Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.

Tra altruismo e manipolazione: esserci per l’altro

L’essere generosi e disponibili non è sempre una forma di altruismo. Può diventare una manipolazione, un modo per attirare l’altro a sè. L’altruismo è l’atteggiamento proprio di chi ha a cuore il benessere dell’altro. Sul piano comportamentale si manifesta con l’essere generosi e disponibili fino ad anteporre il bene altrui al proprio. Quando questo modo di porsi in relazione è realmente autentico? L’altruismo si poggia su una motivazione disinteressata, libera sia da obblighi e ricompense che dal principio del do ut des (do a te perchè tu dia a me). Bisogna dunque distinguere ciò che si osserva come comportamento altruistico da ciò che internamente lo muove. Diverse teorie in campo psicologico e filosofico, assumendo una posizione drastica, sostengono che l’altruismo non esista. Poichè, alla base di qualsiasi gesto altruistico, vi sarebbe sempre un certo egoismo. Una visione più integrata contempla invece entrambi i poli, l’egoismo e l’altruismo. L’amore, infatti, è tutte e due le cose insieme: egoistico, perchè ci dà piacere, altruistico perchè desideriamo la felicità di chi amiamo. Altruismo ed egoismo si incontrano e si integrano quando vi è la capacità di stabilire i confini tra sè e l’altro. Riconoscersi nella propria individualità, con le proprie emozioni e i propri bisogni. E riconoscere l’altro nella sua esistenza, con il suo sentire e i suoi bisogni specifici. Se vi è differenziazione dall’altro vi è la capacità di ascoltarsi e rispondere ai propri bisogni e al tempo di entrare in contatto con il mondo dell’altro, senza svalutazioni. Quando invece l’altruismo diventa un modo per manipolare, per attirare l’altro a sè? Spesso ci si mostra generosi perchè si vuole apparire buoni e in tal modo garantire a se stessi la vicinanza dell’altro. Alcuni caratteri si ‘specializzano’ in questo tipo di manipolazione, costruendo la propria identità su una immagine di persona buona e speciale. Di conseguenza, ciò che sembrerebbe valorizzare l’altro, in realtà è teso a valorizzare se stessi e ad ottenere un certo tornaconto personale, che è quello di essere amati e apprezzati; di sentirsi indispensabili. Al contrario, l’altro viene svalutato, poichè non viene visto con i suoi bisogni e le sue risorse reali. Ciò che gli si offre potrebbe quindi non corrispondere a ciò di cui ha veramente bisogno e sminuire le sue capacità autonome. In alcuni casi è il proprio bisogno ad essere svalutato. La spinta ad esserci per l’altro può arrivare a soffocare parti proprie, creando uno stato di sofferenza che nuoce sia a se stessi che all’altro. Può diventare anche un modo per evadere la responsabilità, rispetto ad un “no”, ad esempio. Come tipicamente succede nelle persone che hanno la tendenza a compiacere per sentirsi approvati. L’altruismo è dunque un esserci per l’altro autentico, possibile se non vi sono svalutazioni in atto. E se si è adeguatamente in contatto sia con se stessi che con l’altro.

Alimentazione selettiva nell’infanzia

Con il termine “alimentazione selettiva” si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una varietà ridotta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altro o di assaggiarne di nuovi. Quando il genitore tenta di ampliare la varietà di cibi, il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito. Molti bambini spesso rifiutano il cibo in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore o la consistenza. Nella maggior parte dei casi il bisogno di adeguarsi al gruppo in adolescenza porta a una risoluzione spontanea del problema. Quando scatta il campanello d’allarme? Se si osservano alcuni tra i comportamenti in elenco è bene segnalare al pediatra la presenza di anomalie: il bambino mangia solo i cibi preferiti si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà Quando parliamo di alimentazione selettiva ci riferiamo ad una vera e propria condotta alimentare. Un atteggiamento sospettoso e selettivo nella scelta dei cibi può avere avuto, a livello evolutivo, una funzione adattiva nella prima infanzia nel ridurre il rischio di assumere tossine. Successivamente può rappresentare invece un limite ad una dieta variata, con conseguenti carenze a livello nutritivo. Come intervenire su un disturbo di alimentazione selettiva: Diventa importante interrogarsi e osservare le manifestazioni del disagio del bambino, su due livelli diversi, uno più relazionale e uno più comportamentale. Il comportamento alimentare del bambino, non può infatti essere inteso solo come qualcosa da educare, ma anche come qualcosa da comprendere. L’ alimentazione selettiva, ha il valore di messaggio. È quindi importante che i genitori possano osservare lo stato emotivo del bambino e capire da quanto tempo è presente il comportamento che li preoccupa. Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti. Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (“Se non mangi tutto chiamo il dottore”), ricattatori (“Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare”) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (“La mamma piange se tu non mangi”, “Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà” ). Per uscire dall’empasse è utile, ad esempio, includere una terza persona al fine di introdurre modalità e dinamiche relazionali diverse. Questo accorgimento permette anche di valorizzare il pasto come momento conviviale, in cui ci si siede tutti insieme e si rispettano le regole della tavola.

Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.

PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI

Quali sono i pericoli dell’eccessivo controllo sulla vita dei figli? Si descriveranno gli effetti possibili sulla crescita psicologica ed emotiva dei bambini in presenza di genitori controllanti. PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI Porre domande ai figli, al fine di controllare ogni loro azione, è sempre più frequente nei genitori. Spesso ciò accade perchè i genitori non tollerano che i figli possano sbagliare e cadono nell’errore di poter decidere per loro anche suggerendo comportamenti e azioni che dovrebbero tenere in determinate circostanze. “cosa ti ha detto la maestra? E tu cosa hai risposto?” “dopo che hai mangiato ti sei lavato le mani?” ”la tua amica ti ha sgridato e tu come hai risposto?”. Porre queste ed altre domande quotidianamente ad un bambino, fa si che egli metabolizzi l’idea di dover appuntare tutte le cose che gli accadono ad un genitore. Questo senso di controllo viene interiorizzato come se il genitore avesse una funzione giudicante. Il bambino solitamente si rifugia in uno stato ansiogeno, come da prestazione che il più delle volte lo rende insicuro. quale potrebbe essere l’effetto di un’educazione troppo rigida e soprattutto imposta? Un genitore rigido e con l’ossessione dell’ordine, guidato dalla sua ansia, con le sue richieste, produrrà lo stesso effetto nel suo bambino. Anche l’iperprotezione produce la paura di fare e di essere. Il bambino crescerà insicuro e con difficoltà nell’effettuare delle scelte se non appoggiandosi e confrontandosi necessariamente con qualcuno. In questo modo, tutto ciò che farà sarà condizionato dal ‘giudizio’ del genitore. Egli  non maturerà spontaneamente propendendo e scegliendo cose che a lui piacciono realmente, ma seguirà le ‘indicazioni’ e le preferenze dell’adulto. La sua personalità sarà un surrogato di quella genitoriale. In questi casi può accadere che i bambini non si sentono liberi di muoversi, di sudare, di cadere, di sbagliare eseguendo soltanto delle istruzioni come se fossero dei soldatini. cosa fare? Si possono utilizzare le raccomandazioni quando davvero ricorre la necessità. Si può instaurare un dialogo propositivo con i bambini, dando informazioni sulle singole richieste. Ciò anche al fine di evitare inutili trasgressioni. Trasmettere l’idea di controllo, produce timore, ma anche voglia di trasgredire. Ecco che “non mangiare merendine” può sfociare in un comportamento di trasgressione quale mangiarle di nascosto. L’identificazione e l’empatia sembrano essere gli elementi costitutivi di tale processo che determina, attraverso un rapporto di conoscenza e comprensione reciproca, una crescita affettiva, emozionale e psicologica per entrambi. La negazione assume un valore educativo notevole se, assieme ad essa, viene associata ad una corretta informazione. Vissuta ed elaborata dal bambino sul piano emotivo ha il fine di proteggerlo. È importante per lui crescere con delle regole comportamentali e sociali che da adulto utilizzerà in maniera appropriata. Rafforzera’ la propria autostima e la sua capacità di esprimersi autonomamente accettando liberamente la possibilità di sbagliare.

Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte I

Il Cyberbullismo è un fenomeno dilagante che ogni giorno diventa più diffuso e pericoloso.Il termine “cyber” afferisce a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia o che ne deriva, mentre per “bullismo” si intende il perpetrarsi di comportamenti malevoli ai danni di una vittima che non ha la possibilità di difendersi. Nel 2006 Peter K. Smith e collaboratori definirono il cyberbullismo come: “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi”. (Smith et al., 2008). Questa modalità differisce dal bullismo tradizionale per alcuni aspetti distintivi: innanzitutto la possibilità da parte del cyberbullo di agire in forma anonima, il che contribuisce ad una sorta di “deresponsabilizzazione” degli atti compiuti; la condivisione e diffusione tempestiva, esponenziale e virale di contenuti lesivi nei confronti della vittima; il numero illimitato di spettatori e la possibilità di perpetrare l’attività dannosa all’infinito, mettendo online filmati o contenuti che riguardano il soggetto bullizzato. Gli effetti del Cyberbullismo assumono il carattere di una vera e propria persecuzione e sono devastanti per tutti gli attori coinvolti nel processo.Il cyberbullo, che spesso è stato a sua volta vittima di violenza o bullismo, presenta generalmente difficoltà nelle relazioni sociali. La sua condotta di estrema prepotenza può essere associata al disturbo antisociale di personalità, mentre l’eccessiva aggressività può essere una spia del consumo di sostanze stupefacenti. La vittima vive in un perenne stato di ansia, presenta difficoltà cognitive a livello di attenzione e concentrazione e può soffrire di attacchi di panico, stati fobici e depressivi e avere idee o atti suicidari. Gli spettatori sono testimoni involontari, vedono minacciato il proprio benessere emotivo, percepiscono l’ambiente come minaccioso e violento, si sentono spaventati e impotenti e vivono la paura di subite attacchi analoghi. Nel prossimo articolo approfondiremo le diverse forme di cyberbullismo, come fare a riconoscerne i segnali e come intervenire per prevenire e contrastare questo fenomeno.

La paura di guardarsi dentro e l’incontro con se stessi

Questo periodo di pandemia ha ‘costretto’ un po’ tutti a un maggior contatto con se stessi e a confrontarsi con la paura di guardarsi dentro. Da un lato un mondo esterno pericoloso, con la presenza del virus e la minaccia di malattia e morte, dall’altro un mondo interno pieno di emozioni difficili da sostenere e con le sue insidie. Non abbiamo avuto scampo. La pandemia ci ha fatti fermare e soffrire. Arrabbiare, disperare. Ma anche, forse, scoprire qualcosa di più profondo in noi stessi? Un invito drammatico e doloroso ad andare oltre la superficie in cui spesso galleggiamo? Un necessario ritorno all’essenziale? Le misure restrittive imposte, l’isolamento e il venir meno delle attività abituali hanno creato un vuoto che i più hanno vissuto con angoscia e paura. Soliti come siamo nella nostra società ad evitare l’incontro con noi stessi mediante il rifugio negli impegni, nelle distrazioni, nei ruoli. A riempire ogni spazio possibile. Ci siamo ritrovati a fare i conti con la frustrazione, la noia, la perdita di riferimenti e di certezze, l’insicurezza. Non solo con quanto di traumatico ha portato la pandemia, ma con quanto ognuno di sé ha finora cercato di non contattare. Molti hanno scoperto per la prima volta le proprie fragilità. Altri hanno sentito antiche ferite riaprirsi. Altri ancora si sono trovati faccia a faccia con i propri conflitti irrisolti. Qualcuno ha sentito di non farcela, perchè il carico da portare era troppo elevato. La paura e la sfiducia hanno talvolta preso il sopravvento. Cosa vuol dire guardarsi dentro? Intraprendere un viaggio interiore verso parti di sè negate, rifiutate, inespresse. Incontrare i propri conflitti, le forze contrapposte che lottano dentro ciascuno di noi. Scoprire che per ogni aspetto della vita che ci fa soffrire c’è una nostra responsabilità, qualcosa che ci impediamo, che tratteniamo, che non lasciamo andare o che non vogliamo affrontare. Fa paura. Si tratta, in primis, di un viaggio di consapevolezza e responsabilità. La prima è la conoscenza profonda di se stessi. Non semplice comprensione, ma una consapevolezza piena che si realizza su tutti e tre i livelli – cognitivo, emotivo, corporeo. La seconda, spesso fraintesa con il dovere, è la risposta coerente ai propri bisogni, centrale per giungere al cambiamento. Poichè la consapevolezza da sola non basta. Bisogna scegliere e agire in accordo con ciò che si vuole. Essere disposti ad abbandonare vantaggi e a correre rischi. Fermarsi e portare l’attenzione all’interiorità non è tuttavia di per sé garanzia di maggior contatto. Non è detto che questa pandemia ci renderà migliori. Paul Watzlawick sosteneva che “guardarsi dentro rende ciechi”. Cercare di conoscere sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti propri, utilizzando la logica e i meccanismi della mente rischia di far rimanere imbrigliati ancor di più nei vicoli ciechi dei soliti vecchi problemi. Se ci si affida ai processi mentali, giudicando, categorizzando e cercando spiegazioni, si finisce con il seguire e rafforzare le convinzioni, gli ideali e tutti gli aspetti copionali limitanti che sono alla base della propria nevrosi. Il risultato è che invece di fare esperienza di contatto ci si allontana sempre più dalla propria autenticità e dal qui e ora della propria esistenza. La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia. (Carl Gustav Jung) Come possiamo dunque guardarci dentro per rendere più chiara la nostra visione? Per vedere chiaramente ogni cosa per quella che è e riconoscere noi stessi per ciò che siamo occorre sviluppare presenza. Entrare nel flow. Abbandonarci al flusso continuo della coscienza che, per sua natura, fluisce ininterrottamente. Mentre la mente tende a separare, dividere, frammentare, il contatto con l’esperienza momento per momento permette di percepire l’unità interiore e tenere tutte le parti insieme. Dà una direzione ai nostri sensi, alle nostre emozioni, al nostro corpo. Ci consente di mettere a fuoco cosa sentiamo e cosa vogliamo profondamente. Ci orienta e ci attiva verso scelte e comportamenti coerenti con la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri.

Costruire il vero se’ attraverso il gioco

In questo articolo rifletteremo insieme sull’importanza di costruire il vero sé- autentico e riconoscere i segnali  del falso sé. Nella pratica clinica frequentemente incontro bambini che non si sentono “liberi” di esprimere il proprio pensiero, e nella relazione con l’altro appaiono inibiti. Piuttosto cercano di “accontentare l’altro”, di assecondarlo. Questi bambini sono accomunati da una tristezza velata negli occhi. cosa accade durante il gioco? Durante il gioco, il bambino deve poter coltivare l’illusione della creazione dell’oggetto esterno. Per far questo è necessario che la madre mostri fin da subito nei suoi confronti una capacità di contenimento empatico (holding). Ciò permetterà la piena espressione della sua essenza e consentirà l’illusione della sua creazione. Una volta poste queste premesse, per il bambino sarà più semplice rinunciare all’idea di aver creato da sè il mondo esterno. Si adatterà così alle reali esigenze da esso poste. Qualora una madre è stata “sufficientemente buona” e non ha anteposto i propri bisogni a quelli della sua creatura, ciò non dovrebbe verificarsi. In caso contrario  l’attuazione della vera indipendenza è fortemente compromessa. Il bambino infatti avvertirà le richieste tacite di chi si prende cura di lui e  si adegua. In tal caso egli sacrificherà le parti di sè più libere per soddisfare le aspettative di chi ama e di riceverne in cambio amore. quali ripercussioni nel tempo? Nel tempo, il bambino imparerà a mettere da parte i propri bisogni, a non riconoscerli, a con-fondersi coi bisogni più radicati dei suoi caregiver. Negherà l’esistenza di parti più profonde di sé, di quello che sente, di quello che desidera. Ciò avrà ripercussioni anche nella sfera emotiva e affettiva. Egli impedirà a se stesso di sperimentarsi in modo libero e autentico,  rinuncerà all’intera gamma della sua affettività. Metterà da parte il suo desiderio di giocare a nascondino se sa che il caregiver preferisce i soldatini. Da grande semmai preferirà una professione classica ad una scientifica sempre per assecondare bisogni, desideri, fantasie altrui. Il Sè che prende vita è il cosiddetto falso sé alla cui base c’è uno scarso contenimento genitoriale, specie di quello materno. Il bambino imparerà a rispondere alle richieste ambientali in modo “ costruito” a costo di perdere il sentimento di realtà. Egli non si percepisce né si sente “reale”. Qualora il sentimento di realtà tendi a prevalere può accadere che la persona tenti di liberarsi del proprio Falso Sè , soprattutto per rispondere a standard di desiderabilità  sociale. cosa può accadere? A questo punto maggiore sarà lo spazio occupato dal Falso Sè nell’intera personalità, altrettanta sarà l’incombente minaccia di annientamento a cui è esposto quello Vero. Qualora questa sensazione diventi preminente nella vita di una persona, si aprono le porte per una stanza di terapia. Ciò al fine di ricercare la propria autenticità. Fondamentale diventa riconoscere il bambino come altro da sé, accettarlo per quello che è. Diventa inoltre importante promuovere  la libertà di pensiero e strutturare giochi di ruolo al fine di sperimentare la diversità.