Adolescenti alla ricerca del Reality Shifting

Il Reality Shifting è una nuova moda in voga tra gli adolescenti, che consiste nel creare situazioni ed esperienze immaginarie da vivere in prima persona, utilizzando solamente la forza della propria mente. Questo modo di trasferirsi in un vero sogno ad occhi aperti sta spopolando sui social soprattutto su Tik Tok e sembra che stiano aumentando sempre più i ragazzi che provano a rifugiarsi in diversi mondi di fantasia Il Reality Shifting viene definito come una forma di autoipnosi durante la quale il soggetto che la pratica si astrae dalla realtà per catapultarsi in un mondo immaginario plasmato sui propri desideri e le proprie fantasie. Chi si cimenta in questa specie di meditazione può vivere esperienze alternative, visitare luoghi mai esplorati e persino interagire con personaggi famosi o inventati. Sono moltissimi, ad esempio, i Tik Tok in cui ragazzi e ragazze descrivono con entusiasmo le avventure vissute con attori e/o personaggi del mondo di Harry Potter In psicologia shifting indica la flessibilità cognitiva e la capacità di attivare la mente verso compiti diversi, permettendo il passaggio da un compito all’altro e controllando l’interazione tra i due compiti. Ma in questo caso siamo di fronte ad un fenomeno dove prevale la ricerca dalla disconnessione dalla propria vita reale.  In realtà questo punto rappresenta uno snodo cruciale nell’analisi del fenomeno. Tra le conseguenze della pandemia e la crescente ansia generazionale gli esperti temono infatti che milioni di adolescenti provati dall’isolamento e dall’incertezza del futuro possano assuefarsi a questa uscita d’emergenza dalla realtà. Dobbiamo noi adulti chiederci che cosa succede nella mente di un ragazzo che all’improvviso inizia a isolarsi dal mondo. È difficile da comprendere, ma bisogna cercare di capire cosa lo spinge a farlo senza giudicarlo. In quanto le conseguenze di tale comportamento possono essere devastanti per lui/lei e per la sua famiglia. Si inizia con il non voler frequentare più la scuola, nonostante spesso il rendimento sia buono, poi si inverte il ritmo sonno-veglia e si passa la maggior parte del tempo rintanati in cameretta, con le luci abbassate, per immergersi in un mondo non reale.  Quindi dietro il successo del Reality Shifting può nascondersi il pericolo che i soggetti più fragili finiscano per preferire la fantasia autogestita alla vita vera, estraniandosi dalle normali interazioni di un adolescente (amici, famiglia, scuola) e riducendo il proprio mondo a quello modellato su misura nella propria mente.

Adolescenti & autolesionismo: un meccanismo (apparentemente) incomprensibile

Di Antonia Bellucci “Il dolore che provo è così forte che non riesco a sopportarlo … ma lo posso trasformare … quando si trasforma in tagli o bruciature, allora sì … quello è un dolore che posso gestire!” Queste sono le parole di una ragazza di 14 anni: descrive il suo dolore e la strategia da lei adottata per riuscire a superarlo. L’autolesionismo è un fenomeno nascosto ma molto d i f f u s o , soprattutto tra gli adolescenti italiani e non. È un disturbo che colpisce il 6% della popolazione adulta e oltre il 15% degli adolescenti e dei giovani adulti. Particolarmente diffuso nella popolazione psichiatrica, si presenta di frequente all’interno dei disturbi di personalità borderline, ma può comparire anche in pazienti affetti da disturbi d’ansia, depressione, d i s t u r b i d e l comportamento alimentare o disturbi di personalità diversi dal borderline. La natura della p a t o l o g i a , s o l o d i r e c e n t e r i c o n o s c i u t a c o m e c l a s s e diagnostica a sé stante, è assai variegata: molteplici sono, infatti, le modalità con cui ci si può fare del male e molteplici sono anche le cause che spingono a condotte a u t o l e s i v e . S e b b e n e g l i atti autolesionisti abbiano una natura diversa rispetto ai tentativi di suicidio, esiste un forte legame predittivo tra i primi e i secondi, che sottolinea ulteriormente la necessità d i conoscere ed intervenire tempestivamente su questa forma di sofferenza. In questo breve articolo vengono introdotti i principali riferimenti al tema, illustrando sinteticamente il complesso meccanismo sottostante al comportamento patologico e le pr incipal i e ut i l i st rategi e di intervento. Sono molti gli adolescenti, in particolare le femmine, che si servono di questo peculiare modo di g e s t i r e un d o l o r e e m o t i v o . Adolescenti spaventati, permeati da sensazioni di solitudine e tristezza che li portano ancor più ad isolarsi, a nascondere il proprio dolore così come le ferite fisiche auto- inflitte che si procurano nella speranza di “far uscire il dolore dal corpo”. Sollievo però effimero quello da ferite fisiche, che difatti si affievolisce prontamente: così, un taglio dopo l’altro, il dolore si amplifica, diventa più forte e diviene, molto spesso, inconfessabile. Sono molti quelli che lo fanno, ma pochi gli adolescenti che rivelano questi “rituali” agli amici confidenti, ancora meno chi ne parla in famiglia. L’adolescenza è di per sé una fase della vita molto delicata, un momento in cui mentre il corpo cambia, le emozioni si amplificano e ognuno si trova a dover fare i conti con le proprie paure, con la rabbia, con la tristezza e anche con la vergogna. Così succede, purtroppo, che molti ragazzi iniziano a tagliarsi per imitazione, per provare, o semplicemente perché in quel momento non intravedono strategie migliori per gestire l’esplosione emotiva delle proprie sensazioni; con questa modalità diventa più comodo “buttarle fuori” perché vedere il proprio dolore circoscritto in una ferita evidente lo rende qualcosa di esterno, “identificabile e padroneggiabile”, piuttosto che un oscuro meccanismo interiore, soffocante quasi fino alla morte. Compito di genitori ed educatori è quello di mostrare ai ragazzi dei modi più sani e corretti per divenire consapevoli delle proprie emozioni; delle modalità efficaci per provare a comprenderle e gestirle, ossia per diventarne padroni senza lasciarsi travolgere da esse. La maggior parte dei ragazzi autolesionisti mostra scarsa accettazione di sé e lamenta una vita permeata da solitudine e difficoltà di comunicazione; molti di loro dichiarano di non sapere in che altro modo poter far fronte al loro dolore, tanto che anche solo dar voce a quel dolore li spaventa. Tuttavia la prassi psicologica ci rivela che molto spesso comunicare questo disagio, sentirsi accolti e ascoltati nella propria sofferenza, vivere un’esperienza empatica riguardo il proprio malessere, diminuisce significativamente questo comportamento aprendo così la strada ad una profonda crescita personale nel raggiungimento del proprio benessere. Il primo passo, come sempre, è la consapevolezza del problema. I ragazzi che mettono in atto comportamenti autolesionistici devono, quindi, riconoscerli come disfunzionali per la loro vita e devono attivare una serie di strategie utili per affrontarli: · Cercare gruppi di sostegno · Praticare uno sport, un hobby o una tecnica di meditazione (es. yoga) · Condividere il problema con familiari e amici · Liberarsi degli strumenti utilizzati per ferirsi · Chiedere aiuto a un esperto dell’età evolutiva · Fare una lista delle azioni alternative da compiere al posto d i f e r i r s i , o g n i qualvol ta si avver te lo stimolo. Cosa è possibile fare invece per un genitore che deve affrontare l’autolesionismo del proprio figlio? È importante non lasciarsi prendere dal panico e incoraggiare un dialogo che permetta a l ragazzo d i riconoscere il problema, cercando insieme strategie alternative per g e s t i r e i l d o l o r e e m o t i v o . Indispensabile è sempre l’ascolto: dietro un adolescente che si taglia c’è un adolescente che si sente trascinato da un fiume in piena di emozioni e sensazioni che non è in grado di gestire. Chi desidera aiutarlo deve tenere a mente tutto questo e offrirgli, per iniziare, un o r e c c h i o d i s p o n i b i l e e non giudicante, pronto ad arginare, insieme, quel fiume in piena. Al contrario, ci sono errori molto comuni che andrebbero evitati: · Far finta di nulla o minimizzare · P r e o c c u p a r s i e c c e s s i v a m e n t e , “ingigantire”

Adolescenti di notte, tra musica e cocktail

In una notte di festa, i ragazzi si divertono ballando e bevendo, cercando di avvicinarsi tra loro e, allo stesso tempo, dimenticare paure e preoccupazioni. Infatti, questo comportamento è influenzato anche dal desiderio di appartenere a un gruppo. Inoltre, la musica e l’alcol aiutano a superare inibizioni, permettendo di vivere emozioni intense e alleviando paure e insicurezze.

ADHD: le mamme pazienti. La declinazione del disturbo al femminile

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Ci sono dei miti da sfatare circa le donne e l’ADHD. Il mito dei miti è che le ragazze non ne possano soffrire. Le donne ADHD sono sotto diagnosticate e sotto-trattate, affrontano rischi diversi dell’ADHD al maschile, presentando anche una gamma sintomatologica diversa. Ci è voluto molto tempo per capire come il disturbo da deficit di attenzione / iperattività si presenti nelle ragazze e nelle donne e quali problemi può creare, scopo di questo articolo e capirne e delinearne le differenze fenomenologiche al fine di evitare il rischio della mancata diagnosi. Ansia. Depressione. Insuccesso scolastico. Autolesionismo. Disoccupazi one. Gravidanze non pianificate. Anche un aumento del rischio di morte prematura. I rischi e il tributo di sofferenza che possono derivare dal disturbo da deficit di attenzione / iperattività, sono enormi, conteggiati ogni anno miliardi di euro o dollari, in perdita di produttività e spesa sanitaria con in indicibili frustrazione da parte delle pazienti. Eppure, nonostante oltre un secolo di ricerche e migliaia di studi pubblicati, l’ ADHD – rimane in gran parte frainteso, ciò è particolarmente peggiore quando si tratta di declinare l’ ADHD al femminile. Nonostante tale disturbo sia stato inizialmente concettualizzato come disturbo elettivo dell’infanzia è ormai chiaro e comprovato il suo essere cronico e persistente. Ormai è evidente la sua prospettiva life-span con un cambio sintomatologico dettato sia dalla gravità del disturbo che dal suo t r a t t a m e n t o . Sappiamo che l e manifestazioni in età adulta sono eterogenee e si distaccano dai tipici p a t t e r n c o m p o r t a m e n t a l i c h e contraddistinguono la fenomenologia evolutiva, con espressioni che virano s u l l a d i s r e g o l a z i o n e emo t i v a – comportamentale e compromissioni funzionali ed adattive. Per molti anni si è creduto che l’ADHD fosse un disturbo ad appannaggio dell’età evolutiva e del sesso maschile, sotto valutandlo in ricerche, descrizioni e trattamenti al femminile. Le variazioni cliniche variano con l ’ e t à e l e caratteristiche possono essere declinate anche in base alle tipicità di genere, con presentazione al femminile di disturbi del sonno, difficoltà di pianificazione ed organizzazione, riduzione o quasi assenza di iper attività, sensazione di instabilità con una certa dose di tensione interna costante. Quando si parla di tale disordine tendiamo a “confinare” le donne nel ruolo dei madri o di mogli che hanno figli o mariti affetti da ADHD, oppure le vediamo come operatrici della sanità a vario titolo o come insegnanti. Tali donne ricoprono un ruolo cruciale e fondamentale nel coacing quotidiano di tali pazienti, ma sottovalutiamo la presenza e l’incidenza dell’ADHD nelle donne e nelle ragazze. La presenza del d i s t u r b o n e l l e d o n n e h a u n a fenomenologia a tratti opposta e quasi contraddittoria a quella che siamo abituati e riscontrare nella popolazione maschile. Tale diversità porta ad un misconoscimento diagnostico e ad una mancata comprensione del disturbo. La conoscenza dell’ADHD nelle donne è ancora limitata in quanto pochi studi sono s t a t i c o n d o t t i su questa popolazione. Le donne hanno iniziato solo di recente a essere diagnosticate e trattate per l’ADHD, ad oggi la maggior parte di ciò che sappiamo su questa popolazione si basa sull’esperienza dedotta dai campioni maschili e gli studi evidence based specifici sono limitati e circoscritti alle aree americane. Vari studi hanno largamente sottostimato il numero di donne ADHD (Walker, 1999). Per molti anni si è pensato che il deficit dell’attenzione e iperattività fosse un problema riguardante solo i maschi. Sono molte le ricerche che hanno individuato una percentuale di bambine con il deficit dell’attenzione molto minore rispetto a quella dei maschi. La ragione di questa differenza relativa al genere è rimasta oscura e inesplorata fino a qualche anno fa. In realtà, sembra che questa difficoltà nella diagnosi sia strettamente collegata ai criteri diagnostici ufficiali. Di solito le donne arrivano a riconoscere il proprio ADHD dopo che uno dei suoi figli ha ricevuto una diagnosi. Man mano che imparano di più sull’ADHD, inizia a ri-vedere alcuni tratti, alcune difficoltà che hanno vissuto da ragazze e che ancora vivono, seppur in modalità diverse. Taluni tratti del disturbo finiscono per creare tendenze alla disistima, stati d’ansia, vissuti di inadeguatezza, fino alla sensazione di “non sentirsi una buona donna”, tali problematiche secondarie adombrano e coprono così l’ADHD. Gli psicologi stanno combattendo i pregiudizi di genere nella ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività. La maggior parte dei pochi studi evidence based si sono limitati però, al confronto fenomenologico tra ragazze e ragazzi, utilizzando i sintomi dell’ADHD dei ragazzi come indicatore rispetto al quale le ragazze dovrebbero essere “misurate”, trascurando il fatto che i bisogni delle donne sono biologicamente differenti e devono tenere in considerazione una moltitudine di fattori anche sociali. Storicamente, la ricerca sull’ADHD si è concentrata quasi esclusivamente sui bambini iperattivi, e solo negli ultimi sei o sette anni si è concentrata sugli adulti. Afferma Nadeau, esperto di disturbo nelle donne e direttore del Chesapeake Psychological Services of Maryland in Silver Spring: “E il riconoscimento delle donne [con il disturbo] è rimasto ancora più indietro”. Secondo l’autore questo ritardo nel riconoscimento del deficit nelle ragazze e delle donne è dovuto agli attuali criteri diagnostici. I criteri diagnostici sia del DSM 5 che dell’ ICD 11 rimangono più appropriati per i maschi rispetto alle femmine, e sono incentrati su modelli di riferimento rivolti alla gestione e all’osservazione che genitori e insegnanti, possono fare di comportamenti più evidenti, più problematici e più overt. Secondo Jane Adelizzi, le donne con ADHD sono state trascurate perché l’iperattività di solito manca nelle ragazze, ed in genere la sintomatologia è più covert e disattenta. “Le ragazze con ADHD rimangono un

ADHD: indicazioni per la scuola e per gli insegnanti

Cosa possono fare gli insegnanti per i bambini con ADHD? Vediamolo insieme. Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo del neurosviluppo. I disturbi dello sviluppo neurologico sono condizioni neurologiche che appaiono nella prima infanzia, di solito prima dell’entrata a scuola, e compromettono lo sviluppo del funzionamento personale, sociale, scolastico e/o lavorativo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. L’ADHD genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti, i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino. Come può rispondere la scuola? Gli interventi psicoeducativi non fanno sparire i sintomi dell’ADHD, ma creano condizioniper cui al bambino è possibile vivere delle relazioni sociali più appaganti in un contesto dipiù adeguato benessere per la crescita della persona. Possono migliorare l”impatto” deldisturbo, attenuandone gli effetti. Ad esempio sarebbe opportuno occuparsi di: Strutturare una routine: la giornata può essere organizzata secondo un preciso “copione” (es.: si entra, si saluta, ci si prepara il banco). L’insegnante controlla se tutti hanno il materiale, presenta le attività del giorno e indica i tempi previsti, comunica quando si può fare una pausa. Attenuare i distrattori: far sedere l’alunno nei primi posti o togliere quanto di distraente è solitamente appeso alle pareti della classe risulta essere da subito una buona strategia. Inoltre, ridurre gli elementi di disturbo presenti sul banco, utilizzare solo il materiale strettamente necessario allo svolgimento dell’attività proposta. Permettere i movimenti possibili. Vale il principio della sostituzione: tra due comportamenti non adattivi, se non possiamo eliminarli del tutto, tolleriamo il meno disadattivo. Piuttosto che l’alunno corra per la classe, scappi, butti giù il materiale dal banco del compagno, consentiamogli ogni tanto di stare in piedi al suo banco, di giocherellare con qualcosa mentre aspetta che gli correggiamo il compito, di scarabocchiare su un foglio apposito. Possiamo concordare con lui queste concessioni, contribuirà a rasserenare il nostro rapporto reciproco. Individuare i punti di forza del bambino e rinforzarli. Stabilire un accordo condiviso. Creare una token economy di classe può essere utile per lavorare sui comportamenti più problematici.

ADHD: indicazioni per i genitori

Suggerimenti ai genitori per gestire i comportamenti problematici di bambini con ADHD. Nello scorso articolo si è parlato del Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività e di cosa possono fare gli insegnanti per aiutare questi bambini a regolare i propri comportamenti. Quando si parla delle famiglie, la situazione è più delicata perchè spesso i genitori non sanno cos’è l’ADHD e pensano che possa essere l’educazione in casa acausare il problema. Infatti, davanti ad un bambino con comportamenti problematici, i genitori si muovono tra due posizioni: uno stile educativo iperautoritario oppure l’assecondare i “capricci” del bambino finendo per renderlo ingestibile. Diventa importante allora un intervento di parent training che possa insegnare ai genitori come comportarsi dinanzi ai comportamenti problematici del figlio. Cosa può fare un genitore? E’ opportuno non ripetere sempre le stesse regole o critiche verbali, poichè non si tratta di un problema di comprensione ma di un problema di performance, di agito pratico. Occorre usare commenti positivi, premi, ricompense piccole, frequenti e tempestive. Occorre individuare pochi comportamenti problema su cui intervenire e cercare la collaborazione del bambino spiegando chiaramente e positivamente cosa gli si sta chiedendo: occorre rinforzare, sostenere ed incoraggiare i risultati positivi sulla linea dei comportamenti individuati. Le punizioni sono efficaci nell’immediato ma non a lungo termine. C’è bisogno di elogiare molto questi bambini per quello di nuovo che riescono a fare. Occorre conoscere le situazioni in cui l’instabilità o i problemi aumentano. Sapere cosa eccita e cosa acquieta consente di prevedere come comportarsi nelle diverse situazioni. E’ importante che i genitori riescano a dividere i propri problemi da quelli dei figli e che non pensino di essere “cattivi genitori”. Le difficoltà comportamentali dei propri figli non dipendono da questo. Occorre parlare con il bambino ma non sul bambino in sua presenza. E’ utile ritagliarsi una mezz’ora speciale della giornata per stare con i propri figli per il solo piacere di divertirsi, senza fare compiti (Floor time). E’ un momento in cui si può fare quello che vuole lui, partecipando al suo gioco senza assumere il controllo ma essendone coinvolti.

ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.

ACCEPTANCE AND COMMITTMENT THERAPY

L’ACT è una terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione che aiuta ad abbracciare ogni esperienza umana “Voglio solo essere felice!”, “Non voglio più soffrire!”, “Voglio smettere di provare ansia!” Spesso quando un paziente decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, arriva al colloquio con questi obiettivi. È del tutto normale avere questi pensieri! Perchè ho deciso di parlare di ACT? Perchè mi ha cambiato la vita! non soltanto a livello professionale, quanto personale! Kelly Wilson, uno dei pionieri dell’ACT, consiglia di vedere i pazienti come un tramonto e non come problemi di matematica da risolvere. E fin dall’inizio della terapia, si possono percepire i costrutti innovativi dell’ACT. Il terapeuta non si pone come un essere illuminato che ha risolto tutti i suoi problemi, quanto come un compagno di viaggio. Una metafora molto utilizzata è quella “delle due montagne“: “è come se tu stessi scalando la tua montagna e io la mia. Da dove sono io posso vedere cose della tua montagna che non riesci a vedere. Ma anche io sto ancora scalando la mia montagna, come tutti! Il bello è che puoi migliorare sempre di più nello scalare e imparare ad apprezzare il viaggio…è questo il lavoro che faremo qui insieme”. L’ Acceptance and Commitment Therapy è stata sviluppata da Steven C. Hayes e i suoi collaboratori nel 1986. Successivamente, è stata oggetto di numerosi studi, diventando, ad oggi, una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia empiriche che le permettono di avere l’etichetta evidence-based (basata sull’evidenza). L’ACT ha uno scopo molto importante: riuscire a creare una vita ricca e significativa, mentre si accoglie la sofferenza che la vita inevitabilmente può portare con sé. Durante la terapia, allora: possono essere insegnate abilità di mindfulness, utili ad occuparci di pensieri ed emozioni faticose; si rendono più chiari i valori affinché motivino a stabilire obiettivi e a intraprendere azioni che arricchiscono la nostra vita. Russ Harris, un altro pioniere dell’ACT, ci mostra in questo video cosa si intende per obiettivi e valori. Alla base dell’ACT c’è una teoria scientifica del linguaggio e della cognizione umana definita Relational Frame Theory (RFT). Maggiori informazioni sono reperibili sul sito dell’ACBS Per ora basti sapere che, gli studi effettuati in questo ambito, hanno mostrato come gli strumenti che le persone solitamente utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea soltanto più sofferenza. Ad esempio, la mente di tutti può evocare dolore in qualsiasi momento, anche negli attimi più felici: attraverso un ricordo negativo o immaginando un futuro nefasto. Per questo una delle cose più importanti che si fa con l’ACT è proprio insegnare alle persone a rapportarsi in modo diverso ai propri pensieri e alle proprie emozioni. Quali sono i processi su cui si basa l’ACT? Contatto con il momento presente: prestare attenzione consapevole alla nostra esperienza qui e ora; Defusione: imparare a separarci dai nostri pensieri e a vederli per ciò che sono; Accettazione: aprirsi e accogliere tutte le esperienze che fanno parte della vita; Sé come contesto: riconoscere la parte di sè che non cambia mai e che è in grado di notare tutti i pensieri, le emozioni, i ruoli che invece si modificano nel tempo; Valori: chiarire cosa è davvero importante permette di dare una direzione alla propria vita; Azione impegnata: agire in modo efficace, guidati dai valori. Questi processi sono strettamente collegati tra loro e, lavorando su di essi, si va a toccare un’altra qualità fondamentale dell’ACT: la flessibilità psicologica. Cosa si intende per Flessibilità psicologica? La flessibilità psicologica è l’abilità di essere nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alla nostra esperienza e di intraprendere azioni guidate dai valori. L’ACT è una terapia esperienziale, impossibile da comprendere a pieno soltanto attraverso le parole. “non si può imparare a suonare una chitarra parlandone: devi prenderla concretamente in mano… ed è la stessa cosa con l’ACT”. Bibliografia Harris, R. (2010). La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere. Erickson. Harris, R. (2011). Fare Act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: Franco Angeli.

Abbreviare le parole è uno strumento di comunicazione?

abbreviare

Ormai utilizzare gli acronimi e abbreviare le parole sono una modalità entrata a gamba tesa nella comunicazione quotidiana. Le parole abbreviate, infatti, sono una tecnica usata non solo dai zoomer, ma anche gli adulti ne fanno un largo ab-uso. La necessità di accorciare le parole, e usare semplici abbreviazioni nasce nel settore stenografico per velocizzare la scrittura di un discorso. Negli ultimi anni, invece, l’esigenza si è accentuata in ambito della messaggistica. Alcuni social “primitivi” o compagnie telefoniche ponevano il limite di caratteri da poter utilizzare per l’ invio di un messaggio. Da qui si è sempre più diffusa questa tecnica tanto da essere utilizzabile senza rendersi conto più del contesto. Le abbreviazioni più comuni sono quelle che riguardano le emozioni: “LOL” o “OMG”, “QQ” o ancora “TVB”. Negli ultimi anni questo tipo di espressioni è dato ancora sostituito da emoticon che ne riduce ancor di più lo spazio utilizzato e rendere più “colorato” il messaggio. Altre parole abbreviate invece sono rappresentate da congiunzioni (nn=non, pk=perchè, cmq=comunque). In questo modo, il contenuto trasmesso è visivamente più breve e permette al lettore di non perdere la concentrazione. Frasi troppo lunghe, infatti, fanno calare sensibilmente l’attenzione, compromettendone la comprensione piena. Cosa ci spinge adesso che non c’è più la necessità a continuare ad abbreviare le parole scritte? Abitudine, pigrizia? In effetti, il nostro cervello si è adeguato ai ritmi frenetici della vita quotidiana, dove il tempo è sempre poco e fugace. Tutto scorre intorno a noi molto rapidamente e anche le dita sulla tastiera eseguono la loro danza a velocità impressionante. Va però ricordato che tutto va contestualizzato. Una conversazione tra amici, può essere free, a differenza di una lettera di candidatura per un colloquio di lavoro, anche se l’azienda è giovane. Anche la lettura di un bel libro o articolo non può essere snaturata da abbreviazioni o assenze di congiunzioni, che danno comunque musicalità al testo stesso.

A volte la cura è il contatto: L’importanza della pet therapy

A volte la cura è il contatto. Quando un anziano sembra chiudersi nel suo muro di silenzio, quando un bambino autistico non riesce ad interagire con l’esterno, quando un malato oncologico perde il sorriso… entrare in contatto con un animale può essere un’esperienza rivoluzionaria. Che cos’è la Pet therapy? Si tratta dell’impiego di animali da compagnia per curare specifiche malattie. Un approccio, questo, che si avvale delle caratteristiche degli amici a quattro zampe, ma non solo, per promuovere la salute e il benessere dei pazienti. Pet therapy: a cosa serve? In generale il rapporto uomo-animale stimola la sfera emozionale dell’individuo, favorendone l’apertura verso il mondo esterno. Diversi studi scientifici, hanno dimostrato l’efficacia dell’impiego di animali come metodo di cura, in particolare nei contesti in cui le persone si possono sentire isolate, come gli ospedali e le case di cura: per il paziente è più facile interagire se si trova di fronte a un interlocutore animale, perché sa che non lo giudica. Quest’aspetto è molto importante nel trattamento di soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico, con difficoltà più o meno marcate nella comunicazione con gli altri. Prendendosi cura di un animale o anche soltanto ricevendo le sue attenzioni crescono anche l’autostima e il senso di responsabilità. Questi benefici inoltre durano più a lungo rispetto agli effetti positivi di altre attività simili. A chi è rivolta? La pet therapy è rivolta anche a tutti coloro che, dopo essersi chiusi in se stessi a causa di un trauma psicologico, trovano nella presenza di un amico a quattro zampe uno stimolo relazionale e affettivo, ripristinando piano piano l’abitudine al dialogo. Le sensazioni positive incoraggiano le relazioni interpersonali e permettono di abbattere i muri che spesso i pazienti che si sentono isolati alzano nei confronti del mondo. Infine, è un approccio efficace contro lo stress: essere in compagnia di un animale diminuisce i livelli di ansia, calma il battito del cuore e accresce la produzione di ormoni del buon umore, come endorfine e dopamina. Il rapporto che si instaura con gli amici a quattro zampe, in particolare, migliora l’empatia e l’autostima, favorendo le relazioni sociali e il corretto inserimento nel contesto scolastico. Inoltre, con la pet therapy , il bambino è invitato a prendersi cura di un altro essere vivente: ciò gli consente di uscire dalla sua “bolla” e di essere maggiormente orientato verso il mondo esterno, con maggiore responsabilità. Crescere in compagnia di un animale può poi fare la differenza soprattutto nei soggetti che mostrano problematiche comportamentali e difficoltà di apprendimento. Gli interventi di Pet Therapy non sono applicabili esclusivamente ai percorsi di cura, ma anche in ambiti educativi e ludici. Per questo la Pet Therapy è indicata sia in percorsi con gli anziani che con i bambini.