al giorno tra i bimbi sotto i 2 anni. E spesso, mamma e papà sono in difficoltà quando devono allontanare i propri figli dai video terminali oppure, a volte, sono proprio i genitori, stremati dalla quotidianità, ad utilizzarli per distrarre o calmare i bambini fin dal primo anno di vita. Ma quali possono essere le conseguenze fisiche e psicologiche di un utilizzo precoce e prolungato dei dispositivi digitali? Un utilizzo prolungato di video terminali fin dalle primissime fasi evolutive può condurre a conseguenze sia su un piano fisico che psicologico. Infatti, aumenta il rischio che, nel corso dello sviluppo, si possano presentare difficoltà emotive e relazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva come “lo schema dell’attività complessiva nelle 24 ore è fondamentale: sostituire il tempo prolungato davanti allo schermo con un gioco più attivo o sedentario, assicurandosi che i bambini piccoli ricevano abbastanza sonno di buona qualità” viene considerato di assoluta importanza per un adeguato sviluppo psicofisico. L’alterazione delle abilità relazionali può provocare l’isolamento sociale, innalzando la possibilità di sviluppare quelle che vengono definite nuove dipendenze. I giovani, in particolare, possono sentirsi più facilitati nella creazione di un’identità digitale in cui non hanno bisogno di mostrarsi per ciò che sono realmente. Tra le nuove dipendenze, nel DSM-5, si annoverano le new technologies addiction (dipendenza da tv, internet, social network, videogiochi). Ma quando è importante contattare un terapeuta affinché si possa approfondire meglio la situazione? Alcuni segnali di allarme che si potrebbero osservare nei ragazzi sono: cambiamenti d’umore improvvisi, la tendenza ad accendere i video terminali in orari non consoni o comunque quando si pensa di non essere visti, irrequietezza o apaticità; possono essere avvertiti anche sintomi fisici quali mal di testa, mal di schiena, disturbi della vista. Ma la punizione serve davvero? Spesso, dopo aver ignorato alcuni comportamenti inadeguati lievi dei propri bambini, i genitori esasperati utilizzano la punizione che sembra riportare immediatamente la situazione sotto controllo. Ed è per questo che poi si continua ad utilizzare nel tempo. Tuttavia, alla lunga, gli svantaggi possono essere superiori dei vantaggi: da un lato cresce la rabbia e il risentimento del bambino, dall’altra il senso di colpa del genitore. L’utilizzo della punizione può modellare, inoltre, risposte aggressive (insegnando, ad esempio, l’uso della forza) e mostra solo ciò che non è adeguato, senza offrire l’occasione di apprendere comportamenti validi. Cosa possono fare davvero i genitori? ⦁ Si potrebbe concordare prima il tempo di utilizzo del video terminale predisponendo, ad esempio, anche una sveglia che indichi che “è finito il tempo”; ⦁ Proporre attività alternative. Si consente al bambino di sperimentare il piacere di trascorrere il tempo in un modo diverso (attività fisica, gioco da tavolo, preparazione di un dolce, etc…); ⦁ Rinforzare i bambini quando trascorrono il tempo in modo qualitativamente differente. Dare attenzione ai comportamenti che si vogliono promuovere: descriverli anche se si avvicinano a quelli desiderati aumenterà la probabilità che il bambino impieghi il tempo in modo funzionale anche nei giorni successivi; ⦁Per i più grandi diventa fondamentale l’ascolto, il dialogo e il confronto. Attenzione a non puntare il dito e accusare o giudicare i propri figli. Soffermarsi e accogliere le emozioni del genitore può essere utile per imparare ad empatizzare con quelle dei propri figli.
I bambini davanti alla televisione: cosa può fare l’adulto?

I bambini trascorrono tanto tempo ormai davanti alla televisione: vediamo insieme come l’adulto può gestire questo tempo. E’ chiaro ormai che la televisione è una compagnia durante la maggior parte delle giornate, sia per grandi che per piccini. Diventa inutile, infatti, fare finta che non esista, ma piuttosto bisognerebbe imparare a farci i conti e apprenderne un utilizzo più corretto. Inoltre, la televisione piace a tutti e anche gli adulti amano rilassarsi davanti al loro film o programma televisivo preferito…vogliamo negarlo? Per non parlare della funzione di alcuni programmi che sono volti a fornire informazioni e a creare riflessioni. Quali possono essere allora gli aspetti negativi del guardare a lungo la televisione? la televisione può portare via del tempo ad altre attività importanti. E’ stato visto che, dai tre anni in poi, i bambini guardano in media la tv tre o quattro ore al giorno. Togliendo le ore essenziali di pasti, sonno, scuola, rimane troppo poco tempo per il gioco, le conversazioni con gli adulti, la lettura e l’ascolto di fiabe, le attività all’aria aperta. quando il bambino (ma anche l’adulto) è seduto davanti alla tv, tende ad accogliere in modo passivo ciò che viene trasmesso in quel momento. passare velocemente da un programma all’altro può portare al fenomeno della “inibizione retroattiva”. Che cos’è? Il nuovo spettacolo potrebbe offuscare quello visto in precedenza, impedendo di fantasticare su ciò che è stato appena guardato in tv e ostacolando anche giochi di finzione correlati. Ecco perché invece è consigliato portare più spesso i bambini al cinema, dandogli il tempo di elaborare (anche con l’adulto) ciò che è stato visto. Cosa possono fare gli adulti educanti? è sicuramente importante vedere la maggior parte dei programmi con i bambini: osservare le loro reazioni, fornire immediate spiegazioni alle loro domande, intervenire per aiutarli nella comprensione di ciò che vedono. imparare a programmare quando è ora di vedere la tv e cosa si sceglie di guardare. Se, ad esempio, prevediamo che dopo quel cartone animato ci sarà la merenda o un’altra attività piacevole sarà anche più facile staccare il bambino dalla televisione! coinvolgere il bambino nella scelta di cosa vedere. Se si ha una guida tv con delle immagini, lo si può aiutare a fargli esprimere delle preferenze, così sarà anche più facile alla fine spegnere il televisore quando il programma è terminato. Ma la cosa più importante rimane sempre la stessa. Ricordiamo che i bambini ci osservano e il nostro comportamento funge da modello, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi.
Homeschooling:una questione psicoeducativa

Alunni con fragilità e istruzione domiciliare
Home Care Assistance. Alcune riflessioni sulla psicologia domiciliare in caso di disabilità

di Francesca Dicè scientific 3 2022 L’incontro psicologico domiciliare, sempre più richiesto, nasce a seguito della necessità di attivare specifici interventi con persone che hanno difficoltà ad uscire di casa (Pollastri, 2020). Alcuni esempi possono essere condizioni cliniche quali il Disturbo Ossessivo Compulsivo (Pollastri, 2020) o la Depressione Post Partum (Pollastri, 2020), oppure condizioni legate alla Sindrome da Accumulo, alle patologie croniche (Pollastri, 2020; Sottocorna, 2022), alle gravi disabilità (Pollastri, 2020). Altre situazioni che possono beneficiare di questa metodologia sono le persone anziane o con demenza, morbo di Alzheimer, di Parkinson ed altre malattie degenerative (Sottocorna, 2022). L’intervento psicologico domiciliare può rivelare grande efficacia. Generalmente, un obiettivo elitario è il recupero ed il rafforzamento delle competenze r e l a z i o n a l i d e l p a z i e n t e , c o n conseguente potenziamento delle sue risorse personali e delle dinamiche relazionali (Pollastri, 2020). Inoltre, come spesso accade anche nel caso delle psicoterapie online, può avvenire che l’alleanza terapeutica possa instaurarsi più velocemente (Sottocorna, 2022), probabilmente grazie alla maggiore familiarità del paziente con l’ambiente in cui la seduta si svolge, ma anche alla minore probabilità che egli/ella possa seguire le sue resistenze e saltare delle sedute. Nonostante tali potenzialità, quello domiciliare è un intervento che può rivelarsi molto complesso. Innanzitutto, al fine di evitare l’instaurarsi di processi collusivi che possano minare la validità d e l p r o c e s s o t e r a p e u t i c o , è fondamentale che lo psicologo esegua un’adeguata analisi della domanda con specifica attenzione alle fantasie e le dinamiche inconsapevoli che possono sot tender e l a scel t a del set t ing domiciliare (Pollastri, 2020; Carli & Paniccia, 2003). Una specifica attenzione dello psicologo, inoltre, deve essere rivolta alla necessità di ristrutturare il suo setting abituale, che ovviamente deve essere diversificato secondo le necessità e le richieste del cliente (Pollastri, 2020); ciò può richiedere una maggiore flessibilità (Sottocorna, 2022) e, talvolta, il ricorso ad i m p o r t a n t i r i s o r s e c r e a t i v e (Dominijanni, 2017) che consentano un maggiore adattamento alla specificità d e l l e s i t u a z i o n i che i n c o n t r a . Ciononostante è sempre necessario preservare il setting, inteso sia come assetto interno, evidentemente più delicato di quanto non sia quello dello studio clinico (Dominijanni, 2017), sia come assetto esterno, assicurandosi che i colloqui si tengano in uno spazio riservato, durino il tempo concordato e beneficino di tutti gli obblighi legali come tutela della privacy e firma del consenso informato (Pollastri, 2020). Fondamentale, infine, può rivelarsi il lavoro in rete, inteso sia come la collaborazione dello psicologo con eventuali altre figure professionali coinvolte (ad esempio, educatori, operatori socio sanitari), sia come rapporti con le istituzioni che collaborano alla presa in carico del paziente (ad esempio, Servizio Sanitario, Enti Locali, Educative Territoriali), al fine di offrire un servizio quanto mai completo ed adeguato a tutte le necessità dei pazienti. Bibliografia. Carli R. & Paniccia R.M. (2003). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: Il Mulino. ISBN 978-8815096470 Dominijanni L. (2017). La solitudine dello psicologo domiciliare. Retrieved from https://bit.ly/3IXvIbu Pollastri A. (2020). Lo psicologo a domicilio. Retrieved from https://bit.ly/ 3sM8tvq Sottocorna R. (2022). Lo psicologo a domicilio e le terapie online. Retrieved from https://bit.ly/3Clf5Ux
Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.
Hikikomori : adolescenti in un vortice di solitudine

Il fenomeno degli Hikikomori sta diffondendosi rapidamente in tutto il mondo, soprattutto nei paesi economicamente sviluppati. Il termine deriva dal giapponese col significato letterale di “stare in disparte”. E’ utilizzato per coloro che decidono di isolarsi nella propria abitazione, evitando qualsiasi contatto con gli altri. Molti adolescenti, oggigiorno, a partire dai 14 anni cominciano a vivere questa forma di realtà, cronicizzando poi nella vita adulta l’isolamento sociale e affettivo. Gli Hikikomori mettono in atto un completo ritiro sociale, in cui il contatto umano è scandito non dalla fisicità, ma dall’utilizzo di internet. Ci si confina nella propria camera e si comunica col mondo mediante i social. La sindrome ha una sintomatologia traversale. I ragazzi, spesso di sesso maschile, sono molto intelligenti, ma anche sensibili e introversi, rendendogli difficile l’instaurarsi delle relazioni amichevoli. Spesso non riescono ad affrontare le difficoltà e le delusioni, sviluppando una visione negativa del mondo e in particolar modo dei rapporti umani. Dal punto di vista familiare, la ricerca ha evidenziato un livello culturale molto alto. Spesso ci sono assenza affettiva del padre e un immaturo attaccamento alla madre. Il ragazzo sviluppa un rapporto simbiotico con la madre, considerandola necessaria per soddisfare i suoi bisogni di dipendenza. Le relazioni all’interno delle mura domestiche sono inesistenti, compresi il pranzo e la cena non sono più momenti di convivialità familiare ma vengono consumati, distrattamente, all’interno della propria camera. L’isolamento si concretizza, in prima battuta, come forma di rifiuto della scuola, dettato da un forte disagio psicologico di relazionarsi con gli altri e di soddisfare le pressioni scolastiche. Le conseguenze ovvie sono l’umore depresso, la letargia, alterazioni del ritmo circadiano, comportamenti regressivi e aggressivi, soprattutto rivolti alla madre. E’ necessario porre l’attenzione sul vissuto emotivo del ragazzo, costruendo insieme aspettative di crescita realistiche e non idealizzate, che creano pressioni disfunzionali.
Halloween: Il Fascino della Paura

di Sara Di Nunzio Perché fantasmi, castelli infestati, Halloween, storie di streghe e leggende macabre attirano da sempre persone di tutte le età? La paura è un’emozione primaria che ci preserva dai pericoli inattesi e da situazioni potenzialmente dannose, che minacciano la nostra sicurezza. Tuttavia, non esiste solo questo tipo di paura ma c’è anche quella che viene ricercata di proposito. Alcune persone hanno bisogno di stimoli ed emozioni che esorcizzino le nostre paure inconsce come essere aggrediti, perdere qualcuno, sentirsi impotenti o essere abbandonati. Ecco perché alcuni vedono film horror, leggono libri gialli o sono affascinati da storie di streghe e fantasmi. Questa tensione fa sentire vivi e in allerta, ci fanno immedesimare e ci avvicinano a ciò che ci spaventa, permettendoci di mantenere una distanza di sicurezza. La paura, a differenza di quello che potremmo pensare, non attiva il cervello ma lo calma. Ogni persona che si trova in una situazione percepita come paurosa o pericolosa attiva, la parte del cervello che gestisce le emozioni, l’amigdala, che innesca la cosiddetta risposta “reagisci e scappa”, che si concretizza per esempio nei palmi delle mani che sudano mentre le pupille si dilatano e fa in modo che vengano pompati nell’organismo dopamina e adrenalina, ma il cervello di alcune persone ne rilascia in quantità maggiore, ed è questo uno dei motivi per cui alcune persone si divertono a provare paura. Per quanto la paura sia distruttiva, essa può anche attrarre, fungere da stimolo: imbattersi nel nuovo, nell’ignoto, intraprendere sfide e avventure, vivere cambiamenti, affrontare il timore trasformandolo in curiosità e ricavandone soddisfazione e gioia – tutto ciò può preparare la via a un rapporto migliore con il mondo e con noi stessi. La paura, infatti, ci stimola a imparare da noi stessi e a superare gli ostacoli che la vita ci pone davanti. Avere il meglio sulla paura ci emancipa da ciò che ci sembra schiacciante e minaccioso regalandoci godimento e attrattiva, infondendoci la convinzione di poterla dominare; portandoci così magari a perseguire obiettivi più nobili, significativi non solo per l’individuo, ma anche per la società circostante. Il significato Psicologico di Halloween Da qualche anno, è sbarcata anche in Italia la festa di Halloween. La notte del 31 ottobre, in cui grandi e piccini, si travestono da spaventosi fantasmi, streghe cattive, vampiri assetati di sangue o zombie. Tutti questi costumi rappresentano personaggi immaginari, ma spaventosi che durante tutto l’anno vengono “dimenticati” ma che per l’occasione diventano accessibili a tutti. Halloween è una festa antichissima di origine celtica che nasce in Irlanda per celebrare la fine dell’estate. I colori tipici erano l’arancione per ricordare la fine della mietitura e il nero, a simboleggiare l’imminente arrivo dell’inverno. Durante questa festa venivano accesi grandi fuochi sulle colline per guidare il pascolo del bestiame e per spaventare le anime dei morti e degli spiriti che tornavano sulla Terra per una notte alla ricerca di un corpo da possedere. Doveva essere una notte molto speciale. Come ogni festa popolare, anche quella di Halloween ha un significato psicologico, infatti nasconde il desiderio di esorcizzare ciò che l’uomo teme da sempre, la morte, il terrore ultimo che ci accomuna tutti e che, soprattutto nella nostra cultura attuale, costituisce un tabù di cui raramente si parla. Questa festa diventa una delle poche occasioni in cui la morte, ha accesso alla nostra quotidianità, ma attenuata da stratagemmi che la rendono innocua: i dolci, i festeggiamenti, l’atmosfera scherzosa. Halloween consente, insomma, di avvicinarci in modo meno drammatico a ciò che temiamo. Scherzare sulla morte rende meno angosciante il pensare la morte. Non a caso il giorno successivo, infatti, si svolge la ricorrenza cristiana della commemorazione dei defunti. Perciò scherzare sulla morte risulta essere un modo per sottrarsi all’angoscia della fine e perdita della vita. Sembra che i bambini siano proprio attratti da ciò che appare mostruoso e pauroso, perché la paura è un sentimento che i bambini iniziano a conoscere molto presto al quale hanno bisogno di dare concretezza; infatti, già dai tre anni tutto ciò che fa paura e che appare troppo astratto e ingestibile viene trasformato in qualcosa di concreto a cui viene dato un nome in modo che sia più facile affrontarla e gestirla. I bambini, infatti, amano travestirsi e prendere le sembianze di personaggi che ammirano o che rappresentano per loro particolari doti di forza o bellezza; indossandone i panni, possono sperimentare altre identità. Travestirsi dai personaggi che di solito li spaventano, come streghe o fantasmi, consente loro di esorcizzare la paura diventando loro stessi quelle creature e sentendosi così al sicuro. Il “per finta”, sia nella fiaba che nella festa di Halloween, è ciò che consente di approcciarsi a ciò che spaventa in un modo rassicurante. Nel caso di Halloween, oltre a streghe e fantasmi, entra in gioco il tema della morte, della quale dagli 8-10 anni in poi i bambini acquisiscono consapevolezza. Essere immersi in un’ambientazione così tetra aiuta allora i bambini ad avere un avvicinamento giocoso al tema della morte e integrarlo nella loro vita, esorcizzando ancora una volta le loro paure. Possiamo quindi dire che benché sia una festa importata può essere sfruttata a nostro favore in quanto utile a livello psicologico a tutte le età. E tu sei pronto a festeggiare Halloween?
HALLOWEEN E IL SUO FASCINO OSCURO

Halloween, con la sua atmosfera cupa e i suoi personaggi inquietanti, è molto più di una semplice festa. Dietro le maschere e i travestimenti si nasconde un complesso intreccio di emozioni, paure e desideri che affondano le radici nel nostro inconscio. Ma perché siamo così attratti dal lato oscuro? E cosa ci spinge a cercare attivamente esperienze che ci facciano provare paura? La paura è un’emozione primordiale che ha accompagnato l’umanità fin dalle sue origini. I nostri antenati, confrontandosi con pericoli reali come predatori e forze della natura, hanno sviluppato meccanismi di difesa basati sulla paura, che li aiutavano a sopravvivere. Oggi, sebbene viviamo in un mondo relativamente sicuro, il nostro cervello conserva ancora questi antichi meccanismi. Paradossalmente, ciò che un tempo era una reazione di sopravvivenza si è trasformato in un piacere. Perché? La paura, quando vissuta in un contesto sicuro e controllato, come durante un film horror o una festa di Halloween, può attivare nel nostro cervello un circuito di ricompensa, rilasciando dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere. Questo ci permette di: Sperimentare emozioni intense, in quanto la vita quotidiana è spesso caratterizzata da una certa monotonia. Cercare esperienze che ci facciano provare emozioni forti, anche negative come la paura, ci aiuta a spezzare la routine e a sentire di essere vivi. Aumentare l’autostima, in quanto superare una paura, anche se fittizia, ci fa sentire più forti e coraggiosi. Creare legami sociali, che possono essere rafforzati condividendo un’esperienza spaventosa con amici o familiari Solleticare la nostra immaginazione tramite le storie horror, che ci invitano a esplorare i meandri della nostra mente, a confrontarci con le nostre paure più profonde e a dare libero sfogo alla nostra creatività Halloween non è solo una festa per adulti. Anche i bambini traggono grandi benefici da questa esperienza. Giocando con le paure, i bambini imparano a gestirle e a sviluppare la resilienza. Inoltre, il gioco simbolico che caratterizza Halloween li aiuta a esplorare la loro identità e a comprendere il mondo che li circonda. Halloween, con la sua complessità e il suo fascino oscuro, ci offre un’opportunità unica per riflettere su noi stessi e sulle nostre paure. È un momento in cui possiamo esplorare i meandri del nostro inconscio, sperimentare emozioni intense e rafforzare i nostri legami sociali.