Davvero le altre coppie sono più felici di noi?

Joshua Coleman è uno psicologo e ricercatore presso il Council on Contemporary Families. Ho letto un suo recente articolo sul tema del confronto: tutti noi siamo portati a paragonare la nostra esperienza con quella degli altri e molto spesso sovrastimiamo la loro felicità, il loro benessere o le loro competenze. Coleman parla, in particolare, della propria esperienza come terapeuta di coppia e rivela che molto spesso le coppie in terapia idealizzano le altre coppie, di amici o conoscenti. Questo succede, in maniera più o meno intensa, a tutti gli esseri umani: paragonarci agli altri è tipico della nostra natura sociale. I periodi di noia, di fatica e di insoddisfazione, in una relazione di coppia, sono tuttavia un dato prevedibile; da considerare fisiologico, più che preoccupante. John Gottman, professore emerito di psicologia dell’Università di Washington, ha determinato, con una lunga ricerca sul campo, che ben il 69% dei problemi tra i membri di coppie sposate non viene in realtà mai risolto: gli scontri si verificano nella maggior parte dei casi su problemi di comunicazione, di denaro, di genitorialità o di divisione dei lavori domestici, che spesso restano tali. Si può invece intervenire sulla percezione e sulle modalità di azione e reazione. Perché ciò che distingue le coppie felici da quelle infelici non è il conflitto quotidiano in sé, ma il modo in cui ciascuna parte pensa ai dissapori e alle litigate e a come le interpreta nel rapporto con l’altro. E per quanto riguarda l’intesa intima? L’idea che le altre coppie abbiano una relazione fisica migliore, più eccitante, o forse solo più intensa, è molto comune, secondo le ricerche. Ma come sembrano concordare numerosi studi sociologici, i dati rilevano come il periodo più passionale per la grande maggioranza delle coppie sia di solito il primo anno della relazione; nel tempo, gli incontri con il partner avvengono una volta alla settimana e poi su base sempre più irregolare. Anche qui, la nostra tendenza al confronto, ci porta fuori strada nelle opinioni che abbiamo degli altri e delle loro relazioni.: il confronto sociale è la migliore ricetta per l’infelicità: non è difficile pensare a quanto fanno i social in questo campo, nell’aumentare i confronti e l’insoddisfazione degli individui e delle coppie. In ogni caso, sapere che nella maggioranza assoluta dei casi tendiamo a sovrastimare l’erba del vicino, come già la saggezza popolare sostiene da sempre e come dimostrato dai risultati delle ricerche piscologiche e sociali, può aiutare a capire che spesso ci illudiamo, a nostro unico svantaggio: non possiamo infatti conoscere la verità delle relazioni delle altre coppie dall’esterno. Possiamo imparare a ridimensionare e a osservare: si può apprendere molto dalle coppie che sembrano fare sia meglio sia peggio di noi. È un ottimo antidoto contro la trappola del confronto a nostro sfavore: molte ricerche sottolineano come i coniugi esaminati, ascoltando le storie degli altri, abbiano provato sollievo e sorpresa nello scoprire che non erano gli unici a Questo ha notevolmente ridotto la sensazione di isolamento e di disapprovazione che provavano verso sé stessi e il proprio compagno o la propria compagna. In sostanza, dietro le vite apparentemente ideali, della nostra o delle altre coppie, ci sono sofferenze e battaglie: come quelle di tutti gli altri. Mal comune, mezzo gaudio, dunque? No, di certo. Ma avere una dimensione più realistica di ciò che avviene statisticamente nelle vite degli altri, aiuta a comprendere, accettare e dare più valore alle nostre relazioni; e a giudicarle in modo più comprensivo e meno severo. E forse con un po’ di ottimismo in più.
Dalle “scuole speciali” ai “bambini speciali”: evoluzione di un pregiudizio

di Francesca Guglielmetti C’ è stato un tempo in cui la disabilitá a scuola praticamente non esisteva non perché non ci fossero disabili ma, semplicemente, perché ci mancavano le parole per definirli e, dunque, per pensarli. Era l’epoca in cui la diversità veniva trattata utilizzando categorie (anche linguistiche) generiche e spesso, se guardate con la sensibilità odierna, giudicanti. Non c’era però accanimento, né “cattiveria” ma solo impreparazione. Era l’epoca in cui si cercava di fare qualcosa adattando le risorse a disposizione con i bisogni di cui si iniziava ad avere consapevolezza. È su queste basi che poggiava la legge n. 1859 del 1962 la quale stabiliva che si potessero istituire le “classi differenziali per gli alunni disadattati scolastici”. Cinque anni dopo (DPR n. 1518 del 22 dicembre 1967) vennero istituite le scuole definite “speciali” ossia degli istituti in grado di rispondere alle necessità di “soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica”. Per gli altri, ossia “i soggetti ipodotati intellettuali non gravi, disadattati ambientali, o soggetti con anomalie del comportamento, per i quali possa prevedersi il reinserimento nella scuola comune” si manteneva l’inserimento nelle “classi differenziali”. Bisogna attendere 10 anni per assistere ad un cambio di passo sia dialettico che normativo. Nel 1977 infatti grazie alla Legge 517 la scuola italiana dava vita ad un modello di integrazione scolastica su cui si sarebbero basate tutte le norme future. La legge mirava a superare le logiche dell’esclusione e dell’educazione separata e da allora non ha arretrato di un millimetro rispetto a questa necessità. È a questa legge che si deve l’istituzione di una figura professionale unica: L’insegnante per le attività di sostegno. Ecco ora occorre chiarire e chiarirci. L’insegnante per le attività di sostegno (lo so la dizione è lunga ma ci aiuta a capire bene di cosa stiamo parlando) è un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità, suo compito è rispondere alle maggiori necessità educative richieste dalla presenza di un alunno con disabilità. L’insegnante per le attività di sostegno non è dunque “l’insegnante dell’alunno disabile”. A sua volta l’alunno con disabilità è un alunno a tutti gli effetti e non “l’alunno dell’insegnante di sostegno”, non è “speciale” ma ha sicuramente dei “bisogni speciali” di cui bisogna occuparsi. Chiamare gli alunni disabili “bimbi speciali” ci fa tornare indietro di molti anni, elimina le conquiste fin qui raggiunte e fa ricomparire il pre-giudizio di cui stavamo cercando di liberarci: considerare chi porta con sé una diversità come impossibile da integrare o, meglio, da includere all’ interno di una classe. Alla stringitura dei sacchi la disabilità, continua a mettere a disagio. Dinanzi a questo disagio si attiva spesso un meccanismo apparentemente benevolo ma in realtà divisivo: l’alunno da disabile diviene speciale e necessita di un “suo” insegnante, altrettanto speciale. Abolite le scuole e le classi speciali l’esclusione entra in classe assumendo forme ambigue, occulte e solo apparentemente accoglienti. Come uscirne? Dando un nome alle cose senza aver paura delle parole, chiamando con il nome corretto la disabilità dell’alunno e rendendola nota anche agli altri alunni, chiarendo quali sono le sue necessità ma anche i suoi limiti e le sue difficoltà accettando insomma la sfida senza cercare vanamente di rendere tutti uguali o, peggio, fingendo che tutti siano uguali ma accettando l’imperfetta unicità che la disabilità ci impone di guardare.
Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.
Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?
Dalla formazione neuropsicologica in Campania alla professione di psicologo clinico e neuropsicologo nel Regno Unito

Marzio Ascione, Associate Fellow Chartered Psychologist, Division of Clinical Psychology and Division of Expert Witnesses, BPS; Head Psychology at The Willows Hospital, Mental Health Service Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Conobbi il Professor Dario Grossi ed il suo team guidato dal Dr Michele Lepore alla fine del 1998. Cominciavo allora la preparazione della mia tesi di laurea. Il modello multidisciplinare del gruppo di lavoro ed il rigore della sperimentazione mi aiutarono molto nella direzione che avrei successivamente preso. Imparare l’amministrazione di test semplici come il Fostein MMSE e quelli piu complessi fu imparare un linguaggio condivisibile a cui il Professor Grossi aggiungeva delle intuizioni appassionanti. Il modello di lavoro centrato sul paziente ma anche l’apertura alla conoscenza e alla discussione nel team di altri approcci, come quello di Barbara Wilson a Cambridge, Inghilterra, stimolarono la curiosità che mi portò a completare gli studi all’estero. Il modello multidisciplinare (MDT) praticato dal gruppo di Grossi fu un’esperienza di imprinting del modello clinico e scientifico tra le più formative che mi ha poi aiutato nella mia carriera nel Regno Unito. Svolgere la professione di psicologo e neuropsicologo in Inghilterra non è cosa semplice, e tanti aspiranti colleghi trovano non pochi ostacoli al riconoscimento dei titoli di studio ed alle qualifiche acquisite in Italia. Lo psicologo clinico come è noto è una “professione regolamentata” e nel Regno Unito la British Psychological Society (BPS) ha regolato l’ingresso fino al 2010, anno in cui l’Health and Care Professions Council (HCPC) divenne l’organo governativo di competenza. Anche se esistono percorsi relativamente diretti per i cittadini europei che volessero praticare la professione in UK, HCPC riserva il diritto di valutare i percorsi teorici ed esperienziali dei candidati psicologi, prima di erogare lo status di equivalenza come Practitioner Psychologist. I titoli ed esperienze devono soddisfare le aspettative della BPS ed HCPC in modo da concedere l’idoneità per quella che viene tecnicamente chiamata la Chartered Graduate Member. Bisogna poi soddisfare una delle divisioni professionali che operano all’interno del BPS ed HCPC. Nella maggior parte dei casi, si soddisfano i requisiti per la Chartered membership, ma bisogna intraprendere un’ulteriore formazione pratica e possibilmente fare qualche studio aggiuntivo ai fini di ottenere piena equivalenza alla pratica di psicologo c l i n i c o . I n f a t t i , i l prerequisito per l’iscrizione all’ordine britannico e’ il livello del dottorato clinico. Nel Regno Unito, diventare uno psicologo clinico richiede una laurea triennale in psicologia, seguita da un’esperienza di lavoro come Assistant Psychologist di almeno 2 anni per poi accedere ad un dottorato in psicologia clinica. A c c e d e r e a l d o t t o r a t o e ’ estremamente d i f fi c i l e . Ogni università offre soltanto 20 posti all’anno su 500 candidati. Il dottorato richiede generalmente tre anni per essere completato e prevede una combinazione di corsi, ricerca e pratica supervisionata, come tirocini presso NHS Trusts. In Gran Bretagna, conseguita l’iscrizione alla professione, e’ abbastanza facile trovare lavoro, Si pensi soltanto che gli psicologi iscritti all’ordine sono 26000 su una popolazione di 67 milioni di abitanti mentre in Italia 60000 iscritti agli ordini su una popolazione di 59 milioni. Nel Regno Unito, gli psicologi clinici e neuropsicologi possono lavorare in vari contesti, come il NHS, i team di salute mentale della comunità, le cure primarie e le istituzioni educative, tra gli altri. Ci sono anche opportunità di lavorare nella ricerca, negli istituti di istruzione superiore e negli studi privati. I l campo della psicologia e neuropsicologia è diventato una risorsa preziosa nel sistema legale, come in Italia anche nel Regno Unito. Gli Expert Witness con una vasta esperienza in neuropsicologia sono ora ampiamente ricercati per offrire la loro esperienza in casi legali riguardanti lesioni personali, negligenza medica e risarcimento dei lavoratori. Per diventare un neuropsicologo Expert Witness nel Regno Unito è necessario disporre delle credenziali e della competenza necessarie nel campo. Per lavorare come esperto neuropsicologo nel Regno Unito, è necessario avere una laurea in psicologia, un dottorato e una licenza per esercitare nel Regno Unito. Inoltre, il professionista deve e s s e r e e s p e r t o n e l l a somministrazione e interpretazione di test neuropsicologici, possedere eccellenti capacità comunicative e avere la capacità di scrivere e articolare opinioni in termini legali e m e d i c i . B i s o g n a e s s e r e a conoscenza delle leggi e dei r e g o l a m e n t i p e r t i n e n t i che disciplinano il ruolo di testimoni esperti. Come in Italia, in Gran Bretagna il neuropsicologo Expert Wi tness fornisce un’opinione obiettiva e imparziale sulla capacità mentale di un individuo di prendere decisioni informate. Valuta i l funzionamento cognitivo ed emotivo di individui che hanno subito lesioni cerebrali a seguito di incidenti, malattie o procedure mediche. Forniscono testimonianze in tribunale riguardanti lo stato cognitivo ed emotivo dell’individuo, la sua capacità di lavorare, la sua prognosi futura e il suo potenziale per un’ul ter iore r iabi l i tazione. Lavorare come neuropsicologo testimone esperto può essere impegnativo, poiché i casi possono essere complessi e richiedono molto tempo. Il testimone esperto deve mantenere l’obiettività e l’imparzialità mentre si occupa di casi carichi di emozioni. A volte bisogna anche affrontare un controinterrogatorio (cross-examination) da parte degli a v v o c a t i , c h e p u ò e s s e r e impegnativo e richiedere a l testimone esperto di avere una conoscenza approfondita del sistema legale. Per v ia del la comples s i tà e dell’unicità dei casi, lavorare come Expert Witness vuol dire anche utilizzare la sistematicità del modello della ricerca scientifica per formare e condividere un opinione esperta sul caso. La scuola campana di neuropsicologia con Dario
Dal trauma alla crescita: il costrutto di crescita post-traumatica

Gli eventi traumatici sono estremamente disfunzionali per gli esseri umani, i quali spesso non possono continuare a vivere attraverso il loro precedente stile di vita e devono ricostruire e riorganizzare la loro esistenza. In questo contesto, molte persone dichiarano di essere cresciute psicologicamente dopo aver affrontato eventi traumatici: per esempio, considerano la loro vita in maniera più significativa e la apprezzano maggiormente, si avvicinano ai loro amici e alla loro famiglia e ottengono una maggiore soddisfazione dalla loro fede religiosa. Questi effetti positivi conseguenti a eventi traumatici sono chiamati “Crescita post-traumatica” (Post-traumatic Growth o PTG). Che cos’è la Crescita post-traumatica? Tedeschi e Calhoun (2004)[1] definiscono la crescita post-traumatica come la tendenza, in seguito a un trauma, a riportare cambiamenti in positivo, un significativo cambiamento benefico nella vita cognitiva ed emotiva che può avere anche implicazioni comportamentali. La crescita post-traumatica è quindi un tipo di cambiamento positivo che gli individui possono sperimentare a causa di eventi di vita estremamente impegnativi. La PTG è una trasformazione qualitativa del funzionamento individuale che implica un movimento che va al di là del semplice riadattamento al livello pre-traumatico di funzionamento. Il modello di crescita post-traumatica postula la crescita personale come risultato dell’elaborazione cognitivo-emotivo delle sfide innescate da un evento stressante. Tali sfide includono risposte al disagio emotivo legato al trauma, alle minacce all’idea di base su di sé e sul mondo, e all’interruzione della continuità della storia o narrativa della propria vita. Tali sfide sono influenzate dalle qualità dell’esperienza pre-traumatica dell’individuo e dalle caratteristiche degli eventi stressanti. L’impegno cognitivo relativo ad esse include una “ruminazione” automatica e deliberata, che può comportare la discussione degli eventi e delle sensazioni correlate al trauma[2]. La PTG è un’importante fonte di guadagno di risorse dopo un evento traumatico. Tale crescita è testimonianza di uno sviluppo della personalità e del benessere psicologico del soggetto stesso. Modello teorico della Crescita post-traumatica Tedeschi e Calhoun (2004)[1] hanno utilizzato il termine ruminazione (rumination) per indicare il processo cognitivo-emotivo che porta alla crescita dopo aver lottato con un evento traumatico e i cambiamenti negativi che ha provocato. Essi affermano che il processo cognitivo costruttivo (costructive cognitive process) è un’esperienza intrapersonale all’interno di un contesto interpersonale in risposta a uno specifico evento stressante. Aspetti sia socioculturali distali (macro), come valori, temi, narrazioni e modi di costruire il mondo nella società, che prossimali (micro) dell’ambiente, come famiglia, amici e tutto ciò che costituisce il proprio gruppo di riferimento primario, forniscono il contesto per la ruminazione individuale sulle esperienze legate al trauma e allo sviluppo della crescita post-traumatica. Il grado in cui un individuo è impegnato nella ruminazione costruttiva e riporta, di conseguenza, la crescita post-traumatica è in funzione di: 1 – Caratteristiche degli eventi stressanti, come le percezioni soggettive del livello di minaccia e il disagio emotivo che si accompagna ad essi; il fattore stressante deve essere di una portata tanto ampia da scuotere o oscurare la propria visione di sé e del mondo e innescare, di conseguenza, il processo cognitivo costruttivo che produce la crescita post-traumatica. 2 – Caratteristiche individuali come età evolutiva, genere e tratti di personalità come ottimismo, estroversione e uno stile cognitivo aperto, inclusa la volontà di mettere in discussione le credenze religiose e spirituali; queste sono le caratteristiche che predispongono a impegnarsi in un processo cognitivo costruttivo. 3 – Influenze ambientali, come il livello di supporto emotivo all’interno della rete sociale, l’opportunità di riflettere sul trauma e l’interazione con persone che hanno subìto un trauma simile e hanno raggiunto una crescita in seguito a tale esperienza. L’ambiente può aumentare la probabilità di una crescita post-traumatica riducendo il disagio emotivo, impedendo all’individuo di essere sopraffatto dal trauma e permettendogli di sostenere l’impegno cognitivo riguardante il trauma. Il concetto di crescita post-traumatica ha ricevuto un ampio supporto a livello empirico. Molte persone colpite da traumi che lottano per ricostruire le loro vite, sostengono di essere cresciuti in conseguenza a tali eventi: molti hanno raggiunto livelli maggiori di adattamento, di funzionamento psicologico, di consapevolezza della vita e di connessione spirituale. Aldwin et al. (1996)[3] hanno scoperto che circa l’80% dei sopravvissuti al trauma percepisce almeno alcuni risultati positivi in seguito alla loro esperienza. PTG e PTSD Alcuni studi hanno tentano di trovare una relazione tra crescita post-traumatica e sintomi relativi al disturbo post-traumatico da stress. Nella maggior parte dei lavori sulla PTG, tale costrutto è concepito come un risultato separato e indipendente dai punteggi dei sintomi del PTSD. Crescita post-traumatica e resilienza Va sottolineato, inoltre, come la crescita post-traumatica non sia la stessa cosa della resilienza. Quest’ultima è la capacità di continuare a vivere una vita con uno scopo anche dopo le difficoltà e le avversità. Nella crescita post-traumatica, l’individuo non solo sopravvive o affronta le difficoltà, ma sperimenta anche cambiamenti considerati importanti che vanno oltre la condizione precedente il trauma. La PTG non è semplicemente un ritorno alla “baseline” precedente; piuttosto, è un’esperienza di miglioramento profondamente significativa[1]. Conclusione Gli studi sulla PTG sono importanti per diverse ragioni: innanzitutto, esistono prove che mostrano cambiamenti significativi nella vita delle persone che affrontano eventi traumatici; in secondo luogo, concentrarsi solo sugli aspetti negativi del trauma può portare a una comprensione parziale delle reazioni post-traumatiche, in quanto per una comprensione completa delle reazioni al trauma dovrebbero essere considerati sia i cambiamenti positivi che quelli negativi; infine, i cambiamenti positivi possono essere usati come basi per ulteriori lavori terapeutici, fornendo speranza che il trauma possa essere superato. Bibliografia [1] Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15, 1–18. [2] Calhoun, L. G., & Tedeschi, R. G. (Eds.). (2006). Handbook of posttraumatic growth. [3] Aldwin, C. M., Sutton, K., & Lachman, M. (1996). The development of coping resources in adulthood. Journal of Personality, 64, 91-113.
Dal Ring al Mito: La Leggenda del Pugile Indomito

di Federico Rossi Se Nietzsche avesse mai visto un pugile in azione, forse avrebbe sostituito la sua “stella danzante” con un pugile vittorioso. Dopotutto, il pugilato, con la sua danza brutale di forza e strategia, è una metafora potente per la vita stessa. E proprio come un pugile affronta un avversario sul ring, noi affrontiamo le nostre sfide quotidiane, sia fisiche che mentali. Il pugilato rappresenta un viaggio di trasformazione, dove ogni incontro è un confronto con le proprie paure, limiti e insicurezze. Gli atleti non affrontano solo un avversario fisico, ma anche le loro debolezze interne. Questo viaggio dell’eroe si riflette nelle storie di pugili italiani come Giovanni Parisi ed internazionali come Muhammad Ali e James J. Braddock (Cinderella Man), che hanno superato immense difficoltà per raggiungere il successo. Di fatto il pugilato è innaturale in quanto richiede di andare contro il nostro istinto naturale di evitamento del dolore. Invece di scappare dal dolore, il pugile lo affronta direttamente. La sua lotta contro tutto e tutti diventa un reiterante agito borderline, un tentativo di confrontarsi con la sofferenza fisica e mentale per riuscire a sentire l’insentibile. La sua battaglia col mondo (e con se stesso) avviene come una perpetua lotta oggettuale contro il prossimo avversario. Questo processo di confronto e superamento del dolore fisico e mentale diventa essenziale per la sua crescita personale ed evoluzione come essere umano. Come disse Alejandro Jodorowsky, “Psiche,” anima in greco, significa anche “farfalla”. Nasciamo con un bruco di anima, il nostro lavoro è dargli ali e volo. Il pugile ci insegna il potere della resilienza quale forza per riprendersi dalle difficoltà, recuperando da sconfitte e infortuni per tornare sul ring più forti di prima. Questo concetto diventa ispirazione quotidiana alla vita di tutti i giorni: le avversità mettono alla prova il nostro carattere, ci spingono a cercare dentro di noi risorse inaspettate e ci mostrano il nostro vero io. La magia di questo sport si cela proprio qui, nel coraggio di inseguire un sogno che solo il cuore ardente può scorgere. Un sogno che sfida ogni limite, che spinge oltre la sopportazione, verso l’orizzonte sconfinato dell’anima. Perché nel profondo del ring si combatte una battaglia silenziosa. Non solo contro un avversario, ma contro i propri demoni, le paure che sussurrano dubbi e incertezze. Ma il pugile indomito non cede. Trasforma il dolore in carburante, la sua sofferenza in forza propulsiva, nota come volontà. Il pugilato così trascende, diventa più di uno sport; è metafora di vita. Ci insegna che la vera forza non sta nell’evitare il dolore, ma nel fronteggiarlo. La lotta con ogni avversario diventa un viaggio di scoperta del proprio Sé, un percorso di crescita e di trasformazione umana. Chi combatte, lotta contro le avversità della vita stessa, intraprende un percorso di continuo miglioramento, con il fine ultimo di volare più in alto del proprio dolore e delle avversità, di superarlo, proprio come un bruco che diventa farfalla. In questa luce, possiamo vedere il pugilato non solo come una disciplina fisica, ma come una lotta intrapsichica che può insegnarci a essere resilienti, coraggiosi e autentici. La vera essenza della boxe non è nel vincere o nel perdere, ma nel trovare la forza di lottare, sempre e comunque. È nell’abbracciare le proprie ferite, trasformandole in ali che ci permettono di volare più in alto superando ogni limite ed avversità. Nel profondo, il pugilato si rivela un balsamo curativo per chi è stato spezzato dalla vita. E alla fine, è questa autenticità, questa capacità di affrontare e superare il caos dentro di noi, che ci permette di partorire le nostre stelle danzanti. Come disse Albert Camus: “Essere diversi non è una cosa né buona né cattiva. Significa semplicemente che sei abbastanza coraggioso da essere te stesso.”
Dal nucleo al “sistema”

di Francesca Giuglielmetti Una delle cose che spesso risulta incomprensibile ai piú è perché, anche quando ci si trova palesemente davanti al disagio di un singolo, il terapeuta della famiglia convochi tutto il nucleo. Ora confesso che, nonostante tutti gli anni di studio, questa faccenda mi è stata realmente chiara solo passeggiando in una vigna. Si, una vigna, ma non una qualsiasi eh!, ma una magnifica, dolcemente adagiata sulle sponde del lago di Toblino, in Trentino. Durante la passeggiata (strategicamente ricercata per digerire la dodicesima portata di un pranzo di nozze) lo sguardo mi cadde su un elemento decisamente anomalo rispetto al contesto: davanti ad ogni filare c’era infatti un bellissimo cespuglio di rose. La questione doveva essere assolutamente indagata! Così, anche per sfuggire al Karaoke che incombeva, mi misi alla ricerca di una risposta. Fu la saggia zia, grande intenditrice di Gewürztraminer, a spiegarmi che la rosa ha una funzione ben precisa nei vigneti poiché è una “pianta spia”, una vera e propria sentinella, in grado di prevenire le “malattie” del vigneto. Il viticoltore guarda la rosa pensando al vigneto poiché il fiore manifesta in tempi prematuri rispetto al filare, i sintomi dovuti ad eventuali patologie. Attraverso la rosa il viticoltore monitora lo stato di salute del filare e, se necessario, è in grado di intervenire rapidamente nel caso in cui la malattia minacci la sua vigna. La passeggiata, ripresa all’imbrunire dopo i necessari chiarimenti, mi portó a pensare che il terapeuta, proprio come il viticoltore attento, per prima cosa nell’accogliere una famiglia cercherà ed osserverà la rosa. Quello che in letteratura si chiama “paziente designato” altro non è che un fiore bellissimo e delicato che porta in sé, anticipandolo al terapeuta, tutto il dolore del nucleo familiare. Le famiglie giungono in terapia letteralmente portate da un sintomo, da un disagio, da una difficoltà di uno dei suoi componenti. Mentre la famiglia, comprensibilmente, è tutta focalizzata sul disagio del suo membro, il terapeuta sa che il “paziente” è parte di un sistema. Il terapeuta sa poi che per essere efficace il suo intervento dovrà partire dal paziente, riconoscerne il dolore e prendersene cura ma sa anche che il paziente, così come la rosa, pur nella sua peculiarità, è parte del sistema e che la cura per essere efficace, pur iniziando dal paziente, deve coinvolgere e riguardare tutto il filare ossia tutta la famiglia. Nel prendersi cura della rosa il viticoltore si interconnette alla vigna e fa in modo che la sofferenza della rosa non sia stata vana ma sia servita a far crescere rigoglioso il vigneto; Nel prendersi cura del “paziente” il terapeuta si interconnette alla famiglia e fa in modo che tutto il suo dolore, la sua sofferenza ed il suo disagio siano riconosciuti nella funzione protettiva del singolo individuo che, sofferente e fragile, sta offrendo un’occasione di cura a tutta la famiglia.
Daddy Issues: Cos’è?

L’espressione daddy issues – la traduzione italiana può essere “complesso paterno” – viene sempre più utilizzata dai mezzi di informazione per definire le relazioni disfunzionali tra i papà e le figlie e, di conseguenza, i successivi legami affettivi adulti. Bisogna precisare che non si può parlare di diagnosi di daddy issues ma, nella letteratura psicologica, si fa riferimento più propriamente al Complesso di Elettra teorizzato da Carl Gustav Jung. Quest’ultimo, partendo dalla teoria del Complesso di Edipo di Freud, si pone l’obiettivo di esaminare l’evoluzione psicosessuale dei due generi, ritenendo la teoria di Freud non completa della parte femminile. Jung prende quindi in prestito il mito di Elettra, che cita per la prima volta nel 1913 nel suo Saggio di esposizione della teoria psicoanalitica, per descrivere il desiderio della bambina intorno ai 3-5 anni (fase fallica) di possedere il padre e il sentimento di rivalità amorosa con la madre. Dei daddy issues esiste il corrispettivo mommy issues, ovvero delle problematiche con la figura materna che vengono proiettate dall’uomo sulla partner adulta in una sorta di complesso edipico non superato (ad esempio un uomo che cerca un sostituto materno nella sua donna, o che reagisce a questioni irrisolte con la madre più che con la partner). È comune sentire bambine pronunciare frasi come “papà è mio”, mettersi letteralmente nel mezzo della coppia nel letto, aggredire la madre e rifugiarsi tra le braccia del padre. I daddy issues causerano nella bambina gelosia e comportamenti possessivi verso il papà. In questo modo, il padre diviene figura di riferimento per le relazioni affettive future: la donna cercherà nel partner un riflesso dei comportamenti del padre, e le relazioni sentimentali della vita adulta saranno sane ed equilibrate laddove vi sarà stata una spontanea risoluzione del Complesso di Elettra. Se il padre avrà, con dolcezza e autorevolezza, posto dei limiti ai desideri della figlia e valorizzato la sua compagna con amore e non rappresentando una mascolinità tossica, intorno ai 6 anni la bambina tornerà a identificarsi con la madre senza entrare più in competizione con lei e inizierà a rivolgere interesse verso figure maschili esterne. Alcune figure genitoriali che generano il “complesso paterno” appaiono esternamente padri esemplari, premurosi e attenti ai bisogni dei figli. Ma questa immagine esteriore non sempre equivale a ciò che accade all’interno del sistema familiare. Stiamo parlando del genitore narcisista che vuole solo vedere riflettere la sua grandiosità nel figlio che ha generato, agisce ogni tipo di comportamento vessatorio affinché ciò accada e mette in atto continue svalutazioni o critiche per restare l’unico brillante della famiglia e non rischiare di perdere questo ruolo con la nascita del figlio. Crescere con un padre con personalità narcisista, che utilizza il figlio come un oggetto a seconda del bisogno egoico che deve soddisfare e senza possibilità di essere visti o ascoltati, ha esiti psicologici vari e complessi che rientrano a pieno negli effetti dei daddy issues. Stiamo parlando di una forte sensazione di solitudine e vuoto interiore, ansia, depressione, disturbi psicosomatici importanti, ma anche disturbi di personalità.
DaD: la scuola durante la pandemia

Una panoramica sul vissuto degli insegnanti e degli studenti di Giada Mazzanti Da ormai più di un anno il COVID-19 attanaglia non solo l’Italia ma tutto il mondo provocando vittime e costringendoci a rivoluzionare ogni aspetto della vita. Uno dei tanti effetti delle norme per evitare il dilagare dell’infezione consiste nel “vivere la casa” ventiquattro ore su ventiquattro. Tali norme impongono il condensare tra le mura domestiche i vari luoghi esterni alla casa come il lavoro, lo svago, la scuola; in alcuni casi le abitazioni hanno spazi insufficienti per creare un ambiente di lavoro per ogni membro della famiglia. Da questi presupposti si potrebbero trattare moltissimi argomenti ma concentriamoci sulla tematica scuola, in particolare sugli insegnanti e gli alunni. A marzo 2020 l’attività didattica era stata completamente sospesa per ogni grado scolastico nella speranza di riprenderla dopo poche settimane. La ripresa non è stata possibile e le scuole si sono mosse, in modo non uniforme, per poter fornire l’istruzione. I problemi sono emersi immediatamente: non tutti possedevano un dispositivo, nel caso ci fosse stato, era unico per più bambini causando la non totale e continuativa partecipazione alle lezioni delle classi, inoltre non tutti non avevano una copertura internet adeguata (fondamentale per questo tipo di didattica); d’altro canto gli stessi insegnanti trovavano difficoltà nell’interfacciarsi con gli strumenti, l’aumento del carico di lavoro aumentava lo stress e la frustrazione di non riuscire a gestire la classe come avrebbero fatto in presenza. In complesso le lezioni risultavano farraginose e complesse nonostante la buona volontà di tutti. In questo contesto non è difficile immagine il grande disagio sia degli insegnanti che degli studenti. A tal proposito la letteratura suggerisce che l’attuale pandemia, essendo così prolungata possa portare ingenti effetti sulla salute sia fisica che mentale e in generale minare il benessere della persona, compresi studenti e insegnanti (OECD, 2020). In particolare, negli insegnanti, il disagio può derivare sia dai rischi per la salute propria e dei propri cari, sia dall’aumento del carico di lavoro legato alle nuove modalità di insegnamento, richieste in modo improvviso e in assenza di una formazione adeguata. Lavorare in questa situazione è un fattore di rischio per la possibile insorgenza di burnout. La ricerca condotta presso l’ateneo bolognese (Matteucci; 2021) evidenza diversi fattori di rischio per la figura dell’insegnante, oltre all’eccessivo carico di lavoro per la preparazione delle lezioni c’è da tenere presente che la gestione dei comportamenti degli alunni diventa più complessa come anche la gestione dei conflitti tra gli insegnanti e il mancato riconoscimento sociale della propria figura professionale. Vengono annoverati anche dei fattori di rischio più strettamente collegati alla DaD come la difficoltà nell’utilizzo delle tecnologie o anche nell’ottenere lo stesso livello di partecipazione degli studenti. Fortunatamente sono stati riscontrati anche dei fattori protettivi come l’aumento dell’autoefficacia legata anche al piacere del coinvolgimento lavorativo e dal supporto sociale fornito ma anche il fatto che si possano individualizzare maggiormente le attività e che si abbia un orario maggiormente flessibile. Parlando degli studenti si registra lo stesso tasso di frustrazione e in molti casi anche la paura di non riuscire a tornare a una normalità o anche l’ansia legata alla persecutorietà della pandemia. Questi stati di malessere possono manifestarsi con diversi comportamenti come attuare un eccessivo attaccamento, avere paura che i famigliari si possano ammalare, essere distratti, fare domande in modo ossessivo e su temi depressivi ma anche mostrando irritabilità. Ai bambini e ai ragazzi la situazione attuale priva della routine sia scolastica che non e principalmente nelle ore scolastiche in DaD si nota la fatica del non riuscire a mantenere il legame con i compagni ma anche con gli insegnati, di non riuscire a concentrarsi in quanto l’ambiente domestico fornisce molte distrazioni, difficoltà con la connessione internet ma anche la maggiore fatica a partecipare attivamente durante le lezioni (Izzo, 2020). Non solo, la pandemia impatta sulla salute dei bambini attraverso differenti fattori. In primo luogo il distanziamento sociale ha un effetto sullo sviluppo psico-emotivo e relazionale; se si guarda ai preadolescenti e adolescenti il rischio viene riscontrato maggiormente in quanto è un periodo in cui la socialità e il rapporto con i coetanei è fondamentale per formare se stessi e sperimentarsi. È un vero e proprio compito evolutivo e la scuola oltre a formare le menti forma anche la persona inserendo i ragazzi nel contesto sociale. L’impossibilità di sperimentazione e relazione con l’ambiente esterno alla famiglia e di pari comporta l’aumento dell’isolamento dei ragazzi in camera trascorrendo il tempo sui social network per supplire la mancanza della socialità; questo però potrebbe essere un secondo fattore di rischio. Di conseguenza la relazione intra-familiare risente di maggiori conflitti. Un secondo fattore di rischio potrebbe essere legato all’eccessivo uso dei dispositivi tecnologici e in particolare dell’uso non consapevole dei social network. Essi sono fondamentali in questo periodo in quanto permettono di mantenere dei “legami virtuali” e poter perpetuare l’insegnamento ma questa modalità ha insita in sé alcune potenziali criticità. L’apprendimento avviene tramite la relazione e attraverso il computer non si riesce a creare lo stesso tipo di “connessione”, risultando l’insegnamento svuotato della sua componente principale. Questo aspetto comporta un decadimento della motivazione. In più i ragazzi come momento di svago tendono a rimanere connessi rischiando di incorrere nelle classiche problematiche del web. Dai primi punti ne consegue l’ultimo: rischio di regressione psico-evolutiva. Il vivere in queste condizioni in cui la sperimentazione di sé, la costruzione di routine e la progettualità vengono a meno possono far comparire tendenze depressive orientate in particolar modo a indolenza e refrattarietà rispetto ai compiti e alla responsabilità. Si creano quindi le potenziali condizioni per l’attuazione di comportamenti autolesivi di varia natura, ma anche per comportamenti aggressivi legati a vissuti di rabbia, di frustrazione e di assenza di prospettiva in quanto questa situazione sembra non avere una conclusione prossima. La situazione storico-sociale che caratterizza il periodo attuale è molto complessa, porta a una discussione delle abitudini ma anche al confrontarci con delle possibili criticità di sviluppo. È bene riflettere anche sui possibili fattori positivi come l’ampliamento