CONOSCETE I NUDGE?

di Beatrice Brambilla Per comprendere l’origine della teoria dei nudge e le sue implicazioni, si deve necessariamente partire dagli assunti della psicologia economica, che si propongono come strada alternativa al paradigma economico dominante. Gli economisti definiscono l’essere umano come un egoista razionale in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili e di mantenere preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto. MA SIAMO DAVVERO COSI’? ASSOLUTAMENTE NO! Dai numerosi studi della psicologia economica emerge che siamo soggetti a molti limiti cognitivi, che spesso non ci permettono di prendere le decisioni migliori. Da questi presupposti Thaler e Sustein (2008) hanno sviluppato le politiche di nudging, cioè interventi che agiscono a livello profondo sfruttando o contrastando i limiti cognitivi, ma allo stesso preservando la libertà di scelta. Se è noto l’utilizzo di queste “spinte gentili” nel campo della politica, degli investimenti, dei risparmi e della salute pubblica, l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è un’area ancora molto poco sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici. Per colmare queste lacune, alcuni ricercatori hanno fatto una selezione di dominio generale di studi, che ha permesso loro di individuare alcune strategie di nudging molto vantaggiose, non solo a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale. VEDIAMO ORA DEGLI ESEMPI PRATICI… Al giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse. In passato, si credeva che gli incentivi monetari fossero la modalità più efficiente per determinare cambiamenti ambientali, soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi hanno individuato alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci: Meccanismi di feedback Confronti sociali Cambiamento delle opzioni predefinite (o meglio conosciute come default) Esaminando la letteratura sui meccanismi di feedback, gli studiosi sono giunti alla conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico (soprattutto quello elettrico). Inoltre, fornire lettere contenenti informazioni di confronto sociale alle famiglie riduce i consumi di circa il 2%. Un’ipotesi per cui i confronti sociali sono efficaci è il fatto che forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. MA dobbiamo stare molto attenti perché non bisogna mai lasciare intendere alle persone “pungolate” che il loro comportamento sia migliore rispetto alla media in quanto si potrebbe verificare un effetto boomerang e incentivare azioni peggiori rispetto a quelle iniziali. L’ultima categoria di nudge riguarda il cambiamento delle opzioni predefinite particolarmente utile nella stampa dei documenti, che ogni anno consuma una grande quantità di carta. Quando si inviano documenti a una stampante, possiamo scegliere se stampare fronte/retro oppure solo fronte: la prima tipologia di stampa risulta essere più ecologia in quanto spreca meno risorse. Impostare, quindi, l’opzione fronte/retro come default diminuisce il consumo quotidiano di carta del 12% e l’effetto creato si mantiene costante nel tempo. Per ottenere benefici su scala globale sarebbe utile convincere i produttori a impostare valori predefiniti ecologici nel momento di produzione dei macchinari. Vediamo ora come i responsabili HR possono sfruttare le politiche di nudging… Un intervento molto potente ed efficace è il default, soprattutto per ridurre la durate delle riunioni manageriali e migliorare la prestazione dei lavoratori nei compiti che necessitano di molta concentrazione. Le riunioni lavorative durano molto a causa della tendenza dell’uomo a cercare sempre più informazioni, anche se non necessarie; cambiando la durata dei meeting da un’ora a mezz’ora è possibile andare incontro a un notevole risparmio di tempo che potrebbe essere dedicato ad altre attività e quindi a una miglior efficienza. Inoltre, potrebbe essere utile, impostare un “no-meeting day” combinato anche con il lavoro da casa. Proseguendo, i dipendenti vengono distratti spesso dalle notifiche della posta elettronica o dei cellulari; disattivando il loro suono e impostando l’aggiornamento delle e-mail una volta all’ora piuttosto che all’arrivo di ogni nuovo messaggio si potrebbe mantenere alta la concentrazione. Andando avanti, numerose ricerche dimostrano che progettare in un determinato modo lo spazio fisico circostante può portare a una maggior produttività e migliori performance. A questo scopo è stato creato il nudge “SALIENT”, il cui acronimo si riferisce ad alcuni aspetti da curare nella progettazione di un ambiente lavorativo: suoni, aria, illuminazione, immagini, arredamento, elementi naturali e colore delle pareti. Il punto d’inizio è avere ben presente quali siano gli obiettivi in ogni settore dell’azienda perché in base a essi si fanno determinate scelte piuttosto che altre. Per fare qualche esempio un moderato livello di rumore (70 decibel) è efficace per stimolare la creatività; se, invece, è troppo intenso può creare distrazioni e ridurre la concentrazione. La creatività può essere stimolata anche dalla luce naturale e da una bassa intensità, mentre una elevata incrementa il livello di attenzione e di concentrazione. Infine, anche il colore delle pareti può essere sfruttato per una maggior produttività perché scatena inconsciamente delle associazioni nell’uomo: il rosso è spesso correlato a uno stato di allerta e vigilanza, mentre il blu stimola maggiormente la creatività. Tutti questi risultati suggeriscono che per un responsabile delle Risorse Umane sia essenziale conoscere il funzionamento della mente umana, in particolare le aree nelle quali fallisce o dove ha più successo, per progettare degli interventi adatti a chi ha di fronte. Inoltre, è necessario un cambiamento nell’attuale mondo del lavoro perché troppo concentrato sui processi cognitivi razionali, a discapito delle dimensioni più profonde. CONCLUDO DICENDO CHE IN GENERALE È AUSPICABILE CHE LE RICERCHE FUTURE SI CONCENTRINO MAGGIORMENTE SULL’APPLICAZIONE DEI NUDGE ALL’INTERNO DEL CONTESTO ORGANIZZATIVO, IN QUANTO RIMANE UN’AREA ANCORA POCO SVILUPPATA. BIBLIOGRAFIA: Deutsch, M., & Gerard, H.B. (1955). A study of normative and informational social influences upon individual judgement. The Journal of Abnormal and Social Psychology, 51(3), 629-636 Shantz, A. & Latham, G.P. (in press). The effect of primed goals on employee performance: implications for Human Resource Management. Human Resource Management Singler, E. (2018). First key

Connessione uomo-natura e le emozioni socio-relazionali

L’essere umano cresce e vive in un contesto specifico, nel quale la natura e l’ecosistema possono svolgere un ruolo molto importante. In questo contesto, si ipotizza che la connessione sociale e la connessione alla natura sono sostenuti dalle stesse emozioni. In particolare, le emozioni socio-relazionali sono cruciali per comprendere il processo attraverso cui l’essere umano si connette con la natura. Ad oggi, poco si sa sul processo psicologico attraverso il quale le persone riescono a connettersi alla natura. Nonostante questo, è risaputo come vi sia una relazione positiva tra l’uomo e il mondo naturale, che apporta benefici per il benessere sia dell’uomo che dell’ambiente stesso. La relazione dell’uomo con la natura viene definita come nature connectedness, che indica una connessione permanente alla natura ad un livello individuale. La connessione con la natura è un predittore del benessere dell’essere umano e del comportamento e atteggiamento di difesa e cura dell’ambiente (Capaldi et al., 2014, Mackay e Schmitt, 2019). La psicologia sociale ci insegna come le emozioni abbiano un ruolo fondamentale nel connettersi con gli altri. Allo stesso modo, Petersen, Fiske e Schubert (2019) ipotizzano come il collegamento con altri esseri umani e il collegamento con la natura sono sostenuti dagli stessi meccanismi psicologici generali, che includono processi cognitivi, emotivi e comportamentali. Sostengono come le emozioni giochino un ruolo importante nella connessione tra uomo e natura, in particolare le emozioni socio-relazionali. Le emozioni socio-relazionali (social relational emotions) sono emozioni che stabiliscono, regolano e mantengono le relazioni e sono stupore, ammirazione, gratitudine, compassione ed elevazione morale. Tutte queste emozioni sembrano in grado di aumentare il senso di connessione con gli altri e possono, quindi, essere classificate come emozioni socio-relazionali positive. Emozioni come stupore, gratitudine e compassione sono potenti determinanti dell’azione prosociale. Nel loro studio, Petersen, Fiske e Schubert (2019) sottolineano il potenziale di una specifica emozione positiva, kama muta (parola in sanscrito che indica l’essere mosso dall’amore, “being moved by love”), che può essere indicata come l’emozione socio-relazionale cruciale nella connessione. Tenere in braccio un neonato, rivedere una persona cara dopo molto tempo o ricevere inaspettatamente una grande gentilezza sono tipici esempi di momenti in cui le persone sperimentano il kama muta. La valutazione primaria coinvolta nel kama muta sta nel vivere un’improvvisa intensificazione della condivisione comunitaria. La condivisione comunitaria è il fondamento relazionale attraverso cui le persone sentono un’identità condivisa, sono motivate dall’unità, condividono le risorse secondo necessità e capacità e si impegnano ad essere una cosa sola con l’altro. Le persone possono sentire kama muta quando improvvisamente intensificano le relazioni comunitarie con un animale, una divinità o anche un’entità astratta come la terra o il cosmo. Pertanto, è probabile che kama muta svolga un ruolo importante nella connessione con la natura (Petersen et al., 2019). In questo contesto di ricerca, Lumber et al. (2017) hanno scoperto che il contatto con la natura, le emozioni, il significato, la compassione e la bellezza sono percorsi per migliorare la connessione con la natura. Un altro recente progetto di ricerca di Anderson et al. (2018) ha esaminato le emozioni e il loro ruolo di mediazione nell’esperienza della natura per il benessere. È stato osservato come le esperienze nella natura durante la vita quotidiana hanno portato ad un maggiore stupore, il che ha dimostrato come l’esperienza nella natura migliori il benessere e la soddisfazione della vita. In conclusione, comprendere le emozioni che supportano e approfondiscono un senso di connessione con la natura permetterebbe di avere una maggiore conoscenza su come migliorare il benessere dell’uomo e promuovere atteggiamenti e comportamenti favorevoli all’ambiente. Nelle esperienze di connessione con la natura, le emozioni socio-relazionali, in particolare il kama muta, sembrano essere predominanti. Bibliografia Capaldi, C. A., Dopko, R. L., and Zelenski, J. M. (2014). The relationship between nature connectedness and happiness: a meta-analysis. Front. Psychol. 5:976. doi: 10.3389/fpsyg.2014.00976 Mackay, C. M., and Schmitt, M. T. (2019). Do people who feel connected to nature do more to protect it? A meta-analysis. J. Environ. Psychol. 65:101323. doi: 10.1016/j.jenvp.2019.101323 Petersen E, Fiske AP and Schubert TW (2019) The Role of Social Relational Emotions for Human-Nature Connectedness. Front. Psychol. 10:2759. doi: 10.3389/fpsyg.2019.02759 Lumber, R., Richardson, M., and Sheffield, D. (2017). Beyond knowing nature: contact, emotion, compassion, meaning, and beauty are pathways to nature connection. PLoS One 12:e0177186. doi: 10.1371/journal.pone.0177186 Anderson, C. L., Monroy, M., and Keltner, D. (2018). Awe in nature heals: evidence from military veterans, at-risk youth, and college students. Emotion 18, 1195–1202. doi: 10.1037/emo0000442

Conflitti tra valori. Cosa posso fare?

Russ Harris dà alcuni suggerimenti pratici per risolvere conflitti tra valori. E’ successo a tutti noi di sperimentare conflitti importanti a volte, e di solito è piuttosto stressante; possiamo facilmente essere coinvolti nel tentativo di trovare “la cosa giusta da fare”, e finire per passare molto tempo dentro la nostra testa, preoccupandoci, ruminando, stressandoci o semplicemente tornando ripetutamente sul problema, cercando di prendere una decisione. Questi tipi di conflitti rappresentano una grande sfida per quasi tutti. Quindi, di seguito si illustra uno schema tratto da Russ Harris (2019), in 5 passaggi, per i conflitti di valori. 1: Il dominio: identificare il dominio di vita in cui i valori sono in conflitto.2: I valori: identificare i valori effettivi in conflitto.3: Il “mappamondo“: ricorda che i valori sono dinamici.4: Brainstorming: pensa a tutti i diversi modi possibili di coltivare il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori A e B contemporaneamente, all’interno di questo dominio della vita.5: Auto-gentilezza: questi conflitti sono dolorosi, quindi sii compassionevole e comprensivo verso te stesso. Il primo passo è sempre quello di identificare un solo dominio di vita in cui si verificano i valori in conflitto – ad es. lavoro, studio, genitorialità, matrimonio, salute, spiritualità, tempo libero, ecc. Se il conflitto riguarda più di un dominio,inizialmente si può scegliere quello principale, dove si stanno creando i maggiori problemi. Il passaggio 2 consiste nell’identificare poi i due valori principali in conflitto all’interno dello specifico dominio. Ad esempio, nel dominio genitorialità potrebbero crearsi conflitti tra l’essere presente e l’essere autorevole. I valori non sono statici; non si allineano e rimangono in posizione come libri in una libreria. I valori sono dinamici,cambiano continuamente posizione e si spostano, a volte giungendo in primo piano e altre volte sfumando sullo sfondo. Spesso aiuta vederlo in questo modo: i nostri valori sono come i continenti nel mappamondo.Non importa quanto velocemente lo giri, non puoi mai vedere tutti i continenti contemporaneamente; ce ne sono sempre alcuni nella parte anteriore, altri nella parte posteriore. Di volta in volta, dunque, bisogna scegliere: quali valori arrivano in primo piano e quali si spostano dietro? A questo punto bisogna pensare a quali diversi modi esistono per vivere il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori contemporaneamente. Possiamo includere qualsiasi cosa, dalla più piccola delle azioni al più grande degli obiettivi. Quando risolviamo i conflitti fra i nostri valori, tendiamo a provare un senso di liberazione; ci rendiamo conto che possiamo vivere secondo i nostri valori qualunque sia il corso dell’azione che perseguiamo.Sfortunatamente, ciò spesso non ci aiuta a prendere la decisione difficile che dobbiamo prendere, o risolvere ildilemma o fare quella scelta difficile. Ricordiamoci sempre che la soluzione perfetta non esiste!Se ci fosse, non si sarebbe creato un dilemma. Quindi, qualunque sia la scelta finale, probabilmente si avvertirà ansia e la mente dirà: “Questa è la decisione sbagliata”, e facendoti poi notare tutti i motivi per cui è una scelta sbagliata.Il punto cruciale è che se si aspetta di scegliere fino a quando ci si sentirà sicuri al 100%, e finchè ci si aspetta di non provare ansia, dubbi e nessun pensiero sul prendere la decisione sbagliata, sappi che probabilmente si aspetterà per sempre. La verità è che non c’è modo di non scegliere, poichè si sta già facendo una scelta anche quando non si è ancora presa una decisione.

Concentrazione: come aiutare bambini e ragazzi a svilupparla?

Strategie per aumentare le capacità di concentrazione in bambini e ragazzi. Molto spesso giungono in terapia genitori che sono in difficoltà per come aiutare i propri figli a concentrarsi ed essere più attenti davanti ad un compito scolastico e non. Le difficoltà di concentrazione più comuni possono riguardare: perdere dettagli importanti in una conversazione, non riuscire a rimanere concentrati nello svolgimento di un’attività, lasciarsi distrarre, non essere attenti dinanzi a delle istruzioni. Ma a cosa è legata la capacità di concentrazione? La capacità di concentrazione è legata alle capacità di apprendimento, all’intelligenza, allo sviluppo del linguaggio e ai risultati scolastici. I bambini e i ragazzi con difficoltà nelle funzioni esecutive possono, ad esempio, sentirsi affaticati in vari aspetti della concentrazione, tra cui l’attenzione sostenuta e l’attenzione divisa. L’attenzione sostenuta può essere considerata come la durata dell’attenzione, il tempo necessario per completare un’attività. L’attenzione divisa, invece, è la capacità di suddividere l’attenzione e fare cose diverse contemporaneamente. Quali strategie possono essere utilizzate? L’automonitoraggio. Si può aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere quando è concentrato e quando non lo è. Può essere utile avviare una riflessione per dare al ragazzo un’immagine di riferimento su cosa è la concentrazione e come appare dall’esterno. Ad esempio, l’immagine potrebbe essere, durante i compiti, il ragazzo seduto alla scrivania, con i dispositivi spenti, il corpo fermo, lo sguardo sui compiti. Successivamente, lo stesso, dovrà imparare a notare quando è concentrato e quando non lo è, con un timer ad intervalli casuali. Quando suona, dovrà segnare da solo su una tabella se è concentrato o meno in quel momento. Offrire loro il potere di scelta. E’ più facile concentrarsi su qualcosa che piace rispetto a ciò che non piace o è difficile. Dunque, si potrebbe lasciare il ragazzo libero di scegliere a chi chiedere aiuto in caso di difficoltà oppure mettergli davanti delle strategie di organizzazione dello studio, consentendogli comunque di scegliere quella che ritiene più utile.

Comunità educante e aspetti psicologici

Senza tener conto degli aspetti psicologici di una comunità educante non consideriamo la sua esistenzaMaria Anna Formisano La scuola è una comunità educante con specifici scopi e obiettivi mirati, ma spesso è influenzata da vari aspetti psicologici. E sono proprio gli aspetti psicologici che incidono in maniera positiva o negativa sull’intera comunità educante. Ad esempio, pensiamo al modo in cui un membro della comunità educante (docente, alunno, dirigente, personale Ata,famiglia) reagisce alle varie richieste e ci rendiamo subito conto delle ricadute sull’intera comunità educante. Non dimentichiamo poi che ciascuna persona ,membro della comunità educante, agisce in base alle sue emozioni, alle sue conoscenze, alla sua affettività e alla sua personalità. Purtroppo, però, questo agire individuale si ripercuote sull’agire collettivo. Ed ecco una vera e propria reazione a catena. La comunità educante e i suoi aspetti psicologici richiedono una valutazione accurata. In questo articolo vorrei lanciare alcuni spunti. 1. Le dinamiche interpersonali Le abilità interpersonali possono avere profondi effetti sulle persone. Ricordiamo che le persone instaurano certi tipi di relazioni interpersonali in base al loro funzionamento ed eventualmente al loro stato di malessere o benessere. Se le persone stanno bene sono disposte alla cooperazione e alla collaborazione. Se le persone stanno male sono più propense al litigio e alle polemiche. 2. Lo spazio decisionale Vi è capacità organizzativa quando vi è l’ottimizzazione dello spazio decisionale, ossia l’abilità di prendere decisioni in tempi brevi, utilizzando anche un pensiero flessibile e originale. In altre parole, va bene pianificare la decisione, ma è importante anche scegliere rapidamente per il benessere della comunità educante. Se è vero che la decisione è sempre in qualche modo legata allo scopo e al tempo a disposizione è anche vero che un uomo che osa sprecare un’ora del suo tempo non ha scoperto il valore della vita (Charles Darwin). 3. Il benessere psicofisico Vi è impegno lavorativo quando vi è un benessere psicofisico, una vera opportunità di crescita e di miglioramento lavorativo, un ambiente di lavoro accogliente e piacevole (Pelizzoni, 2005). Studi recenti hanno dimostrato come un maggior grado di esaurimento emotivo si associ ad una mancanza di benessere psicofisico. Per dirla con le parole di Erich Fromm una società sana (aggiungerei una comunità educante sana) favorisce la capacità di amare i suoi simili, di lavorare e creare, di sviluppare la sua ragione e la sua obiettività, di avere un senso di sé che sia basato sull’esperienza delle sue energie produttive. 4. Le novità e i cambiamenti Vi è sensibilità ai problemi se si riesce a fronteggiare le novità. Sono proprio le novità che chiedono il cambiamento. Il cambiamento avviene però solo attraverso una gestione strategica dotata di senso e significato. Lo scopo è dare fiducia e accettazione,senso di appartenenza e autonomia. Da dove partiamo? Quando possiamo e vogliamo proviamo a considerare e a riflettere su uno di questi fattori. Chissà forse potremmo cominciare a trovare un perchè di alcune azioni.

Comunicazione: come migliorarla attraverso l’assertività

La comunicazione è uno strumento importante di relazione. Con l’assertività si impara ad esprimere se stessi in modo chiaro e diretto. Quando si parla di comunicazione si fa riferimento ad un sistema in cui si verifica uno scambio di informazioni. Per creare e sviluppare relazioni soddisfacenti diventa fondamentale saper comunicare: in coppia, con i propri familiari, nell’ambito lavorativo e in qualsiasi gruppo sociale. Ma come si comunica in modo assertivo? Possiamo sintetizzare alcune delle caratteristiche principali di una persona che comunica in modo assertivo così: ha ben chiaro cosa desidera e qual è il suo obiettivo; agisce per ottenerlo; rispetta i diritti degli altri; non si sente in colpa; mantiene una buona opinione di sé anche quando è difficile raggiungere ciò che desidera. Pertanto, il comportamento assertivo si può inserire tra uno stile passivo e uno stile aggressivo. Nello stile passivo non si è in grado di difendere i propri diritti o esprimere i propri bisogni per cui vi è maggiore probabilità di essere influenzati o di subire le scelte degli altri. Al contrario, nel comportamento aggressivo, si ha la tendenza ad imporsi sull’altro come se esistessero soltanto i propri bisogni e pensando di essere immuni dal commettere errori. Perché tutto questo può influire sull’autostima? L’autostima è la valutazione che ogni persona ha di se stessa e di sè in relazione agli altri. Quando non si ha una buona autostima e non ci si sente sicuri del proprio valore spesso, sentendosi inadeguati, non si dà importanza ai propri bisogni, si evita di agire per soddisfarli, si è incerti sulle proprie scelte. Ed è proprio per questo motivo che è fondamentale, già all’interno del proprio nucleo familiare, che gli adulti facciano da modello ai bambini, insegnandogli come dialogare con loro, con apertura e chiarezza. Facciamo degli esempi: vanno utilizzate frasi in prima persona come “io mi sento così quando tu…” oppure “io penso che….”; va incoraggiata l’apertura dell’interlocutore e l’espressione dei suoi pensieri, come “e tu cosa ne pensi? Come ti senti?” quando c’è un disaccordo è importante descrivere il comportamento inadeguato, senza giudicare. Se un bambino o un adolescente non ha rispettato la volontà dei genitori, è importante esplicitare cosa ha sbagliato e non dire frasi come “mi fai sempre arrabbiare” o “se fai così non mi vuoi bene”.

Comunicare sistemica-mente

Si dice di solito che “comunicare” è sinonimo di influenzare, ma questa definizione è una semplificazione in quanto non spiega cosa si cerchi di fare influenzando. Inoltre, tende ad inquadrare la comunicazione come un fenomeno unidirezionale e sappiamo che questa ipotesi è errata. Secondo l’ottica sistemico-relazionale, infatti, non esiste comunicazione senza uno scambio che richiede per l’appunto una relazione. Binomio contenuto-relazione Ogni interazione comunicativa nasce da un intreccio di messaggi verbali, paraverbali, non-verbali che specificano il senso generale di ciò che sta accadendo. E’ senza dubbio importante distinguere tra:• Relazione: definisce i rispettivi ruoli (ovvero stabilisce chi siamo uno per l’altro)• Contenuto: definisce gli scambi comportamentali (ovvero cosa facciamo l’uno con/per l’altro).Va esplicitato che è la relazione che dà senso al contenuto. Secondo Bateson, iniziatore della teoria della comunicazione, gli individui attraverso la comunicazione giocano la propria identità. Inoltre, oggi sappiamo che  non si può non comunicare. Questa affermazione (Wazlawick, 1971) allude ad una caratteristica essenziale della comunicazione: l’inevitabilità. La comunicazione è uno scambio reciproco fra due interlocutori uno dei quali invia un messaggio, mentre l’altro lo recepisce. E’ innanzitutto utile distinguere tra comunicazione intenzionale e inintenzionale. Inoltre, a dispetto dell’apparente semplicità del compito, non è sempre facile comunicare in maniera efficace, anzi, i fraintendimenti sono molto più comuni i quanto si immagini. Per incrementare le possibilità che un messaggio venga recepito e decodificato secondo le intenzioni dell’emittente si devono scegliere un canale ed un codice adeguati basandosi sia sul tipo di informazione da trasmettere, sia sul tipo di relazione esistente tra i comunicanti. Con il termine codice ci si riferisce all’insieme delle regole che devono essere impiegate per trovare il significato del messaggio, mentre con il termine canale ci si riferisce per esempio al “mezzo” attraverso il quale viaggia il segnale. La punteggiatura della sequenza di eventi Il terzo assioma della comunicazione umana riguarda la punteggiatura della sequenza di eventi e ci permette di riflettere sul concetto di “comunicazione efficace”. Il modo di interpretare una comunicazione dipende, infatti, da come viene ordinata la sequenza delle comunicazioni fatte. Un osservatore può considerare una serie di comunicazioni come una sequenza ininterrotta di scambi, però a seconda della “punteggiatura” usata, cambia il significato dato alla comunicazione e alla relazione stessa. La comunicazione comprende diverse versioni della realtà, che si creano e modificano durante l’interazione tra più individui. Queste diverse interpretazioni dipendono per l’appunto dalla punteggiatura della sequenza degli eventi, ossia dal modo in cui ognuno tende a credere che l’unica versione possibile dei fatti sia la propria.Wazlawick (1978) riporta l’esempio di una coppia che ha un problema coniugale. Ciascun coniuge ne è responsabile al 50%, ma ognuno dichiara di reagire in un determinato modo in conseguenza al comportamento dell’altro. Lui si chiude in se stesso e lei brontola (o ancora lei brontola e lui si chiude in sé stesso). Quando spiegano le loro frustrazioni lui racconta che si chiude perché lei critica, lei invece dice che si altera perché lui si chiude. In effetti, se ci pensiamo bene, ognuno ha ragione dal proprio punto di vista. Nella vita di coppia, capita spesso che ci si limiti ad osservare la situazione esclusivamente dal proprio punto di vista, usando cioè la propria punteggiatura e non riuscendo a cogliere quella dell’altro. In particolare, nelle relazioni conflittuali può accadere che si ritenga in torto sempre e solo l’altra parte, come conseguenza di una visione distorta. Se non si risolvono le discrepanze che si vengono a creare l’interazione arriva ad un vicolo cieco dove vengono espresse solo reciproche intolleranze. Questo esempio sottolinea il valore di una comunicazione efficace. Gli esseri umani sono sistemi aperti dove l’aggettivo “aperto” significa che l’individuo interagisce col mondo esterno attraverso scambi di informazioni. Dunque, l’individuo fa parte del sistema in cui è inserito e non può prescindere da esso. Bibliografia Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio (Roma)

Comunicare nelle relazioni: costruire legami più forti

La comunicazione è alla base di ogni relazione, sia essa tra amici, partner, familiari o colleghi. Tuttavia, comunicare in modo efficace non è sempre così semplice; con il passare del tempo, difficoltà nella comunicazione possono, infatti, creare incomprensioni, frustrazioni e conflitti. Imparare ad ascoltare, parlare con assertività e risolvere i conflitti in modo costruttivo non solo migliora la qualità delle nostre interazioni, ma rafforza anche i legami con le persone intorno a noi. Ascolto attivo: il primo passo per comunicare efficacemente Uno degli aspetti più sottovalutati della comunicazione è l’ascolto. Quando parliamo con qualcuno, spesso siamo tentati di ascoltare passivamente, pensando già a cosa rispondere o distraendoci con pensieri personali. L’ascolto attivo è differente: è un ascolto profondo, che mira a comprendere realmente il punto di vista e le emozioni dell’altro. Ascoltare attivamente significa prestare attenzione non solo alle parole, ma anche al tono di voce e al linguaggio del corpo della persona con cui stiamo parlando. Per praticare l’ascolto attivo, si può provare a mantenere il contatto visivo e ad annuire o fare piccoli gesti che confermino l’interesse, evitando di interrompere o di offrire subito consigli, a meno che non vengano richiesti. Un altro elemento importante dell’ascolto attivo è la parafrasi: ripetere con parole proprio ciò che si ha capito, in modo che l’altra persona possa confermare o chiarire. Per esempio, si potrebbe dire: “Se ho capito bene, stai dicendo che…”. Questa tecnica non solo dimostra che si sta ascoltando, ma aiuta anche a prevenire fraintendimenti. Assertività: comunicare sé stessi in modo chiaro e rispettoso L’assertività è la capacità di esprimere i propri bisogni, pensieri ed emozioni in modo chiaro e rispettoso, senza sottomettersi o aggredire. Comunicare in modo assertivo permette di essere autentici e di proteggere il proprio spazio emotivo, mantenendo al contempo il rispetto per l’altro. Molte persone tendono a comunicare in modo passivo, evitando di esprimere le proprie esigenze per paura di generare conflitti, o al contrario in modo aggressivo, imponendo il proprio punto di vista senza considerare quello dell’interlocutore. La comunicazione assertiva richiede equilibrio e autocontrollo. Un buon punto di partenza è usare il cosiddetto “linguaggio in prima persona”. Quando esprimiamo le nostre emozioni o opinioni, iniziamo con “Io”; questo tipo di linguaggio è molto meno accusatorio rispetto al “Tu” (ad esempio “tu non ascolti mai”) e aiuta a evitare reazioni difensive. Inoltre, comunica responsabilità personale e aiuta a chiarire che stai condividendo il tuo vissuto, non emettendo giudizi. Risoluzione dei conflitti: trasformare lo scontro in dialogo Anche nelle relazioni più forti, i conflitti sono inevitabili. Il modo in cui affrontiamo questi conflitti può fare la differenza tra una relazione che si deteriora e una che cresce e si rafforza. Una comunicazione efficace può trasformare uno scontro in un’opportunità per chiarire aspettative, condividere bisogni e migliorare la comprensione reciproca. La chiave per risolvere i conflitti è adottare un approccio collaborativo, piuttosto che competitivo. Quando ci si trova in una discussione accesa, è utile fare una pausa per calmarsi, se necessario, per evitare di reagire impulsivamente. Esprimere i propri sentimenti in modo onesto ma pacato permette di evitare che l’altro si metta sulla difensiva, creando invece uno spazio in cui entrambi possano sentirsi ascoltati. Potrebbe essere utile adottare un approccio orientato alla risoluzione del problema; per esempio, ci si potrebbe chiedere “come possiamo trovare una soluzione che funzioni per entrambi?” e coinvolgere l’altro in questo processo. Strategie per ottimizzare la comunicazione nelle relazioni La comunicazione all’interno delle relazioni, di qualsiasi tipo siano esse, è qualcosa che può essere allenato con il tempo. Alcune strategie per ottimizzarla sono: Empatia e curiosità: interessarsi sinceramente al punto di vista dell’altro e chiedersi quali emozioni stia provando; Chiarezza e concisione: esprimere i propri pensieri e sentimenti in modo chiaro e diretto, evitando giri di parole o allusioni che potrebbero portare a fraintendimenti; Pazienza: comunicare efficacemente richiede tempo, soprattutto se si sta cercando di superare vecchi schemi di comunicazione. È normale avere delle difficoltà, ma con pratica e pazienza si possono fare grandi progressi; Rinforzare i momenti di connessione: non limitarsi a cercare il dialogo solo nei momenti di difficoltà ma trovare il tempo per condividere esperienze positive e momenti di gioia, in modo da rafforzare la connessione emotiva. Conclusioni Imparare a comunicare in modo efficace è una competenza che richiede impegno e consapevolezza, ma i risultati possono essere profondamente gratificanti. Relazioni basate su ascolto, chiarezza e rispetto reciproco non solo migliorano la qualità delle nostre interazioni, ma favoriscono anche un senso di connessione autentica. Integrando l’ascolto attivo, l’assertività e approcci costruttivi alla gestione dei conflitti, possiamo rafforzare i nostri legami e affrontare con maggiore serenità le sfide relazionali, costruendo così rapporti duraturi e appaganti.

COMPLESSO DI INFERIORITA’

Quando si parla di complesso di inferiorità, si fa riferimento a un individuo che presenta una bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, ed è pervaso da un costante sentimento di vergogna di sé.  Con il concetto di complesso di inferiorità, in psicologia, si fa quindi riferimento a una serie di rappresentazioni di sé che l’individuo ha costruito e che sono, spesso, il concentrato di rappresentazioni inconsce che nascono dalla propria storia relazionale.  Il modo in cui ognuno di noi rappresenta il proprio Sé è quindi frutto sia del contesto sociale e culturale in cui siamo inseriti, sia della propria storia familiare e personale.  Nel tessuto sociale, il complesso di inferiorità può generare insicurezza e timore di essere giudicati soprattutto in individui che si sentono emarginati o non all’altezza rispetto agli altri. Al contrario, il complesso di superiorità si nutre di un’eccessiva fiducia in sé stessi, spingendo talvolta le persone a comportarsi con arroganza o disprezzo verso chi percepiscono come inferiori.  Entrambi i complessi possono essere radici di conflitti interiori ed esterni e influenzare le dinamiche relazionali e il benessere personale. In una società frenetica, volta al raggiungimento di obiettivi che, in ogni contesto (scolastico, lavorativo, relazionale) vengono “ossessivamente” valutati, sembra che si sia andato man mano perdendo interesse per la soggettività, per i tempi e per le inclinazioni personali. La specificità di ogni singolo individuo è stata sostituita dalla costruzione di un ideale comunitario a cui tutti dobbiamo tendere per poterci sentire “al passo” con i tempi e con gli altri. Il complesso di inferiorità può manifestarsi in diversi modi, che influenzano la maniera in cui una persona percepisce se stessa e interagisce con il mondo circostante. Uno dei segnali più evidenti è la costante sensazione di inadeguatezza, di non essere abbastanza (atelofobia) o di essere inferiori agli altri, anche quando non ci sono ragioni concrete per tale percezione.  Il complesso di inferiorità può essere riconosciuto anche dalla presenza di bassa autostima e di una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, che limitano le opportunità di crescita personale e professionale.  Può capitare che complesso di inferiorità e aggressività si manifestino insieme: l’aggressività è infatti un meccanismo di difesa dietro cui l’Io ferito può nascondere le proprie insicurezze. Inoltre, è possibile che quando si soffre di complessi d’inferiorità, si tenda a essere ipersensibili alle critiche e alle opinioni degli altri, interpretando ogni situazione come conferma della propria mancanza di valore.  Fortunatamente, molte persone che soffrono di tali vissuti di inadeguatezza, arrivati a un certo punto, avvertono un conflitto tra la loro vita psichica e il mondo esterno che li richiama al conseguimento di obiettivi evolutivi. È questo il momento in cui molti si rivolgono a uno psicologo o psicoterapeuta. Durante un percorso di terapia, infatti, il paziente potrà imparare a conoscere le sue potenzialità.  Verrà a trovarsi a contatto con un Altro (il terapeuta) che, attraverso il rispecchiamento, riconoscerà e valorizzerà la sua differenza, le sue potenzialità e, su quest’ultime, farà leva per accompagnarlo nel mondo esterno, confidando nella sue capacità e potenzialità.

Complesso di Inferiorità

Quando si parla di complesso di inferiorità, si fa riferimento a un individuo che presenta una bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, ed è pervaso da un costante sentimento di vergogna di sé. Con il concetto di complesso di inferiorità, in psicologia, si fa quindi riferimento a una serie di rappresentazioni di sé che l’individuo ha costruito e che sono, spesso, il concentrato di rappresentazioni inconsce che nascono dalla propria storia relazionale.  Il modo in cui ognuno di noi rappresenta il proprio Sé è quindi frutto sia del contesto sociale e culturale in cui siamo inseriti, sia della propria storia familiare e personale.  Nel tessuto sociale, il complesso di inferiorità può generare insicurezza e timore di essere giudicati soprattutto in individui che si sentono emarginati o non all’altezza rispetto agli altri. Al contrario, il complesso di superiorità si nutre di un’eccessiva fiducia in sé stessi, spingendo talvolta le persone a comportarsi con arroganza o disprezzo verso chi percepiscono come inferiori. Entrambi i complessi possono essere radici di conflitti interiori ed esterni e influenzare le dinamiche relazionali e il benessere personale. Il complesso di inferiorità può manifestarsi in diversi modi, che influenzano la maniera in cui una persona percepisce se stessa e interagisce con il mondo circostante. Uno dei segnali più evidenti è la costante sensazione di inadeguatezza, di non essere abbastanza o di essere inferiori agli altri, anche quando non ci sono ragioni concrete per tale percezione.  Il complesso di inferiorità può essere riconosciuto anche dalla presenza di bassa autostima e di una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, che limitano le opportunità di crescita personale e professionale.  Può capitare che complesso di inferiorità e aggressività si manifestino insieme: l’aggressività è infatti un meccanismo di difesa dietro cui l’Io ferito può nascondere le proprie insicurezze. Inoltre, è possibile che quando si soffre di complessi d’inferiorità, si tenda a essere ipersensibili alle critiche e alle opinioni degli altri, interpretando ogni situazione come conferma della propria mancanza di valore. ‍Le cause del complesso di inferiorità, possono essere molteplici e complesse. Spesso, possono radicarsi nelle esperienze infantili, come critiche eccessive, abusi emotivi o fisici, o un ambiente familiare che non fornisce un sostegno emotivo adeguato.  Anche le comparazioni costanti con gli altri, specialmente in ambito sociale o lavorativo, possono alimentare sentimenti di inferiorità. Allo stesso modo, il fallimento ripetuto o l’impossibilità di raggiungere gli standard imposti da sé stessi o dagli altri possono contribuire alla formazione del complesso di inferiorità.  Alcune persone possono sviluppare questo complesso anche a causa di traumi o eventi stressanti nella vita adulta, come una rottura sentimentale, una malattia fisica, problemi sul lavoro o la perdita di questo, che possono portare a sperimentare la sindrome dell’impostore.  Inoltre, i messaggi sociali e culturali che promuovono ideali irrealistici di bellezza, successo e prestigio possono aggravare ulteriormente il complesso di inferiorità verso una persona o un gruppo sociale negli individui più vulnerabili. Fortunatamente, molte persone che soffrono di tali vissuti di inadeguatezza, arrivati a un certo punto, avvertono un conflitto tra la loro vita psichica e il mondo esterno che li richiama al conseguimento di obiettivi evolutivi. È questo il momento in cui molti si rivolgono a uno psicologo o psicoterapeuta. Durante un percorso di terapia, infatti, il paziente potrà imparare a conoscere le sue potenzialità.