Cos’è il gioco?

di Veronica Sarno Sembra una domanda semplice, dalla risposta veloce cioè che si tratta di un’attività che svolgono per lo più i bambini, a volte gli adulti per diletto; tuttavia, questa, pur non essendo una risposta errata, certamente non può ritenersi esaustiva. Consideriamo il fatto che il gioco è un’attività che ha radici remote, possiamo dire che ogni epoca ha avuto i propri giochi. Il gioco, quindi, è una vera e propria espressione della cultura umana nel qui ed ora, vale a dire nel momento stesso in cui si sviluppa. La parola italiana “gioco” riunisce nel suo significato i termini latini “iocus” (scherzo, celia, burla, passatempo, trastullo, cosa di poca importanza, facezie) e “ludus” (letizia, gioia, felicità, manifestazioni pubbliche, spettacoli scenici, gioco di azione, attività sportiva in competizione, con un carattere più serio); in inglese, ancora oggi, si distingue il termine game dal termine play. Game inteso come gioco, partita, piano coraggioso, cacciagione, punteggio; Play inteso come giocare ludico, conteggio, commedia, divertirsi, suonare. Il gioco è utile a rilassarci e dilettarci, facendo emergere la nostra creatività e permettendoci di aumentare e migliorare le nostre capacità, fisiche o mentali, a seconda del tipo del gioco intrapreso. Caratteristica principale del gioco è la scelta volontaria di giocare: la volontarietà della decisione esprime una libertà, scegliamo liberamente di metterci in gioco e giocare, accettiamo di sottostare a regole stabilite a priori, questo tuttavia non risulta stressante. Abbiamo, inoltre, la possibilità di cambiare di volta in volta le regole del gioco che stiamo per effettuare, regole che tuttavia, una volta stabilite, dobbiamo impegnarci a rispettare. Il concetto di gioco è stato in particolar modo approfondito in ambito pedagogico quale strumento fondamentale nello sviluppo delle fasi evolutive del bambino. Attraverso il gioco, in particolare mediante i vari tipi di giochi (giochi senso-motori, giochi simbolici, giochi funzionali, giochi solitari, giochi liberi e giochi guidati) adatti alle varie fasi di crescita del bambino, questi raggiunge le tappe dello sviluppo e del progresso psicofisico, emotivo e logico. Durante l’età evolutiva, il gioco consente al bambino di esercitare la mente e il corpo, sviluppare la fantasia, imparare a controllare l’emotività, così man mano il bambino giocando impara a socializzare e comunicare con gli altri coetanei e con gli adulti. Il gioco pertanto realizza una tappa fondamentale dello sviluppo complessivo della personalità del bambino ed è per ciò che esso va stimolato, permesso, potenziato. Nell’arco degli ultimi decenni, diversi studi hanno evidenziato anche gli effetti terapeutici del gioco nei bambini che manifestano disturbi psicologici, ad esempio quali iperattività o disturbi più complessi come i disturbi dello spettro autistico; in questi bambini – coinvolgendoli in determinati giochi – si riesce a stimolare la negoziazione, affinché il bimbo arrivi a svolgere compiti a cui diversamente si sottrarrebbe in maniera perentoria; si permette così, in una fase successiva e per piccoli gradi, di sviluppare la capacità di chiedere e di condividere, ponendo le basi della prima socializzazione, che rappresenta uno degli aspetti di maggiore di difficoltà per questi bimbi. Lo psicologo, biologo e pedagogista svizzero Jean Piaget, fondatore dell’epistemologia genetica, dedicatosi alla psicologia dello sviluppo, è tra coloro che hanno attributo al gioco caratteristiche fondamentali per lo sviluppo cognitivo del bambino nei primi mesi e primi anni di vita. In Piaget, infatti, già tramite le attività di esplorazione, manipolazione, sperimentazione, inizialmente del suo corpo e successivamente degli oggetti esterni, i l bambino apprende ad armonizzare le sue azioni con le proprie percezioni, ad afferrare le prime connessioni causa-effetto. Per quanto riguarda il gioco nello specifico, lo psicologo ginevrino mette a punto una classificazione che lega gli stadi di sviluppo del gioco con la vera e propria maturazione cognitiva (Piaget 1971). La teoria di Piaget è diventata poi la base per la creazione di un sistema di classificazione e di analisi dei giochi e dei giocattoli, denominato Sistema ESAR, Exercise-Symbole-Assemblage- Regle, sviluppato da Denise Garon, Rolande Filion e Manon Doucet (Garon, Filion, Doucet, 2015) (1). Questo sistema viene adoperato nelle ludoteche dei paesi francofoni e nella classificazione dei giocattoli nelle ludoteche italiane. In base alla tabella di classificazione ESAR i giochi sono suddivisi in base alle abilità funzionali, a quelle sociali e al tipo di esercizio sensoriale. Tali specifiche sono importanti per gli educatori che proponendo uno specifico gioco sanno quali operazioni mentali dovrà svolgere il bambino e quali abilità dovrà implementare. In maniera più generale si può asserire che nell’adulto il gioco rappresenta un momento di libertà e di scelta rispetto agli impegni e dalle responsabilità della vita quotidiana e del lavoro; nel gioco la persona adulta spesso ricerca momenti di evasione e rilassamento. Lo psicologo russo Vygotskij (Vygotskij 1966) individua nel gioco altresì la spinta per l’evoluzione affettiva ed umana del ragazzo, non solo di quella cognitiva come in Piaget. Lo studioso russo evidenzia come il gioco raffiguri una risposta del bambino alle prese con i propri bisogni anche in relazione al contesto sociale; il gioco ha l’importante attività di affrancare gli oggetti dal loro potere vincolante, ossia, gli oggetti utilizzati nel gioco non propongono vincoli per il comportamento del bambino, all’opposto acquistano nuovi significati: all’interno del gioco il pensiero è separato dagli oggetti reali e l’azione nasce dalle idee più che dalle cose, infatti, ad esempio, un pezzo di legno comincia ad essere una bambola e un bastone diventa un cavallo. Condensando il pensiero di Vygotskij circa il gioco, possiamo dire che il gioco racchiude in sé, intatte, le inclinazioni evolutive rappresentando esso stesso una fonte essenziale di sviluppo. Gli oggetti, in questo approccio, per il bambino sono liberati dalla loro funzione reale e vincolante e tramite situazioni diverse portano all’acquisizione di nuovi significati. Per Jerome Bruner, psicologo statunitense, che ha contribuito allo sviluppo della psicologia culturale nel campo della psicologia dell’educazione, il gioco è soprattutto una maniera di progredire nell’apprendimento in un perimetro ben definito, in una cosiddetta situazione “controllata”, in cui, cioè, sono ridotti in modo significativo i pericoli di una violazione delle regole sociali (Bruner 1960, Bruner 1996) (2). Il giocare viene visto quindi da Bruner come

Corporeità eversiva ed istituzioni

Perchè questo titolo: “Corporeità eversiva ed istituzioni”? Cercherò di spiegarlo in questo nuovo articolo. Durante i primi mesi del mio percorso formativo in arteterapia, mi lasciava assai perplessa l’insistenza con la quale i docenti ci raccomandavano di usare la massima cautela nell’introdurre le nostre tecniche nei contesti istituzionali. Francamente mi sembrava un’attenzione sproporzionata fino a quando non ho avuto modo di trovarmi esattamente in quella situazione che mi era stata anticipata. L’aspetto che di primo acchito mi pareva maggiormente essere più coinvolto, come peraltro mi avevano anticipato, era quello legato ad una caratteristica centrale del metodo applicato dalla mia scuola, Poliscreativa. Sto parlando del ruolo della corporeità, viva, ritmica e condivisa, non solo del paziente, ma anche e soprattutto, almeno inizialmente, di quella del terapeuta. Una corporeità eversiva. Alessandro Tamino al di là di qualunque retorica, mio maestro non solo professionalmente, ma anche di vita, quando nei suoi seminari cerca di spiegare perché le istituzioni e le persone che ci si identificano, si sentano così facilmente minacciate dal Sistema Poliscreativa, quasi come un mantra racconta sempre l’episodio biblico dell’Ebrezza di Noè. Dunque, secondo la Genesi (9,20-27) le cose sarebbero andate in questa maniera. Come tutti sappiamo Iddio, dopo averci creato e dopo averci cacciato dal Paradiso Terrestre a colonizzare questa valle di lacrime, si rese ben presto conto di quanto gli fossimo venuti peccatori. Decise a quel punto di fare una ripulita ed incaricò Noè, l’unico che avesse continuato a rispettare la sua legge, di costruire una grande nave, riempirla con coppie sicuramente eterosessuali delle più svariate specie animali, mandò tanta di quella pioggia da sterminare tutti gli altri. Quando finalmente le acque cominciarono a ritirarsi Noè scese dalla famosa arca, assieme alla sua famiglia e cominciò a ripopolare la Terra. Riprese a funzionare anche l’agricoltura e, tra le prime piante seminate, troviamo, sempre secondo la Bibbia, la vite. Il patriarca preparò del vino e lo assaggiò. Si prese una sbronza micidiale e cominciò a dare un pessimo spettacolo, arrivando persino a denudarsi dentro la sua tenda. Noè aveva tre figli, Sem, Iafet e Cam, il più piccolo. A trovarsi nei paraggi, sfortunatamente per lui, fu Cam, che quindi vide la nudità di suo padre e corse subito fuori per chiamare i suoi fratelli che intervenissero anche loro. “ “Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre. Siccome avevano il viso rivolto dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre. Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che aveva fatto il figlio minore” . A quel punto Noè maledisse la sua discendenza e stabilì che addirittura sarebbe diventata schiava degli altri suoi figli, Sem e Iafet. Le possibilità interpretative di questo testo, come per ogni passo biblico sono pressoché infinite. Una molto usata dai predicatori nordamericani durante i secoli d’oro dello schiavismo, fu che Cam fosse il progenitore dei neri deportati dall’Africa e che quindi noi bianchi, eredi degli altri figli di Noè non fossimo altro che gli esecutori della volontà divina. Ma al di là di tutto, ci appare evidente che il ruolo del padre, massimo vertice istituzionale in una società così tanto patriarcale, viene fortemente minacciato dallo svelamento della sua nudità. La percezione esplicita delle caratteristiche fisiche, corporee e quindi i limiti, di chi “incarna” il potere, l’istituzione, è evidente che lo faccia sentire minacciato. Ma è sempre cosi? Forse no. Forse dipende da quanto il ruolo di potere si basi sull’ autoritarismo e non sull’autorevolezza. Un altro racconto che mi ha colpito molto e mi colpisce ogni volta che partecipo ai seminari, riguarda i percorsi formativi di alcune forme di sciamanesimo che pare avvengano in due fasi. Nella prima fase al giovane sciamano vengono insegnati dei veri e propri “trucchi” per fascinare chi si rivolge a lui. Quando l’allievo giunge al termine di questa fase, lo sciamano “formatore” chiede all’allievo se vuole proseguire e passare alla fase successiva, quella finalizzata a raggiungere una conoscenza più profonda. Una conoscenza che preveda un tale contatto con la propria corporeità da poterla trasmettere con effetti benefici a chi gli stia nei paraggi. Ma questo altro passo è subordinato ad una rinuncia. Rinunciare proprio a tutti quei poteri in qualche modo anche truffaldini, che ha appreso nel suo viaggio di formazione. Una cosa che mi ha sempre molto impressionato è osservare come, chi si senta veramente a suo agio nel suo ruolo professionale, si muova in maniera armonica, senza scatti, parli con una voce pacata. La voce è molto più corpo, vero e proprio, di quello che di solito pensiamo. Chi fa il nostro mestiere, psicologo, psicoterapeuta o psichiatra che sia, non può non essersi fatto attrarre da quel prefisso “psi”. Forse dovremmo dare per scontato che questi ruoli si basino, in qualche modo e soprattutto a livello inconscio, proprio sulla negazione del corpo. Il perché ovviamente copre il più ampio degli spettri. Nulla di male ovviamente. Se per fare quello che facciamo dovessimo essere sempre tutti sani mentalmente, le nostre facoltà andrebbero deserte. E quindi? Quindi non solo un buon lavoro psicologico su noi stessi, ma anche una possibilità di mettere in campo quella assoluta continuità tra il nostro corpo e quella sua funzione che chiamiamo “mente”. In alternativa c’è poco da fare, vuol dire sempre lavorare con il freno a mano tirato, una delle condizioni più faticose e più limitanti possibili in qualunque lavoro. Ed è quindi comprensibile che quando qualcuno ti proponga di farti, prima di tutto, questa domanda: “Cosa sta dicendo, in questo momento, il mio corpo?”, lo si consideri come una minaccia, un pericoloso portatore di strategie eversive per il proprio ordine delle cose.

Corpo relazionale e plasticità neuronale

Nell’ambito della psicologia, il concetto di “corpo relazionale” rappresenta una frontiera intrigante che collega le dinamiche interpersonali alla neuroscienza, offrendo una prospettiva unica sulla riabilitazione e sulle potenzialità di adattamento del cervello umano. Questo articolo esplora come il paradigma di Kuhn e le scoperte di Rita Levi Montalcini sul Nerve Growth Factor gettano luce sulla plasticità neuronale, evidenziando il ruolo cruciale del corpo relazionale. La teoria delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, con il suo concetto di “cambiamento di paradigma”, offre un’ottima lente attraverso cui osservare l’evoluzione della comprensione della mente e del cervello. Proprio come la rivoluzione copernicana ha spostato il centro dell’universo dalla Terra al Sole, così le moderne scoperte in neuroscienza stanno ridefinendo la nostra comprensione del cervello, passando da un modello statico e immutabile a uno dinamico e plastico. La scoperta del Nerve Growth Factor (NGF) da parte di Rita Levi Montalcini rappresenta una pietra miliare nella neuroscienza, sottolineando l’importanza della crescita, della sopravvivenza e della differenziazione dei neuroni. Questa scoperta ha aperto la strada a una comprensione più profonda della plasticità neuronale, cioè la capacità del cervello di adattarsi e riformarsi in risposta a esperienze e apprendimenti. Nel contesto terapeutico, il “corpo relazionale” emerge come un fattore cruciale nella promozione della plasticità neuronale. Attraverso l’interazione e il contatto, gli arteterapeuti possono attivare meccanismi di rispecchiamento e connessione che possono facilitare i processi di guarigione e riabilitazione. La relazione terapeutica diventa così un ambiente fertile per la rigenerazione neuronale e l’adattamento funzionale, offrendo nuove strade per affrontare danni e disfunzioni cerebrali. La comprensione della plasticità neuronale e del ruolo del corpo relazionale apre nuove prospettive sulla capacità umana di adattamento e guarigione. Dalle rivoluzioni scientifiche di Kuhn alle scoperte pionieristiche di Rita Levi Montalcini, la scienza continua a dimostrare che il cervello è un organo sorprendentemente flessibile e resiliente. Nel campo della psicologia e della neuroscienza, l’esplorazione del corpo relazionale rappresenta un passo avanti verso terapie più efficaci e una comprensione più profonda dell’essere umano.

CORPO e GESTALT

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “La frattura più profonda, da lungo tempo radicata nella nostra cultura e di conseguenza data per scontata, è la dicotomia mente/corpo: la superstizione che esista una separazione, ancorché una interdipendenza, di due diversi tipi di sostanza, quella mentale e quella fisica. E’ stata creata un’infinita serie di filosofie che asseriscono che l’idea, lo spirito, la mente causano il corpo, oppure, materialisticamente, che questi fenomeni o epifenomeni sono il risultato o la sovrastruttura della materia fisica (per esempio Marx). Né l’uno né l’altro. Noi siamo organismi, noi (cioè qualche misterioso io) non abbiamo un organismo. Siamo un’unità integrale, ma abbiamo la libertà di astrarre molti aspetti da questa totalità. A-strarre, non sot-trarre, separare.” Fritz Perls La Psicoterapia del la Gestalt considera la mente e il corpo come inscindibili, parti che definiscono la complessità della persona. Corpo, mente, pensieri, emozioni, sentimenti, immaginario, sensorialità, movimento, sono espressione di un tutto che è più della semplice addizione di parti. L’individuo è il frutto del funzionamento integrato nel tempo e nello spazio dei vari aspetti del tutto. L’approccio della Gestalt è quindi diretto tanto al corpo q u a n t o a l l a m e n t e , e o p e r a simultaneamente con tutti gli aspetti d e l l a p e r s o n a p e r g i u n g e r e all’esperienza dell’integrazione. L a c u l t u r a o c c i d e n t a l e s i cont raddist ingue per la divisione artificiosa tra mente e corpo. Tale scissione si può osservare anche nel nostro linguaggio. Non esiste, infatti, una parola che ci permetta di dire “Io – corpo”, e ci riferiamo ad esso dicendo “il mio corpo”, come se fosse un oggetto che possediamo, e non come una parte del sé. La parola “mio” nella maggior parte dei casi non indica un’identità tra esperienza corporea e sé, ma implica possesso nel senso di proprietà e sottolinea la distinzione tra il possessore e l’oggetto posseduto. Dalle parole di J. I. Kepner: “la nostra esistenza è un’esistenza incarnata in cui i pensieri e gli atteggiamenti sono corporei e muscolari, ed influenzano le secrezioni dei nostri organi ed i ritmi delle nostre cellule così come i nostri stati d’animo” . La s a l u t e e l a m a l a t t i a s o n o suggestionate dai nostri atteggiamenti, dalla tensione, dalla respirazione e dai sentimenti. Il vissuto corporeo e mentale sono strettamente collegati; la realtà corporea costituisce il fondamento primario dell’esperienza umana, essa è “intrinseca” al nostro rapporto con il mondo e forma una base per il contatto con l’ambiente in modo da poter andare incontro ai nostri bisogni e crescere: “Quando ego e corpo vengono vissuti in maniera integrata la realtà che ne risulta è più profonda di ciascuna delle due vissute separatamente” (Wilber, 1981). L’insieme non è semplicemente il risultato di una somma di pezzi scissi; ha, invece, una propria unità intrinseca, una particolare struttura ed integrazione. Da questo punto di vista, curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità. Il corpo e la psiche emergono come aspetti dello stesso fenomeno, come chiarisce Giovanni Salonia: “In termini clinici questo significa inserire i vari comportamenti, le comunicazioni, le consapevolezze f rammentar ie del paziente in una totalità che ne dà il significato e nello stesso tempo ne indica la direzionalità” . Se durante la crescita aspetti o qualità del sé diventano problematici in relazione a un particolare ambiente fisico o sociale, allora il bambino per affrontare il conflitto tra il bisogno di essere accettato e la difesa delle qualità del sé, potrà decidere di alienare parti inaccettabili per l’ambiente. Le qualità rinnegate, così come le sensazioni, i bisogni, le espressioni, i movimenti e le immagini ad esse associate, vengano tenuti lontani dalla consapevolezza in uno spazio conflittuale, dove continuano ad esistere e ad essere in azione. In questo senso, le variazioni individuali nella struttura corporea non sono casuali, ma “pregne” di significato. Esse si sono sviluppate come “reazione creativa” all’esperienza personale di vita, e vanno lette all’interno di quello specifico contesto. L’adattamento organismico agli eventi della vita è un processo che modella non solo il pensiero e le opinioni, ma anche le reazioni fisiche ed emotive, perfino il modo di muoversi, di stare in piedi, di sedersi, ovvero il modo attraverso cui ci “incarniamo”. L’individuo che nel passato ha evitato il dolore, perché troppo piccolo e indifeso, può continuare a farlo da adulto, in una illusoria quanto inconsapevole fuga dal dolore. La contrazione prolungata è una modalità per attutire e smorzare le sensazioni corporee ed in questo modo si può giungere a escludere dalla percezione anche le emozioni e i sentimenti. Si verifica, così, i l meccanismo paradossale per cui, operando una separazione dal proprio corpo nel tentativo di evitare il dolore, la persona sta soffocando anche la sede del piacere e si preclude tale esperienza (Wilber, 1981). Il terapeuta della Gestalt generalmente parte dall’osservazione fenomenologica, per poi contattare le strutture profonde. Collega gli elementi del codice linguistico non-verbale con il contesto esperienziale del paziente e d e l l a relazione terapeutica. L’interesse verso il corpo è d i r e t t o e s s e n z i a l m e n t e all’esperienza che l’individuo fa del suo corpo, vale a dire il “come” la persona si esprime o contat ta l’ambiente. Se il terapeuta osserva una particolare posizione, forma o atteggiamento che il paziente assume in seduta, può invitarlo a prenderne contatto più pienamente, forse accentuando un gesto o un movimento, o ripetendo e “esagerando” una c e r t a a t t i t u d i n e corporea. Sostenendolo e accompagnandolo, è anche possibile scoprire

Coppie, Famiglie e Disagio Sociale

Sarantis Thanopulos fa parte del dipartimento di Psicoanalisi Applicata alla coppia e alla famiglia, e collabora con il quotidiano Manifesto in cui cura la rubrica “verità nascoste” La sua è una prospettiva sul collegamento tra le coppie, le famiglie e il disagio sociale. Si sta smarrendo la dimensione tragica, ovvero la prevalenza della logica maschile centrata sul bisogno, rispetto alla logica femminile centrata sul desiderio. Una logica quella del bisogno che mira a eliminare le tensioni e quella del desiderio che mira invece a farci restare nel campo di esperienze di piacere complesse, intense e profonde che persistente quando la logica maschile prevale ed è una logica che ha un carattere difensivo rispetto alla logica dello scambio delle relazioni paritarie.  Viene a mancare quello che è l’aspetto fondamentale della relazione con il nostro mondo, il piacere della scoperta. il mondo diventa sempre di più un luogo che abitiamo cercando di definire le nostre azioni e lasciando poco spazio alla creatività e alla sperimentazione.  La seconda cosa che ci insegna la tragedia classica e che oggi siamo in difficoltà a causa della chiusura nei confronti dell’altro. Si parla molto di tramonto del padre, di eclissi della figura paterna in realtà quello che è venuto meno è il modello patriarcale, un modello fondato sul privilegio improprio dell’uomo nei confronti della donna sul piano sociale e più concretamente nel campo del contratto matrimoniale  Il tramonto della struttura patriarcale non conduce ad un equilibrio, ma assistiamo ad un processo d’indifferenziazione dei ruoli per mantenere viva la relazione coniugale. Ciò che viene in realtà a mancare è un fenomeno molto diffuso ma allo stesso tempo anche molto misconosciuto, ovvero stiamo assistendo a una difficoltà a mantenere viva la dimensione erotica.

Coppie in crisi: come comunicare col partner

Vediamo insieme alcune strategie pratiche per imparare ad esprimere in modo funzionale i propri bisogni nella coppia. Lo abbiamo sempre pensato: “quanto sono difficili le relazioni”. Molto spesso, abbiamo difficoltà a leggere e interpretare ciò che vogliamo noi stessi, figuriamoci se riusciamo a capire cosa desidera l’altro! Eppure tutto questo è possibile! Quando una coppia è in crisi, cosa possiamo fare? Immagina che… Hai appena litigato col partner perchè ti senti non compreso e vorresti che ti ascoltasse di più. Molto probabilmente inizierai ad urlare o a mettere in atto azioni controproducenti che, alla fine, ti lasceranno solo più triste, più arrabbiato o con un gran senso di vuoto. Sicuramente va sottolineato che non sempre si riuscirà ad ottenere ciò che si vuole, ma seguendo qualche suggerimento, potrai notare alcuni effetti benefici su di te e sulla relazione che vivi, aumentando la probabilità che qualcosa di diverso si verifichi. In questi casi puoi… Respirare profondamente e rimanere presente a ciò che senti. Provare a dire a te stesso: “Sono così arrabbiato ora, ma posso fare spazio a questo; non posso controllare come mi sento, ma posso agire diversamente. Cosa è importante per me ora?” Notare ciò che la mente dice e dare un nome alla storia. Spingere i piedi sul pavimento, guardare attentamente intorno a te, notare dove sei e cosa stai facendo. Chiederti cosa è in tuo potere per soddisfare il tuo bisogno. Qui va ricordato che i bisogni sono diversi dai valori. I valori riguardano ciò che vuoi fare, mentre i bisogni ciò che vuoi ottenere. Se per te, ad esempio, il rispetto è importante (è un valore), potresti: trattare gli altri con rispetto, chiedere di trattarti con rispetto, costruire relazioni con persone per cui il rispetto è importante. Invece, quando si parla di bisogni, si ha a che vedere con: il bisogno di essere trattato con rispetto; il bisogno che il partner tratti con rispetto i miei desideri, e così via. Potendo avere soltanto il controllo sulle nostre azioni, si potrebbe innanzitutto provare a mettere in atto strategie praticabili per soddisfare i nostri bisogni, altrimenti l’unica decisione possibile è rimanere o andare via. Se si sceglie di rimanere, si può provare ad accettare ciò che non può essere cambiato, arricchendo la propria vita attraverso azioni di valore e non rimuginando, lottando, sprecando tempo ed energie per soluzioni impraticabili.

Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.

Convivere con la malattia rara ai tempi del COVID-19. Alcune riflessioni a partire dalla lettura del libro “Nessuno è escluso” di Fortunato Nicoletti (LFA Publisher, 2020)

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific La ricezione di una diagnosi di malattia è definita, in letteratura scientifica, la “ c o m u n i c a z i o n e d e l l e c a t t i v e notizie” (Buckman, 2003; Freda et al., 2015) ed è un compito tanto complesso da portare la medicina ad identificare una serie di protocolli dialogici per sostenere i medici nella sua esecuzione. In pediatria il compito è ancora più difficile perché a dover ricevere la cattiva notizia sono (almeno) tre persone (ovvero i genitori ed il bambino) e perché, ad esso, si affianca la necessità di sostenere la famiglia nel difficile percorso di comprensione e declinazione nel l a quot idiani t à dei protocol l i terapeutici (Jankovic & Gangemi, 2018; Freda et al., 2015). Questo è quanto dicono medici e psicologi che da anni lavorano nel sistema sanitario, operando per attivare importanti risorse necessarie a fronteggiare le difficoltà connesse alla gestione e la cura della malattia cronica (Buckman, 2003; Jankovic & Gangemi, 2018; Freda et al., 2015). Fortunato e Maria Nicoletti, invece, raccontano cosa avviene dall’altro lato della scrivania, ovvero la storia di una famiglia che, dopo tante altre esperienze impegnative, fra cui il trasferimento da Napoli a Milano, ha deciso di condividere con i lettori lo sgomento ed il disorientamento di chi vede trasformate le emozioni per la n a s c i t a d i R o b e r t a M a r i a i n preoccupazioni pr ima per la sua sopravvivenza, e poi per la qualità della sua vita. Per una bambina affetta da una malattia rara, infatti, il percorso di cura può trasformarsi in un vero e proprio calvario; spesso queste malattie sono dette “orfane”, ovvero talmente rare che non rappresentano un comune oggetto di ricerca, per le quali non sono disponibili terapie specifiche, e sono di interesse limitato per ricercatori e medici (Zhang et al . , 2011) . Ciò non fa al t ro che a u m e n t a r e l o sgomento ed i l disorientamento a cui si accennava prima, portando però la famiglia ad attivare risorse e conoscenze al punto tale da sviluppare quella che in let teratura viene defini ta la “ lay competence”, una competenza detta “ingenua”, ovvero non acquisita mediante uno specifico percorso di studi, ma attraverso l’esperienza vissuta (Salvatore & Valsiner, 2010). Ecco quindi che la famiglia Nicoletti, come tante famiglie che gestiscono una malattia orfana, si è ritrovata a diventare titolare della cura della piccola Roberta, collaborando attivamente con la medicina per la definizione di tempi e modalità di intervento, contribuendo a strutturarne i percorsi e promuovendo lo sviluppo di reti associazionistiche che mettono in comunicazione, con grande benefici, realtà similari. Nonostante la messa in atto di tante risorse, la loro situazione è stata u l t e r i o r m e n t e c o m p l e s s i z z a t a dall’insorgere dell’epoca pandemica (Chung et al. 2020): per una bambina con una condizione clinica tanto delicata, essere contagiata dal COVID-19 potrebbe comportare conseguenze molto pericolose per la sua vita; pertanto, la sua sicurezza richiede comportamenti estremamente severi, che devono essere rigorosamente rispettati da tutta la sua famiglia ma anche degli operatori sanitari che le offrono assistenza domiciliare. A tale riguardo, un’ultima considerazione riguarda l’affaticamento dei figli più grandi. È infatti sempre importante non trascurare la questione dei siblings, ovvero i fratelli del figlio con malattia cronica, che si trovano a vivere, in particolare modo in età adolescenziale, una particolare fatica nella gestione del fratello o, nel loro caso, della sorella bisognosa di cure (Grootenhuis et al., 2020). Infatti, durante un’emergenza sanitaria complessa come quella attuale, alla profonda consapevolezza delle necessità familiari, ed ai vissuti affettivi nei confronti di Roberta, possono infatti anche affiancarsi stanchezze ancora più difficili da gestire rispetto a quelle del mondo adulto, soprattutto se associate ai profondi sacrifici richiesti loro dalle già faticose misure di contenimento. Ritengo che i contenuti descritti in questo testo siano di grande interesse, soprattutto per gli operatori sanitari, poiché rappresenta la possibilità, ancora una volta, di apprendere dall’esperienza delle persone che incontro nel mio lavoro, di non dimenticare mai il loro punto d i v i s t a , i loro tempi d i elaborazione e soprattutto il rispetto della loro fatica richiesta dalla gestione delle necessità familiari. Bibliografia •B u c k m a n R . , 2 0 0 3 . L a comunicazione della diagnosi in caso di malattie gravi. Trad. It. Roma: Raffaello Cortina Editore. ISBN 9788870787986 •Chung CYC, Wong WHS, Fung JLF, Rare Disease Hong Kong, Chiung BHY (2020). Impact of COVID-19 pandemic on patients with rare disease in Hong Kong. European Journal of Medical Genetics, 63(12) DOI 10.1016/j.ejmg.2020.104062 •Freda M.F., Dicé F. & De Luca Picione R. (2015). Una proposta metodologica di integrazione: Lo Scaffolding Psicologico per la relazione sanitaria. Rivista di Psicologia Clinica, 2:11-25. doi: 10.14645/RPC.2015.2.540 •Grootenhuis M., Jankovic M., van der Bergh E. & Aarsen F. (2020). Psychosocial care. In: Caron et al., Oxford Textbook of Cancer in Children, Oxfors University Press. Oxford (UK): 9780192517692 •Jankovic M. & Gangemi M., 2018. Comunicazione di diagnosi difficile… ma non solo. Quaderni ACP, 25(2): 52-55. ISBN 2039-1374 •Salvatore S. & Valsiner J. (2010). Between the General and the Unique: Overcoming the nomothetic versus idiographic opposition. Theory and Psychology, 20(6), 817-833. •Zhang M., Zhu C., Jacomy A. & Lu LJ. (2011). The Orphan Disease Networks. The American Journal of Human Genetics 88(6):755-66 DOI: 10.1016/j.ajhg.2011.05.006

Controllare gli impulsi si può?

Alcuni suggerimenti utili per i genitori che vogliono insegnare ai propri figli come controllare gli impulsi. L’inibizione delle reazioni è la capacità di controllare gli impulsi e di trattenersi dal fare la prima cosa che passa per la testa. All’inizio, sono gli adulti che attraverso le proprie parole e comportamenti impediscono i figli di agire, quando prevedono pericoli. Se, ad esempio, un bambino è in procinto di attraversare la strada, l’adulto dice di osservare se passano delle macchine da entrambe le direzioni prima di muoversi. Perchè è cosi importante sviluppare questa capacità? E’ una capacità importante quella di inibire le reazioni sia per i bambini che per gli adolescenti, per motivi di sicurezza. I bambini spesso amano saltare, correre, arrampicarsi e non percepiscono sempre il pericolo che si corre. Gli adolescenti, invece, si ritrovano nella fase dell’esplorazione e dunque, potrebbero mettere in atto comportamenti che sembrano “giusti e divertenti” (come utilizzare alcol o droghe) nel momento stesso, ma non riflettendo sulle conseguenze a lungo termine. Potrebbero anche mettere in atto comportamenti aggressivi o reagire con parole non adeguate al contesto, e cosi via. Alcuni suggerimenti utili: Prevenire. Ricercare i segnali che ci avvertono di una reazione impulsiva come una crescente frustrazione, agitazione. I segnali potrebbero essere espressioni facciali o per alcuni lo stringere i pugni, sospirare. E’ importante, in questi casi, attuare delle strategie per calmarlo, farlo respirare, fare una pausa, fargli esprimere come si sente. Sarà importante poi che il bambino impari col tempo a riconoscere lui stesso i propri segnali. Insegnare comportamenti sostitutivi, quindi rinforzare il comportamento corretto e funzionale. Osservare se ci sono degli schemi ricorrenti e in quali tipi di attività si mostrano maggiori difficoltà. Riuscire a prevedere quali potrebbero essere le difficoltà in modo da riuscirle ad affrontare nel modo corretto. Prima di buttarsi in un’attività è importante chiedere al bambino di ripetere ciò che deve fare e come può rispondere agli eventuali ostacoli che incontra.

Contatto fisico

di Antonella Buonerba “Dottoressa sono molto triste, non so perché..Ho pensato al contatto fisico, al fatto che nel sesso raramente sono predisposta a “ricevere”, a farmi toccare per intenderci, lo faccio anche ma non è ciò che desidero. Questo pensiero mi ha ricordato che non amavo il contatto fisico nemmeno da bambina, tranne quelle volte in cui avrei voluto che mia madre mi abbracciasse, ma al di fuori di lei, mi infastidiva molto quando qualcuno entrava nel mio spazio personale ed è stato così finché non sono diventata grandicella. Intorno ai 20 anni ho allontanato questa cosa perché ho capito che era un modo di esprimersi degli altri e ho continuato a provare disagio. Quando gli altri mi abbracciano io non sento la bella sensazione di cui tanto si parla, penso che sia giusto sottopormi a quel contatto perché socialmente riconosciuto”. Tale testimonianza trova radici nella teoria del l’attaccamento di John Bowlby, successivamente approfondita dalla sua allieva Mary Ainsworth.Secondo tale teoria sin dalla nascita il bambino instaura un legame speciale con la figura adulta di riferimento. I comportamenti di attaccamento sono schemi pre-programmati, su base innata, inscritti nella nostra specie che si attivano spontaneamente e che aumentano le probabilità di sopravvivenza. Lo psicoanalista Rene’ Spitz, attraverso le osservazioni sui neonati lasciati in orfanotrofi, ha studiato gli effetti della deprivazione materna ed emotiva sulla strutturazione della personalità dell’individuo rilevando come la qualità delle prime relazioni produca, in età adulta, significative differenze nella sfera affettiva e sessuale. Nel caso della suddetta paziente, possiamo affermare che alla già grave mancanza di legami significativi (la paziente è stata adottata all’età di 4 anni), si aggiunge l’esperienza di una madre adottiva anaffettiva che non è stata sufficientemente in grado di colmare i “vuoti di amore” della prima infanzia.Anche il padre adottivo non è stato particolarmente accogliente nei confronti della bambina che, trovandosi a vivere la fase del complesso edipico, al momento dell’adozione, ha visto esacerbarsi l’ambivalenza affettiva, inconscia, già tipica di questa fase di sviluppo, nei confronti dei genitori.Per la bambina, infatti, secondo la teoria psicoanalitica freudiana, l’oggetto del desiderio diventa il padre verso il quale sviluppa l’invidia del pene e, il fatto di sapere di esserne priva, la porta a nutrire un risentimento per la madre, ritenuta responsabile di tale assenza. Ne consegue un sentimento di rabbia e di rivalsa che si traduce nel desiderio di ricevere dal padre un figlio come sostituto del pene. Quando questa aspettativa viene delusa, la bambina ritorna al legame con la madre e si identifica con lei. Ciò avviene nel corso della seconda infanzia e della prima adolescenza.Quindi, se non viene risolto il complesso edipico, nella gamma dei possibili sintomi che il soggetto può sviluppare, in età adulta, osserviamo un apparente rifiuto del contatto fisico, la cui negazione viene contraddetta da un desiderio di amore non del tutto soddisfatto dai genitori reali.Inoltre, si può ipotizzare che l’ambivalenza affettiva  si sia trasformata in una sorta di confusione a livello sessuale, spingendo la paziente a  sentirsi a  attratta da entrambi i sessi.“Lavorare sull’edipo” attraverso l’elaborazione delle figure genitoriali e l’analisi dei sogni, porta la paziente ad uscire dall’empasse dell’ambivalenza affettiva e sessuale che veniva vissuta con particolare ansia. Bibliografia-Freud S. (1905) Tre saggi sulla teoria sessuale, OSF, 4-Freud S. (1912-13) Totem e tabu, OSF 7-Freud S. (1931) Sessualità femminile, OSF,11-R. Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Giunti-Barbera-Edipo: rappresentazione antropomorfica del conflitto vitale. Scienza e psicoanalisi (rivista multimediale)