Quando le vacanze sono fonte di ansia

In prossimità delle vacanze si verifica molto spesso un aumento di ansia e stati di malessere. “Non ho voglia di andare in vacanza, mi viene l’ansia solo a pensarci”, “L’idea di questo viaggio mi mette agitazione”, “Ho atteso questo momento tutto l’anno, eppure, adesso provo un senso di angoscia”. Nel periodo che precede le vacanze, in particolar modo quelle estive, le persone lamentano di frequente questi vissuti. Le vacanze, infatti, non sono sempre percepite come qualcosa di bello e piacevole e non sempre si traducono nell’esperienza grazie alla quale lasciar andare le tensioni accumulate, rallentare i ritmi e riposare la mente. L’ansia, di per sé, è quella tensione naturale che ci consente di gratificare i nostri bisogni e realizzarci. Tuttavia, se questa energia vitale si interrompe, l’esperienza, piuttosto che essere vissuta, viene evitata. L’ansia perde la sua funzione sana per assumere la forma di un sintomo o strutturarsi come disturbo. Il ruolo delle aspettative Molte persone caricano le vacanze di grandi aspettative. A volte sperano di trovarvi un punto di svolta alle proprie insoddisfazioni. Anticipano l’esperienza con fantasie idealizzanti, talvolta salvifiche, proiettando nel mondo esterno la responsabilità di sé e della propria vita. Vi è alla base un evitamento della realtà che è motivo di sforzo, ovvero, di una tensione che si accumula senza portare alla gratificazione e che genera malessere. Altre volte, vi sono anticipazioni negative e persino catastrofiche, che vanno a confermare le idee rigide e svalutanti su se stessi, sugli altri e sulla vita e le esperienze che si ripetono nel proprio copione. Vi sono poi le aspettative esterne. Le vacanze possono diventare un vero e proprio banco di prova. Un ‘dover’ dimostare agli altri di essere all’altezza dei modelli sociali da emulare. La paura di uscire dalla propria comfort zone Una difficoltà molto diffusa è quella di abbandonare i propri schemi, le proprie abitudini e, più profondamente, l’esigenza di controllo. Si tratta di uscire dalla propria zona di comfort che, sebbene rigida e limitante, offre familiarità e rassicurazione. Oltre questo spazio psicologico in cui ci sente protetti, emergono insicurezze, paure, conflitti irrisolti. Parti proprie inesplorate e/o rifiutate. Vi è il doversi confrontare con imprevisti ed esperienze che richiedono nuovi adattamenti. Ed al tempo stesso, quindi, con il cambiamento e la crescita. Il tempo libero e il vuoto La parola “vacanza” proviene dal verbo latino vacare, che vuol dire essere vuoto, libero. Il vuoto è un’esperienza che per lo più spaventa l’animo umano. In special modo nella cultura occidentale, che ostenta il fare e la produttività, sollecitando a riempire ogni spazio vuoto inteso come inutile, sterile. La maggior parte delle persone ha difficoltà a confrontarsi con l’assenza di struttura e con il tempo libero. A contattare la noia, lo stare in contatto con la realtà interna ed esterna senza appoggi esterni e senza far nulla. Ha difficoltà a sentire emozioni e bisogni naturali e ad accogliere il flusso continuo della propria coscienza. Ad assumersi la responsabilità di scelta di fronte alla propria libertà. Al di fuori di doveri, regole e condizionamenti introiettati dall’ambiente. Come sosteneva Kierkegaard, “l’angoscia è la vertigine della libertà“. Abbiamo dunque tutti bisogno di vacanza, di svuotarci. Di sperimentare lo spazio vuoto e libero da cui emerge il contatto autentico con noi stessi e con il mondo che ci circonda e da cui può esserci il nuovo come atto creativo e vitale.

Quando la mente non si ferma mai: come gestire il rimuginio e l’ansia anticipatoria

Ti è mai capitato di svegliarti la mattina e sentire la mente già in corsa? Pensieri che si accavallano, scenari futuri che sembrano inevitabilmente negativi, domande ripetitive del tipo: “E se succede qualcosa?”, “E se sbaglio?”, “E se non riesco?”. Molte persone descrivono questa esperienza come una mente “sempre accesa”, difficile da spegnere anche nei momenti di calma. In psicologia questo fenomeno ha un nome: rimuginio (o ruminazione mentale) e spesso è strettamente legato all’ansia anticipatoria. Vediamo insieme cos’è, perché accade e cosa possiamo fare concretamente per ridurre questo ciclo. Cos’è il rimuginio? Il rimuginio è un processo mentale caratterizzato da: Il punto è che, anche se sembra un tentativo di risolvere qualcosa, in realtà il rimuginio spesso non porta a decisioni utili, ma aumenta ansia, tensione e stanchezza mentale. È come girare in tondo dentro la stessa stanza, convinti che prima o poi comparirà una porta. Ansia anticipatoria: quando il futuro diventa un problema presente L’ansia anticipatoria è quella sensazione di inquietudine legata a qualcosa che deve ancora accadere. È molto comune prima di: La mente cerca di prevedere ogni scenario per sentirsi pronta, ma finisce per generare una serie infinita di ipotesi negative. In altre parole: il futuro diventa un pensiero così invadente da rubare spazio al presente. Perché la mente rimugina? Il rimuginio non è “pigrizia mentale” né debolezza: spesso è una strategia di controllo. La mente rimugina perché crede che: È una forma di protezione, ma con un costo alto: più pensiamo per sentirci al sicuro, più il cervello interpreta la situazione come pericolosa. Risultato? L’ansia cresce. Il circolo vizioso del rimuginio Il rimuginio funziona spesso così: È un circuito che si autoalimenta, come un cane che si morde la coda. Come capire se stai rimuginando Un buon indicatore è chiederti: “Questo pensiero mi porta a un’azione concreta o mi sta solo consumando?” Se stai pensando da ore a una situazione senza fare passi reali, probabilmente sei dentro il rimuginio. Altri segnali tipici: 5 strategie psicologiche per interrompere il rimuginio 1. Dai un nome al processo Sembra banale, ma è potentissimo. Quando ti accorgi di essere dentro un loop mentale, prova a dire: “Sto rimuginando.” Non “sto pensando”, ma “sto rimuginando”. Questo piccolo passaggio crea una distanza tra te e il pensiero. E quella distanza è il primo passo per riprendere controllo. 2. Sposta la domanda: dal “perché” al “cosa posso fare” Il rimuginio è pieno di “perché”: Domande legittime, ma spesso paralizzanti. Prova invece a chiederti: Il cervello cambia direzione: da analisi sterile ad azione. 3. Usa la tecnica del “tempo programmato per preoccuparsi” È una strategia usata spesso in terapia cognitivo-comportamentale. Funziona così: Quando l’ansia arriva fuori da quell’orario, ti dici: “Ci penserò alle 18.00.” Non stai reprimendo, stai rimandando con intenzione. Questo riduce la sensazione che l’ansia comandi la tua giornata. 4. Torna al corpo Il rimuginio vive nella testa. Il corpo è la via più rapida per interromperlo. Puoi provare: Il corpo manda al cervello un messaggio semplice: “Non c’è un pericolo immediato.” E la mente gradualmente rallenta. 5. Trasforma la preoccupazione in piano Se il pensiero riguarda qualcosa di reale, chiediti: Anche una sola azione piccola (mandare una mail, informarsi, parlare con qualcuno) riduce l’ansia perché restituisce senso di efficacia. E se rimuginare fosse un segnale? A volte il rimuginio non è solo ansia, ma un campanello d’allarme. Può indicare che: In questi casi, lavorare sul rimuginio significa anche lavorare su ciò che lo alimenta. Quando chiedere aiuto Se il rimuginio: …può essere utile parlarne con uno psicologo. Non perché “sei fragile”, ma perché la mente sta chiedendo strumenti nuovi.

Quando la coppia devia: la digressione come risorsa relazionale

Quante volte ci capita di osservare coppie che, apparentemente, “si perdono” in chiacchiere inutili, discussioni laterali o interessi divergenti? In realtà, queste digressioni non sono deviazioni prive di senso: sono forme di comunicazione silenziosa. La coppia, quando il copione abituale diventa stretto o saturo, spesso parla d’altro per proteggere il legame, per prendersi una pausa dall’attesa o dall’obbligo di rispondere a schemi troppo rigidi.La digressione può, dunque, avere molte forme: il silenzio, il racconto di aneddoti apparentemente insignificanti, piccoli sintomi individuali o spostamenti di attenzione. Tutto questo non è casuale: funziona come un messaggio indiretto del sistema, che dice “abbiamo bisogno di spazio per restare insieme”. Riconoscere questo linguaggio significa iniziare a vedere la coppia come un organismo vivo, capace di muoversi in direzioni diverse senza perdersi. La digressione come linguaggio del legame In queste pause si possono cogliere desideri inespressi, tensioni sottili, paure di perdita di sé o dell’altro. La digressione diventa così uno spazio privilegiato per osservare il legame nella sua complessità e per comprendere quali risorse, quali equilibri sottili, stanno proteggendo la coppia. Non si tratta di abbandonare la traiettoria terapeutica, ma di sostenere una forma di intimità più autentica e meno rigidamente predeterminata.Il lavoro clinico non consiste nel cancellare la digressione, ma nel renderla pensabile, trasformandola gradualmente da movimento implicito a possibilità condivisa di significazione. È spesso in questo contesto che la coppia può iniziare a immaginare forme nuove di stare insieme, meno vincolate a definizioni identitarie rigide o a aspettative normative.Nella clinica di coppia la digressione è un fenomeno frequente e spesso sottovalutato. Se osservata da una logica lineare, appare come una resistenza, una fuga o una perdita di tempo. Da una prospettiva sistemica, invece, essa può essere letta come una forma di comunicazione complessa, un messaggio che non passa dal contenuto ma dalla struttura della relazione. In termini batesoniani, la digressione non riguarda ciò di cui la coppia parla, ma ciò che sta accadendo nel sistema mentre parla d’altro. Tale fenomeno diventa così una strategia autoregolativa, in altre parole, non si manifesta come un errore comunicativo, quanto piuttosto come un metodo indiretto con cui il sistema cerca di rimanere vitale e coeso. Abitare la digressione: una posizione clinica possibile Il rischio più comune, in seduta, è tentare di ricondurre subito la coppia al “tema centrale”: la nostra cultura clinica valorizza spesso la linearità e l’efficienza. Ma riportare troppo presto sul percorso rischia di soffocare la vitalità del sistema. “Abitare” la digressione significa sospendere il giudizio, accogliere il movimento, osservare senza forzare. Conclusioni La digressione, lungi dall’essere un errore di percorso, può essere letta come un atto di intelligenza relazionale del sistema coppia. Quando la coppia devia, non sempre sta evitando il focus: talvolta sta cercando un centro più abitabile, capace di sostenere la complessità del legame. Riconoscere questo movimento significa assumere una posizione clinica che privilegia il processo, la relazione e la vita del sistema, più che la coerenza del contenuto.

Quando l’amore finisce: sostegno psicologico al termine di una relazione

La fine di una relazione d’amore rappresenta per le persone un momento di profonda crisi soprattutto quando la scelta non è propria ma del partner. La fine di una relazione, che sia un fidanzamento, una convivenza, un matrimonio e che ci siano figli o meno richiede una profonda riorganizzazione. Le persone che si costituiscono come coppia in modo naturale perdono o acquistano ‘parti’ che si strutturano e sedimentano nel tempo. Quando una relazione finisce ci si trova a fare i conti con un processo di ‘ristrutturazione e di ridefinizione’ di se stessi in termini di ruoli e funzioni. In alcuni momenti questo processo può diventare particolarmente faticoso e ci può essere la necessità di un contenimento e di una guida, contemporaneamente può diventare un’occasione per conoscersi un più profondamente. La persona che ha un cosiddetto ‘attaccamento insicuro’ può avere maggiori difficoltà. Cosa significa avere un attaccamento insicuro? L’iniziatore e il principale teorico di riferimento in tale ambito è stato John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico. Questi, interessandosi particolarmente alla natura del rapporto madre-figlio e alle possibili conseguenze sulla personalità dei bambini di un’eventuale separazione precoce dalla madre in età infantile, ha elaborato la teoria dell’attaccamento. I bambini con questo stile sono insicuri nell’esplorazione del mondo, hanno la convinzione di non essere amati, tendono ad evitare la relazione per la convinzione del rifiuto e hanno un’apparente esclusiva fiducia in se stessi. Il sé è visto come positivo e affidabile mentre l’altro come negativo e inaffidabile. Solitamente la madre non è riuscita a rispondere alle richieste del bambino in modo affidabile e ciò non ha permesso di sperimentare di nutrire una fiducia piena. Quando poi quel bambino cresce nella relazione di coppia potrebbe ‘ricercare’ in maniera inconsapevole una ‘conferma’ all’inaffidabilità dell’altro ‘scegliendo’ un partner che ne ricordi le caratteristiche. Il fallimento della relazione ‘svela’ talvolta questo tipo di dinamiche. La fine di una relazione può essere il momento per poter ritirare su se stessi i propri investimenti emotivi e conoscersi profondamente per uscire da dinamiche disfunzionali che si ripetono e che portano a sofferenza.

Quando l’Altro non può esistere. Femminicidio e adolescenza tra possesso, angoscia e fallimento della separazione

Il tema dei femminicidi in adolescenza interroga in modo radicale il nostro modo di pensare il legame, il desiderio e la violenza. Quando la violenza estrema irrompe così precocemente nella vita di un soggetto, non ci si trova di fronte a un gesto improvviso o incomprensibile, ma all’esito tragico di dinamiche che hanno trovato nella relazione affettiva il loro punto di collasso. L’adolescenza, tempo di costruzione dell’identità e di ridefinizione del rapporto con l’Altro, diventa in questi casi il luogo di un fallimento profondo della separazione. L’adolescenza è una fase in cui il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’irruzione del desiderio sessuale. Il legame amoroso assume spesso un valore assoluto: l’Altro viene investito come garanzia identitaria, come risposta al vuoto, come sostegno narcisistico. Quando questo investimento non tollera la differenza e l’autonomia dell’Altro, il legame rischia di trasformarsi in possesso. L’Altro non è più riconosciuto come soggetto separato, ma come oggetto necessario alla propria tenuta psichica. In molte storie di violenza di genere in adolescenza emerge una difficoltà profonda a sostenere la frustrazione, il limite, la perdita. La separazione viene vissuta come annientamento, il rifiuto come umiliazione intollerabile, l’autonomia dell’Altro come minaccia radicale. La violenza diventa allora una risposta estrema all’angoscia di dissoluzione: eliminare l’Altro per non essere lasciati, distruggere ciò che rende visibile la propria mancanza. Queste dinamiche rimandano a un rapporto patologico con la mancanza. L’Altro viene caricato di una funzione totalizzante, chiamato a colmare un vuoto che non può essere colmato. Quando questa funzione viene meno, l’angoscia non trova parole né rappresentazioni e si traduce in agito distruttivo. L’atto violento tenta di ristabilire un controllo assoluto là dove il soggetto sperimenta una perdita insopportabile. La dimensione narcisistica gioca un ruolo centrale. L’Altro è vissuto come estensione del Sé, come specchio indispensabile per mantenere un’immagine di sé coerente. La rottura del legame non rappresenta solo una perdita affettiva, ma una ferita narcisistica che mette a rischio l’identità stessa. In questo senso, il femminicidio non è un gesto “passionale”, ma un tentativo di cancellare l’esperienza della dipendenza e della mancanza. Anche il rapporto con il femminile è profondamente implicato. Il femminile, inteso come alterità, viene vissuto come enigmatico, non controllabile, perturbante. La soggettività dell’altro sesso mette in crisi l’illusione di dominio e di completamento. La violenza si configura allora come tentativo di ristabilire un controllo totale là dove il soggetto non riesce a tollerare l’opacità del desiderio dell’Altro. Questi esiti estremi non nascono nel vuoto. Si inscrivono in storie segnate da modelli relazionali disfunzionali, incapacità di simbolizzare le emozioni, fragilità nell’elaborazione della perdita, ma anche in un contesto culturale che fatica a offrire narrazioni alternative al possesso e alla fusione. Quando l’educazione affettiva è assente o ridotta a prescrizioni morali, il soggetto resta solo di fronte a emozioni che non sa pensare. La clinica mostra come la violenza non emerga improvvisamente, ma sia spesso preceduta da segnali riconoscibili: gelosia estrema, controllo, isolamento del partner, incapacità di accettare il rifiuto, vissuti persecutori. Questi segnali non vanno banalizzati come dinamiche relazionali “normali”, ma letti come indicatori di una fragilità profonda del legame e dell’organizzazione soggettiva. L’intervento non può limitarsi alla condanna dell’atto, pur necessaria, ma deve interrogare ciò che rende possibile una simile deriva. Offrire agli adolescenti spazi di parola in cui la frustrazione, la perdita e il desiderio possano essere pensati rappresenta una delle forme più radicali di prevenzione. È nel tempo dell’ascolto che il soggetto può imparare a separarsi senza distruggere, a perdere senza annientarsi. Pensare i femminicidi in adolescenza significa sottrarli sia alla logica dell’eccezionalità sia a quella della normalizzazione. La violenza estrema segnala un fallimento simbolico del legame, un punto in cui la relazione non ha trovato altri modi di esistere se non nella distruzione. Solo restituendo dignità alla complessità del legame, al lavoro della separazione e alla fatica del desiderio, è possibile aprire uno spazio in cui l’Altro possa esistere senza essere posseduto o annientato. È in questa direzione che il lavoro clinico, preventivo e culturale è chiamato a muoversi, soprattutto quando l’adolescenza mostra il suo volto più tragico.

Quando l’invidia diventa distruttiva

L’invidia è un sentimento di per sé naturale che talvolta può diventare distruttivo fino a sfociare in esiti patologici. La parola “invidia” è data dall’unione del prefisso in (sopra) e vĭdēre (guardare). Letteralmente: guardare sopra. Osservare nell’altro qualcosa che vorremmo avere, ma che non abbiamo, può suscitare in noi invidia. Per l’appunto, il desiderio di possedere ciò che appartiene all’altro. L’invidia è un vissuto molto complesso, dalle tante sfaccettature e connotazioni emotive diverse. Consiste nel provare emozioni spiacevoli, di dispiacere, tristezza o rabbia, di fronte alle qualità, al successo, alla felicità altrui. Questo sentire può accompagnarsi ad un senso di ingiustizia: “Perchè a lui/lei sì e a me no?”. Può essere investito di ammirazione, nella sua forma più sana, o di odio, nella sua forma più distruttiva. L’invidia e la mancanza L’invidia fa luce su di una mancanza. Ed in questo svolge una funzione importante. Va riconosciuta, senza giudizio, prendendosene la responsabilità. Sia nel verso dell’accettare che alcune cose non possiamo cambiarle, sia nel verso di attivarci per ciò che invece possiamo cambiare. Riportare lo sguardo su noi stessi dunque, diventa l’obiettivo. Accettarci, in tutte le nostre parti, e prenderci cura dei nostri bisogni e desideri. L’invidia trova il suo opposto nella gratitudine. Nell’amore e nella pienezza che scaturisce dal riconoscere il valore di ciò che si ha e della vita. Chi tende a stare per la maggior parte del tempo nell’invidia non può provare gratitudine. Vive in una costante mancanza e nel circolo vizioso del guardare sempre a ciò che manca. Lo sguardo invidioso L’invidia è difficilmente riconosciuta e tantomeno condivisa. E’ perlopiù negata o tenuta nascosta, per proteggere una immagine positiva di sé. Il provarla può procurare vergogna, senso di colpa. L’invidia cresce in silenzio, nello sguardo rivolto alle vite degli altri. Dante Alighieri, infatti, per la legge del contrappasso, immagina gli invidiosi con gli occhi cuciti da filo di ferro, in modo che non possano vedere. In alcuni casi lo sguardo invidioso si alimenta di una idealizzazione, dell’illusoria perfezione che si legge nell’altro cui si contrappone una percezione di sé negativa e perdente. Secondo Kierkegaard, l’invidia è ammirazione corrotta dall’orgoglio. Ma, mentre quando ammiriamo ci poniamo ad una distanza che ci consente di provare ispirazione e appagamento, quando invidiamo bramiamo di essere al posto dell’altro ed il coinvolgimento emotivo può essere anche molto elevato. Può far male, fino quasi a provare dolore nel corpo. L’ammirazione ci eleva, ci fa evolvere. L’invidia può trascinarci in un abisso cupo di inquietudini. Sul versante distruttivo e patologico L’invidia diventa distruttiva quando si accompagna al desiderio di danneggiare l’altro o ciò che possiede, nell’intento illusorio di pareggiare i conti e di eliminare la propria sofferenza. Caino, accecato dall’invidia, uccide suo fratello Abele, poichè non tollera che i suoi beni siano i prediletti. Nella sua forma patologica, l’invidia poggia sulla svalutazione di sé e su un profondo senso di inferiorità. La persona tende ad assumere una posizione vittimistica con comportamenti passivi, di conferma della propria impotenza e sfortuna. Oppure, sentendo di aver subito un torto dalla vita, può animarsi di risentimento e odio, assumendo comportamenti violenti, attraverso cui cerca vendetta e riscatto.

Quando l’amore è una certezza solitaria: La sindrome di Clerambault

Esistono forme di sofferenza psichica che mettono profondamente in discussione il nostro modo di intendere le relazioni. La Sindrome di Clérambault, o “erotomani, è una di queste: una condizione in cui una persona è convinta, con assoluta certezza, di essere amata da qualcun altro, spesso una figura distante, non accessibile o socialmente rilevante. A prima vista potrebbe sembrare “solo” un errore di interpretazione. In realtà, si tratta di un fenomeno complesso che coinvolge identità, legami e significati profondi. Che cos’è la Sindrome di Clérambault La Sindrome di Clérambault è un disturbo delirante caratterizzato dalla convinzione incrollabile che un’altra persona sia innamorata del soggetto, anche in assenza di prove o addirittura in presenza di evidenze contrarie. Un aspetto centrale della Sindrome di Clérambault è che l’altro non è realmente incontrato: è costruito. La relazione non è reciproca, ma nemmeno completamente assente. È una relazione asimmetrica e immaginata, che tuttavia ha effetti reali. Dal punto di vista sistemico, possiamo dire che: In questo senso, la scelta di una figura irraggiungibile non è casuale: permette alla relazione di non essere mai davvero messa alla prova. Spesso la figura amata è distante, irraggiungibile, o occupa una posizione “più alta”. Non è un dettaglio: quella distanza protegge la relazione dal confronto diretto. L’altro non può davvero smentire, e quindi il legame può continuare a esistere, anche senza reciprocità. È una relazione che vive soprattutto nella costruzione interna, ma che ha effetti profondamente reali. Anche il rifiuto, quando arriva, non interrompe questa dinamica. Viene reinterpretato, riassorbito, reso coerente con la convinzione iniziale. È qui che vediamo un sistema che si mantiene da sé, integrando persino ciò che dovrebbe metterlo in crisi. Allora la domanda cambia: non è più “perché questa persona crede a qualcosa di falso?”, ma piuttosto “che funzione ha questa certezza nella sua vita?”. In molti casi, questa convinzione sembra rispondere a bisogni profondi di riconoscimento, di esistenza nello sguardo dell’altro, di stabilità identitaria. È come se, attraverso quella relazione immaginata, la persona potesse sentirsi vista, scelta, importante, senza esporsi davvero al rischio della reciprocità reale. Conclusioni Questo non significa banalizzare o giustificare il delirio, ma comprenderne il senso. Perché è proprio a partire da quel senso che diventa possibile un lavoro clinico. In terapia, infatti, il punto non è smontare la convinzione, ma creare le condizioni per cui quella costruzione diventi meno “forte”. Aprire altri spazi relazionali, altre possibilità di essere riconosciuti, altri modi di stare in relazione. La Sindrome di Clérambault, in fondo, ci parla di un bisogno universale portato all’estremo: quello di “esistere per qualcuno”.E ci ricorda che anche le forme più rigide della sofferenza sono, prima di tutto, tentativi, talvolta disperati, di mantenere un legame.

Quando il sintomo del bambino diventa una porta d’accesso al mondo relazionale della coppia

Quando una coppia attraversa una fase di crisi, il conflitto non rimane necessariamente confinato all’interno della relazione tra i due partner. La famiglia è un sistema di relazioni interconnesse e ciò che accade tra i genitori può avere inevitabilmente delle ripercussioni sul clima emotivo familiare e sul benessere dei figli. I bambini, infatti, non hanno bisogno di conoscere i dettagli di un conflitto per percepirne la presenza: possono cogliere i cambiamenti nel tono della voce, la tensione, i silenzi, la distanza emotiva e le modificazioni nelle modalità relazionali dei genitori. Anche quando gli adulti pensano di proteggere i figli nascondendo loro le difficoltà della coppia, i bambini possono comunque percepire che qualcosa è cambiato. Difatti, non di rado, durante le sedute di supporto psicologico alla famiglia, possono venir fuori frasi del tipo: “non voglio più sentirvi urlare e litigare“, espressioni che possono far trapelare uno stato di sofferenza profonda dei bambini rispetto ai genitori. In questa richiesta non si rivela soltanto la necessità di non “sentire” più qualcosa che fa male, ma il bisogno di poter vivere la casa come luogo sicuro, prevedibile, in cui non c’è necessità di prestare attenzione agli sguardi degli adulti. Varie forme di conflitto Il conflitto è parte integrante delle relazioni e può persino diventare un’occasione per apprendere che le differenze devono essere affrontate e che dopo una frattura può esserci una possibilità di riparazione. Ciò che può diventare disfunzionale, invece, è la presenza di conflittualità intensa, frequente e non riparata, soprattutto quando il bambino viene coinvolto, chiamato a schierarsi o reso implicitamente responsabile del benessere dei genitori. Dunque, quando manifesta un disagio la domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto “cosa c’è che non va in lui?” quanto piuttosto “cosa sta accadendo intorno a lui?”. Questo non significa colpevolizzare la coppia genitoriale, ma ampliare lo sguardo. La prospettiva sistemico-relazionale, infatti, ci ricorda che il sintomo può assumere significato all’interno del funzionamento complessivo della famiglia. Ed è in questi casi che il figlio, piuttosto che essere sostenuto dagli adulti, finisce per occuparsi emotivamente degli stessi. Quando il sintomo cambia il Setting terapeutico Il percorso psicoterapeutico può modificarsi nel corso del tempo. Non è raro che una richiesta di aiuto iniziale, centrata sul disagio del figlio, conduca progressivamente a osservare una sofferenza che coinvolge l’intero sistema familiare e, in particolare, la relazione di coppia. Il bambino può rappresentare il motivo per cui i genitori arrivano in terapia, ma il lavoro clinico può successivamente rendere evidente che, per poter intervenire realmente sul suo disagio, è necessario rivolgere lo sguardo anche alla relazione di coppia. In questi casi, l’assetto clinico può trasformarsi: da una psicoterapia prevalentemente centrata sul bambino si può passare a un lavoro con la coppia genitoriale, non perché il figlio venga escluso o perché il suo disagio perda importanza, ma perché il contesto relazionale in cui quel disagio si manifesta diventa parte fondamentale del processo terapeutico. Il sintomo del bambino può così diventare una porta d’accesso alla comprensione di una crisi più ampia, permettendo ai genitori di interrogarsi sulle proprie modalità comunicative, sulla gestione del conflitto e sul modo in cui la loro relazione arriva ai figli. In una prospettiva sistemica, infatti, modificare le relazioni che circondano il sintomo può contribuire a modificare anche il modo in cui il sintomo stesso si esprime. Conclusioni Proteggere i figli, quindi, non significa necessariamente costruire intorno a loro una realtà fittizia in cui i problemi non esistono. Significa permettere loro di rimanere figli, restituendo agli adulti la responsabilità delle proprie relazioni e delle proprie emozioni. Un bambino non dovrebbe sentirsi responsabile della serenità della famiglia, né dovrebbe essere chiamato a fare da mediatore tra due genitori in conflitto. Dovrebbe poter sapere che le difficoltà della coppia appartengono agli adulti e che il suo compito non è quello di risolverle. In questo senso, il lavoro psicologico può diventare uno spazio importante non soltanto per ascoltare il disagio del bambino, ma anche per osservare le dinamiche relazionali all’interno delle quali quel disagio si manifesta. Forse, allora, il compito della terapia non è soltanto aiutare un bambino a stare meglio, ma comprendere che cosa il suo malessere sta cercando di dire. Perché proprio là dove un bambino soffre, una famiglia può finalmente iniziare ad ascoltarsi. Bibliografia

Quando il rifiuto è difficile da tollerare

Il rifiuto è uno dei temi più presenti in terapia, sia sul piano delle paure sia su quello della realtà concreta. Per la gran parte delle persone, è un’esperienza difficile da gestire. Le varie forme di rifiuto che possiamo ricevere L’esperienza del rifiuto può assumere diverse forme ed avere un impatto più o meno significativo su noi stessi, sulla relazione con l’altro e sulla nostra vita in generale. L’altro può rifiutare una nostra proposta, un nostro invito, qualcosa che noi gli offriamo o che gli chiediamo. Così come può rifiutare alcuni nostri comportamenti e talvolta anche rifiutarsi di proseguire la relazione con noi. In ogni caso, il rifiuto è un “no” che noi riceviamo dall’esterno. Il rifiuto inevitabilmente procura una certa frustrazione cui possono accompagnarsi diverse emozioni. Dispiacere, delusione, paura, rabbia. A volte, però, può essere intollerabile e la reazione, sia interna che esterna, non del tutto coerente con la situazione reale. Si tratta di una risposta che solo in una quota ha a che fare con quanto sta accadendo, mentre in gran parte è riconducibile ad un irrisolto che la persona ha dentro di sé. Perchè il riifuto fa così male? L’essersi sentiti rifiutati da bambini, in genere, è ciò che porta, nella maggior parte dei casi, ad avere da adulti difficoltà ad elaborare il rifiuto. Il rifiuto vissuto da bambini può appartenere ad esperienze di abbandono ma, più comunemente, al non essersi sentiti accettati per il proprio modo di essere. Così, la persona adulta che non ha elaborato la ferita originaria, invece di viversi l’esperienza del “no” che riceve oggi, entra nel rifiuto di sé e rivive quanto vissuto allora. Sente di non poter essere apprezzata e amata così com’é: “l’altro mi rifiuta perchè non vado bene”. La svalutazione di sé può assumere varie connotazioni, ad esempio: “Non sono abbastanza, sono un incapace, non sono degno di amore”. L’essersi sentiti, al contrario, sempre approvati e accontenati in qualsiasi richiesta, può ostacolare l’elaborazione del rifiuto come impossibilità di lasciar andare quel senso infantile di specialità e integrare una esperienza diversa. La svalutazione verso se stessi qui è implicita nel tentativo di conservare il privilegio antico come unico modo per riconoscersi e sentirsi riconosciuti. In altri casi, invece, vi può essere stato da bambini il ricorso a difese narcisistiche come migliore forma possibile di adattamento all’ambiente. In questo caso, la persona si protegge in una illusoria perfezione infantile. Evita di coinvolgersi emotivamente e svaluta l’importanza che l’altro ha per sé. Tenta in questo modo di tenere fuori l’esperienza del rifiuto per evitare il crollo dell’immagine di sé costruita fino a quel momento. In ogni caso, alla base della personalità vi è una carenza di autoriconoscimento. La paura del rifiuto Il riifuto può essere molto presente anche sul piano delle fantasie come scenario catastrofico che condiziona l’esistenza. La persona può sottrarsi al contatto con l’esterno o affrontarlo con l’idea che sarà rifiutato. Oppure leggerà come rifiuto ciò che di fatto non lo è, applicando un filtro sulla realtà che gli impedirà di vedere le cose per come sono. Altre volte, lo scenario può essere salvifico, di riscatto dal proprio copione. Mentre altre volte ancora, il rischio di essere rifiutati può essere negato. In ogni caso, ne deriveranno una serie di evitamenti e manipolazioni che la persona metterà in atto per confermare il rifiuto o ricercare l’approvazione all’esterno, rimanendo nella svalutazione. Da questa posizione infantile, la persona non può attivare il proprio Adulto. Non può riconoscere adeguatamente la realtà nè trovarvi risposte congruenti. Resta dipendente, nella proiezione di aspetti propri non integrati e nella riproposizione del passato. Il riifuto come esperienza sana Il “no” serve a individuarsi e a differenziarsi. A separarsi dall’altro. A riconoscere i confini e a rispettarli. Attraverso il “no” che riceve dall’ambiente, il bambino incontra l’esterno. Se questo limite è sano e protettivo, cioè non svaluta e non attacca l’essere, il bambino imparerà a riconoscere sia se stesso che l’altro e la realtà in cui vive in modo adeguato. Come esperienza sana, il rifiuto ha a che fare con un rischio che bisogna correre per vivere. Per crescere e realizzarsi e avere rapporti autentici. Quando incontriamo gli altri, quando presentiamo il prodotto del nostro lavoro, quando ci mostriamo con la nostra spontaneità, quando ci esponiamo nella nostra intimità, in ogni piccola o grande esperienza di vita, le cose possono non andare secondo i nostri desideri e secondo le nostre aspettative. Tollerare questa possibilità, affrontarla come una esperienza frustrante e talvolta anche dolorosa ma che nulla toglie al nostro valore e a ciò che siamo come persone, diventa obiettivo centrale di ogni terapia.

Quando il parto lascia cicatrici invisibili: Violenza Ostetrica e impatti psicologici

La “violenza ostetrica” è un fenomeno molto complesso sia da definire che da analizzare. Con questo termine si intende l’insieme degli atti e dei comportamenti dei professionisti sanitari nei confronti delle donne durante il travaglio e il parto che possono essere identificati come forme di violenza fisica, verbale o psicologica. Il fenomeno della violenza ostetrica viene identificato come “l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avente come conseguenza la perdita di autonomia e delle capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna” (Venezuela, 2007). Inoltre, viene adottata una spiegazione psico sociale al fenomeno grazie al costrutto di “violenza strutturale”, col quale si intende un particolare tipo di violenza che viene esercitata in modo indiretto; essa non ha bisogno di un attore per essere eseguita, è prodotta dall’organizzazione sociale stessa ed è agita da singoli e da gruppi nel quotidiano (Galtung, 1990). La violenza ostetrica viene presa in considerazione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la prima volta nel 2015 e, nel 2016 viene identificata come una pratica che lede il diritto delle donne al diritto alla salute (OMS, 2015). Da un punto di vista psicologico si riferisce a una serie di atteggiamenti e pratiche spesso caratterizzate da abuso di potere che possono manifestarsi durante la gravidanza, il parto o il post-parto. Una serie di ricerche hanno rilevato che il 76% delle donne riferisce di aver subito almeno una forma di violenza ostetrica legata al parto, esperienza che nel tempo tende ad associarsi a difficoltà psicologiche nonché sociali. La svalutazione del vissuto Spesso, quando si ha a che fare con tali vissuti si manifesta da parte degli operatori sanitari un mancato riconoscimento, o ancora un approccio teso a salvaguardare delle “procedure di sistema” anche a scapito del benessere delle pazienti. In questo senso, dunque, si potrebbe far luce sull’accezione più propriamente “sessista” nei confronti di donne che manifestano in assoluta libertà il proprio disagio e che tendenzialmente pongono domande rispetto al proprio dolore fisico. Dagli studi emerge, infatti, che le pazienti spesso menzionano una inadeguatezza delle pratiche da parte degli operatori soffermandosi su temi quali: abbandono, incuria, maltrattamento, mancanza di supporto. Tali sensazioni sembrano altresì avere numerose correlazioni con lo sviluppo della Depressione Post-Partum. Quando si sviluppa tale patologia, la madre percepisce una realtà intrisa in modo costante di sentimenti negativi e di una sintomatologia fisica caratterizzata da spossatezza e mancanza di energie. Per tale ragione la donna sente ulteriormente di non essere in grado di assumere il “ruolo di madre ideale”, ovvero quella che ha introiettato nella sua mente (Pellizzaro, 2024). Conclusioni La violenza ostetrica persiste nel tempo e nelle maggior parte dei casi si identifica nella carenza del personale, negli eccessivi carichi di lavoro e nella mancanza di materiali e attrezzature. A tal proposito quindi il processo del parto andrebbe ripensato e riformulato permettendo alle donne di riacquisire il “controllo” sul proprio corpo. Bibliografia Galtung J., Florio S.(2014) Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare. University Press:Pisa Pelizzari, E. (2024) “Violenza reale e ideologia di genere. Le cause di morte in Italia. Uno sguardo ai dati.”