Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”- seconda parte

In questa seconda parte impareremo a conoscere l’autostima in un modo nuovo e a sviluppare una visione di sé più flessibile. Se provassimo a pensare all’autostima come a un comportamento verso il sé, cosa accadrebbe? E se immaginassimo che la descrizione di sè fosse in una cornice relazionale e che noi avessimo potere nel rafforzarla o indebolirla attraverso le nostre azioni? Ad esempio, Carla (una paziente con nome di fantasia) si sente persa ed infelice perchè, nonostante per lei le amicizie sono molto importanti, porta sempre con sè un pensiero (sviluppatosi a partire dalla sua storia personale): “sono strana; non riesco a fare amicizia; gli altri sono migliori”. A causa di un concetto di sè rigido, ha avuto difficoltà a stringere amicizie per molto tempo, limitando i suoi comportamenti. Insegnando a Carla le abilità per assumere una prospettiva di sè flessibile e notare quando sopraggiungono pensieri negativi, avrà più potere nello scegliere comportamenti di valore, disconfermando l’etichetta che si era creata. La visione di sè flessibile permette di cambiare prospettiva psicologica: guardare i pensieri da una certa distanza, osservarli per quello che sono, vedere se stessi nell’infanzia o visualizzarsi nel futuro, guardarsi attraverso gli occhi di un’altra persona. Qual è l’elemento in comune tra tutte queste visioni? Tu! E non importa quante volte si cambia prospettiva, dove si va a finire con la mente, sei sempre TU e in grado di andare dove vuoi. In particolare, con i giovani che si definiscono con “bassa autostima”, è fondamentale legare il concetto di sè a comportamenti osservabili e che siano coerenti con i propri valori. “Io sono speciale” o “io sono strano” sono parole, giudizi, etichette. Quando diamo un feedback, è importante invece fare attenzione a focalizzarsi sul processo e sui comportamenti messi in atto e non sulla persona. Ad esempio: a un giovane che ha avuto un buon voto, si potrebbe dire “Hai lavorato molto bene”; ad uno che va male in una verifica, si potrebbe dire “forse il tempo che hai dedicato a questa cosa è stato poco, cosa potresti fare per aumentare l’impegno in termini di tempo?” La cosa importante è creare sempre opportunità per far sì che ogni piccolo passo, mosso per ciò che è importante, sia significativo. Va sottolineato infatti che il successo riguarda l’agire con i valori e non il risultato.
Il sintomo in psicoterapia. Quando è il corpo a chiedere aiuto

Attraverso il corpo il sintomo si fa portavoce di una sofferenza che reclama attenzione, di parti che chiedono di essere integrate. Molte persone arrivano in psicoterapia per guarire da un sintomo che si esprime nel corpo. Attacchi di panico, cefalea, vertigini, dermatiti, mal di stomaco sono alcuni dei sintomi che possono portare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Spesso, questo tipo di richiesta arriva in un contesto di urgenza e di fretta, dopo un lasso di tempo ampio dall’esordio del sintomo e dopo svariate indagini mediche. La persona vuole nel più breve tempo possibile sbarazzarsi del sintomo invalidante. Il sintomo fa stare male. Procura disagio, ostacola in vari modi il vivere quotidiano. Genera scompiglio. Può far crollare l’immagine che la persona ha avuto di sé fino a quel momento. Spesso crea uno spartiacque tra “il prima” e “il dopo”. L’attenzione che si viene a focalizzare sul sintomo come capro espiatorio di tutte le sofferenze crea un circolo vizioso cui si accompagnano senso di impotenza e, talvolta, disperazione. “La mia vita non è più la stessa. Il mal di testa mi ha tolto la libertà che avevo prima. Avrei preferito scoprire di avere una malattia, in quel caso non mi sarei sentito impotente come mi sento ora. La terapia è la mia ultima speranza ma devo risolvere presto perchè così non vivo. Devo tornare alla serenità di prima. Non ho nessun altro problema, non mi manca nulla e starei bene, se non fosse per questo maledetto sintomo“. Che cos’è il sintomo? In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha in sé un paradosso. E’ energia vitale e, insieme, espressione di una interruzione dell’energia vitale. Problema e, al tempo stesso, tentativo di soluzione. Ciò che la maggior parte delle persone fa fatica ad accettare è che il sintomo non è un nemico da sconfiggere, bensì, una parte di sé che viene in soccorso per far luce su di una situazione incompiuta, su di una impasse evolutiva. Una porta di accesso al mondo interno che si apre perchè i conflitti irrisolti e le parti di sé non riconosciute giungano alla consapevolezza. Il sintomo indica la necessità di fermarsi ed ascoltarsi. Di riappropriarsi di aspetti alienati, temuti, proibiti. Di emozioni e bisogni inascoltati. E può arrivare a farlo in modo molto prepotente. Il sintomo è espressione di una sofferenza che riguarda la persona nella sua totalità “Voglio capire se è un problema di salute o mentale. A volte mi convinco che sia un problema mentale però se fosse così vorrebbe dire che sono capace di inventare tutto, che sono pazza“. Un’altra convinzione difficile da superare è che la mente e il corpo siano separati. Nella nostra cultura, si tende a distinguere tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, a parlare di salute con riferimento al corpo. Nonostante i progressi scientifici fatti da Cartesio ad oggi, permane questa visione dualistica dell’essere umano. Nella realtà, corpo e mente non hanno un’esistenza intrinseca a sé stante. Entrambi sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. La nostra natura è unitaria. Fritz Perls suggeriva di sostituire la frase “io ho un corpo” con la frase “io sono un corpo”, sottolineando l’abitudine a considerare il corpo come qualcosa di esterno da noi. Un oggetto che ci appartiene, una “carrozzeria che ci porta a spasso” e della quale di solito ci accorgiamo solo quando crea problemi. Il lavoro in psicoterapia Il lavoro in psicoterapia ha dunque come obiettivo quello di favorire il contatto con l’esperienza che la persona si vieta e con i bisogni di cui il sintomo si fa portavoce. E’ un lavoro che chiede ascolto. Rivolto al sentire. Laddove la persona cerca di escludere, eliminare, c’è bisogno di accogliere. Ogni sintomo è una forma di evitamento, la terapia è integrazione.
Il fenomeno sociale dei giovani “Woke”: una generazione sempre in allerta

Il termine inglese “Woke”, la cui traduzione letterale è “sveglio”, definisce uno stato di allerta e di particolare attenzione riguardo alle ingiustizie sociali o razziali. Nell’ultimo periodo è stato utilizzato per indicare l’attitudine di persone che hanno maturato una grande consapevolezza sulle ingiustizie rappresentate da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualsiasi forma di discriminazione. Questa parola è si è fatta manifesto di una generazione ipersensibile, perennemente in guardia, ambasciatrice di valori quali l’uguaglianza e l’inclusione. L’espressione “Woke” risale al ‘900, tuttavia è negli ultimi 10 anni, con le proteste di “Black Lives Matter” che si è arricchita di un nuovo significato. I giovani “woken”, risvegliati, sono individui attenti e informati che affrontano in maniera consapevole temi caldi come il razzismo e la parità di genere. Dunque un termine utilizzato con accezione positiva per indicare attivisti impegnati nel sociale, accanto ai più deboli, che combattono battaglie per i diritti umani. Oggi la parola “Woke” ha assunto un significato perlopiù negativo, allo scopo di descrivere questa categoria come individui fanatici e aggressivi. In quest’ottica i social fungono da amplificatore, dando vita a fenomeni virali piuttosto preoccupanti. Uno di questi è la cancel culture: l’atto di sminuire, boicottare o colpevolizzare “l’altro”. Una modalità che rende difficile, quasi impossibile il confronto, sano e proattivo, tra persone con idee diverse. Una delle conseguenze di questo approccio è, paraddosalmente, la limitazione della libertà di espressione. La tutela dei diritti e dei differenti punti di vista è nobile e sacrosanta, ma per far sentire la propria voce bisogna dialogare, non sovrastrare. Occorre quindi costruire uno spazio protetto di dialogo e confronto, sia online che offline, dove l’empatia e la comprensione sono fondamentali per comprendere le esigenze degli altri.
Il rimuginio come forma di evitamento

Il rimuginio è un modo di pensare ripetitivo e rigido noto all’esperienza comune ma tipicamente appartenente alle condizioni ansiose. Chi trascorre molto tempo a rimuginare vive nella eccessiva preoccupazione per il futuro. Ha una visione perlopiù catastrofica su come andranno le cose e spesso svaluta le proprie risorse personali. Il rimuginio è una concatenazione di pensieri a valenza negativa su di una situazione temuta. Si tratta di una attività di anticipazione i cui scenari tendono a confermare le svalutazioni che la persona ha su di sé e sulla vita. ll flusso dei pensieri di A. A. arriva in seduta dopo un forte litigio con il suo compagno ed afferma: “Devo prepararmi al peggio, a come sarà se dovesse accadere ciò che temo“. Una pausa di silenzio e prosegue in modo serrato: “Credo proprio che P. tra non molto mi lascerà. Starò malissimo. Non so neppure come farò ad andare avanti. Forse potrei voltare pagina. Sì, potrei, potrei rifarmi una nuova vita con una nuova persona però… no, anche quello non servirebbe. E poi, chi mi dice che non andrebbe male anche la prossima volta! Credo che alla fine io per lui non sarò più niente. Dimenticherà ogni cosa come succede sempre: quando un amore finisce si dimentica. Forse la soluzione sarebbe partire, andare lontano. Starmene da sola, per sempre. In fondo, io me la so cavare da sola. Anche se poi finirei col morire di solitudine, perchè poi, quel sentimento lì, mi frega sempre. Non so proprio come fare, mi sento di impazzire, mi scoppia la testa“. Il rimuginio è un tentativo di controllo e, al tempo stesso, un meccanismo di evitamento La persona, rimuginando, si illude di tenere sotto controllo la realtà. Ma di fatto ciò che accade è che si sottrae dall’affrontare l’esperienza reale ed entra in un circolo vizioso. Da un lato attiva una strategia per gestire le sue emozioni e dall’altro, nella ricorsività dei pensieri negativi, sente crescere la sensazione di non farcela e, al tempo, quella di non essere in grado di fermare il flusso incontrollabile della propria ansia. Con tutto il malessere che ne deriva. Chi rimugina è intrappolato nell’assillo dei propri processi mentali. Evita il contatto con il presente e si rifugia nel futuro come modo per non diventare consapevole e responsabile della realtà interna ed esterna che vive. Il rimuginio e il legame con il passato Sebbene in apparenza il rimuginio abbia a che fare con il futuro, il suo legame con il passato è molto forte. Mentre il pensiero che anticipa in maniera funzionale, come nel caso del problem solving, è aperto all’orizzonte delle possibilità ed è in grado di riconoscere le risorse necessarie per affrontare al meglio la situazione di vita che, di volta in volta, si ha davanti a sé, nel rimuginio ci si trova all’interno di un labirinto dove tutte le strade sono chiuse. Lo scopo inconscio di questo modo di funzionare della mente è quello di mantenere in piedi lo schema rigido del proprio copione. Il piano di vita costruitosi durante l’infanzia, con l’insieme delle sue modalità dipendenti, che se per un verso offre una (illusoria) rassicurazione per l’altro limita la crescita e la realizzazione di se stessi. Il rimuginio e la ruminazione: differenze Un’attività di pensiero simile ma diversa dal rumiginio è la ruminazione. A differenza di quanto avviene nel rimuginio, nella ruminazione l’attenzione non è rivolta al futuro ma alla ricerca delle possibili cause del proprio umore, solitamente depresso, e delle esperienze del proprio passato. Questo sforzo cognitivo, che ad un primo sguardo sembra orientato alla consapevolezza, di fatto produce una stagnazione del pensiero e una paralisi di fronte alla vita. Ruminando la persona si sottopone a continua svalutazione e resta bloccata nell’accusa e nella colpa. Il pensiero circolare di G. “La vita è stata crudele con me. Perchè proprio a me? Sto male e non posso farci niente. Il problema è che non riesco a trovare un senso a tutto questo. Forse devo prendermela solo con me stesso ma tanto è inutile perchè non posso fare niente per cambiare come mi sento adesso“. Liberare la mente e stare nel presente L’obiettivo terapeutico da raggiungere, sia nel caso di rimuginio che di ruminazione, è stare nel qui e ora. Liberare la mente dai pensieri disfunzionali. Dagli attaccamenti al passato e dalle anticipazioni del futuro. Fare spazio per il sentire. Abbandonare la lamentela della posizione passiva e vittimistica per sviluppare responsabilità e autonomia. Nella maggior parte dei casi, è necessario un lavoro profondo sul passato volto a rimuovere gli ostacoli nel presente. In modo che sia possibile far emergere i bisogni non riconosciuti che oggi chiedono gratificazione. E attivare le risorse adulte necessarie per vivere la vita in modo soddisfacente.
DCA, Anoressia e Bulimia: il pericolo dei profili recovery

Abbiamo già affrontato il delicato rapporto di interconnessione tra i social networks e i disturbi del comportamento alimentare DCA. Negli ultimi tempi, i social sono diventati una vetrina per raccontare, spiegare e documentare i disturbi mentali. Se da un lato questa tendenza contribuisce a vincere il tabù che aleggia attorno al tema della salute mentale, dall’altro rischia un effetto boomerang. La narrazione del disagio psichico è spesso romanzata e patinata e mira ad una disperata ricerca di attenzione e visibilità. Altre volte invece queste testimonianze assumono contorni preoccupanti perché scatenano ammirazione ed emulazione. In particolare, stanno facendo molto discutere ultimamente i profili recovery. I “profili recovery” sono diari alimentari digitali in cui giovani affetti da DCA documentano la propria guarigione, postando ogni tappa del percorso. In Italia ce ne sono più di cinquemila, affollano il web con immagini super instagrammabili di cibo opportunatamente pesato, impiattato e postato sui social. L’hashtag #recovery racconta storie di anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare, tra spettacolarizzazione della disturbo e conta delle calorie. Questi profili nascono con la nobile intenzione di creare dei gruppi virtuali di sostegno in cui gli utenti si incoraggiano a vicenda per guarire. Tuttavia nascondono dei pericoli e possono rivelarsi addirittura controproducenti. La maggior parte dei profili recovery racconta la quotidianità con una grande attenzione all’estetica, postando ricette salutari e proponendo uno stile di vita healthy. Questa idea di perfezione e disciplina, scatena negli utenti affetti da DCA un misto di ammirazione, emulazione e frustrazione. “Perché loro sono così perfetti e io no? Perché loro riescono e io no?”Per persone che stanno vivendo di per sé un momento di fragilità, cadere nella trappola del fallimento e del senso di inadeguatezza è molto facile.
Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”

Quante volte la mente ci parla definendoci in qualche modo non funzionale alla vita che vorremmo? Spesso accade che, proprio nei momenti più importanti della nostra vita, la mente ci parli attraverso pensieri che definiscono la nostra persona. “Sei sbagliato”, “sei troppo buono”, “non sei in grado”. E nonostante, durante il nostro percorso di vita, raggiungiamo anche traguardi o soddisfazioni, ecco che la mente è sempre pronta a torturarci. E pensare che sta facendo soltanto il suo lavoro! Se i nostri antenati non avessero ascoltato la propria mente quando li metteva in guardia dai pericoli, noi oggi non saremmo qui! Oppure, quando si focalizzava su aspetti negativi della persona, li stava portando semplicemente a migliorare! Il problema è che, a lungo andare, può condurre a sviluppare una scarsa autostima. Cos’è l’autostima? L’ autostima non è nient’altro che la stima di sè derivata da pensieri che coinvolgono il sè e l’essere una “persona di valore”. Ma ecco il punto: sono pensieri, non è una verità assoluta. E se iniziamo a pensare di essere una “brava persona” perchè andiamo sempre a lavoro, abbiamo una bella famiglia, etc.. dovremmo essere sempre lì pronti a dimostrare realmente di essere una brava persona, e tutto ciò richiede tanto tempo! Immagina una partita a scacchi in cui i pezzi neri sono i pensieri negativi, quelli bianchi sono positivi. Sono costantemente in lotta tra loro, e tutto ciò non può avere una fine perchè i pezzi (sia bianchi che neri) sono infiniti. E mentre tu sei occupato a giocare la partita, stai perdendo la possibilità di connetterti con ciò che davvero conta! Allora quando questo avviene, prova a chiederti: è davvero così che voglio impiegare il mio tempo? devo davvero continuamente dimostrare a me stesso di essere una brava persona? come sarebbe vivere connettendosi invece a ciò che conta davvero? Proviamo a soffermarci su questo e nel prossimo articolo capiremo come fare!
Il fenomeno del Phubbing: tra FOMO e isolamento sociale

Viviamo in una società iperconnessa, dove lo smartphone è ormai un’estensione del nostro braccio. Talvolta questo attaccamento ossessivo assume contorni preoccupanti, sfociando nella FOMO. Viviamo nella costante paura di essere tagliati fuori dal mondo virtuale, con importanti conseguenze sulla socialità. Uno dei fenomeni più diffusi dei nostri tempi è il Phubbing, termine che deriva dalla contrazione di due parole inglesi: phone e snubbing. Il Phubbing è l’atto di ignorare o trascurare il proprio interlocutore, in favore dello smartphone. Secondo uno studio dell’Università del Kent, il Phubbing costituisce una vera e propria forma di esclusione sociale che sottrae tempo e attenzione alle relazioni autentiche. Gli studi condotti nel corso degli anni, hanno mostrato una correlazione tra Phubbing e disturbo dell’autocontrollo; dipendenza da internet; fomo e ansia sociale.Gli effetti sulle persone che subiscono il Phubbing sono indelebili e lasciano un segno profondo. L’indifferenza e la scarsa attenzione generano insicurezza e minano l’autostima.Questo atteggiamento impatta inevitabilmente sulla creazione di un rapporto di fiducia, sul senso di appartenenza e di autoaffermazione. Come combattere questa sgradevole condotta? La chiave è sviluppare una maggiore sensibilità che ci permetta di entrare in empatia con le altre persone e le loro emozioni. Per farlo è importante lavorare sulla propria intelligenza emotiva, concentrandosi sul qui e ora e sulle emozioni e sensazioni che scaturiscono da un incontro vis a vis.
ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.
Il ciuccio tra me e mio figlio

Il ciucciotto è uno strumento che spesso diventa croce e delizia in una relazione genitore figlio. Farò bene a darlo?quando è il momento di toglierlo? se lo tolgo il bimbo va in frustrazione. Queste sono solo alcune delle domande che i genitori riportano e che gli fanno sperimentare un senso di incompetenza. Premessa Leggere il proprio bambino è uno dei compiti più complessi per un genitore. I genitori spesso si pongono maggiormente sul “fare” a discapito del “sentire” la genitorialità, come relazione continua e nutriente dove imparare a so-stare. ciuccio: come inserirlo in una relazione genitore/figlio Uno dei tanti argomenti a me cari è l’uso del ciuccio, croce e delizia dei neogenitori. L’uso del ciuccio necessita di una tecnica di suzione diversa rispetto al seno, ecco perché alcuni bambini finiscono per confondersi, rendendo la suzione alla mammella inefficace e quasi sempre dolorosa.Numerosi studi evidenziano l’influenza di tale pratica sulla relazione tra genitori e figli. Il ciuccio, secondo alcuni studi, potrebbe rappresentare una barriera alla comunicazione emotiva tra bambini e adulti, influenzando negativamente la formazione del loro legame. Inoltre, potrebbe rappresentare un serio ostacolo al sereno sviluppo di un legame emotivo tra madri e figli, turbando alle basi la manifestazione di questa importante relazione.Mettere un ciuccio in bocca al nostro bambino equivale a dire “Siccome faccio fatica a comprendere i tuoi segnali di pianto, preferisco non ascoltarli”, “Non riesco a consolarti, meno male che hanno inventato il ciuccio!”.Diventa importante che i genitori si sentano competenti, molto più di un “tappo” di gomma. Ciuccio, pupazzo o copertina Spesso i piccoli ricorrono all’abitudine di tenere perennemente il ciuccio in bocca, stringere un pupazzo di pezza o la copertina di Linus per consolarsi e alleviare lo stress di ogni nuova situazione. Questi atteggiamenti compaiono intorno al primo anno d’età per poi scomparire pian piano verso i quattro anni, quando il bimbo acquisisce più sicurezza e autonomia. Non mettiamo fretta al bambino, aiutiamolo invece a fare a meno di queste abitudini nei momenti in cui ne ha meno bisogno (offrendogli un’ attività interessante, o distogliendo la sua attenzione), cerchiamo di fargli lasciare i suoi oggetti di salvataggio mentre è impegnato a giocare, sarà lui piano piano a cercarli sempre di meno. E se riesce a stare tutto il giorno senza, ricompensiamolo, non con un giocattolo, ma lodando la sua capacità. Conclusioni All’interno di una relazione genitore/figlio spesso il genitore vive sensazioni di smarrimento: quando è il momento giusto per togliere il ciuccio? In questi casi diventa importante che il bambino si senta visto nel suo bisogno e non in un’età anagrafica “giusta” per raggiungere questo risultato. Quindi, genitori, provate sempre più a stabilire una relazione solida con vostro figlio affinchè si giunga con serenità al raggiungimento di questo risultato.
AMORES

Continuiamo in questo nuovo articolo il discorso avviato in: “C’è bisogno di AMORES” e approfondiamo qui il concetto di teoria della mente e di come l’utilizzo del nostro dispositivo Amores possa essere utile nel caso di bambini con disturbo dello spettro autistico. Ricordiamo che Amores è un acronimo che sta ad indicare, in breve: un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, messo appunto dal gruppo di lavoro Poliscreativa, è un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhouette. Sottolineiamo anche in questo nuovo articolo che lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Ora qualche cenno storico sul concetto di teoria della mente, erano gli anni ’70 quando Premack e Woodruff, introdussero questo concetto con uno studio in cui richiamarono l’attenzione sul dato che gli individui sono regolati, nelle loro interazioni con gli altri, da una Teoria della Mente (ToM, dall’inglese Theory of Mind), ovvero da un sistema di interferenze che permette di attribuire a se stessi e ai conspecifici degli stati mentali, e in particolare di spiegare e predire i comportamenti altrui anche quando devono essere ricondotti a credenze diverse dalle proprie. Secondo numerose ricerche riguardanti i disturbi dello spettro autistico, ci sarebbe proprio un’incapacità a concepire adeguatamente questa mappa delle possibili risposte in relazione alle possibili domande definita “teoria delle mente”, tra le caratteristiche più pregnanti di questa sindrome. Tornando ad Amores e al suo utilizzo con bambini autistici, Amores stimola, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Amores, stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili che comunque, proprio per queste caratteristiche, permettono a quei bambini di ripercorrere le tappe del loro sviluppo che sono state deficitarie. Le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici così come i neuroni specchio ci suggeriscono. Questo aspetto si mostra particolarmente congeniale per l’utilizzo del dispositivo con alcuni tipi di autismo. Quello che noi facciamo, semplicemente, è creare un contesto nel quale il soggetto si senta accolto e al sicuro, questo farà sì che le sue difese più rigide e magari attivate in situazioni di pericolo precedentemente vissute, gradatamente si allentino. A questo punto sarà possibile che la persona sia in grado di riconfigurare il suo assetto difensivo secondo modalità meno dettate dall’urgenza e dall’ansia e pertanto più funzionali e adattative. In altri termini, il dispositivo Amores non si basa sulla necessità di una presa di coscienza degli aspetti più problematici delle nostre vite, ma soprattutto sul creare le condizioni ottimali per attivare quegli aspetti autoriparativi che almeno potenzialmente sono sempre presenti in ognuno di noi e che per funzionare non hanno sempre e soltanto bisogno di rendersi del tutto consapevoli e verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse teorie della mente altrui.