DAD e psicologia: tra innovazione digitale e lacune relazionali

Lo scenario psico-sociale degli ultimi due anni ha cambiato profondamente il mondo scolastico già proiettato verso la scuola digitale, docenti e alunni a causa dell’emergenza pandemica si sono trovati ad affrontare la transizione tecnologica nel minor tempo possibile. L’adozione della didattica a distanza come modalità di insegnamento e apprendimento alternativo si è rivelata una grande opportunità nell’ambito dell’istruzione, ma anche un grande rischio per la salute psicologica di ragazzi, genitori e docenti.L’elemento che maggiormente ha caratterizzato quest’esperienza è sicuramente l’assenza di contatto umano che regola la creazione delle relazioni e lo sviluppo dell’empatia. Il confronto con l’altro e in particolare con il gruppo dei pari, è un tassello fondamentale per la costruzione dell’identità.La mancanza di relazione e l’isolamento vissuto davanti allo schermo portano gli studenti ad una fruizione passiva e poco stimolante dei contenuti formativi, la soglia di attenzione cala notevolmente e gli insegnanti da remoto fanno fatica a cogliere quei segnali tipici della comunicazione non verbale che fanno da feedback nel processo di apprendimento. L’utilizzo della tecnologia può presentare dei rischi anche per i nativi digitali: diventa fonte di stress e frustrazione se condiziona negativamente l’esperienza didattica; la costante presenza sui dispositivi (per ragioni didattiche o per svago), incrementa la possibilità di distrarsi e in concomitanza con la condizione di isolamento può sfociare progressivamente in dipendenza. Anche per i docenti la DAD presenta dei notevoli pericoli: dall’ansia da prestazione al burnout derivante dalla condizione di iperconnessione,fino al senso di inadeguatezza dovuto all’incapacità di gestire gli strumenti digitali da un giorno all’altro, che incide notevolmente sull’autostima e sul grado di soddisfazione lavorativa. La soluzione per una Scuola Digitale che possa garantire buone performance educative e tutelare la salute psico-fisica dell’intero sistema scuola, è un’attività preventiva di educazione digitale e accompagnamento alla transizione tecnologica. In questo modo sarà possibile creare degli equilibri sani e duraturi e scandire tempi e modi tra vita didattica online e vita offline.

Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte I

Il Cyberbullismo è un fenomeno dilagante che ogni giorno diventa più diffuso e pericoloso.Il termine “cyber” afferisce a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia o che ne deriva, mentre per “bullismo” si intende il perpetrarsi di comportamenti malevoli ai danni di una vittima che non ha la possibilità di difendersi. Nel 2006 Peter K. Smith e collaboratori definirono il cyberbullismo come: “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi”. (Smith et al., 2008). Questa modalità differisce dal bullismo tradizionale per alcuni aspetti distintivi: innanzitutto la possibilità da parte del cyberbullo di agire in forma anonima, il che contribuisce ad una sorta di “deresponsabilizzazione” degli atti compiuti; la condivisione e diffusione tempestiva, esponenziale e virale di contenuti lesivi nei confronti della vittima; il numero illimitato di spettatori e la possibilità di perpetrare l’attività dannosa all’infinito, mettendo online filmati o contenuti che riguardano il soggetto bullizzato. Gli effetti del Cyberbullismo assumono il carattere di una vera e propria persecuzione e sono devastanti per tutti gli attori coinvolti nel processo.Il cyberbullo, che spesso è stato a sua volta vittima di violenza o bullismo, presenta generalmente difficoltà nelle relazioni sociali. La sua condotta di estrema prepotenza può essere associata al disturbo antisociale di personalità, mentre l’eccessiva aggressività può essere una spia del consumo di sostanze stupefacenti. La vittima vive in un perenne stato di ansia, presenta difficoltà cognitive a livello di attenzione e concentrazione e può soffrire di attacchi di panico, stati fobici e depressivi e avere idee o atti suicidari. Gli spettatori sono testimoni involontari, vedono minacciato il proprio benessere emotivo, percepiscono l’ambiente come minaccioso e violento, si sentono spaventati e impotenti e vivono la paura di subite attacchi analoghi. Nel prossimo articolo approfondiremo le diverse forme di cyberbullismo, come fare a riconoscerne i segnali e come intervenire per prevenire e contrastare questo fenomeno.

Cronos e Kairos: il tempo nella psicologia e nella psicoterapia

Quando una persona entra in terapia, porta con sé non solo la propria storia, ma anche il proprio modo di vivere il tempo. C’è chi arriva sentendosi in costante ritardo, sempre in affanno, come se la vita fosse una corsa senza sosta; Altri, invece, raccontano di attese infinite, di un tempo che sembra non passare mai. In entrambi i casi, emerge una tensione che i Greci avevano descritto in due figure distinte: Cronos e Kairos. Chi sono Cronos e Kairos? Cronos è il tempo che scorre, quello degli orologi e delle agende. È il tempo che permette di organizzare, pianificare, rispettare impegni. In terapia lo incontriamo nei pazienti che scandiscono la propria vita in tappe rigide: “A quest’età avrei già dovuto avere un lavoro stabile… una famiglia… una casa.” Cronos è indispensabile: ci permette di dare continuità e forma ai nostri progetti. Ma quando diventa l’unico orizzonte, rischia di trasformarsi in un tiranno. Quante volte sentiamo dire: “Non ho tempo”, e in quelle parole si nasconde la percezione di una vita compressa, consumata dalla fretta. Accanto a Cronos, però, c’è Kairos: il tempo opportuno, qualitativo, l’attimo in cui qualcosa accade perché trova le condizioni “giuste”. Non lo misuriamo in minuti o ore, ma nell’intensità con cui viene vissuto. È il tempo della pausa che apre uno spazio interiore, dell’incontro che cambia prospettiva, del silenzio che diventa rivelatore. In psicoterapia, Kairos si manifesta nei momenti in cui il paziente riesce a dire finalmente una parola nuova, o a vedere sotto una luce diversa ciò che prima appariva immutabile. Non è programmabile: accade, si coglie, si riconosce. Difatti, se ci limitiamo al tempo cronologico, rischiamo di trasformare la terapia in una sequenza di incontri scanditi dall’orologio, con obiettivi da raggiungere come fossero tappe produttive. Ma se riusciamo a valorizzare Kairos, allora lo spazio terapeutico diventa anche un laboratorio del “tempo vissuto”, dove ciò che conta non è quanto tempo serve, ma cosa accade dentro quel tempo. Il lavoro clinico ci mostra che le persone soffrono non solo per ciò che è accaduto, ma anche per il modo in cui percepiscono lo scorrere del tempo: chi si sente schiacciato dalla fretta e dal dover fare, chi si percepisce bloccato, fermo in un eterno presente. Integrare Cronos e Kairos significa aiutare il paziente a non farsi mangiare dal tempo né restare imprigionato in esso, ma a riconoscere che ogni istante può contenere una possibilità di significato. Quale apporto può dare la psicoterapia? La psicoterapia è un vero e proprio esercizio di equilibrio tra Cronos e Kairos. Un tempo esterno che dà cornice (la durata della seduta, la cadenza degli incontri…) e un tempo interno che, a volte, ci sorprende con un lampo di comprensione, con la possibilità di vedere il mondo da una prospettiva diversa. Come psicologi e psicoterapeuti, la sfida non è tanto scegliere tra i due tempi, ma insegnare a viverli entrambi: Cronos per dare continuità alla vita, Kairos per restituire profondità all’esperienza. Conclusioni Riflettere su Cronos e Kairos significa anche interrogarci su come abitiamo noi stessi il tempo terapeutico. Cronos è la cornice che ci tutela: la durata della seduta, la regolarità degli incontri, un accordo tra le parti che scandisce il lavoro. Ma Kairos è ciò che accade dentro quella cornice, il momento in cui la parola si fa trasformativa e il silenzio diventa generativo. Come professionisti siamo spesso chiamati a trovare un equilibrio delicato: da un lato la necessità di organizzare, contenere, dare continuità; dall’altro la disponibilità a restare aperti al momento giusto, a quell’attimo in cui “qualcosa accade” al di là della nostra pianificazione. Forse, allora, il nostro compito non è soltanto gestire il tempo della terapia, ma anche custodire le condizioni affinchè il tempo opportuno possa emergere. È in questo spazio che la psicoterapia rivela la sua natura più autentica: non solo un lavoro di ricostruzione lineare, ma un incontro capace di aprire possibilità inattese.

Cronaca di una guerra virale sui social: gli effetti sui giovani

guerra social

Cronaca di una guerra virale sui social, alla portata dei giovani spettatori. La Guerra del nuovo millennio si combatte anche sui social. Tra fake news, sovraesposizione mediatica e infodemia (quantità eccessiva di informazioni presenti sul web), i nostri giovani sono sopraffatti e disorientati. Ogni giorno i social media sono bombardati di informazioni, immagini e video cruenti della guerra tra Russia e Ucraina. Qualunque dettaglio, fotogramma e cruda denuncia attraversa e trafigge il mondo del web, lasciando inermi, confusi e spaventati i giovani spettatori. In questa battaglia i social costituiscono un’arma e una potente risorsa per sfuggire alla censura e portare la propria testimonianza. Tuttavia le notizie arrivano in maniera convulsa e repentina, priva di filtro e diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione. La crudeltà della guerra si scaglia con violenza dinanzi agli occhi di ragazzini che non sono pronti ad accettare e a elaborare un tale orrore. I personaggi politici, oggetto di meme e vignette ironiche assumono un’immagine grottesca e irreale. I contorni della realtà si sfocano fino a prendere le sembianze di una fiction, qualcosa che è impossibile stia realmente accadendo. Per giovani e giovanissimi diventa quasi impossibile comprendere lo scenario attuale in mancanza di un bagaglio culturale adeguato. La storia e gli equilibri geopolitici internazionali sono fondamentali per avere uno sguardo critico su ciò che sta accadendo al mondo.Al tempo stesso sono sprovvisti delle strategie di coping necessarie per elaborare, interpretare e gestire l’ansia e la paura che derivano dalla fruizione di questi contenuti. Il rischio è anche quello di “normalizzare” le immagini della guerra, che si susseguono indifferentemente a video di gattini o influencer sullo smartphone. Un alternarsi costante di stimoli visivi che conduce i ragazzi ad un’alternanza delle emozioni più disparate e difficili da gestire: rabbia, angoscia, paura. In questo caso l’educazione nozionistica deve andare di pari passo con quella emozionale.Ai nostri giovani occorre spiegare ciò che accade da un punto di vista storico e di cronaca, ma non solo. É importante che gli vengano trasmesse le capacità e le risorse emotive necessarie per far fronte ad un momento così delicato.

Crescere e realizzare i propri desideri

Crescere fa paura poiché implica differenziarsi dall’altro ed assumersi la responsabilità di ciò che si è e di ciò che si desidera. Ciascuno di noi possiede una tendenza naturale all’autorealizzazione. Si tratta della capacità di soddisfare bisogni e desideri: crescere ed affermare il proprio potenziale in ogni aspetto della vita. Tuttavia, tale capacità può essere interrotta da meccanismi che impediscono la libera espressione di se stessi. Possono crearsi veri e propri blocchi sul piano di vita e, più profondamente, nell’esperienza di sé. Il valore evolutivo della sofferenza Nella nostra cultura è convinzione diffusa che le emozioni siano degli ostacoli e che nelle situazioni di impasse occorra farsi guidare dal pensiero e dall’azione. Al contrario, più escludiamo vissuti e bisogni, più tagliamo fuori risorse vitali e parti fondamentali di noi stessi. Allontanandoci dalla nostra natura, annaspiamo tra stati di impotenza e onnipotenza e nell’inefficacia di un agire sconnesso dal sentire. Il senso di sè si indebolisce e talvolta si incrina, fino a sgretolarsi. La sofferenza, che non viene vista nel suo valore evolutivo, è per lo più considerata come un nemico da eliminare. E, così, si crea un circolo vizioso, che non corrisponde alla sofferenza naturale che fa parte della vita ma al modo con cui si evita il contatto con l’esperienza temuta e ci si boicotta nel proprio percorso di crescita. L’autoinganno della mente Affidarsi al pensiero, d’altra parte, può voler dire rimanere fedeli a false credenze, nella trappola dei propri inganni. A livello cognitivo la mente è infatti spesso abitata da svalutazioni che trattengono la crescita e procurano malessere. “Non sono abbastanza”, “Non sarò mai amato”, “Sarò felice quando troverò la persona giusta”, “Nessuno mi capisce”, “Non devo fidarmi degli altri”. Sono tipici esempi di convinzioni che impediscono di guardare alle risorse interne ed esterne e di soddisfare i propri bisogni. Il futuro è predeterminato dall’anticipazione di uno scenario drammatico o salvifico che ripropone il passato attraverso la riattualizzazione delle esperienze infantili che sono alla base del copione di vita. Ciò che è stato il migliore adattamento possibile allora, rappresenta tuttavia oggi una carenza o assenza di contatto e di potere attivo sul presente. I vantaggi emotivi del non crescere Ad un livello più profondo, vi sono i vantaggi emotivi del rimanere attaccati alle dinamiche dipendenti verso le proprie figure genitoriali. La dipendenza, talvolta anche mascherata sotto una falsa autonomia, o controdipendenza, come nel caso di chi utilizza difese narcisistiche e onnipotenti, offre una protezione che, sebbene illusoria, dà la sensazione di essere al sicuro. Di fronte ai rischi emotivi legati all’affermazione di sé, quali ad esempio il fallimento, il tradimento, il rifiuto, si cerca rassicurazione e rifugio in ciò che da bambini più garantiva approvazione e riconoscimento. Gli aspetti propri e dell’ambiente esterno non sono visti per come sono ma idealizzati o svalutati. E, così, si resta dipendenti e manipolativi. De-responsabilizzati di fronte alla vita e alle proprie scelte. Verso l’autonomia L’autonomia è un percorso di liberazione degli ostacoli alla crescita che ciascuno ha dentro sé stesso. E’ trovare un equilibrio tra l’autoaffermazione e il riconoscimento dell’altro. Spaventa. Poiché implica differenziarsi, passando per il dolore della perdita originaria. Implica farsi carico della propria volontà e delle proprie decisioni. Rischiare di sbagliare. Confrontarsi con i propri lati indesiderati. Abbandonare ideali e fantasie illusorie per guardare dentro limiti e risorse reali e adoperarsi per attivare un cambiamento concreto. Accettare lo smarrimento, l’incertezza, il vuoto, la noia. E da lì, costruirsi e ricostruirsi nel continuo dell’esperienza. Cercare in sé e non più fuori la responsabilità e il senso della propria esistenza.

Costruire l’autostima negli adolescenti: piccoli passi che fanno la differenza

L’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni. Il corpo cambia, le relazioni sociali diventano più complesse e le aspettative, sia interne che esterne, si moltiplicano. In questo delicato equilibrio, l’autostima rappresenta un pilastro fondamentale: influenza il modo in cui un ragazzo affronta le sfide quotidiane, costruisce i propri legami e immagina il futuro. Che cos’è davvero l’autostima? Spesso viene confusa con la sicurezza in sé stessi o con l’idea di sentirsi sempre “bravi” o “speciali”. In realtà, l’autostima è qualcosa di più sottile: significa avere un’immagine di sé realistica e positiva, riconoscere i propri punti di forza e accettare i propri limiti senza giudizi eccessivamente severi. Non si tratta, quindi, di illudersi di non avere difetti, ma di poter dire a sé stessi: “Valgo, anche se non sono perfetto.” Perché è fragile in adolescenza Durante l’adolescenza, l’autostima è particolarmente vulnerabile. Alcuni fattori che la influenzano sono: • Il confronto con i pari: i social e le dinamiche di gruppo spingono a confrontarsi continuamente con gli altri, accentuando paure e insicurezze. • Le aspettative esterne: genitori e insegnanti, pur con le migliori intenzioni, a volte mettono troppa enfasi sulla performance, facendo percepire il fallimento come un segno di scarso valore. • L’identità in costruzione: l’adolescente si chiede costantemente chi è, cosa vuole diventare, se viene accettato dagli altri. Questa fase di vulnerabilità, però, è anche una grande opportunità: se sostenuta in modo adeguato, può diventare il terreno fertile per costruire una solida fiducia in sé stessi. L’importanza del sostegno Gli adolescenti hanno bisogno di sentire che il loro valore non dipende solo dai risultati scolastici, dall’aspetto fisico o dall’approvazione degli altri. Avere accanto adulti significativi che trasmettono fiducia e incoraggiamento è essenziale. Un genitore che valorizza lo sforzo, un insegnante che riconosce un miglioramento, un adulto che sa ascoltare senza giudicare: piccoli gesti che hanno un grande impatto. Autostima e relazioni sociali L’autostima non è un concetto esclusivamente individuale, ma si costruisce nelle relazioni. Un adolescente che sperimenta rispetto e riconoscimento nei rapporti con amici, insegnanti e familiari, impara a vedersi con occhi più benevoli. Al contrario, ambienti troppo critici o svalutanti possono contribuire a una visione negativa di sé. L’autostima è una delle risorse più preziose che un adolescente può sviluppare. Non significa sentirsi perfetti, ma riconoscere di avere valore indipendentemente dagli errori o dai limiti. Accompagnare i ragazzi in questo percorso significa aiutarli a crescere più sicuri, resilienti e capaci di affrontare le sfide della vita adulta.

Costruire l’autostima negli adolescenti: piccoli passi che fanno la differenza

L’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni. Il corpo cambia, le relazioni sociali diventano più complesse e le aspettative, sia interne che esterne, si moltiplicano. In questo delicato equilibrio, l’autostima rappresenta un pilastro fondamentale: influenza il modo in cui un ragazzo affronta le sfide quotidiane, costruisce i propri legami e immagina il futuro. Che cos’è davvero l’autostima? Spesso viene confusa con la sicurezza in sé stessi o con l’idea di sentirsi sempre “bravi” o “speciali”. In realtà, l’autostima è qualcosa di più sottile: significa avere un’immagine di sé realistica e positiva, riconoscere i propri punti di forza e accettare i propri limiti senza giudizi eccessivamente severi. Non si tratta, quindi, di illudersi di non avere difetti, ma di poter dire a sé stessi: “Valgo, anche se non sono perfetto.” Perché è fragile in adolescenza Durante l’adolescenza, l’autostima è particolarmente vulnerabile. Alcuni fattori che la influenzano sono: • Il confronto con i pari: i social e le dinamiche di gruppo spingono a confrontarsi continuamente con gli altri, accentuando paure e insicurezze. • Le aspettative esterne: genitori e insegnanti, pur con le migliori intenzioni, a volte mettono troppa enfasi sulla performance, facendo percepire il fallimento come un segno di scarso valore. • L’identità in costruzione: l’adolescente si chiede costantemente chi è, cosa vuole diventare, se viene accettato dagli altri. Questa fase di vulnerabilità, però, è anche una grande opportunità: se sostenuta in modo adeguato, può diventare il terreno fertile per costruire una solida fiducia in sé stessi. L’importanza del sostegno Gli adolescenti hanno bisogno di sentire che il loro valore non dipende solo dai risultati scolastici, dall’aspetto fisico o dall’approvazione degli altri. Avere accanto adulti significativi che trasmettono fiducia e incoraggiamento è essenziale. Un genitore che valorizza lo sforzo, un insegnante che riconosce un miglioramento, un adulto che sa ascoltare senza giudicare: piccoli gesti che hanno un grande impatto. Autostima e relazioni sociali L’autostima non è un concetto esclusivamente individuale, ma si costruisce nelle relazioni. Un adolescente che sperimenta rispetto e riconoscimento nei rapporti con amici, insegnanti e familiari, impara a vedersi con occhi più benevoli. Al contrario, ambienti troppo critici o svalutanti possono contribuire a una visione negativa di sé. L’autostima è una delle risorse più preziose che un adolescente può sviluppare. Non significa sentirsi perfetti, ma riconoscere di avere valore indipendentemente dagli errori o dai limiti. Accompagnare i ragazzi in questo percorso significa aiutarli a crescere più sicuri, resilienti e capaci di affrontare le sfide della vita adulta.

Costruire il vero se’ attraverso il gioco

In questo articolo rifletteremo insieme sull’importanza di costruire il vero sé- autentico e riconoscere i segnali  del falso sé. Nella pratica clinica frequentemente incontro bambini che non si sentono “liberi” di esprimere il proprio pensiero, e nella relazione con l’altro appaiono inibiti. Piuttosto cercano di “accontentare l’altro”, di assecondarlo. Questi bambini sono accomunati da una tristezza velata negli occhi. cosa accade durante il gioco? Durante il gioco, il bambino deve poter coltivare l’illusione della creazione dell’oggetto esterno. Per far questo è necessario che la madre mostri fin da subito nei suoi confronti una capacità di contenimento empatico (holding). Ciò permetterà la piena espressione della sua essenza e consentirà l’illusione della sua creazione. Una volta poste queste premesse, per il bambino sarà più semplice rinunciare all’idea di aver creato da sè il mondo esterno. Si adatterà così alle reali esigenze da esso poste. Qualora una madre è stata “sufficientemente buona” e non ha anteposto i propri bisogni a quelli della sua creatura, ciò non dovrebbe verificarsi. In caso contrario  l’attuazione della vera indipendenza è fortemente compromessa. Il bambino infatti avvertirà le richieste tacite di chi si prende cura di lui e  si adegua. In tal caso egli sacrificherà le parti di sè più libere per soddisfare le aspettative di chi ama e di riceverne in cambio amore. quali ripercussioni nel tempo? Nel tempo, il bambino imparerà a mettere da parte i propri bisogni, a non riconoscerli, a con-fondersi coi bisogni più radicati dei suoi caregiver. Negherà l’esistenza di parti più profonde di sé, di quello che sente, di quello che desidera. Ciò avrà ripercussioni anche nella sfera emotiva e affettiva. Egli impedirà a se stesso di sperimentarsi in modo libero e autentico,  rinuncerà all’intera gamma della sua affettività. Metterà da parte il suo desiderio di giocare a nascondino se sa che il caregiver preferisce i soldatini. Da grande semmai preferirà una professione classica ad una scientifica sempre per assecondare bisogni, desideri, fantasie altrui. Il Sè che prende vita è il cosiddetto falso sé alla cui base c’è uno scarso contenimento genitoriale, specie di quello materno. Il bambino imparerà a rispondere alle richieste ambientali in modo “ costruito” a costo di perdere il sentimento di realtà. Egli non si percepisce né si sente “reale”. Qualora il sentimento di realtà tendi a prevalere può accadere che la persona tenti di liberarsi del proprio Falso Sè , soprattutto per rispondere a standard di desiderabilità  sociale. cosa può accadere? A questo punto maggiore sarà lo spazio occupato dal Falso Sè nell’intera personalità, altrettanta sarà l’incombente minaccia di annientamento a cui è esposto quello Vero. Qualora questa sensazione diventi preminente nella vita di una persona, si aprono le porte per una stanza di terapia. Ciò al fine di ricercare la propria autenticità. Fondamentale diventa riconoscere il bambino come altro da sé, accettarlo per quello che è. Diventa inoltre importante promuovere  la libertà di pensiero e strutturare giochi di ruolo al fine di sperimentare la diversità.