Desiderio, volontà e cambiamento

Il cambiamento si basa su due elementi principali, il desiderio e la volontà, ma è qualcosa di più della somma delle sue parti. Spesso in terapia le persone lamentano di non saper che cosa fare, rispetto ad una situazione specifica o, in generale, come vissuto esistenziale. Nella maggior parte dei casi, il problema non riguarda tanto la scelta dell’azione, il “cosa faccio“, ma il conflitto che sta prima, il “cosa voglio“, e, ancor prima, il “cosa sento“. Il desiderio e la consapevolezza Molte persone non sanno riconoscere ciò che sentono e, di conseguenza, ciò che vogliono. Si sono a lungo adagiate su vecchi schemi ed esigenze dettate dall’esterno, tanto da non avere consapevolezza di sé. Al di là della crisi che accompagna ogni cambiamento significativo, vi può essere una difficoltà ad accedere al proprio sentire, ai propri desideri e alla propria volontà con origini profonde. Esperienze infantili, messaggi genitoriali e decisioni antiche possono aver determinato una esclusione di aspetti propri fondamentali per l’autoriconoscimento e per lo sviluppo della propria autonomia. Una convizione limitante strutturatasi nell’infanzia, del tipo che “il sentire è segno di debolezza”, può aver portato la persona a decidere di reprimere i propri desideri: “se non desidero mai, non sarò mai debole”. Può esservi stato un ritiro dal desiderio per difendersi dal rischio che gli altri si allontanino: “se non desidero più, non potranno lasciarmi di nuovo solo/a”. O un evitamento del fallimento: “se smetto di volere non posso sbagliare, sono salvo/a”. Possono essersi formate fantasie infantili persecutorie di perdita, abbandono, punizione, con scenari che confermano il divieto ai propri desideri o con l’aspettativa salvifica che un giorno qualcuno o qualcosa cambierà le sorti del proprio destino. L’inibizione dell’azione da un lato, l’agire inconsapevole dall’altro Quando la persona blocca il contatto con le proprie emozioni e i propri affetti, può passivizzarsi e inibire, oltre ai propri desideri, anche l’azione. Oppure, agire senza una base di consapevolezza, in risposta a desideri non propri, inautentici o appartenenti al passato. Nel primo caso, tendono a prevalere sentimenti di depressione, vuoto e mancanza di senso. Nel secondo, vissuti di rabbia e frustrazione poiché, nonostante gli sforzi, ci si sente insoddisfatti. Dunque, non c’è desiderio senza un reale sentire e non può esserci volontà senza un reale desiderio. La volontà e la responsabilità Alcune volte la persona riconosce i propri desideri ma si blocca nel realizzarli. “Non ci riesco” è la tipica espressione di chi mette in campo numerosi tentativi senza successo. Questa affermazione, che risuona come un lamento vittimistico, si fa portavoce di una parte interna che rema contro, perché non vuole il cambiamento. Affinché il conflitto si sciolga, è necessario che la persona sia disposta a rinunciare ai vantaggi del rimanere dov’è. Questo punto può sembrare in apparenza paradossale ma in realtà vi sono sempre motivi molto validi per non crescere e rimanere dipendenti. Per non assumersi la responsabilità di ciò che si è e di come si sta vivendo. Diventare responsabili significa smettere di volere una soluzione dall’esterno. Ritirare le aspettative infantili sugli altri, le pretese e le accuse rispetto alle proprie mancanze e insoddisfazioni. Riconoscere tutte le proprie parti, le manipolazioni e le dinamiche con cui ci si sta sabotando. Accettare i propri limiti e i propri errori. Trovare in sé le risorse per proteggersi e il coraggio per affrontare i rischi che il vivere comporta: diventare adulti. Confrontarsi con la propria solitudine, perché nessun altro può sentire, volere e affrontare la vita al proprio posto. Per realizzare ciò che si desidera occorrono nuove decisioni Quando si sperimenta pienamente il desiderio, ci si trova di fronte alla necessità di operare una scelta. Qualsiasi atto richiede una decisione. E, anche se in figura può non esserci una crisi decisionale, in terapia le persone sono sempre in lotta con una qualche forma di decisione. Le decisioni sono difficili perché implicano una rinuncia. Decidere per qualcosa vuol dire lasciar andare qualcos’altro. Può essere molto doloroso separarsi dal passato e rinunciare agli aspetti infantili e dipendenti della personalità. L’Analisi Transazionale dà una importanza centrale alla decisione, con l’obiettivo di guidare la persona a lasciar andare la decisione infantile originaria e a ridecidere nel presente. In modo che possa uscire dal copione, dal piano di vita autolimitante che blocca l’esperienza in schemi ripetitivi, e rispondere alla realtà dei suoi bisogni e dei suoi desideri.

Depressione post-partum. Succede anche ai papà

La depressione post partum può includere diversi sintomi, da una grave flessione dell’umore a tendenze suicidarie della madre nel primo anno dopo la nascita del bambino. È una condizione ancora poco diagnosticata e poco trattata, a volte con tragiche conseguenze. Ma anche gli uomini possono soffrire di questa condizione mentale? In un articolo per la BBC, Amanda Ruggeri mette in luce come anche in campo medico questa condizione sia stata e sia tuttora spesso totalmente ignorata, se declinata al maschile. Eppure, le ricerche cominciano ad andare in questa direzione. Si stima che circa il 10% dei padri sia depresso nel primo anno dopo la nascita del bambino: si tratta del doppio dell’incidenza della depressione nella popolazione maschile generale. Ma secondo altre ricerche e casistiche cliniche, questa sembrerebbe una sottostima: dopo quattro-sei mesi dalla nascita del bambino, circa il 25% dei papà soffrirebbe di ansia generalizzata, di disturbi ossessivi e di disturbo post traumatico da stress. Quando un problema di salute mentale riguarda la popolazione maschile è meno probabile che ci sia una richiesta di aiuto. La convinzione di dover risolvere da soli è spesso ancora molto presente: cercare aiuto significa, per molti uomini, un segno di debolezza. È stigmatizzato e considerato un comportamento appartenente alla sfera femminile. La cultura, le aspettative su di sé, le credenze, le provenienze familiari: sono molti i fattori che condizionano e orientano la scelta. E lo stesso contesto culturale è significativamente presente anche tra gli operatori della salute:  viene spesso detto ai papà che il loro compito è di essere di supporto alla mamma che aspetta e partorisce, con sottovalutazione delle ansie e delle paure che anche i padri potrebbero provare. Uno stereotipo sostenuto a vari livelli, che rende difficile mettere in luce il bisogno di sostegno della popolazione maschile in generale e in particolare in questa delicata fase perinatale. Una ricerca inglese ha raccolto le testimonianze dei papà che hanno avuto sintomi: ricorrono, nelle interviste, dichiarazioni circa la propria incapacità, la sensazione di essere dei falliti, di non sentirsi “un vero uomo”, di non poter parlare con nessuno della propria condizione mentale, di non essere in grado di supportare la propria compagna nel ruolo di madre, oltre a sensazioni di vergogna molto diffuse: quale uomo si deprimerebbe dopo aver avuto un bambino? Le madri hanno maggiori probabilità di ammalarsi di depressione nel periodo postnatale (in media circa il 24% madri, 10% padri – ma occorre tenere conto, per i padri, di un vasto numero di mancati accessi e relative diagnosi); e, ovviamente, i cambiamenti ormonali hanno una parte in causa nel caso della madre. Ma la portata psicologica è di importante e significativa centralità,  sia nel caso delle madri sia in quello dei padri. E per quanto riguarda i sintomi? Ogni caso è naturalmente a sé, ma in linea generale le manifestazioni variano. Le madri che soffrono di depressione post partum possono non riuscire ad alzarsi dal letto, sperimentare frequenti episodi di pianto e disperazione profonda; mentre negli uomini prevalgono indecisione, irritabilità, estrema autocritica, comportamenti ossessivi, con aumento delle ore di lavoro, oppure abuso di sostanze e di bevande alcoliche o ancora somatizzazioni. Anche in questo, la portata delle credenze e della cultura ha un ruolo determinante nella natura dell’espressione sintomatica, femminile e maschile. E anche gli ormoni maschili hanno un ruolo da poco evidenziato. Recenti ricerche dimostrano che gli ormoni dei padri cambiano, fin dai mesi successivi al concepimento: i livelli di testosterone diminuiscono durante la gravidanza del partner e gli estrogeni aumentano verso la fine della gravidanza. Ovviamente, a parte le cause fisiologiche, sia le madri sia i padri vanno incontro a un profondo stravolgimento con la nascita di un bambino, che riguarda la vita di relazione, la vita sessuale di coppia, la relazione con il bambino, la pressione della responsabilità, le preoccupazioni finanziarie. E, aggiungo io, la posizione all’interno delle famiglie di origine; un aspetto identitario spesso trascurato e poco considerato, che merita invece un’attenzione dedicata: cambiano gli equilibri, le percezioni delle persone coinvolte, lo status all’interno della famiglia allargata, con grande impatto sulla psicologia della neomadre e del neopadre. Su alcuni fattori di predisposizione non abbiamo strumenti per agire. Ma sugli aspetti culturali e sociali si può fare molto; si può dare spazio a questi argomenti, se ne può parlare a scuola, si può insegnare alle nuove generazioni che la vulnerabilità va riconosciuta. E che merita attenzione.

Depressione post partum: l’importanza del benessere in maternità

La nascita di un bambino è spesso associata a gioia, amore e speranza per il futuro. Per molte neomamme, però, questo periodo può essere oscurato dalla presenza della depressione post partum. Si tratta di una condizione emotiva complessa che colpisce alcune madri nel periodo successivo al parto. Sebbene sia ampiamente diffusa, spesso rimane poco riconosciuta o sottovalutata, con conseguenze significative non solo per la madre, ma anche per il neonato e l’intera famiglia. Cos’è la depressione post partum? La depressione post partum si manifesta nel periodo successivo al parto, generalmente entro le prime settimane o mesi. Si differenzia dal più comune “baby blues”, che raprresenta una forma lieve e transitoria di tristezza e ansia che molte neomamme e si risolve spontaneamente entro pochi giorni. La depressione post partum, invece, è più intensa, persistente e debilitante, interferendo con la capacità della madre di prendersi cura di sé stessa e del neonato. I sintomi della depressione post partum I sintomi della depressione post partum possono variare in intensità e manifestazione, ma spesso includono: Umore depresso: sentimenti di tristezza, disperazione e vuoto che persistono per gran parte della giornata; Ansia intensa: paura eccessiva per la salute del neonato o per il proprio ruolo di madre; Irritabilità: scatti di rabbia o irritazione senza una causa apparente; Disturbi del sonno: insonnia o, al contrario, una costante sensazione di stanchezza e sonnolenza; Difficoltà a legarsi al neonato: sensazione di distacco emotivo o incapacità di provare gioia nelle interazioni con il bambino; Senso di colpa e inadeguatezza: pensieri ricorrenti di non essere una madre sufficientemente brava; Pensieri intrusivi: idee ossessive o preoccupazioni irrazionali, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a pensieri suicidari o di autolesionismo. Le cause della depressione post partum La depressione post partum non ha una causa unica, ma è il risultato di una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Alcuni tra essi potrebbero essere: Cambiamenti ormonali: dopo il parto, i livelli di ormoni come estrogeni e progesterone calano rapidamente, influenzando l’equilibrio chimico del cervello e l’umore; Stanchezza fisica: la mancanza di sonno e le richieste fisiche legate alla cura del neonato possono esacerbare la vulnerabilità emotiva; Storia personale o familiare di depressione: le donne con una pregressa diagnosi di disturbi dell’umore o con una storia familiare di depressione sono più a rischio; Stress psicologico: problemi relazionali, difficoltà economiche o eventi stressanti durante la gravidanza possono aumentare il rischio; Pressioni culturali e sociali: aspettative irrealistiche sul ruolo materno o la mancanza di supporto da parte del partner e della famiglia possono contribuire. Possibili conseguenze Se non affrontata, la depressione post partum può avere conseguenze significative: Sulla madre: aumento del rischio di depressione cronica, isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni interpersonali; Sul bambino: impatti negativi sullo sviluppo emotivo, comportamentale e cognitivo, a causa della difficoltà della madre di rispondere adeguatamente ai bisogni del neonato; Sulla famiglia: tensioni nei rapporti di coppia e maggiore stress per i membri della famiglia. Come poterla affrontare La depressione post partum è una condizione trattabile, e il primo passo è riconoscere che si ha bisogno di aiuto. Le strategie efficaci includono: Supporto psicologico: il sostegno di un professionista è fondamentale per aiutare le madri a comprendere e affrontare i propri sentimenti. Attraverso un dialogo aperto, la madre può esplorare i pensieri e le emozioni che la turbano, identificare strategie per gestire lo stress e trovare modalità efficaci per affrontare le difficoltà quotidiane; Gruppi di supporto: partecipare a gruppi per neomamme può fornire conforto e ridurre la sensazione di isolamento; Coinvolgimento del partner e della famiglia: un supporto emotivo e pratico da parte delle persone vicine è fondamentale per alleviare il carico della madre; Cura di sé: anche piccoli gesti come prendersi del tempo per riposare, fare attività piacevoli o chiedere aiuto per le incombenze quotidiane possono fare una grande differenza. Prevenzione della depressione post partum Anche se non sempre si può prevenire la depressione post partum, esistono alcune strategie che possono aiutare a ridurne il rischio: Preparazione durante la gravidanza: discutere apertamente delle proprie paure e aspettative con il partner, il medico o uno psicologo; Costruire una rete di supporto: avere persone di fiducia su cui contare può ridurre lo stress dopo il parto; Gestione dello stress: imparare tecniche di rilassamento e mindfulness durante la gravidanza. Conclusioni La depressione post partum è una condizione seria, ma affrontabile. Riconoscerne i sintomi e chiedere aiuto sono passi fondamentali per tornare a vivere con serenità questa fase unica della vita. Nessuna madre dovrebbe sentirsi sola o inadeguata: con il giusto supporto, è possibile superarla e costruire un legame forte e amorevole con il proprio bambino.

Depressione e alimentazione

Di Angela Atzori La depressione è il disturbo psicologico più presente al mondo (Edwards, 2010). Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nel marzo-aprile 2020 c’è stato un incremento dei sintomi depressivi con una percentuale del 7,1% rispetto allo 6,1% del periodo 2018-2019. Lo studio condotto nel 2020 dall’ISS ha evidenziato un incremento dei sintomi a causa della pandemia Covid-19 e dei periodi di lockdown, con un peggioramento, rispetto agli anni precedenti, nella fascia di età dei giovani i 18 e i 34 anni. Il disturbo depressivo maggiore si presenta con sofferenza psicologica, tono dell’umore abbastanza basso per un periodo abbastanza lungo e implica, per la persona, fatica nella cura del proprio corpo, isolamento con conseguente riduzione o peggioramento delle relazioni sociali, e una compromissione nelle aree lavoro o scuola. Secondo il DSM-5 i sintomi più frequenti sono tristezza, senso di vuoto, marcata diminuzione dell’interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività, cambiamento nell’appetito con forte perdita o aumento di peso, disturbi del sonno, faticabilità o mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte e di suicidio. In genere una persona depressa presenta almeno cinque dei sintomi appena riportati per un periodo di due settimane o almeno uno dei primi due, causando una significativa interferenza nella capacità di svolgere le attività quotidiane. Secondo i dati Passi 2008-2011 state individuate delle associazioni tra depressione e: difficoltà economiche, genere femminile, basso livello di istruzione, stato lavorativo, presenza di malattie croniche ed età anziana. Secondo il DSM-5, alcuni studi molecolari hanno ipotizzato che alla base della depressione vi siano varianti genetiche di fattori neurotrofici e delle citochine- proinfiammatorie. In merito a quest’ultimo punto alcune meta-analisi hanno descritto la depressione come uno stato pro-infiammatorio, tale da poter parlare di “mente infiammata” (Bottaccioli, Bottaccioli et al., 2021, p. 4) Che impatto ha l’alimentazione su questo disturbo mentale? Esistono delle prove del suo ruolo nella depressione? Mangiare bene fa stare meglio? Negli ultimi decenni diverse ricerche hanno esplorato il legame tra alimentazione e depressione cercando di dare una risposta a queste domande. Alcune si sono concentrate principalmente sul ruolo di specifici nutrienti, altre hanno focalizzato i loro studi su particolari modelli dietetici. Secondo uno studio condotto nel 2006 da Sánchez Villegas e colleghi, sembrerebbe che l’adesione a un modello dietetico mediterraneo assicurerebbe un’assunzione adeguata di frutta, noci, verdura, cereali, legumi o pesce, fonti di importanti nutrienti legati alla prevenzione della depressione. Anche lo studio di coorte condotto sempre da Sánchez Villegas (2009) confermerebbe un potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea rispetto alla prevenzione dei disturbi depressivi. I risultati della ricerca condotta da Brunner, Ferries e altri (2009) suggerirebbero che il consumo di frutta, verdura e pesce sarebbe da preferire a una dieta ricca di carni, cioccolatini, dolci, cibi fritti, alimenti con farine raffinate e latticini ad alto contenuto di grassi quale fattore di protezione contro l’insorgenza di sintomi depressivi. In particolare per ciò che concerne la carne, secondo la meta- analisi di Nucci e colleghi del 2017 (citati in Bottaccioli, Bottaccioli et alt., 2021) l’assunzione di carni rosse e di carni processate sarebbero fortemente associate col rischio di depressione. Secondo la meta-analisi condotta da Firth e colleghi (2019) si conferma che vi siano dei potenziali benefici dell’alimentazione sui sintomi depressivi, benché gli studi in questione abbiano riscontrato questi effetti su popolazioni generali, subcliniche e non patologiche. La meta-analisi condotta da Lassale, Batty e colleghi (2019) mostra che esistono prove osservabili che suggeriscono che sia l’adesione a una dieta sana (in particolare a una dieta mediterranea tradizionale), sia l’evitamento di una dieta pro-infiammatoria, sono associati a un ridotto rischio di sintomi depressivi o depressione clinica. Negli ultimi 10 anni sono numerosi invece gli studi che si sono concentrati in particolare sugli effetti antidepressivi (oltre a quelli neuroprotettivi) di una sostanza naturale: l’esperidina. L’esperidina è presente nel thè, nell’olio di oliva e soprattutto negli agrumi, e si è dimostrata utile come antiossidante, antinfiammatorio e neuroprotettivo. Secondo lo studio cinese di Xinyu Li e colleghi (2023) l’esperidina allevia in modo efficace la depressione indipendentemente dalle sue cause sottostanti. Gli effetti antidepressivi dell’esperidina sarebbero mediati da quei recettori implicati nel disturbo, ossia i kappa-oppioidi e specifici recettori serotoninergici nell’ippocampo. La ricerca condotta da Kosari Nasab, M., e colleghi (2018) ha messo in evidenza che il trattamento con esperidina è stato efficace nel ridurre significativamente i sintomi correlati alla depressione nei topolini con una lieve lesione cerebrale. L’effetto antidepressivo era mediato in parte dalla diminuzione della neuroinfiammazione e del danno ossidativo. Benché le ricerche che hanno indagato il ruolo dell’esperidina nel disturbo depressivo siano state condotte principalmente in laboratorio sui topi (e dunque sarebbe necessario estendere la ricerca sperimentale all’uomo) hanno prodotto dei risultati che suggeriscono che l’assunzione dietetica o l’integrazione di questa sostanza naturale abbia influenza sui sintomi correlati alla depressione. In conclusione, negli ultimi decenni sono numerose le ricerche che hanno esplorato il legame tra depressione e alimentazione e nonostante siano necessari ulteriori studi clinici più approfonditi, ci sono evidenze scientifiche crescenti che mostrano gli effetti dell’alimentazione sulla salute mentale. Secondo Bottaccioli e colleghi (2021) è oramai chiaro che la dieta può avere effetti positivi (o negativi) sui disturbi mentali e sui sintomi ad essi associati. Seguendo il suggerimento di alcuni ricercatori (Brunner, Ferries et al. 2009), sarebbe opportuno considerare determinati modelli dietetici o alcuni specifici nutrienti come dei potenziali agenti adiuvanti per la prevenzione e il miglioramento dei sintomi depressivi e dunque sarebbe utile associarli al trattamento di questo disturbo da parte dei professionisti della salute mentale. Bibliografia  Akbaraly, TN., Brunner, EJ., Ferrie, JE., Marmot, MG., Kivimaki, M., Singh-Manoux, A. (2009). Dietary pattern and depressive symptoms in middle age. The British Journal Psychiatry. Vol 195(5), pp. 408-413. doi: 10.1192/bjp.bp.108.058925  American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.  Berk, M., Jacka, FN. (2019). Diet and Depression-From Confirmation to Implementation. JAMA. Mar 5;321(9): pp. 842-843. doi: 10.1001/

Dentro le mura: Lenore Walker e il ciclo della violenza

Nel vasto panorama della psicologia dell’abuso domestico, il lavoro della dott.ssa Lenore Walker ha lasciato un’impronta indelebile. Uno dei suoi contributi più significativi riguarda la teoria del “Ciclo della violenza“, che ha permesso agli studiosi e agli operatori del settore di comprendere meglio la complessità e la ciclicità dell’abuso nelle relazioni intime. Origini del ciclo della violenza Il ciclo della violenza di Lenore Walker è stato introdotto per la prima volta nel 1979 nel suo libro “The Battered Woman“. Nel libro, la psicologa esplorava le dinamiche dell’abuso nelle relazioni intime, concentrandosi principalmente sulle esperienze delle donne vittime di violenza domestica. Attraverso il suo lavoro clinico e la sua ricerca, la Walker ha osservato schemi comuni di comportamento sia nelle vittime che negli aggressori, da cui ha sviluppato il concetto del ciclo della violenza. Fasi del ciclo della violenza Il ciclo della violenza della Walker è suddiviso in tre fasi interconnesse: Fase di tensione crescente: In questa fase iniziale, si verifica un accumulo di tensione nella relazione. L’aggressore può diventare irritabile, controllante o emotivamente instabile. La vittima può percepire che qualcosa non va e può cercare di placare l’aggressore per evitare conflitti; Fase di esplosione: Questa è la fase in cui avviene l’abuso fisico, emotivo o verbale. La tensione accumulata nella fase precedente raggiunge il suo culmine e si traduce in un atto di violenza. L’aggressore perde il controllo e attacca la vittima, causando danni fisici, emotivi o psicologici; Fase di luna di miele o riconciliazione: Dopo l’episodio di violenza, l’aggressore spesso mostra rimorso e pentimento. In questa fase, possono manifestarsi gesti affettuosi, scuse che paiono sincere o promesse di cambiamento. La vittima può sperare che l’incidente sia stato isolato e può essere incline a perdonare e a ricongiungersi con l’aggressore. Ciclicità e perpetuazione Ciò che rende il ciclo della violenza così insidioso è la sua natura ciclica. Dopo la fase di riconciliazione, la relazione può temporaneamente ritornare a uno stato di calma apparente. Tuttavia, con il passare del tempo, la tensione ricomincia ad accumularsi e il ciclo riprende il suo corso, con periodi di tensione crescente, esplosione e riconciliazione. Questo ciclo può diventare una trappola per le vittime, che possono sperare in un cambiamento permanente dell’aggressore e possono rimanere intrappolate in un ciclo interminabile di abuso e riconciliazione. Interventi e risorse Comprendere il ciclo della violenza è essenziale per fornire un supporto efficace alle vittime di violenza domestica. Gli operatori del settore possono utilizzare questa conoscenza per educare le vittime sulle dinamiche dell’abuso e per offrire loro risorse e supporto durante tutte le fasi del ciclo. Può, inoltre, rivelarsi utile per gli operatori che si trovano a lavorare con gli autori stessi della violenza, ad esempio all’interno dei CUAV (Centri per Uomini Autori di Violenza).  Infine, è fondamentale lavorare per interrompere il ciclo dell’abuso attraverso l’intervento precoce, l’accesso a servizi di supporto e la promozione di relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla parità. Conclusioni Il ciclo della violenza di Lenore Walker continua a essere un concetto fondamentale nell’affrontare e prevenire l’abuso domestico. La sua comprensione fornisce una lente attraverso la quale esaminare le dinamiche complesse delle relazioni abusive ed offre un quadro per l’intervento e il supporto alle vittime. In un mondo in cui l’abuso domestico rimane purtroppo diffuso, è essenziale che continuiamo a educarci, sensibilizzare e lavorare insieme per creare comunità più sicure e rispettose per tutti.

Demofobia: comprendere la paura delle folla

La demofobia, nota anche come enochlofobia, è una paura irrazionale e persistente delle folle o degli spazi affollati. Questa condizione può manifestarsi in modi diversi, influenzando significativamente la vita quotidiana di chi ne soffre. Anche se può sembrare una paura comune, soprattutto in contesti moderni dove le folle sono parte della routine urbana, la demofobia rappresenta una sfida psicologica complessa che richiede una comprensione approfondita per poter essere affrontata efficacemente. Cos’è la demofobia? La demofobia è classificata come una fobia specifica, un disturbo d’ansia caratterizzato da una paura intensa e irrazionale verso un oggetto o una situazione particolare. In questo caso, l’oggetto della paura sono le folle. Le persone affette da demofobia possono provare ansia, panico e disagio anche solo al pensiero di trovarsi in un luogo affollato come centri commerciali, concerti, eventi sportivi o persino trasporti pubblici affollati. Sintomi e manifestazioni I sintomi della demofobia possono variare da lievi a gravi e includono: 1. Ansia intensa: sentimenti di paura intensa quando si è in mezzo alla folla o anche solo pensando di trovarcisi.2. Attacchi di panico: palpitazioni, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento e vertigini.3. Evitamento: comportamenti volti a evitare situazioni affollate, che possono limitare significativamente la vita sociale e professionale.4. Sintomi fisici: mal di stomaco, mal di testa, tensione muscolare e altri disagi fisici che possono manifestarsi in presenza di folle o spazi affollati. Cause della demofobia Le cause della demofobia possono essere molteplici e spesso sono il risultato di una combinazione di fattori genetici, biologici, psicologici e ambientali. Alcune delle cause più comuni includono: 1. Esperienze traumatiche: eventi traumatici vissuti in contesti affollati, come attacchi terroristici, disastri naturali o incidenti di folla, possono scatenare la fobia.2. Predisposizione genetica: una storia familiare di disturbi d’ansia può aumentare il rischio di sviluppare la demofobia.3. Condizionamento: esperienze negative associate alle folle durante l’infanzia o l’adolescenza possono contribuire allo sviluppo della paura. Impatto sulla vita quotidiana La demofobia può avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Le persone affette possono evitare situazioni sociali, rinunciare a opportunità professionali o educative e isolarsi dagli altri. Questo isolamento può portare a sentimenti di solitudine e depressione, aggravando ulteriormente il disturbo. Gestione della demofobia: strategie e approcci terapeutici: La gestione della demofobia richiede un approccio multifaccettato che coinvolge tecniche psicologiche, comportamentali e, in alcuni casi, farmacologiche. È fondamentale che il trattamento sia personalizzato per rispondere alle specifiche esigenze e alla gravità dei sintomi di ogni individuo. Di seguito sono descritti i principali metodi e strategie di gestione della demofobia. 1. Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) La terapia cognitivo-comportamentale è una delle forme di trattamento più efficaci per le fobie specifiche, inclusa la demofobia. La CBT si concentra sul cambiamento dei pensieri e dei comportamenti negativi associati alla paura delle folle. Ecco alcuni elementi chiave della CBT: 2. Ristrutturazione cognitiva: aiuta i pazienti a identificare e modificare i pensieri irrazionali e le credenze distorte riguardo alle folle. Ad esempio, un individuo potrebbe pensare che trovarsi in una folla porti inevitabilmente a pericoli, e la ristrutturazione cognitiva mira a sostituire questo pensiero con uno più realistico e positivo. 3. Esposizione graduale: consiste nel confrontarsi progressivamente con situazioni temute in un ambiente controllato. Il paziente inizia con esposizioni a piccole folle o immagini di folle e gradualmente aumenta la complessità delle situazioni fino a sentirsi a proprio agio in ambienti affollati. 4. Tecniche di rilassamento: La CBT può includere tecniche di rilassamento come la respirazione profonda, il rilassamento muscolare progressivo e la meditazione mindfulness per ridurre l’ansia in situazioni di esposizione. 5. Terapia di Esposizione La terapia di esposizione è una componente della CBT ma può essere utilizzata anche come approccio standalone. Questo metodo prevede che il paziente si esponga gradualmente alle situazioni temute per desensibilizzarsi. La terapia di esposizione segue una gerarchia di paura, partendo da situazioni meno ansiogene fino a quelle più temute. 6. Tecniche di gestione dell’ansia Oltre alla terapia cognitivo-comportamentale e alla terapia di esposizione, esistono varie tecniche che possono aiutare a gestire l’ansia associata alla demofobia: ⁃ Respirazione diaframmatica: questa tecnica di respirazione profonda aiuta a calmare il sistema nervoso e a ridurre i sintomi fisici dell’ansia. ⁃ Mindfulness e meditazione: la pratica della mindfulness può aiutare a restare ancorati al momento presente, riducendo i pensieri catastrofici legati alle folle. ⁃ Tecniche di rilassamento muscolare: Il rilassamento muscolare progressivo può ridurre la tensione fisica associata all’ansia. 7. Supporto farmacologico In alcuni casi, il supporto farmacologico può essere utile, soprattutto quando i sintomi sono gravi e interferiscono significativamente con la vita quotidiana. I farmaci più comunemente prescritti includono: ⁃ Ansiolitici: possono essere utilizzati per alleviare l’ansia acuta durante l’esposizione a folle. Tuttavia, sono generalmente prescritti per periodi brevi a causa del rischio di dipendenza. ⁃ Antidepressivi: gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e gli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI) sono comunemente utilizzati per trattare i disturbi d’ansia a lungo termine. 8. Supporto sociale e auto-aiuto Il supporto sociale può giocare un ruolo cruciale nella gestione della demofobia. Parlarne con amici, familiari o gruppi di supporto può ridurre il senso di isolamento e fornire un sistema di sostegno emotivo. Inoltre, esistono numerose risorse di auto-aiuto che possono essere utili: ⁃ Gruppi di supporto: partecipare a gruppi di supporto, sia online che in persona, può offrire conforto e consigli pratici da parte di altri che affrontano lo stesso problema. ⁃ Libri di auto-aiuto: esistono numerosi libri scritti da esperti di psicologia che offrono strategie pratiche per affrontare le fobie. ⁃ Applicazioni di gestione dell’ansia: ci sono varie app progettate per aiutare a monitorare i sintomi d’ansia, praticare tecniche di rilassamento e fornire supporto quotidiano. La demofobia, come altre fobie, può essere debilitante, ma con il giusto supporto e trattamento, è possibile gestire e superare questa paura. È essenziale riconoscere i sintomi e cercare aiuto professionale per affrontare efficacemente il disturbo. Comprendere e sensibilizzare sulla demofobia può aiutare chi ne soffre a sentirsi meno isolato e più supportato nella loro lotta contro questa sfida psicologica.

Demenza. Cinque minuti per sapere se sei a rischio.

È basata sull’intelligenza artificiale ed è in grado di rilevare i primi segni di decadimento cognitivo lieve e altri disturbi in meno di cinque minuti: si tratta di un’app per determinare il rischio di sviluppare demenza ed è stata messa a punto da Sina Habibi e Seyed-Mahdi Khaligh-Razavi. Potrebbe diventare negli Stati Uniti, e poi nel mondo, un efficace strumento di prevenzione per una delle patologie più frequenti e invalidanti. Si stima che nel 2019 fossero 57 milioni di persone a soffrirne nel mondo e che nel 2050 il numero potrebbe arrivare quasi a triplicare, secondo una ricerca dell’Università di Washington: andiamo verso una vera e propria pandemia di Alzheimer, con cifre destinate a salire in pochi anni. I metodi diagnostici rapidi potrebbero fare la differenza, inducendo le persone a modificare il proprio stile di vita e a cambiare il proprio futuro. Ipertensione, fumo, diabete, obesità, esercizio fisico, dieta, consumo di alcol, depressione, isolamento sociale e inquinamento atmosferico: una commissione Lancet ha recentemente osservato che fino al 40% delle demenze potrebbe essere prevenuto o ritardato modificando i fattori di rischio dello stile di vita delle persone. La metà dei fattori di rischio ha un impatto sui futuri pazienti prima dei 65 anni e la diagnosi precoce potrebbe aiutare a indirizzare le persone verso interventi tempestivi, più efficaci e preventivi di un ulteriore peggioramento o in grado di ritardare il declino nel tempo. Ma come funziona l’app? Si tratta di un test in cui vengono presentate 100 immagini in scala di sfumature di grigio. Cinquanta immagini rappresentano animali e cinquanta altre categorie:  appaiono in rapida successione; le persone devono distinguerle e ricevono un punteggio in base alla velocità e precisione di risposta. Il software è in grado di rilevare sottili alterazioni nella velocità di elaborazione delle informazioni e l’Intelligenza Artificiale confronta i tempi di reazione con la risposta media delle persone appartenenti alla fascia di età della persona testata. Il risultato, in misura grezza, indica il livello di funzionamento di una persona rispetto a individui normali, lievemente compromessi o gravemente compromessi dal punto di vista cognitivo. Il deterioramento cognitivo lieve è lo stadio tra il declino cognitivo atteso, quello del normale invecchiamento, e il declino più grave: quello della demenza. Siccome il cervello umano elabora visivamente circa l’80% delle informazioni, una ridotta velocità di elaborazione visiva è presente nelle prime fasi del lieve deterioramento cognitivo. Secondo i ricercatori, l’uso delle immagini degli animali è particolarmente efficace perché attiva vaste aree del cervello, visto che la l’umanità ha dovuto primordialmente classificarli in modo rapido, distinguendoli tra fonte di minaccia o fonte di potenziale cibo. Molte aziende stanno lavorando a test di rilevamento della demenza basati sull’intelligenza artificiale: i test visivi, come quello dell’app presa in considerazione, hanno il vantaggio di poter essere applicati a culture e lingue diverse. Strumenti di rilevamento del rischio di demenza potrebbero cambiare il destino di una persona: il fatto che, una volta approvati dai sistemi nazionali e internazionali, possano essere anche autosomministrati – come nel caso di un test con un’app – facilita la richiesta di eventuale e tempestivo aiuto al sistema sanitario e offre un’evidenza per agire sui propri fattori di rischio e aiutare se stessi a fermare, o rallentare in modo significativo, l’insorgenza di un problema grave e conservare più a lungo una buona qualità di vita.

Demenza senile: cosa possiamo fare per prevenirla

Colpisce 50 milioni di persone al mondo. E si può prevenire: 5 indicazioni da seguire subito, nel quotidiano. Rahul Jandial è un neurochirurgo e neuroscienziato che lavora al City of Hope, in California. Ha un osservatorio privilegiato sulle malattie neurodegenerative, perché opera da molti anni il cervello. La sua passione è collegare le conoscenze scientifiche con la possibilità di agire per modificare e prevenire la decadenza cognitiva, individuando e diffondendo pratiche quotidiane utili ad aiutare il nostro cervello a mantenersi efficiente più a lungo. Iniziamo da una sua specifica indicazione: alimentazione e cervello. Al di là degli studi sulla nutrizione e sulle sostanze benefiche e nocive per il nostro organismo (conosciamo tutti i vantaggi di una dieta mediterranea ricca di verdure e povera di carne), Jandial si sofferma sull’utilità del digiuno intermittente. Il digiuno intermittente consiste in sedici ore di digiuno da inserire nella propria routine un paio di volte alla settimana. Ad esempio: se la sera precedente si finisce di cenare alle 21, non si deve mangiare nulla (si può bere acqua o tè non zuccherato) fino alle 13 del giorno dopo. 16 ore di digiuno fanno esaurire le riserve di glucosio al fegato, che in seguito brucerà grasso, fino a quando non inizierà a utilizzare i chetoni, che non sono solo carburante per il corpo, ma hanno un grande impatto su salute e invecchiamento. Il modo più semplice per arrivare a sedici ore di digiuno intermittente è aggiungere tempo di sonno, cenare più presto e saltare la colazione. Questo consente al cervello di utilizzare i chetoni come combustibile. Molte ricerche recenti suggeriscono che l’utilizzo dei chetoni come fonte di energia (che interviene quando il glucosio non è disponibile, a causa del digiuno) aiuta il cervello a migliorare le proprie performance. D’altronde, come è noto, il digiuno ha sempre fatto parte di pratiche religiose dall’antichità, e in moltissime culture è stato utilizzato come metodo per raggiungere una lucidità mentale superiore. Altra importante indicazione, per prevenire il decadimento cognitivo, è naturalmente l’esercizio fisico. Camminare, fare le scale, fare attività sportiva leggera, oltre a mantenere i muscoli in forma, permette di irrorare il cervello. Muoversi poco impedisce la rigenerazione e l’ossigenazione indispensabili per i neuroni e per le loro connessioni.   Terzo: è fondamentale sorprendere il cervello con cose nuove. Quando apprendiamo qualcosa di nuovo o ascoltiamo, leggiamo, osserviamo qualcosa di non consueto per il nostro cervello, gli forniamo una formidabile opportunità per creare nuovi percorsi neuronali.  Non serve crearsi sfide complicate: l’importante è uscire dalla zona di conforto abituale. Gli umani amano ciò che è familiare, si tratta di una caratteristica importante dal punto di vista evolutivo. Una delle strategie di sopravvivenza del cervello consiste nell’utilizzare i dati delle esperienze precedenti per formare rapidamente una mappa mentale sull’azione giusta da intraprendere in una determinata situazione. Ma troppa familiarità offusca il cervello. L’atto stesso dell’apprendimento fa sì che il cervello attinga a percorsi diversi: è un’attività che consuma energia e coinvolge angoli recessi della mente. Ultimo punto, ma non per importanza: la portata positiva di avere buone relazioni con le persone che vivono con noi e attorno a noi. Accudire, prendersi cura di qualcuno, è un modo per fare bene a noi stessi in ogni aspetto, anche quello della giovinezza ed efficienza del nostro cervello, perché le sostanze sprigionate dalla vicinanza buona, di qualità, sono fondamentali per il nostro benessere mentale e costituiscono un antidoto naturale al decadimento precoce. In poche parole: mantenere il cervello in buona salute è alla nostra portata. Ogni giorno.

Delusione: il ruolo delle aspettative

La delusione è il vissuto che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano, quando le speranze coltivate non trovano riscontro nella realtà. Le delusioni fanno parte della vita e, come ogni tipo di sofferenza, vanno accettate ed elaborate. La ferita che ne consegue è tanto più dolorosa quanto più elevato è l’investimento affettivo verso la persona o la situazione che ci ha deluso e quanto più elevate sono le aspettative costruite. Le delusioni sono dunque ineliminabili dall’esperienza di ciascuno di noi. L’altro può mentirci, tradirci, abbandonarci. I risultati che otteniamo nella vita non dipendono solo dal nostro impegno e dalla nostra volontà e le cose non sempre vanno come noi vorremmo. Tuttavia, abbiamo una duplice responsabilità. Di integrare i limiti e le imperfezioni di ciò che siamo e del mondo che ci circonda e di rapportarci in maniera coerente alla realtà interna ed esterna che viviamo. Delusione e copione In psicoterapia capita spesso che le persone lamentino di sentirsi delusi e non di rado questa esperienza si accompagna alla sensazione di essere stati ingannati. “Ha voluto farmi credere di essere diverso/a, mi ha deluso”, “si è rivelato/a il contrario di tutto quello che mi aspettavo”. Per alcuni la delusione è un vissuto frequente, che caratterizza drasticamente tutte le loro relazioni significative. Per altri, un vissuto generalizzato, che coincide con la convinzione pervasiva di non potersi fidare di niente e nessuno, con la chiusura e il ritiro. Può capitare anche che delusioni riguardanti, ad esempio, lo studio o la vita professionale, facciano precipitare il valore e la stima di sé, andando a rafforzare idee autosvalutanti e definitive: “sono un/una fallito/a”, “non farò mai niente di buono”. Fino a portare ad uno spegnimento depressivo dei propri bisogni e desideri e a forme di passività che bloccano la realizzazione di sé. In tutte queste situazioni vi sono aspetti copionali che tendono a replicarsi: la persona non è in un reale contatto con ciò che sta vivendo, ma nella ripetizione di esperienze antiche e schemi non risolti del passato. Le aspettative In molti casi, ma non sempre, dietro grandi delusioni vi sono aspettative grandiose e idealizzanti. Avere delle aspettative è naturale. Tuttavia, quando non coerenti con la realtà, prendono la forma di aspetti illusori e fantasmatici, come riscatto dalla propria storia e via di salvezza da ciò che si sta vivendo, oppure, come conferma di quanto temuto o già vissuto e destino ineluttabile. Che siano salvifiche o catastrofiche, le aspettative copionali diventano la responsabilità che la persona ha rispetto alle proprie delusioni. Il modo con cui interrompe il contatto per illudersi, ingannandosi e lasciandosi ingannare. Per andare a confermare il copione e il suo finale. Lavorare su questi aspetti diventa fondamentale per lasciare andare le modalità infantili e stare nella realtà, da adulti. Per proteggere la propria vita affettiva e relazionale. E per imparare, al contempo, a riconoscere e accettare le delusioni che naturalmente si presentano nel corso della propria esistenza. Ad accogliere il valore evolutivo in esse racchiuse. Le delusioni pongono di fronte alla necessità di un cambiamento, di un atto creativo, verso la realizzazione di sé stessi e dei propri desideri. “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.” (Virginia Satir)

DELLA PAS (Parental Alienation Syndrome)

Di Cinzia Saponara PREMESSA Nel recente articolo: “Vittime silenziose”, mi sono occupata del fenomeno della violenza assistita fenomeno strettamente connesso a quello della violenza intrafamiliare. Nel presente lavoro mi occuperò della PAS o Sindrome da alienazione parentale, costrutto che troppo spesso emerge nei contesti giuridici che si occupano di tali gravi problematiche. A proporla nel 1985 fu il medico statunitense Richard Gardner. Per Pas, o Sindrome da alienazione genitoriale, o Sindrome della madre malevola, o della madre ostativa (via via che la Cassazione la rigetta, i sostenitori variano le definizione sperando, così, di aggirare la giurisprudenza), si intende una dinamica psicologica “malata” per cui un genitore (di solito la madre) condizionerebbe negativamente i rapporti del figlio con l’altro genitore ( di solito il padre) attraverso una serie di comportamenti volti a denigrare, emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale e la sua famiglia d’origine. Secondo Gardner, in sostanza, si parla di PAS quando, in particolare nei casi di separazione, il genitore alienante indottrina il bambino contro il genitore alienato attraverso una sorta di lavaggio del cervello ed una campagna di denigrazione mirata a distruggere progressivamente la relazione genitore alienato-figlio. Intorno alla PAS si è sollevato negli anni un vivace dibattito. Da un lato i suoi sostenitori affermano il diritto del bambino alla bi-genitorialità e ritengono tali situazioni esempi di importanti violazioni di tale diritto. In Italia, oltre a numerosi professionisti, la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), afferma la scientificità della PAS, riconducendola, però, non a un disturbo piscologico a carico del minore, bensì a un problema relazionale che comporta un rischio evolutivo per lo sviluppo psico-fisico del minore stesso. La SINPIA fa chiaro riferimento alla PAS, a Gardner ed al problema dei falsi positivi nei casi di denuncia di abuso sessuale. Dall’altro lato, sono numerose le voci e le posizioni critiche, per un approfondimento delle quali si rinvia a importanti lavori in lingua italiana (Crisma, Romito, 2007; Coffari, 2018; Pignotti, 2018) che fondamentalmente si concentrano sui seguenti punti: La figura stessa di Richard Gardner e le sue posizioni ambigue rispetto alla pedofilia; I limiti scientifici della PAS; Il rischio che attraverso il suo utilizzo si neghino e mistifichino situazioni in cui il bambino esprime paura e rifiuto verso il genitore per fondati motivi (quali il maltrattamento, l’abuso sessuale, la violenza assistita), esponendolo così a gravi rischi e privandolo di tutela e di diritti. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) non riconosce la PAS come sindrome o malattia: le numerose richieste per l’ammissione della PAS nel repertorio delle patologie psichiatriche sono state respinte, in quanto “non vi sono sufficienti prove scientifiche che ne giustifichino l’ammissione” (motivazione del responsabile del gruppo di lavoro). Oggi il DSM inserisce la voce “problemi relazionali genitore-bambino”. Coerentemente con il DSM, anche l’ICD11 (International Classification of Diseases) non include la PAS, facendo invece riferimento a problemi relazionali (QE52.0). In sostanza il DSM-5 riconosce l’esistenza di un possibile condizionamento di un bambino, di denigrazione di un genitore verso l’altro, situazioni sicuramente possibili, ma ben lontane dalla diagnosi di Alienazione Parentale e che soprattutto vanno ben distinte e attentamente differenziate da tutte quelle situazioni in cui un bambino rifiuta un genitore perché realmente maltrattante, abusante o trascurante e non perché plagiato dall’altro genitore. Sulla PAS è molto interessante il recente intervento del Ministero della Salute che con la nota del 29.5.2020 ha precisato che la Sindrome da Alienazione Genitoriale o da Anaffettività Genitoriale «non risulta inserita in alcuna delle classificazioni in uso come la International classification of disease (ICD 10) o il Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM 5), in ragione della sua evidente “ascientificità” dovuta alla mancanza di dati a sostegno». Lavori sistematici e critici nei confronti della PAS sono stati pubblicati da Sonia Vaccaro e Consuelo Barea, psicoterapeute specializzate nella violenza di genere; da Jennifer Hoult; da Carol Bruch, da Rotger e Barrett. Anche in Italia ci sono diverse voci critiche nei confronti della PAS, della sua scientificità e dell’etica della sua applicazione, tra di esse ricordiamo Luigi Cancrini, Paolo Crepet, Antonio Marziale, Luisa Betti, Elvira Reale, Claudio Mencacci, Claudio Foti. La critica che più interessa, a mio avviso, è relativa all’utilizzo della PAS nei procedimenti giudiziari in cui ci sia un sospetto abuso sessuale o un sospetto maltrattamento o nei casi di violenza domestica. In questi casi la PAS viene frequentemente utilizzata in ambito forense, soprattutto da coloro che vogliono difendersi da tali accuse, tale costrutto sostituisce la dinamica della violenza con la dinamica conflittuale, sostituzione che cancella la differenza tra presunto autore della violenza e presunta vittima e che attribuisce alla madre la responsabilità dei comportamenti di rifiuto del minore verso il padre. Il riferimento alla “PAS” in questi conflitti giudiziari riduce tutto all’alienazione paterna e trasforma automaticamente le vittime in carnefici. Ma non si può automaticamente utilizzare la “Sindrome di alienazione parentale” ogni qual volta i figli rifiutano la figura paterna, molteplici e molto complesse potrebbero essere le cause, non ultima quella di essere stati spettatori di molteplici episodi di violenza paterna a carico della madre, e/o essere stati oggetto di maltrattamenti o abusi. Il rapporto GREVIO per l’Italia (GREVIO’s -Baseline Evaluation Report, Italy, tradotto in italiano dal Dipartimento per le Pari Opportunità), del 2019 all’esito della attività di Organo di Monitoraggio chiamato a verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul (2011)1, sottolinea peraltro l’elevato rischio relativo all’utilizzo della nozione di alienazione parentale o di nozioni analoghe. L’evocazione di queste “sindromi”, scientificamente inesistenti, e non riconosciute dalla comunità internazionale, impedirebbe di approfondire la reale origine del rifiuto del minore a incontrare uno dei genitori, rifiuto che potrebbe avere radici specifiche. La Convenzione di Istanbulè il trattato internazionale di più vasta portata creato per affrontare la violenza contro le donne e la violenza domestica. Stabilisce gli standard minimi per i governi in Europa nella prevenzione, protezione e condanna della violenza contro le donne e della violenza domestica. Fondamentale l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, nel quale si prevede che «al momento di determinare i diritti di custodia e