Gruppo di sostegno nel Post-adozione

Il gruppo di sostegno ai genitori adottivi è una delle modalità di lavoro più diffuse ed efficaci nel post-adozione. Nel lavoro sociale i gruppi di sostegno non terapeutici rappresentano una modalità diffusa dell’agire socio-assistenziale indirizzata a persone del territorio che incontrano le stesse difficoltà o problematiche e che dunque si riuniscono per confrontarsi, per condividere emozioni e stati d’animo e per cercare insieme di raggiungere un medesimo obiettivo. Il gruppo di sostegno è parte delle attività finalizzate ad accompagnare e sostenere la formazione della famiglia adottiva e il raggiungimento di una condizione di benessere da parte di ciascuno dei suoi componenti.  Nel gruppo dedicato ai genitori adottivi nel post-adozione, viene affrontata una realtà che è sostanzialmente diversa rispetto a quella proposta dagli operatori psicosociali nelle fasi precedenti del percorso adottivo. Nel caso dell’adozione internazionale, per la maggior parte delle volte, il provvedimento adottivo viene emanato dall’autorità estera competente e diviene efficace nel nostro Paese all’arrivo del minore.  Ciò significa che non è previsto un anno di affidamento preadottivo per cui gli aspiranti genitori diventano a tutti gli effetti il padre e la madre del minore adottato. Si tratta di un aspetto importante da considerare perché il bambino sino ad allora soltanto immaginato diventa figlio della coppia e porta con sé le difficoltà, le aspettative, i desideri, i bisogni che si manifestano nella vita familiare e chiedono di essere ascoltati.   L’incontro effettivo e la condivisione della quotidianità con il figlio venuto da lontano ha dunque un forte impatto emotivo sui genitori che per quanto lo abbiano aspettato e fortemente desiderato, e per quanto si siano impegnati ad accoglierlo nel migliore dei modi possibili, devono comunque imparare a fare spazio dentro di loro per iniziare a costruire un legame di attaccamento e di appartenenza i cui risultati non sono affatto scontati. Il primo e importante ostacolo da superare riguarda spesso il sentimento di estraneità che accomuna gli adulti e il bambino per cui dopo l’entusiasmo iniziale dell’arrivo a casa, i primi contatti potrebbero svilupparsi con difficoltà poiché per entrambi la realtà può essersi rivelata molto diversa rispetto a quanto immaginato. La necessità di un sostegno consistente sia sul piano sociale che psicologico diventa dunque essenziale a partire dai primi momenti di incontro e non si esaurisce con questi ma cresce in base alle diverse età della vita che il nucleo si trova ad affrontare.  

Gottfried Helnwein, Sandor Ferenczi e il trauma

di Aldo Monaco Se voleste comprendere cosa sia il concetto di trauma basterebbe guardare una delle tantissime tele iperrealiste dell’artista austriaco Gottfried Helnwein. Sebbene i temi che tratta sono molto più vasti, legati ad esempio alla politica e al capitalismo, ciò che li accumuna, è l’oppressione che rivolge verso i più deboli. In tal senso, il suo intento, in molti dei suoi lavori, sembra quello di servirsi di immagini violente ma anche ambigue – come la tela che ho avuto modo di vedere a Vienna, in cui il corpo di una bambina è circondato da uomini “mostruosi” – così da scatenare un conflitto nello spettatore, un malessere, una sensazione in cui possa apparire la violenza – fisica o psicologica – esercita sui bambini, sulla purezza che questi portano con sé.L’infanzia è il centro portante della sua opera: bambine mutilate, bendate in viso, munite di armi da fuoco, sanguinanti, sofferenti, a cui si contrappongono le figure e i visi imperturbabili di uomini incravattati, sfigurati da ustioni, ufficiali delle “SS” in divisa, personaggi dai fumetti dal ghigno perturbante. In questa tela (Epifania III) ad esempio appare esserci l’essenza cardine dello sviluppo del trauma: l’ambiguità. Se infatti il viso della bambina non fa apparire nulla di sconcertante, nulla di pericoloso, è negli sguardi impassibili degli uomini attorno a lei che possiamo notare che li vi è stato un trauma, qualcosa di ambiguo, qualcosa che non ha a che fare con la cura del bambino, ma con l’occupazione impropria dell’altro. Ferenczi, uno psicoanalista ungherese, a tal proposito parla della cosiddetta “confusione delle lingue” che accompagna ogni evento traumatico vissuto come tale da un bambino. Essa è presente tutte le volte che un adulto e un bambino comunicano tra loro seppure con “lingue” diverse: il bambino tramite il linguaggio della tenerezza e l’adulto mediante il linguaggio della passione. Ferenczi scrive: <il bambino ha la fantasia di fare per gioco la parte della madre con l’adulto. Questo gioco può assumere forme erotiche, pur rimanendo al livello delle manifestazioni di tenerezza. Ma le cose vanno diversamente quando l’adulto […] scambia gli scherzi del bambino per desideri di una persona sessualmente sviluppata, oppure si lascia andare ad atti sessuali senza valutarne le conseguenze> In un primo momento, il fraintendimento tra tenerezza e passione produce un’intrusione nel tessuto somato-psichico del bambino: elementi inquinanti, non corrispondenti ai suoi bisogni, in cui ha l’impressione di essere andato al di là dello spazio e del tempo, fuori da sé, fuori dalla sua storia. Tuttavia è solo in un secondo momento che l’aggressione sessuale si manifesta come qualcosa di sbagliato nella mente del bambino, quando cioè il bambino si riavvicina all’adulto cercando un riconoscimento di quanto avvenuto prima salvo però non ottenerlo, salvo però vedere che l’adulto si comporta come se non sapesse nulla, come se non fosse accaduto nulla: proprio come succede in questa scena, proprio come gli occhi di questi uomini sembrano dire. Quello che invece mi pare possa rappresentare l’altro quadro (Pink Mouse II), sempre di Helnwein, sono gli sviluppi di questo fraintendimento, di questa confusione delle lingue. Il trauma adesso, in questo topolino dalla espressione enigmatica, emerge chiaro. Sembra essere la conseguenza di un particolare tipo di difese patologiche e di sintomi che il bambino adotta. Helnwein sembra quasi dire che nulla potrà essere uguale a prima, che niente potrà ridare fiducia nel bambino; e tutto il suo immaginario, compresi i simboli dell’infanzia – vedi topolino – non potranno non essere scrutati che con diffidenza, perplessità, un senso di persecutorietà che da li in avanti dominerà tutte le sue relazioni future. BibliografiaBergogno F, Ferenczi Oggi, Bollati Boringhieri, Torino, 2004

Gli Zoomers: la generazione sempre connessa

zoomers

Gli Zoomers o generazione Z sono, di fatto, i ragazzi nati nel ventennio tra il 1995 e il 2005. Il termine si è sviluppato in piena pandemia e deriva dall’utilizzo della piattaforma Zoom per la didattica a distanza. È una generazione fortemente tecnologica e iperconnessa che non riesce ad immaginare la vita senza internet. Nota dolente, per questi ragazzi, è che sono chiamati anche face-down, a causa del loro essere sempre con lo sguardo rivolto allo smartphone, . Pensano, quindi, che il loro mondo sia esclusivamente la rete al punto da aver sviluppato un se sociale, basato sui feedback ricevuti attraverso i social. Sono alla ricerca di ricompense digitali come fonte di benessere e di successo sociale. In qualità di nuova generazione, gli Zoomers tendono, di conseguenza, a contestare i genitori e i nonni. Li accusano di essere “vecchi” e di non sfruttare appieno i cambiamenti dell’era digitale. D’altro canto, ad essi, bisogna dare il credito del forte attivismo su tematiche sociali. Attraverso l’utilizzo dei social network, le loro attività si concentrano prevalentemente sulla salvaguardia del pianeta e i diritti umani. Una delle lotte più attive è l’abbattimento delle disuguaglianze e delle discriminazioni di vario tipo. Non tollerano che si calpestino i diritti degli esseri umani e si battono vigorosamente per l’inclusione sociale. Molta attenzione viene posta alla lotta per il pianeta e all’eco-sostenibilità. Grazie alla continua navigazione in internet, si diffondono informazioni circa i cambiamenti climatici e le loro devastanti conseguenze. Si danno appuntamento sulla rete e nelle piazze per far sentire la loro protesta contro un pianeta che ha bisogno di comportamenti responsabili e lungimiranti, accusando le generazioni precedenti di averne distrutto l’ecosistema.I ragazzi di oggi spesso sono vegetariani o vegani in risposta agli allevamenti intensivi che hanno snaturato anche la catena alimentare. Cambiamenti generazionali molto evidenti, che hanno i loro pro e contro.

Gli shopaholic e gli acquisti compulsivi

shopaholic

Negli ultimi anni, si è sempre più diffusa la tendenza agli acquisti compulsivi, tanto da stabilire il termine di shopaholic per indicare coloro che ne “soffrono”. Complici di questo atteggiamento sono innanzitutto il facile accesso ai beni da acquistare, come gli store online, e le continue offerte e sconti proposti. Anche il costo definito “cheap”, economico, del prodotto in vendita ha il suo ruolo di spinta verso l’acquisto. Gli shopaholic, secondo gli psicologi, sono degli acquirenti spinti dall’impulso, più che da un reale bisogno dell’oggetto in se. Essi sviluppano una vera e propria dipendenza dallo shopping. Quest ultimo infatti, ha il magico potere di rilasciare endorfine che migliorano, pur per un brevissimo periodo, l’umore. L’aspetto terapeutico dello shopping è risaputo ed è apprezzato dalla maggior parte delle persone, che attraverso l’acquisto di qualcosa migliorano la propria giornata o la propria autostima. Quindi, se da un lato, farsi dei regali o semplicemente acquistare qualcosa ci da un’ondata di benessere, il rovescio della medaglia ha i suoi lati meno piacevoli. Innanzitutto, gli shopaholic, sono spesso in preda all’ansia. Il senso di appagamento in seguito alle spese folli, è così effimero e transitorio, che mette in atto il meccanismo di compensazione attraverso un nuovo acquisto. Un gatto che si morde la coda, in cui si fa shopping per sentirsi soddisfatti del comportamento, ma non del bene acquistato. Così, nasce un nuovo senso di inquietudine che può essere lenito attraverso altre spese. Altro aspetto correlato alla dipendenza sono le relazioni sociali. In primis, i familiari risentono degli effetti negativi di questa dipendenza. L’aspetto economico e gli spazi per riporre gli oggetti che si riducono sono argomenti di discussione e litigi continui con gli shopaholic. Si finisce con l’essere degli accumulatori di cose, talvolta anche utili, come i libri. Nella società del consumismo e dell’immediatezza, razionalizzare sugli acquisti è un’ottima presa di coscienza su quale sia il personale bisogno degli oggetti. In questo modo possiamo acquistare solo ciò che serve veramente e liberarci del superfluo.

Gli sconti condizionano le nostre scelte e le nostre spese

Sconti

Da qualche giorno, sono cominciati gli sconti e le svendite in tutti gli store. Questo è un periodo dell’anno fortemente atteso dai compratori oculati, ma anche da quelli compulsivi. Le esperienze di acquisti durante i saldi, offrono un piacevole senso di appagamento, al di là dell’effettivo necessità del bene comprato. Gli sconti, quindi hanno il potere di far rilasciare la dopamina nel cervello, producendo benessere e felicità. Ma dietro le offerte di vendita, i molteplici studi sulla psicologia dell’acquirente, giocano un ruolo determinante. Durante gli sconti, soprattutto di fine stagione, vengono messe in atto delle strategie di marketing psicologico che inducono molte persone all’acquisto. In primis, in una società orientata ai valori prevalentemente estetici e modaioli, ciò su cui le aziende premono maggiormente è la necessità di avere quel determinato oggetto, meglio ancora se è di un brand specifico. Si crea la dicotomia tra felicità e status symbol, cui molte persone anelano attraverso l’uniformarsi a standard precostituiti di popolarità. Gli sconti, inoltre, sono ben pubblicizzati su tutti i social e piattaforme, oltre che nei negozi fisici, attraverso messaggi colorati, che mettono di buon umore e predispongono all’acquisto. Altra forma strategica utilizzata per orientare l’acquirente , sono le parole chiavi. Gli slogan pubblicitari usano parole come “must have”, quindi un prodotto irrinunciabile o ancora ultime occasioni , che inducono alla fretta di accaparrarsi l’offerta proposta. Ultima attenzione viene data, soprattutto nei negozi fisici, alla musica ad alto volume. In questo modo si disturba l’acquirente e non gli si consente di ponderare bene le sue scelte. Proprio per tutti questi aspetti, gli sconti, da un lato garantiscono la possibilità di acquistare un prodotto ad un prezzo contenuto, ma dall’altro creano delle vere e proprie dipendenze. Gli shopaholic, infatti, rappresentano proprio la categoria di persone che effettuano acquisti compulsivi e non con lungimiranza e necessità.

GLI INFLUENCER E IL LORO RUOLO OGGI

Gli influencer sono un fenomeno abbastanza recente, che però in qualche modo ha raggiunto la sua maturità.  Si possono distinguere due approcci. In un primo caso, possono essere coinvolti in test di prodotto o in eventi a titolo gratuito. In un secondo caso, invece, sono interpretati come veri e propri media di cui acquistare uno spazio o con cui instaurare una collaborazione remunerata. Questo approccio non si limita alla richiesta di foto/video brandizzati, ma si spinge alla co-creazione di prodotti in cui c’è una forma di collaborazione fra il brand e l’influencer (ad esempio le capsule collection o limited edition).  Tale collaborazione è tanto più efficace quanto più è genuina: è importante che ci sia coerenza tra i valori del brand e quelli dell’influencer. Se la collaborazione è di natura commerciale, l’influencer deve dichiararlo per legge anche con dicitura diversa (adv, ad, partnership, gifted by…). Esistono, però, alcuni che non dichiarano esplicitamente la natura commerciale (ad esempio perché rischiano di perdere credibilità, soprattutto quando si fanno tantissime collaborazioni). Nel mondo dell’influencer, c’è una precisa classificazione: Nano influencer: tutti siamo influencer di qualcuno Tra i 1000 e i 10.000 follower si inizia a parlare di micro-influencer: sono definiti anche influencer verticali e hanno una grande influenza sulla loro nicchia di riferimento. Sulle centinaia di migliaia di follower si parla di professional influencer: raggiungono molte persone, hanno una competenze/conoscenza su un tema specifico e sono anche conosciuti al di fuori della loro nicchia sopra il milione di follower si parla di vip-guru: hanno un’altissima reach, ma meno persone interagiscono attivamente con loro Questi ultimi diventano delle vere e proprie celebrities/testimonial con cui è difficile stabilire un rapporto paritario. Cominciano a diventare delle figure molto aspirazionali e lontane dalla quotidianità.  Per questo motivo, le aziende si affidano spesso ai micro, cioè persone che hanno un numero di follower più ristretto (circoscritto a diverse decine di migliaia), ma che hanno un rapporto con la community molto più stretto e alla pari. Essi consentono di raggiungere target molto più mirati e specifici, a differenza di quelli macro che attirano un pubblico più eterogeneo.  Se un’azienda identifica bene il target, può essere più interessante avviare collaborazione con 4 diversi micro-influencer rispetto a un unico grande.  In conclusione, per un’azienda è fondamentale conoscere questo fenomeno, soprattutto nella scelta di avviare determinati tipi di collaborazioni. Non conta solamente guardare la quantità di follower, ma anche l’engagement e il rapporto che l’influencer riesce a creare con la sua community. BIBLIOGRAFIA: Fennis, B. M., & Stroebe, W. (2015). The Psychology of Advertising. New York: Routledge

Gli Effetti Positivi della Noia: Un’Analisi Psicologica

La noia è spesso percepita come un’emozione negativa da evitare. Tuttavia, recenti ricerche psicologiche stanno rivelando che la noia può avere effetti positivi significativi sulla nostra vita. In questo articolo esploreremo i benefici meno conosciuti della noia, dimostrando come essa possa stimolare la creatività, favorire l’introspezione e migliorare il benessere generale. La Noia e la Creatività Uno degli effetti positivi più evidenti della noia è la sua capacità di stimolare la creatività. Quando la mente non è occupata da stimoli esterni, inizia a vagare, esplorando idee e concetti nuovi. Questo processo di “vagabondaggio mentale” può portare a scoperte creative e soluzioni innovative ai problemi. Stimolazione del Pensiero Divergente La noia costringe la mente a cercare stimoli internamente piuttosto che esternamente. Questo porta al pensiero divergente, un tipo di pensiero che genera molteplici soluzioni a un singolo problema. Studi hanno dimostrato che le persone annoiate sono più inclini a trovare soluzioni creative rispetto a quelle costantemente stimolate. Incremento della Fantasia La noia può anche incrementare la fantasia e l’immaginazione. I momenti di inattività offrono lo spazio mentale per esplorare scenari immaginari, creare storie o semplicemente sognare ad occhi aperti. Questo tipo di attività mentale è fondamentale per lo sviluppo di abilità creative e innovative. La Noia e l’Introspezione La noia non solo stimola la creatività, ma favorisce anche l’introspezione. Quando ci troviamo senza distrazioni, siamo costretti a confrontarci con i nostri pensieri e sentimenti. Questo può portare a una maggiore consapevolezza di sé e a una comprensione più profonda delle nostre motivazioni e desideri. Promozione della Consapevolezza di Sé La noia offre l’opportunità di riflettere su noi stessi e sul nostro percorso di vita. Questo può portare a una maggiore consapevolezza di sé, aiutandoci a comprendere meglio chi siamo e cosa desideriamo dalla vita. La consapevolezza di sé è fondamentale per prendere decisioni informate e per vivere una vita autentica e soddisfacente. Valutazione dei Propri Obiettivi I momenti di noia possono essere utilizzati per valutare i propri obiettivi e priorità. Senza le distrazioni quotidiane, possiamo riflettere su ciò che è veramente importante per noi e fare aggiustamenti di conseguenza. Questo tipo di riflessione può portare a un maggiore allineamento tra i nostri obiettivi e i nostri valori personali. La Noia e il Benessere Generale Infine, la noia può contribuire al nostro benessere generale in modi che spesso trascuriamo. Sebbene possa sembrare controintuitivo, la noia può migliorare la nostra salute mentale e fisica. Riduzione dello Stress La noia può servire come una pausa necessaria dal costante bombardamento di stimoli e stress. Prendersi del tempo per non fare nulla e lasciarsi annoiare può ridurre i livelli di stress e ansia, permettendo al corpo e alla mente di rilassarsi e rigenerarsi. Promozione di Abitudini Sane La noia può anche motivarci a cercare nuove attività e abitudini sane. Ad esempio, quando ci annoiamo, potremmo essere spinti a fare una passeggiata, leggere un libro o iniziare un nuovo hobby. Queste attività non solo alleviano la noia, ma contribuiscono anche al nostro benessere fisico e mentale. Conclusione La noia, spesso considerata un’emozione negativa, può avere numerosi effetti positivi. Stimola la creatività, favorisce l’introspezione e può migliorare il nostro benessere generale. Invece di evitarla a tutti i costi, dovremmo abbracciare la noia come un’opportunità per crescere e svilupparci. Prendiamoci del tempo per sperimentare la noia e scopriamo come può arricchire le nostre vite in modi inattesi.

Gli effetti della separazione conflittuale sui figli

di Federica Cirino Pomicino La maggior parte delle coppie che decidono di separarsi quando hanno dei figli, non riescono ad affrontare questo momento senza, in qualche modo, coinvolgerli. È quasi sempre un momento molto conflittuale poiché difficilmente avviene in serenità e con la decisione di entrambi i coniugi. Insieme agli avvocati, dovrebbe assistere a questo momento anche uno psicologo, un mediatore che possa cercare di contenere la rabbia e la conflittualità esistente. Qualcuno che cerchi di contenere e incanalare nella giusta direzione le emozioni che si provano. La rabbia ed il dolore del fallimento si mischiano e si confondono, in un momento in cui non si riesce ad essere sempre lucidi.  Ci si trova a dover elaborare un lutto su più fronti. Il lutto, come dice Freud, è uno shock emotivo, un trauma. E quando avviene una separazione oltre al lutto della perdita della persona amata, vi è anche il lutto della perdita della famiglia e del progetto di vita condiviso. I figli si trovano a dover fronteggiare la perdita della stabilità data dall’unione della famiglia e spesso sono costretti a prendere posizione contro uno dei due genitori, a favore dell’altro.  È più scontato che i figli s’identifichino con il genitore del proprio sesso o prendano le parti del più debole. Spesso il rischio è che i bambini tendano a costruirsi un falso sé (Winnicott), cioè si creano un adattamento compiacente alle richieste dei genitori.  Per paura di acuire il conflitto esistente tra i genitori, si ritrovano ad assecondare le loro richieste e le loro modalità relazionali. A volte, possono subentrare angosce profonde di morte verso il genitore fragile che spinge i figli a mettere in atto comportamenti disadattivi, come problemi alimenti o d’insonnia. Possono emergere anche comportamenti aggressivi verso i pari, oltre che verso l’adulto. Questo accade quando il bambino non riesce a parlare di quello che sta vivendo, tenendo compresso dentro di se la rabbia e la confusione che prova. Quando non riesce a trovare un terreno fertile intorno a lui che possa spiegare o contenere le emozioni che circolano in famiglia e dentro di lui. Vi sono famiglie che dopo la separazione riescono, in qualche modo, a ritrovare un equilibrio, ricordandosi che se anche la coppia coniugale non esiste più, quella genitoriale deve continuare a vivere. Purtroppo mantenere la funzione genitoriale insieme all’altro non è affatto semplice quando non c’è più l’amore coniugale e spesso tante coppie restano conflittuali per tutta la vita. Tendono ad utilizzare i figli per ferire l’altro, mettendoli contro l’altro genitore, sminuendo o creando un’immagine negativa genitoriale. Tutti abbiamo bisogno di introiettare dentro di noi l’immagine di due “buoni genitori” (Melanie Klein) per essere noi un domani un genitore non irrisolto. Tutto questo, ovviamente crea un forte disagio nei figli ai quali resta dentro un’esperienza di vita così negativa che li può condizionare nella creazione delle relazioni future che vivranno.

Gli effetti della Primavera

È arrivata la primavera, la cosiddetta “stagione della rinascita”: la natura è tornata a fiorire, gli alberi spogli si rivestono di punte colorate di piccoli fiori, le giornate si allungano e il sole illuminando di più le rende più piacevoli.  Con la primavera arriva anche il risveglio dei sensi; infatti dopo l’inverno rigido e cupo, il corpo reagisce ai cambiamenti esterni influenzando anche la mente. Le giornate si allungano, la temperatura si alza, i fiori sbocciano, gli animali escono dal letargo ed è tutto un trionfo di luce, colori e profumi. La primavera porta con sé indubbiamente tanti aspetti positivi in grado di influenzare la nostra salute e il nostro umore. Dona sensazioni di allegria, leggerezza e libertà: allegria per la vitalità e la vivacità di tutto ciò che ci circonda, leggerezza a partire già dall’abbigliamento e libertà di muoversi, esprimersi, viaggiare, esplorare e conoscere…. Con il bel tempo abbiamo, infatti, maggiore possibilità di uscire e stare all’aperto, di fare escursioni e gite fuori porta, visitare posti nuovi, soddisfacendo anche la nostra curiosità e i nostri bisogni di conoscenza. Possiamo praticare attività fisica e sport a contatto con la natura, in spazi più ampi e meno costretti.Non sono poche le persone che dicono di avvertire un miglioramento dell’umore nelle belle giornate di sole in particolare con l’arrivo della primavera. Questo fenomeno ha una spiegazione fisiologica: un’esposizione più prolungata alla luce solare aumenta la produzione di serotonina, un ormone che favorisce il buonumore, nell’organismo. Nei mesi invernali la sua azione viene limitata dalla maggiore presenza nel corpo di una proteina chiamata SERT. Un certo grado di “meteoropatia”, quindi, sembra comprensibile e giustificato.

Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.