CONSUMO DI ALCOL NEGLI ADOLESCENTI

di Angelina Iannuzzi Il Natale è un evento speciale e importante che ci porta a condividere momenti con le persone che amiamo; e in cui sono generalmente presenti il buon cibo e il buon bere. È quindi importante menzionare l’importanza di prevenire il consumo di alcol, soprattutto nella popolazione adolescente. La pandemia causata dalla SARS – COV -2 ha prodotto gravi conseguenze sia nella salute fisica che psicologica. Una di queste, è l’aumento del consumo di sostanze che ha colpito non solo gli adulti, ma anche gli adolescenti.È necessaria l’applicazione di nuovi programmi e misure preventive in cui si affrontino i problemi menzionati. Con particolare attenzione sui giovani, senza mettere da parte gli ambiti in cui sono immersi (famiglia, scuola, attività extrascolastiche, ecc.)Dato che molte volte è la mancanza di competenze emotive e sociali che ci porta ad adottare comportamenti dannosi per la nostra salute (come il consumo di alcol), è essenziale tenere conto dell’intelligenza emotiva in questa prevenzione, intesa come capacità per controllare le nostre emozioni (e quelle degli altri), distinguerle e usarle in modo appropriato per guidare il nostro pensiero e comportamento. Pertanto, realizzare futuri programmi di prevenzione che sviluppino tutti i componenti dell’intelligenza emotiva, promuovendo al contempo la psicoeducazione sulle conseguenze fisiche e psicologiche del consumo di alcol, porterebbe gli adolescenti a conoscere se stessi, a comprendersi e a regolare adeguatamente le proprie emozioni; permettendo così, di modellare i loro comportamenti. Scegliendo di fronte a una situazione di consumo di alcol, se così lo desiderano, da una prospettiva consapevole delle ripercussioni di ciò che quello implica. Tale scelta ha un impatto sia negli ambiti sopra menzionati, che in eventi specifici (feste, discoteche, Natale, tra gli altri.)Allo stesso modo, è importante che questi programmi si concentrino sull’ affrontare i fattori protettivi (non solo individuali ma anche educativi, familiari e sociali) nella prevenzione del consumo di alcol negli adolescenti.È preciso includere in questi programmi la sfera educativa e quella familiare, giacché entrambe sono agenti di socializzazione molto importanti per l’adolescente. Nella prima instaura, non solo rapporti interpersonali con il gruppo dei pari, ma anche lì è accompagnato da adulti (tutori, insegnanti, dirigenti). Intanto, è nell’ambiente familiare (secondo lo stile genitoriale di ogni famiglia) che il giovane impara a modellare i propri comportamenti. La prevenzione del consumo di alcol negli adolescenti è un problema che deve essere trattato con la necessità e l’urgenza che richiede. Poiché se lasciamo passare il tempo, le conseguenze possono diventare dannose, dovendo attuare misure che richiederanno un altro tipo di attenzione, portandoci all’intervento.

Conseguenze psicologiche e relazionali derivate dal lockdown nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Il presente lavoro è una breve sintesi dell’intervento di sostegno psicologico e presa in carico genitoriale delle famiglie con minori con Disturbo dello Spettro Autistico, che si è svolto durante lo stato di emergenza COVID-19 e si svolge ancora attualmente, mediante colloquio ai genitori da remoto, realizzato dall’equipe multidisciplinare(1) del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE per ogni singolo paziente. Tali genitori risultano maggiormente esposti allo stress gestionale del minore o ad un senso di “abbandono” in una situazione di emergenza come quella del lockdown. Infatti, la rottura della routine quotidiana, dettata dagli impegni scolastici, riabilitativi e abilitativi dei figli, causata dalla chiusura delle scuole e dalla sospensione dei trattamenti o delle attività ricreative-sportive, ha comportato, e comporta, il sorgere di tutta una serie di criticità che vede gli stessi genitori impegnati in prima linea e non sempre del tutto equipaggiati. Introduzione Lockdown è una parola inglese che si può tradurre in italiano con il termine isolamento, ma anche con quello di blocco. In periodi difficili, come in caso di situazioni sanitarie emergenziali, il lockdown è inteso come l’impedimento temporaneo di entrare e uscire da una specifica zona, o come il blocco di tutte le attività considerate di secondaria importanza per la società. Lo stato di “quarantena di massa”, in via precauzionale, è spesso un’esperienza spiacevole per coloro che la subiscono. Diverse ricerche internazionali effettuate su precedenti epidemie, come quelle della SARS in Asia e Canada del 2003 o del virus Ebola in Africa del 2014, hanno evidenziato gli effetti negativi da un punto di vista psicoemotivo sulla popolazione costretta alla quarantena forzata. La separazione dai propri cari, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato della malattia e la noia possono, a volte, creare effetti drammatici. Sono stati riportati casi di suicidio(2), depressione, esplosioni di rabbia e violenza(3). Da uno studio del 2013 Sprang e Silman(4) hanno confrontato i sintomi di stress post-traumatico in genitori e bambini messi in quarantena con un gruppo di controllo non in quarantena. Da tale ricerca è emerso che i punteggi medi di stress post-traumatico erano quattro volte più alti nei bambini che erano stati messi in quarantena rispetto a quelli che non erano in quarantena. Inoltre, il 28% (27 su 98) dei genitori messi in quarantena in questo studio ha riportato sintomi che giustificavano una diagnosi di un disturbo di salute mentale correlato al trauma, rispetto al 6% (17 di 299) dei genitori che non sono stati messi in quarantena. In un recente articolo pubblicato da Brooks e collaboratori (5) del Department of Psychological Medicine del King’s College di Londra è stato sottolineato quanto sia importante una corretta informazione ai cittadini in quarantena per far comprendere b e n e l a s i t u a z i o n e , e v i d e n z i a n d o l’importanza della scelta di autoisolamento al fine di ridurre l’impatto del contagio. Nello stesso lavoro sono stati evidenziati come fattori di stress: la durata della quarantena, la paura di essere contagiati o di contagiare i propri cari, la frustrazione e la noia derivate dalla restrizione coatta, le forniture inadeguate, sia a livello sanitario sia per quanto riguarda i generi alimentari, e una cattiva informazione dovuta ad una mancanza di linee guida precise da seguire. Ancora, diversi studi hanno evidenziato che la perdita finanziaria a causa della quarantena h a c r e a t o u n g r a v e d i s a g i o socioeconomico(6) e che la mancanza di una solida base economica in famiglia ha costituito un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi di disturbi psicologici(7) anche diversi mesi dopo la quarantena stessa. (8)Potenzialmente correlati alla perdita finanziaria, i partecipanti con un reddito familiare annuo combinato inferiore hanno mostrato quantità significativamente più elevate di stress post-traumatico e sintomi d e p r e s s i v i . Qu e s t i s i n t omi s o n o probabilmente dovuti al fatto che quelli con reddi t i più bassi avevano maggior i probabilità di essere colpiti dalla perdita temporanea di reddito rispetto a quelli con redditi più alti.(9) Aspetti psicologici e relazionali Lo stress individuale in stato di quarantena forzata si riflette e viene riflesso sulle relazioni interpersonali, in primis in famiglia. Le famiglie italiane in seguito al DPCM del 9 marzo 2020 hanno dovuto confrontarsi con una riorganizzazione dei propri equilibri r e l a z i o n a l i d a u n p u n t o d i v i s t a psicoemotivo, funzionale e gestionale. Lo stare, all’improvviso, “tutti in casa”, con la conseguente rimodulazione della quotidianità personale e familiare e il non sapere la durata del l ’emergenza COVID 19, con i l conseguente lockdown, genera un forte senso di stress ed ansia, richiedendo ad ogni singolo membro una fase di adattamento al cambiamento dei propri ritmi e dei propri spazi vitali. La sospensione del lavoro, la modalità smart working e in alcuni casi la cassaintegrazione o la perdita del lavoro da un lato, e la chiusura delle scuole, delle attività ludico-ricreative-sportive dall’altro, costringono tutti i componenti della famiglia a dover rinunciare alla propria routine e a dare, soprattutto psicologicamente, un nuovo senso alla propria giornata. Alla coattività consegue un aumento in positivo o in negativo dei vissuti personali, in base alle emozioni provate, ma anche una criticità, intesa come rafforzament o o come inasprimento, delle relazioni interpersonali. Ad esempio, una persona serena può vivere questa “sospensione” come un tempo per dedicarsi ad altro o ai propri cari ma per contro chi è triste può provare maggiore sofferenza o negatività, così come i conflitti coniugali o intergenerazionali, già presenti, si possono esasperare, portando ad escalation simmetriche difficili da disinnescare. Secondo le teorie sistemico-relazionali la famiglia è un sistema aperto ed in continua trasformazione, con una propria evoluzione nel tempo e con un proprio

Conseguenze psicologiche della positività al Covid: quali pensieri ed emozioni?

Ormai lo stiamo provando sulla nostra pelle, la pandemia da COVID-19 ha avuto e continua ad avere effetti significativi sulla vita di tutti. Ansia, stress e paura sono aspetti comuni alla popolazione mondiale e con cui tentiamo di fare i conti giorno dopo giorno. La pandemia, in un certo senso, ha colpito tutti; in particolar modo chi ha sperimentato l’esperienza della malattia in prima persona. Per chi si è scoperto positivo, il COVID-19 ha rappresentato una sfida sia a livello fisico che psicologico. Nonostante le accortezze, dopo aver seguito le indicazioni e aver fatto il possibile per rimanere al sicuro, alcuni si sono ammalati comunque. Forse non è possibile controllare tutto. Dall’esito positivo del tampone o dalla comparsa dei primi sintomi, numerose sono le emozioni che si provano. Paura, per se stessi e per le persone care, rabbia, sconforto, senso di colpa, solitudine. Inoltre, il bombardamento mediatico e la continua esposizione a notizie drammatiche non aiutano a tenere a bada l’angoscia. Subito si fa strada il timore per se stessi e per il decorso della malattia; ma soprattutto il timore di aver messo a rischio persone con cui si è stato a contatto, i conviventi, i propri cari. Persone da cui, da un momento all’altro, bisogna prendere fisicamente le distanze, per evitare di contagiarle con il pericolo di cui si è diventati portatori. Soprattutto per chi si è ammalato di una forma “più lieve” di Covid-19, per cui non è stata necessaria l’ospedalizzazione, le difficoltà dovute alla convivenza con chi invece è negativo e che continuamente però rischia di essere contagiato, spesso causano l’insorgere di paure e insicurezze. Si fa strada la consapevolezza del proprio corpo come qualcosa di potenzialmente pericoloso. Questa nuova consapevolezza rischia di renderlo come un oggetto estraneo, qualcosa di cui avere paura, perché può contagiare gli altri. Il proprio corpo diventa così qualcosa di pericoloso, di detestabile e di colpevole. Si fa strada il senso di colpa, l’autoaccusa di essere stati poco attenti, il senso di vergogna per aver forse sottovalutato il pericolo. Lo stress psicologico di dovere fronteggiare la malattia in solitudine. I pensieri intrusivi. La fatica di rassicurare gli altri, di essere ottimisti, di tenersi occupati, di stare continuamente allerta. Poi, per alcuni, per molti fortunati, così come è arrivato, se ne va. Non senza lasciare i suoi strascichi. Qualcuno ritorna gradualmente alla normalità; per altri, le conseguenze sia psichiche che fisiche della malattia, nel lungo termine, continuano ad essere presenti, dando origine alla sindrome denominata “Long-COVID”. In alcuni casi, il perdurare dei sintomi e delle sensazioni provate durante la malattia, può portare alla paura di uscire di casa ed esporsi al mondo esterno. La sindrome “Long-COVID” colpisce non pochi pazienti che sono risultati positivi all’infezione. È diventato sempre più evidente che le persone ammalatesi possono presentare sintomi non solo nella fase acuta della malattia ma anche con notevole ritardo[1]. Una recente meta-analisi di 15 studi effettuati su 47.910 pazienti ha mostrato che l’80% dei pazienti sviluppa almeno un sintomo durante i tempi di follow-up che vanno da 2 settimane a 4 mesi dopo l’infezione virale[2]. I sintomi più comuni riportati sono stanchezza (fatigue), insieme a mal di testa, disturbi dell’attenzione, dispnea. Il 13 e il 12% dei pazienti ha mostrato rispettivamente segni di ansia e depressione[3]. Un’elevata quantità di stigmatizzazione sociale percepita a causa dello stato di malattia è stata collegata a una maggiore probabilità di compromissione della propria salute mentale dopo l’infezione da COVID, mentre un alto livello di supporto sociale ha avuto l’effetto opposto[4]. Come reagire alle difficoltà? È importante comprendere che è normale provare un senso di smarrimento in seguito ad un’esperienza del genere. L’isolamento, la reclusione e l’incertezza generale diventano un peso per la mente non facile da gestire. Diventa fondamentale riconoscere le emozioni che si provano, dare loro un nome e, anche se sono spiacevoli, normalizzarle. Comprenderle è il primo passo per capire come reagire. Inoltre, è utile concentrarci su ciò che è in nostro potere fare per cercare di stare meglio. Prendersi cura della propria salute psicologica diventa quindi prioritario. Infine, dovrebbe essere posta maggiore attenzione sull’identificazione dei fattori di rischio per lo sviluppo di sintomi funzionali post-COVID, in modo che i pazienti con elevato rischio possano ricevere maggiore attenzione con un approccio su misura, essere valutati precocemente e ricevere assistenza immediata per evitare difficoltà future. Fonti [1] Stengel A, Malek N, Zipfel S and Goepel S (2021). Long Haulers—What Is the Evidence for Post-COVID Fatigue? Front. Psychiatry 12:677934. doi: 10.3389/fpsyt.2021.677934 [2] Lopez-Leon S,Wegman-Ostrosky T, Perelman C, Sepulveda R, Rebolledo PA, Cuapio A, et al. (2021). More than 50 long-term effects of COVID-19: a systematic review and meta-analysis. medRxiv. doi: 10.1101/2021.01.27.212 50617 [3] Mandal S, Barnett J, Brill SE, Brown JS, Denneny EK, Hare SS, et al. (2020). ʽLong-COVID’: a cross-sectional study of persisting symptoms, biomarker and imaging abnormalities following hospitalisation for COVID-19. Thorax. doi: 10.1136/thoraxjnl-2020-215818. [4] Qi R, Chen W, Liu S, Thompson PM, Zhang LJ, Xia F, et al. (2020). Psychological morbidities and fatigue in patients with confirmed COVID-19 during disease outbreak: prevalence and associated biopsychosocial risk factors. medRxiv. doi: 10.1101/2020.05.08.20031666 https://mondointernazionale.com/sul-diritto-di-stare-male-le-conseguenze-psicologiche-del-covid-19

Conseguenze della pandemia sulle persone con disturbo dello Spettro dell’Autismo e sulle loro famiglie

L’impatto del covid-19 su persone con autismo L’emergenza sanitaria che ogni paese del mondo sta sperimentando a causa della diffusione della pandemia legata al COVID-19  ha avuto un impatto significativo sulla salute fisica e mentale delle persone, interferendo in maniera sostanziale sulla loro qualità di vita. La gestione di questo periodo è stata particolarmente critica per le persone con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) che, a causa delle loro caratteristiche e del loro specifico stile di funzionamento, possono presentare maggiori difficoltà di adattamento alla condizione attuale (Colizzi et al., 2020). L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, con un’incidenza stimata superiore a 1/100 (Narzisi et al., 2018), caratterizzato da compromissioni significative nella comunicazione sociale, da interessi ristretti e comportamenti ripetitivi, da deficit nel funzionamento esecutivo (Panerai et al., 2016). Presenta rigidità e resistenze al cambiamento e difficoltà legate alla mentalizzazione (intesa come una attività mentale immaginativa). Tali caratteristiche costituiscono elementi di vulnerabilità e possono determinare difficoltà nella pianificazione delle attività quotidiane con un incremento dei livelli di ansia. Le restrizioni, il confinamento in casa, la limitazione dei contatti sociali, la riduzione delle possibilità di svago e di socializzazione, in molti casi, hanno causato l’incremento dei comportamenti inadeguati, delle stereotipie verbali e motorie, dell’iperattività e una diminuzione della compliance e di richieste funzionali. Cambiamenti dovuti al lockdown Durante la fase di lockdown, in seguito alla sospensione del modello integrato delle attività di cura e del sostegno socio educativo, le famiglie si sono ritrovate da sole nella gestione dei propri figli, sperimentando una condizione di maggiore stress psico-fisico (Drogomyretska et al., 2020). L’interruzione degli interventi globali e intensivi erogati in presenza dai centri specializzati e la chiusura delle scuole, hanno pesantemente inciso sulle occasioni di inclusione e di socializzazione con i coetanei. In una quotidianità venuta improvvisamente meno è emersa pertanto, sempre più forte l’esigenza da parte dei familiari di impegnare le ore dei propri figli. Si è sperimentata, in molti casi, una condizione di confusione, disorientamento e frustrazione di fronte alle difficoltà incontrate nella loro gestione quotidiana, all’interno di un assetto familiare e domestico sprovvisto di strumenti e strategie per fronteggiare i problemi emersi. Si sono riscontrate importanti difficoltà nel dover riorganizzare tempi e spazi, nel gestire momenti di gioco col proprio figlio, nel condividere e ampliare i suoi interessi e, non ultimo, nell’impegnarlo in attività di autonomia. La sospensione dei servizi riabilitativi ha alimentato nei genitori la preoccupazione di poter perdere i progressi raggiunti o indebolire le competenze acquisite con grande fatica, nonché la conseguente insorgenza di nuovi comportamenti problematici. Strategie messe in atto dagli operatori nel periodo post pandemico Un tempo di incertezza che ha fatto emergere paure, senso di vuoto e di solitudine e vissuti di abbandono, che ha determinato una condizione di fragilità e ansia per il futuro, non solo nelle famiglie, ma anche negli operatori che hanno dovuto adattarsi alle nuove esigenze imposte dal COVID-19 (banalmente anche l’uso della mascherina e di altri DPI che aumentano il “distacco emotivo”). La proposta di nuove modalità di lavoro e di presa in carico per supportare genitori e bambini. La specifica competenza delle figure professionali ha permesso di fornire assistenza all’intero sistema familiare al fine di garantire un’esperienza di vita equilibrata ed adeguata alla situazione eccezionale venutasi a creare in conseguenza della pandemia. Tra le strategie messe in campo ha assunto un ruolo significativo l’attivazione immediata di modalità di intervento da remoto così da garantire continuità assistenziale. Esse hanno permesso di rinforzare l’alleanza terapeutica con la famiglia attraverso la co-progettazione dei percorsi riabilitativi e il lavoro di rete per l’integrazione tra i vari contesti operativi. Insieme alle famiglie, sono state strutturate nuove routine giornaliere volte al mantenimento o all’acquisizione di competenze. Questi incontri hanno anche rappresentato uno spazio di confronto e di supporto con l’équipe di riferimento del bambino, nel quale portare i propri vissuti, elaborare le proprie paure, sostenere e promuovere la resilienza e strategie di coping più adattive. Numerosi sono stati i rimandi positivi da parte delle famiglie che in questo modo, non solo hanno potuto ricevere un supporto concreto nella gestione della quotidianità, ma soprattutto non si sono sentite sole, avvertendo concretamente la vicinanza di un “sistema”, nonostante l’obbligo di isolamento. L’impatto della ripresa post pandemica Nella relazione con gli operatori, anche tutt’ora le famiglie trovano ascolto e contenimento per le proprie ansie, sperimentando pensieri più funzionali al loro benessere. Dalle esperienze dirette con alcuni genitori, è emerso che il lavoro di supporto è stato portato avanti anche a seguito della riapertura dei centri. La ripresa delle attività in presenza ha posto agli operatori nuove sfide, per permettere il riavvio delle attività riabilitative garantendo la distanza fisica necessaria per la prevenzione del contagio. Sono stati, infatti, effettuati training specifici per facilitare l’uso della mascherina, o per preparare bambini e ragazzi a sottoporsi all’esame del tampone molecolare, che viene effettuato con una certa cadenza. L’emergenza sanitaria ha, dunque, amplificato le fragilità delle persone con ASD evidenziando molti dei vincoli e delle carenze esistenti nei sistemi di assistenza e cura e la necessità di rivedere la modalità di presa in carico. Ancora più forte è emersa negli operatori la consapevolezza che l’ambiente è troppo caotico per chi ha una sensibilità differente sia a livello neurofisiologico sia a livello psichico. Al contempo, i cambiamenti imposti dalla pandemia, hanno comportato la necessità di attivare nuove e, spesso, creative strategie di intervento per ascoltare, comprendere e rispondere ai bisogni delle persone con questo disturbo e dei loro familiari. Bibliografia Colizzi, M., Sironi, E., Antonini, F., Ciceri, M. L.,  Bovo, C., Zoccante, L. (2020). Psychosocial and Behavioral Impact of COVID-19 in Autism Spectrum Disorder: An Online Parent Survey. Brain Sciences, 10 (6), 341. doi: 10.3390/brainsci10060341. Drogomyretska, K., Fox, R. & Colbert, D. (2020). Brief Report: Stress and Perceived Social Support in Parents of Children with ASD. Journal of Autism and Developmental Disorders, 21. Lim, T., Tan, M. Y, Aishworiya, R., & Kang, Y. Q. (2020). Autism Spectrum Disorder and COVID-19: Helping Caregivers Navigate the Pandemic. Annals, Academy of Medicine, Singapore, 49 (6), 384-386. Narzisi, A. (2020) Phase 2 and Later

CONOSCI LA TUA ENERGIA

di Aquilina Dario e Sannino Viviana Il Teatro dell’Anima ha creato una serie di strumenti che hanno la funzione di approfondire le tematiche relative alla personalità umana. Fra questi strumenti c’è il Theogramma in cui gli dei prestano il nome ad aspetti della personalità. Il cuore di questi strumenti è l’idea che quando alcuni tratti del carattere diventano troppo invadenti o al contrario negati possono favorire la nascita di problemi psicologici. Questa invadenza, o mancata presenza, può essere osservata in termini di investimento energetico e viene analizzata con diversi strumenti di cui “Conosci le tue energie” è il più agile, mentre il Theogramma è quello più articolato e rivolto alla conoscenza della personalità. “Conosci la tua energia” ha l’obiettivo di aiutare chi lo utilizza a capire in che modo utilizziamo la nostra energia e in che modo investiamo la realtà con la nostra carica positiva o negativa. Proviamo ad immaginare ognuno di noi come una stella. A ben pensare una stella, come ognuno di noi, è qualcosa che vive: ha una coerenza di struttura che le consente di gestire l’energia di cui è dotata, che non è infinita; la mancanza di energia la trasforma fino ad implodere; l’eccesso di energia determina tempeste devastanti nella galassia intorno a sé. Stelle di grandezza e energia intermedia, simili al Sole, invece gestiscono sistemi con il loro contesto di equilibrio. Se sostituiamo la parola stella con “essere umano” possiamo coglierne le affinità: un essere umano dotato di pochissima energia implode, uno dotato di grandissima energia produce effetti devastanti, un essere umano dotato di un’energia più equilibrata partecipa di sistemi che cercano un equilibrio nella vita, nell’amore, nelle relazioni, nel lavoro. Trai due estremi c’è la vita con le sue modulazioni ed articolazioni dipendenti dalle nostre esperienze, dalla nostra natura e dal contesto in cui ci troviamo. Questo test molto elementare, ma molto predittivo ci aiuta a capire come gestiamo la nostra energia e il suo rapporto con alcuni contesti di vita. Nel theogramma questo aspetto sarà ulteriormente sviluppato, ma è molto utile cominciare a confrontarsi con questo modo di pensare alla nostra personalità come un equilibrio fra funzioni oppositive ugualmente dannose quando sono estreme: pervasive o rimosse Ora, se non l’abbiamo già fatto, proviamo a compilare il test riempendo le caselle di ogni item. Vanno sommati i risultati del test sull’energia. Il calcolo dei risultati presenta alcuni aspetti interessanti. Cominciamo con il calcolare il risultato generale ( Dario per esempio ha totalizzato 22).  da 8 a 10 energia pervasiva  da 11 a 15 autocommiserativa  da 16 a 19 espansiva  20 bilanciata  da 21 a 24 attenta  da 25 a 29 autocritica  da 30 a 32 negata, autoinibitoria Il risultato definisce l’energia personale in generale, facilmente quella che gli altri percepiscono o quella che percepiamo di noi stessi (quella degli altri dipende molto dal contesto in cui ci incontrano). Il test è organizzato su due sottoaree che ci aiutano ad andare più in profondità, perché ciascuno di noi non usa la propria energia potenziale in tutte le situazioni. Abbiamo strutturato il test su due linee, quella del rilassamento (item 1,3, 5, 6, ) e quella del controllo (item 2, 4, 7,8). Riportiamo il significato dei risultati raggiungibili in ciascuna area:  da 4 e 5 energia pervasiva  da 6 e 7 autocommiserativa  8 e 9 espansiva  10 bilanciata  da 11 e 12 attenta  13 a 14 autocritica  da 15 a 16, negata/autoinibitoria. I punteggi sono influenzati dallo stato dell’esaminato nel momento della compilazione.. Vanno rivisti in altri suoi momenti per essere più affidabile (considero normale un’oscillazione di +/- 2 dal proprio punteggio di partenza); Una variazione nel tempo di +/-3 o più è un’importante anomalia del proprio comportamento pulsionale; I punteggi minimo e massimo sono un segnale di controllo pulsionale fuori scala e segnalano un problema di controllo pulsionale per eccesso o per difetto: le parti più pericolose per noi stessi, le chiamiamo assassini, sono fuori dal controllo della persona. A titolo esemplificativo i punteggi di Dario sono stati 9 alla scala del relax e 13 alla scala del controllo. Questo potrebbe significare che sia una persona espansiva che ha un livello di controllo abbastanza alto e che, in contesti non protetti, può anche farlo essere molto cauto. Ma la tonalità generale che ne emerge, quella che facilmente gli altri percepiscono, è espansiva (22). Verificheremo che difficilmente le due aree sono allineate nel punteggio e poiché la scala è molto stretta, la differenza di ogni punto è significativa. Facilmente saremo più esuberanti nella scala del relax e più controllati nella scala del controllo. Maggiore è lo scarto fra le due aree, maggiore è il conflitto interno, mentre i due punteggi in testa e coda potrebbero indicare una difficoltà a sentirsi in contatto con gli altri. Oltre a indicare la nostra energia impiegata nel mondo esterno e nelle relazioni, il test ci segnala la difficoltà al contatto interumano nei suoi punteggi persuasivi ed autoinibitori, e quindi la maggiore reattività quando il nostro assassino è operativo, la sua caratteristica è proprio quella di entrare in funzione senza cercare punti di contatto nelle nostre relazioni e nelle nostre azioni. Il Teatro dell’Anima è un progetto di ricerca antropologica e di psicologia transpersonale che utilizza il teatro e lo strumento artistico per accrescere capacità espressive e creative proprie di ciascuno. Il Teatro dell’Anima aiuta ad essere autore regista attore e spettatore, a “mettersi in scena nella vita, utilizzando i media che gli sono più propri: il gesto, il corpo, la parola, il movimento, il suono, le immagini, la materia. Esplica la propria attività in progetti istituzionali rivolti all’infanzia, alla salute mentale, in situazioni di marginalità e in contesti di coaching e stress da lavoro correlato. Ha una sua propria produzione teatrale rivolta a non attori, si interessa formazione in area clinica, aziendale, pedagogica; gestisce una scuola di TeatroArteTerapia.

CONOSCETE I NUDGE?

di Beatrice Brambilla Per comprendere l’origine della teoria dei nudge e le sue implicazioni, si deve necessariamente partire dagli assunti della psicologia economica, che si propongono come strada alternativa al paradigma economico dominante. Gli economisti definiscono l’essere umano come un egoista razionale in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili e di mantenere preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto. MA SIAMO DAVVERO COSI’? ASSOLUTAMENTE NO! Dai numerosi studi della psicologia economica emerge che siamo soggetti a molti limiti cognitivi, che spesso non ci permettono di prendere le decisioni migliori. Da questi presupposti Thaler e Sustein (2008) hanno sviluppato le politiche di nudging, cioè interventi che agiscono a livello profondo sfruttando o contrastando i limiti cognitivi, ma allo stesso preservando la libertà di scelta. Se è noto l’utilizzo di queste “spinte gentili” nel campo della politica, degli investimenti, dei risparmi e della salute pubblica, l’applicazione dei nudge nelle organizzazioni, in particolare nel settore delle Risorse Umane, è un’area ancora molto poco sviluppata. Purtroppo, in passato, e in parte ancora adesso, si nutre poca fiducia in questi pungoli e si prediligono interventi basati su incentivi prettamente economici. Per colmare queste lacune, alcuni ricercatori hanno fatto una selezione di dominio generale di studi, che ha permesso loro di individuare alcune strategie di nudging molto vantaggiose, non solo a livello di profitti, ma anche nel dare un contributo ambientale. VEDIAMO ORA DEGLI ESEMPI PRATICI… Al giorno d’oggi a seguito del rapido aumento della popolazione e delle crescenti minacce ambientali, si sta sviluppando un interesse nel potenziale ruolo delle strategie di nudging, soprattutto nell’area della tutela e della conservazione delle risorse. In passato, si credeva che gli incentivi monetari fossero la modalità più efficiente per determinare cambiamenti ambientali, soprattutto nei settori del risparmio energetico. Tuttavia, recenti studi hanno individuato alcune categorie di nudge che potrebbero generare risposte efficaci: Meccanismi di feedback Confronti sociali Cambiamento delle opzioni predefinite (o meglio conosciute come default) Esaminando la letteratura sui meccanismi di feedback, gli studiosi sono giunti alla conclusione che comunicare i propri livelli di consumo ai consumatori stimoli il risparmio energetico (soprattutto quello elettrico). Inoltre, fornire lettere contenenti informazioni di confronto sociale alle famiglie riduce i consumi di circa il 2%. Un’ipotesi per cui i confronti sociali sono efficaci è il fatto che forniscono informazioni sulle azioni dei pari, le quali possono fungere da guida comportamentale. MA dobbiamo stare molto attenti perché non bisogna mai lasciare intendere alle persone “pungolate” che il loro comportamento sia migliore rispetto alla media in quanto si potrebbe verificare un effetto boomerang e incentivare azioni peggiori rispetto a quelle iniziali. L’ultima categoria di nudge riguarda il cambiamento delle opzioni predefinite particolarmente utile nella stampa dei documenti, che ogni anno consuma una grande quantità di carta. Quando si inviano documenti a una stampante, possiamo scegliere se stampare fronte/retro oppure solo fronte: la prima tipologia di stampa risulta essere più ecologia in quanto spreca meno risorse. Impostare, quindi, l’opzione fronte/retro come default diminuisce il consumo quotidiano di carta del 12% e l’effetto creato si mantiene costante nel tempo. Per ottenere benefici su scala globale sarebbe utile convincere i produttori a impostare valori predefiniti ecologici nel momento di produzione dei macchinari. Vediamo ora come i responsabili HR possono sfruttare le politiche di nudging… Un intervento molto potente ed efficace è il default, soprattutto per ridurre la durate delle riunioni manageriali e migliorare la prestazione dei lavoratori nei compiti che necessitano di molta concentrazione. Le riunioni lavorative durano molto a causa della tendenza dell’uomo a cercare sempre più informazioni, anche se non necessarie; cambiando la durata dei meeting da un’ora a mezz’ora è possibile andare incontro a un notevole risparmio di tempo che potrebbe essere dedicato ad altre attività e quindi a una miglior efficienza. Inoltre, potrebbe essere utile, impostare un “no-meeting day” combinato anche con il lavoro da casa. Proseguendo, i dipendenti vengono distratti spesso dalle notifiche della posta elettronica o dei cellulari; disattivando il loro suono e impostando l’aggiornamento delle e-mail una volta all’ora piuttosto che all’arrivo di ogni nuovo messaggio si potrebbe mantenere alta la concentrazione. Andando avanti, numerose ricerche dimostrano che progettare in un determinato modo lo spazio fisico circostante può portare a una maggior produttività e migliori performance. A questo scopo è stato creato il nudge “SALIENT”, il cui acronimo si riferisce ad alcuni aspetti da curare nella progettazione di un ambiente lavorativo: suoni, aria, illuminazione, immagini, arredamento, elementi naturali e colore delle pareti. Il punto d’inizio è avere ben presente quali siano gli obiettivi in ogni settore dell’azienda perché in base a essi si fanno determinate scelte piuttosto che altre. Per fare qualche esempio un moderato livello di rumore (70 decibel) è efficace per stimolare la creatività; se, invece, è troppo intenso può creare distrazioni e ridurre la concentrazione. La creatività può essere stimolata anche dalla luce naturale e da una bassa intensità, mentre una elevata incrementa il livello di attenzione e di concentrazione. Infine, anche il colore delle pareti può essere sfruttato per una maggior produttività perché scatena inconsciamente delle associazioni nell’uomo: il rosso è spesso correlato a uno stato di allerta e vigilanza, mentre il blu stimola maggiormente la creatività. Tutti questi risultati suggeriscono che per un responsabile delle Risorse Umane sia essenziale conoscere il funzionamento della mente umana, in particolare le aree nelle quali fallisce o dove ha più successo, per progettare degli interventi adatti a chi ha di fronte. Inoltre, è necessario un cambiamento nell’attuale mondo del lavoro perché troppo concentrato sui processi cognitivi razionali, a discapito delle dimensioni più profonde. CONCLUDO DICENDO CHE IN GENERALE È AUSPICABILE CHE LE RICERCHE FUTURE SI CONCENTRINO MAGGIORMENTE SULL’APPLICAZIONE DEI NUDGE ALL’INTERNO DEL CONTESTO ORGANIZZATIVO, IN QUANTO RIMANE UN’AREA ANCORA POCO SVILUPPATA. BIBLIOGRAFIA: Deutsch, M., & Gerard, H.B. (1955). A study of normative and informational social influences upon individual judgement. The Journal of Abnormal and Social Psychology, 51(3), 629-636 Shantz, A. & Latham, G.P. (in press). The effect of primed goals on employee performance: implications for Human Resource Management. Human Resource Management Singler, E. (2018). First key

Connessione uomo-natura e le emozioni socio-relazionali

L’essere umano cresce e vive in un contesto specifico, nel quale la natura e l’ecosistema possono svolgere un ruolo molto importante. In questo contesto, si ipotizza che la connessione sociale e la connessione alla natura sono sostenuti dalle stesse emozioni. In particolare, le emozioni socio-relazionali sono cruciali per comprendere il processo attraverso cui l’essere umano si connette con la natura. Ad oggi, poco si sa sul processo psicologico attraverso il quale le persone riescono a connettersi alla natura. Nonostante questo, è risaputo come vi sia una relazione positiva tra l’uomo e il mondo naturale, che apporta benefici per il benessere sia dell’uomo che dell’ambiente stesso. La relazione dell’uomo con la natura viene definita come nature connectedness, che indica una connessione permanente alla natura ad un livello individuale. La connessione con la natura è un predittore del benessere dell’essere umano e del comportamento e atteggiamento di difesa e cura dell’ambiente (Capaldi et al., 2014, Mackay e Schmitt, 2019). La psicologia sociale ci insegna come le emozioni abbiano un ruolo fondamentale nel connettersi con gli altri. Allo stesso modo, Petersen, Fiske e Schubert (2019) ipotizzano come il collegamento con altri esseri umani e il collegamento con la natura sono sostenuti dagli stessi meccanismi psicologici generali, che includono processi cognitivi, emotivi e comportamentali. Sostengono come le emozioni giochino un ruolo importante nella connessione tra uomo e natura, in particolare le emozioni socio-relazionali. Le emozioni socio-relazionali (social relational emotions) sono emozioni che stabiliscono, regolano e mantengono le relazioni e sono stupore, ammirazione, gratitudine, compassione ed elevazione morale. Tutte queste emozioni sembrano in grado di aumentare il senso di connessione con gli altri e possono, quindi, essere classificate come emozioni socio-relazionali positive. Emozioni come stupore, gratitudine e compassione sono potenti determinanti dell’azione prosociale. Nel loro studio, Petersen, Fiske e Schubert (2019) sottolineano il potenziale di una specifica emozione positiva, kama muta (parola in sanscrito che indica l’essere mosso dall’amore, “being moved by love”), che può essere indicata come l’emozione socio-relazionale cruciale nella connessione. Tenere in braccio un neonato, rivedere una persona cara dopo molto tempo o ricevere inaspettatamente una grande gentilezza sono tipici esempi di momenti in cui le persone sperimentano il kama muta. La valutazione primaria coinvolta nel kama muta sta nel vivere un’improvvisa intensificazione della condivisione comunitaria. La condivisione comunitaria è il fondamento relazionale attraverso cui le persone sentono un’identità condivisa, sono motivate dall’unità, condividono le risorse secondo necessità e capacità e si impegnano ad essere una cosa sola con l’altro. Le persone possono sentire kama muta quando improvvisamente intensificano le relazioni comunitarie con un animale, una divinità o anche un’entità astratta come la terra o il cosmo. Pertanto, è probabile che kama muta svolga un ruolo importante nella connessione con la natura (Petersen et al., 2019). In questo contesto di ricerca, Lumber et al. (2017) hanno scoperto che il contatto con la natura, le emozioni, il significato, la compassione e la bellezza sono percorsi per migliorare la connessione con la natura. Un altro recente progetto di ricerca di Anderson et al. (2018) ha esaminato le emozioni e il loro ruolo di mediazione nell’esperienza della natura per il benessere. È stato osservato come le esperienze nella natura durante la vita quotidiana hanno portato ad un maggiore stupore, il che ha dimostrato come l’esperienza nella natura migliori il benessere e la soddisfazione della vita. In conclusione, comprendere le emozioni che supportano e approfondiscono un senso di connessione con la natura permetterebbe di avere una maggiore conoscenza su come migliorare il benessere dell’uomo e promuovere atteggiamenti e comportamenti favorevoli all’ambiente. Nelle esperienze di connessione con la natura, le emozioni socio-relazionali, in particolare il kama muta, sembrano essere predominanti. Bibliografia Capaldi, C. A., Dopko, R. L., and Zelenski, J. M. (2014). The relationship between nature connectedness and happiness: a meta-analysis. Front. Psychol. 5:976. doi: 10.3389/fpsyg.2014.00976 Mackay, C. M., and Schmitt, M. T. (2019). Do people who feel connected to nature do more to protect it? A meta-analysis. J. Environ. Psychol. 65:101323. doi: 10.1016/j.jenvp.2019.101323 Petersen E, Fiske AP and Schubert TW (2019) The Role of Social Relational Emotions for Human-Nature Connectedness. Front. Psychol. 10:2759. doi: 10.3389/fpsyg.2019.02759 Lumber, R., Richardson, M., and Sheffield, D. (2017). Beyond knowing nature: contact, emotion, compassion, meaning, and beauty are pathways to nature connection. PLoS One 12:e0177186. doi: 10.1371/journal.pone.0177186 Anderson, C. L., Monroy, M., and Keltner, D. (2018). Awe in nature heals: evidence from military veterans, at-risk youth, and college students. Emotion 18, 1195–1202. doi: 10.1037/emo0000442

Conflitti tra valori. Cosa posso fare?

Russ Harris dà alcuni suggerimenti pratici per risolvere conflitti tra valori. E’ successo a tutti noi di sperimentare conflitti importanti a volte, e di solito è piuttosto stressante; possiamo facilmente essere coinvolti nel tentativo di trovare “la cosa giusta da fare”, e finire per passare molto tempo dentro la nostra testa, preoccupandoci, ruminando, stressandoci o semplicemente tornando ripetutamente sul problema, cercando di prendere una decisione. Questi tipi di conflitti rappresentano una grande sfida per quasi tutti. Quindi, di seguito si illustra uno schema tratto da Russ Harris (2019), in 5 passaggi, per i conflitti di valori. 1: Il dominio: identificare il dominio di vita in cui i valori sono in conflitto.2: I valori: identificare i valori effettivi in conflitto.3: Il “mappamondo“: ricorda che i valori sono dinamici.4: Brainstorming: pensa a tutti i diversi modi possibili di coltivare il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori A e B contemporaneamente, all’interno di questo dominio della vita.5: Auto-gentilezza: questi conflitti sono dolorosi, quindi sii compassionevole e comprensivo verso te stesso. Il primo passo è sempre quello di identificare un solo dominio di vita in cui si verificano i valori in conflitto – ad es. lavoro, studio, genitorialità, matrimonio, salute, spiritualità, tempo libero, ecc. Se il conflitto riguarda più di un dominio,inizialmente si può scegliere quello principale, dove si stanno creando i maggiori problemi. Il passaggio 2 consiste nell’identificare poi i due valori principali in conflitto all’interno dello specifico dominio. Ad esempio, nel dominio genitorialità potrebbero crearsi conflitti tra l’essere presente e l’essere autorevole. I valori non sono statici; non si allineano e rimangono in posizione come libri in una libreria. I valori sono dinamici,cambiano continuamente posizione e si spostano, a volte giungendo in primo piano e altre volte sfumando sullo sfondo. Spesso aiuta vederlo in questo modo: i nostri valori sono come i continenti nel mappamondo.Non importa quanto velocemente lo giri, non puoi mai vedere tutti i continenti contemporaneamente; ce ne sono sempre alcuni nella parte anteriore, altri nella parte posteriore. Di volta in volta, dunque, bisogna scegliere: quali valori arrivano in primo piano e quali si spostano dietro? A questo punto bisogna pensare a quali diversi modi esistono per vivere il valore A da solo, il valore B da solo ed entrambi i valori contemporaneamente. Possiamo includere qualsiasi cosa, dalla più piccola delle azioni al più grande degli obiettivi. Quando risolviamo i conflitti fra i nostri valori, tendiamo a provare un senso di liberazione; ci rendiamo conto che possiamo vivere secondo i nostri valori qualunque sia il corso dell’azione che perseguiamo.Sfortunatamente, ciò spesso non ci aiuta a prendere la decisione difficile che dobbiamo prendere, o risolvere ildilemma o fare quella scelta difficile. Ricordiamoci sempre che la soluzione perfetta non esiste!Se ci fosse, non si sarebbe creato un dilemma. Quindi, qualunque sia la scelta finale, probabilmente si avvertirà ansia e la mente dirà: “Questa è la decisione sbagliata”, e facendoti poi notare tutti i motivi per cui è una scelta sbagliata.Il punto cruciale è che se si aspetta di scegliere fino a quando ci si sentirà sicuri al 100%, e finchè ci si aspetta di non provare ansia, dubbi e nessun pensiero sul prendere la decisione sbagliata, sappi che probabilmente si aspetterà per sempre. La verità è che non c’è modo di non scegliere, poichè si sta già facendo una scelta anche quando non si è ancora presa una decisione.

Concentrazione: come aiutare bambini e ragazzi a svilupparla?

Strategie per aumentare le capacità di concentrazione in bambini e ragazzi. Molto spesso giungono in terapia genitori che sono in difficoltà per come aiutare i propri figli a concentrarsi ed essere più attenti davanti ad un compito scolastico e non. Le difficoltà di concentrazione più comuni possono riguardare: perdere dettagli importanti in una conversazione, non riuscire a rimanere concentrati nello svolgimento di un’attività, lasciarsi distrarre, non essere attenti dinanzi a delle istruzioni. Ma a cosa è legata la capacità di concentrazione? La capacità di concentrazione è legata alle capacità di apprendimento, all’intelligenza, allo sviluppo del linguaggio e ai risultati scolastici. I bambini e i ragazzi con difficoltà nelle funzioni esecutive possono, ad esempio, sentirsi affaticati in vari aspetti della concentrazione, tra cui l’attenzione sostenuta e l’attenzione divisa. L’attenzione sostenuta può essere considerata come la durata dell’attenzione, il tempo necessario per completare un’attività. L’attenzione divisa, invece, è la capacità di suddividere l’attenzione e fare cose diverse contemporaneamente. Quali strategie possono essere utilizzate? L’automonitoraggio. Si può aiutare il bambino o il ragazzo a riconoscere quando è concentrato e quando non lo è. Può essere utile avviare una riflessione per dare al ragazzo un’immagine di riferimento su cosa è la concentrazione e come appare dall’esterno. Ad esempio, l’immagine potrebbe essere, durante i compiti, il ragazzo seduto alla scrivania, con i dispositivi spenti, il corpo fermo, lo sguardo sui compiti. Successivamente, lo stesso, dovrà imparare a notare quando è concentrato e quando non lo è, con un timer ad intervalli casuali. Quando suona, dovrà segnare da solo su una tabella se è concentrato o meno in quel momento. Offrire loro il potere di scelta. E’ più facile concentrarsi su qualcosa che piace rispetto a ciò che non piace o è difficile. Dunque, si potrebbe lasciare il ragazzo libero di scegliere a chi chiedere aiuto in caso di difficoltà oppure mettergli davanti delle strategie di organizzazione dello studio, consentendogli comunque di scegliere quella che ritiene più utile.

Comunità educante e aspetti psicologici

Senza tener conto degli aspetti psicologici di una comunità educante non consideriamo la sua esistenzaMaria Anna Formisano La scuola è una comunità educante con specifici scopi e obiettivi mirati, ma spesso è influenzata da vari aspetti psicologici. E sono proprio gli aspetti psicologici che incidono in maniera positiva o negativa sull’intera comunità educante. Ad esempio, pensiamo al modo in cui un membro della comunità educante (docente, alunno, dirigente, personale Ata,famiglia) reagisce alle varie richieste e ci rendiamo subito conto delle ricadute sull’intera comunità educante. Non dimentichiamo poi che ciascuna persona ,membro della comunità educante, agisce in base alle sue emozioni, alle sue conoscenze, alla sua affettività e alla sua personalità. Purtroppo, però, questo agire individuale si ripercuote sull’agire collettivo. Ed ecco una vera e propria reazione a catena. La comunità educante e i suoi aspetti psicologici richiedono una valutazione accurata. In questo articolo vorrei lanciare alcuni spunti. 1. Le dinamiche interpersonali Le abilità interpersonali possono avere profondi effetti sulle persone. Ricordiamo che le persone instaurano certi tipi di relazioni interpersonali in base al loro funzionamento ed eventualmente al loro stato di malessere o benessere. Se le persone stanno bene sono disposte alla cooperazione e alla collaborazione. Se le persone stanno male sono più propense al litigio e alle polemiche. 2. Lo spazio decisionale Vi è capacità organizzativa quando vi è l’ottimizzazione dello spazio decisionale, ossia l’abilità di prendere decisioni in tempi brevi, utilizzando anche un pensiero flessibile e originale. In altre parole, va bene pianificare la decisione, ma è importante anche scegliere rapidamente per il benessere della comunità educante. Se è vero che la decisione è sempre in qualche modo legata allo scopo e al tempo a disposizione è anche vero che un uomo che osa sprecare un’ora del suo tempo non ha scoperto il valore della vita (Charles Darwin). 3. Il benessere psicofisico Vi è impegno lavorativo quando vi è un benessere psicofisico, una vera opportunità di crescita e di miglioramento lavorativo, un ambiente di lavoro accogliente e piacevole (Pelizzoni, 2005). Studi recenti hanno dimostrato come un maggior grado di esaurimento emotivo si associ ad una mancanza di benessere psicofisico. Per dirla con le parole di Erich Fromm una società sana (aggiungerei una comunità educante sana) favorisce la capacità di amare i suoi simili, di lavorare e creare, di sviluppare la sua ragione e la sua obiettività, di avere un senso di sé che sia basato sull’esperienza delle sue energie produttive. 4. Le novità e i cambiamenti Vi è sensibilità ai problemi se si riesce a fronteggiare le novità. Sono proprio le novità che chiedono il cambiamento. Il cambiamento avviene però solo attraverso una gestione strategica dotata di senso e significato. Lo scopo è dare fiducia e accettazione,senso di appartenenza e autonomia. Da dove partiamo? Quando possiamo e vogliamo proviamo a considerare e a riflettere su uno di questi fattori. Chissà forse potremmo cominciare a trovare un perchè di alcune azioni.