Quanto siamo influenzabili nelle decisioni?

Tra psicologia, sociologia e studio dei comportamenti economici. Il Covid ha sospeso il futuro, ci ha forzati in un presente ripetuto; una bolla di tempo lungo, che ha tolto energie e capacità di desiderio e di programmazione. Con la prospettiva che la pandemia stia regredendo, si aprono nuovi orizzonti: di riprendere a viaggiare, uscire, progettare. Ed è il tempo delle decisioni: su cosa acquistare, cosa lasciare e su cosa investire. David Robson, nei suoi libri, articoli e ricerche per la BBC, esplora come operiamo nel decidere e come le nostre decisioni possano essere influenzate. Avviene in moltissimi campi e a molti livelli: per vendere, per convincere, per affiliare, per spostare le opinioni dei cittadini. L’argomento è vastissimo, ma qui vediamo cos’è l’”effetto esca”, che possiamo trovare e osservare presto sul nostro cammino, in questi momenti di ripresa di attività a lungo sospese. Sappiamo tutti che, quando siamo ad esempio in un’area di servizio, le bibite in vendita al banco hanno spesso tre opzioni di dimensioni – piccola, media e grande – e che la porzione grande costa solo poco di più di quella media. Visto l’apparente affare, vi è già capitato di scegliere l’opzione più grande e costosa? Si tratta di questo: nell’”effetto esca”, con la presentazione deliberata di un’opzione aggiuntiva, leggermente meno attraente – in questo caso, la bibita di medie dimensioni relativamente costosa – siamo invogliati a pagare più soldi di quanti avremmo scelto razionalmente di spendere. Linda Chang, psicologa dell’Università di Harvard, sostiene appunto che è possibile spingere le persone a scegliere prodotti più costosi, se le opzioni vengono inquadrate in un modo preciso e quanto facilmente il nostro giudizio sia influenzato dal contesto in cui i fatti sono presentati. Ma torniamo alla nostra voglia di viaggiare, dopo questo lungo periodo di spostamenti difficili, e immaginiamo di voler acquistare un volo aereo. È uno dei più classici esempi dell’”effetto esca”. Immaginiamo di scegliere il nostro volo tra le seguenti opzioni: Il volo A costa 400 euro, con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro, con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa  435 euro con uno scalo di 1 ora. In questo caso, i ricercatori hanno dimostrato che la maggior parte delle persone sceglierebbe il volo A, che è più economico del volo C, ma con un tempo di attesa più breve, anche se è notevolmente più costoso del volo B. Ora immaginiamo un’altra scelta di voli: Il volo A costa 400 euro con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa 330 euro con uno scalo di 3 ore e  ¼. In questo caso, la preferenza della maggior parte delle persone è stata per l’acquisto del volo B. Dal punto di vista logico, questo non ha senso: B non dovrebbe essere più attraente ora, rispetto al primo esempio; perché il tempo di attesa e il prezzo sono sempre esattamente gli stessi. Ma il cambiamento del Volo C – che comporta uno scalo ancora più lungo – ha alterato il modo in cui i partecipanti hanno percepito le altre possibilità e in questo contesto hanno preferito scegliere un tempo di attesa più lungo per un prezzo più conveniente. Ricapitolando, ecco come funziona: il volo C  è “l’esca” ed è progettato per apparire simile, ma un po’ meno attraente, rispetto a una delle altre opzioni, che è quella su cui il venditore vuole orientare la nostra scelta. È proprio  il confronto ad aumentare la desiderabilità della scelta “bersaglio” e a portarci ad operarla. Se pensate che l’uso di un’esca ben progettata può spostare l’opinione tra le altre due opzioni fino al 40%, come dimostrano numerose ricerche, capite quanto facilmente le nostre decisioni possano essere influenzate dal modo in cui sono inquadrate le alternative. Non si conoscono ancora le ragioni esatte di questo particolare effetto, anche se si conosce bene come costruirlo e farlo funzionare. Una delle possibili ipotesi dei ricercatori è che il confronto con l’esca ci offra una giustificazione, e quindi ci rafforzi in una direzione, per operare la nostra scelta. Se dovessimo confrontare solo A e B, sarebbe difficile valutare il compromesso tra costo e tempo di attesa: quanti soldi valgono davvero 1 ora e ½ di attesa in più? Ma se un’opzione è ovviamente migliore – il volo C – per attesa o prezzo, abbiamo un buon motivo  per spiegare a noi stessi la scelta operata. Questo ci fa sentire più rassicurati e motivati e ci semplifica- cosa che piace sempre molto al nostro cervello! – il compito. Insomma, una terza opzione poco attraente cambia le preferenze delle persone tra altre due possibilità date. In conclusione: ricordiamoci che l’effetto esca ci attende un po’ dovunque. Ma forse vale la pena, con qualche accortezza anche verso le trappole mentali, di tornare a progettare e a immaginare. Per riaprire ai desideri.

Quanto influisce la depressione genitoriale su i figli?

I figli di genitori depressi hanno la probabilità di sviluppare disturbi depressivi, o altre forme di psicopatologia, di gran lunga superiore ai figli di genitori normali. Quanto più precoce è l’esposizione del bambino alla depressione, tanto maggiore è la gravità dei sintomi, la durata del disturbo ed il numero di recidive, tanto più aumentano le conseguenze sul successivo sviluppo psicologico del bambino. Le carenze psicosociali ed affettive cui sono sottoposti i figli dei genitori depressi costituiscono un significativo veicolo della trasmissione intergenerazionale della patologia. Le madri depresse, sul piano emotivo, presentano maggiore irritabilità e un insufficiente investimento affettivo nel rapporto con il figlio, una minore capacità di riconoscere le sue manifestazioni di disagio ed un’adeguata sensibilità a rispondere ai segnali e alle richieste del bambino. Durante i primi anni di vita, queste madri tendono a stimolare meno i propri figli e ad essere poco empatiche. Il modo disfunzionale in cui le madri depresse svolgono il loro ruolo genitoriale, può essere considerato il principale predittore dello sviluppo di legami di attaccamento di tipo insicuro. Secondo Bowlby i modelli relazionali interiorizzati dal bambino nella relazione con i propri genitori, verranno a loro volta riproposti nelle sue relazioni affettivamente significative, prima fra tutte quella con i propri figli. Il costrutto di modelli operativi interni indica la capacità dell’individuo d’interiorizzare e perpetuare modelli di relazione e quindi di rappresentarli all’interno di quello che è stato definito modello relazionale della mente (Ammaniti, Stern). La presenza d’inadeguati modelli operativi interni del Sé determina l’assenza di una risposta empatica appropriata alla richiesta del bambino, portando quest’ultimo ad interiorizzare, a sua volta, modelli operativi interni del Sé inadeguati. Così, tratti inadeguati o psicopatologici delle caratteristiche di personalità dei genitori, saranno trasmessi ai figli in modo inconsapevole. Anche le caratteristiche depressive della figura paterna hanno un’influenza diretta nel processo di crescita del figlio. Se il padre, invece, è sano ed ha un buon coinvolgimento nella vita del bambino, per il figlio aumenta la possibilità di stabilire in futuro relazioni più positive visto che complessivamente le cure genitoriali migliorano. Le famiglie in cui entrambi i genitori presentano disturbi depressivi creano maggiori difficoltà evolutive nei figli ed aumentano in modo esponenziale la possibilità di familiarità al disturbo depressivo. Le disfunzionali modalità affettive, cognite e relazionali tipiche di genitori depressi, anche laddove non portino allo sviluppo nel figlio di una vera e propria patologia depressiva, possono comunque influenzare aree diverse del suo sviluppo.

Quanti anni ti senti oggi? Tra percezione e realtà

“Quanti anni hai nella tua testa?” è la domanda che ha posto via Twitter ai suoi follower Jennifer Senior, premio Pulitzer 2022, che ha scritto su questo argomento un bellissimo articolo su The Atlantic. La percezione della propria età è un tema con un notevole margine di soggettività. Siamo soggettivi in tutto, ovviamente. Ma, nel caso specifico, c’è un grande divario tra la sensazione soggettiva e la realtà. Parliamo di percezioni di noi, del nostro corpo, del nostro tempo e della nostra durata. Solo in condizioni di patologia e alterazione neurologica, oppure di difficoltà e sofferenza estrema – come avviene nei casi di dispercezione della propria mole corporea, ad esempio nei disturbi alimentari – esistono differenze così grandi. In generale, si rilevano piccole differenze, ma non abissi, tra la realtà – o quello che viene osservato dalla maggioranza delle persone – e quello che percepiamo di noi; inoltre, siamo anche in grado di collocarci nello spazio in modo consapevole: la propriocezione funziona per la maggior parte di noi. Ma cosa succede invece nella nostra mente rispetto alla percezione del tempo e della nostra età? Gli studi concordano sostanzialmente su un punto: la maggior parte delle persone, a partire dai quarant’anni, si percepisce come più giovane e si raffigura internamente con un’età di circa il 20% in meno. Le risposte che danno le persone, sia all’interno di ricerche sia nei salotti o sui social, sul motivo per cui sentono di appartenere a una certa età, sembrano sostenere un’ipotesi: ci “attesteremmo”, in qualche modo, sull’età in cui abbiamo percepito per la prima volta in modo chiaro e continuo una sorta di stabilità di coscienza, di percezione di noi e del mondo; oppure al momento della nostra vita in cui abbiamo ottenuto i primi traguardi importanti. Per chi volesse approfondire questi aspetti, consiglio di leggere gli articoli di due ricercatori che si occupano di memoria, memorie traumatiche e psicologia dell’invecchiamento, a partire da: Berntsen, D., & Rubin, D. C. (2002). Emotionally Charged Autobiographical Memories across the Life Span: The Recall of Happy, Sad, Traumatic and Involuntary Memories. Psychology and Aging, 17, 636-652 A noi qui basta riflettere su quello che emerge in linea generale dalle ricerche in questo campo: gli adolescenti e i giovani adulti tendono a percepirsi con un’età maggiore di quella reale; mentre a partire dai quarant’anni, come dicevamo, si tende a tornare indietro, o meglio a fermarsi – come percezione della propria età – ad una precedente età, in cui abbiamo raggiunto dei risultati. I ricordi più forti e mantenuti nel tempo sono quelli dai 15 ai 25 anni, in cui accadono, nella vita di ognuno, moltissime “prime volte”, cioè eventi che per tonalità emotiva tendono a persistere e a radicarsi nella nostra memoria. In conclusione, si può avanzare una considerazione: che le nostre rappresentazioni interne dell’età siano legate al valore che attribuiamo alla nostra capacità di agire nel mondo e sul mondo. Da piccoli, ci sentiamo più grandi e più capaci di impatto. Dai quarant’anni in poi, quando abbiamo già sperimentato di essere in grado di esercitare un impatto, restiamo in qualche modo legati a questa rappresentazione di efficacia e di potenza, che nelle nostre realtà socio-culturali e alle nostre latitudini è particolarmente legata a questa fascia di età. Curiosamente, gli studi rilevano minore divario tra età percepita ed età reale nelle società asiatiche: forse perché in queste culture – pensiamo in particolare al Giappone – è dato grande valore all’esperienza e all’età anziana, uno status considerato di elevata utilità nel contesto produttivo e sociale e degno di profondo rispetto .E allora, a latitudini diverse dalle nostre, non serve rappresentarsi internamente come più giovani: ci si sente comunque efficaci e capaci. Anche a novant’anni.

Quando un compramento è disturbato? Aggressività Transdiagnostica

di Roberto Ghiaccio I disturbi del neurosviluppo sono principalmente spiegati da un’ipotesi di deficit cognitivo multiplo che sottolinea come i profili clinici siano il risultato di interazioni complesse tra diversi deficit cognitivi e fattori di rischio condivisi. Questi disturbi sono spesso caratterizzati dalla presenza concomitante di più di una condizione clinica, portando al fenomeno della comorbidità. La ricerca esistente ha mostrato chiaramente che vari problemi di sviluppo tendono a coesistere, e che i loro sintomi possono trovarsi lungo un continuum di gravità. Ciò che non è chiaro, tuttavia, è se i bambini con questi problemi concomitanti presentino due o più disturbi separati o diversi sintomi associati a una singola condizione sottostante, e se tale condizione eterotipica possa sconfinare in disturbi classificati in altre categorie diagnostiche. La comorbidità spesso significa che le traiettorie di sviluppo si intersecano per diversi disturbi afferenti anche a diverse sistemazioni nosografiche. Comprendere queste traiettorie e il modo in cui si intersecano può far luce sulla loro eziologia e sulla reciproca interdipendenza. Tale intreccio è ancor più complesso nei casi dei così detti disturbi del comportamento, quadri definiti dalla presenza da un modello persistente di comportamenti negativi, provocatori o che infrangono le regole che sono dirompenti e spropositati in vari basenti di vita. L’impulsività, che può essere definita come una sopravvalutazione della ricompensa a breve termine rispetto agli obiettivi a lungo termine, è collegata ad altri costrutti, come il controllo esecutivo e la disinibizione. Tratto transdiagnostico, l’impulsività è una caratteristica di molti disturbi che possono sembrare piuttosto distinti. In effetti, l’ADHD, il disturbo da gioco d’azzardo, i disturbi da uso di sostanze, il disturbo affettivo bipolare, il disturbo borderline di personalità e il disturbo da gioco su Internet condividono tutti il discontrollo degli impulsi come caratteristica prominente. La recente riclassificazione del DSM5, con la sua enfasi sulla dimensionalità, ha ulteriormente evidenziato l’impulsività, in parte attraverso l’inclusione di due nuovi raggruppamenti diagnostici: “ossessivo-compulsivo e disturbi correlati”, che sostiene uno spettro compulsivo-impulsivo, e dirompente. I dati di neuroimaging suggeriscono l’attivazione differenziale, la densità della materia grigia e la connettività funzionale nelle aree corticali, come la corteccia prefrontale, la corteccia orbitofrontale, la corteccia cingolata anteriore e l’amigdala. Perché esiste l’aggressività in natura? Da un punto di vista evolutivo i comportamenti aggressivi come, per esempio, l’attacco, la difesa e la minaccia, sono comunemente correlati alla competizione mirata ad ottenere risorse o all’accoppiamento o, ancora, alla sopravvivenza. Darwin nel 1871 è stato uno dei primi studiosi della storia che ha rivolto il suo interesse scientifico verso l’aggressività, occupandosi soprattutto dell’aggressività legata a ottenere opportunità di accoppiamento (la “selezione sessuale”) perché questa è la prima ragione per cui gli animali combattono con altri appartenenti della stessa specie oltre ad essere, senza dubbio, la tipologia di aggressività che più s i avvicina a quella degli esseri umani. Nei bambini e negli adolescenti il comportamento aggressivo è considerato uno dei più studiati predittori comportamentali di successivi problemi di adattabilità sociale ed è consistentemente correlato a scarsi successi scolastici. Inoltre, l’aggressività infantile è considerata un precursore evolutivo di comportamenti delinquenziali, abuso di sostanze, depressione ed anche suicidio. Tuttavia, non tutti i tipi di aggressività infantile sfociano in successivi problemi e lo sviluppo di sequele dei comportamenti aggressivi non è lo stesso per tutti gli individui. L’aggressività è considerata un costrutto eterogeneo che consiste di differenti sottodimensioni e la traiettoria evolutiva di un tipo di aggressività può non corrispondere a quella di un altro tipo di aggressività. I dati presenti in letteratura sostengono l’idea che lo sviluppo del comportamento violento è parte di un ampio schema di sviluppo deviante che usualmente inizia con un comportamento distruttivo no delinquenziale, che attualmente vede i suoi precursori rintracciabili sin dai primissimi anni di vita, ovvero dal terzo anno di vita in poi. La ricerca descrive un andamento alterno dei comportamenti aggressivi (overt) che, con un picco intorno al secondo anno di vita, diminuiscono nel corso dell’età di latenza grazie alla migliore acquisizione delle competenza linguistiche e sociali, per poi riprendere quota in adolescenza. Nel periodo prescolare l’iperattività può essere in taluni casi associata ad un comportamento antisociale a insorgenza precoce e persistente; in questi casi di solito sono associate anche difficoltà cognitive di vario genere e problemi relazionali con il gruppo dei pari. Non è affatto chiaro, però, se il deficit cognitivo, l’impulsività e l’iperattività rappresentino insieme un unico fattore di rischio o se, piuttosto, ciascun aspetto definisca un differente tipo di rischio concomitante. Numerosi autori sostengono che il comportamento antisociale che inizia nella prima infanzia ha molte più probabilità di persistere nel tempo che quello che inizia nell’adolescenza. È altamente probabile che la varietà a esordio precoce rappresenti una forma a eziopatogenesi diversa, in quanto ha molte più probabilità di essere associata ad iperattività, deficit attentivi e relazioni inadeguate con i coetanei. Tradizionalmente l’aggressività è stata distinta in ostile o affettiva (reattiva) o strumentale (proattiva) e solo la prima è associata ad impulsività. Inoltre, si può anche distinguere tra aggressività difensiva (provocata) e aggressività offensiva, cioè senza provocazione, e solo quest’ultima sembra destinata ad uno sviluppo antisociale. I sintomi dei disturbi mentali più comuni sono stati generalmente concettualizzati come rientranti in due grandi dimensioni sia negli adulti che nei bambini. Una dimensione è stata etichettata come ipercontrollata, angoscia o interiorizzante e include i sintomi dei disturbi emotivi come ritiro sociale, ansia e depressione. La seconda dimensione è stata etichettata come sottocontrollata, disinibita o esternalizzante e comprende vari comportamenti impulsivi, iperattivi, di uso di sostanze, dirompenti e aggressivi. Questi due domini della psicopatologia formano in modo robusto fattori separati in vari campioni di diversi gruppi di età che supportano modelli distinti di covariazione all’interno degli individui. Questo capitolo discute il controllo dirompente, degli impulsi, e disturbi della condotta e fornisce una panoramica di alcune questioni chiave nella classificazione di questi disturbi nei bambini e negli adolescenti. La categoria dei disturbi dirompenti, del controllo degli impulsi e della condotta fornisce il raggruppamento primario per i disturbi dirompenti nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Questi sono un gruppo

QUANDO SIAMO DISPOSTI A PRESTARE AIUTO?

In questo articolo vedremo quali sono le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passivi di fronte a una situazione di emergenza. Negli anni Sessanta gli studiosi di psicologia sociale si sono dimostrati incuriositi e preoccupati dall’assenza di aiuto prestato dai passanti “occasionali” durante eventi come l’omicidio di Kitty Genovese. Kitty Genovese era una ventottenne, gestrice di un bar. Il 13 Marzo 1964 è stata aggredita con due coltellate alla schiena mentre tornava a casa dal lavoro verso le 3 di notte nel quartiere del Queens a New York. Dopo la prima coltellata, la donna è riuscita a scappare per due volte al suo aggressore, ma solo per poco. Molti vicini, svegliati dalle sue urla, si sono affacciati alla finestra e hanno visto l’immagine dell’aggressore che infliggeva la seconda coltellata. Solamente quando l’aggressore è scappato, qualcuno ha chiamato la polizia. Dall’inizio dell’aggressione erano ormai trascorsi 45 minuti. I giorni dopo, i mass media hanno accusato gli americani di non aver né senso morale in quanto non hanno soccorso la donna. Latanè e Darley hanno iniziato a chiedersi quali fossero i processi e le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passivi. Essi hanno ipotizzato l’effetto passante, secondo il quale una persona è meno incline a prestare aiuto o soccorso quando sono presenti altri spettatori occasionali. Secondo i due studiosi, i processi che inducono le persone a non intervenire sono l’influenza sociale, la diffusione di responsabilità e l’inibizione da pubblico. In primo luogo, le persone si sono viste reciprocamente quando si sono affacciate alla finestra. Nessuna è intervenuta perché guardandosi si sono scambiati l’informazione che quello che stava accadendo non li riguardava. E’ come se si fossero influenzati a non intervenire. In secondo luogo, il fatto di essere con altre persone che non si assumono la responsabilità di intervenire anche in presenza di una situazione pericolosa, ci induce a non intervenire Infine, non interveniamo per paura di intervenire in modo inadeguato e, dunque, di essere giudicati in modo negativo dagli altri Dunque, si può concludere affermando che all’aumentare del numero dei presenti, la probabilità di essere aiutati è minore. Sono state poi considerate altre variabili che non portavano all’intervento nelle situazioni di emergenza come la pressione temporale e la somiglianza. Quando si è di fretta, è più difficile elaborare le informazioni che stanno intorno. Una persona che non è in ritardo può fermarsi e offrire aiuto a una persona in difficoltà. Invece, chi ha fretta è più probabile che tiri dritto per la strada. Poiché la somiglianza porta alla simpatia e la simpatia conduce all’aiuto, siamo più empatici e disposti ad aiutare coloro che sono simili a noi (sia per modo di vestire sia per credenze). In conclusione, vi sono numerosi fattori o situazioni che favoriscono o inibiscono l’aiuto. L’omicidio di Kitty Genovese è sicuramente un episodio che ci ha aiutato a riflettere su queste tematiche. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education

Quando le vacanze sono fonte di ansia

In prossimità delle vacanze si verifica molto spesso un aumento di ansia e stati di malessere. “Non ho voglia di andare in vacanza, mi viene l’ansia solo a pensarci”, “L’idea di questo viaggio mi mette agitazione”, “Ho atteso questo momento tutto l’anno, eppure, adesso provo un senso di angoscia”. Nel periodo che precede le vacanze, in particolar modo quelle estive, le persone lamentano di frequente questi vissuti. Le vacanze, infatti, non sono sempre percepite come qualcosa di bello e piacevole e non sempre si traducono nell’esperienza grazie alla quale lasciar andare le tensioni accumulate, rallentare i ritmi e riposare la mente. L’ansia, di per sé, è quella tensione naturale che ci consente di gratificare i nostri bisogni e realizzarci. Tuttavia, se questa energia vitale si interrompe, l’esperienza, piuttosto che essere vissuta, viene evitata. L’ansia perde la sua funzione sana per assumere la forma di un sintomo o strutturarsi come disturbo. Il ruolo delle aspettative Molte persone caricano le vacanze di grandi aspettative. A volte sperano di trovarvi un punto di svolta alle proprie insoddisfazioni. Anticipano l’esperienza con fantasie idealizzanti, talvolta salvifiche, proiettando nel mondo esterno la responsabilità di sé e della propria vita. Vi è alla base un evitamento della realtà che è motivo di sforzo, ovvero, di una tensione che si accumula senza portare alla gratificazione e che genera malessere. Altre volte, vi sono anticipazioni negative e persino catastrofiche, che vanno a confermare le idee rigide e svalutanti su se stessi, sugli altri e sulla vita e le esperienze che si ripetono nel proprio copione. Vi sono poi le aspettative esterne. Le vacanze possono diventare un vero e proprio banco di prova. Un ‘dover’ dimostare agli altri di essere all’altezza dei modelli sociali da emulare. La paura di uscire dalla propria comfort zone Una difficoltà molto diffusa è quella di abbandonare i propri schemi, le proprie abitudini e, più profondamente, l’esigenza di controllo. Si tratta di uscire dalla propria zona di comfort che, sebbene rigida e limitante, offre familiarità e rassicurazione. Oltre questo spazio psicologico in cui ci sente protetti, emergono insicurezze, paure, conflitti irrisolti. Parti proprie inesplorate e/o rifiutate. Vi è il doversi confrontare con imprevisti ed esperienze che richiedono nuovi adattamenti. Ed al tempo stesso, quindi, con il cambiamento e la crescita. Il tempo libero e il vuoto La parola “vacanza” proviene dal verbo latino vacare, che vuol dire essere vuoto, libero. Il vuoto è un’esperienza che per lo più spaventa l’animo umano. In special modo nella cultura occidentale, che ostenta il fare e la produttività, sollecitando a riempire ogni spazio vuoto inteso come inutile, sterile. La maggior parte delle persone ha difficoltà a confrontarsi con l’assenza di struttura e con il tempo libero. A contattare la noia, lo stare in contatto con la realtà interna ed esterna senza appoggi esterni e senza far nulla. Ha difficoltà a sentire emozioni e bisogni naturali e ad accogliere il flusso continuo della propria coscienza. Ad assumersi la responsabilità di scelta di fronte alla propria libertà. Al di fuori di doveri, regole e condizionamenti introiettati dall’ambiente. Come sosteneva Kierkegaard, “l’angoscia è la vertigine della libertà“. Abbiamo dunque tutti bisogno di vacanza, di svuotarci. Di sperimentare lo spazio vuoto e libero da cui emerge il contatto autentico con noi stessi e con il mondo che ci circonda e da cui può esserci il nuovo come atto creativo e vitale.

Quando la mente non si ferma mai: come gestire il rimuginio e l’ansia anticipatoria

Ti è mai capitato di svegliarti la mattina e sentire la mente già in corsa? Pensieri che si accavallano, scenari futuri che sembrano inevitabilmente negativi, domande ripetitive del tipo: “E se succede qualcosa?”, “E se sbaglio?”, “E se non riesco?”. Molte persone descrivono questa esperienza come una mente “sempre accesa”, difficile da spegnere anche nei momenti di calma. In psicologia questo fenomeno ha un nome: rimuginio (o ruminazione mentale) e spesso è strettamente legato all’ansia anticipatoria. Vediamo insieme cos’è, perché accade e cosa possiamo fare concretamente per ridurre questo ciclo. Cos’è il rimuginio? Il rimuginio è un processo mentale caratterizzato da: Il punto è che, anche se sembra un tentativo di risolvere qualcosa, in realtà il rimuginio spesso non porta a decisioni utili, ma aumenta ansia, tensione e stanchezza mentale. È come girare in tondo dentro la stessa stanza, convinti che prima o poi comparirà una porta. Ansia anticipatoria: quando il futuro diventa un problema presente L’ansia anticipatoria è quella sensazione di inquietudine legata a qualcosa che deve ancora accadere. È molto comune prima di: La mente cerca di prevedere ogni scenario per sentirsi pronta, ma finisce per generare una serie infinita di ipotesi negative. In altre parole: il futuro diventa un pensiero così invadente da rubare spazio al presente. Perché la mente rimugina? Il rimuginio non è “pigrizia mentale” né debolezza: spesso è una strategia di controllo. La mente rimugina perché crede che: È una forma di protezione, ma con un costo alto: più pensiamo per sentirci al sicuro, più il cervello interpreta la situazione come pericolosa. Risultato? L’ansia cresce. Il circolo vizioso del rimuginio Il rimuginio funziona spesso così: È un circuito che si autoalimenta, come un cane che si morde la coda. Come capire se stai rimuginando Un buon indicatore è chiederti: “Questo pensiero mi porta a un’azione concreta o mi sta solo consumando?” Se stai pensando da ore a una situazione senza fare passi reali, probabilmente sei dentro il rimuginio. Altri segnali tipici: 5 strategie psicologiche per interrompere il rimuginio 1. Dai un nome al processo Sembra banale, ma è potentissimo. Quando ti accorgi di essere dentro un loop mentale, prova a dire: “Sto rimuginando.” Non “sto pensando”, ma “sto rimuginando”. Questo piccolo passaggio crea una distanza tra te e il pensiero. E quella distanza è il primo passo per riprendere controllo. 2. Sposta la domanda: dal “perché” al “cosa posso fare” Il rimuginio è pieno di “perché”: Domande legittime, ma spesso paralizzanti. Prova invece a chiederti: Il cervello cambia direzione: da analisi sterile ad azione. 3. Usa la tecnica del “tempo programmato per preoccuparsi” È una strategia usata spesso in terapia cognitivo-comportamentale. Funziona così: Quando l’ansia arriva fuori da quell’orario, ti dici: “Ci penserò alle 18.00.” Non stai reprimendo, stai rimandando con intenzione. Questo riduce la sensazione che l’ansia comandi la tua giornata. 4. Torna al corpo Il rimuginio vive nella testa. Il corpo è la via più rapida per interromperlo. Puoi provare: Il corpo manda al cervello un messaggio semplice: “Non c’è un pericolo immediato.” E la mente gradualmente rallenta. 5. Trasforma la preoccupazione in piano Se il pensiero riguarda qualcosa di reale, chiediti: Anche una sola azione piccola (mandare una mail, informarsi, parlare con qualcuno) riduce l’ansia perché restituisce senso di efficacia. E se rimuginare fosse un segnale? A volte il rimuginio non è solo ansia, ma un campanello d’allarme. Può indicare che: In questi casi, lavorare sul rimuginio significa anche lavorare su ciò che lo alimenta. Quando chiedere aiuto Se il rimuginio: …può essere utile parlarne con uno psicologo. Non perché “sei fragile”, ma perché la mente sta chiedendo strumenti nuovi.

Quando la coppia devia: la digressione come risorsa relazionale

Quante volte ci capita di osservare coppie che, apparentemente, “si perdono” in chiacchiere inutili, discussioni laterali o interessi divergenti? In realtà, queste digressioni non sono deviazioni prive di senso: sono forme di comunicazione silenziosa. La coppia, quando il copione abituale diventa stretto o saturo, spesso parla d’altro per proteggere il legame, per prendersi una pausa dall’attesa o dall’obbligo di rispondere a schemi troppo rigidi.La digressione può, dunque, avere molte forme: il silenzio, il racconto di aneddoti apparentemente insignificanti, piccoli sintomi individuali o spostamenti di attenzione. Tutto questo non è casuale: funziona come un messaggio indiretto del sistema, che dice “abbiamo bisogno di spazio per restare insieme”. Riconoscere questo linguaggio significa iniziare a vedere la coppia come un organismo vivo, capace di muoversi in direzioni diverse senza perdersi. La digressione come linguaggio del legame In queste pause si possono cogliere desideri inespressi, tensioni sottili, paure di perdita di sé o dell’altro. La digressione diventa così uno spazio privilegiato per osservare il legame nella sua complessità e per comprendere quali risorse, quali equilibri sottili, stanno proteggendo la coppia. Non si tratta di abbandonare la traiettoria terapeutica, ma di sostenere una forma di intimità più autentica e meno rigidamente predeterminata.Il lavoro clinico non consiste nel cancellare la digressione, ma nel renderla pensabile, trasformandola gradualmente da movimento implicito a possibilità condivisa di significazione. È spesso in questo contesto che la coppia può iniziare a immaginare forme nuove di stare insieme, meno vincolate a definizioni identitarie rigide o a aspettative normative.Nella clinica di coppia la digressione è un fenomeno frequente e spesso sottovalutato. Se osservata da una logica lineare, appare come una resistenza, una fuga o una perdita di tempo. Da una prospettiva sistemica, invece, essa può essere letta come una forma di comunicazione complessa, un messaggio che non passa dal contenuto ma dalla struttura della relazione. In termini batesoniani, la digressione non riguarda ciò di cui la coppia parla, ma ciò che sta accadendo nel sistema mentre parla d’altro. Tale fenomeno diventa così una strategia autoregolativa, in altre parole, non si manifesta come un errore comunicativo, quanto piuttosto come un metodo indiretto con cui il sistema cerca di rimanere vitale e coeso. Abitare la digressione: una posizione clinica possibile Il rischio più comune, in seduta, è tentare di ricondurre subito la coppia al “tema centrale”: la nostra cultura clinica valorizza spesso la linearità e l’efficienza. Ma riportare troppo presto sul percorso rischia di soffocare la vitalità del sistema. “Abitare” la digressione significa sospendere il giudizio, accogliere il movimento, osservare senza forzare. Conclusioni La digressione, lungi dall’essere un errore di percorso, può essere letta come un atto di intelligenza relazionale del sistema coppia. Quando la coppia devia, non sempre sta evitando il focus: talvolta sta cercando un centro più abitabile, capace di sostenere la complessità del legame. Riconoscere questo movimento significa assumere una posizione clinica che privilegia il processo, la relazione e la vita del sistema, più che la coerenza del contenuto.

Quando l’amore finisce: sostegno psicologico al termine di una relazione

La fine di una relazione d’amore rappresenta per le persone un momento di profonda crisi soprattutto quando la scelta non è propria ma del partner. La fine di una relazione, che sia un fidanzamento, una convivenza, un matrimonio e che ci siano figli o meno richiede una profonda riorganizzazione. Le persone che si costituiscono come coppia in modo naturale perdono o acquistano ‘parti’ che si strutturano e sedimentano nel tempo. Quando una relazione finisce ci si trova a fare i conti con un processo di ‘ristrutturazione e di ridefinizione’ di se stessi in termini di ruoli e funzioni. In alcuni momenti questo processo può diventare particolarmente faticoso e ci può essere la necessità di un contenimento e di una guida, contemporaneamente può diventare un’occasione per conoscersi un più profondamente. La persona che ha un cosiddetto ‘attaccamento insicuro’ può avere maggiori difficoltà. Cosa significa avere un attaccamento insicuro? L’iniziatore e il principale teorico di riferimento in tale ambito è stato John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico. Questi, interessandosi particolarmente alla natura del rapporto madre-figlio e alle possibili conseguenze sulla personalità dei bambini di un’eventuale separazione precoce dalla madre in età infantile, ha elaborato la teoria dell’attaccamento. I bambini con questo stile sono insicuri nell’esplorazione del mondo, hanno la convinzione di non essere amati, tendono ad evitare la relazione per la convinzione del rifiuto e hanno un’apparente esclusiva fiducia in se stessi. Il sé è visto come positivo e affidabile mentre l’altro come negativo e inaffidabile. Solitamente la madre non è riuscita a rispondere alle richieste del bambino in modo affidabile e ciò non ha permesso di sperimentare di nutrire una fiducia piena. Quando poi quel bambino cresce nella relazione di coppia potrebbe ‘ricercare’ in maniera inconsapevole una ‘conferma’ all’inaffidabilità dell’altro ‘scegliendo’ un partner che ne ricordi le caratteristiche. Il fallimento della relazione ‘svela’ talvolta questo tipo di dinamiche. La fine di una relazione può essere il momento per poter ritirare su se stessi i propri investimenti emotivi e conoscersi profondamente per uscire da dinamiche disfunzionali che si ripetono e che portano a sofferenza.