DaD: la scuola durante la pandemia

Una panoramica sul vissuto degli insegnanti e degli studenti di Giada Mazzanti Da ormai più di un anno il COVID-19 attanaglia non solo l’Italia ma tutto il mondo provocando vittime e costringendoci a rivoluzionare ogni aspetto della vita. Uno dei tanti effetti delle norme per evitare il dilagare dell’infezione consiste nel “vivere la casa” ventiquattro ore su ventiquattro. Tali norme impongono il condensare tra le mura domestiche i vari luoghi esterni alla casa come il lavoro, lo svago, la scuola; in alcuni casi le abitazioni hanno spazi insufficienti per creare un ambiente di lavoro per ogni membro della famiglia. Da questi presupposti si potrebbero trattare moltissimi argomenti ma concentriamoci sulla tematica scuola, in particolare sugli insegnanti e gli alunni. A marzo 2020 l’attività didattica era stata completamente sospesa per ogni grado scolastico nella speranza di riprenderla dopo poche settimane. La ripresa non è stata possibile e le scuole si sono mosse, in modo non uniforme, per poter fornire l’istruzione. I problemi sono emersi immediatamente: non tutti possedevano un dispositivo, nel caso ci fosse stato, era unico per più bambini causando la non totale e continuativa partecipazione alle lezioni delle classi, inoltre non tutti non avevano una copertura internet adeguata (fondamentale per questo tipo di didattica); d’altro canto gli stessi insegnanti trovavano difficoltà nell’interfacciarsi con gli strumenti, l’aumento del carico di lavoro aumentava lo stress e la frustrazione di non riuscire a gestire la classe come avrebbero fatto in presenza. In complesso le lezioni risultavano farraginose e complesse nonostante la buona volontà di tutti. In questo contesto non è difficile immagine il grande disagio sia degli insegnanti che degli studenti. A tal proposito la letteratura suggerisce che l’attuale pandemia, essendo così prolungata possa portare ingenti effetti sulla salute sia fisica che mentale e in generale minare il benessere della persona, compresi studenti e insegnanti (OECD, 2020). In particolare, negli insegnanti, il disagio può derivare sia dai rischi per la salute propria e dei propri cari, sia dall’aumento del carico di lavoro legato alle nuove modalità di insegnamento, richieste in modo improvviso e in assenza di una formazione adeguata. Lavorare in questa situazione è un fattore di rischio per la possibile insorgenza di burnout. La ricerca condotta presso l’ateneo bolognese (Matteucci; 2021) evidenza diversi fattori di rischio per la figura dell’insegnante, oltre all’eccessivo carico di lavoro per la preparazione delle lezioni c’è da tenere presente che la gestione dei comportamenti degli alunni diventa più complessa come anche la gestione dei conflitti tra gli insegnanti e il mancato riconoscimento sociale della propria figura professionale. Vengono annoverati anche dei fattori di rischio più strettamente collegati alla DaD come la difficoltà nell’utilizzo delle tecnologie o anche nell’ottenere lo stesso livello di partecipazione degli studenti. Fortunatamente sono stati riscontrati anche dei fattori protettivi come l’aumento dell’autoefficacia legata anche al piacere del coinvolgimento lavorativo e dal supporto sociale fornito ma anche il fatto che si possano individualizzare maggiormente le attività e che si abbia un orario maggiormente flessibile. Parlando degli studenti si registra lo stesso tasso di frustrazione e in molti casi anche la paura di non riuscire a tornare a una normalità o anche l’ansia legata alla persecutorietà della pandemia. Questi stati di malessere possono manifestarsi con diversi comportamenti come attuare un eccessivo attaccamento, avere paura che i famigliari si possano ammalare, essere distratti, fare domande in modo ossessivo e su temi depressivi ma anche mostrando irritabilità. Ai bambini e ai ragazzi la situazione attuale priva della routine sia scolastica che non e principalmente nelle ore scolastiche in DaD si nota la fatica del non riuscire a mantenere il legame con i compagni ma anche con gli insegnati, di non riuscire a concentrarsi in quanto l’ambiente domestico fornisce molte distrazioni, difficoltà con la connessione internet ma anche la maggiore fatica a partecipare attivamente durante le lezioni (Izzo, 2020). Non solo, la pandemia impatta sulla salute dei bambini attraverso differenti fattori. In primo luogo il distanziamento sociale ha un effetto sullo sviluppo psico-emotivo e relazionale; se si guarda ai preadolescenti e adolescenti il rischio viene riscontrato maggiormente in quanto è un periodo in cui la socialità e il rapporto con i coetanei è fondamentale per formare se stessi e sperimentarsi. È un vero e proprio compito evolutivo e la scuola oltre a formare le menti forma anche la persona inserendo i ragazzi nel contesto sociale. L’impossibilità di sperimentazione e relazione con l’ambiente esterno alla famiglia e di pari comporta l’aumento dell’isolamento dei ragazzi in camera trascorrendo il tempo sui social network per supplire la mancanza della socialità; questo però potrebbe essere un secondo fattore di rischio. Di conseguenza la relazione intra-familiare risente di maggiori conflitti. Un secondo fattore di rischio potrebbe essere legato all’eccessivo uso dei dispositivi tecnologici e in particolare dell’uso non consapevole dei social network. Essi sono fondamentali in questo periodo in quanto permettono di mantenere dei “legami virtuali” e poter perpetuare l’insegnamento ma questa modalità ha insita in sé alcune potenziali criticità. L’apprendimento avviene tramite la relazione e attraverso il computer non si riesce a creare lo stesso tipo di “connessione”, risultando l’insegnamento svuotato della sua componente principale. Questo aspetto comporta un decadimento della motivazione. In più i ragazzi come momento di svago tendono a rimanere connessi rischiando di incorrere nelle classiche problematiche del web. Dai primi punti ne consegue l’ultimo: rischio di regressione psico-evolutiva. Il vivere in queste condizioni in cui la sperimentazione di sé, la costruzione di routine e la progettualità vengono a meno possono far comparire tendenze depressive orientate in particolar modo a indolenza e refrattarietà rispetto ai compiti e alla responsabilità. Si creano quindi le potenziali condizioni per l’attuazione di comportamenti autolesivi di varia natura, ma anche per comportamenti aggressivi legati a vissuti di rabbia, di frustrazione e di assenza di prospettiva in quanto questa situazione sembra non avere una conclusione prossima. La situazione storico-sociale che caratterizza il periodo attuale è molto complessa, porta a una discussione delle abitudini ma anche al confrontarci con delle possibili criticità di sviluppo. È bene riflettere anche sui possibili fattori positivi come l’ampliamento
DAD e psicologia: tra innovazione digitale e lacune relazionali

Lo scenario psico-sociale degli ultimi due anni ha cambiato profondamente il mondo scolastico già proiettato verso la scuola digitale, docenti e alunni a causa dell’emergenza pandemica si sono trovati ad affrontare la transizione tecnologica nel minor tempo possibile. L’adozione della didattica a distanza come modalità di insegnamento e apprendimento alternativo si è rivelata una grande opportunità nell’ambito dell’istruzione, ma anche un grande rischio per la salute psicologica di ragazzi, genitori e docenti.L’elemento che maggiormente ha caratterizzato quest’esperienza è sicuramente l’assenza di contatto umano che regola la creazione delle relazioni e lo sviluppo dell’empatia. Il confronto con l’altro e in particolare con il gruppo dei pari, è un tassello fondamentale per la costruzione dell’identità.La mancanza di relazione e l’isolamento vissuto davanti allo schermo portano gli studenti ad una fruizione passiva e poco stimolante dei contenuti formativi, la soglia di attenzione cala notevolmente e gli insegnanti da remoto fanno fatica a cogliere quei segnali tipici della comunicazione non verbale che fanno da feedback nel processo di apprendimento. L’utilizzo della tecnologia può presentare dei rischi anche per i nativi digitali: diventa fonte di stress e frustrazione se condiziona negativamente l’esperienza didattica; la costante presenza sui dispositivi (per ragioni didattiche o per svago), incrementa la possibilità di distrarsi e in concomitanza con la condizione di isolamento può sfociare progressivamente in dipendenza. Anche per i docenti la DAD presenta dei notevoli pericoli: dall’ansia da prestazione al burnout derivante dalla condizione di iperconnessione,fino al senso di inadeguatezza dovuto all’incapacità di gestire gli strumenti digitali da un giorno all’altro, che incide notevolmente sull’autostima e sul grado di soddisfazione lavorativa. La soluzione per una Scuola Digitale che possa garantire buone performance educative e tutelare la salute psico-fisica dell’intero sistema scuola, è un’attività preventiva di educazione digitale e accompagnamento alla transizione tecnologica. In questo modo sarà possibile creare degli equilibri sani e duraturi e scandire tempi e modi tra vita didattica online e vita offline.
Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.
Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte I

Il Cyberbullismo è un fenomeno dilagante che ogni giorno diventa più diffuso e pericoloso.Il termine “cyber” afferisce a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia o che ne deriva, mentre per “bullismo” si intende il perpetrarsi di comportamenti malevoli ai danni di una vittima che non ha la possibilità di difendersi. Nel 2006 Peter K. Smith e collaboratori definirono il cyberbullismo come: “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi”. (Smith et al., 2008). Questa modalità differisce dal bullismo tradizionale per alcuni aspetti distintivi: innanzitutto la possibilità da parte del cyberbullo di agire in forma anonima, il che contribuisce ad una sorta di “deresponsabilizzazione” degli atti compiuti; la condivisione e diffusione tempestiva, esponenziale e virale di contenuti lesivi nei confronti della vittima; il numero illimitato di spettatori e la possibilità di perpetrare l’attività dannosa all’infinito, mettendo online filmati o contenuti che riguardano il soggetto bullizzato. Gli effetti del Cyberbullismo assumono il carattere di una vera e propria persecuzione e sono devastanti per tutti gli attori coinvolti nel processo.Il cyberbullo, che spesso è stato a sua volta vittima di violenza o bullismo, presenta generalmente difficoltà nelle relazioni sociali. La sua condotta di estrema prepotenza può essere associata al disturbo antisociale di personalità, mentre l’eccessiva aggressività può essere una spia del consumo di sostanze stupefacenti. La vittima vive in un perenne stato di ansia, presenta difficoltà cognitive a livello di attenzione e concentrazione e può soffrire di attacchi di panico, stati fobici e depressivi e avere idee o atti suicidari. Gli spettatori sono testimoni involontari, vedono minacciato il proprio benessere emotivo, percepiscono l’ambiente come minaccioso e violento, si sentono spaventati e impotenti e vivono la paura di subite attacchi analoghi. Nel prossimo articolo approfondiremo le diverse forme di cyberbullismo, come fare a riconoscerne i segnali e come intervenire per prevenire e contrastare questo fenomeno.
Cyberbullismo e responsabilità sociale

Secondo la definizione del Miur “il cyberbullismo definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, foto, video, email, chat rooms, instant messaging, social network, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi”. Secondo quanto emerso dalla VI rilevazione 2022 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), circa il 15% degli adolescenti tra 11 e 15 anni ha dichiarato di essere stato vittima almeno una volta di atti di bullismo e di cyberbullismo. Più frequenti nelle ragazze e tra i più giovani, con proporzioni di circa il 20% negli 11enni che progressivamente si riducono al 10% nei più grandi. Il fenomeno del cyberbullismo è in crescita nelle ragazze e nei ragazzi di 11 e 13 anni. Gli episodi di cyberbullismo sono sempre più dilaganti, ma non solo tra i giovanissimi. Secondo quanto emerso dal report “Osservatorio indifesa 2022-23” realizzato da Terre des Hommes, in Italia il 47,7% di ragazze e ragazzi tra 14 e 26 anni è vittima di bullismo e cyberbullismo. Gli effetti di questo tipo di violenza tra pari generano perdita di autostima e di fiducia negli altri nel 38% dei rispondenti, oltre a isolamento e allontanamento dal resto dei coetanei (21%). Il 21% nota un peggioramento del rendimento scolastico o il rifiuto della scuola. Il 19% tra ragazze e ragazzi dice di aver sofferto di ansia sociale e attacchi di panico, e tra gli effetti subiti dalle vittime di bullismo ci sono anche disturbi alimentari (12%) depressione (11%) e autolesionismo (8%). Un gran numero di studi esistenti si concentra sul problema del cyberbullismo tra gli adolescenti, ma relativamente pochi studi si concentrano sugli studenti universitari. Infatti, il problema del cyberbullismo tra gli studenti universitari non solo è molto diverso da quello tra gli adolescenti ma anche sempre più acuto. Alcuni ricercatori hanno riassunto la motivazione interna del cyberbullismo degli studenti universitari. In primo luogo, il cyberbullismo è la dissonanza cognitiva dell’individuo causata dall’intensità emotiva di puri attacchi dannosi. La realtà dell’esperienza della violenza passata sulle piattaforme dei social network potrebbe indurre un senso di frustrazione e rabbia, che a sua volta potrebbe spingere le persone a impegnarsi nel cyberbullismo come atto di vendetta. Studi precedenti hanno costantemente sostenuto che la tendenza al disimpegno morale è il tratto della personalità più significativo che porta al cyberbullismo giovanile. Il disimpegno morale si riferisce alla tendenza cognitiva degli individui a razionalizzare il proprio comportamento in un certo modo per minimizzare la dannosità delle proprie azioni quando commettono comportamenti immorali. L’effetto predittivo positivo del disimpegno morale sul cyberbullismo suggerisce che se gli studenti universitari hanno un alto senso di responsabilità sociale, che è un tipico tratto della personalità e un processo psicologico che è l’esatto opposto del disimpegno morale, dovrebbe teoricamente essere difficile produrre comportamenti tendenti all’aggressività vendicativa e al giudizio morale irrazionale, e viceversa. Tuttavia, la relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo e la perpetrazione del cyberbullismo tra gli studenti universitari deve essere confermata. La ricerca di Zhan, Yang e Lian (2022) ha analizzato tale relazione. Lo scopo di questo studio è indagare sulla relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo e la perpetrazione del cyberbullismo da parte degli studenti universitari e se questa relazione è moderata dalla responsabilità sociale. Il campione dello studio era composto da 1.016 studenti universitari cinesi di età compresa tra 19 e 25 anni, sottoposti a test riguardo vittimizzazione del cyberbullismo, perpetrazione del cyberbullismo e responsabilità sociale. In estrema sintesi, I risultati della ricerca di Zhan, Yang e Lian (2022) hanno indicato che la vittimizzazione del cyberbullismo è positivamente correlata alla perpetrazione del cyberbullismo e che questa relazione è mediata dalla responsabilità sociale. In altre parole, più attacchi, vergogna e inganni gli studenti esperiranno online, più saranno propensi ad infliggere tali sofferenza online nei confronti di altri studenti. L’esposizione ripetuta alla stimolazione violenta delle informazioni aumenterà la componente aggressiva dell’atteggiamento, delle aspettative, della percezione e del comportamento dell’individuo, che quindi causerà la desensibilizzazione dell’individuo all’aggressività, che imparerà gradualmente e rafforzerà il comportamento aggressivo quando verrà attaccato online. In assenza di modi appropriati per far fronte attivamente alle esperienze emotive negative della violenza, è più probabile che gli individui si impegnino in comportamenti aggressivi, come il bullismo online contro vittime innocenti. I risultati dello studio mostrano come la responsabilità sociale ha mediato la relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo da parte degli studenti universitari e la perpetrazione del cyberbullismo. Anche se gli studenti universitari subiscono violenza online, se hanno un alto senso di responsabilità sociale, intraprenderanno più azioni in linea con le norme morali e sociali della società online. Questi risultati hanno anche un’implicazione pratica su come intervenire e ridurre il cyberbullismo, ad esempio, sia l’istruzione scolastica che l’educazione familiare dovrebbero prestare attenzione a ridurre o eliminare l’influenza negativa dell’esperienza passata di vittimizzazione online e implementare la formazione per migliorare l’atteggiamento, la cognizione e il comportamento della responsabilità sociale nel percorso morale degli studenti, universitari e non. Fonti Zhan J, Yang Y and Lian R (2022) The relationship between cyberbullying victimization and cyberbullying perpetration: The role of social responsibility. Front. Psychiatry 13:995937. doi: 10.3389/fpsyt.2022.995937
Cyberbullismo e le competenze socio-emotive

Il bullismo è un fenomeno dilagante, di cui moltissimi ragazzi e ragazze ne sono vittime. Con il maggiore utilizzo delle tecnologie digitali tra giovani e giovanissimi, tale fenomeno si sviluppa sempre più sulla rete. Questo comportamento generando uno specifico tipo di bullismo: il Cyberbullismo. Sempre più ricerche sostengono che le competenze sociali ed emotive abbiano un ruolo cruciale nel cyberbullismo. Che cos’è il cyberbullismo? Secondo la definizione del Miur “il cyberbullismo definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, foto, video, email, chat rooms, instant messaging, social network, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi”. Il cyberbullismo può avere gravi ripercussioni fisiche e psicologiche, ad esempio sintomi psicosomatici e depressivi, ansia, comportamenti autolesionistici e abuso di sostanze. Il cyberbullismo è caratterizzato da molte specificità che lo distinguono dal bullismo tradizionale. Kwan e Skoric (2013) descrivono tre caratteristiche uniche che sono diverse dal bullismo tradizionale: (a) c’è un pubblico più ampio che può vedere l’umiliazione della vittima, (b) Internet ha una capacità illimitata, il contenuto offensivo è disponibile per un tempo più lungo, può essere scaricato e caricato ripetutamente e (c) i cyberbulli possono essere anonimi. Poiché le competenze socio-emotive hanno un ruolo significativo nel bullismo tradizionale, ad esempio empatia e disimpegno morale, la ricerca attuale mira a esplorare se queste competenze influenzano anche la formazione del cyberbullismo. Cosa sono le competenze socio-emotive? Le competenze socio-emotive riguardano la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, saper sviluppare empatia con chi ci circonda grazie all’apprendimento delle emozioni altrui, prendere buone decisioni, costruire amicizie, gestire efficacemente le situazioni sfidanti. Queste possono essere suddivide in tipologie: consapevolezza di sé, capacità di autoregolarsi, consapevolezza sociale, abilità relazionale e capacità di prendere decisioni responsabili. Studi recenti sostengono che la mancanza di capacità socio-emotive negli adolescenti contribuisce al coinvolgimento nelle attività di cyberbullismo. La mancanza di empatia, ad esempio, potrebbe spiegare il comportamento di cyberbullismo tra gli adolescenti. Osservando le esperienze, i sentimenti o il dolore di un’altra persona, l’empatia consente alle persone di vedere le cose dalla loro prospettiva e di provare emozioni vicarie simili. I cyberbulli non sono in grado di comprendere e sentire le emozioni vicarie degli altri. Inoltre, i cyberbulli non solo mancano di empatia nel dominio affettivo, ma mancano anche della capacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri. Oltre all’assenza di empatia, anche la mancanza di regolazione emotiva e l’attivazione selettiva e il disimpegno degli standard interni e morali sono fattori importanti nel cyberbullismo. Ruolo delle competenze socio-emotive e cyberbullismo Lo studio di Arató, Zsidó, Lénárd e Lábadi (2020) ha avuto l’obiettivo di esplorare le specifiche strategie di regolazione delle emozioni disadattive che caratterizzano le cybervittime e di chiarire il ruolo dell’empatia nella cybervittimizzazione. Inoltre, un altro obiettivo era esplorare se il disimpegno morale caratterizza i cyberbulli in assenza di capacità di regolazione delle emozioni empatiche e adattive. 524 studenti di età compresa tra 12 e 19 anni hanno partecipato alla ricerca, in cui sono stati utilizzati questionari di autovalutazione. I risultati principali mostrano che il cyberbullismo è associato a difficoltà nelle competenze socio-emotive. I cyberbulli e le vittime dei bulli dimostrano una reattività meno empatica e mostrano un maggiore disimpegno morale rispetto ai non cyberbulli. I cyberbulli non sono in grado di cogliere la prospettiva degli altri o provare emozioni vicarie. Inoltre, si è osservato come il disimpegno morale è associato alla perpetrazione di cyberbullismo; tuttavia, il disimpegno morale ha caratterizzato non solo i cyberbulli ma anche le vittime di bullismo. D’altra parte, le vittime di cyberbullismo tendono a utilizzare strategie di regolazione delle emozioni sia adattive che disadattive per far fronte alle loro emozioni negative, come ruminazione, auto-colpa, accettazione e pianificazione. Inoltre, le vittime di cyberbullismo hanno una maggiore empatia cognitiva e affettiva rispetto ai cyberbulli e alle vittime di bullismo. Conclusione I risultati hanno dimostrato l’importanza dell’empatia, delle strategie di regolazione delle emozioni e del disimpegno morale sia nella perpetrazione di cyberbullismo che nella cybervittimizzazione. È fondamentale, quindi, promuovere ed implementare l’apprendimento socio-emotivo tra bambini e adolescenti, sia nelle scuole che nell’ambiente familiare. Promuovendo tali capacità, i cyberbulli e le vittime di bullismo possono essere in grado di imparare a comprendere gli altri e i propri stati affettivi. Livelli più elevati di empatia affettiva e cognitiva, intenzione di confortarsi con gli altri e regolazione adattiva delle emozioni potrebbero essere fattori protettivi contro il cyberbullismo. In conclusione, comprendere i ruoli specifici delle abilità socio-emotive può aiutare a comprendere le dinamiche alla base del cyberbullismo e può fungere da base per programmi di prevenzione e intervento. Fonti Arató N, Zsidó AN, Lénárd K and Lábadi B (2020). Cybervictimization and Cyberbullying: The Role of Socio-Emotional Skills. Front. Psychiatry 11:248. doi: 10.3389/fpsyt.2020.00248 Kwan GCE, Skoric MM (2013). Facebook bullying: An extension of battles in school. Comput Hum Behav, 29:16–25. doi: 10.1016/j.chb.2012.07.014 Ang RP, Goh DH (2010). Cyberbullying among adolescents: The role of affective and cognitive empathy, and gender. Child Psychiatry Hum Dev, 41(4):387–97. doi: 10.1007/s10578-010-0176-3 https://www.miur.gov.it/bullismo-e-cyberbullismo
Cultura dell’Adozione

di Barbara Barbieri Parlare di adozione non è mai semplice.Ci sono esperienze meravigliose e adozioni non riuscite che fanno soffrire tutte le parti in causa e riflettere costantemente chi se ne occupa sul come, perché, quando è utile adottare. Vediamo qui i principi cardine imprescindibili su cui si basa l’adozione.La convenzione dell’Aia (29 maggio 1993) è un regolamento accettato liberamente dagli Stati firmatari con lo scopo di vincolare gli Stati aderenti al rispetto degli stessi principi e delle stesse procedure in materia di adozione.Principi su cui si fonda:1) Criterio di sussidiarietà:Consiste nel riconoscimento del diritto del minore a vivere e crescere prima di tutto all’interno della famiglia di origine.Da cui ne consegue che chi si occupa di adozione procede come segue: Il primo impegno è di consentire alla famiglia di origine di tenere con sé il figlio che ha generato, quindi ci si adopera, se possibile, affinché il bambino resti nella sua famiglia; anche allargata dando il sostegno necessario,psicologico, sociale o economico, e/o a promuovere l’affido temporaneo cercando parallelamente di risolvere eventuali situazioni precarie, ecc. Se non è possibile lasciarlo nella sua famiglia, si cerca di non sradicarlo culturalmente: adozione nazionale. Se anche questa possibilità viene meno si procede all’adozione internazionale come ultima risorsa per garantire al bambino il diritto di avere una famiglia.2) Riconoscimento che l’interesse prevalente in ogni ipotesi di adozione internazionale è quello del minore. Chiunque si occupi di adozione ha il dovere di operare partendo dalle attese del minore e si deve sempre porre come suo intermediario, suo interprete e suo scudo. Questo è valido per tutti gli operatori: psicologi, assistenti sociali, tribunali, enti autorizzati e a maggior ragione per i futuri genitori. Non significa sottovalutare le problematiche della coppia. Spesso chi adotta, lo fa partendo da una sua storia personale con ben precisi motivazioni ed ha il diritto di essere trattato con il massimo rispetto. Significa ricordare che non vi è alcun diritto per la coppia nell’adozione, il diritto è del minore di avere una famiglia che lo aiuti a crescere. La profonda differenza sta nel fatto che il genitore fa una scelta matura e consapevole, anche se con precise motivazioni alla base, il bambino subisce l’abbandono ed ha sempre un’età che non gli permette di comprendere a fondo le ragioni della sua realtà. L’interesse della famiglia viene preso in considerazione se e quando coincide con l’interesse primario del bambino. Ai genitori è richiesta disponibilità e compatibilità. Adottare significa per una coppia dare un’offerta di disponibilità da utilizzarsi nel momento in cui ci sarà un bambino che ne ha bisogno, tale disponibilità viene maturata e appieno attraverso il percorso dei coniugi con i servizi sociali, che vi portano ad affrontare e superare le loro eventuali problematiche individuali o di coppia e a fornirgli una qualità diversa dell’essere genitore.L’adozione, infatti, presuppone un’educazione della coppia alla genitorialità attraverso un percorso di consapevolezza che fornisca gli strumenti adeguati per capire il bambino e per rispondere alle sue necessità di salute fisica, ma soprattutto psicologica. La compatibilità è maturata, invece, attraverso il percorso con gli enti autorizzati che focalizzano l’attenzione sull’incontro con il bambino e con tutte le variabili legate all’accoglimento di un bambino straniero: burocratiche,culturali eccetera. Accogliere un bambino straniero significa fare proprio anche il suo contesto di origine. Per fare questo è necessario una comprensione profonda dei concetti di uguaglianza di tutti i bambini e di disponibilità affettiva intesa come sensibilità ed apertura tali da offrire la massima garanzia che il minore sarà accettato con la sua personalità, il suo carattere e la sua storia. La maturazione avviene attraverso un percorso cheporta ad uno spazio mentale nella coppia dove il bambino possa portare se stesso con la sua unicità. La competenza psicologica dei genitori adottivi è la base da cui partire per poter pensare di aiutare il bambino a costruire una storia condivisa ed accettabile dell’abbandono, ma anche di riconoscere la sua diversità culturale. A loro è richiesto un percorso in cui avvenga una buona elaborazione delle motivazioni profonde che li muovono a questa scelta, attraverso l’analisi dei vissuti di lutto legati al silenzio del corpo o a qualunque altra causa di dolore, rabbia o frustrazione. Solo una buona elaborazione consente, infatti, di utilizzare la propria storia di coppia in modo creativo e non difensivo cioè utilizzare la storia genitoriale come risorsa per dare un significato alla creazione della famiglia adottiva.L’adozione è anche un fenomeno sociale poiché il bambino e la famiglia, nel senso più allargato, dovranno confrontarsi con l’inserimento nel contesto sociale, culturale e scolastico. Il percorso non è facile perché è spesso frustrante e doloroso. La dinamica ricorrente è un equilibrio dinamico che vede l’alternanza di una vita familiare piena e ricca di momenti affettivi condivisi, unici e specialissimi dove l’altro è simile a sè (sia esso figlio o genitore), ma ad ogni momento evolutivo è necessario essere pronti a confrontarsi nuovamente con la separazione e la diversità. Si deve essere disponibili ad un cambiamento, individuale, di coppia, di famiglia.Il presupposto logico e giuridico di ogni procedura di adozione è dare una famiglia ad un minore che si trova in una situazione di abbandono non provocato e non sanabile, il risultato finale è la creazione di una famiglia che mette insieme le risorse dei genitori e del bambino con l’intento di darsi affetto reciproco.
Cronos e Kairos: il tempo nella psicologia e nella psicoterapia

Quando una persona entra in terapia, porta con sé non solo la propria storia, ma anche il proprio modo di vivere il tempo. C’è chi arriva sentendosi in costante ritardo, sempre in affanno, come se la vita fosse una corsa senza sosta; Altri, invece, raccontano di attese infinite, di un tempo che sembra non passare mai. In entrambi i casi, emerge una tensione che i Greci avevano descritto in due figure distinte: Cronos e Kairos. Chi sono Cronos e Kairos? Cronos è il tempo che scorre, quello degli orologi e delle agende. È il tempo che permette di organizzare, pianificare, rispettare impegni. In terapia lo incontriamo nei pazienti che scandiscono la propria vita in tappe rigide: “A quest’età avrei già dovuto avere un lavoro stabile… una famiglia… una casa.” Cronos è indispensabile: ci permette di dare continuità e forma ai nostri progetti. Ma quando diventa l’unico orizzonte, rischia di trasformarsi in un tiranno. Quante volte sentiamo dire: “Non ho tempo”, e in quelle parole si nasconde la percezione di una vita compressa, consumata dalla fretta. Accanto a Cronos, però, c’è Kairos: il tempo opportuno, qualitativo, l’attimo in cui qualcosa accade perché trova le condizioni “giuste”. Non lo misuriamo in minuti o ore, ma nell’intensità con cui viene vissuto. È il tempo della pausa che apre uno spazio interiore, dell’incontro che cambia prospettiva, del silenzio che diventa rivelatore. In psicoterapia, Kairos si manifesta nei momenti in cui il paziente riesce a dire finalmente una parola nuova, o a vedere sotto una luce diversa ciò che prima appariva immutabile. Non è programmabile: accade, si coglie, si riconosce. Difatti, se ci limitiamo al tempo cronologico, rischiamo di trasformare la terapia in una sequenza di incontri scanditi dall’orologio, con obiettivi da raggiungere come fossero tappe produttive. Ma se riusciamo a valorizzare Kairos, allora lo spazio terapeutico diventa anche un laboratorio del “tempo vissuto”, dove ciò che conta non è quanto tempo serve, ma cosa accade dentro quel tempo. Il lavoro clinico ci mostra che le persone soffrono non solo per ciò che è accaduto, ma anche per il modo in cui percepiscono lo scorrere del tempo: chi si sente schiacciato dalla fretta e dal dover fare, chi si percepisce bloccato, fermo in un eterno presente. Integrare Cronos e Kairos significa aiutare il paziente a non farsi mangiare dal tempo né restare imprigionato in esso, ma a riconoscere che ogni istante può contenere una possibilità di significato. Quale apporto può dare la psicoterapia? La psicoterapia è un vero e proprio esercizio di equilibrio tra Cronos e Kairos. Un tempo esterno che dà cornice (la durata della seduta, la cadenza degli incontri…) e un tempo interno che, a volte, ci sorprende con un lampo di comprensione, con la possibilità di vedere il mondo da una prospettiva diversa. Come psicologi e psicoterapeuti, la sfida non è tanto scegliere tra i due tempi, ma insegnare a viverli entrambi: Cronos per dare continuità alla vita, Kairos per restituire profondità all’esperienza. Conclusioni Riflettere su Cronos e Kairos significa anche interrogarci su come abitiamo noi stessi il tempo terapeutico. Cronos è la cornice che ci tutela: la durata della seduta, la regolarità degli incontri, un accordo tra le parti che scandisce il lavoro. Ma Kairos è ciò che accade dentro quella cornice, il momento in cui la parola si fa trasformativa e il silenzio diventa generativo. Come professionisti siamo spesso chiamati a trovare un equilibrio delicato: da un lato la necessità di organizzare, contenere, dare continuità; dall’altro la disponibilità a restare aperti al momento giusto, a quell’attimo in cui “qualcosa accade” al di là della nostra pianificazione. Forse, allora, il nostro compito non è soltanto gestire il tempo della terapia, ma anche custodire le condizioni affinchè il tempo opportuno possa emergere. È in questo spazio che la psicoterapia rivela la sua natura più autentica: non solo un lavoro di ricostruzione lineare, ma un incontro capace di aprire possibilità inattese.
Cronaca di una guerra virale sui social: gli effetti sui giovani

Cronaca di una guerra virale sui social, alla portata dei giovani spettatori. La Guerra del nuovo millennio si combatte anche sui social. Tra fake news, sovraesposizione mediatica e infodemia (quantità eccessiva di informazioni presenti sul web), i nostri giovani sono sopraffatti e disorientati. Ogni giorno i social media sono bombardati di informazioni, immagini e video cruenti della guerra tra Russia e Ucraina. Qualunque dettaglio, fotogramma e cruda denuncia attraversa e trafigge il mondo del web, lasciando inermi, confusi e spaventati i giovani spettatori. In questa battaglia i social costituiscono un’arma e una potente risorsa per sfuggire alla censura e portare la propria testimonianza. Tuttavia le notizie arrivano in maniera convulsa e repentina, priva di filtro e diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione. La crudeltà della guerra si scaglia con violenza dinanzi agli occhi di ragazzini che non sono pronti ad accettare e a elaborare un tale orrore. I personaggi politici, oggetto di meme e vignette ironiche assumono un’immagine grottesca e irreale. I contorni della realtà si sfocano fino a prendere le sembianze di una fiction, qualcosa che è impossibile stia realmente accadendo. Per giovani e giovanissimi diventa quasi impossibile comprendere lo scenario attuale in mancanza di un bagaglio culturale adeguato. La storia e gli equilibri geopolitici internazionali sono fondamentali per avere uno sguardo critico su ciò che sta accadendo al mondo.Al tempo stesso sono sprovvisti delle strategie di coping necessarie per elaborare, interpretare e gestire l’ansia e la paura che derivano dalla fruizione di questi contenuti. Il rischio è anche quello di “normalizzare” le immagini della guerra, che si susseguono indifferentemente a video di gattini o influencer sullo smartphone. Un alternarsi costante di stimoli visivi che conduce i ragazzi ad un’alternanza delle emozioni più disparate e difficili da gestire: rabbia, angoscia, paura. In questo caso l’educazione nozionistica deve andare di pari passo con quella emozionale.Ai nostri giovani occorre spiegare ciò che accade da un punto di vista storico e di cronaca, ma non solo. É importante che gli vengano trasmesse le capacità e le risorse emotive necessarie per far fronte ad un momento così delicato.