Il mutismo selettivo: parlo quando voglio

Una volta ho incontrato una bambina con grandi occhi blu che non parlava, ma si esprimeva con gli occhi. La madre mi disse che a casa parlava tanto, ma con gli estranei era totalmente in silenzio. Soffriva di mutismo selettivo. COS’È IL MUTISMO SELETTIVO Il mutismo selettivo è un disturbo d’ansia che riguarda prevalentemente l’età infantile. Si caratterizza per l’incapacità del bambino di parlare in alcune situazioni sociali specifiche. Potrebbe non essere in grado di parlare, ad esempio, quando è a scuola o in una situazione in cui ci si aspetta che parli. Il bambino, tuttavia, non ha problemi a comunicare in contesti in cui si sente a proprio agio, ad esempio a casa con i genitori. Perché si possa parlare di mutismo selettivo è necessario che questo comportamento di “assenza di parola” duri almeno un mese e che non sia limitato al solo primo mese di scuola. Si tratta di bambini in cui lo sviluppo e la comprensione del linguaggio sono adeguati. Spesso questi bambini hanno paura di essere giudicati e questo li mette a disagio. Il comportamento del mutismo è infatti accompagnato da una significativa sofferenza del bambino. SINTOMI I primi sintomi sono solitamente una marcata timidezza, il rifiuto di parlare in certe situazioni e in generale comportamento schivo e riservato. Il disturbo si può riconoscere in modo chiaro solamente quando il bambino inizia a frequentare la scuola materna o primaria, dove è per la prima volta esposto a contesti esterni al nucleo familiare nei quali è richiesto l’uso del linguaggio verbale. Non si tratta di una forma di opposizione, di rifiuto nel parlare o di una sfida, quanto di una profonda ansia e sofferenza che il bambino sperimenta nei contesti sociali. Questi bambini sperimentano una forte frustrazione perché desiderano riuscire a parlare e giocare con gli amici. Il linguaggio del corpo è impacciato e goffo quando si rivolge loro attenzione, ad esempio è tipico di questi bambini voltare la testa o guardare a terra durante una conversazione, toccarsi i capelli oppure nascondersi. Molto spesso i bambini lamentano sintomi fisici quali: mal di stomaco, mal di testa, nausea, manifestazioni di pianto o di collera; con l’aumentare dell’età i sintomi si modificano in palpitazioni cardiache, svenimenti, tremori e eccessiva sudorazione.  DIAGNOSI DEL MUTISMO SELETTIVO Il primo passo da compiere per una corretta diagnosi è una valutazione cognitiva completa del bambino e l’indagine della sua storia familiare e affettiva, includendo l’analisi di fattori biologici-temperamentali. COME COMPORTARSI CON BAMBINI CHE SOFFRONO DI MUTISMO SELETTIVO? È possibile adottare alcuni accorgimenti utili al fine di diminuire il disagio sperimentato da questi bambini, come ad esempio parlare con loro senza aspettarsi una risposta istantanea, riducendo al minimo le domande incalzanti e prediligendo domande alle quali il bambino potrà rispondere non verbalmente. È buona prassi evitare di forzarlo nel parlare e astenersi dal chiedergli perché non sta parlando: questo aumenterà solo la sua ansia. Come intervenire per curare il mutismo selettivo Per riuscire a superare il disturbo è necessario che i bambini vengano sottoposti ad un trattamento psicologico. L’aspetto principale della terapia è sicuramente il coinvolgimento dei genitori: dovranno essere una parte attiva aiutando il piccolo nelle difficoltà e supportandolo dove necessario.

La solitudine dei nostri tempi

La solitudine dei tempi che viviamo è una solitudine in cui predominano l’individualismo, la competizione e la negazione dell’autenticità. Una solitudine che ha il sapore della chiusura, dell’indifferenza. Delle relazioni liquide e della mancanza d’amore. Radicalmente diversa dalla solitudine sana, che porta a sintonizzarsi con i valori della vita e della compassione, si tratta di una solitudine che non risponde alla nostra vera natura e al bisogno che abbiamo tutti di stare in relazione. La solitudine è condizione fondamentale della vita Nella solitudine incontriamo noi stessi. Le nostre emozioni, i nostri bisogni. Entriamo in contatto con le esigenze che emergono nel flusso continuo della nostra coscienza, con le tensioni e, anche, con le inquietudini della nostra anima. Lo esprimeva in modo chiaro Leopardi: “La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene, stai benissimo; se sei solo e stai male, stai malissimo“. Solitudine è silenzio, ascolto. Quella dimensione grazie alla quale siamo in grado di connetterci alle nostre parti più profonde. E’ attraverso questa esperienza che possiamo accedere ad una intimità non solo con noi stessi ma anche con l’altro: la relazione nasce dall’incontro di due solitudini. L’evitamento e la paura di guardarsi dentro Molte persone tendono ad evitare la solitudine poiché la vivono come qualcosa di negativo. Sono alla continua ricerca di compagnia e stimoli con cui riempire il tempo e ogni spazio vuoto. La società in cui viviamo, che dà più valore al fare che al sentire, e all’immagine che all’essere, svaluta l’importanza della solitudine nella sua forza vitale e creatrice. Vi è una paura diffusa di guardarsi dentro. Di mettere a nudo le proprie fragilità, di perdere le difese onnipotenti. Di ritrovarsi smarriti, senza gli appoggi esterni. E, al tempo stesso, di instaurare legami affettivi significativi. La cultura narcisistica in cui siamo immersi, nel trasmettere ideali di invulnerabilità, spinge verso la negazione delle parti autentiche indesiderate. Questo processo di alienazione da sé stessi, tuttavia, non fa che danneggiare la salute nei termini di una perdita di sé che spesso si traduce in vuoto esistenziale con vissuti a volte molto dolorosi di angoscia e frammentazione. L’isolamento La solitudine in alcuni casi può diventare un rifugio, una forma di isolamento. L’altro volto della solitudine narcisistica dei tempi che viviamo. Mentre chi fugge dal contatto con se stesso spesso si aggrappa ad una immagine di grandiosità, chi si ritira in sé evita il contatto con l’altro e tende a precipitare nella svalutazione di se stesso. Alla base vi è generalmente la paura di non essere all’altezza dei propri ideali narcisistici e delle aspettative esterne. La paura di essere rifiutati, traditi, abbandonati. A differenza della solitudine sana che conserva la connessione con il mondo delle relazioni, l’isolamento porta a sentirsi fortemente soli, lontani e persino estranei alle cose e agli altri. La chiusura verso l’ambiente esterno può accompagnarsi, all’estremo, ad uno spegnimento dello slancio vitale e ad una perdita della speranza, come negli stati depressivi. L’esperienza di sé perde la sua continuità, il suo libero fluire, per coagularsi e sgretolarsi. Dalla chiusura narcisistica all’intimità Riscoprire la funzione sana delle solitudine vorrebbe dire riappropriarsi di se stessi, della propria autenticità. Al di fuori di ideali e maschere, di grandiosità e svalutazioni. Riconoscere la realtà del proprio valore e della propria esistenza. Vorrebbe dire poter incontrare e tenere insieme tutte le proprie parti e sperimentare la continuità del sé. Costruire una comunicazione esistenziale fatta della solitudine di chi parla e della solitudine di chi ascolta, nel fluire di una relazione intima dove l’Io e il Tu si guardano, si riconoscono e si aprono insieme alla natura del loro incontro.

A volte la cura è il contatto: L’importanza della pet therapy

A volte la cura è il contatto. Quando un anziano sembra chiudersi nel suo muro di silenzio, quando un bambino autistico non riesce ad interagire con l’esterno, quando un malato oncologico perde il sorriso… entrare in contatto con un animale può essere un’esperienza rivoluzionaria. Che cos’è la Pet therapy? Si tratta dell’impiego di animali da compagnia per curare specifiche malattie. Un approccio, questo, che si avvale delle caratteristiche degli amici a quattro zampe, ma non solo, per promuovere la salute e il benessere dei pazienti. Pet therapy: a cosa serve? In generale il rapporto uomo-animale stimola la sfera emozionale dell’individuo, favorendone l’apertura verso il mondo esterno. Diversi studi scientifici, hanno dimostrato l’efficacia dell’impiego di animali come metodo di cura, in particolare nei contesti in cui le persone si possono sentire isolate, come gli ospedali e le case di cura: per il paziente è più facile interagire se si trova di fronte a un interlocutore animale, perché sa che non lo giudica. Quest’aspetto è molto importante nel trattamento di soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico, con difficoltà più o meno marcate nella comunicazione con gli altri. Prendendosi cura di un animale o anche soltanto ricevendo le sue attenzioni crescono anche l’autostima e il senso di responsabilità. Questi benefici inoltre durano più a lungo rispetto agli effetti positivi di altre attività simili. A chi è rivolta? La pet therapy è rivolta anche a tutti coloro che, dopo essersi chiusi in se stessi a causa di un trauma psicologico, trovano nella presenza di un amico a quattro zampe uno stimolo relazionale e affettivo, ripristinando piano piano l’abitudine al dialogo. Le sensazioni positive incoraggiano le relazioni interpersonali e permettono di abbattere i muri che spesso i pazienti che si sentono isolati alzano nei confronti del mondo. Infine, è un approccio efficace contro lo stress: essere in compagnia di un animale diminuisce i livelli di ansia, calma il battito del cuore e accresce la produzione di ormoni del buon umore, come endorfine e dopamina. Il rapporto che si instaura con gli amici a quattro zampe, in particolare, migliora l’empatia e l’autostima, favorendo le relazioni sociali e il corretto inserimento nel contesto scolastico. Inoltre, con la pet therapy , il bambino è invitato a prendersi cura di un altro essere vivente: ciò gli consente di uscire dalla sua “bolla” e di essere maggiormente orientato verso il mondo esterno, con maggiore responsabilità. Crescere in compagnia di un animale può poi fare la differenza soprattutto nei soggetti che mostrano problematiche comportamentali e difficoltà di apprendimento. Gli interventi di Pet Therapy non sono applicabili esclusivamente ai percorsi di cura, ma anche in ambiti educativi e ludici. Per questo la Pet Therapy è indicata sia in percorsi con gli anziani che con i bambini.

I SOGNI SONO DESIDERI:COME SI FA A REALIZZARLI?

Tutti abbiamo dei sogni e spesso non sappiamo come realizzarli. Ecco un esercizio pratico che potrebbe aiutare a fare chiarezza. Chi non ha mai visto il cartone animato della Walt Disney “Cenerentola“? La protagonista, una povera ragazza maltrattata, sogna una vita migliore e alla fine riesce ad avverare i suoi desideri, grazie anche all’aiuto di altri personaggi. Certo, nella vita reale non c’è la fata turchina che corre in nostro aiuto, ma Walter Elias Disney diceva anche “If you can dream it, you can do it! (se puoi sognarlo, puoi farlo!). E allora come si fa? Come per tutte le cose importanti, un’idea ha bisogno di un progetto. Tirate fuori penne, gomme e matite colorate e date sfogo alla vostra creatività! Cosa desiderate davvero nel vostro cuore? Spesso ciò che si sogna si va a scontrare con il temibile “principio di realtà”. Fin da piccoli, è probabile che, l’ambiente educativo in cui nasciamo, ci ponga dei limiti scoraggiandoci o facendoci vivere i sogni di altri. La prima cosa da fare, dunque, è riconoscere se questo è accaduto davvero e provare a recuperare ciò che è nascosto dentro di noi. Per fare questo, rispondiamo a delle domande: In che momenti ci emozioniamo davvero? Quali sono le cose che più contano nella nostra vita? Come vorrei essere tra 10/20/60 anni? Cosa posso fare oggi che mi avvicina all’immagine che ho di me nel futuro? Solitamente è la paura che blocca le azioni che conducono verso i desideri, ma sono due facce della stessa medaglia. Finchè non impareremo a fare i conti con la paura, saremmo sempre ostacolati nel raggiungere i nostri obiettivi, perdendo la possibilità di sentirci davvero vivi! Essere consapevoli di quali siano queste paure è altrettanto importante! Proviamo dunque a nominarle e, accanto ad ogni sogno, scriviamo cos’è che ci preoccupa più di ogni altra cosa. Suddividiamo i desideri in tappe e per ogni tappa pensiamo a quali sono le risorse che ci servono. Non dimentichiamo che possiamo anche aver bisogno di aiuto e che può essere utile cercare delle alleanze! Non tutti i desideri poi sono realizzabili e, quando è così, proviamo a pensare a qualcosa che possa avvicinarsi. Non dimentichiamo, in ogni caso, che la cosa fondamentale è soffermarsi sul piacere che si prova nel prepararsi a realizzare un desiderio…”la felicità è un percorso, non una destinazione” (Madre Teresa di Calcutta). Provare per credere!

Mind wandering: le infinite sfaccettature di una mente vagabonda

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Il termine “Mind Wandering” indica la tendenza a vagare con la mente, distraendoci dalla realtà circostante.Risponde alla romantica definizione di “sogno a occhi aperti” o “viaggio mentale” e si manifesta soprattutto in stato di sonnolenza o quando non siamo totalmente assorbiti da ciò che stiamo facendo. Il Mind Wandering è stato indagato da svariate ricerche scientifiche e diversi approcci psicoterapici, da cui sono scaturiti risultati importanti. Innanzitutto è emersa la condizione di universalità e diffusione di questo fenomeno.In particolare lo studio realizzato da alcuni psicologi di Harvard, dal titolo “A wandering mind is an unhappy mind”, afferma che la mente delle persone vaga per il 46,9% del tempo. Durante il Mind wandering la mente non è a riposo, bensì nel pieno della sua attività, infatti innesca due processi cognitivi centrali: “perceptual decoupling” e “meta-awareness”. Il perceptual decoupling, letteralmente disaccoppiamento percettivo, consiste nella capacità di estraniarsi dagli stimoli esterni, dal qui e ora, rivolgendo l’attenzione altrove. Mentre possiamo definire come “meta-awareness” il processo di meta cognizione che ci rende consapevoli del flusso di pensieri in corso. Quali sono gli effetti del Mind Wandering? Il Mind Wandering richiede molta energia e un grande impegno cognitivo perchè sottrae l’attenzione al compito che si sta svolgendo, attivando una sorta di “pilota automatico”. Questo repentino passaggio di attenzione, oltre ad avere inevitabili ricadute sulla concentrazione, può generare un senso di confusione, stress e ansia. Alcuni studi hanno dimostrato che il Mind-wandering ha delle ripercussioni negative anche sulla memoria di lavoro e a cascata sulle performance intellettive. Il lato positivo del Mind Wandering Studi recenti si sono concentrati sugli effetti positivi, funzionali e adattativi del Mind Wandering. Infatti dalle ricerche emerge la correlazione con una maggiore fluidità dell’attenzione; la capacità di pianificazione futura, poichè spesso il vagare della mente si concentra su eventi futuri. Inoltre il Mind wandering stimola l’incremento di creatività e un rendimento maggiore nei compiti di problem solving.

Tsundoku: la tendenza ad accumulare libri

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Negli ultimi anni, si è diffuso il termine giapponese di Tsundoku, per indicare la pratica, molto comune, di collezionare un’enorme quantità di libri, che spesso non si riescono a leggere. La lettura, si sa, è un passatempo che aiuta a mantenere allenato il cervello, migliora le capacità mnemoniche e aiuta a rilassarsi. È talvolta un viaggio introspettivo, un luogo in cui perdersi e ritrovarsi.Come diceva Umberto Eco, “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro.“ Appurato che la lettura, sia importante, c’è però differenza tra accumulare libri e leggerli realmente. Il fenomeno Tsundoku consiste nella tendenza ad allungare la lista dei libri da leggere, senza però dedicare la stessa attenzione e lo stesso tempo alla lettura vera e propria. Si accumulano libri sul comodino, sperando che la sera ci sia la tranquillità per dedicarsi a sfogliare le pagine. Si riempiono scaffali della propria libreria, con il desiderio di poter scegliere tra più titoli. A volte, questa tendenza provoca liti in famiglia per l’appropriazione di spazi comuni o per spese eccessive in momenti poco appropriati. Anche i libri digitali, oggi, hanno contribuito all’aumento del Tsundoku, anche perchè non sono effettivamente visibili e non c’è neanche bisogno di uscire di casa per cedere all’impulso delle compere. Ciò che meraviglia, però, è che la soddisfazione dell’acquisto viene bilanciata dal senso di colpa di sapere di non riuscire a leggerli per svariati motivi. La spinta al Tsundoku ha un che di romantico: in quel determinato libro posso trovare la frase adatta a me. Ma si può essere anche altruisti, lasciando in bookcrossing la possibilità ad un altro lettore di perdersi nella lettura…

La speranza per il futuro

La speranza è l’emozione che si prova quando il futuro viene vissuto come dimensione del possibile in relazione ai propri bisogni e desideri. “Quando noi speriamo, e attendiamo che si realizzi quello che speriamo, noi vediamo l’avvenire muoversi verso di noi: come una stella che, vertiginosa, si avvicini alla terra“. (E. Borgna) La speranza si colloca alla base dell’esperienza esistenziale di ogni persona poichè in essa si radica la percezione del fluire del tempo. Secondo Borgna, a differenza del tempo dell’attesa, che appartiene ad un avvenire immediato, il tempo della speranza ha in sé un avvenire più ampio, lontano. Non legato ad un determinato evento, né ad una immagine definita. Minkowski distingue due tipi di speranza: l’espérance e l’espoir. La prima si apre al divenire in un movimento ininterrotto verso un futuro indeterminato e inafferrabile. La seconda, invece, ha a che fare con la vita quotidiana e ha carattere concreto. Egli sostiene che se si è capaci di sperare nella vita di ogni giorno è solo perchè, nella speranza, c’è sempre un riflesso dell’espérance. Di quello slancio verso il futuro che rende il domani una meta sempre possibile. Quando si spegne la speranza La speranza può spegnersi in presenza di stati emotivi alterati, ansiosi o depressivi. Nell’ansia vi è una accelerazione del tempo che fa sì che il futuro venga vissuto come già realizzato in un presente invaso dalle inquietudini del passato. Si crea un vortice temporale, in cui la dimensione del futuro cessa di essere orizzonte del possibile per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi, perlopiù negativa e catastrofica, che non è libera ma caratterizzata da una certa ripetizione. Una forma fissa e rigida dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia sottrae all’esistenza la sua quotidianità generando talvolta vissuti di smarrimento ed estraneità che, all’estremo, come negli attacchi di panico, possono sfociare in uno stato d’animo di morte imminente. Nella depressione, invece, il tempo rallenta in un presente senza fine in cui dilagano le ombre del passato. Il futuro si oscura fino a scomparire, nelle forme più gravi, ed il vivere può assumere la forma di un lento morire. La speranza, il presente e la vita La speranza è dunque l’emozione che apre al futuro e, più ampiamente, alla vita. Poiché connaturata nella tendenza innata alla crescita e all’autorealizzazione, se il processo vitale si blocca e la continuità dell’esperienza si interrompe, tende ad indebolirsi. A eclissarsi. Quando la persona non può entrare in contatto con il presente della realtà interna ed esterna che vive, l’esistenza si traduce nella ripetizione di un passato che non lascia spazio a nuove possibilità.

Cos’è la Sindrome di Asperger?

La sindrome di Asperger è un disturbo dello sviluppo. Esso influenza le capacità comunicative e di socializzazione dell’individuo che ne soffre. Rende apparentemente la persona priva di interesse verso gli altri, indifferente ai rapporti sociali e spesso eccessivamente preoccupata per alcune questioni specifiche. CARATTERISTICHELa sindrome di Asperger rientra nel quadro dei cosiddetti disturbi dello spettro autistico. Le prime manifestazioni compaiono durante l’infanzia, attorno ai 2-3 anni, ma è quando il paziente comincia la scuola che, generalmente, si diagnostica. Dopo le prime interazioni sociali costanti (con i coetanei)  si palesano i sintomi caratteristici come, per esempio, le difficoltà nel socializzare o nel dialogare con gli altri. Quali sono le Cause della Sindrome di Asperger? Le cause della sindrome di Asperger sono poco chiare.Sembra che all’origine del disturbo vi sia una mutazione genetica. Quali sono i sintomi? I sintomi caratteristici della sindrome di Asperger riguardano e influenzano diversi ambiti: il linguaggio, i rapporti sociali, la comunicazione, le capacità motorie, il comportamento e gli interessi quotidiani.I pazienti con sindrome di Asperger possono apparire come delle persone egocentriche, stravaganti e dei veri e propri “professorini”, il che li isola dal resto della comunità. Interazione Sociale e Comunicazione Coloro che sono affetti da sindrome di Asperger sono incapaci di avvalersi della comunicazione non-verbale.Inoltre, sembrano completamente disinteressati a stringere rapporti di amicizia o di affetto con i coetanei. Linguaggio e Comunicazione La sindrome di Asperger influenza notevolmente il linguaggio parlato: chi ne soffre può avere un tono di voce monotono, si esprime in modo pedante e interpreta alla lettera ciò che gli viene detto, senza distinguere frasi sarcastiche, ironiche e modi di dire.È importante sottolineare come anche questo aspetto non aiuti i rapporti con gli altri. Comportamento, Gestualità Rituale e Interessi Quotidiani Esiste una  gestualità caratteristica (per esempio, sbattere o torcere le mani). Sono inoltre associati comportamenti ripetitivi, stereotipati e, spesso, inutili.  Rinunciare  a uno di questi “riti“, rappresenta un vero e proprio dramma. Capacità Motorie Chi è affetto da disturbi dello spettro autistico è, molto spesso, goffo e poco coordinato nei movimenti: difatti, le capacità motorie non sono al pari di quelle di altri coetanei. Quoziente Intellettivo Gli individui con sindrome di Asperger hanno, di solito, un quoziente intellettivo normale; anzi, alcuni di loro possiedono delle doti matematiche, informatiche e musicali fuori dal comune. Disturbi associati La sindrome di Asperger è spesso associata ad altre condizioni importanti dal punto di clinico; in particolare: Deficit visivi e uditivi; Epilessia. Disturbi di tipo psichiatrico. Deficit intellettivi.   Diagnosi Diagnosticare la sindrome di Asperger non è affatto facile e immediato. Ecco per quale motivo è meglio sottoporre un bambino, che mostra qualcuno dei sintomi sopraccitati, a un controllo medico di tipo specialistico. Il trattamento della sindrome di Asperger I trattamenti possono includere: Formazione sulle abilità sociali: insegnare ad interagire con gli altri Terapia della lingua parlata.  Migliorare le capacità comunicative ed utilizzare un tono di voce variegato. Supporto psicologico, per affrontare in modo adeguato i cambiamenti del percorso di vita Educazione e formazione dei genitori. Supportare i genitori per affrontare le problematiche che si presentano. Con il giusto trattamento, il bambino può imparare a controllare alcune delle sfide sociali e di comunicazione che si trova ad affrontare. Può fare bene a scuola e continuare ad avere successo nella vita.

I giovani boicottano i social media per riappropriarsi della socialità

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La pandemia sembra aver scosso profondamente le nostre vite, ricalibrando le priorità e gli stili di vita delle persone sulla base di un nuovo equilibrio. In particolare i giovani stanno totalmente rivoluzionando abitudini, trend e convinzioni della loro vita privata e professionale. Abbiamo visto come sta cambiando il paradigma del lavoro e la concezione dell’individuo in riferimento all’identità professionale nelle nuove generazioni. Oggi c’è una nuova tendenza che denota un’inversione di marcia rispetto agli anni passati: sempre più giovani stanno eliminando il proprio account social. Molti Millennials e Gen Z hanno deciso di allontanarsi dai media per ristabilire il proprio benessere psico-fisico e riprendere il controllo del loro tempo. Il dato emerge dall’ultimo sondaggio della Digital Society Index – condotta a livello globale da Dentsu Aegis Network. La causa principale di questa tendenza è la difficoltà di gestione dei social media. Nel corso degli anni i social media sono diventati indispensabili nella vita quotidiana. Si sono sostituiti ai motori di ricerca, sono diventati strumenti di aggregazione sociale e intrattenimento, nonché potenti mezzi di diffusione per l’attività professionale. Ma perchè sono così difficili da padroneggiare? Ladri di tempo e concentrazione Il tempo speso sui social, talvolta in modo quasi inconsapevole, è disarmante. Consultare continuamente lo smartphone rallenta le attività che stiamo svolgendo, incidendo in maniera significativa sulla concentrazione.Lo “scrolling selvaggio” genera un notevole dispendio di tempo ed energie, focalizzando la nostra attenzione su contenuti che spesso nemmeno ci interessano. Generatori di stress e ansia Abbiamo ampiamente parlato di “social addiction” e di ansia da prestazione dovuta ai modelli di perfezione irraggiungibile proposti dai media. Le nuove psicopatologie connesse all’utilizzo di internet e in particolare dei social network, minacciano la salute mentale dei nostri giovani. Incoraggiano legami superficiali Al giorno d’oggi la popolarità si misura a colpi di followers, eppure i ragazzi non sono mai stati così soli. La corsa all’approvazione e lo stress del consenso a tutti i costi influenzano l’autostima e la percezione del proprio IO. I giovani di oggi vogliono essere se stessi, mostrarsi senza filtri e ad essere apprezzati in maniera più profonda e genuina. E se per ritornare autentici è necessario abbandonare per un pò la tecnologia, che differenza fa?Come in tutte le cose, è auspicabile trovare un equilibrio con se stessi e con gli altri, imparando a vivere gli strumenti tecnologici con misura e consapevolezza, a proprio piacimento.