Amore: tra ricerca di desiderio e costruzione di stabilità

Un conflitto molto comune in amore è quello tra desiderio e stabilità. Le fiamme da una parte e la casa dall’altra: bruciare o costruire? In realtà, ognuna di queste due esperienze da sola conduce all’insoddisfazione. Il desiderio, che tende a consumare l’oggetto, volge sempre verso un punto di perdita. Attacca il legame, poichè nega tutto ciò che si propone come unico, che minaccia la ricchezza del molteplice. Dal canto suo, la relazione priva di passione, fatta di routine e familiarità, offre la sicurezza e la protezione della casa ma è destinata ad appiattirsi, ad eclissarsi nelle sabbie mobili dell’assenza di erotismo e vitalità. Dunque, finché coltiviamo desiderio senza stabilità o stabilità senza desiderio, tenendo queste due parti di noi separate, non può esserci soluzione, siamo destinati a soffrire. Rinnovare il desiderio nel tempo “Si fa presto a dire “amore”. Ma quel che c’è sotto questa parola lo conosce solo il diavolo”. (U. Galimberti) L’amore è un mistero. Un miracolo che non possiamo pretendere di spiegare. E’ una scintilla che si accende, un fuoco che divampa. Un’incognita che sconvolge la nostra vita emotiva. L’amore è quanto c’è di più prossimo alla follia, secondo Freud, una forza che sfugge alle regole della ragione. Una delle cose più difficili nella vita di coppia è conservare la fiamma dell’amore sempre accesa. Saper rinnovare il desiderio nel tempo. Come quando non ci stanchiamo mai di guardare uno stesso paesaggio perché ci appare diverso ogni volta. Lo spegnimento del desiderio non è un fenomeno naturale. Avviene per la paura di integrare il cambiamento, di vedere il ‘nuovo’ nel ‘vecchio’. Di esporsi a ciò che non è possibile conoscere a priori né controllare. Ci si rifugia nell’illusione di un partner prevedibile che dia quella sensazione di sicurezza che proviene dal familiare. Ci si attacca anche ai difetti dell’altro, pur di non cadere nella fascinazione e nella vulnerabilità dell’amore. Salvo poi la voglia di scappare da una quotidianità priva di entusiasmo ed alienante. La costruzione in amore ai tempi della modernità liquida Quanto è importante costruire in amore? L’amore è, nel suo stesso fondamento, costruzione. Nel Simposio di Platone, la profetessa Diotima di Mantinea, rivolgendosi a Socrate, afferma: “l’amore non è amore del bello, come tu credi (…) ma generazione e procreazione del bello”. Amare corrisponde dunque all’esperienza di voler partecipare al divenire del bello. E’ creare. Un impulso ad espandersi, ad aggiungere qualcosa al mondo che inizia ad esistere in modo nuovo. “E’ la possibilità di assistere alla nascita del mondo”, utilizzando le parole di Badiou. In “Amore liquido” Bauman scrive: “Non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. L’amore è simile alla trascendenza; non è che un altro nome per definire l’impulso creativo e in quanto tale è carico di rischi, dal momento che nessuno può mai sapere dove andrà a finire tutta la creazione”. Nella nostra cultura consumistica, in cui si ricercano prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide e gratificazioni immediate, anche l’amore viene ricercato, al pari delle altre merci, come un qualcosa che dia risultati in poco tempo, a zero rischi e senza troppa fatica. “Per quanto abbia potuto imparare sull’amore e l’innamoramento, la tua sapienza può giungere solo, come il Messia di Kafka, un giorno dopo il suo arrivo”. (Z. Bauman) Verso una integrazione Come mettere dunque insieme il desiderio di avventura e il bisogno di sicurezza? Come far incontrare questi due bisogni, entrambi così profondamente radicati nella nostra natura, eppure così spesso inconciliabili? La strada, secondo Galimberti, è quella di accogliere il cambiamento che sbilancia la familiarità, che rende imprevedibile e nuovo, quindi rischioso, il tempo. Si tratta di abbandonare gli attaccamenti. Di imparare a riconoscere e accogliere il cambiamento che, di per sè, è un processo sempre continuo. Si tratta di aprirsi senza preclusioni, accettando i rischi di una reale intimità. Di lasciarsi stupire, per poter provare meraviglia. E, al tempo, di saper stare senza appoggi esterni ed integrare la noia, l’esperienza del vuoto. Il vero nemico dell’amore non è il tempo, come solitamente si crede. Il nemico dell’amore è la nostra disattenzione dall’altro. Il nostro assentarci dalla relazione. La nostra incapacità di essere presenti e in contatto con il flusso naturale della realtà che si rinnova momento per momento. “Ancora”: la parola per dire l’amore Come sostiene Recalcati, vi sarebbero due menzogne nel nostro tempo che ci allontanano dall’amore e dalla cura di ciò che abbiamo. La prima è l’ideale narcisistico dell’essere umano che raggiunge libertà e indipendenza senza l’altro. La seconda è credere che la via della salvezza e del desiderio sia in ciò che non si possiede ancora, nella ricerca di un nuovo oggetto. A differenza di Freud, che sostiene l’incompatibilità tra amore e desiderio, Lacan afferma che l’amore è quel mistero che fa convergere e non dissociare la domanda d’amore, che rende l’amato insostituibile, con il godimento del corpo. Non si tratta dunque di una fedeltà come rinuncia, come rassegnazione ad una routine senza vitalità, ma del godimento sessuale che si sposa con il desiderio della persona amata. La domanda d’amore chiede “ancora”, ‘insiste’ sullo stesso oggetto, vuole la sua infinita ripetizione. Non è l’”ancora” nel senso del nuovo dell’ideologia libertina, come la nostra modernità liquida vorrebbe, ma il vecchio che diventa sempre nuovo. L’amore che nel tempo non muore ma si accresce. Che soddisfa insieme il corpo e quell’abbandono all’altro, come esposizione assoluta, che de-isterizza il desiderio e amplia la vita.
Come si sviluppa l’affettività?

Con il termine affettività si intende lo sviluppo delle emozioni e dei sentimenti umani. Vediamo tappa per tappa come si sviluppano i sentimenti del bambino in base alle fasce d’età. Lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure familiari. Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti. Le tappe dello sviluppo affettivo Da 0 a 7 mesi Le emozioni insorgono durante i primi mesi di vita del neonato. Esse sono da mettere in relazione alla piacevolezza o al disagio provati in base alla soddisfazione o meno dei bisogni primari del bambino. Il bambino percepisce lo stato emozionale del benessere quando questo arriva come soddisfacimento al disagio. Da 8 mesi La percezione di essere un sé separato dalla mamma, inizia nel bambino tra il settimo e l’ottavo mese: egli comincia a comprendere di essere una entità diversa alla mamma, dal papà e da tutte le altre figure che popolano la famiglia. Le emozioni istintive dei primi mesi lasciano il posto ai sentimenti come la gioia, la paura, l’angoscia e la rabbia. Il legame con la mamma si fa più consapevole: il bambino inizia a sperimentare il distacco dal suo punto di riferimento certo. Se questo passaggio viene affrontato serenamente, il bambino svilupperà un senso di benessere affettivo che lo accompagnerà nel corso di tutta la vita. Da 18 mesi Se il progressivo distacco dalla mamma è avvenuto in modo sereno e consapevole, il bambino avrà potuto quindi sviluppare una delle sue prime convinzioni: la sua mamma è una base sicura da dove partire, sapendo che al rientro è sempre pronta ad accoglierlo con un caldo abbraccio. Se il bambino vuole un gioco che non può ottenere o se desidera essere preso in braccio ma per qualche ragione questo non può avvenire, l’emozione della rabbia può dar l’avvio a un sentimento di impazienza. Dai 3 anni Il bambino a questa età, grazie allo sviluppo psico-neurologico, è decisamente più autonomo, anche nelle relazioni affettive: il sistema nervoso e motorio sono quasi completati. La socializzazione con gli altri bambini fa sì che i sentimenti inizino a essere proiettati anche verso persone diverse dalla propria famiglia. Ecco quindi i primi sentimenti contrastanti: le prime simpatie o antipatie verso coetanei con cui gioca in modo più o meno in sintonia. In questa fase non sono rari gli atteggiamenti aggressivi, come mordere o picchiare gli altri bambini. Di fatto il bimbo non è ancora in grado di controllare i propri stati emotivi. Dagli 11 anni È con l’adolescenza che i legami affettivi assumono una forma più simile ai sentimenti degli adulti. L’adolescente inizia a essere attratto sentimentalmente verso i coetanei dell’altro sesso: responsabile di questo nuovo comportamento sono i feromoni e l’assetto ormonale che proprio in questo periodo raggiunge il massimo equilibrio sia nelle ragazze sia nei ragazzi. Qual è il ruolo dei genitori? Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.
Il bambino dallo psicologo: sfatare i miti

il bambino dallo psicologo
Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.
Il senso di colpa che condiziona l’esistenza

Il senso di colpa è il sentimento, conscio o inconscio, che nasce dal riconoscersi responsabili di una violazione delle regole o di una mancanza. Se si manifesta in modo coerente con la realtà, il senso di colpa svolge una funzione adattiva ed evolutiva. La consapevolezza di aver compiuto un errore pone le basi per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità. Rappresenta la capacità della coscienza evoluta di provare disagio per il danno procurato all’altro e tentare di porvi rimedio. In assenza di questa capacità, come accade nel disturbo antisociale di personalità, si possono consolidare pattern di inosservanza e infrazione dei diritti degli altri. Quando sganciato dalla dimensione oggettiva, il senso di colpa si presenta, invece, sottoforma di un vissuto profondo talvolta privo di spiegazioni. All’estremo, può diventare tanto dilagante da pervadere l’esperienza di sé e del proprio essere al mondo. Ci si può sentire sbagliati a prescindere da ciò che si fa o non si fa ma per come si è. E, anche, per il solo fatto di esistere. Il senso di colpa fa parte di diverse patologie e prende ampio spazio nella depressione. Può collocarsi alla base di alcune condotte criminali, in cui si delinque allo scopo inconscio di farsi punire dalla legge, o di condotte vittimistiche e autolesionistiche, in cui il disprezzo per se stessi può portare a ritenersi meritevoli non solo di punizione ma persino di violenza e morte. In assenza di cure il senso di colpa patologico è destinato ad un circolo vizioso senza soluzione, poiché non c’è espiazione o riparazione che possa cancellare la colpa innata che la persona vive, i sentimenti autodenigratori che la accompagnano e il vuoto che lascia dentro di sé. Senso di colpa e vergogna Il senso di colpa ha in comune con l’emozione della vergogna il rifiuto verso se stessi. Ma, mentre la vergogna tiene la persona bloccata nel conflitto con l’immagine di sé e la porta a temere l’esposizione e a nascondersi, il senso di colpa dirige l’attenzione sul torto arrecato all’altro e sul sentire di meritarne il disprezzo, con le relative conseguenze in termini di perdita di affetto e abbandono. L’origine del senso di colpa patologico In psicoterapia della Gestalt, il senso di colpa rappresenta un ostacolo al processo realizzativo. La persona si ritiene riprorevole per ciò che sente e vuole e per parti di sé che vive come inaccettabili. Il senso di colpa risulta connesso ad un forte doverismo interno e ad un ampio divario tra la percezione che si ha di se stessi e il proprio ideale. Entrambi gli aspetti si costruiscono durante l’infanzia, sulla base di messaggi genitoriali, verbali e non verbali, che svalutano l’espressione autentica della personalità e spingono verso modelli da imitare. Secondo Perls: “Un individuo sano agisce responsabilmente secondo ciò che è, e non secondo ciò cui dovrebbe assomigliare”. All’origine, il senso di colpa si struttura quando il bambino, nell’esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni, avverte il pericolo di perdere l’amore dei propri genitori. In alcuni casi, corrisponde ad un ritiro nella difesa onnipotente che offre una rassicurazione, illusoria, di controllo sulla realtà. Sentendosi abbandonato o trascurato, o vedendo mamma e papà litigare, ad esempio, il bambino può convincersi che sia tutta colpa sua. Non di rado, può farsi carico della sofferenza dei propri genitori e sentirsi in colpa se gioisce, se piange o se si allontana da loro. Le ingiunzioni ed il senso di colpa esistenziale Per un sano sviluppo del sé è fondamentale da bambini sentirsi accolti e amati. Visti e riconosciuti nella propria individualità, con tutte le proprie parti. Se, al contrario, si riceve il divieto di essere come si è, in termini analitico-transazionali una ingiunzione del tipo “non essere te stesso”, ci si inizierà a sentire inadeguati e sbagliati e il senso di colpa che ne conseguirà andrà a condizionare la libera espressione di se stessi. Più spesso, ad essere proibita è una specifica esperienza di sé e della vita. Ad esempio, un “non essere intimo” o un “non essere importante” caricheranno di sentimenti di colpa i bisogni di intimità e autorealizzazione con conseguenti blocchi in queste aree. Esiti più gravi sul piano della salute possono insorgere con l’ingiunzione “non esistere”, quando l’ambiente invia messaggi che minano il valore della propria stessa esistenza. Liberarsi dal senso di colpa Il lavoro sul senso di colpa è innanzitutto un lavoro di riconoscimento e accettazione di sé. Di differenziazione dalle proprie figure genitoriali e dai messaggi svalutanti ricevuti. Si tratta di un percorso di ristrutturazione della personalità volto a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libera espressione di sé. Liberarsi dal senso di colpa significa lasciare andare i “devi” e i “non” ricevuti, darsi il permesso di essere come si è. Guardare alla propria storia e alle proprie ferite e alla impossibilità di cambiare ciò che è stato, per poterlo salutare dentro di sé. Dare volto e voce alla rabbia che distrugge dall’interno. Incontrare il dolore. Accogliere l’impotenza di fronte ai propri limiti. Rinunciare ad avere un potere su ciò che dipende solo dall’esterno per occuparsi di ciò che invece è in proprio potere: dalla colpa alla responsabilità.
sindrome di Münchhausen: catturare attenzioni in modo negativo

Tra i disturbi “fittizi” si ritrova questa sindrome che può generare danni permanenti fino alla morte. Fin dove riesce a spingersi l’uomo per ottenere qualcosa? Fino alla simulazione della malattia tanto da provocarla. Cos’è? E’ una malattia mentale ed una forma di abuso. Si verifica quando un genitore o un’altra persona che si prende cura del bambino simula o provoca una malattia del bambino.Il “caregiver”, riferisce sintomi non esistenti o addirittura provoca egli stesso un danno al bambino che dipende dalle sue cure, così da farlo credere o da renderlo effettivamente malato. Il disturbo è caratterizzato da due aspetti: Simulazione e falsificazione di segni e sintomi (fisici o psicologici) attraverso: Finzione o induzione di segni o sintomi di una condizione medica o mentale, senza avere un evidente vantaggio esterno (ad esempio per ricevere l’invalidità civile o sfruttare le assicurazioni), Falsificazione delle cartelle cliniche, Alterazione dei risultati dei test di laboratorio. Richiesta attiva e ripetuta di una cura in differenti contesti (ad esempio medico di base, pediatra, pronto soccorso, ospedali). Cause Al momento non sono note le cause. Potrebbe dipendere da un disturbo della personalità, da traumi emotivi. Qualche volta alla base di questo comportamento può esserci un conflitto con il partner che il “caregiver” pensa di legare maggiormente a sé, attraverso la malattia grave del figlio. La “malattia” del figlio può essere del tutto inventata, ad esempio simulando sintomi. Alcuni esempi sono: Scaldare il termometro per simulare la febbre; Riportare in maniera alterata la storia clinica del figlio falsificare materialmente la documentazione clinica e i referti degli esami di laboratorio; Aggiungere sangue a campioni di urine o di feci oppure glucosio a campioni di urine del bambino prima delle analisi. In altri casi, più preoccupanti, i sintomi possono venir provocati. Ad esempio: Somministrando al bambino farmaci lassativi per simulare una diarrea o qualunque altro tipo di farmaco per provocare sintomi, anche gravi; Riducendo l’alimentazione del bambino per fargli perdere peso e farlo diventare “malnutrito”; Iniettando materiale infetto (anche feci!) per provocare febbre e sintomi di setticemia. I sintomi si manifestano di solito in presenza del “caregiver”: quando il bambino è lontano dal “caregiver” i suoi sintomi migliorano o spariscono. Il “caregiver” non manca inoltre di pubblicizzare il proprio bambino e la sua finta malattia (ad esempio mediante la condivisione della propria storia sui social media) col fine di attirare attenzioni, compassione e l’interesse delle persone. Cosa fare? Nel sospetto di sindrome di Münchhausen per procura è importante allertare i Servizi Sociali per tutelare il bambino.Il primo obiettivo è quello di proteggere il bambino. Spesso è necessario sottrarlo dalla coabitazione con il “caregiver” responsabile.ogni caso, il bambino necessita di cure psichiatriche per superare i disturbi conseguenziali, ad esempio ansia, depressione o disturbo post traumatico da stress.
Corporeità eversiva ed istituzioni

Perchè questo titolo: “Corporeità eversiva ed istituzioni”? Cercherò di spiegarlo in questo nuovo articolo. Durante i primi mesi del mio percorso formativo in arteterapia, mi lasciava assai perplessa l’insistenza con la quale i docenti ci raccomandavano di usare la massima cautela nell’introdurre le nostre tecniche nei contesti istituzionali. Francamente mi sembrava un’attenzione sproporzionata fino a quando non ho avuto modo di trovarmi esattamente in quella situazione che mi era stata anticipata. L’aspetto che di primo acchito mi pareva maggiormente essere più coinvolto, come peraltro mi avevano anticipato, era quello legato ad una caratteristica centrale del metodo applicato dalla mia scuola, Poliscreativa. Sto parlando del ruolo della corporeità, viva, ritmica e condivisa, non solo del paziente, ma anche e soprattutto, almeno inizialmente, di quella del terapeuta. Una corporeità eversiva. Alessandro Tamino al di là di qualunque retorica, mio maestro non solo professionalmente, ma anche di vita, quando nei suoi seminari cerca di spiegare perché le istituzioni e le persone che ci si identificano, si sentano così facilmente minacciate dal Sistema Poliscreativa, quasi come un mantra racconta sempre l’episodio biblico dell’Ebrezza di Noè. Dunque, secondo la Genesi (9,20-27) le cose sarebbero andate in questa maniera. Come tutti sappiamo Iddio, dopo averci creato e dopo averci cacciato dal Paradiso Terrestre a colonizzare questa valle di lacrime, si rese ben presto conto di quanto gli fossimo venuti peccatori. Decise a quel punto di fare una ripulita ed incaricò Noè, l’unico che avesse continuato a rispettare la sua legge, di costruire una grande nave, riempirla con coppie sicuramente eterosessuali delle più svariate specie animali, mandò tanta di quella pioggia da sterminare tutti gli altri. Quando finalmente le acque cominciarono a ritirarsi Noè scese dalla famosa arca, assieme alla sua famiglia e cominciò a ripopolare la Terra. Riprese a funzionare anche l’agricoltura e, tra le prime piante seminate, troviamo, sempre secondo la Bibbia, la vite. Il patriarca preparò del vino e lo assaggiò. Si prese una sbronza micidiale e cominciò a dare un pessimo spettacolo, arrivando persino a denudarsi dentro la sua tenda. Noè aveva tre figli, Sem, Iafet e Cam, il più piccolo. A trovarsi nei paraggi, sfortunatamente per lui, fu Cam, che quindi vide la nudità di suo padre e corse subito fuori per chiamare i suoi fratelli che intervenissero anche loro. “ “Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre. Siccome avevano il viso rivolto dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre. Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che aveva fatto il figlio minore” . A quel punto Noè maledisse la sua discendenza e stabilì che addirittura sarebbe diventata schiava degli altri suoi figli, Sem e Iafet. Le possibilità interpretative di questo testo, come per ogni passo biblico sono pressoché infinite. Una molto usata dai predicatori nordamericani durante i secoli d’oro dello schiavismo, fu che Cam fosse il progenitore dei neri deportati dall’Africa e che quindi noi bianchi, eredi degli altri figli di Noè non fossimo altro che gli esecutori della volontà divina. Ma al di là di tutto, ci appare evidente che il ruolo del padre, massimo vertice istituzionale in una società così tanto patriarcale, viene fortemente minacciato dallo svelamento della sua nudità. La percezione esplicita delle caratteristiche fisiche, corporee e quindi i limiti, di chi “incarna” il potere, l’istituzione, è evidente che lo faccia sentire minacciato. Ma è sempre cosi? Forse no. Forse dipende da quanto il ruolo di potere si basi sull’ autoritarismo e non sull’autorevolezza. Un altro racconto che mi ha colpito molto e mi colpisce ogni volta che partecipo ai seminari, riguarda i percorsi formativi di alcune forme di sciamanesimo che pare avvengano in due fasi. Nella prima fase al giovane sciamano vengono insegnati dei veri e propri “trucchi” per fascinare chi si rivolge a lui. Quando l’allievo giunge al termine di questa fase, lo sciamano “formatore” chiede all’allievo se vuole proseguire e passare alla fase successiva, quella finalizzata a raggiungere una conoscenza più profonda. Una conoscenza che preveda un tale contatto con la propria corporeità da poterla trasmettere con effetti benefici a chi gli stia nei paraggi. Ma questo altro passo è subordinato ad una rinuncia. Rinunciare proprio a tutti quei poteri in qualche modo anche truffaldini, che ha appreso nel suo viaggio di formazione. Una cosa che mi ha sempre molto impressionato è osservare come, chi si senta veramente a suo agio nel suo ruolo professionale, si muova in maniera armonica, senza scatti, parli con una voce pacata. La voce è molto più corpo, vero e proprio, di quello che di solito pensiamo. Chi fa il nostro mestiere, psicologo, psicoterapeuta o psichiatra che sia, non può non essersi fatto attrarre da quel prefisso “psi”. Forse dovremmo dare per scontato che questi ruoli si basino, in qualche modo e soprattutto a livello inconscio, proprio sulla negazione del corpo. Il perché ovviamente copre il più ampio degli spettri. Nulla di male ovviamente. Se per fare quello che facciamo dovessimo essere sempre tutti sani mentalmente, le nostre facoltà andrebbero deserte. E quindi? Quindi non solo un buon lavoro psicologico su noi stessi, ma anche una possibilità di mettere in campo quella assoluta continuità tra il nostro corpo e quella sua funzione che chiamiamo “mente”. In alternativa c’è poco da fare, vuol dire sempre lavorare con il freno a mano tirato, una delle condizioni più faticose e più limitanti possibili in qualunque lavoro. Ed è quindi comprensibile che quando qualcuno ti proponga di farti, prima di tutto, questa domanda: “Cosa sta dicendo, in questo momento, il mio corpo?”, lo si consideri come una minaccia, un pericoloso portatore di strategie eversive per il proprio ordine delle cose.
La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.
Cosa sono le psicosi infantili?

Il termine in sé spesso fa rabbrividire, fa pensare immediatamente a qualcosa di grave. La diagnosi tempestiva, la presa in carico e il trattamento sono elementi fondamentali per garantire una qualità di vita migliore al bambino e alla sua famiglia. Cos’è la psicosi infantile Già da piccoli ci si può ritrovare affetti da gravi patologie come le psicosi infantili. Ci appare veramente difficile che un bambino possa trovarsi in situazioni psicologiche gravi. Eppure, già così piccoli, ci si può ritrovare affetti da gravi patologie. Per quanto differenti possano essere, posseggono tutte un aspetto fondamentale comune: in ogni forma di psicosi il bimbo vive un rapporto alterato con la realtà. Le psicosi infantili comprendono un’alterazione globale delle capacità comunicative, anomalie a livello delle interazioni sociali e comportamenti od interessi stereotipati e ripetitivi. I bambini psicotici trasmettono forte ansia e frustrazione. Questi bambini all’interno di un gruppo di pari non vengono aggrediti o derisi, come invece accade a quelli con deficit organico. Si possono individuare le psicosi sintomatiche e le psicosi funzionali. Le prime sono facilmente identificabili poichè strettamente connesse ad un danneggiamento organico, seguito ad esempio a malattie o attacchi epilettici. Nelle seconde invece non vi è la presenza di un disturbo organico. Schizofrenia infantile La schizofrenia infantile vera e propria si manifesta generalmente dopo i 5 – 6 anni di età. E’ riconoscibile dal fatto che il bimbo presenta un rapporto alterato con ciò che lo circonda, tende ad isolarsi, è facilmente irritabile, aggressivo, perde in creatività e voglia di esplorare, conoscere l’ambiente, verso il quale mostra scarso interesse. Sindrome simbiotica Nella sindrome simbiotica il bambino interrompe la propria crescita psichica ed entra in simbiosi con la madre. Si verifica che i disturbi psichici della madre si riflettono sul bimbo. La madre impedisce al bambino di raggiungere una propria identità. E’ fondamentale che la famiglia partecipi in modo positivo al recupero del piccolo. Questo verrà attuato non solo con terapie farmacologiche, ma anche con psicoterapie adeguate. Trattamenti possibili E’ fondamentale intervenire anche all’interno delle scuole per creare una rete di lavoro più ampia. E’ importante anche evitare che il bambino possa essere etichettato come malato. E’ opportuno il superamento della visione tradizionale dei problemi psicologici in modo che la scuola non sia considerata come un luogo di emarginazione e di esclusione, ma come spazio per la socializzazione e per la sperimentazione di una autonomia individuale. I genitori cosa possono fare? I genitori a volte non hanno il tempo necessario per analizzare la situazione. E’ difficile per loro pensare alla possibilità che il loro bambino possa soffrire di psicosi infantile. Va anche tenuto presente che i genitori tendono a negare sempre qualsiasi disturbo o problema dei loro figli, nonostante le evidenze. Una rapida azione da parte loro può aiutare molto il piccolo giungendo alla conclusione che si trattava di un falso allarme o iniziando un’immediata terapia di miglioramento.
Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?