Coppie in crisi: come comunicare col partner

Vediamo insieme alcune strategie pratiche per imparare ad esprimere in modo funzionale i propri bisogni nella coppia. Lo abbiamo sempre pensato: “quanto sono difficili le relazioni”. Molto spesso, abbiamo difficoltà a leggere e interpretare ciò che vogliamo noi stessi, figuriamoci se riusciamo a capire cosa desidera l’altro! Eppure tutto questo è possibile! Quando una coppia è in crisi, cosa possiamo fare? Immagina che… Hai appena litigato col partner perchè ti senti non compreso e vorresti che ti ascoltasse di più. Molto probabilmente inizierai ad urlare o a mettere in atto azioni controproducenti che, alla fine, ti lasceranno solo più triste, più arrabbiato o con un gran senso di vuoto. Sicuramente va sottolineato che non sempre si riuscirà ad ottenere ciò che si vuole, ma seguendo qualche suggerimento, potrai notare alcuni effetti benefici su di te e sulla relazione che vivi, aumentando la probabilità che qualcosa di diverso si verifichi. In questi casi puoi… Respirare profondamente e rimanere presente a ciò che senti. Provare a dire a te stesso: “Sono così arrabbiato ora, ma posso fare spazio a questo; non posso controllare come mi sento, ma posso agire diversamente. Cosa è importante per me ora?” Notare ciò che la mente dice e dare un nome alla storia. Spingere i piedi sul pavimento, guardare attentamente intorno a te, notare dove sei e cosa stai facendo. Chiederti cosa è in tuo potere per soddisfare il tuo bisogno. Qui va ricordato che i bisogni sono diversi dai valori. I valori riguardano ciò che vuoi fare, mentre i bisogni ciò che vuoi ottenere. Se per te, ad esempio, il rispetto è importante (è un valore), potresti: trattare gli altri con rispetto, chiedere di trattarti con rispetto, costruire relazioni con persone per cui il rispetto è importante. Invece, quando si parla di bisogni, si ha a che vedere con: il bisogno di essere trattato con rispetto; il bisogno che il partner tratti con rispetto i miei desideri, e così via. Potendo avere soltanto il controllo sulle nostre azioni, si potrebbe innanzitutto provare a mettere in atto strategie praticabili per soddisfare i nostri bisogni, altrimenti l’unica decisione possibile è rimanere o andare via. Se si sceglie di rimanere, si può provare ad accettare ciò che non può essere cambiato, arricchendo la propria vita attraverso azioni di valore e non rimuginando, lottando, sprecando tempo ed energie per soluzioni impraticabili.
Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.
Convivere con la malattia rara ai tempi del COVID-19. Alcune riflessioni a partire dalla lettura del libro “Nessuno è escluso” di Fortunato Nicoletti (LFA Publisher, 2020)

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific La ricezione di una diagnosi di malattia è definita, in letteratura scientifica, la “ c o m u n i c a z i o n e d e l l e c a t t i v e notizie” (Buckman, 2003; Freda et al., 2015) ed è un compito tanto complesso da portare la medicina ad identificare una serie di protocolli dialogici per sostenere i medici nella sua esecuzione. In pediatria il compito è ancora più difficile perché a dover ricevere la cattiva notizia sono (almeno) tre persone (ovvero i genitori ed il bambino) e perché, ad esso, si affianca la necessità di sostenere la famiglia nel difficile percorso di comprensione e declinazione nel l a quot idiani t à dei protocol l i terapeutici (Jankovic & Gangemi, 2018; Freda et al., 2015). Questo è quanto dicono medici e psicologi che da anni lavorano nel sistema sanitario, operando per attivare importanti risorse necessarie a fronteggiare le difficoltà connesse alla gestione e la cura della malattia cronica (Buckman, 2003; Jankovic & Gangemi, 2018; Freda et al., 2015). Fortunato e Maria Nicoletti, invece, raccontano cosa avviene dall’altro lato della scrivania, ovvero la storia di una famiglia che, dopo tante altre esperienze impegnative, fra cui il trasferimento da Napoli a Milano, ha deciso di condividere con i lettori lo sgomento ed il disorientamento di chi vede trasformate le emozioni per la n a s c i t a d i R o b e r t a M a r i a i n preoccupazioni pr ima per la sua sopravvivenza, e poi per la qualità della sua vita. Per una bambina affetta da una malattia rara, infatti, il percorso di cura può trasformarsi in un vero e proprio calvario; spesso queste malattie sono dette “orfane”, ovvero talmente rare che non rappresentano un comune oggetto di ricerca, per le quali non sono disponibili terapie specifiche, e sono di interesse limitato per ricercatori e medici (Zhang et al . , 2011) . Ciò non fa al t ro che a u m e n t a r e l o sgomento ed i l disorientamento a cui si accennava prima, portando però la famiglia ad attivare risorse e conoscenze al punto tale da sviluppare quella che in let teratura viene defini ta la “ lay competence”, una competenza detta “ingenua”, ovvero non acquisita mediante uno specifico percorso di studi, ma attraverso l’esperienza vissuta (Salvatore & Valsiner, 2010). Ecco quindi che la famiglia Nicoletti, come tante famiglie che gestiscono una malattia orfana, si è ritrovata a diventare titolare della cura della piccola Roberta, collaborando attivamente con la medicina per la definizione di tempi e modalità di intervento, contribuendo a strutturarne i percorsi e promuovendo lo sviluppo di reti associazionistiche che mettono in comunicazione, con grande benefici, realtà similari. Nonostante la messa in atto di tante risorse, la loro situazione è stata u l t e r i o r m e n t e c o m p l e s s i z z a t a dall’insorgere dell’epoca pandemica (Chung et al. 2020): per una bambina con una condizione clinica tanto delicata, essere contagiata dal COVID-19 potrebbe comportare conseguenze molto pericolose per la sua vita; pertanto, la sua sicurezza richiede comportamenti estremamente severi, che devono essere rigorosamente rispettati da tutta la sua famiglia ma anche degli operatori sanitari che le offrono assistenza domiciliare. A tale riguardo, un’ultima considerazione riguarda l’affaticamento dei figli più grandi. È infatti sempre importante non trascurare la questione dei siblings, ovvero i fratelli del figlio con malattia cronica, che si trovano a vivere, in particolare modo in età adolescenziale, una particolare fatica nella gestione del fratello o, nel loro caso, della sorella bisognosa di cure (Grootenhuis et al., 2020). Infatti, durante un’emergenza sanitaria complessa come quella attuale, alla profonda consapevolezza delle necessità familiari, ed ai vissuti affettivi nei confronti di Roberta, possono infatti anche affiancarsi stanchezze ancora più difficili da gestire rispetto a quelle del mondo adulto, soprattutto se associate ai profondi sacrifici richiesti loro dalle già faticose misure di contenimento. Ritengo che i contenuti descritti in questo testo siano di grande interesse, soprattutto per gli operatori sanitari, poiché rappresenta la possibilità, ancora una volta, di apprendere dall’esperienza delle persone che incontro nel mio lavoro, di non dimenticare mai il loro punto d i v i s t a , i loro tempi d i elaborazione e soprattutto il rispetto della loro fatica richiesta dalla gestione delle necessità familiari. Bibliografia •B u c k m a n R . , 2 0 0 3 . L a comunicazione della diagnosi in caso di malattie gravi. Trad. It. Roma: Raffaello Cortina Editore. ISBN 9788870787986 •Chung CYC, Wong WHS, Fung JLF, Rare Disease Hong Kong, Chiung BHY (2020). Impact of COVID-19 pandemic on patients with rare disease in Hong Kong. European Journal of Medical Genetics, 63(12) DOI 10.1016/j.ejmg.2020.104062 •Freda M.F., Dicé F. & De Luca Picione R. (2015). Una proposta metodologica di integrazione: Lo Scaffolding Psicologico per la relazione sanitaria. Rivista di Psicologia Clinica, 2:11-25. doi: 10.14645/RPC.2015.2.540 •Grootenhuis M., Jankovic M., van der Bergh E. & Aarsen F. (2020). Psychosocial care. In: Caron et al., Oxford Textbook of Cancer in Children, Oxfors University Press. Oxford (UK): 9780192517692 •Jankovic M. & Gangemi M., 2018. Comunicazione di diagnosi difficile… ma non solo. Quaderni ACP, 25(2): 52-55. ISBN 2039-1374 •Salvatore S. & Valsiner J. (2010). Between the General and the Unique: Overcoming the nomothetic versus idiographic opposition. Theory and Psychology, 20(6), 817-833. •Zhang M., Zhu C., Jacomy A. & Lu LJ. (2011). The Orphan Disease Networks. The American Journal of Human Genetics 88(6):755-66 DOI: 10.1016/j.ajhg.2011.05.006
Controllare gli impulsi si può?

Alcuni suggerimenti utili per i genitori che vogliono insegnare ai propri figli come controllare gli impulsi. L’inibizione delle reazioni è la capacità di controllare gli impulsi e di trattenersi dal fare la prima cosa che passa per la testa. All’inizio, sono gli adulti che attraverso le proprie parole e comportamenti impediscono i figli di agire, quando prevedono pericoli. Se, ad esempio, un bambino è in procinto di attraversare la strada, l’adulto dice di osservare se passano delle macchine da entrambe le direzioni prima di muoversi. Perchè è cosi importante sviluppare questa capacità? E’ una capacità importante quella di inibire le reazioni sia per i bambini che per gli adolescenti, per motivi di sicurezza. I bambini spesso amano saltare, correre, arrampicarsi e non percepiscono sempre il pericolo che si corre. Gli adolescenti, invece, si ritrovano nella fase dell’esplorazione e dunque, potrebbero mettere in atto comportamenti che sembrano “giusti e divertenti” (come utilizzare alcol o droghe) nel momento stesso, ma non riflettendo sulle conseguenze a lungo termine. Potrebbero anche mettere in atto comportamenti aggressivi o reagire con parole non adeguate al contesto, e cosi via. Alcuni suggerimenti utili: Prevenire. Ricercare i segnali che ci avvertono di una reazione impulsiva come una crescente frustrazione, agitazione. I segnali potrebbero essere espressioni facciali o per alcuni lo stringere i pugni, sospirare. E’ importante, in questi casi, attuare delle strategie per calmarlo, farlo respirare, fare una pausa, fargli esprimere come si sente. Sarà importante poi che il bambino impari col tempo a riconoscere lui stesso i propri segnali. Insegnare comportamenti sostitutivi, quindi rinforzare il comportamento corretto e funzionale. Osservare se ci sono degli schemi ricorrenti e in quali tipi di attività si mostrano maggiori difficoltà. Riuscire a prevedere quali potrebbero essere le difficoltà in modo da riuscirle ad affrontare nel modo corretto. Prima di buttarsi in un’attività è importante chiedere al bambino di ripetere ciò che deve fare e come può rispondere agli eventuali ostacoli che incontra.
Contatto fisico

di Antonella Buonerba “Dottoressa sono molto triste, non so perché..Ho pensato al contatto fisico, al fatto che nel sesso raramente sono predisposta a “ricevere”, a farmi toccare per intenderci, lo faccio anche ma non è ciò che desidero. Questo pensiero mi ha ricordato che non amavo il contatto fisico nemmeno da bambina, tranne quelle volte in cui avrei voluto che mia madre mi abbracciasse, ma al di fuori di lei, mi infastidiva molto quando qualcuno entrava nel mio spazio personale ed è stato così finché non sono diventata grandicella. Intorno ai 20 anni ho allontanato questa cosa perché ho capito che era un modo di esprimersi degli altri e ho continuato a provare disagio. Quando gli altri mi abbracciano io non sento la bella sensazione di cui tanto si parla, penso che sia giusto sottopormi a quel contatto perché socialmente riconosciuto”. Tale testimonianza trova radici nella teoria del l’attaccamento di John Bowlby, successivamente approfondita dalla sua allieva Mary Ainsworth.Secondo tale teoria sin dalla nascita il bambino instaura un legame speciale con la figura adulta di riferimento. I comportamenti di attaccamento sono schemi pre-programmati, su base innata, inscritti nella nostra specie che si attivano spontaneamente e che aumentano le probabilità di sopravvivenza. Lo psicoanalista Rene’ Spitz, attraverso le osservazioni sui neonati lasciati in orfanotrofi, ha studiato gli effetti della deprivazione materna ed emotiva sulla strutturazione della personalità dell’individuo rilevando come la qualità delle prime relazioni produca, in età adulta, significative differenze nella sfera affettiva e sessuale. Nel caso della suddetta paziente, possiamo affermare che alla già grave mancanza di legami significativi (la paziente è stata adottata all’età di 4 anni), si aggiunge l’esperienza di una madre adottiva anaffettiva che non è stata sufficientemente in grado di colmare i “vuoti di amore” della prima infanzia.Anche il padre adottivo non è stato particolarmente accogliente nei confronti della bambina che, trovandosi a vivere la fase del complesso edipico, al momento dell’adozione, ha visto esacerbarsi l’ambivalenza affettiva, inconscia, già tipica di questa fase di sviluppo, nei confronti dei genitori.Per la bambina, infatti, secondo la teoria psicoanalitica freudiana, l’oggetto del desiderio diventa il padre verso il quale sviluppa l’invidia del pene e, il fatto di sapere di esserne priva, la porta a nutrire un risentimento per la madre, ritenuta responsabile di tale assenza. Ne consegue un sentimento di rabbia e di rivalsa che si traduce nel desiderio di ricevere dal padre un figlio come sostituto del pene. Quando questa aspettativa viene delusa, la bambina ritorna al legame con la madre e si identifica con lei. Ciò avviene nel corso della seconda infanzia e della prima adolescenza.Quindi, se non viene risolto il complesso edipico, nella gamma dei possibili sintomi che il soggetto può sviluppare, in età adulta, osserviamo un apparente rifiuto del contatto fisico, la cui negazione viene contraddetta da un desiderio di amore non del tutto soddisfatto dai genitori reali.Inoltre, si può ipotizzare che l’ambivalenza affettiva si sia trasformata in una sorta di confusione a livello sessuale, spingendo la paziente a sentirsi a attratta da entrambi i sessi.“Lavorare sull’edipo” attraverso l’elaborazione delle figure genitoriali e l’analisi dei sogni, porta la paziente ad uscire dall’empasse dell’ambivalenza affettiva e sessuale che veniva vissuta con particolare ansia. Bibliografia-Freud S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, OSF, 4-Freud S. (1912-13) Totem e tabu, OSF 7-Freud S. (1931) Sessualità femminile, OSF,11-R. Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera-Edipo: rappresentazione antropomorfica del conflitto vitale. Scienza e psicoanalisi (rivista multimediale)
CONSUMO DI ALCOL NEGLI ADOLESCENTI

di Angelina Iannuzzi Il Natale è un evento speciale e importante che ci porta a condividere momenti con le persone che amiamo; e in cui sono generalmente presenti il buon cibo e il buon bere. È quindi importante menzionare l’importanza di prevenire il consumo di alcol, soprattutto nella popolazione adolescente. La pandemia causata dalla SARS – COV -2 ha prodotto gravi conseguenze sia nella salute fisica che psicologica. Una di queste, è l’aumento del consumo di sostanze che ha colpito non solo gli adulti, ma anche gli adolescenti.È necessaria l’applicazione di nuovi programmi e misure preventive in cui si affrontino i problemi menzionati. Con particolare attenzione sui giovani, senza mettere da parte gli ambiti in cui sono immersi (famiglia, scuola, attività extrascolastiche, ecc.)Dato che molte volte è la mancanza di competenze emotive e sociali che ci porta ad adottare comportamenti dannosi per la nostra salute (come il consumo di alcol), è essenziale tenere conto dell’intelligenza emotiva in questa prevenzione, intesa come capacità per controllare le nostre emozioni (e quelle degli altri), distinguerle e usarle in modo appropriato per guidare il nostro pensiero e comportamento. Pertanto, realizzare futuri programmi di prevenzione che sviluppino tutti i componenti dell’intelligenza emotiva, promuovendo al contempo la psicoeducazione sulle conseguenze fisiche e psicologiche del consumo di alcol, porterebbe gli adolescenti a conoscere se stessi, a comprendersi e a regolare adeguatamente le proprie emozioni; permettendo così, di modellare i loro comportamenti. Scegliendo di fronte a una situazione di consumo di alcol, se così lo desiderano, da una prospettiva consapevole delle ripercussioni di ciò che quello implica. Tale scelta ha un impatto sia negli ambiti sopra menzionati, che in eventi specifici (feste, discoteche, Natale, tra gli altri.)Allo stesso modo, è importante che questi programmi si concentrino sull’ affrontare i fattori protettivi (non solo individuali ma anche educativi, familiari e sociali) nella prevenzione del consumo di alcol negli adolescenti.È preciso includere in questi programmi la sfera educativa e quella familiare, giacché entrambe sono agenti di socializzazione molto importanti per l’adolescente. Nella prima instaura, non solo rapporti interpersonali con il gruppo dei pari, ma anche lì è accompagnato da adulti (tutori, insegnanti, dirigenti). Intanto, è nell’ambiente familiare (secondo lo stile genitoriale di ogni famiglia) che il giovane impara a modellare i propri comportamenti. La prevenzione del consumo di alcol negli adolescenti è un problema che deve essere trattato con la necessità e l’urgenza che richiede. Poiché se lasciamo passare il tempo, le conseguenze possono diventare dannose, dovendo attuare misure che richiederanno un altro tipo di attenzione, portandoci all’intervento.
Conseguenze psicologiche e relazionali derivate dal lockdown nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Il presente lavoro è una breve sintesi dell’intervento di sostegno psicologico e presa in carico genitoriale delle famiglie con minori con Disturbo dello Spettro Autistico, che si è svolto durante lo stato di emergenza COVID-19 e si svolge ancora attualmente, mediante colloquio ai genitori da remoto, realizzato dall’equipe multidisciplinare(1) del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE per ogni singolo paziente. Tali genitori risultano maggiormente esposti allo stress gestionale del minore o ad un senso di “abbandono” in una situazione di emergenza come quella del lockdown. Infatti, la rottura della routine quotidiana, dettata dagli impegni scolastici, riabilitativi e abilitativi dei figli, causata dalla chiusura delle scuole e dalla sospensione dei trattamenti o delle attività ricreative-sportive, ha comportato, e comporta, il sorgere di tutta una serie di criticità che vede gli stessi genitori impegnati in prima linea e non sempre del tutto equipaggiati. Introduzione Lockdown è una parola inglese che si può tradurre in italiano con il termine isolamento, ma anche con quello di blocco. In periodi difficili, come in caso di situazioni sanitarie emergenziali, il lockdown è inteso come l’impedimento temporaneo di entrare e uscire da una specifica zona, o come il blocco di tutte le attività considerate di secondaria importanza per la società. Lo stato di “quarantena di massa”, in via precauzionale, è spesso un’esperienza spiacevole per coloro che la subiscono. Diverse ricerche internazionali effettuate su precedenti epidemie, come quelle della SARS in Asia e Canada del 2003 o del virus Ebola in Africa del 2014, hanno evidenziato gli effetti negativi da un punto di vista psicoemotivo sulla popolazione costretta alla quarantena forzata. La separazione dai propri cari, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato della malattia e la noia possono, a volte, creare effetti drammatici. Sono stati riportati casi di suicidio(2), depressione, esplosioni di rabbia e violenza(3). Da uno studio del 2013 Sprang e Silman(4) hanno confrontato i sintomi di stress post-traumatico in genitori e bambini messi in quarantena con un gruppo di controllo non in quarantena. Da tale ricerca è emerso che i punteggi medi di stress post-traumatico erano quattro volte più alti nei bambini che erano stati messi in quarantena rispetto a quelli che non erano in quarantena. Inoltre, il 28% (27 su 98) dei genitori messi in quarantena in questo studio ha riportato sintomi che giustificavano una diagnosi di un disturbo di salute mentale correlato al trauma, rispetto al 6% (17 di 299) dei genitori che non sono stati messi in quarantena. In un recente articolo pubblicato da Brooks e collaboratori (5) del Department of Psychological Medicine del King’s College di Londra è stato sottolineato quanto sia importante una corretta informazione ai cittadini in quarantena per far comprendere b e n e l a s i t u a z i o n e , e v i d e n z i a n d o l’importanza della scelta di autoisolamento al fine di ridurre l’impatto del contagio. Nello stesso lavoro sono stati evidenziati come fattori di stress: la durata della quarantena, la paura di essere contagiati o di contagiare i propri cari, la frustrazione e la noia derivate dalla restrizione coatta, le forniture inadeguate, sia a livello sanitario sia per quanto riguarda i generi alimentari, e una cattiva informazione dovuta ad una mancanza di linee guida precise da seguire. Ancora, diversi studi hanno evidenziato che la perdita finanziaria a causa della quarantena h a c r e a t o u n g r a v e d i s a g i o socioeconomico(6) e che la mancanza di una solida base economica in famiglia ha costituito un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi di disturbi psicologici(7) anche diversi mesi dopo la quarantena stessa. (8)Potenzialmente correlati alla perdita finanziaria, i partecipanti con un reddito familiare annuo combinato inferiore hanno mostrato quantità significativamente più elevate di stress post-traumatico e sintomi d e p r e s s i v i . Qu e s t i s i n t omi s o n o probabilmente dovuti al fatto che quelli con reddi t i più bassi avevano maggior i probabilità di essere colpiti dalla perdita temporanea di reddito rispetto a quelli con redditi più alti.(9) Aspetti psicologici e relazionali Lo stress individuale in stato di quarantena forzata si riflette e viene riflesso sulle relazioni interpersonali, in primis in famiglia. Le famiglie italiane in seguito al DPCM del 9 marzo 2020 hanno dovuto confrontarsi con una riorganizzazione dei propri equilibri r e l a z i o n a l i d a u n p u n t o d i v i s t a psicoemotivo, funzionale e gestionale. Lo stare, all’improvviso, “tutti in casa”, con la conseguente rimodulazione della quotidianità personale e familiare e il non sapere la durata del l ’emergenza COVID 19, con i l conseguente lockdown, genera un forte senso di stress ed ansia, richiedendo ad ogni singolo membro una fase di adattamento al cambiamento dei propri ritmi e dei propri spazi vitali. La sospensione del lavoro, la modalità smart working e in alcuni casi la cassaintegrazione o la perdita del lavoro da un lato, e la chiusura delle scuole, delle attività ludico-ricreative-sportive dall’altro, costringono tutti i componenti della famiglia a dover rinunciare alla propria routine e a dare, soprattutto psicologicamente, un nuovo senso alla propria giornata. Alla coattività consegue un aumento in positivo o in negativo dei vissuti personali, in base alle emozioni provate, ma anche una criticità, intesa come rafforzament o o come inasprimento, delle relazioni interpersonali. Ad esempio, una persona serena può vivere questa “sospensione” come un tempo per dedicarsi ad altro o ai propri cari ma per contro chi è triste può provare maggiore sofferenza o negatività, così come i conflitti coniugali o intergenerazionali, già presenti, si possono esasperare, portando ad escalation simmetriche difficili da disinnescare. Secondo le teorie sistemico-relazionali la famiglia è un sistema aperto ed in continua trasformazione, con una propria evoluzione nel tempo e con un proprio
Conseguenze psicologiche della positività al Covid: quali pensieri ed emozioni?

Ormai lo stiamo provando sulla nostra pelle, la pandemia da COVID-19 ha avuto e continua ad avere effetti significativi sulla vita di tutti. Ansia, stress e paura sono aspetti comuni alla popolazione mondiale e con cui tentiamo di fare i conti giorno dopo giorno. La pandemia, in un certo senso, ha colpito tutti; in particolar modo chi ha sperimentato l’esperienza della malattia in prima persona. Per chi si è scoperto positivo, il COVID-19 ha rappresentato una sfida sia a livello fisico che psicologico. Nonostante le accortezze, dopo aver seguito le indicazioni e aver fatto il possibile per rimanere al sicuro, alcuni si sono ammalati comunque. Forse non è possibile controllare tutto. Dall’esito positivo del tampone o dalla comparsa dei primi sintomi, numerose sono le emozioni che si provano. Paura, per se stessi e per le persone care, rabbia, sconforto, senso di colpa, solitudine. Inoltre, il bombardamento mediatico e la continua esposizione a notizie drammatiche non aiutano a tenere a bada l’angoscia. Subito si fa strada il timore per se stessi e per il decorso della malattia; ma soprattutto il timore di aver messo a rischio persone con cui si è stato a contatto, i conviventi, i propri cari. Persone da cui, da un momento all’altro, bisogna prendere fisicamente le distanze, per evitare di contagiarle con il pericolo di cui si è diventati portatori. Soprattutto per chi si è ammalato di una forma “più lieve” di Covid-19, per cui non è stata necessaria l’ospedalizzazione, le difficoltà dovute alla convivenza con chi invece è negativo e che continuamente però rischia di essere contagiato, spesso causano l’insorgere di paure e insicurezze. Si fa strada la consapevolezza del proprio corpo come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Questa nuova consapevolezza rischia di renderlo come un oggetto estraneo, qualcosa di cui avere paura, perché può contagiare gli altri. Il proprio corpo diventa così qualcosa di pericoloso, di detestabile e di colpevole. Si fa strada il senso di colpa, l’autoaccusa di essere stati poco attenti, il senso di vergogna per aver forse sottovalutato il pericolo. Lo stress psicologico di dovere fronteggiare la malattia in solitudine. I pensieri intrusivi. La fatica di rassicurare gli altri, di essere ottimisti, di tenersi occupati, di stare continuamente allerta. Poi, per alcuni, per molti fortunati, così come è arrivato, se ne va. Non senza lasciare i suoi strascichi. Qualcuno ritorna gradualmente alla normalità; per altri, le conseguenze sia psichiche che fisiche della malattia, nel lungo termine, continuano ad essere presenti, dando origine alla sindrome denominata “Long-COVID”. In alcuni casi, il perdurare dei sintomi e delle sensazioni provate durante la malattia, può portare alla paura di uscire di casa ed esporsi al mondo esterno. La sindrome “Long-COVID” colpisce non pochi pazienti che sono risultati positivi all’infezione. È diventato sempre più evidente che le persone ammalatesi possono presentare sintomi non solo nella fase acuta della malattia ma anche con notevole ritardo[1]. Una recente meta-analisi di 15 studi effettuati su 47.910 pazienti ha mostrato che l’80% dei pazienti sviluppa almeno un sintomo durante i tempi di follow-up che vanno da 2 settimane a 4 mesi dopo l’infezione virale[2]. I sintomi più comuni riportati sono stanchezza (fatigue), insieme a mal di testa, disturbi dell’attenzione, dispnea. Il 13 e il 12% dei pazienti ha mostrato rispettivamente segni di ansia e depressione[3]. Un’elevata quantità di stigmatizzazione sociale percepita a causa dello stato di malattia è stata collegata a una maggiore probabilità di compromissione della propria salute mentale dopo l’infezione da COVID, mentre un alto livello di supporto sociale ha avuto l’effetto opposto[4]. Come reagire alle difficoltà? È importante comprendere che è normale provare un senso di smarrimento in seguito ad un’esperienza del genere. L’isolamento, la reclusione e l’incertezza generale diventano un peso per la mente non facile da gestire. Diventa fondamentale riconoscere le emozioni che si provano, dare loro un nome e, anche se sono spiacevoli, normalizzarle. Comprenderle è il primo passo per capire come reagire. Inoltre, è utile concentrarci su ciò che è in nostro potere fare per cercare di stare meglio. Prendersi cura della propria salute psicologica diventa quindi prioritario. Infine, dovrebbe essere posta maggiore attenzione sull’identificazione dei fattori di rischio per lo sviluppo di sintomi funzionali post-COVID, in modo che i pazienti con elevato rischio possano ricevere maggiore attenzione con un approccio su misura, essere valutati precocemente e ricevere assistenza immediata per evitare difficoltà future. Fonti [1] Stengel A, Malek N, Zipfel S and Goepel S (2021). Long Haulers—What Is the Evidence for Post-COVID Fatigue? Front. Psychiatry 12:677934. doi: 10.3389/fpsyt.2021.677934 [2] Lopez-Leon S,Wegman-Ostrosky T, Perelman C, Sepulveda R, Rebolledo PA, Cuapio A, et al. (2021). More than 50 long-term effects of COVID-19: a systematic review and meta-analysis. medRxiv. doi: 10.1101/2021.01.27.212 50617 [3] Mandal S, Barnett J, Brill SE, Brown JS, Denneny EK, Hare SS, et al. (2020). ʽLong-COVID’: a cross-sectional study of persisting symptoms, biomarker and imaging abnormalities following hospitalisation for COVID-19. Thorax. doi: 10.1136/thoraxjnl-2020-215818. [4] Qi R, Chen W, Liu S, Thompson PM, Zhang LJ, Xia F, et al. (2020). Psychological morbidities and fatigue in patients with confirmed COVID-19 during disease outbreak: prevalence and associated biopsychosocial risk factors. medRxiv. doi: 10.1101/2020.05.08.20031666 https://mondointernazionale.com/sul-diritto-di-stare-male-le-conseguenze-psicologiche-del-covid-19
Conseguenze della pandemia sulle persone con disturbo dello Spettro dell’Autismo e sulle loro famiglie

L’impatto del covid-19 su persone con autismo L’emergenza sanitaria che ogni paese del mondo sta sperimentando a causa della diffusione della pandemia legata al COVID-19 ha avuto un impatto significativo sulla salute fisica e mentale delle persone, interferendo in maniera sostanziale sulla loro qualità di vita. La gestione di questo periodo è stata particolarmente critica per le persone con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) che, a causa delle loro caratteristiche e del loro specifico stile di funzionamento, possono presentare maggiori difficoltà di adattamento alla condizione attuale (Colizzi et al., 2020). L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, con un’incidenza stimata superiore a 1/100 (Narzisi et al., 2018), caratterizzato da compromissioni significative nella comunicazione sociale, da interessi ristretti e comportamenti ripetitivi, da deficit nel funzionamento esecutivo (Panerai et al., 2016). Presenta rigidità e resistenze al cambiamento e difficoltà legate alla mentalizzazione (intesa come una attività mentale immaginativa). Tali caratteristiche costituiscono elementi di vulnerabilità e possono determinare difficoltà nella pianificazione delle attività quotidiane con un incremento dei livelli di ansia. Le restrizioni, il confinamento in casa, la limitazione dei contatti sociali, la riduzione delle possibilità di svago e di socializzazione, in molti casi, hanno causato l’incremento dei comportamenti inadeguati, delle stereotipie verbali e motorie, dell’iperattività e una diminuzione della compliance e di richieste funzionali. Cambiamenti dovuti al lockdown Durante la fase di lockdown, in seguito alla sospensione del modello integrato delle attività di cura e del sostegno socio educativo, le famiglie si sono ritrovate da sole nella gestione dei propri figli, sperimentando una condizione di maggiore stress psico-fisico (Drogomyretska et al., 2020). L’interruzione degli interventi globali e intensivi erogati in presenza dai centri specializzati e la chiusura delle scuole, hanno pesantemente inciso sulle occasioni di inclusione e di socializzazione con i coetanei. In una quotidianità venuta improvvisamente meno è emersa pertanto, sempre più forte l’esigenza da parte dei familiari di impegnare le ore dei propri figli. Si è sperimentata, in molti casi, una condizione di confusione, disorientamento e frustrazione di fronte alle difficoltà incontrate nella loro gestione quotidiana, all’interno di un assetto familiare e domestico sprovvisto di strumenti e strategie per fronteggiare i problemi emersi. Si sono riscontrate importanti difficoltà nel dover riorganizzare tempi e spazi, nel gestire momenti di gioco col proprio figlio, nel condividere e ampliare i suoi interessi e, non ultimo, nell’impegnarlo in attività di autonomia. La sospensione dei servizi riabilitativi ha alimentato nei genitori la preoccupazione di poter perdere i progressi raggiunti o indebolire le competenze acquisite con grande fatica, nonché la conseguente insorgenza di nuovi comportamenti problematici. Strategie messe in atto dagli operatori nel periodo post pandemico Un tempo di incertezza che ha fatto emergere paure, senso di vuoto e di solitudine e vissuti di abbandono, che ha determinato una condizione di fragilità e ansia per il futuro, non solo nelle famiglie, ma anche negli operatori che hanno dovuto adattarsi alle nuove esigenze imposte dal COVID-19 (banalmente anche l’uso della mascherina e di altri DPI che aumentano il “distacco emotivo”). La proposta di nuove modalità di lavoro e di presa in carico per supportare genitori e bambini. La specifica competenza delle figure professionali ha permesso di fornire assistenza all’intero sistema familiare al fine di garantire un’esperienza di vita equilibrata ed adeguata alla situazione eccezionale venutasi a creare in conseguenza della pandemia. Tra le strategie messe in campo ha assunto un ruolo significativo l’attivazione immediata di modalità di intervento da remoto così da garantire continuità assistenziale. Esse hanno permesso di rinforzare l’alleanza terapeutica con la famiglia attraverso la co-progettazione dei percorsi riabilitativi e il lavoro di rete per l’integrazione tra i vari contesti operativi. Insieme alle famiglie, sono state strutturate nuove routine giornaliere volte al mantenimento o all’acquisizione di competenze. Questi incontri hanno anche rappresentato uno spazio di confronto e di supporto con l’équipe di riferimento del bambino, nel quale portare i propri vissuti, elaborare le proprie paure, sostenere e promuovere la resilienza e strategie di coping più adattive. Numerosi sono stati i rimandi positivi da parte delle famiglie che in questo modo, non solo hanno potuto ricevere un supporto concreto nella gestione della quotidianità, ma soprattutto non si sono sentite sole, avvertendo concretamente la vicinanza di un “sistema”, nonostante l’obbligo di isolamento. L’impatto della ripresa post pandemica Nella relazione con gli operatori, anche tutt’ora le famiglie trovano ascolto e contenimento per le proprie ansie, sperimentando pensieri più funzionali al loro benessere. Dalle esperienze dirette con alcuni genitori, è emerso che il lavoro di supporto è stato portato avanti anche a seguito della riapertura dei centri. La ripresa delle attività in presenza ha posto agli operatori nuove sfide, per permettere il riavvio delle attività riabilitative garantendo la distanza fisica necessaria per la prevenzione del contagio. Sono stati, infatti, effettuati training specifici per facilitare l’uso della mascherina, o per preparare bambini e ragazzi a sottoporsi all’esame del tampone molecolare, che viene effettuato con una certa cadenza. L’emergenza sanitaria ha, dunque, amplificato le fragilità delle persone con ASD evidenziando molti dei vincoli e delle carenze esistenti nei sistemi di assistenza e cura e la necessità di rivedere la modalità di presa in carico. Ancora più forte è emersa negli operatori la consapevolezza che l’ambiente è troppo caotico per chi ha una sensibilità differente sia a livello neurofisiologico sia a livello psichico. Al contempo, i cambiamenti imposti dalla pandemia, hanno comportato la necessità di attivare nuove e, spesso, creative strategie di intervento per ascoltare, comprendere e rispondere ai bisogni delle persone con questo disturbo e dei loro familiari. Bibliografia Colizzi, M., Sironi, E., Antonini, F., Ciceri, M. L., Bovo, C., Zoccante, L. (2020). Psychosocial and Behavioral Impact of COVID-19 in Autism Spectrum Disorder: An Online Parent Survey. Brain Sciences, 10 (6), 341. doi: 10.3390/brainsci10060341. Drogomyretska, K., Fox, R. & Colbert, D. (2020). Brief Report: Stress and Perceived Social Support in Parents of Children with ASD. Journal of Autism and Developmental Disorders, 21. Lim, T., Tan, M. Y, Aishworiya, R., & Kang, Y. Q. (2020). Autism Spectrum Disorder and COVID-19: Helping Caregivers Navigate the Pandemic. Annals, Academy of Medicine, Singapore, 49 (6), 384-386. Narzisi, A. (2020) Phase 2 and Later
CONOSCI LA TUA ENERGIA

di Aquilina Dario e Sannino Viviana Il Teatro dell’Anima ha creato una serie di strumenti che hanno la funzione di approfondire le tematiche relative alla personalità umana. Fra questi strumenti c’è il Theogramma in cui gli dei prestano il nome ad aspetti della personalità. Il cuore di questi strumenti è l’idea che quando alcuni tratti del carattere diventano troppo invadenti o al contrario negati possono favorire la nascita di problemi psicologici. Questa invadenza, o mancata presenza, può essere osservata in termini di investimento energetico e viene analizzata con diversi strumenti di cui “Conosci le tue energie” è il più agile, mentre il Theogramma è quello più articolato e rivolto alla conoscenza della personalità. “Conosci la tua energia” ha l’obiettivo di aiutare chi lo utilizza a capire in che modo utilizziamo la nostra energia e in che modo investiamo la realtà con la nostra carica positiva o negativa. Proviamo ad immaginare ognuno di noi come una stella. A ben pensare una stella, come ognuno di noi, è qualcosa che vive: ha una coerenza di struttura che le consente di gestire l’energia di cui è dotata, che non è infinita; la mancanza di energia la trasforma fino ad implodere; l’eccesso di energia determina tempeste devastanti nella galassia intorno a sé. Stelle di grandezza e energia intermedia, simili al Sole, invece gestiscono sistemi con il loro contesto di equilibrio. Se sostituiamo la parola stella con “essere umano” possiamo coglierne le affinità: un essere umano dotato di pochissima energia implode, uno dotato di grandissima energia produce effetti devastanti, un essere umano dotato di un’energia più equilibrata partecipa di sistemi che cercano un equilibrio nella vita, nell’amore, nelle relazioni, nel lavoro. Trai due estremi c’è la vita con le sue modulazioni ed articolazioni dipendenti dalle nostre esperienze, dalla nostra natura e dal contesto in cui ci troviamo. Questo test molto elementare, ma molto predittivo ci aiuta a capire come gestiamo la nostra energia e il suo rapporto con alcuni contesti di vita. Nel theogramma questo aspetto sarà ulteriormente sviluppato, ma è molto utile cominciare a confrontarsi con questo modo di pensare alla nostra personalità come un equilibrio fra funzioni oppositive ugualmente dannose quando sono estreme: pervasive o rimosse Ora, se non l’abbiamo già fatto, proviamo a compilare il test riempendo le caselle di ogni item. Vanno sommati i risultati del test sull’energia. Il calcolo dei risultati presenta alcuni aspetti interessanti. Cominciamo con il calcolare il risultato generale ( Dario per esempio ha totalizzato 22). da 8 a 10 energia pervasiva da 11 a 15 autocommiserativa da 16 a 19 espansiva 20 bilanciata da 21 a 24 attenta da 25 a 29 autocritica da 30 a 32 negata, autoinibitoria Il risultato definisce l’energia personale in generale, facilmente quella che gli altri percepiscono o quella che percepiamo di noi stessi (quella degli altri dipende molto dal contesto in cui ci incontrano). Il test è organizzato su due sottoaree che ci aiutano ad andare più in profondità, perché ciascuno di noi non usa la propria energia potenziale in tutte le situazioni. Abbiamo strutturato il test su due linee, quella del rilassamento (item 1,3, 5, 6, ) e quella del controllo (item 2, 4, 7,8). Riportiamo il significato dei risultati raggiungibili in ciascuna area: da 4 e 5 energia pervasiva da 6 e 7 autocommiserativa 8 e 9 espansiva 10 bilanciata da 11 e 12 attenta 13 a 14 autocritica da 15 a 16, negata/autoinibitoria. I punteggi sono influenzati dallo stato dell’esaminato nel momento della compilazione.. Vanno rivisti in altri suoi momenti per essere più affidabile (considero normale un’oscillazione di +/- 2 dal proprio punteggio di partenza); Una variazione nel tempo di +/-3 o più è un’importante anomalia del proprio comportamento pulsionale; I punteggi minimo e massimo sono un segnale di controllo pulsionale fuori scala e segnalano un problema di controllo pulsionale per eccesso o per difetto: le parti più pericolose per noi stessi, le chiamiamo assassini, sono fuori dal controllo della persona. A titolo esemplificativo i punteggi di Dario sono stati 9 alla scala del relax e 13 alla scala del controllo. Questo potrebbe significare che sia una persona espansiva che ha un livello di controllo abbastanza alto e che, in contesti non protetti, può anche farlo essere molto cauto. Ma la tonalità generale che ne emerge, quella che facilmente gli altri percepiscono, è espansiva (22). Verificheremo che difficilmente le due aree sono allineate nel punteggio e poiché la scala è molto stretta, la differenza di ogni punto è significativa. Facilmente saremo più esuberanti nella scala del relax e più controllati nella scala del controllo. Maggiore è lo scarto fra le due aree, maggiore è il conflitto interno, mentre i due punteggi in testa e coda potrebbero indicare una difficoltà a sentirsi in contatto con gli altri. Oltre a indicare la nostra energia impiegata nel mondo esterno e nelle relazioni, il test ci segnala la difficoltà al contatto interumano nei suoi punteggi persuasivi ed autoinibitori, e quindi la maggiore reattività quando il nostro assassino è operativo, la sua caratteristica è proprio quella di entrare in funzione senza cercare punti di contatto nelle nostre relazioni e nelle nostre azioni. Il Teatro dell’Anima è un progetto di ricerca antropologica e di psicologia transpersonale che utilizza il teatro e lo strumento artistico per accrescere capacità espressive e creative proprie di ciascuno. Il Teatro dell’Anima aiuta ad essere autore regista attore e spettatore, a “mettersi in scena nella vita, utilizzando i media che gli sono più propri: il gesto, il corpo, la parola, il movimento, il suono, le immagini, la materia. Esplica la propria attività in progetti istituzionali rivolti all’infanzia, alla salute mentale, in situazioni di marginalità e in contesti di coaching e stress da lavoro correlato. Ha una sua propria produzione teatrale rivolta a non attori, si interessa formazione in area clinica, aziendale, pedagogica; gestisce una scuola di TeatroArteTerapia.