Delia Bottino – CEPAT

Delia Bottino Psicologa Clinica, Analista Transazionale e docente al Cepat, ovvero il Centro Partenopeo di Analisi Transazionale, ha esposto i concetti di Tranfert e Controtrasfert così come vengono concepito al Cepat. Come sappiamo il Transfet, è un trasferimento sulla figura dell’analista di rappresentazioni inconsce del mondo del paziente, questo fenomeno però non avviene solo tra analista e analizzando, ma è un fenomeno naturale che appartiene al regno delle relazioni fra gli esseri viventi. Inoltre il Transfert non ha a che vedere solo con il rimosso oggettuale, ovvero la nostra storia, ma ha anche vedere con il rimosso istintuale ovvero, i nostri bisogni e le nostre pulsioni. Il Transfert e il Controtrasfert, inoltre non deve essere un momento in cui il paziente viene accolto e sostenuto, perché così facendo si perde di vista l’obiettivo ovvero l’analizzabilità dell’evento, e quindi la presa in carico del problema e del dolore, di conseguenza il Controtrasfert, va utilizzato in funzione dell’obiettivo terapeutico.
Deindividuazione: perdere la propria individualità

La deindividuazione è un concetto della psicologia sociale e si riferisce ad un “processo psicologico in cui alcuni fattori, riducendo l’identificabilità sociale e l’autoconsapevolezza dell’individuo all’interno di un gruppo, rende possibili comportamenti che normalmente sono inibiti” (Ravenna, 2004, p.97). È un concetto strettamente connesso al processo di deumanizzazione. La deindividuazione implica, quindi, una minore consapevolezza di sé e aumenta l’identificazione con gli scopi e le azioni del gruppo. Alcune situazioni tendono a spogliare l’individuo della sua identità personale, di ciò che è, facendolo sentire anonimo. Trovarsi in una situazione di anonimato, accompagnata dalla diffusione della responsabilità, porta a fare cose che in contesti quotidiani non si farebbero. In condizioni di deindividuazione le persone possono intraprendere con più facilità comportamenti aggressivi e violenti. Il processo di deindividuazione fu analizzato da Philip Zimbardo nel celebre esperimento carcerario di Stanford. Lo psicologo si propose di studiare tramite “simulazione funzionale”, ovvero tramite la riproduzione fedele dell’ambiente carcerario nel seminterrato dell’Università di Stanford, le dinamiche tra gruppi tipiche del carcere, tentando di eliminare per quanto possibile le differenze disposizionali fra il gruppo delle guardie e quello dei detenuti. I 24 studenti reclutati furono divisi in guardie e detenuti e avrebbero dovuto mantenere tale ruolo per due settimane. Tuttavia, l’esperimento fu interrotto prima del previsto in quanto si presentarono risultati drammatici. I partecipanti acquisirono a tutti gli effetti, dopo pochissimo tempo, i ruoli di carcerieri e detenuti. I primi misero in atto vessazioni continue e ripetute, oltre ad azioni intimidatorie e violente nei confronti dei detenuti; questi ultimi mostrarono dopo soli 5 giorni sintomi di disgregazione individuale e collettiva. A Stanford le guardie indossavano uniformi e occhiali da sole a specchio che accentuavano il processo di deindividuazione. In quel contesto nessuno più possedeva un’identità personale, le individualità erano sparite. Una tale condizione non poteva che favorire tra le guardie la diffusione della responsabilità, infatti nessuna di loro si sentiva colpevole o perseguibile per aver intrapreso un’azione collettiva. Allo stesso modo i detenuti non avevano più una loro individualità, ma erano diventati i loro numeri, tanto da non presentarsi più con i loro veri nomi ma con i numeri assegnatigli casualmente. L’esperimento creò “un’ecologia della deumanizzazione, proprio come nelle vere carceri […]. È cominciato con la perdita della libertà e si è esteso alla perdita della privacy e poi alla perdita dell’identità personale.” (Zimbardo, 2007, pp. 337-338). Nel contesto di tale esperimento, la deindividuazione rappresenta la perdita di autocontrollo e autoconsapevolezza che si verifica nelle situazioni in cui l’individuo agisce all’interno di dinamiche sociali e di gruppo. Questa perdita di controllo porta alla messa in atto di azioni crudeli e aggressive che, in altri contesti e situazioni, sarebbero inibite e tenute a bada dalle norme sociali e morali. In conclusione, chiunque può attuare condotte negative in condizioni e situazioni specifiche. Il comportamento umano è sempre soggetto a forze situazionali. È possibile però contrastare le forze situazionali negative che spesso agiscono sulle persone, così da prevenire quei processi di deumanizzazione e deindividuazione che rendono possibili condotte e azioni negative. Le persone, infatti, non sono schiave delle forze situazionali. È necessario riflettere continuamente sulla situazione, sulle azioni, sul coinvolgimento emotivo e sociale, affermare la nostra individualità e la nostra singolarità, così da non permettere agli altri di deindividuarci e deumanizzarci. Bibliografia Ravenna M. (2004). Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali. Bologna: Il Mulino. Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil. Trad. it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008.
Definizione di Psicoanalisi per Freud

Paolo Cotrufo spiega cos’è la psicoanalisi. La psicoanalisi nasce con Sigmund Freud, lui stesso fu autore di più definizioni e quella più esaustiva fu quella del 1922 contenuta nello scritto “Due voci dell’enciclopedia psicoanalisi e teoria della libido”, in quel caso a Freud fu richiesto da una enciclopedia di definire questo termine da lui stesso ideato. Inizialmente la definizione di Freud, è molto chiara e categorica, in cui numera tre aspetti fondamentali della parola psicoanalisi, creando un ordine preciso ed importante perché il primo punto che indica è quello del metodo cioè, la psicoanalisi è un nome di un procedimento scientifico. Cioè in realtà la psicoanalisi proprio in quanto metodo di indagine in cui i processi psichici attraverso una serie di importantissimi aspetti come ad esempio il setting o i concetti del transfert e del controtransfert ed ovviamente anche l’interpretazione, la libera associazione e il sogno ovvero materiali prodotti dal paziente, all’interno di una situazione analitica possono essere indagati attraverso la psicoanalisi cioè il procedimento di indagine di fatti psichici altrimenti inaccessibili. Questi fatti psichici sono fatti inconsci, quindi per Freud la psicoanalisi oltre ad essere un procedimento è poi un trattamento cioè una terapia che si basa su tale indagine, cioè applicando questo procedimento di indagine noi otteniamo dei benefici per il paziente che appunto disvela alcuni aspetti del proprio inconscio. Il terzo punto che Freud indica è quello di una teoria, cioè con psicoanalisi si intende anche una teoria ovvero è il frutto dell’applicazione di questo procedimento d’indagine grazie al quale si vengono a scoprire alcuni aspetti del funzionamento psichico che via via costruiscono appunto la teoria psicoanalitica del funzionamento tipo psichico-umano.
Decluttering: riordinare gli spazi produce benessere

Il decluttering è una tecnica che permette di eliminare il superfluo con l’obiettivo di puntare all’essenziale eliminando oggetti inutili. La pandemia ci ha costretti a restare tra le mura domestiche. Dopo una prima fase di disorientamento, abbiamo iniziato a riscoprire diversi modi per tenerci impegnati. Dall’arte culinaria all’allenamento home made, ognuno di noi ha sperimentato nuovi interessi o rispolverato vecchie passioni. Riorganizzare gli spazi quotidiani per renderli più confortevoli e sgomberare gli armadi da abiti mai indossati, sono solo alcune delle azioni che il decluttering contempla. Si tratta di un vero e proprio stile di vita, una disciplina che ci permette di vivere meglio. Riordinare casa, gettando tutto ciò che non riteniamo più utile, è un processo quasi catartico. Avere spazi liberi e ben organizzati, agevola le nostre giornate e riduce lo stress derivato sia dal caos sia dal costante pensiero del dover riordinare. Inoltre, molti arnesi che abitano le nostre case, sono spesso portatori di ricordi ed emozioni sia positive che negative. Impegnarsi in un processo di selezione accurata, rievocando l’esperienza connesse a quegli oggetti, permette di liberarsi anche da pensieri spiacevoli e dalla sensazione di malessere che questi comportano. Marie Kondo, guru di questo metodo che prende il suo nome Konmari, è autrice del libro “Il magico potere del riordino” da cui ha preso spunto il popolarissimo reality Netflix “Facciamo ordine con Marie Kondo”. La Kondo ha dichiarato di essersi ispirata alla religione Shintoista, che considera la pulizia una pratica spirituale connessa all’energia delle cose e al modo corretto di vivere. Questa pratica può generare una sensazione di riequilibrio sia fisico che mentale, incidendo positivamente sul nostro benessere psicologico e rendendoci più aperti al cambiamento. Provare per credere!
Declino e demenza: che spiegazioni trova il cervello?

Molti di noi hanno persone care con problemi di declino cognitivo, demenza o Alzheimer, che costruiscono interpretazioni degli avvenimenti distorte e lontane da una realtà che a noi appare oggettiva. Ma che cosa succede al nostro cervello quando è affetto da demenza? Come riesce a costruire una narrazione della quotidianità? Come attribuisce senso alle cose? Dasha Kiper è una psicologa e scrittrice, specializzata in consulenza e supervisione ai caregiver di persone con demenza e Alzheimer. Ha recentemente pubblicato un libro che ci permette di capire meglio le logiche che il cervello costruisce quando si discosta dalla realtà e anche le reazzioni di chi sta accanto a queste persone: il titolo è “Travelers to Unimaginable Lands: Stories of Dementia, the Caregiver, and the Human Brain”. Si tratta di un viaggio affascinante, pieno di comprensione e compassione, verso le terre, inimmaginabili, dell’immaginazione dei cervelli affetti da demenza: è ricco di storie vivide, che assomigliano molto a quello che possiamo osservare se siamo a contatto con persone anziane con questo problema. La Kiper sottolinea come i pazienti con demenza abbiano una risposta per tutto: questo mette i caregiver in una posizione singolare, perché diventa difficile astrarsi quando si viene ingaggiati in spiegazioni articolate; i parenti e i caregiver, infatti, anche conoscendo bene l’esistenza della patologia e anche quando le risposte dei pazienti sono prive di senso, tendono a pensare che il solo fatto che la persona con demenza sia in grado di dare una risposta suggerisca che ci si trova di fronte a una mente ancora funzionante. In parte è davvero così, ci sono aspetti conservati: la mente continua infatti a cercare soluzioni e vie di interpretazione. Il neuroscienziato Michael Gazzaniga ha definito con la dicitura “l’interprete dell’emisfero sinistro” il processo inconscio responsabile di eliminare incoerenze e confusione interna. In sintesi: quando le nostre aspettative vengono disattese o capovolte, quando i conti non tornano, quando il nostro ambiente cambia improvvisamente, l’interprete dell’emisfero sinistro fornisce rapidamente delle spiegazioni, per aiutarci a dare un senso alle cose. Ha una funzione, in qualche modo, di “rassicurazione”, ad evitare che ci blocchiamo nella totale incertezza. Un’altra delle funzioni dell’interprete dell’emisfero sinistro è la necessità di accertare cause ed effetti. Facciamo un esempio: i pazienti che si sentono ansiosi o spaventati, a causa della perdita di memoria o della confusione, troveranno una spiegazione per il loro disorientamento e per le dimenticanze o inadempienze. Incolperanno il telefono di spegnersi e accendersi da solo misteriosamente, o di cancellare i messaggi, o insisteranno sul fatto che le persone cospirino contro di loro, che qualcuno abbia rubato quello che non trovano, e così via. Questo avviene perché la nostra mente, quando avverte una sorta di discordia interna, cerca una fonte esterna che la giustifichi: un meccanismo che spesso causa anche ideazioni persecutorie: “non guido più perché mi hanno rubato la macchina”; “non esco di casa al pomeriggio perché i vicini mi spiano”. La mente umana è predisposta a creare narrazioni credibili: molti pazienti sono in grado di creare risposte rapide (anche se sbagliate) per le loro opinioni distorte: perché un’interpretazione è sempre preferibile rispetto all’ incertezza e alla sensazione di perdita di controllo. Data questa tendenza conservata nei pazienti, per i parenti e anche per gli operatori sanitari può essere difficile distinguere la patologia dalla normale tendenza della mente a resistere a ciò che non conosce. Ho spesso ascoltato figlie e figli di genitori con demenza che raccontano di sentirsi in colpa perché “gli rispondo, cerco di ribattere alla sue tesi assurde, ci litigo, non riesco a trattenermi”.Lo scritto della Kiper ci fa capire meglio che, come la mente dei pazienti con demenza cerca e produce spiegazioni, così la mente dei parenti caregiver e persino degli operatori sanitari si “illude”, vista la prolificità di risposte rapide costruite, che il vero sé dei pazienti sia in qualche maniera conservato e che ci si possa appellare ad esso.La sofferenza di queste situazioni deve farci considerare un approccio di comprensione e compassione sia per i pazienti sia per i caregiver: si può anche sbagliare, ma esserci – ed essere di supporto anche in modo imperfetto – rende possibile modificare la relazione e mantenere degli spazi di condivisione e di conforto reciproco. Da persona a persona, da mente a mente. Anche se diversa.
Decisioni intuitive: quando non sai scegliere affidati all’inconscio!

Decisioni intuitive: quando non sai scegliere affidati all’inconscio! Nel corso della nostra giornata, siamo chiamati a prendere innumerevoli decisioni: alcune facili, altre più complesse. Spesso, però, ci troviamo a scegliere senza pensare troppo, seguendo una sorta di “istinto” o “sensazione”. Questo tipo di decisione viene definito decisione intuitiva e, sebbene a prima vista possa sembrare un processo irrazionale, in realtà gioca un ruolo cruciale nel nostro comportamento e nelle nostre scelte quotidiane. Cos’è una Decisione Intuitiva? Le decisioni intuitive sono quelle che prendiamo senza una riflessione consapevole o analitica. Non ci soffermiamo a valutare tutte le opzioni disponibili, a pesarne i pro e i contro o a considerare tutte le informazioni a nostra disposizione. Invece, agiamo seguendo un impulso, una sensazione o una reazione automatica. Questa modalità decisionale si basa su esperienze passate, conoscenze accumulate nel tempo e sensazioni immediate. Un esempio classico di decisione intuitiva è quello di scegliere quale piatto ordinare al ristorante. Spesso non abbiamo bisogno di esaminare tutti i menù e valutare ogni singola opzione. Piuttosto, siamo attratti da un piatto specifico senza sapere esattamente il motivo: potrebbe trattarsi di un sapore che ci ricorda la nostra infanzia o di una combinazione che il nostro cervello riconosce come piacevole. Come Funzionano le Decisioni Intuitive? Le decisioni intuitive sono frutto del nostro sistema cognitivo automatico, che opera in modo rapido e inconscio. Si tratta di un processo mentale che attinge da esperienze passate e da schemi cognitivi preesistenti. Il nostro cervello è in grado di riconoscere pattern e situazioni familiari senza bisogno di un’analisi cosciente. Questo sistema può sembrare simile a una “sensazione” o a un “fiuto”, ma è fondato su una mole di informazioni che il nostro cervello ha già elaborato senza che ce ne accorgiamo. Per esempio, se una persona ha già vissuto una situazione simile in passato, il cervello può rispondere velocemente con una decisione basata su come è andata quella precedente esperienza. I Vantaggi delle Decisioni Intuitive Le decisioni intuitive non sono da vedere come una forma di “scelta irrazionale” o poco pensata. In realtà, spesso sono molto efficaci, soprattutto quando ci troviamo di fronte a situazioni che richiedono una risposta rapida o in cui non disponiamo di tutte le informazioni necessarie per fare una valutazione razionale. Velocità: Le decisioni intuitive sono prese in modo rapido, evitando il rallentamento che una riflessione approfondita potrebbe causare. Questo è particolarmente utile in situazioni di emergenza, quando il tempo è limitato. Riduzione della sovraccarico cognitivo: Quando dobbiamo fare molte scelte ogni giorno, fare affidamento sull’intuizione ci permette di alleggerire il nostro cervello. Invece di analizzare ogni singolo dettaglio, ci affidiamo a schemi già conosciuti, risparmiando energia mentale. Esperienza passata: Le decisioni intuitive sono spesso il risultato di esperienze accumulate nel tempo, che ci consentono di rispondere in modo appropriato anche senza analizzare ogni aspetto. Questo può essere utile in professioni che richiedono una forte capacità decisionale, come quella di un medico o di un pilota. Alcuni studi sulle Decisioni Intuitive Uno degli esempi più celebri riguarda il test del “Kunst” in cui un team di esperti d’arte deve giudicare l’autenticità di una scultura antica. In una situazione normale, ci si aspetterebbe che gli esperti analizzino meticolosamente i dettagli. Tuttavia, quando gli esperti si trovano di fronte a una “scultura falsa”, la loro intuizione li porta a rifiutarla quasi immediatamente, senza un’analisi razionale profonda. Questo dimostra che, in alcuni casi, l’intuizione basata su esperienze passate può essere sorprendentemente accurata. Gli esperimenti di Gigerenzer hanno dimostrato che, in contesti complessi come la sanità o l’educazione, le persone che utilizzano euristiche (e quindi una forma di decisione intuitiva) riescono spesso a fare scelte altrettanto buone (se non migliori) rispetto a chi fa scelte razionali più elaborate. Un esperimento interessante è stato condotto da Ap Dijksterhuis e colleghi, che ha studiato come le decisioni inconsce possano essere più accurate rispetto a quelle consce. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi e sono stati chiesti di scegliere tra diverse auto in vendita. Un gruppo ha ricevuto tutte le informazioni e ha preso la decisione immediatamente (decisione razionale), mentre l’altro gruppo ha dovuto “dimenticare” le informazioni e prendere la decisione dopo un breve periodo in cui il loro cervello “lavorava” inconsciamente. I risultati hanno mostrato che il gruppo che ha preso la decisione dopo un periodo di incubazione inconsapevole ha fatto scelte migliori rispetto a quello che aveva analizzato tutti i dettagli. Questo suggerisce che, a volte, l’elaborazione inconscia delle informazioni può portare a decisioni più accurate e intuitive rispetto a una riflessione razionale approfondita. Conclusioni Questi esperimenti dimostrano che le decisioni intuitive non solo esistono, ma sono spesso molto valide e utili in determinati contesti. Sebbene possano essere influenzate da bias o emozioni, quando l’intuizione è supportata da esperienza e pratica, può rivelarsi estremamente potente e precisa. Soprattutto per quelle decisioni in cui abbiamo poco tempo e poche informazioni a cui affidarci, è più utile individuare un unico parametro di valutazione in cui siamo esperti e scegliere attraverso di esso.
Decision making a scuola e compiti di sviluppo

In nessun ordine di cose l’adolescenza è il tempo della vita semplice.(Janet Erskine Stuart) Le ricerche psicologiche hanno portato alla luce molte cose sull’adolescenza, fra cui il costo che i compiti di sviluppo hanno sul piano psicologico dei ragazzi e delle ragazze. Per inserirsi nei diversi contesti sociali l’adolescente deve affrontare diversi compiti evolutivi, ossia compiti che si presentano in un determinato periodo della vita di un individuo e la cui buona risoluzione conduce alla felicità e al successo nell’affrontare i problemi successivi (Havighurst 1952). Per non parlare delle domande di senso che l’adolescente si pone. Chi sono? Che cosa voglio fare della mia vita? Come posso realizzare ciò che voglio? Cosa posso dire? Nel complesso ogni azione comporta il superamento di un compito di sviluppo il cui scopo è la conoscenza e il controllo dell’individuo sulla realtà. Alcuni comportamenti sono uguali per tutti gli adolescenti. Le condotte principali non cambiano. Ciò che può differire, sono, invece, i dettagli. Infatti, ciascun adolescente è diverso dall’altro ed è chiaro che diverso sarà anche il suo approccio alla vita. Cosa può fare la scuola? Ogni volta che l’adolescente deve affrontare un un compito di sviluppo vive momenti di angoscia e tensione interna che si ripercuotono anche sul piano degli apprendimenti. Gli adolescenti possono manifestare situazioni di malessere e di insuccesso formativo. Dinanzi ai vari compiti di sviluppo l’adolescente risponde in vario modo: -affonta o nega il problema -risolve subito o procrastina la situazione di disagio – ricerca un “capro espiatorio” -individua una persona in grado di sostituirsi nella risoluzione del problema. A volte gli adolescenti non riescono a fronteggiare in maniera efficace i vari compiti di sviluppo e potrebbero sperimentare il senso del “fallimento psicologico” , che si ripercuote in alcuni casi anche sul piano degli apprendimenti. La scuola deve far comprendere agli adolescenti che la vita è fatta di prove e che ci sono risposte corrette e risposte non perfette. Non parliamo di risposte sbagliate. Successivamente si punterà su strategie di decision making mediante i seguenti step offrendo all’allievo la possibilità di: identificare il problema(relativo ai compiti di sviluppo) che intende risolvere fare un elenco di varie opzioni di scelta individuare i punti di forza e di debolezza mettere in campo la scelta effettuata rivedere la decisione presa.
Decidere di pancia

di Umberto Maria Cianciolo Cosa guida realmente le nostre scelte? Siamo sicuri che ogni nostra decisione si basi solo su aspetti razionali? Se dovessimo scegliere tra due o più alternative valide, tra cui non sapremmo deciderci, cosa guiderebbe la nostra scelta? Questi sono gli interrogativi da cui è partito lo studio di Antonio Damasio e colleghi (Damasio, 1974, 1994) che, osservando pazienti con danni alla regione prefrontale ventromediale, rimasero sorpresi nel constatare che questi avessero difficoltà nel pianificare la propria giornata e il proprio futuro, e difficoltà a scegliere amici, partner e attività, nonostante gran parte delle abilità intellettive (apprendimento, memoria, attenzione, QI) fossero preservate (Damasio, Everitt e Bishop, 1996). Inoltre, Damasio osservò che in questi pazienti era compromessa la capacità di esprimere emozioni e provare sentimenti in situazioni in cui ci si sarebbe aspettato il contrario. Da quest’ultima osservazione, Damasio teorizzò l’esistenza del marcatore somatico: l’attivazione viscerale, neuro-biologica, nel momento in cui dobbiamo prendere una decisione, guiderebbe la nostra scelta, e di ciò possiamo esserne consapevoli come inconsapevoli. Tale attivazione neuro-biologica, che guiderebbe il nostro ragionamento e processo decisionale, dipenderebbe dalla disponibilità di informazioni relative alla situazione, ai soggetti, alle opzioni di scelta e agli esiti che da queste deriverebbero. Per verificare ciò, Damasio e colleghi (1996) hanno messo a punto lo Iowa Gambling Task, basato sulle dinamiche del gioco d’azzardo, coinvolgendo soggetti con danni prefrontali e deficit decisionali (gruppo sperimentale) e soggetti “sani” (gruppo di controllo). Tale compito, secondo gli autori, rispecchierebbe moltissime situazioni quotidiane che, come nel gioco, sono associate a situazioni incerte di punizione e ricompensa e, quindi, a concetti quali il piacere e la regolamentazione dell’equilibrio omeostatico, compresa la necessità di regolazione emotiva (Damasio et al., 1997). Damasio (1996) ha individuato nella corteccia prefrontale ventromediale la regione cerebrale fondamentale per l’apprendimento dell’associazione tra alcune “classi” di situazioni complesse e il tipo di stato bioregolatorio associato (tra cui quello relativo alle emozioni). La porzione ventromediale agirebbe nel mantenere il potenziale emotivo da mettere in moto, attraverso l’azione amigdaloidea, in specifiche situazioni e contesti. Il ragionamento esplicito che precede la presa di decisione, dunque, sarebbe preceduto da un’attivazione inconscia che lo supporta. I giocatori ricevevano quattro mazzi di carte e un prestito di duemila dollari (facsimili). Gli veniva chiesto di giocare in modo tale da perdere la minima quantità di denaro e vincerne il più possibile. Contestualmente veniva registrata la loro risposta di conduttanza cutanea. Girare una carta comportava una vincita immediata di 100 dollari nei mazzi A e B, di 50 dollari nei mazzi C e D. Tuttavia, girare alcune carte comportava anche una penalità, maggiore nei mazzi A e B più che nei mazzi C e D. Dunque, giocare con i mazzi A e B conduceva ad una maggiore perdita, al netto delle maggiori vincite. Al contrario, giocare coi mazzi C e D conduceva ad una maggiore vincita, al netto di maggiori perdite. I partecipanti non erano a conoscenza di quando avrebbero pescato la carta che dava penalità, nessun modo di calcolare quale mazzo avrebbe dato la maggiore vincita e quale la maggiore perdita e nessuna conoscenza rispetto a dopo quante carte sarebbe terminato il gioco (dopo 100 carte). Dopo aver riscontrato alcune perdite, i soggetti con danni bilaterali alla corteccia prefrontale ventromediale, al contrario dei soggetti di controllo, non generavano una risposta di conduttanza cutanea prima di selezionare una carta dai mazzi che portavano a maggiori perdite e non evitavano di pescare da questi mazzi (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Per verificare se i soggetti ragionassero sulla natura del gioco già dopo i primi pescaggi o solo dopo, durante lo svolgimento del compito erano valutate 3 informazioni in 10 partecipanti di controllo e in 6 pazienti: risposta comportamentale, cioè il numero di carte selezionate dai mazzi che portavano a maggiori vincite rispetto a quelli che portavano a maggiori perdite; come anticipato, gli indici di conduttanza cutanea prima che ciascuno pescasse da un mazzo; una risposta verbale da parte di ciascun soggetto sulla natura del gioco e sulla strategia che stavano mettendo in atto. Quest’ultima risposta era registrata ogni 20 carte che il soggetto pescava (aveva già subìto almeno una penalità), ponendo le seguenti domande: “Dimmi tutto quello che sai su ciò che sta succedendo in questo gioco” e “Dimmi cosa ne pensi di questo gioco”. Dopo aver testato tutti e quattro i mazzi, e prima di riscontrare perdite, i soggetti preferivano i mazzi A e B, non generando una risposta di conduttanza cutanea significativa. Dopo aver riscontrato alcune perdite nei mazzi A e B (verso la carta numero 10), i partecipanti “sani” iniziavano a sviluppare una risposta di conduttanza cutanea per questi mazzi. Arrivati alla ventesima carta, tuttavia, tutti sostenevano di non aver ancora capito la logica del gioco. Alla cinquantesima carta, tutti i partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere il proprio sospetto rispetto al fatto che i mazzi A e B fossero rischiosi e manifestavano una risposta di conduttanza cutanea ogni volta che pensavano di scegliere una carta dai mazzi A e B. All’ottantesima carta, molti partecipanti “sani” iniziavano ad esprimere i propri pensieri sul perché, nel lungo periodo, i mazzi A e B portassero a maggiori perdite e C e D fossero quelli con maggiori guadagni. Sette dei dieci partecipanti “sani” monitorati raggiunsero quest’ultimo step di presa di coscienza, continuando ad evitare i mazzi negativi e generando una risposta di conduttanza cutanea ogni qual volta meditassero di pescare una carta dai mazzi negativi. Sorprendentemente, anche gli altri tre dei dieci, pur non raggiungendo questo livello di consapevolezza, fecero delle scelte vantaggiose. I pazienti, anch’essi monitorati, raggiunsero questo livello di consapevolezza ma, nonostante ciò, perseveravano nello scegliere le carte dai mazzi che portavano a maggiori perdite (A e B) e non generavano una risposta di conduttanza cutanea preventiva. Da questi risultati, gli autori conclusero che la rappresentazione sensoriale di una situazione che richiede la presa di decisione porti a due catene di eventi, paralleli ma anche interagenti (Bechara, Damasio, Tranel e Damasio, 1997). Nella prima, o la rappresentazione sensoriale della situazione o
DCA, Anoressia e Bulimia: il pericolo dei profili recovery

Abbiamo già affrontato il delicato rapporto di interconnessione tra i social networks e i disturbi del comportamento alimentare DCA. Negli ultimi tempi, i social sono diventati una vetrina per raccontare, spiegare e documentare i disturbi mentali. Se da un lato questa tendenza contribuisce a vincere il tabù che aleggia attorno al tema della salute mentale, dall’altro rischia un effetto boomerang. La narrazione del disagio psichico è spesso romanzata e patinata e mira ad una disperata ricerca di attenzione e visibilità. Altre volte invece queste testimonianze assumono contorni preoccupanti perché scatenano ammirazione ed emulazione. In particolare, stanno facendo molto discutere ultimamente i profili recovery. I “profili recovery” sono diari alimentari digitali in cui giovani affetti da DCA documentano la propria guarigione, postando ogni tappa del percorso. In Italia ce ne sono più di cinquemila, affollano il web con immagini super instagrammabili di cibo opportunatamente pesato, impiattato e postato sui social. L’hashtag #recovery racconta storie di anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare, tra spettacolarizzazione della disturbo e conta delle calorie. Questi profili nascono con la nobile intenzione di creare dei gruppi virtuali di sostegno in cui gli utenti si incoraggiano a vicenda per guarire. Tuttavia nascondono dei pericoli e possono rivelarsi addirittura controproducenti. La maggior parte dei profili recovery racconta la quotidianità con una grande attenzione all’estetica, postando ricette salutari e proponendo uno stile di vita healthy. Questa idea di perfezione e disciplina, scatena negli utenti affetti da DCA un misto di ammirazione, emulazione e frustrazione. “Perché loro sono così perfetti e io no? Perché loro riescono e io no?”Per persone che stanno vivendo di per sé un momento di fragilità, cadere nella trappola del fallimento e del senso di inadeguatezza è molto facile.
Davvero le altre coppie sono più felici di noi?

Joshua Coleman è uno psicologo e ricercatore presso il Council on Contemporary Families. Ho letto un suo recente articolo sul tema del confronto: tutti noi siamo portati a paragonare la nostra esperienza con quella degli altri e molto spesso sovrastimiamo la loro felicità, il loro benessere o le loro competenze. Coleman parla, in particolare, della propria esperienza come terapeuta di coppia e rivela che molto spesso le coppie in terapia idealizzano le altre coppie, di amici o conoscenti. Questo succede, in maniera più o meno intensa, a tutti gli esseri umani: paragonarci agli altri è tipico della nostra natura sociale. I periodi di noia, di fatica e di insoddisfazione, in una relazione di coppia, sono tuttavia un dato prevedibile; da considerare fisiologico, più che preoccupante. John Gottman, professore emerito di psicologia dell’Università di Washington, ha determinato, con una lunga ricerca sul campo, che ben il 69% dei problemi tra i membri di coppie sposate non viene in realtà mai risolto: gli scontri si verificano nella maggior parte dei casi su problemi di comunicazione, di denaro, di genitorialità o di divisione dei lavori domestici, che spesso restano tali. Si può invece intervenire sulla percezione e sulle modalità di azione e reazione. Perché ciò che distingue le coppie felici da quelle infelici non è il conflitto quotidiano in sé, ma il modo in cui ciascuna parte pensa ai dissapori e alle litigate e a come le interpreta nel rapporto con l’altro. E per quanto riguarda l’intesa intima? L’idea che le altre coppie abbiano una relazione fisica migliore, più eccitante, o forse solo più intensa, è molto comune, secondo le ricerche. Ma come sembrano concordare numerosi studi sociologici, i dati rilevano come il periodo più passionale per la grande maggioranza delle coppie sia di solito il primo anno della relazione; nel tempo, gli incontri con il partner avvengono una volta alla settimana e poi su base sempre più irregolare. Anche qui, la nostra tendenza al confronto, ci porta fuori strada nelle opinioni che abbiamo degli altri e delle loro relazioni.: il confronto sociale è la migliore ricetta per l’infelicità: non è difficile pensare a quanto fanno i social in questo campo, nell’aumentare i confronti e l’insoddisfazione degli individui e delle coppie. In ogni caso, sapere che nella maggioranza assoluta dei casi tendiamo a sovrastimare l’erba del vicino, come già la saggezza popolare sostiene da sempre e come dimostrato dai risultati delle ricerche piscologiche e sociali, può aiutare a capire che spesso ci illudiamo, a nostro unico svantaggio: non possiamo infatti conoscere la verità delle relazioni delle altre coppie dall’esterno. Possiamo imparare a ridimensionare e a osservare: si può apprendere molto dalle coppie che sembrano fare sia meglio sia peggio di noi. È un ottimo antidoto contro la trappola del confronto a nostro sfavore: molte ricerche sottolineano come i coniugi esaminati, ascoltando le storie degli altri, abbiano provato sollievo e sorpresa nello scoprire che non erano gli unici a Questo ha notevolmente ridotto la sensazione di isolamento e di disapprovazione che provavano verso sé stessi e il proprio compagno o la propria compagna. In sostanza, dietro le vite apparentemente ideali, della nostra o delle altre coppie, ci sono sofferenze e battaglie: come quelle di tutti gli altri. Mal comune, mezzo gaudio, dunque? No, di certo. Ma avere una dimensione più realistica di ciò che avviene statisticamente nelle vite degli altri, aiuta a comprendere, accettare e dare più valore alle nostre relazioni; e a giudicarle in modo più comprensivo e meno severo. E forse con un po’ di ottimismo in più.