Crescere con l’ADHD. Come evolve il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività nell’età adulta

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività con o senza impulsività, è un disordine neuro evolutivo, che al contrario di quanto si è erroneamente creduto per decenni, non svanisce con l’età adulta, ma anzi permane con caratteristiche differenti. Il presente articolo ha l’obbiettivo di descrivere la cronicità del disturbo ed il suo evolversi sintomatologico delineando gli aspetti peculiari e ricorrenti nell’età adulta, come le forme Sluggish Cognitive Tempo, il mind wandering, e la disregolazione emotiva rintracciando tali fenomeni nell’adattamento quotidiano. Da una giovane madre: Dottore… mio figlio, mio figlio è terribile, è una peste, e che mi sta facendo passare. La maestra mi chiama ogni giorno, a scuola è sempre distratto, si muove sempre, disturba una continuazione. E non vi dico a casa, si arrampica, cambia gioco una continuazione, non si sta un attimo fermo, a tavola si alza, mangia in posizioni strane….E al supermercato, una tragedia, vuole tutto, salta dal carrello, mette tutto dentro, certe figure…è distratto a fatti suoi, quando c’è qualcosa che gli piace guai a toglierlo, come al padre, si è proprio uguale al padre! Mia suocera mi dice sempre, tuo figlio è uguale al padre! Da bambino che mi ha fatto passare…ma mio marito dottore anche ora è così, sempre distratto, si dimentica tutto a fatti suoi anche lui, fa spese folli, quando si ingrippa ( si fissa) su di una cosa quella è…e guai se non la ottiene, e mo va a a correre, mo va in bici, è irresponsabile, e poi, sempre agitato, ansioso, ed ora, ha cominciato anche a giocare…gioca alle macchinette, ecco anche il figlio gioca sempre alla play. Sono uguali, dottore, il figlio è tal e qual u padr ( è tale e quale al padre). Padre e figlio hanno l’ADHD. Quando si par la della sindrome da iperattività e deficit dell’attenzione il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente controverso sul quale sono stati sparsi fiumi di inchiostro. Il disturbo ADHD è solitamente evidente già in età prescolare e la storia dei bambini portatori di questa neuro-varietà spesso documenta una marcata irrequietezza motoria riconoscibile s i n d a l l e p r ime f a s i d i s v i l u p p o , accompagnata da facile distraibilità ed anche una discreta impulsività. Nei primi anni di vita risulta difficoltoso formulare una diagnosi differenziale con altri disturbi dello sviluppo e soprattutto, d e t e r m i n a r e c o n s i c u r e z z a u n a compromissione funzionale del bambino.Si deve considerare inoltre che, a partire dai sei anni e via via fino all’adolescenza si ha una caratteristica tendenza dei sintomi di iperattività-impulsività ad apparire sempre meno evidenti e a manifestarsi per lo più come un disagio interiore represso, come un senso di irrequietezza e inadeguatezza. L’inattenzione, viceversa, è sempre più evidente, come marcata difficoltà ad organizzare e a completare le attività intraprese, con conseguenti insuccessi scolastici e sociali. La dinamica di apprendimento e adattamento sociale sono fortemente condizionati dai fattori relazionali ed educativi e quindi hanno una grande importanza nell’esperienza del bambino con ADHD (Jansen F, 1992), è da notare come la presenza di ADHD può portare inoltre a deficit nella coerenza centrale (Ghiaccio R., Dragone D. 2019) Non sono molti i dati relativi agli adulti con ADHD e occorre ricordare che fino a pochi anni fa si riteneva che tale disfunzione fosse “un’anomalia benigna” che si risolvesse con l’età. In realtà, soltanto un terzo dei bambini con ADHD da adulti non manifesta più sintomi di disattenzione o di iperattività, indicando in questi casi, che il disturbo era da correlarsi ad un ritardo nello sviluppo dell’attenzione e più in generale delle funzioni esecutive, piuttosto che ad un vero e proprio disturbo. Durante l’adolescenza si osserva una lieve attenuazione della sintomatologia, ma di fronte alle richieste della società e in seguito ai frequenti insuccessi, il soggetto è portato a sviluppare tratti comportamentali quali: scarsa obbedienza alle regole, scarsa tolleranza alla frustrazione, scatti d’ira, ridotta autostima, scarsa fiducia in se stesso, sintomi ansioso – depressivi. Ne consegue c h e l ’ADHD p u ò c omp r ome t t e r e , significativamente, la qualità della vita della persona che ne soff re, minando le componenti di attività e partecipazione. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare estremamente importante fare una diagnosi corretta e in tempi precoci, in modo da poter aiutare il bambino e la famiglia a superare quelle problematiche che, nel tempo, possono interferire negativamente sullo sviluppo equilibrato e armonico della sua personalità. Poiché l’ADHD è un disturbo cronico che espone bambini e adolescenti al rischio di andare incontro a numerosi deficit funzionali, il trattamento deve iniziare molto precocemente ed essere multi-modale Una disabilità che potremmo definire invisibile, ma che come un’ombra cupa segue il soggetto in ogni ambito della propria vita. L’ADHD è un disturbo cronico, che può permanere come tale oppure modificarsi persistendo con altre caratteristiche sintomatologiche ( Faraone et 2006). Appare tuttavia riduttivo identificare l’ADHD con le difficoltà di attenzione, in quanto risulta nella processione dei sintomi e nell’adattamento quotidiano molto più articolato, andando ben oltre la “semplice” descrizione nosografica. I bambini che da piccoli sono agitati, da adulti si renderanno probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite e nei propri lavori una grande quantità di attività (Adler, 2004); potrebbero infatti agitarsi molto se viene loro richiesto di lavorare in situazioni eccessivamente monotone o sedentarie. Per molti individui con ADHD l’agitazione si sposta da quella psicomotoria verso un aumento delle attività finalizzate a un obiettivo, diviene un iperattività cognitiva, un multitasking fisiologico, che porta però al fallimento di tutti i focus accesi. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da alcuni adulti con ADHD può condurre a risultati positivi, consentendo alla persona di svolgere più lavori contemporaneamente o di occuparsi di più progetti, trasmettendo energia a

Creatività come spazio di transizione

creatività

L’utilizzo della creatività in ogni opera d’arte consente una riflessione su una percezione del proprio mondo interno in relazione alla realtà esterna. L’oggetto transizionale, così come definito da Winnicott, costituisce l’area intermedia tra ciò che è soggettivo e ciò che può essere oggettivamente provato. Frutto di creazione, nell’esperienza artistica, ciò su cui è posto l’accento non è solo il valore estetico dell’oggetto ma anche il rapporto che ha con l’autore e l’osservatore. Tutto, quindi, si concentra in un’altalena tra creatività e percezione. L’opera d’arte è, dunque, il risultato dell’integrazione sensoriale che ci allontana dalla realtà esterna per orientarci alla riflessione della realtà psichica, dandoci uno scossone emozionale. La produzione artistica, riesce a rappresentare ciò che è irrapresentabile, comunica cioè quanto, di solito, rimane confinato nel non detto. Attraverso l’esperienza creativa, si produce poi una forma psichica preliminare che favorisce i processi di mentalizzazione e di comprensione delle esperienze emozioni e sensazioni. Il messaggio estetico non resta fine a se stesso, ma è assunto attivamente perché stimola chi lo accoglie ad effettuare una introspezione, interrogandosi dal di dentro . Anche lo stesso Freud, in effetti, rimase attonito di fronte all’imponenza della statua del Mose di Michelangelo. Lo psicoanalista disse: “ Ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato dell’eroe e talvolta me la sono svignata cautamente fuori della penombra, come se anch’io appartenessi alla turba sulla quale è puntato il suo occhio”. Da una semplice ammirazione di un lavoro di scultura così maestosi, lo stesso Freud si sposta da una osservazione esterna, cominciando a guardarsi dentro. Si passa di conseguenza da un appagamento dei sensi che coinvolge il corpo, ad una conquista più matura dell’anima. L’osservatore, quindi, dopo aver avuto contatti sensoriali con l’oggetto, è in grado di produrlo mentalmente, spingendosi verso un possesso concettuale di esso.

Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità.  E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024

Cosa vuol dire Crossdressing?

Il termine Crossdressing indica l’atto o l’abitudine di travestirsi e quindi di indossare, pubblicamente e/o in privato, indumenti comunemente associati al sesso opposto.  La persona che pratica il Crossdressing viene definita Crossdresser. Il Crossdressing viene attuato principalmente da uomini, ma può essere praticato anche dalle donne, indipendentemente dall’identità di genere percepita e dall’orientamento sessuale. Il termine crossdressing viene spesso confuso con quello di Travestitismo, ma in realtà le due parole non sono sinonimi. Il travestitismo, infatti, è sempre stato associato all’omosessualità e alla transessualità. Crossdressing è, invece, un termine neutro, che non si carica di connotazioni sessuali e che, anche nei casi in cui oggi venga praticato come feticismo sessuale, viene di solito messo in atto dagli eterosessuali. La classica connotazione sessuale di cui si caricano tanto l’abbigliamento maschile quanto quello femminile, è ormai superata. L’outfit parla di sé e diventa un mezzo per sentirsi a proprio agio.  Una gonna, un paio di scarpe con il tacco, delle calze autoreggenti, una camicia o una giacca dal taglio maschile, smettono di far parte esclusivamente dell’universo maschile o femminile.  Piuttosto, diventano capi e accessori adattabili tanto al corpo dell’uomo quanto a quello della donna, donando una sensazione di confort e di libertà senza uguali a chi li indossa. Il crossdressing non si limita soltanto a un’attività o a una professione: sono infatti tante le persone che si travestono per piacere personale, ludico, sessuale e non.  Ci sono poi motivazioni ben più serie alla base di questa pratica: in molti Paesi, per giornalisti e militari (soprattutto donne) il crossdressing diventa una copertura, un modo per passare inosservate e difendersi da situazioni ancora fortemente retrograde. Troviamo inoltre tantissimi esempi di crossdressing nel cinema e nei cartoni animati. Celebre è ad esempio l’interpretazione di Robin Williams nel film Mrs Doubtfire, dove veste i panni di una tata in là con gli anni per poter trascorrere del tempo con i propri figli.  Come dimenticare poi Lady Oscar il cartone animato tratto da un manga giapponese che ha come protagonista una ragazza nobile cresciuta come un uomo per intraprendere la carriera militare.

Cosa stai pensando? Una domanda più difficile di quanto sembri

William James lo chiamava “flusso di coscienza”. Virginia Woolf e James Joyce ci hanno fatto vivere, con la lettura dello stream of consciousness dei loro personaggi, la straordinaria esperienza di seguire il pensiero di un’altra persona, con la velocità caleidoscopica di movimenti, battute di arresto, immagini, inserzioni di ricordi, attenzione agli stimoli sensoriali, il tutto in un alternarsi ricchissimo e cangiante. Ma se ci fermiamo a pensare a come pensiamo e tentiamo di descriverlo, anche solo a noi stessi, le cose diventano complicate. Una decina di giorni fa ho letto un bell’articolo di Joshua Rothman su The New Yorker. Il tema era complicatissimo e allo stesso tempo quotidiano, continuo e ricorrente nella nostra esperienza di veglia: cosa pensiamo e, soprattutto, in che modo pensiamo? Per immagini, per parole, con una voce interna? In che modo descrivereste il vostro modo di pensare? Rothman cita Temple Grandin, geniale autrice con autismo, diventata famosa nel 1995 con il libro “Thinking in Pictures”, che è stata capace di comunicare potentemente il valore della neurodiversità e che ha pubblicato “Visual Thinking” nel 2022. Libro che vale assolutamente la pena di leggere, per esplorare la nostra mente e quella degli altri. Temple Grandin, in breve, ipotizza un continuum di stili di pensiero: ad un’estremità ci sono i soggetti che pensano in modo “verbale”, cioè utilizzano la modalità lineare e rappresentativa propria del linguaggio, parlano mentalmente con sé stessi; all’altra estremità del continuum ci sono i “visualizzatori”, cioè coloro che pensano per immagini mentali precise, come se ragionassero attraverso l’utilizzo di vere e proprie fotografie mentali di oggetti. Tra questi due estremi, secondo la Grandin, esiste un gruppo di pensatori che sarebbero in grado di combinare il linguaggio e le immagini, il cui pensiero si muove per schemi visivi e astrazioni. Temple Grandin, per spiegare meglio il concetto, propone di immaginare il campanile di una chiesa. Le persone che pensano in modo verbale immaginano vagamente due linee in una V rovesciata. I visualizzatori di oggetti, all’opposto, descrivono campanili specifici, che hanno potuto osservare accanto a chiese reali, che richiamano facilmente alla mente. I visualizzatori spaziali, cioè il gruppo che si trova a metà del continuum, raffigurano una sorta di campanile perfetto, ma astratto: in sintesi, sembrano costruire nella mente un’immagine che mettono insieme, frutto dell’astrazione dei campanili reali delle chiese che hanno visto. Questo gruppo ha la capacità di riconoscere gli schemi ricorrenti tra i campanili delle chiese e le persone che pensano con questa modalità richiamano nella mente lo schema, piuttosto che un suo esempio particolare. L’argomento è vasto, apre le porte all’interesse per la neurodiversità e per le infinite vie della nostra mente. Fermiamoci un attimo, ora. A pensare a come pensiamo noi e a come pensano le persone che ci sono vicine. È un bel baratro in cui spaziare: da provare a descrivere a noi stessi.

Cosa può consentire ad una relazione di coppia di mantenersi nel tempo?

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a vedere quali possono essere le teorie alla base della scelta di un partner. Proviamo a prenderne in considerazione altre. Nello scorso articolo, l’assunto principale era che esiste una continuità tra le rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento infantili e il tipo di esperienze relazionali successive. Ora mettiamo in luce un’impostazione diversa, dove la relazione di coppia costituisce un nuovo contesto, in cui si crea un legame d’attaccamento specifico del rapporto con il partner che potrà condizionare la qualità e l’esito della relazione. Secondo i teorici dell’attaccamento le differenze individuali di ciascun partner potrebbero portare ad un esito diverso. Tuttavia bisognerebbe prendere in considerazione diversi fattori tra cui la soddisfazione, la felicità, la stabilità, il senso di riuscita. La durata, la stabilità, il senso di riuscita La durata fa riferimento alla parte temporale e non alla qualità del rapporto; la stabilità viene collegata alla disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (positive o negative) stabili nel tempo. La riuscita fa largamente riferimento alla qualità della relazione: indica un legame che mantiene costanti le caratteristiche positive e che si protrae nel tempo. Dunque, un legame può essere stabile e riuscito o stabile e non riuscito; ma anche instabile (come la coppia in crisi, dove si avverte una minaccia alla relazione) o instabile (nella coppia fluttuante, dove ci sono repentini cambiamenti). Potremmo quindi affermare che una relazione riuscita è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto dovrebbe consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e un senso di soddisfazione. Un attaccamento sicuro, dunque, potrebbe essere un buon predittore dell’esito di una relazione soprattutto perchè porta ad una migliore capacità di esprimere apertamente i propri bisogni di conforto e vicinanza e di accogliere quelli del proprio partner. Fondamentale risulta essere poi la sintonia che consente di entrare in contatto con gli stati affettivi dell’altro per poter riparare alle eventuali crisi vissute.

Cos’è il Phubbing?

Il termine Phubbing è una parola inglese che nasce dall’unione di due termini snubbing e phone e indica gli effetti dell’essere snobbato, ignorato nelle situazioni di interazione faccia a faccia, a causa dell’utilizzo del cellulare.  Questo termine è stato creato nel 2013 da Alex Haigh, che all’epoca era uno studente di marketing in Australia. Il phubbing inizia di solito come un atto volontario: si riceve un messaggio al cellulare e si tende quasi subito a rispondere.  Il comportamento diventa problematico quando si trasforma in una sorta di ossessione e la consultazione del cellulare diventa sempre più frequente nelle nostre giornate, impattando ad esempio con la qualità di tempo trascorso con i figli,  Con il passare del tempo, l’atto di guardare il cellulare diventa automatico e involontario e la persona neanche più si accorge di quanto stia mancando di rispetto a chi gli sta vicino, o che sta trascurando intere aree della sua vita pur di mantenersi in contatto con il mondo virtuale.  Alla luce di quanto emerso, è facilmente intuibile quanto il phubbing possa rappresentare un danno per chi lo mette in atto: il voler rimanere costantemente connesso lo porta paradossalmente ad essere scollegato dalla realtà e poco attento ai bisogni dell’altro;  così facendo, risulterà antipatico e sgradevole agli occhi degli altri e faticherà a mantenere legami e relazioni positive. Essere troppo attaccati al telefono, infatti, aumenta il rischio di isolamento e solitudine. Il Phubbing come dipendenza In alcuni casi, inoltre, la tendenza a controllare le notifiche e i social in modo ossessivo non è soltanto una semplice forma di maleducazione, ma una vera e propria addiction. La dipendenza da smartphone, che oggi vanta il nome specifico di “nomofobia”, è infatti un fenomeno crescente, soprattutto fra i giovani, e consiste nella paura di rimanere disconnessi.  Ciò provoca ansia e depressione, mettendo anche a repentaglio la salute fisica del soggetto: l’esposizione alla luce bludello schermo, infatti, è causa di insonnia ed esercita effetti cancerogeni sulla pelle.  Altre conseguenze negative derivanti dall’eccesso di tempo trascorso sul cellulare sono date dalla riduzione dell’attività fisica e dei contatti sociali, nonché dall’esposizione alle onde elettromagnetiche.  Le vittime di Phubbing Se si soffre perché spesso vittime di phubbing, perché questo ostacola le relazioni o perché si sente di non riuscire a controllare il tempo passato sullo smartphone, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo.  Questo, infatti, aiuterà a riflettere su come comunicare in modo efficace per chiedere all’altro di essere considerati; darà inoltre un supporto a livello relazionale per megliogestire le emozioni e le dinamiche interpersonali, effettuando, se necessario, una terapia di coppia;In conclusione, il phubbing è un fenomeno che spesso passa inosservato, ma che in realtà può avere un forte impatto sulle nostre vite; la prevenzione e il ricorso ad un intervento mirato sono però necessarie

Cos’è il gioco?

di Veronica Sarno Sembra una domanda semplice, dalla risposta veloce cioè che si tratta di un’attività che svolgono per lo più i bambini, a volte gli adulti per diletto; tuttavia, questa, pur non essendo una risposta errata, certamente non può ritenersi esaustiva. Consideriamo il fatto che il gioco è un’attività che ha radici remote, possiamo dire che ogni epoca ha avuto i propri giochi. Il gioco, quindi, è una vera e propria espressione della cultura umana nel qui ed ora, vale a dire nel momento stesso in cui si sviluppa. La parola italiana “gioco” riunisce nel suo significato i termini latini “iocus” (scherzo, celia, burla, passatempo, trastullo, cosa di poca importanza, facezie) e “ludus” (letizia, gioia, felicità, manifestazioni pubbliche, spettacoli scenici, gioco di azione, attività sportiva in competizione, con un carattere più serio); in inglese, ancora oggi, si distingue il termine game dal termine play. Game inteso come gioco, partita, piano coraggioso, cacciagione, punteggio; Play inteso come giocare ludico, conteggio, commedia, divertirsi, suonare. Il gioco è utile a rilassarci e dilettarci, facendo emergere la nostra creatività e permettendoci di aumentare e migliorare le nostre capacità, fisiche o mentali, a seconda del tipo del gioco intrapreso. Caratteristica principale del gioco è la scelta volontaria di giocare: la volontarietà della decisione esprime una libertà, scegliamo liberamente di metterci in gioco e giocare, accettiamo di sottostare a regole stabilite a priori, questo tuttavia non risulta stressante. Abbiamo, inoltre, la possibilità di cambiare di volta in volta le regole del gioco che stiamo per effettuare, regole che tuttavia, una volta stabilite, dobbiamo impegnarci a rispettare. Il concetto di gioco è stato in particolar modo approfondito in ambito pedagogico quale strumento fondamentale nello sviluppo delle fasi evolutive del bambino. Attraverso il gioco, in particolare mediante i vari tipi di giochi (giochi senso-motori, giochi simbolici, giochi funzionali, giochi solitari, giochi liberi e giochi guidati) adatti alle varie fasi di crescita del bambino, questi raggiunge le tappe dello sviluppo e del progresso psicofisico, emotivo e logico. Durante l’età evolutiva, il gioco consente al bambino di esercitare la mente e il corpo, sviluppare la fantasia, imparare a controllare l’emotività, così man mano il bambino giocando impara a socializzare e comunicare con gli altri coetanei e con gli adulti. Il gioco pertanto realizza una tappa fondamentale dello sviluppo complessivo della personalità del bambino ed è per ciò che esso va stimolato, permesso, potenziato. Nell’arco degli ultimi decenni, diversi studi hanno evidenziato anche gli effetti terapeutici del gioco nei bambini che manifestano disturbi psicologici, ad esempio quali iperattività o disturbi più complessi come i disturbi dello spettro autistico; in questi bambini – coinvolgendoli in determinati giochi – si riesce a stimolare la negoziazione, affinché il bimbo arrivi a svolgere compiti a cui diversamente si sottrarrebbe in maniera perentoria; si permette così, in una fase successiva e per piccoli gradi, di sviluppare la capacità di chiedere e di condividere, ponendo le basi della prima socializzazione, che rappresenta uno degli aspetti di maggiore di difficoltà per questi bimbi. Lo psicologo, biologo e pedagogista svizzero Jean Piaget, fondatore dell’epistemologia genetica, dedicatosi alla psicologia dello sviluppo, è tra coloro che hanno attributo al gioco caratteristiche fondamentali per lo sviluppo cognitivo del bambino nei primi mesi e primi anni di vita. In Piaget, infatti, già tramite le attività di esplorazione, manipolazione, sperimentazione, inizialmente del suo corpo e successivamente degli oggetti esterni, i l bambino apprende ad armonizzare le sue azioni con le proprie percezioni, ad afferrare le prime connessioni causa-effetto. Per quanto riguarda il gioco nello specifico, lo psicologo ginevrino mette a punto una classificazione che lega gli stadi di sviluppo del gioco con la vera e propria maturazione cognitiva (Piaget 1971). La teoria di Piaget è diventata poi la base per la creazione di un sistema di classificazione e di analisi dei giochi e dei giocattoli, denominato Sistema ESAR, Exercise-Symbole-Assemblage- Regle, sviluppato da Denise Garon, Rolande Filion e Manon Doucet (Garon, Filion, Doucet, 2015) (1). Questo sistema viene adoperato nelle ludoteche dei paesi francofoni e nella classificazione dei giocattoli nelle ludoteche italiane. In base alla tabella di classificazione ESAR i giochi sono suddivisi in base alle abilità funzionali, a quelle sociali e al tipo di esercizio sensoriale. Tali specifiche sono importanti per gli educatori che proponendo uno specifico gioco sanno quali operazioni mentali dovrà svolgere il bambino e quali abilità dovrà implementare. In maniera più generale si può asserire che nell’adulto il gioco rappresenta un momento di libertà e di scelta rispetto agli impegni e dalle responsabilità della vita quotidiana e del lavoro; nel gioco la persona adulta spesso ricerca momenti di evasione e rilassamento. Lo psicologo russo Vygotskij (Vygotskij 1966) individua nel gioco altresì la spinta per l’evoluzione affettiva ed umana del ragazzo, non solo di quella cognitiva come in Piaget. Lo studioso russo evidenzia come il gioco raffiguri una risposta del bambino alle prese con i propri bisogni anche in relazione al contesto sociale; il gioco ha l’importante attività di affrancare gli oggetti dal loro potere vincolante, ossia, gli oggetti utilizzati nel gioco non propongono vincoli per il comportamento del bambino, all’opposto acquistano nuovi significati: all’interno del gioco il pensiero è separato dagli oggetti reali e l’azione nasce dalle idee più che dalle cose, infatti, ad esempio, un pezzo di legno comincia ad essere una bambola e un bastone diventa un cavallo. Condensando il pensiero di Vygotskij circa il gioco, possiamo dire che il gioco racchiude in sé, intatte, le inclinazioni evolutive rappresentando esso stesso una fonte essenziale di sviluppo. Gli oggetti, in questo approccio, per il bambino sono liberati dalla loro funzione reale e vincolante e tramite situazioni diverse portano all’acquisizione di nuovi significati. Per Jerome Bruner, psicologo statunitense, che ha contribuito allo sviluppo della psicologia culturale nel campo della psicologia dell’educazione, il gioco è soprattutto una maniera di progredire nell’apprendimento in un perimetro ben definito, in una cosiddetta situazione “controllata”, in cui, cioè, sono ridotti in modo significativo i pericoli di una violazione delle regole sociali (Bruner 1960, Bruner 1996) (2). Il giocare viene visto quindi da Bruner come

Corpo relazionale e plasticità neuronale

Nell’ambito della psicologia, il concetto di “corpo relazionale” rappresenta una frontiera intrigante che collega le dinamiche interpersonali alla neuroscienza, offrendo una prospettiva unica sulla riabilitazione e sulle potenzialità di adattamento del cervello umano. Questo articolo esplora come il paradigma di Kuhn e le scoperte di Rita Levi Montalcini sul Nerve Growth Factor gettano luce sulla plasticità neuronale, evidenziando il ruolo cruciale del corpo relazionale. La teoria delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, con il suo concetto di “cambiamento di paradigma”, offre un’ottima lente attraverso cui osservare l’evoluzione della comprensione della mente e del cervello. Proprio come la rivoluzione copernicana ha spostato il centro dell’universo dalla Terra al Sole, così le moderne scoperte in neuroscienza stanno ridefinendo la nostra comprensione del cervello, passando da un modello statico e immutabile a uno dinamico e plastico. La scoperta del Nerve Growth Factor (NGF) da parte di Rita Levi Montalcini rappresenta una pietra miliare nella neuroscienza, sottolineando l’importanza della crescita, della sopravvivenza e della differenziazione dei neuroni. Questa scoperta ha aperto la strada a una comprensione più profonda della plasticità neuronale, cioè la capacità del cervello di adattarsi e riformarsi in risposta a esperienze e apprendimenti. Nel contesto terapeutico, il “corpo relazionale” emerge come un fattore cruciale nella promozione della plasticità neuronale. Attraverso l’interazione e il contatto, gli arteterapeuti possono attivare meccanismi di rispecchiamento e connessione che possono facilitare i processi di guarigione e riabilitazione. La relazione terapeutica diventa così un ambiente fertile per la rigenerazione neuronale e l’adattamento funzionale, offrendo nuove strade per affrontare danni e disfunzioni cerebrali. La comprensione della plasticità neuronale e del ruolo del corpo relazionale apre nuove prospettive sulla capacità umana di adattamento e guarigione. Dalle rivoluzioni scientifiche di Kuhn alle scoperte pionieristiche di Rita Levi Montalcini, la scienza continua a dimostrare che il cervello è un organo sorprendentemente flessibile e resiliente. Nel campo della psicologia e della neuroscienza, l’esplorazione del corpo relazionale rappresenta un passo avanti verso terapie più efficaci e una comprensione più profonda dell’essere umano.

CORPO e GESTALT

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “La frattura più profonda, da lungo tempo radicata nella nostra cultura e di conseguenza data per scontata, è la dicotomia mente/corpo: la superstizione che esista una separazione, ancorché una interdipendenza, di due diversi tipi di sostanza, quella mentale e quella fisica. E’ stata creata un’infinita serie di filosofie che asseriscono che l’idea, lo spirito, la mente causano il corpo, oppure, materialisticamente, che questi fenomeni o epifenomeni sono il risultato o la sovrastruttura della materia fisica (per esempio Marx). Né l’uno né l’altro. Noi siamo organismi, noi (cioè qualche misterioso io) non abbiamo un organismo. Siamo un’unità integrale, ma abbiamo la libertà di astrarre molti aspetti da questa totalità. A-strarre, non sot-trarre, separare.” Fritz Perls La Psicoterapia del la Gestalt considera la mente e il corpo come inscindibili, parti che definiscono la complessità della persona. Corpo, mente, pensieri, emozioni, sentimenti, immaginario, sensorialità, movimento, sono espressione di un tutto che è più della semplice addizione di parti. L’individuo è il frutto del funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari aspetti del tutto. L’approccio della Gestalt è quindi diretto tanto al corpo q u a n t o a l l a m e n t e , e o p e r a simultaneamente con tutti gli aspetti d e l l a p e r s o n a p e r g i u n g e r e all’esperienza dell’integrazione. L a c u l t u r a o c c i d e n t a l e s i cont raddist ingue per la divisione artificiosa tra mente e corpo. Tale scissione si può osservare anche nel nostro linguaggio. Non esiste, infatti, una parola che ci permetta di dire “Io – corpo”, e ci riferiamo ad esso dicendo “il mio corpo”, come se fosse un oggetto che possediamo, e non come una parte del sé. La parola “mio” nella maggior parte dei casi non indica un’identità tra esperienza corporea e sé, ma implica possesso nel senso di proprietà e sottolinea la distinzione tra il possessore e l’oggetto posseduto. Dalle parole di J. I. Kepner: “la nostra esistenza è un’esistenza incarnata in cui i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, ed influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule così come i nostri stati d’animo” . La s a l u t e e l a m a l a t t i a s o n o suggestionate dai nostri atteggiamenti, dalla tensione, dalla respirazione e dai sentimenti. Il vissuto corporeo e mentale sono strettamente collegati; la realtà corporea costituisce il fondamento primario dell’esperienza umana, essa è “intrinseca” al nostro rapporto con il mondo e forma una base per il contatto con l’ambiente in modo da poter andare incontro ai nostri bisogni e crescere: “Quando ego e corpo vengono vissuti in maniera integrata la realtà che ne risulta è più profonda di ciascuna delle due vissute separatamente” (Wilber, 1981). L’insieme non è semplicemente il risultato di una somma di pezzi scissi; ha, invece, una propria unità intrinseca, una particolare struttura ed integrazione. Da questo punto di vista, curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità. Il corpo e la psiche emergono come aspetti dello stesso fenomeno, come chiarisce Giovanni Salonia: “In termini clinici questo significa inserire i vari comportamenti, le comunicazioni, le consapevolezze f rammentar ie del paziente in una totalità che ne dà il significato e nello stesso tempo ne indica la direzionalità” . Se durante la crescita aspetti o qualità del sé diventano problematici in relazione a un particolare ambiente fisico o sociale, allora il bambino per affrontare il conflitto tra il bisogno di essere accettato e la difesa delle qualità del sé, potrà decidere di alienare parti inaccettabili per l’ambiente. Le qualità rinnegate, così come le sensazioni, i bisogni, le espressioni, i movimenti e le immagini ad esse associate, vengano tenuti lontani dalla consapevolezza in uno spazio conflittuale, dove continuano ad esistere e ad essere in azione. In questo senso, le variazioni individuali nella struttura corporea non sono casuali, ma “pregne” di significato. Esse si sono sviluppate come “reazione creativa” all’esperienza personale di vita, e vanno lette all’interno di quello specifico contesto. L’adattamento organismico agli eventi della vita è un processo che modella non solo il pensiero e le opinioni, ma anche le reazioni fisiche ed emotive, perfino il modo di muoversi, di stare in piedi, di sedersi, ovvero il modo attraverso cui ci “incarniamo”. L’individuo che nel passato ha evitato il dolore, perché troppo piccolo e indifeso, può continuare a farlo da adulto, in una illusoria quanto inconsapevole fuga dal dolore. La contrazione prolungata è una modalità per attutire e smorzare le sensazioni corporee ed in questo modo si può giungere a escludere dalla percezione anche le emozioni e i sentimenti. Si verifica, così, i l meccanismo paradossale per cui, operando una separazione dal proprio corpo nel tentativo di evitare il dolore, la persona sta soffocando anche la sede del piacere e si preclude tale esperienza (Wilber, 1981). Il terapeuta della Gestalt generalmente parte dall’osservazione fenomenologica, per poi contattare le strutture profonde. Collega gli elementi del codice linguistico non-verbale con il contesto esperienziale del paziente e d e l l a relazione terapeutica. L’interesse verso il corpo è d i r e t t o e s s e n z i a l m e n t e all’esperienza che l’individuo fa del suo corpo, vale a dire il “come” la persona si esprime o contat ta l’ambiente. Se il terapeuta osserva una particolare posizione, forma o atteggiamento che il paziente assume in seduta, può invitarlo a prenderne contatto più pienamente, forse accentuando un gesto o un movimento, o ripetendo e “esagerando” una c e r t a a t t i t u d i n e corporea. Sostenendolo e accompagnandolo, è anche possibile scoprire