Decision making a scuola e compiti di sviluppo

In nessun ordine di cose l’adolescenza è il tempo della vita semplice.(Janet Erskine Stuart) Le ricerche psicologiche hanno portato alla luce molte cose sull’adolescenza, fra cui il costo che i compiti di sviluppo hanno sul piano psicologico dei ragazzi e delle ragazze. Per inserirsi nei diversi contesti sociali l’adolescente deve affrontare diversi compiti evolutivi, ossia compiti che si presentano in un determinato periodo della vita di un individuo e la cui buona risoluzione conduce alla felicità e al successo nell’affrontare i problemi successivi (Havighurst 1952). Per non parlare delle domande di senso che l’adolescente si pone. Chi sono? Che cosa voglio fare della mia vita? Come posso realizzare ciò che voglio? Cosa posso dire? Nel complesso ogni azione comporta il superamento di un compito di sviluppo il cui scopo è la conoscenza e il controllo dell’individuo sulla realtà. Alcuni comportamenti sono uguali per tutti gli adolescenti. Le condotte principali non cambiano. Ciò che può differire, sono, invece, i dettagli. Infatti, ciascun adolescente è diverso dall’altro ed è chiaro che diverso sarà anche il suo approccio alla vita. Cosa può fare la scuola? Ogni volta che l’adolescente deve affrontare un un compito di sviluppo vive momenti di angoscia e tensione interna che si ripercuotono anche sul piano degli apprendimenti. Gli adolescenti possono manifestare situazioni di malessere e di insuccesso formativo. Dinanzi ai vari compiti di sviluppo l’adolescente risponde in vario modo: -affonta o nega il problema -risolve subito o procrastina la situazione di disagio – ricerca un “capro espiatorio” -individua una persona in grado di sostituirsi nella risoluzione del problema. A volte gli adolescenti non riescono a fronteggiare in maniera efficace i vari compiti di sviluppo e potrebbero sperimentare il senso del “fallimento psicologico” , che si ripercuote in alcuni casi anche sul piano degli apprendimenti. La scuola deve far comprendere agli adolescenti che la vita è fatta di prove e che ci sono risposte corrette e risposte non perfette. Non parliamo di risposte sbagliate. Successivamente si punterà su strategie di decision making mediante i seguenti step offrendo all’allievo la possibilità di: identificare il problema(relativo ai compiti di sviluppo) che intende risolvere fare un elenco di varie opzioni di scelta individuare i punti di forza e di debolezza mettere in campo la scelta effettuata rivedere la decisione presa.

Decidere di pancia

di Umberto Maria Cianciolo Cosa guida realmente le nostre scelte? Siamo sicuri che ogni nostra decisione si basi solo su aspetti razionali? Se dovessimo scegliere tra due o più alternative valide, tra cui non sapremmo deciderci, cosa guiderebbe la nostra scelta? Questi sono gli interrogativi da cui è partito lo studio di Antonio Damasio e colleghi (Damasio, 1974, 1994) che, osservando pazienti con danni alla regione prefrontale ventromediale, rimasero sorpresi nel constatare che questi avessero difficoltà nel pianificare la propria giornata e il proprio futuro, e difficoltà a scegliere amici, partner e attività, nonostante gran parte delle abilità intellettive (apprendimento, memoria, attenzione, QI) fossero preservate (Damasio, Everitt e Bishop, 1996). Inoltre, Damasio osservò che in questi pazienti era compromessa la capacità di esprimere emozioni e provare sentimenti in situazioni in cui ci si sarebbe aspettato il contrario. Da quest’ultima osservazione, Damasio teorizzò l’esistenza del marcatore somatico: l’attivazione viscerale, neuro-biologica, nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione, guiderebbe la nostra scelta, e di ciò possiamo esserne consapevoli come inconsapevoli. Tale attivazione neuro-biologica, che guiderebbe il nostro ragionamento e processo decisionale, dipenderebbe dalla disponibilità di informazioni relative alla situazione, ai soggetti, alle opzioni di scelta e agli esiti che da queste deriverebbero. Per verificare ciò, Damasio e colleghi (1996) hanno messo a punto lo Iowa Gambling Task, basato sulle dinamiche del gioco d’azzardo, coinvolgendo soggetti con danni prefrontali e deficit decisionali (gruppo sperimentale) e soggetti “sani” (gruppo di controllo). Tale compito, secondo gli autori, rispecchierebbe moltissime situazioni quotidiane che, come nel gioco, sono associate a situazioni incerte di punizione e ricompensa e, quindi, a concetti quali il piacere e la regolamentazione dell’equilibrio omeostatico, compresa la necessità di regolazione emotiva (Damasio et al., 1997). Damasio (1996) ha individuato nella corteccia prefrontale ventromediale la regione cerebrale fondamentale per l’apprendimento dell’associazione tra alcune “classi” di situazioni complesse e il tipo di stato bioregolatorio associato (tra cui quello relativo alle emozioni). La porzione ventromediale agirebbe nel mantenere il potenziale emotivo da mettere in moto, attraverso l’azione amigdaloidea, in specifiche situazioni e contesti. Il ragionamento esplicito che precede la presa di decisione, dunque, sarebbe preceduto da un’attivazione inconscia che lo supporta. I giocatori ricevevano quattro mazzi di carte e un prestito di duemila dollari (facsimili). Gli veniva chiesto di giocare in modo tale da perdere la minima quantità di denaro e vincerne il più possibile. Contestualmente veniva registrata la loro risposta di conduttanza cutanea. Girare una carta comportava una vincita immediata di 100 dollari nei mazzi A e B, di 50 dollari nei mazzi C e D. Tuttavia, girare alcune carte comportava anche una penalità, maggiore nei mazzi A e B più che nei mazzi C e D. Dunque, giocare con i mazzi A e B conduceva ad una maggiore perdita, al netto delle maggiori vincite. Al contrario, giocare coi mazzi C e D conduceva ad una maggiore vincita, al netto di maggiori perdite. I partecipanti non erano a conoscenza di quando avrebbero pescato la carta che dava penalità, nessun modo di calcolare quale mazzo avrebbe dato la maggiore vincita e quale la maggiore perdita e nessuna conoscenza rispetto a dopo quante carte sarebbe terminato il gioco (dopo 100 carte). Dopo aver riscontrato alcune perdite, i soggetti con danni bilaterali alla corteccia prefrontale ventromediale, al contrario dei soggetti di controllo, non generavano una risposta di conduttanza cutanea prima di selezionare una carta dai mazzi che portavano a maggiori perdite e non evitavano di pescare da questi mazzi (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Per verificare se i soggetti ragionassero sulla natura del gioco già dopo i primi pescaggi o solo dopo, durante lo svolgimento del compito erano valutate 3 informazioni in 10 partecipanti di controllo e in 6 pazienti: risposta comportamentale, cioè il numero di carte selezionate dai mazzi che portavano a maggiori vincite rispetto a quelli che portavano a maggiori perdite; come anticipato, gli indici di conduttanza cutanea prima che ciascuno pescasse da un mazzo; una risposta verbale da parte di ciascun soggetto sulla natura del gioco e sulla strategia che stavano mettendo in atto. Quest’ultima risposta era registrata ogni 20 carte che il soggetto pescava (aveva già subìto almeno una penalità), ponendo le seguenti domande: “Dimmi tutto quello che sai su ciò che sta succedendo in questo gioco” e “Dimmi cosa ne pensi di questo gioco”. Dopo aver testato tutti e quattro i mazzi, e prima di riscontrare perdite, i soggetti preferivano i mazzi A e B, non generando una risposta di conduttanza cutanea significativa. Dopo aver riscontrato alcune perdite nei mazzi A e B (verso la carta numero 10), i partecipanti “sani” iniziavano a sviluppare una risposta di conduttanza cutanea per questi mazzi. Arrivati alla ventesima carta, tuttavia, tutti sostenevano di non aver ancora capito la logica del gioco. Alla cinquantesima carta, tutti i partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere il proprio sospetto rispetto al fatto che i mazzi A e B fossero rischiosi e manifestavano una risposta di conduttanza cutanea ogni volta che pensavano di scegliere una carta dai mazzi A e B. All’ottantesima carta, molti partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere i propri pensieri sul perché, nel lungo periodo, i mazzi A e B portassero a maggiori perdite e C e D fossero quelli con maggiori guadagni. Sette dei dieci partecipanti “sani” monitorati raggiunsero quest’ultimo step di presa di coscienza, continuando ad evitare i mazzi negativi e generando una risposta di conduttanza cutanea ogni qual volta meditassero di pescare una carta dai mazzi negativi. Sorprendentemente, anche gli altri tre dei dieci, pur non raggiungendo questo livello di consapevolezza, fecero delle scelte vantaggiose. I pazienti, anch’essi monitorati, raggiunsero questo livello di consapevolezza ma, nonostante ciò, perseveravano nello scegliere le carte dai mazzi che portavano a maggiori perdite (A e B) e non generavano una risposta di conduttanza cutanea preventiva. Da questi risultati, gli autori conclusero che la rappresentazione sensoriale di una situazione che richiede la presa di decisione porti a due catene di eventi, paralleli ma anche interagenti (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Nella prima, o la rappresentazione sensoriale della situazione o

DCA, Anoressia e Bulimia: il pericolo dei profili recovery

DCA anoressia bulimia

Abbiamo già affrontato il delicato rapporto di interconnessione tra i social networks e i disturbi del comportamento alimentare DCA. Negli ultimi tempi, i social sono diventati una vetrina per raccontare, spiegare e documentare i disturbi mentali. Se da un lato questa tendenza contribuisce a vincere il tabù che aleggia attorno al tema della salute mentale, dall’altro rischia un effetto boomerang. La narrazione del disagio psichico è spesso romanzata e patinata e mira ad una disperata ricerca di attenzione e visibilità. Altre volte invece queste testimonianze assumono contorni preoccupanti perché scatenano ammirazione ed emulazione. In particolare, stanno facendo molto discutere ultimamente i profili recovery. I “profili recovery” sono diari alimentari digitali in cui giovani affetti da DCA documentano la propria guarigione, postando ogni tappa del percorso. In Italia ce ne sono più di cinquemila, affollano il web con immagini super instagrammabili di cibo opportunatamente pesato, impiattato e postato sui social. L’hashtag #recovery racconta storie di anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare, tra spettacolarizzazione della disturbo e conta delle calorie. Questi profili nascono con la nobile intenzione di creare dei gruppi virtuali di sostegno in cui gli utenti si incoraggiano a vicenda per guarire. Tuttavia nascondono dei pericoli e possono rivelarsi addirittura controproducenti. La maggior parte dei profili recovery racconta la quotidianità con una grande attenzione all’estetica, postando ricette salutari e proponendo uno stile di vita healthy. Questa idea di perfezione e disciplina, scatena negli utenti affetti da DCA un misto di ammirazione, emulazione e frustrazione. “Perché loro sono così perfetti e io no? Perché loro riescono e io no?”Per persone che stanno vivendo di per sé un momento di fragilità, cadere nella trappola del fallimento e del senso di inadeguatezza è molto facile.

Davvero le altre coppie sono più felici di noi?

Joshua Coleman è uno psicologo e ricercatore presso il Council on Contemporary Families. Ho letto un suo recente articolo sul tema del confronto: tutti noi siamo portati a paragonare la nostra esperienza con quella degli altri e molto spesso sovrastimiamo la loro felicità, il loro benessere o le loro competenze. Coleman parla, in particolare, della propria esperienza come terapeuta di coppia e rivela che molto spesso le coppie in terapia idealizzano le altre coppie, di amici o conoscenti. Questo succede, in maniera più o meno intensa, a tutti gli esseri umani: paragonarci agli altri è tipico della nostra natura sociale. I periodi di noia, di fatica e di insoddisfazione, in una relazione di coppia, sono tuttavia un dato prevedibile; da considerare fisiologico, più che preoccupante. John Gottman, professore emerito di psicologia dell’Università di Washington, ha determinato, con una lunga ricerca sul campo, che ben il 69% dei problemi tra i membri  di coppie sposate non viene in realtà mai risolto: gli scontri si verificano nella maggior parte dei casi su problemi di comunicazione, di denaro, di genitorialità o di divisione dei lavori domestici, che spesso restano tali. Si può invece intervenire sulla percezione e sulle modalità di azione e reazione. Perché ciò che distingue le coppie felici da quelle infelici non è il conflitto quotidiano in sé, ma il modo in cui ciascuna parte pensa ai dissapori e alle litigate e a come le interpreta nel rapporto con l’altro. E per quanto riguarda l’intesa intima? L’idea che le altre coppie abbiano una relazione fisica migliore, più eccitante, o forse solo più intensa, è molto comune, secondo le ricerche. Ma come sembrano concordare numerosi studi sociologici, i dati rilevano come il periodo più passionale per la grande maggioranza delle coppie sia di solito il primo anno della relazione; nel tempo, gli incontri con il partner avvengono una volta alla settimana e poi su base sempre più irregolare. Anche qui, la nostra tendenza al confronto, ci porta fuori strada nelle opinioni che abbiamo degli altri e delle loro relazioni.: il confronto sociale è la migliore ricetta per l’infelicità: non è difficile pensare a quanto fanno i social in questo campo, nell’aumentare i confronti e l’insoddisfazione degli individui e delle coppie. In ogni caso, sapere che nella maggioranza assoluta dei casi tendiamo a sovrastimare l’erba del vicino, come già la saggezza popolare sostiene da sempre e come dimostrato dai risultati delle ricerche piscologiche e sociali, può aiutare a capire che spesso ci illudiamo, a nostro unico svantaggio: non possiamo infatti conoscere la verità delle relazioni delle altre coppie dall’esterno. Possiamo imparare a ridimensionare e a osservare: si può apprendere molto dalle coppie che sembrano fare sia meglio sia peggio di noi. È un ottimo antidoto contro la trappola del confronto a nostro sfavore: molte ricerche sottolineano come i coniugi esaminati, ascoltando le storie degli altri, abbiano provato sollievo e sorpresa nello scoprire che non erano gli unici a Questo ha notevolmente  ridotto la sensazione di isolamento e di disapprovazione che provavano verso sé stessi e il proprio compagno o la propria compagna. In sostanza, dietro le vite apparentemente ideali, della nostra o delle altre coppie, ci sono sofferenze e battaglie: come quelle di tutti gli altri. Mal comune, mezzo gaudio, dunque? No, di certo. Ma avere una dimensione più realistica di ciò che avviene statisticamente nelle vite degli altri, aiuta a comprendere, accettare e dare più valore alle nostre relazioni; e a giudicarle in modo più comprensivo e meno severo. E forse con un po’ di ottimismo in più.

Dalle “scuole speciali” ai “bambini speciali”: evoluzione di un pregiudizio

di Francesca Guglielmetti C’ è stato un tempo in cui la disabilitá a scuola praticamente non esisteva non perché non ci fossero disabili ma, semplicemente, perché ci mancavano le parole per definirli e, dunque, per pensarli. Era l’epoca in cui la diversità veniva trattata utilizzando categorie (anche linguistiche) generiche e spesso, se guardate con la sensibilità odierna, giudicanti. Non c’era però accanimento, né “cattiveria” ma solo impreparazione. Era l’epoca in cui si cercava di fare qualcosa adattando le risorse a disposizione con i bisogni di cui si iniziava ad avere consapevolezza. È su queste basi che poggiava la legge n. 1859 del 1962 la quale stabiliva che si potessero istituire le “classi differenziali per gli alunni disadattati scolastici”. Cinque anni dopo (DPR n. 1518 del 22 dicembre 1967) vennero istituite le scuole definite “speciali” ossia degli istituti in grado di rispondere alle necessità di “soggetti che presentano anomalie o anormalità somato-psichiche che non consentono la regolare frequenza nelle scuole comuni e che abbisognano di particolare trattamento e assistenza medico-didattica”. Per gli altri, ossia “i soggetti ipodotati intellettuali non gravi, disadattati ambientali, o soggetti con anomalie del comportamento, per i quali possa prevedersi il reinserimento nella scuola comune” si manteneva l’inserimento nelle “classi differenziali”. Bisogna attendere 10 anni per assistere ad un cambio di passo sia dialettico che normativo. Nel 1977 infatti grazie alla Legge 517 la scuola italiana dava vita ad un modello di integrazione scolastica su cui si sarebbero basate tutte le norme future. La legge mirava a superare le logiche dell’esclusione e dell’educazione separata e da allora non ha arretrato di un millimetro rispetto a questa necessità. È a questa legge che si deve l’istituzione di una figura professionale unica: L’insegnante per le attività di sostegno. Ecco ora occorre chiarire e chiarirci. L’insegnante per le attività di sostegno (lo so la dizione è lunga ma ci aiuta a capire bene di cosa stiamo parlando) è un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità, suo compito è rispondere alle maggiori necessità educative richieste dalla presenza di un alunno con disabilità. L’insegnante per le attività di sostegno non è dunque “l’insegnante dell’alunno disabile”. A sua volta l’alunno con disabilità è un alunno a tutti gli effetti e non “l’alunno dell’insegnante di sostegno”, non è “speciale” ma ha sicuramente dei “bisogni speciali” di cui bisogna occuparsi. Chiamare gli alunni disabili “bimbi speciali” ci fa tornare indietro di molti anni, elimina le conquiste fin qui raggiunte e fa ricomparire il pre-giudizio di cui stavamo cercando di liberarci: considerare chi porta con sé una diversità come impossibile da integrare o, meglio, da includere all’ interno di una classe. Alla stringitura dei sacchi la disabilità, continua a mettere a disagio. Dinanzi a questo disagio si attiva spesso un meccanismo apparentemente benevolo ma in realtà divisivo: l’alunno da disabile diviene speciale e necessita di un “suo” insegnante, altrettanto speciale. Abolite le scuole e le classi speciali l’esclusione entra in classe assumendo forme ambigue, occulte e solo apparentemente accoglienti. Come uscirne? Dando un nome alle cose senza aver paura delle parole, chiamando con il nome corretto la disabilità dell’alunno e rendendola nota anche agli altri alunni, chiarendo quali sono le sue necessità ma anche i suoi limiti e le sue difficoltà accettando insomma la sfida senza cercare vanamente di rendere tutti uguali o, peggio, fingendo che tutti siano uguali ma accettando l’imperfetta unicità che la disabilità ci impone di guardare.

Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.

Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

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Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?

Dalla formazione neuropsicologica in Campania alla professione di psicologo clinico e neuropsicologo nel Regno Unito

Marzio Ascione, Associate Fellow Chartered Psychologist, Division of Clinical Psychology and Division of Expert Witnesses, BPS; Head Psychology at The Willows Hospital, Mental Health Service Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Conobbi il Professor Dario Grossi ed il suo team guidato dal Dr Michele Lepore alla fine del 1998. Cominciavo allora la preparazione della mia tesi di laurea. Il modello multidisciplinare del gruppo di lavoro ed il rigore della sperimentazione mi aiutarono molto nella direzione che avrei successivamente preso. Imparare l’amministrazione di test semplici come il Fostein MMSE e quelli piu complessi fu imparare un linguaggio condivisibile a cui il Professor Grossi aggiungeva delle intuizioni appassionanti. Il modello di lavoro centrato sul paziente ma anche l’apertura alla conoscenza e alla discussione nel team di altri approcci, come quello di Barbara Wilson a Cambridge, Inghilterra, stimolarono la curiosità che mi portò a completare gli studi all’estero. Il modello multidisciplinare (MDT) praticato dal gruppo di Grossi fu un’esperienza di imprinting del modello clinico e scientifico tra le più formative che mi ha poi aiutato nella mia carriera nel Regno Unito. Svolgere la professione di psicologo e neuropsicologo in Inghilterra non è cosa semplice, e tanti aspiranti colleghi trovano non pochi ostacoli al riconoscimento dei titoli di studio ed alle qualifiche acquisite in Italia. Lo psicologo clinico come è noto è una “professione regolamentata” e nel Regno Unito la British Psychological Society (BPS) ha regolato l’ingresso fino al 2010, anno in cui l’Health and Care Professions Council (HCPC) divenne l’organo governativo di competenza. Anche se esistono percorsi relativamente diretti per i cittadini europei che volessero praticare la professione in UK, HCPC riserva il diritto di valutare i percorsi teorici ed esperienziali dei candidati psicologi, prima di erogare lo status di equivalenza come Practitioner Psychologist. I titoli ed esperienze devono soddisfare le aspettative della BPS ed HCPC in modo da concedere l’idoneità per quella che viene tecnicamente chiamata la Chartered Graduate Member. Bisogna poi soddisfare una delle divisioni professionali che operano all’interno del BPS ed HCPC. Nella maggior parte dei casi, si soddisfano i requisiti per la Chartered membership, ma bisogna intraprendere un’ulteriore formazione pratica e possibilmente fare qualche studio aggiuntivo ai fini di ottenere piena equivalenza alla pratica di psicologo c l i n i c o . I n f a t t i , i l prerequisito per l’iscrizione all’ordine britannico e’ il livello del dottorato clinico. Nel Regno Unito, diventare uno psicologo clinico richiede una laurea triennale in psicologia, seguita da un’esperienza di lavoro come Assistant Psychologist di almeno 2 anni per poi accedere ad un dottorato in psicologia clinica. A c c e d e r e a l d o t t o r a t o e ’ estremamente d i f fi c i l e . Ogni università offre soltanto 20 posti all’anno su 500 candidati. Il dottorato richiede generalmente tre anni per essere completato e prevede una combinazione di corsi, ricerca e pratica supervisionata, come tirocini presso NHS Trusts. In Gran Bretagna, conseguita l’iscrizione alla professione, e’ abbastanza facile trovare lavoro, Si pensi soltanto che gli psicologi iscritti all’ordine sono 26000 su una popolazione di 67 milioni di abitanti mentre in Italia 60000 iscritti agli ordini su una popolazione di 59 milioni. Nel Regno Unito, gli psicologi clinici e neuropsicologi possono lavorare in vari contesti, come il NHS, i team di salute mentale della comunità, le cure primarie e le istituzioni educative, tra gli altri. Ci sono anche opportunità di lavorare nella ricerca, negli istituti di istruzione superiore e negli studi privati. I l campo della psicologia e neuropsicologia è diventato una risorsa preziosa nel sistema legale, come in Italia anche nel Regno Unito. Gli Expert Witness con una vasta esperienza in neuropsicologia sono ora ampiamente ricercati per offrire la loro esperienza in casi legali riguardanti lesioni personali, negligenza medica e risarcimento dei lavoratori. Per diventare un neuropsicologo Expert Witness nel Regno Unito è necessario disporre delle credenziali e della competenza necessarie nel campo. Per lavorare come esperto neuropsicologo nel Regno Unito, è necessario avere una laurea in psicologia, un dottorato e una licenza per esercitare nel Regno Unito. Inoltre, il professionista deve e s s e r e e s p e r t o n e l l a somministrazione e interpretazione di test neuropsicologici, possedere eccellenti capacità comunicative e avere la capacità di scrivere e articolare opinioni in termini legali e m e d i c i . B i s o g n a e s s e r e a conoscenza delle leggi e dei r e g o l a m e n t i p e r t i n e n t i che disciplinano il ruolo di testimoni esperti. Come in Italia, in Gran Bretagna il neuropsicologo Expert Wi tness fornisce un’opinione obiettiva e imparziale sulla capacità mentale di un individuo di prendere decisioni informate. Valuta i l funzionamento cognitivo ed emotivo di individui che hanno subito lesioni cerebrali a seguito di incidenti, malattie o procedure mediche. Forniscono testimonianze in tribunale riguardanti lo stato cognitivo ed emotivo dell’individuo, la sua capacità di lavorare, la sua prognosi futura e il suo potenziale per un’ul ter iore r iabi l i tazione. Lavorare come neuropsicologo testimone esperto può essere impegnativo, poiché i casi possono essere complessi e richiedono molto tempo. Il testimone esperto deve mantenere l’obiettività e l’imparzialità mentre si occupa di casi carichi di emozioni. A volte bisogna anche affrontare un controinterrogatorio (cross-examination) da parte degli a v v o c a t i , c h e p u ò e s s e r e impegnativo e richiedere a l testimone esperto di avere una conoscenza approfondita del sistema legale.  Per v ia del la comples s i tà e dell’unicità dei casi, lavorare come Expert Witness vuol dire anche utilizzare la sistematicità del modello della ricerca scientifica per formare e condividere un opinione esperta sul caso. La scuola campana di neuropsicologia con Dario

Dal trauma alla crescita: il costrutto di crescita post-traumatica

Gli eventi traumatici sono estremamente disfunzionali per gli esseri umani, i quali spesso non possono continuare a vivere attraverso il loro precedente stile di vita e devono ricostruire e riorganizzare la loro esistenza. In questo contesto, molte persone dichiarano di essere cresciute psicologicamente dopo aver affrontato eventi traumatici: per esempio, considerano la loro vita in maniera più significativa e la apprezzano maggiormente, si avvicinano ai loro amici e alla loro famiglia e ottengono una maggiore soddisfazione dalla loro fede religiosa. Questi effetti positivi conseguenti a eventi traumatici sono chiamati “Crescita post-traumatica” (Post-traumatic Growth o PTG). Che cos’è la Crescita post-traumatica? Tedeschi e Calhoun (2004)[1] definiscono la crescita post-traumatica come la tendenza, in seguito a un trauma, a riportare cambiamenti in positivo, un significativo cambiamento benefico nella vita cognitiva ed emotiva che può avere anche implicazioni comportamentali. La crescita post-traumatica è quindi un tipo di cambiamento positivo che gli individui possono sperimentare a causa di eventi di vita estremamente impegnativi. La PTG è una trasformazione qualitativa del funzionamento individuale che implica un movimento che va al di là del semplice riadattamento al livello pre-traumatico di funzionamento. Il modello di crescita post-traumatica postula la crescita personale come risultato dell’elaborazione cognitivo-emotivo delle sfide innescate da un evento stressante. Tali sfide includono risposte al disagio emotivo legato al trauma, alle minacce all’idea di base su di sé e sul mondo, e all’interruzione della continuità della storia o narrativa della propria vita. Tali sfide sono influenzate dalle qualità dell’esperienza pre-traumatica dell’individuo e dalle caratteristiche degli eventi stressanti. L’impegno cognitivo relativo ad esse include una “ruminazione” automatica e deliberata, che può comportare la discussione degli eventi e delle sensazioni correlate al trauma[2]. La PTG è un’importante fonte di guadagno di risorse dopo un evento traumatico. Tale crescita è testimonianza di uno sviluppo della personalità e del benessere psicologico del soggetto stesso. Modello teorico della Crescita post-traumatica Tedeschi e Calhoun (2004)[1] hanno utilizzato il termine ruminazione (rumination) per indicare il processo cognitivo-emotivo che porta alla crescita dopo aver lottato con un evento traumatico e i cambiamenti negativi che ha provocato. Essi affermano che il processo cognitivo costruttivo (costructive cognitive process) è un’esperienza intrapersonale all’interno di un contesto interpersonale in risposta a uno specifico evento stressante. Aspetti sia socioculturali distali (macro), come valori, temi, narrazioni e modi di costruire il mondo nella società, che prossimali (micro) dell’ambiente, come famiglia, amici e tutto ciò che costituisce il proprio gruppo di riferimento primario, forniscono il contesto per la ruminazione individuale sulle esperienze legate al trauma e allo sviluppo della crescita post-traumatica. Il grado in cui un individuo è impegnato nella ruminazione costruttiva e riporta, di conseguenza, la crescita post-traumatica è in funzione di: 1 – Caratteristiche degli eventi stressanti, come le percezioni soggettive del livello di minaccia e il disagio emotivo che si accompagna ad essi; il fattore stressante deve essere di una portata tanto ampia da scuotere o oscurare la propria visione di sé e del mondo e innescare, di conseguenza, il processo cognitivo costruttivo che produce la crescita post-traumatica. 2 – Caratteristiche individuali come età evolutiva, genere e tratti di personalità come ottimismo, estroversione e uno stile cognitivo aperto, inclusa la volontà di mettere in discussione le credenze religiose e spirituali; queste sono le caratteristiche che predispongono a impegnarsi in un processo cognitivo costruttivo. 3 – Influenze ambientali, come il livello di supporto emotivo all’interno della rete sociale, l’opportunità di riflettere sul trauma e l’interazione con persone che hanno subìto un trauma simile e hanno raggiunto una crescita in seguito a tale esperienza. L’ambiente può aumentare la probabilità di una crescita post-traumatica riducendo il disagio emotivo, impedendo all’individuo di essere sopraffatto dal trauma e permettendogli di sostenere l’impegno cognitivo riguardante il trauma. Il concetto di crescita post-traumatica ha ricevuto un ampio supporto a livello empirico. Molte persone colpite da traumi che lottano per ricostruire le loro vite, sostengono di essere cresciuti in conseguenza a tali eventi: molti hanno raggiunto livelli maggiori di adattamento, di funzionamento psicologico, di consapevolezza della vita e di connessione spirituale. Aldwin et al. (1996)[3] hanno scoperto che circa l’80% dei sopravvissuti al trauma percepisce almeno alcuni risultati positivi in seguito alla loro esperienza. PTG e PTSD Alcuni studi hanno tentano di trovare una relazione tra crescita post-traumatica e sintomi relativi al disturbo post-traumatico da stress. Nella maggior parte dei lavori sulla PTG, tale costrutto è concepito come un risultato separato e indipendente dai punteggi dei sintomi del PTSD.   Crescita post-traumatica e resilienza Va sottolineato, inoltre, come la crescita post-traumatica non sia la stessa cosa della resilienza. Quest’ultima è la capacità di continuare a vivere una vita con uno scopo anche dopo le difficoltà e le avversità. Nella crescita post-traumatica, l’individuo non solo sopravvive o affronta le difficoltà, ma sperimenta anche cambiamenti considerati importanti che vanno oltre la condizione precedente il trauma. La PTG non è semplicemente un ritorno alla “baseline” precedente; piuttosto, è un’esperienza di miglioramento profondamente significativa[1]. Conclusione Gli studi sulla PTG sono importanti per diverse ragioni: innanzitutto, esistono prove che mostrano cambiamenti significativi nella vita delle persone che affrontano eventi traumatici; in secondo luogo, concentrarsi solo sugli aspetti negativi del trauma può portare a una comprensione parziale delle reazioni post-traumatiche, in quanto per una comprensione completa delle reazioni al trauma dovrebbero essere considerati sia i cambiamenti positivi che quelli negativi; infine, i cambiamenti positivi possono essere usati come basi per ulteriori lavori terapeutici, fornendo speranza che il trauma possa essere superato. Bibliografia [1] Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15, 1–18. [2] Calhoun, L. G., & Tedeschi, R. G. (Eds.). (2006). Handbook of posttraumatic growth. [3] Aldwin, C. M., Sutton, K., & Lachman, M. (1996). The development of coping resources in adulthood. Journal of Personality, 64, 91-113.

Dal Ring al Mito: La Leggenda del Pugile Indomito

di Federico Rossi Se Nietzsche avesse mai visto un pugile in azione, forse avrebbe sostituito la sua “stella danzante” con un pugile vittorioso. Dopotutto, il pugilato, con la sua danza brutale di forza e strategia, è una metafora potente per la vita stessa. E proprio come un pugile affronta un avversario sul ring, noi affrontiamo le nostre sfide quotidiane, sia fisiche che mentali. Il pugilato rappresenta un viaggio di trasformazione, dove ogni incontro è un confronto con le proprie paure, limiti e insicurezze. Gli atleti non affrontano solo un avversario fisico, ma anche le loro debolezze interne. Questo viaggio dell’eroe si riflette nelle storie di pugili italiani come Giovanni Parisi ed internazionali come Muhammad Ali e James J. Braddock (Cinderella Man), che hanno superato immense difficoltà per raggiungere il successo. Di fatto il pugilato è innaturale in quanto richiede di andare contro il nostro istinto naturale di evitamento del dolore. Invece di scappare dal dolore, il pugile lo affronta direttamente. La sua lotta contro tutto e tutti diventa un reiterante agito borderline, un tentativo di confrontarsi con la sofferenza fisica e mentale per riuscire a sentire l’insentibile. La sua battaglia col mondo (e con se stesso) avviene come una perpetua lotta oggettuale contro il prossimo avversario. Questo processo di confronto e superamento del dolore fisico e mentale diventa essenziale per la sua crescita personale ed evoluzione come essere umano. Come disse Alejandro Jodorowsky, “Psiche,” anima in greco, significa anche “farfalla”. Nasciamo con un bruco di anima, il nostro lavoro è dargli ali e volo. Il pugile ci insegna il potere della resilienza quale forza per riprendersi dalle difficoltà, recuperando da sconfitte e infortuni per tornare sul ring più forti di prima. Questo concetto diventa ispirazione quotidiana alla vita di tutti i giorni: le avversità mettono alla prova il nostro carattere, ci spingono a cercare dentro di noi risorse inaspettate e ci mostrano il nostro vero io. La magia di questo sport si cela proprio qui, nel coraggio di inseguire un sogno che solo il cuore ardente può scorgere. Un sogno che sfida ogni limite, che spinge oltre la sopportazione, verso l’orizzonte sconfinato dell’anima. Perché nel profondo del ring si combatte una battaglia silenziosa. Non solo contro un avversario, ma contro i propri demoni, le paure che sussurrano dubbi e incertezze. Ma il pugile indomito non cede. Trasforma il dolore in carburante, la sua sofferenza in forza propulsiva, nota come volontà. Il pugilato così trascende, diventa più di uno sport; è metafora di vita. Ci insegna che la vera forza non sta nell’evitare il dolore, ma nel fronteggiarlo. La lotta con ogni avversario diventa un viaggio di scoperta del proprio Sé, un percorso di crescita e di trasformazione umana. Chi combatte, lotta contro le avversità della vita stessa, intraprende un percorso di continuo miglioramento, con il fine ultimo di volare più in alto del proprio dolore e delle avversità, di superarlo, proprio come un bruco che diventa farfalla. In questa luce, possiamo vedere il pugilato non solo come una disciplina fisica, ma come una lotta intrapsichica che può insegnarci a essere resilienti, coraggiosi e autentici. La vera essenza della boxe non è nel vincere o nel perdere, ma nel trovare la forza di lottare, sempre e comunque. È nell’abbracciare le proprie ferite, trasformandole in ali che ci permettono di volare più in alto superando ogni limite ed avversità. Nel profondo, il pugilato si rivela un balsamo curativo per chi è stato spezzato dalla vita. E alla fine, è questa autenticità, questa capacità di affrontare e superare il caos dentro di noi, che ci permette di partorire le nostre stelle danzanti. Come disse Albert Camus: “Essere diversi non è una cosa né buona né cattiva. Significa semplicemente che sei abbastanza coraggioso da essere te stesso.”