Disturbo post partum: l’esperienza del parto traumatico

La salute mentale perinatale fa riferimento al periodo di tempo che va dalla gravidanza a un anno dopo il parto. I cambiamenti fisiologici ed emotivi della gravidanza, del parto e della cura di un neonato rendono il periodo perinatale un momento di grande vulnerabilità per madri e padri. La nascita di un bambino è una delle esperienze più intense ed emotive nella vita di una donna. Spesso il momento del parto è investito di sentimenti e aspettative che non sempre corrispondono a ciò che realmente può accadere in sala parto. Talvolta, ahimè, si va incontro ad una morte drammatica e traumatica del nascituro che quando arriva in maniera inaspettata lascia segni nel corpo della madre, inoltre può essere traumatica perché il legame di attaccamento sia nel padre che nella madre è molto forte già durante la gravidanza. Alcuni studi dicono che circa il 25% di donne a un mese dalla perdita soffre di PTSD. E’ una perdita ambigua perché c’è una forte presenza psicologica del bambino ma un’assenza fisica e ciò può portare spesso a un lutto complicato. Esperienza del parto traumatico Un elemento chiave alla base del disagio psicologico della donna in questo delicato periodo è rappresentato da un’esperienza di parto traumatico. Le donne che vivono l’esperienza del parto come traumatica possono sviluppare la sindrome da “stress post traumatico” correlato al parto. Accanto alla solida tradizione di studi sulla depressione postnatale, in anni più recenti è emersa una particolare attenzione nei confronti dei disturbi ansiosi e dei sintomi da stress associati al periodo del post-partum, nello specifico quelli del Disturbo Post-traumatico da Stress post partum (Olde, van der Hart, Kleber, & van Son, 2006). Il parto si differenzia per molti aspetti dal resto degli eventi traumatici con cui una persona può confrontarsi nel corso della propria esistenza. Per iniziare, si tratta di un’esperienza vissuta dalla maggior parte delle donne in modo volontario, ricercata, prevedibile, vista positivamente dalla società, ma nello stesso tempo può provocare delle ferite all’integrità corporea non sempre presenti nelle altre esperienze traumatiche cui durante il corso della vita si possa andare incontro (Ayers, Harris, Sawyer, Parfitt, & Ford, 2009). Nonostante queste sue tipicità, l’esperienza del parto è considerata una condizione potenzialmente traumatica non solo se associata ad eventi oggettivamente traumatici ad esempio, difficoltà e lunghezza del parto, complicazioni connesse allo stato di salute del bambino e della madre, ma anche in quanto emozionalmente attraversata da una forte carica di stress, dal timore del dolore fisico e da preoccupazioni anche abbastanza lecite per il nascituro (Di Blasio, Ionio, & Confalonieri, 2009; Garthus-Niegel, von Soest, Vollrath, & Eberhard-Gran, 2013). Disturbo post traumatico da stress post partum I sintomi tipici del disturbo post-traumatico da stress sono la persistente ri-esperienza del trauma attraverso sogni o flashback, l’evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico come persone o luoghi e, infine, i sintomi di hyperarousal, ovvero uno stato di persistente attivazione fisiologica.  Ad esempio, in un studio di caso una donna con disturbo post-traumatico da stress post partum durante una sessione di terapia riviveva l’esperienza del parto (flashback) vedendo se stessa che giaceva nella sala parto (Ayers et al., 2008). Un’altra neo-madre sperimentava intenso stress quando entrava in contatto con stimoli interni o esterni che le ricordavano aspetti del parto (Stramrood et al., 2011). Per quanto riguarda la sintomatologia da stress specificamente connessa all’esperienza del parto, bisogna tener presente che l’attivazione può risentire dei cambiamenti fisiologici e ormonali nonché della stanchezza del travaglio e del parto, spesso lungo e faticoso. Inoltre, la neo-maternità e la routine medica che caratterizzano lo specifico post-partum può rendere difficile alle donne evitare i reminder traumatici, rappresentati dal neonato, dalle ostetriche, dai medici e dall’ospedale stesso. Alcuni studi hanno evidenziato che i vissuti negativi legati al parto, quando espressi ed elaborati tramite la scrittura espressiva, perdono la loro connotazione traumatica e determinano un miglioramento dello stato di salute psicologico riducendo la remissione dei sintomi da stress post partum. Attualmente non sono chiare le strategie terapeutiche più adatte a tale tipo di disturbo, anche se gli studi di Di Blasio et al. (Di Blasio et al., 2009, 2015; Di Blasio & Ionio, 2002) hanno identificato nell’Expressive Writing sulla specifica esperienza del travaglio e del parto, un intervento in grado di ridurre la sintomatologia postraumatica post partum, in particolare dei sintomi di evitamento a breve termine (2 giorni dopo), e dei sintomi di hyperarousal a medio (2 mesi/ 3 mesi post-writing session) e a lungo termine (12 mesi post-intervento) in un gruppo di donne che avevano avuto un parto “normale”. Il ruolo del padre È un ruolo difficile, il padre secondo la società deve essere forte, non può presentarsi sofferente, ragione per cui i padri hanno un modo diverso di esprimere la sofferenza rispetto alle madri. Il padre resta fra una posizione di poter «dare parola», esprimere il proprio dolore e quello di non esprimerlo e trattenersi per proteggere la propria compagna. L’uomo vive, dunque,un lutto più pratico ed istintivo, con una tende a trattenere. La coppiain questa ottica è definita come 1+1=3, ovvero come solida unione di due che si concepiscono 3, di attivare delle progettualità che solo un figlio può dare ad una coppia. Infatti, perché una coppia funzioni è necessario che una persona mantenga il suo confine personale per accostarsi ad un’altra che ha il suo spazio per costruire poi insieme uno spazio terzo! La sfida di tutte le coppie è tornare a quella equazione e non permettere che la perdita porti ad una separazione tra i partner, anche se essa è frequente quando ci sono incomprensioni rispetto alle modalità di vivere il dolore. Bibliografia A cerchi concentrici. La complessità della perdita perinatale e le sue perturbazioni. Gabriella Gandino, Ilaria Vanni, et. al. 2018. Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. John Bowlby, 1989.

Disturbo ossessivo compulsivo: pensieri intrusivi ed azioni compulsive

Il disturbo ossessivo compulsivo fa parte della macro categoria di disturbi nella quale sono inclusi i disturbi da dismorfismo corporeo, disturbo da accumulo, tricotillomania (strappamento di peli), disturbo da escoriazione. Esiste una stretta correlazione tra questi disturbi ed i disturbi d’ansia. Nel DOC la persona perde il controllo sui propri pensieri che diventano fastidiosi ed intrusivi e generano molta ansia ed agitazione, la persona si sente afflitta da dubbi ‘cronici’ e per placare l’ansia che ne scaturisce si sente ‘costretta’ (come se ci fosse un’altra persona che lo comanda) a mettere in atto una serie ‘azioni’, chiamate tecnicamente ‘compulsioni’ che dovrebbero avere lo scopo di placare l’ansia. La persona si sente meglio per un tempo, ma dopo poco ricomincia il loop. Le sensazioni che la persona prova sono molto dolorose e vanno dal sentirsi come intrappolati e costretti a fare ciò che non si vuole, alla paura di impazzire, all’agitazione e allo sconforto. Se state provando tutto questo sappiate che il supporto di uno specialista è fondamentale. Le linee guida internazionali raccomandano l’utilizzo di psicoterapia e di terapeuti formati in maniera adeguata. Il primo passaggio è quello di rendere edotto il paziente su ciò che gli sta accadendo, quasi a spiegare il suo ‘disturbo’, successivamente sempre seguendo le linee guida sarebbe soffermarsi per un tempo sui pensieri intrusivi al fine di poterli esplorare e affinché la persona possa ‘familiarizzare’ con questi Metodo ERP: esposizione e prevenzione della risposta). L’ERP ha l’obiettivo di rompere questo ciclo di sintomi eliminando i rituali e l’evitamento, insegnando al paziente a tollerare i livelli di stress messi in atto dall’astensione alla compulsione anche attraverso la mindfullness. L’ERP può essere condotta a vari livelli di intensità e in setting diversi, tra cui l’ambulatorio privato, l’ospedale o il domicilio a seconda della gravità dei sintomi del paziente. Resta fondamentale l’alleanza tra il paziente e il terapeuta, essi lavorano assieme per identificare e lavorare sugli stimoli interni ed esterni, sui contenuti specifici, sulle azioni ripetitive ed invalidanti. Sono previsti compiti a casa per continuare il lavoro sulle paure.

Disturbo Ossessivo Compulsivo Omosex in adolescenza

di Cinzia Saponara PREMESSA Nel DSM 5 viene descritto il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) come caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni: le prime implicano pensieri, immagini o impulsi ripetitivi e persistenti vissuti come spiacevoli e involontari, sono vissute come intrusive e indesiderate causando prevalentemente disagio e ansia elevati; ma si possono riscontrare anche senso di colpa, disgusto, vergogna e disprezzo. Le seconde consistono in rituali, comportamenti ripetitivi (es. lavare, controllare) o azioni mentali (es. contare, ripetere parole mentalmente) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta a un’ossessione, secondo regole che devono essere applicate rigidamente (APA, 2013). Il DOC nell’adolescenza riguarda circa il 2% dei ragazzi, in questo articolo si tratterà di una tipologia specifica: il DOC da Omossessualità in adolescenza, che consiste in ossessioni sessuali e ricorrenti dubbi intrusivi sul proprio orientamento sessuale. Quest’ultimo si sviluppa in adolescenza, periodo complesso, fase di trasformazione dominato da conflitti, incertezze, paure durante il quale nutrire alcuni dubbi su chi siamo, sotto molti punti di vista, è assolutamente naturale. Una delle caratteristiche cognitive più salienti nei soggetti che manifestano un DOC è quella di dare un significato eccessivo ai contenuti mentali. Ricerche recenti hanno dimostrato che tutte le persone, episodicamente, producono pensieri bizzarri, assurdi e irrazionali ma, la consapevolezza che sono solo contenuti della nostra mente riduce il loro impatto facilitandone l’oblio e la sostituzione con altri contenuti mentali. Nelle fissazioni adolescenziali legate al Disturbo Ossessivo Compulsivo da omosessualità il solo pensare di essere omossessuale equivale ad un fatto, l’intolleranza all’incertezza, il bisogno assoluto di annullare qualsiasi dubbio, costituiscono importanti meccanismi cognitivi che innescano e alimentano il disturbo. Accanto alle cause cognitive, alle ipotesi neurobiologiche che indicano anomalie dei neurotrasmettitori di tipo serotoninergico, pare che il timore di colpa e l’elevato senso di responsabilità, spesso favoriti da stili educativi particolarmente rigidi, attaccamento ansioso ambivalente predicano la tendenza a sviluppare ossessioni e compulsioni. Le manifestazioni del DOC nei ragazzi sono molto simili a quelle degli adulti, a differenza dei bambini che spesso non hanno coscienza del disturbo, l’adolescente, quasi sempre, presenta un adeguato insight, ovvero ha consapevolezza che le Ossessioni sono assurde, bizzarre, esagerate, anche se, nonostante questa consapevolezza, come per l’adulto egli non riesce a liberarsene. Le Compulsioni che rappresentano l’altra faccia della medaglia del DOC, si manifestano come atti “obbligati”, comportamenti o rituali mentali, che hanno la funzione di neutralizzare l’ansia legata alle ossessioni; nell’immediato alleviano l’ansia, ma nel medio e lungo periodo rappresentano una delle trappole principali che alimentano il disturbo. In genere, negli adolescenti l’inizio del DOC omosessuale si associa ad eventi esterni casuali o a stimoli interni. Lo spunto può essere, per esempio, la visione di una scena omossessuale di un film, oppure venire a conoscenza di amici o personaggi famosi che si dichiarano gay o lesbiche, etc, o la momentanea diminuzione dell’attrazione verso il l’altro sesso. Questi fatti se accadono in un certo momento di stress o di fragilità possono innescare il dubbio sulla propria identità di genere. L’adolescente viene assediato quindi da ossessioni, sotto forma di pensieri, immagini o impulsi che mettono in discussione la propria identità di genere (1) innescando il dubbio di poter essere gay, e nelle ragazze, di poter essere lesbica. In questa tipologia di DOC, che di solito comporta un enorme sofferenza, i ragazzi non tollerando queste emozioni cercano di attenuarle attraverso comportamenti compulsivi di vario tipo come, ad esempio, la continua ricerca di rassicurazione negli altri, oppure trovare informazioni in rete riguardo al tema in questione o, ancora, con controlli ripetuti del proprio grado di eccitazione sessuale di fronte agli stimoli temuti. Il/la ragazzo/ a con DOC con dubbi sulla propria omosessualità potrebbe cercare di auto-rassicurarsi ripercorrendo mentalmente le situazioni attivanti per cercare delle prove della propria paura come, ad esempio, analizzare mentalmente nel dettaglio tutti i gesti appena effettuati di fronte a una persona dello stesso sesso. Vivendo in un continuo stato di ansia, il soggetto tende ad interpretare erroneamente le proprie sensazioni fisiologiche non attribuendole al fatto che possa sentirsi ansioso, ma al fatto che possa essersi attivata una certa eccitazione sessuale, confermando ulteriormente i propri dubbi ossessivi. L’ansia, se prolungata nel tempo, può diventare molto invalidante per la persona, arrivando anche ad evitare tutta una serie di situazioni o stimoli: persone, luoghi, i pensieri stessi, ecc. Tali limiti influiscono significativamente compromettendo il funzionamento e la vita dell’adolescente in diversi ambiti, tra cui quello legato alla sfera relazionale e sessuale, provocandone un notevole disagio. Il carattere egodistonico delle ossessioni e delle compulsioni deriva dal fatto che questi comportamenti vengono valutati criticamente dalla stessa persona che li mette in atto. I sintomi del DOC omosessuale sono costituiti dalle compulsioni che l’adolescente attua per sviare i pensieri ossessivi omosessuali. Ecco alcuni dei sintomi del DOC omosex più comuni: • Controllo del proprio corpo alla ricerca di segnali fisici che comprovino l’omosessualità (eccitazione fisica); • Estremizzazione del comportamento e dei caratteri eterosessuali (camminare in maniera molto mascolina o femminina, parlare solo di argomenti fortemente caratterizzanti per genere…); • Evitare il contatto e relazioni con persone realmente omosessuali; • Evitare film, immagini e libri con protagonisti omosessuali; • Evitare di rimanere soli con persone dello stesso sesso. • Evitare il contatto con persone gay, lesbiche, bisessuali, effemminate o mascoline per il timore di una sorta di “contagio” che possa in qualche modo “attivare” una sorta di omosessualità che credono possa essere latente. La paura di poter essere o diventare omossessuale è sempre accompagnata da un forte stato di disagio, spesso questi continui test, controlli ed evitamenti durano diverso tempo, assorbendo la persona in elaborazioni mentali interminabili e stressanti. Un aspetto significativo dell’ossessione di poter essere omossessuale è che, l’adolescente, lo valutata e lo immagina come qualcosa di assolutamente inaccettabile, invivibile e intollerabile. Si possono così sviluppare dubbi, insicurezze, vissuti di sofferenza, ansia, sensi di colpa, sensi di vergogna e depressione. I ragazzi possono manifestare una profonda paura per la critica, il rimprovero, il disprezzo sentendosi minacciati come persone accettate e degne di essere amate. I rapporti con l’altro

DISTURBO NARCISISTICO: BARNEY STINSON

disturbo narcisistico

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui i disturbi di personalità. In questo caso illustreremo il disturbo narcisistico di personalità, analizzando uno dei protagonisti di una nota serie tv “How I Met Your Mother”: Barney Stinson.  Per chi non lo sapesse, le 9 stagioni ripercorrono tutte le vicissitudini vissute da un gruppo di cinque amici inseparabili che vivono a New York. La storia è narrata da uno dei protagonisti (Ted Mosby), che racconta ai suoi figli tutti gli eventi che lo hanno portato a conoscere loro madre, ricordando le avventure trascorse coi suoi amici (tra cui Barney). IL CASO BARNEY STINSON Barney Stinson è conosciuto dal pubblico per il suo fascino da donnaiolo, la sua parlantina persuasiva e il suo comportamento eccentrico. Per questo motivo incarna perfettamente tutte le caratteristiche del disturbo narcisistico di personalità. Fin dalle prime puntate, Barney è un uomo che mostra una forte ammirazione per la propria persona ingigantendo le sue capacità e i suoi talenti. La sua nota espressione “Legend… wait for it… dary” usata per descrivere ogni sua azione dimostra questa tendenza a sentirsi grandioso in ogni suo gesto. Queste persone sovrastimano enormemente le loro capacità, si ritengono superiori, speciali e unici e sono assorbiti da fantasie di illimitati successi. Tra le grandiosità di cui si vanta, troviamo sicuramente la sua collezione di infinite avventure sessuali di una notte. Tanto da raccogliere nel suo famoso Playbook tutti gli infiniti modi usati per adescare queste donne.  Il narcisista, inoltre, è letteralmente eccitato da situazioni competitive. Barney ama le sfide, soprattutto quelle impossibili. Tra le più famose si ricorda la scommessa dei cinque schiaffi tra Barney e Marshall, che si prolunga fino alla nona stagione.  Un altro aspetto tipico del disturbo narcisistico di personalità è la mancanza di empatia seguita da un’incapacità di riconoscere i sentimenti e le necessità altrui. Barney spesso si sente autorizzato a soddisfare i propri bisogni senza tener conto delle esigenze degli amici.  Accanto al tratto narcisistico, Barney è un bugiardo patologico. Arriva ad affermare che “una bugia è solo una bella storia che qualcuno rovina con la verità”. Dietro questo tratto c’è sicuramente una motivazione più profonda. L’infanzia di Barney è caratterizzata dalle bugie, come la vera identità di suo padre. Sicuramente lo stesso trauma di non averlo conosciuto credendo per anni che questo fosse un famoso conduttore televisivo, ha avuto un’influenza sul suo lato narcisista. In generale, di fronte a questo cinismo manipolatorio si nascondono grandi insicurezze, che portano le persone narcisiste a ricercare continuamente ammirazione da parte degli altri. Solitamente questo tratto si manifesta a seguito di alcuni traumi vissuti durante l’infanzia. Nel caso di Barney, il suo desiderio di rivalsa nasce da una delusione amorosa nella sua tarda adolescenza, dove la sua amata scappa con un altro uomo più ricco. È da questo momento che Barney, all’epoca un ragazzo hippie, abbandona tutti i suoi abiti e indossa il suo iconico vestito impeccabile.  Nello sviluppo narcisistico di personalità, inoltre, è molto importante l’interazione tra caregiver e bambino. Solitamente i narcisisti organizzano la loro esistenza senza aver bisogno degli aiuti degli altri e mirano all’autosufficienza assoluta. È tipico di famiglie incapaci di fornire attenzioni ai figli, di riconoscere e regolare le loro emozioni. A seguito di un attaccamento disfunzionale, l’individuo crescerà chiedendo costantemente attenzioni e apprezzamenti. In generale, però, dietro le situazioni divertenti che coinvolgono questo personaggio si nasconde una grande corazza costruita per affrontare le sofferenze che la vita gli ha riservato. Con l’evolvere delle stagioni, anche il suo lato più profondo emerge allo scoperto. Con più attenzione, si può cogliere quanto Barney sia sensibile e quanto ami profondamente i suoi amici.  La nascita della sua bambina è la perfetta conclusione per l’evoluzione psicologica di questo personaggio. Tramite lei, Barney capisce che non c’è nulla di più leggendario al mondo dell’amore per la propria figlia.  Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicini alla disciplina psicologica. Essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione delle persone. BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA Sanavio, E. & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica: terza edizione aggiornata al DSM-5. Italia: Il Mulino Manuali www.idego.it www.hallofseries.com

Disturbo dissociativo dell’identità: il caso Milligan

L’area dei disturbi mentali e delle problematiche psicologiche e psichiatriche ha da sempre riscosso tanto interesse nei non addetti ai lavori e anche nella cultura pop, tanto da ispirare film, libri e serie tv. Il disturbo che ha generato grande interesse e rappresentazioni di ogni genere è il disturbo dissociativo dell’identità o disturbo da personalità multipla, anche grazie alla sua complessità e difficoltà nel comprenderlo. La dissociazione Con il termine dissociazione si intente la disconnessione o dis-integrazione di alcuni processi psichici dell’individuo. Essa causa una mancata connessione e integrazione delle varie funzioni della mente, tra cui pensiero, memoria e senso di identità. La dissociazione è il processo psicopatogeno principale che caratterizza il disturbo dissociativo dell’identità. Il disturbo dissociativo dell’identità In passato chiamato anche disturbo da personalità multipla, il disturbo dissociativo dell’identità è presente all’interno del DSM 5 e i criteri per la sua diagnosi sono i seguenti: presenza di 2 o più stati di personalità o identità, con notevole discontinuità nel loro senso di sé e nel senso di agire; lacune nella memoria per eventi di tutti i giorni, per importanti informazioni personali e per informazioni ed eventi traumatici che non sarebbero normalmente dimenticati; i sintomi causano un enorme disagio o compromettono significativamente il funzionamento sociale o lavorativo; i sintomi non possono essere meglio giustificati da un altro disturbo, dagli effetti da intossicazione da alcol, da parte di pratiche culturali o religiose largamente accettate. Il disturbo dissociativo di solito si verifica in persone che hanno vissuto un grave stress o un trauma durante l’infanzia. Un abuso grave e cronico (fisico, sessuale o emotivo) e un abbandono durante l’infanzia vengono frequentemente riportati e documentati nei pazienti affetti da disturbi dissociativi.   In bambini gravemente maltrattati, molte aree dell’identità che devono fondersi attraverso le esperienze infantili restano invece separate. Nel corso del tempo, i bambini maltrattati possono sviluppare una crescente capacità di sfuggire al maltrattamento “allontanandosi” dal loro ambiente fisico ostile, oppure “ritirandosi” nella propria mente. Ogni fase evolutiva o esperienza traumatica può essere usata per generare un’identità differente. Il caso Milligan Tra i casi più conosciuti e famosi di disturbo dissociativo dell’identità c’è sicuramente quello di William Stanley Milligan, la cui storia è riportata nel libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes e nella docu-serie “I 24 volti di Billy Milligan” presente su Netflix. La storia di Milligan ha liberamente ispirato anche il film “Split” (2017). William Stanley Milligan è stato il primo individuo della storia degli Stati Uniti a essere stato dichiarato non colpevole di gravi crimini per ragioni di infermità mentale, in quanto affetto da disturbo dissociativo dell’identità. Billy Milligan, a soli 26 anni, fu condannato dopo essere stato arrestato per rapimento, stupro e rapina di tre studentesse universitarie nel 1977in Ohio. Milligan, tuttavia, sosteneva di non ricordare di aver fatto ciò per cui era accusato, mostrandosi confuso. Nel corso dei vari interrogatori e delle consultazioni con i legali e gli psicologi, emerse che in Milligan erano presenti 24 personalità, che convivevano tra di loro, che avevano specifiche caratteristiche e abilità e che, in base alla situazione e agli eventi, prendevano “il posto”, ovvero prendevano possesso della coscienza e si interfacciavano con il mondo esterno. Per esempio, la personalità Ragen, iugoslavo, guardiano dell’odio, che aveva una forza straordinaria, prendeva il controllo della coscienza nei luoghi pericolosi o in caso di pericolo. Nei luoghi sicuri dominava invece Arthur, inglese, razionale, freddo, colto e brillante, il primo a scoprire l’esistenza degli altri e a decidere chi poteva prendere il controllo della coscienza. Quando invece si doveva trattare con gli esterni, Allen prendeva il posto. Nei momenti di dolore e male fisico e psicologico, David, un bambino di 8 anni, prendeva il posto in quanto guardiano del dolore. E così via. Ognuna delle altre personalità aveva sue caratteristiche personologiche, fisiche e psichiche specifiche e ognuna di loro “prendeva il posto” nel momento in cui poteva essere più utili per garantire la sopravvivenza di Billy. In seguito a numerose perizie psichiatriche, a Milligan venne diagnosticato il disturbo dissociativo dell’identità, all’epoca definito anche come disturbo da personalità multipla, che fino al 1980 era poco conosciuto nell’ambito scientifico. In seguito a tale diagnosi, Milligan venne affidato alle cure dell’Ospedale psichiatrico Harding Hospital. Il lavoro di cura consisteva nel far prendere coscienza a Billy della presenza di numerose personalità al suo interno, con la finalità di mettere in atto una “fusione”, cioè riunire le varie caratteristiche delle personalità all’interno del “Billy originario”. Tale lavoro di fusione permise a Milligan di affrontare in maniera cosciente e presente il processo, durante il quale venne dichiarato non colpevole per infermità mentale. Seppur colpevole di essere il responsabile delle azioni, venne riconosciuto non mentalmente presente nel momento in cui venivano commesse. La conoscenza dei fatti e delle esperienze vissute da Billy nella sua vita si deve all’emergere di un’ultima personalità, uscita allo scoperto durante il lavoro di fusione: “Il Maestro”, il quale non è altro che la somma di tutti i 23 alter ego fusi in uno solo, unico possessore di tutti i ricordi di ciascuna personalità, il vero Billy. Casi come questo mostrano quanto sia affascinante e allo stesso tempo complessa la mente umana, in grado di creare personalità diverse per proteggersi dal pericolo. La visita nella “stanza piena di gente” che è stata la psiche di Billy Milligan lascia “sconvolti e turbati, ma ci induce a riflettere sull’abisso nascosto di ogni uomo”. In conclusione, alcuni consigli cinefili riguardanti la tematica del Disturbo dissociativo dell’identità: Split (2017), Shutter Island (2010), Sybil (2007), Secret Window (2004), Io me e Irene (2000), Fight Club (1999), Schegge di paura (1997), Psycho (1960). Come serie tv alcuni esempi sono: Mr Robot, Moon Knight, Bates Motel, United States of Tara. Fonti – Keyes Daniel (1982). “Una stanza piena di gente. Un uomo, 24 personalità: la storia vera che ha sconvolto l’America”. Casa Editrice Nord. – American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Arlington, VA, American Psychiatric Association. – Docu-serie“I 24 volti di Billy Milligan”. Dir.

Disturbo d’ansia: il ruolo dei familiari

Disturbo d’ansia: il ruolo dei familiari.   Di disturbi d’ansia ormai si parla ampiamente. Diversi sono gli articoli che spiegano il circolo sintomatico, gli errori di pensiero e qualche strategia di gestione dell’ansia. Essa è inoltre uno dei disturbi in comorbidità più diffusi. Insomma, l’ansia la conosciamo tutti, e qualcosa di simile ad un attacco di panico è stato provato più o meno da ognuno di noi. Per lo stesso motivo, molti possono trovarsi ad avere, per un certo periodo di vita, un partner o un familiare con un disturbo d’ansia. Stare vicino ad una persona con un disturbo d’ansia, indipendentemente dalla tipologia del disturbo, non è facile. Chi soffre d’ansia, per esempio, può chiedere insistenti rassicurazioni, anche a distanza di poco tempo. Il disturbo inoltre può essere così pervasivo da influenzare uscite o attività insieme. Cosa può fare il familiare di una persona con disturbo d’ansia? Non rassicurare continuamente. Chi soffre d’ansia chiede continue rassicurazioni sul contenuto dei suoi timori. Il familiare è motivato a rispondere in senso positivo alle rassicurazioni, con il tentativo di superare il motivo di preoccupazione e tranquillizzare il soggetto. In realtà, la rassicurazione è un fattore che contribuisce a mantenere alto il livello dell’ansia. Infatti, quando si riceve una rassicurazione, il livello di ansia cala per un breve periodo di tempo, per poi tornare più alta e più forte di prima. Questo spingerà il soggetto a tornare “dove si è sentito meglio”, ovvero a chiedere un’altra rassicurazione simile, dopo poco tempo. 2. Comprendere la persona, senza trattarlo da paziente. La persona che soffre di un disturbo d’ansia, va certamente compresa nelle sue paure. L’ansia è un’emozione, e in quanto tale ognuno di noi ha la capacità di comprenderne le sensazioni, seppur ad una intensità minima. Rispondere in modo rabbioso o accusatorio, stanchi delle continue richieste di rassicurazione, aumenta il senso di colpa del soggetto ansioso (spoiler, il senso di colpa aumenta la stessa sintomatologia ansiosa). Tuttavia, comprendere il soggetto, non vuol dire diventare totalmente accudenti o comportarsi da terapeuti. Infatti, l’estrema accondiscendenza, accompagnamento, o addirittura sostituirsi alle paure del soggetto per lungo tempo, diventano aspetti di mantenimento della patologia. In primo luogo, questi comportamenti evitano alla persona ansiosa le esposizioni necessarie ad un trattamento del disturbo (attenzione, non parliamo di terapia d’urto!). Infine, un tal comportamento incita il soggetto ad una possibile identificazione con un passivizzante ruolo da paziente malato. 3. Mantenere la calma. Rispondere con un tono di voce calmo e senza paura funge da modelling per la persona ansiosa: d’altronde, di ansia non si muore! 4. Riconoscere i meccanismi dell’ansia. Un consulto da un esperto è molto utile nel riconoscimento dei circoli e dei sintomi ansiosi. 5. Fare insieme tecniche positive. Piuttosto che entrare nel contenuto della preoccupazione, quando si riconosce una sintomatologia ansiosa in atto, si può semplicemente incitare a mettere in atto, insieme, delle tecniche di gestione dell’attivazione corporea, come esercizi di respirazione, l’abbraccio della farfalla, rifocalizzazione dell’attenzione, TIP di gestione emotiva.

Disturbi Trigenerazionali: quando la storia familiare continua a parlarci

Ci sono momenti in cui sentiamo dentro di noi emozioni che non sappiamo collocare: una tristezza ‘antica’, una paura che arriva all’improvviso, un senso di responsabilità che pesa troppo per le nostre spalle. A volte reagiamo in modi che ci sorprendono, come se rispondessimo a qualcosa che non è qui, oggi, davanti a noi. E ci chiediamo: perché mi sento così? La prospettiva sistemica ci ricorda che esistono storie che vivono silenziosamente nelle pieghe delle famiglie. Non solo racconti, ma atmosfere emotive, ruoli, compiti non detti, speranze infrante, traumi taciuti per proteggere tutti. Sono memorie che non passano attraverso le parole, ma attraverso i gesti, gli sguardi, la postura con cui affrontiamo la vita. Sono “voci” che ci abitano senza che ce ne accorgiamo, e che a volte parlano più forte delle nostre. Cresciamo dentro sistemi familiari che si sono adattati come potevano agli eventi della vita. Alcune famiglie hanno imparato a non chiedere aiuto, altre a non esprimere vulnerabilità, altre ancora a proteggere gli altri a costo di perdersi. Questi modi di sopravvivere diventano presto regole non scritte, mandati invisibili che attraversano le generazioni: “Sii forte”, “non disturbare”, “non piangere”, “occupati tu degli altri”. Così, senza volerlo, entriamo in ruoli che non abbiamo scelto, ripetiamo ciò che è stato utile a qualcun altro molto tempo fa. E finiamo per sentirci inadeguati o sbagliati, quando in realtà stiamo portando una storia che non è nata con noi. Tutto questo ci invita a fermarci, ad ascoltare, a ricostruire quel filo rosso che unisce passato e presente. Attraverso strumenti come il genogramma, la narrazione condivisa e la rilettura delle dinamiche familiari, diventa possibile vedere ciò che prima era solo una sensazione confusa. È un processo che porta luce sui legami nascosti, sulle emozioni ereditate, sulle aspettative interiorizzate. E, soprattutto, ci dà la possibilità di distinguere ciò che è “nostro” da ciò che appartiene alle generazioni venute prima. Quando questa consapevolezza emerge, succede qualcosa di profondo: il peso emotivo cambia forma. Non si tratta più di “liberarsi” della propria famiglia o di cercare colpe, ma di restituire a ciascuno la propria parte di storia. Possiamo guardare alla nostra vita con occhi nuovi, riconoscere che alcune fatiche non sono un difetto ma un’eredità, e che proprio per questo possono essere trasformate. E allora accade qualcosa di liberatorio: ci concediamo di vivere una storia diversa. Di interrompere un copione che non ci rappresenta più. Di scegliere, finalmente, la nostra direzione. Perché comprendere ciò che ci abita non significa restare intrappolati nel passato, ma recuperare la libertà di scrivere il futuro con maggiore consapevolezza, leggerezza e autenticità.

Disturbi specifici dell’apprendimento: una panoramica sull’evoluzione e il mondo dell’università alla luce della nuova Linea Guida

di Roberto Ghiaccio Quando si parla di DSA il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente complesso per quanto “specifico” e “specificato” nelle definizioni nosografiche. Affacciandosi “nell’universo dell’apprendimento” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche, antropologiche e didattiche. Lo scopo di questo lavoro è comprendere le possibili evoluzioni del disturbo di lettura nel corso della scolarità, capire come il disturbo cambia e si trasforma, osservando la sua modalità espressiva ed evolutiva, con la consapevolezza che il disturbo cambia, si compensa, si trasforma, fino all’istruzione universitaria e al mondo del lavoro. Nel gennaio 2022 l’Istituto Superiore di Sanità pubblica la nuova Linea Guida sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, questa contiene tra le tante novità, una particolarmente importante per il nostro contributo: al quesito n. 8 (pag 268- 284) si parla di DSA nell’adulto! Anche la precedente Consensus Conference del 2011 trattava dei DSA negli adulti ai quesiti: “B4 “Qual è l’evoluzione in età adolescenziale e adulta dei DSA (cambiamenti dei processi di lettura, ortografia/compitazione, calcolo; associazione con disturbi mentali; ? (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.22)2 “B5 “Esistono evidenze che la presenza di altri disturbi specifici dell’apprendimento o altri disturbi evolutivi in comorbidità con i DSA modifichi la storia naturale della malattia, rispetto ai DSA isolati? con attenzione al quesitoB5.2 Dislessia e disturbo specifico del linguaggio sono disturbi distinti e possono essere co-occorrenti (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.26)” Tuttavia, non ne affrontava le complessità del l ’ indagine diagnostica non fornendo raccomandazioni cliniche per la diagnosi in età adulta. È ormai noto che i disturbi specifici di apprendimento hanno un carattere di persistenza dovuto anche alle basi neurobiologiche, oggi sempre meglio note, pertanto è lecito attendersi che, anche in età adulta, vi sia una vasta popolazione di soggetti con difficoltà di funzionamento in alcuni compiti e attività della vita quotidiana, in ambito scolastico/universitario, o professionale, in parte anche, purtroppo, non diagnosticati in età evolutiva. Gli studi inclusi evidence based sui quali gli esperti della LG si sono usati per la stesura delle raccomandazioni hanno arruolato prevalentemente studenti che frequentano l’università o l’ultimo biennio della scuola secondaria di secondo grado (N = 5725, range di età 16-55 anni). Gli studi sono stati condotti principalmente in lingua inglese (N = 15: Stati Uniti 4, Regno Unito 9, Canada 1, Nuova Zelanda 1), Italia (N = 7), Olanda (N = 7), Francia (N = 4), Finlandia (N = 2), Israele (N = 2), Polonia, Brasile, Norvegia, Svezia, Danimarca (un solo studio per ciascuna area). La maggiore parte degli s t u d i prende i n esame esclusivamente il disturbo specifico di lettura. Infatti, solo due studi analizzano il disturbo specifico del calcolo e tre studi esaminano le prestazioni di soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento in comorbidità. Solo due studi hanno esaminato la sfera emotivo-comportamentale, con particolare attenzione alla sintomatologia ansioso-depressiva. Infine, 7 studi hanno utilizzato anche questionari per il self report di sintomi di DSA o ADHD. La pratica clinica prevede che un’adeguata valutazione diagnostica dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) nell’adulto debba comprendere un’accurata raccolta di informazioni anamnestiche, quali storia scolastica, familiarità del disturbo specifico, pregresse valutazioni neuropsicologiche o eventuali accessi a servizi specialistici, eventuali trattamenti, funzionamento adattivo e difficoltà percepite nella vita quotidiana. Tali dati clinici possono assumere un valore rilevante nel caso di prestazioni con punteggi nell’area di norma ma ai limiti inferiori alla valutazione neuropsicologica (per es. tra -1.5 e -2 deviazioni standard rispetto alla media, oppure tra il 5° e il 15° centile), come riportato anche nel DSM5. Le seguenti raccomandazioni si riferiscono a percorsi diagnostici di soggetti adulti sia con sospetto DSA sia con disturbi specifico già diagnosticato, ossia sia per prime diagnosi sia per valutazioni di aggiornamento del profilo funzionale in presenza di diagnosi di DSA preesistenti. In generale, la formulazione di diagnosi prevede la valutazione delle abilità strumentali di lettura, scrittura e calcolo, eventualmente qualificate da altri strumenti neuropsicologici per l’esame delle funzioni cognitive correlate. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di lettura Raccomandazione 8.1 Si raccomanda la somministrazione di prove standardizzate per l’età adulta di lettura ad alta voce di brano, parole e non-parole. Sono da misurare sia la rapidità sia l’accuratezza. Raccomandazione 8.2 Si raccomanda la valutazione della capacità di comprensione del testo scritto considerando l’accuratezza, con prove adeguate all’età ed alla scolarità e di dimostrata validità clinica. Raccomandazione 8.3 Per qualificare la diagnosi ed il profilo, si raccomanda di somministrare prove che valutino le abilità di denominazione rapida automatizzata, memoria fonologica e di lavoro verbale, e velocità di elaborazione delle informazioni. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di scrittura Raccomandazione 8.4 Per la valutazione dell’ortografia, si raccomanda di misurare l’accuratezza in prove di dettato di parole e di brani, con adeguata standardizzazione e validazione clinica. Nei casi in cui la compromissione della abilità ortografica è meno chiara, può risultare utile somministrare il dettato di parole sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio la soppressione articolatoria). Raccomandazione 8.5 Per la valutazione della fluenza grafemica, si raccomanda l’uso di prove di produzione di grafemi (ad esempio, scrittura di numeri in parola) sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio, la soppressione articolatoria), misurando il numero di grafemi prodotti in un intervallo di tempo definito. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di calcolo Raccomandazione 8.6 Si raccomanda l’uso di strumenti psicometrici la cui standardizzazione sia quanto più possibile adeguata alla scolarità e all’età del soggetto esaminato, che valutino accuratezza e rapidità mediante prove di calcolo a mente, calcolo scritto, recupero dei fatti aritmetici e transcodifica (lettura e scrittura di numeri). È, inoltre, opportuna una valutazione qualitativa degli errori procedurali. Acquisire una lingua, parlata o scritta è un fenomeno complesso, che coinvolge gran parte della vita di un bambino. Seppure con difficoltà e grande variabilità interindividuale i

DISTURBI SESSUALI: L’EFFICACIA DI UN APPROCCIO INTEGRATO

di Elena Busso E’ sempre più diffusa nella pratica clinica di chi si occupa di sessualità e di disturbi sessuali nello specifico, la necessità di avere una visione ed un approccio sistemico multidisciplinare. Molto spesso abbiamo di fronte non solo un paziente o una coppia che ci riporta  una problematica specifica ma in molte altre occasioni regna confusione e smarrimento, oltre alla narrazione di un viaggio fra specialisti che ha portato con sé spesso frustrazione e portafoglio più leggero. Grazie alla mia pratica clinica e all’ascolto dei pazienti ho imparato quanto sia necessario, soprattutto in un primo momento di anamnesi e consulenza, avere una visione a 360 gradi che includa corpo e mente per poter capire in maniera approfondita e completa l’eziologia del disturbo o della difficoltà riportata e poter proseguire con l’invio o il trattamento adeguato. Da tutto questo è nato il progetto di rendere fruibile un argomento così complesso ed articolato sia alla popolazione sia ai professionisti non sessuologi ma che quotidianamente si occupano di tematiche inerenti la sessualità e i disturbi sessuali. La chiave è stata associare alla scrittura un approccio umoristico per poter rendere più fruibileun argomento ancora a tratti tabù e fonte di imbarazzo. Nel libro oltre alle definizioni tratte dal DSM – 5 di ogni singolo disturbo, sono state inserite alcune fra le maggiori ipotesi eziologiche ed una panoramica di quelle che ad oggi possono essere le terapie e i trattamenti che singolarmente o svolte in parallelo, possono essere efficaci nel miglioramento o nella risoluzione delle problematiche riportate.  Inoltre la descrizione di alcuni casi clinici permette di rendere immediato quanto descritto precedentemente. E’ fondamentale nella patogenesi dei disturbi sessuali prendere in considerazioni le varie ipotesi eziologiche quali i fattori individuali legati al funzionamento del singolo, fattori relazionali della coppia, fattori riguardanti il funzionamento del/della partner, senza dimenticare i fattori medici (quali ad es. malattie di origine neurologica, malattie endocrine o vascolari) e quelli culturali/educativi. In una accurata consulenza, la psicoeducazione spesso ha un valore prezioso nel dare significato al sintomo e nello scardinare i meccanismi alla base che ne permettono il mantenimento. Fra i vari trattamenti è importante considerare la sinergia fra il corpo e la mente; spesso infatti affiancare ad una psicoterapia individuale anche un trattamento corporeo quale la riabilitazione del pavimento pelvico, la riflessologia o l’osteopatia, possono essere efficaci per lavorare ad esempio sul trattamento del nervo pudendo (la nevralgia del pudendo è una sindrome caratterizzata da dolore pelvico cronico che può colpire entrambi i sessi) e che come si può immaginare, può avere ripercussioni sul disturbo del dolore genito pelvico e della penetrazione. In maniera più trasversale si può lavorare anche su altri disturbi dove intervenire sul sistema endocrino e neuroriflesso attraverso l’approccio corporeo, può portare a dei benefici.  La scrittura a quattro mani del testo insieme ad un collega psicoteapeuta vignettista, ha avuto lo scopo di rendere l’argomento della sessualtà e dei disturbi sessuali, ancora a volte oggetto di vergogna e tabù, più fruibile e leggero ma di immediata comprensione e lettura. Mi piace immaginare che tutto ciò sia solo l’inizio di un percorso formativo e di crescita per tutti noi, dove non ci si ferma ai manuali teorici (seppur preziosi e fondamentali), ma attraverso l’ascolto del paziente ed il confronto con le altre figure professionali si possa percorcorrere una strada, la strada maggiormente efficace per poter rispondere nella maniera più completa ed attenta alle richieste e alle sofferenze delle persone che abbiamo davanti.

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE E PANDEMIA DA COVID-19

L’aumento dei casi di disturbi del comportamento alimentare durante il lockdown di Maria Cascone I disturbi del comportamento alimentare sono quelle patologie caratterizzate da un cambiamento dell’abituale regime alimentare e da un’eccessiva attenzione verso il peso e la corporatura. Sono espressioni psicopatologiche che, se non vengono recepiti al momento giusto, possono generare gravi conseguenze e perfino portare alla morte. Infatti, se non individuati e trattati preventivamente, possono divenire una patologia estenuante e incurabile, suscitando un rischio sia per la salute fisica che psichica. I disturbi del comportamento alimentare sono un argomento emergente solo negli ultimi anni, ma su cui si pone ancora troppa poca attenzione rispetto a quella che effettivamente meriterebbero. I disturbi del comportamento alimentare interessano circa 70 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 3 milioni sono italiani. La porzione di popolazione maggiormente colpita da questo tipo di disturbi risulta essere quella degli adolescenti, che trovandosi in una fase particolarmente sensibile della propria vita, hanno una predisposizione maggiore ad imbattersi in questi ultimi. I disturbi del comportamento alimentare maggiormente diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating o disturbo da alimentazione incontrollata. Tra i fattori predisponenti di questi disturbi troviamo l’avere una bassa autostima, l’idea del perfezionismo, le difficoltà interpersonali, la perenne insoddisfazione corporea, il desiderio di magrezza, quasi tutti fattori che si collegano agli stereotipi della “bellezza intesa come magrezza” che vengono alimentati principalmente dalla società e dai media. Ad oggi in Italia, secondo i dati statistici, l’incremento dei disturbi alimentari negli adolescenti successivamente alle ripercussioni pandemiche da Covid-19, risulta essere del 30% Un’ulteriore aumento del 30% avutosi durante questo periodo, che lascia intravedere uno spiraglio di luce per le persone affette da questo tipo di psicopatologie, riguarda le richieste d’aiuto e supporto alla cura. L’isolamento sociale avvenuto durante il regime di lockdown, e le varie precauzioni adottate contro la contrazione del virus, hanno fatto sì che le condizioni psicopatologiche peggiorassero notevolmente, incrementando nella popolazione ansia, tensione e paura. In questo caso, la perdita quasi totale dello svolgimento delle solite attività quotidiane, ha fatto sì che nei soggetti affetti d’anoressia aumentassero quelle che sono le restrizioni alimentari, mentre, nei soggetti affetti da bulimia si è evinto un notevole aumento di abbuffate e condotte di eliminazione diurne. Altri fattori che hanno incrementato le manifestazioni di questi disturbi in questo periodo, sono risultati essere la parziale o totale mancanza di attività fisica, spesso svolta con modalità compulsiva negli adolescenti affetti da disturbi alimentari a causa della paura di poter perdere la propria forma fisica, e la convivenza forzata e prolungata con i propri familiari, che non ha permesso agli adolescenti di intagliare quei piccoli spazi d’indipendenza giornaliera, che sono solitamente richiesti in questa fascia di età.