IL VOLONTARIATO E LA PSICOLOGIA

Il volontariato ha le sue radici profonde nell’essenza stessa della natura umana e ha molteplici componenti psicologiche profonde. I comportamenti di volontariato vengono anche messi in occasione di momenti significativi, come possono essere il Natale e la Pasqua. Essendo passata da pochi giorni la Pasqua, in questo articolo vedremo trattate le diverse componenti psicologiche legate al volontariato. 1. L’ALTRUISMO Il volontariato è alimentato dall’impulso innato dell’uomo verso l’altruismo, inteso come la propensione innata a compiere azioni a vantaggio degli altri senza aspettarsi nulla in cambio Durante la Pasqua, questo sentimento altruistico può essere particolarmente accentuato poiché la stagione è spesso associata alla generosità e alla condivisione. 2. EMPATIA E COMPASSIONE L’empatia ci consente di comprendere e condividere le emozioni degli altri, mentre la compassione ci spinge ad agire per alleviare le sofferenze altrui. Durante la Pasqua, questi sentimenti sono particolarmente vivi, poiché ci ricordano l’importanza di condividere gioie e dolori con coloro che ci circondano. Le persone, infatti, possono sentirsi particolarmente motivate a aiutare coloro che sono in difficoltà o che si trovano in situazioni di bisogno, dimostrando così la loro empatia e compassione. 3. IDENTITA’ E SENSO DI APPARTENENZA Partecipare al volontariato in generale e durante la Pasqua può offrire un senso di appartenenza e di identità più profondo. Questo senso di appartenenza alla comunità ci riempie di gratitudine e di gioia, rafforzando il legame tra gli individui. 4. AUTOREALIZZAZIONE E GRATIFICAZIONE PERSONALE Il volontariato offre anche un’opportunità unica di autorealizzazione e gratificazione personale. L’atto di dare senza aspettarsi nulla in cambio porta una sensazione di realizzazione interiore e di soddisfazione che va al di là delle ricompense materiali. Durante la Pasqua, questo sentimento è amplificato dal contesto spirituale e dalla riflessione sul significato più profondo della vita e della solidarietà umana. In conclusione, queste componenti psicologiche del volontariato ci mostrano come l’essere umano sia intrinsecamente motivato verso l’altruismo, l’empatia e la solidarietà. Questi valori, espressi attraverso azioni volontarie durante la Pasqua, possono arricchire sia chi dona sia chi riceve, contribuendo a creare una comunità più coesa.

Ortoressia: cos’è?

Il termine ortoressia, dal greco orthos che significa “corretto”, “sano” e orexis che vuol dire “appetito”, è stato coniato negli anni ’90 dal medico statunitense Steven Bratman, e si riferisce all’ossessione per un’alimentazione ritenuta salutare, che si traduce in un rigido complesso di regole e restrizioni alimentari.  L’ortoressia è caratterizzata dal fatto che la ricerca di una salute ottimale attraverso una dieta estremamente controllata e “pura” si trasforma in un’ossessione che può compromettere significativamente la salute mentale e il benessere psicofisico. L’ortoressia ha molte caratteristiche dei disturbi alimentari (DCA) e dei punti in comune con il disturbo ossessivo compulsivo (DOC): possiamo dire infatti che rappresenta un incrocio tra queste condizioni patologiche.  I disturbi del comportamento alimentare comprendono varie condizioni psicologiche legate all’alimentazione, tra cui anoressia e bulimia e il bingo eating demorder, e altre non inserite nei manuali ufficiali come la pregoressia e la dipendenza da cibo,  che si caratterizzano per un’ossessione riguardo il peso, l’immagine corporea e il controllo del cibo.  Sebbene, come abbiamo visto, l’ortoressia non sia classificata ufficialmente come DCA nei manuali diagnostici, nel panorama scientifico ci sono diverse ricerche che indagano se l’ortoressia debba essere annoverata o meno tra questi disturbi (l’ortoressia può anche configurarsi come disturbo ossessivo e desiderio di controllo ancorato al cibo e alla purezza degli alimenti) Le persone che soffrono di anoressia nervosa o bulimia nervosa condividono la preoccupazione per il peso e l’immagine corporea, e manifestano comportamenti di controllo del peso (come la progressiva riduzione del cibo o le condotte di eliminazione) che possono avere gravi conseguenze sulla salute.  L’ortoressia, d’altra parte, si concentra sulla qualità del cibo con l’intento di raggiungere o mantenere la salute ottimale, ma può ugualmente portare a effetti negativi sulla salute fisica e mentale a causa di restrizioni alimentari eccessive. ‍Sebbene l’ortoressia nasca dall’intenzione di migliorare la salute attraverso un’alimentazione estremamente controllata e salutare, può avere conseguenze sia fisiche che psicologiche significative. Tra le conseguenze fisiche dell’ortoressia possono esserci: carenze nutrizionali, problemi gastrointestinali, amenorrea, perdita di peso, squilibri elettrolitici che possono provocare problemi al cuore e al sistema nervoso, astenia. Tra le conseguenze psicologiche, invece si riscontrano: disturbi d’ansia, disturbi depressivi, vergogna, isolamento sociale e problemi nelle relazioni. I rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati se la persona è convinta che non sono più adatti al proprio stile alimentare.  Il supporto psicologico per il trattamento dell’ortoressia mira a individuare le radici psicologiche del disturbo e ad aiutare l’individuo a sviluppare un rapporto più sano con il cibo e con il proprio corpo. 

Il silenzio degli adolescenti: un mondo da esplorare

Durante l’adolescenza, i ragazzi e le ragazze cercano di capire chi sono e come crescere. A volte diventano silenziosi e non parlano molto. Questo può succedere per diverse ragioni. Alcuni sono timidi, altri, invece, hanno paura di essere giudicati. Anche le esperienze che vivono e le amicizie possono fare sì che i ragazzi parlino di più o di meno. Gli adolescenti possono stare in silenzio in vari modi: concentrandosi su altro, isolandosi o non mostrando interesse nelle conversazioni. Il silenzio può essere un posto sicuro per gli adolescenti, dove possono pensare e capire le loro esperienze senza paura di essere giudicati o fraintesi. Ma è molto importante far capire loro che possono parlare quando vogliono e che riceveranno il necessario supporto e incoraggiamento per farlo.

Emergenza salute mentale tra gli adolescenti

La salute mentale degli adolescenti è un tema che richiede sempre maggiore attenzione e interventi immediati e concreti. Ad oggi, si osservano pienamente le conseguenze della pandemia a livello di benessere psicologico, soprattutto nei confronti degli adolescenti. L’Autorità Garante dell’infanzia riporta come «La pandemia ha determinato un insieme di fragilità di entità crescente che riguardano sia l’aggravamento di disturbi neuropsichici già diagnosticati, sia l’esordio di disturbi in soggetti in condizioni di vulnerabilità, connessa alla condizione familiare, ambientale, socioculturale ed economica, e in soggetti sani che non presentavano alcuna diagnosi. I professionisti hanno assistito a una vera e propria «emergenza salute mentale». Comprendere come agire è di fondamentale importanza. Secondo l’OMS, nel mondo un individuo su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi mentali. In Europa, ben 9 milioni di adolescenti sono alle prese con problemi di salute mentale, segnati principalmente da depressione, ansia e disturbi comportamentali. In Italia nello specifico, dall’ultima indagine di Telefono azzurro, 1 ragazzo su 5 si sente in ansia, e per 1 su 3 chiedere aiuto ad un esperto di salute mentale è motivo di vergogna. Dalla pandemia, sono aumentate le problematiche riguardanti la salute mentale negli adolescenti. In particolare si parla di ansia, attacchi di panico, sintomi depressivi, autolesionismo, abbassamento del tono dell’umore, apatia, difficoltà a concentrarsi, problematiche nei rapporti sociali, solitudine ed solamento, in generale una paura del futuro, anche solo pensarlo o immaginarlo. Ai diversi fattori che influenzano questa nuova realtà, un ruolo significativo è assegnato all’abuso delle piattaforme social e i fenomeni negativi a esse correlati, come l’hate speech, il cyberbullismo, le fake news, modelli di bellezza irraggiungibili, assuefazione, tic e insonnia, che minano profondamente la salute mentale dei più giovani. A conferma degli effetti negativi che i social possono avere sul benessere degli adolescenti, si è osservato come la crescita dell’uso di smartphone e social media e l’aumento dell’isolamento siano legati a un calo della salute mentale collettiva. Il ridursi o addirittura venire meno dell’interazione diretta tra persone sta influenzando lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei ragazzi. Risulta necessario un intervento globale, che abbia come obbiettivo quello di pensare alla cura degli adolescenti, riconoscendo l’esistenza e la rapida diffusione di un disagio giovanile. Ascoltare gli adolescenti è fondamentale per rispondere in modo adeguato ed efficace ai loro bisogni di salute mentale. Una comunicazione efficace favorisce la fiducia e incoraggia l’apertura portando a un sostegno e a un intervento migliori.

Self-Doubt e successo professionale: quale relazione?

Self-Doubt e successo professionale: quale relazione? Questa settimana, le colleghe hanno pubblicato diversi articoli sul blog molto interessanti, che riguardano la sindrome dell’impostore, e gli effetti negativi e positivi dell’autocritica. Leggendo questi articoli, mi viene in mente un lavoro molto interessante che ritengo crei tra di essi un link chiarificatore. In particolare, alcuni autori mostrano dove sia giusto porsi, lungo il continuum che ha ai suoi poli una sprezzante sicurezza delle proprie capacità e un costante dubbio sul sè, per riuscire ad essere lavorati “sufficientemente buoni” , e individui appagati. Niessen-Lie e colleghi (2017), nell’articolo “Love your-self as a person, doubt your-self as a therapist”, studiano il costrutto del Self-doubt nel successo professionale. Esso, a differenza dell’autocritica, è circoscritto al contesto di performance lavorative, ed è definito come la capacità di mettere in dubbio il proprio operato professionale. I ricercatori notano che un alto punteggio al self-doubt è correlato ad un buon successo lavorativo. Questo è vero solo quando è accompagnato da un alto punteggio alla self-affiliation (la capacità di fare esperienza di soddisfazione intrapersonale) e da una capacità di coping costruttivo (cioè mettere in atto le proprie risorse per risolvere il problema presentato). In altre parole, mettere in dubbio il proprio operato lavorativo permette di correggere in corso d’opera eventuali errori lavorativi, capacità fondamentale per il successo professionale. Questo è vero però solo se abbiamo un’autostima e un amore per il sé sufficientemente alto, da riuscire a mobilitare strategie di coping efficaci e a vivere relazioni soddisfacenti con gli altri (colleghi, clienti o pazienti).  L’autocritica è una strada verso il successo, ma solo se si è capaci di amarsi abbastanza come “persone”.

SELF-COMPASSION: avere un atteggiamento compassionevole verso se stessi

Come riconoscere la propria sofferenza e rispondere con gentilezza. Che cos’è la self compassion? E perchè è così importante? La self- compassion è un’abilità che presuppone un atteggiamento di cura verso se stessi. In molti modelli terapeutici basati su evidenza scientifiche sta trovando ampio utilizzo e numerosi sono i benefici nei disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, traumi, dipendenze. Ma non solo! La vita spesso ci pone davanti a delle grandi sfide a cui noi rispondiamo trattandoci con giudizi critici e severi. Avere questo tipo di atteggiamento, invece, implica essere consapevoli che tutti soffriamo nella vita e che non siamo soli. La self-compassion è stata introdotta da Kristin Neff. Fa parte delle cosiddette psicoterapie della terza onda, come l’acceptance and compassion therapy (ACT). Secondo la Self-Compassion alcuni degli ingredienti cardine per sviluppare un atteggiamento compassionevole verso se stessi sono: La consapevolezza nei confronti dei propri vissuti, delle proprie esperienze interne aiuta ad accettarsi riducendo o eliminando il giudizio. La connessione con gli altri esseri umani e con l’universalità della sofferenza. Un atteggiamento gentile nei confronti di se stessi. Quando si sta vivendo un momento di sofferenza, dunque, proviamo a fermarci un attimo e a riconoscere il nostro dolore. Siamo portati, invece, ad evitarlo, a fuggire, a provare “distrazioni”, a fare cioè tutto quello che in realtà non ha a che fare con la gentilezza verso noi stessi. Ma se fosse un nostro amico a soffrire? Cosa gli direi? Non esistono cose giuste o sbagliate da dire, ma probabilmente il nostro amico vorrebbe presenza, comprensione e non di certo giudizi. Perchè quando invece siamo noi a soffrire, non utilizziamo lo stesso atteggiamento di cura riservato ad un amico? Il secondo step importante dunque è rispondere con gentilezza, ovvero “sganciarci” da giudizi severi o dalle classiche storie del “non sono abbastanza bravo”. Pensiamo di nuovo al nostro amico immaginario: cosa gli diremmo in un momento di sofferenza? E proviamo a rivolgere quelle parole a noi. Ricordiamoci che possiamo commettere qualche errore, che siamo umani.

L’autocritica: Il potere di guardare dentro di sé

L’autocritica è una delle abilità psicologiche più importanti che possiamo coltivare per il nostro benessere emotivo e il nostro sviluppo personale. Si tratta di un processo di autovalutazione in cui riflettiamo obiettivamente su noi stessi, i nostri comportamenti e le nostre azioni, senza giudizio eccessivo o autocondanna.Mentre l’autocritica può essere vista come un’abilità positiva, può anche diventare dannosa se non è gestita correttamente. È un processo complesso che coinvolge la valutazione di sé stessi, delle proprie azioni e dei propri risultati. può essere una spada a doppio taglio se non gestita con cura. Vediamo quindi alcuni approfondimenti su come l’autocritica può influenzare diversi aspetti della nostra vita e come possiamo sviluppare una relazione più sana con essa. 1. Impatto sull’Autostima L’autocritica eccessiva può danneggiare l’autostima e minare la fiducia in sé stessi. Quando ci critichiamo costantemente, finiamo per vedere solo i nostri difetti e ci sentiamo inadeguati. Questo ciclo negativo può portare a sentimenti di depressione e ansia. È importante quindi bilanciare l’autocritica con l’auto-compassione, riconoscendo anche le nostre qualità e i nostri successi. 2. Relazioni Interpersonali L’autocritica può influenzare anche le nostre relazioni con gli altri. Quando siamo iper-critici nei confronti di noi stessi, possiamo diventare sensibili alle critiche altrui e reagire in modo difensivo. Inoltre, l’autocritica eccessiva può impedirci di essere autentici nelle relazioni, poiché temiamo il giudizio degli altri. Coltivare un atteggiamento più compassionevole verso noi stessi ci rende più aperti e autentici nelle nostre interazioni con gli altri. 3. Performance e Successo Mentre un po’ di autocritica può spingerci a migliorare le nostre prestazioni e raggiungere i nostri obiettivi, un eccesso di essa può avere l’effetto opposto. La paura di fallire o di non essere abbastanza buoni può paralizzarci e impedirci di agire. Invece di concentrarci solo sui nostri fallimenti, è importante riconoscere anche i nostri successi e le nostre realizzazioni. Questo ci dà fiducia nelle nostre capacità e ci motiva a perseguire i nostri obiettivi. Tuttavia, quando utilizzata in modo sano e costruttivo, l’autocritica può essere un potente strumento per il cambiamento e la crescita personale. Benefici dell’Autocritica 1. Autoconsapevolezza: L’autocritica ci aiuta a conoscere meglio noi stessi, identificando i nostri punti di forza e le nostre aree di miglioramento. 2. Crescita Personale: Riflettere sulle nostre azioni ci permette di imparare dagli errori e di sviluppare nuove competenze. 3. Responsabilità: Prendere responsabilità per le nostre azioni ci aiuta a sviluppare un senso di controllo sulla nostra vita. 4. Relazioni Salutari: Essere in grado di valutare in modo obiettivo il nostro comportamento può migliorare le nostre relazioni, poiché siamo più aperti alla critica costruttiva e più consapevoli degli effetti delle nostre azioni sugli altri. Strategie per gestire l’Autocritica Per gestire in modo sano l’autocritica, possiamo adottare diverse strategie: 1. Compassione verso sé stessi: Accettare che siamo esseri umani e che fare errori è naturale. Trattiamo noi stessi con gentilezza e compassione, proprio come faremmo con un amico in difficoltà. 2. Obiettività: Cerchiamo di guardare alle nostre azioni con occhi obiettivi, senza essere troppo severi né troppo indulgenti. 3. Focalizzarsi sulle soluzioni: Piuttosto che concentrarsi solo sui problemi, concentriamoci anche sulle soluzioni e sui passi da compiere per migliorare. 4. Limitare la rumination: Evitiamo di rimuginare sui nostri errori in modo ossessivo. Impariamo dalle esperienze passate e lasciamole andare. 5. Imparare dall’esperienza: Piuttosto che condannarci per i nostri errori, impariamo dalle esperienze passate e usiamole come opportunità di crescita e miglioramento. L’autocritica può essere una forza positiva nella nostra vita se gestita con cura e consapevolezza. Ci permette di crescere, imparare e migliorare come individui. Tuttavia, è importante trovare un equilibrio tra autovalutazione e auto-compassione per evitare di cadere nella trappola della negatività e della bassa autostima. Con la pratica e l’impegno, possiamo trasformare l’autocritica da una fonte di angoscia a un catalizzatore per il nostro sviluppo personale e il nostro benessere emotivo.

Sindrome dell’impostore: quando il successo sembra un’ingannevole illusione

Nel precedente articolo è stato esplorato un fenomeno psicologico in cui un individuo può avere una visione alterata di sé stesso e delle sue abilità, sovrastimandosi rispetto alla realtà empirica: l’effetto Dunning-Kruger. Tuttavia, nell’articolo odierno, verrà esaminato un fenomeno diametralmente opposto, noto come sindrome dell’impostore. La sindrome dell’impostore, infatti, rappresenta è un fenomeno psicologico che colpisce molte persone di successo, ma spesso rimane poco compreso e sottovalutato. Può manifestarsi come un persistente senso di auto-dubbio e di sentirsi inadeguati nonostante i successi e i riconoscimenti ottenuti.  Che cos’è la sindrome dell’impostore? Nella strada verso il successo e l’auto-realizzazione, molti individui si trovano a lottare con una sensazione insidiosa e debilitante: la sindrome dell’impostore. Questo fenomeno psicologico, noto anche come “impostor syndrome“, è stato originariamente descritto nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. Questo si manifesta quando una persona non riesce a internalizzare i propri successi, credendo erroneamente di essere un impostore destinato a essere scoperto e giudicato inadeguato. Nonostante i traguardi raggiunti e il riconoscimento esterno, chi soffre di questa sindrome vive in costante paura di essere esposto come un “truffatore”. Da dove emerge? La sindrome dell’impostore può colpire individui di qualsiasi età, genere o livello di successo professionale. Può insinuarsi nelle menti anche delle persone più brillanti e realizzate, portandole a mettere in discussione le proprie capacità e ad attribuire il loro successo a fattori esterni, come la fortuna o le circostanze. Uno dei tratti distintivi di questa sindrome è la discrepanza tra il successo oggettivo di una persona e la sua percezione di sé. Anche se le prove del successo sono tangibili, l’impostore interiore persiste nel convincere l’individuo che non è all’altezza e che presto sarà smascherato come un truffatore. Le cause della sindrome dell’impostore possono essere molteplici e complesse. Spesso si radicano in esperienze passate di fallimento o critiche severe ricevute in giovane età. Ad esempio, un bambino costantemente confrontato con standard irrealistici dai genitori potrebbe crescere credendo di non essere mai abbastanza bravo. Inoltre, ambienti competitivi o situazioni di lavoro stressanti possono alimentare il senso di inadeguatezza e il timore del giudizio altrui. Conseguenze e come affrontare la sindrome dell’impostore  Le conseguenze della sindrome dell’impostore possono essere significative per la salute mentale e il benessere emotivo di un individuo. Chi ne soffre è spesso soggetto ad ansia, depressione, bassa autostima e stress cronico. Questo ciclo negativo può anche influenzare le prestazioni lavorative e relazionali, impedendo alla persona di raggiungere il proprio pieno potenziale. Fortunatamente, esistono strategie e tecniche efficaci per affrontare e superare la sindrome dell’impostore. La consapevolezza è il primo passo: riconoscere e accettare i propri sentimenti di inadeguatezza è fondamentale per iniziare il percorso di guarigione. È importante anche sfidare i pensieri distorti e autocritici, sostituendoli con affermazioni positive e realistiche sulle proprie capacità. La ricerca di sostegno sociale è un altro elemento chiave nel superare la sindrome dell’impostore. Parlarne con amici, familiari o un professionista della salute mentale può aiutare a mettere in prospettiva i propri pensieri e a sviluppare strategie per affrontarli in modo costruttivo. Infine, è importante ricordare che il successo non è sempre lineare e che tutti sperimentano dubbi e incertezze lungo il percorso. Accettare che il fallimento e il dubbio siano parte integrante del processo di crescita può aiutare a ridimensionare le aspettative e a sviluppare una mentalità più compassionevole verso sé stessi. Conclusioni In conclusione, la sindrome dell’impostore è un fenomeno diffuso e insidioso che può influenzare negativamente la vita e la carriera di chi ne soffre. Tuttavia, con consapevolezza, supporto e self-care, è possibile superare questa sfida e realizzare il proprio pieno potenziale senza essere ostacolati da sensi di inadeguatezza e auto-dubbio.

I fantasmi in rete: il fenomeno del ghosting

fantasmi

Negli ultimi tempi, si sta diffondendo il fenomeno dei fantasmi del web: il ghosting. Esso consiste in un atteggiamento di sparizione completa e improvvisa in cui si interrompono i rapporti in modo brusco; comportamento utilizzato sempre più frequentemente soprattutto nelle relazioni on line. Insieme all’orbiting e al breadcrumbing, con il ghosting si attuano comportamenti in cui si è poco rispettosi nei confronti della vittima. Inoltre, chi si affida a tali modalità comportamentali non si assume la responsabilità delle proprie azioni e della fine della relazione. L’atteggiamento più diffuso è quello di non rispondere alle telefonate e ai messaggi, arrivando talvolta a bloccare l’utente coinvolto. Alcuni, inoltre, cancellano il proprio profilo o eliminano il contatto tra le amicizie e i followers. Gli aspetti caratteristici del ghoster sono prevalentemente legati all’insicurezza e alla scarsa stima di sé. Questi fantasmi digitali cominciano a prediligere questo tipo di relazioni perchè più facilmente gestibili, sia dal punto di vista pratico e soprattutto dal punto di vista emotivo. Non hanno responsabilità, nè vogliono assumerla e, inoltre, non sviluppano un senso di colpa per il loro comportamento. In talune occasioni, poi, spiano attraverso altri profili o mediante contatti in comune la propria vittima. La sensazione creata in quest’ultima è proprio una presenza/assenza non giustificata e non giustificabile. Ciò che ne deriva, sempre in chi lo riceve è un senso di smarrimento e sfiducia nelle relazioni interpersonali future. Si determina poi un circolo vizioso in cui c’è rabbia e confusione per l’improvvisa assenza, per poi passare ad una spasmodica ricerca del fantasma per ricevere spiegazioni, che ovviamente non arrivano. Il tutto poi ricomincia da capo, minando comunque la propria autostima e la propria sicurezza. Bisognerebbe quindi essere onesti con se stessi, accettando ed elaborando la perdita, pur senza le adeguate spiegazioni, evitando così rimuginii e sensi colpa.

Quando il rifiuto è difficile da tollerare

Il rifiuto è uno dei temi più presenti in terapia, sia sul piano delle paure sia su quello della realtà concreta. Per la gran parte delle persone, è un’esperienza difficile da gestire. Le varie forme di rifiuto che possiamo ricevere L’esperienza del rifiuto può assumere diverse forme ed avere un impatto più o meno significativo su noi stessi, sulla relazione con l’altro e sulla nostra vita in generale. L’altro può rifiutare una nostra proposta, un nostro invito, qualcosa che noi gli offriamo o che gli chiediamo. Così come può rifiutare alcuni nostri comportamenti e talvolta anche rifiutarsi di proseguire la relazione con noi. In ogni caso, il rifiuto è un “no” che noi riceviamo dall’esterno. Il rifiuto inevitabilmente procura una certa frustrazione cui possono accompagnarsi diverse emozioni. Dispiacere, delusione, paura, rabbia. A volte, però, può essere intollerabile e la reazione, sia interna che esterna, non del tutto coerente con la situazione reale. Si tratta di una risposta che solo in una quota ha a che fare con quanto sta accadendo, mentre in gran parte è riconducibile ad un irrisolto che la persona ha dentro di sé. Perchè il riifuto fa così male? L’essersi sentiti rifiutati da bambini, in genere, è ciò che porta, nella maggior parte dei casi, ad avere da adulti difficoltà ad elaborare il rifiuto. Il rifiuto vissuto da bambini può appartenere ad esperienze di abbandono ma, più comunemente, al non essersi sentiti accettati per il proprio modo di essere. Così, la persona adulta che non ha elaborato la ferita originaria, invece di viversi l’esperienza del “no” che riceve oggi, entra nel rifiuto di sé e rivive quanto vissuto allora. Sente di non poter essere apprezzata e amata così com’é: “l’altro mi rifiuta perchè non vado bene”. La svalutazione di sé può assumere varie connotazioni, ad esempio: “Non sono abbastanza, sono un incapace, non sono degno di amore”. L’essersi sentiti, al contrario, sempre approvati e accontenati in qualsiasi richiesta, può ostacolare l’elaborazione del rifiuto come impossibilità di lasciar andare quel senso infantile di specialità e integrare una esperienza diversa. La svalutazione verso se stessi qui è implicita nel tentativo di conservare il privilegio antico come unico modo per riconoscersi e sentirsi riconosciuti. In altri casi, invece, vi può essere stato da bambini il ricorso a difese narcisistiche come migliore forma possibile di adattamento all’ambiente. In questo caso, la persona si protegge in una illusoria perfezione infantile. Evita di coinvolgersi emotivamente e svaluta l’importanza che l’altro ha per sé. Tenta in questo modo di tenere fuori l’esperienza del rifiuto per evitare il crollo dell’immagine di sé costruita fino a quel momento. In ogni caso, alla base della personalità vi è una carenza di autoriconoscimento. La paura del rifiuto Il riifuto può essere molto presente anche sul piano delle fantasie come scenario catastrofico che condiziona l’esistenza. La persona può sottrarsi al contatto con l’esterno o affrontarlo con l’idea che sarà rifiutato. Oppure leggerà come rifiuto ciò che di fatto non lo è, applicando un filtro sulla realtà che gli impedirà di vedere le cose per come sono. Altre volte, lo scenario può essere salvifico, di riscatto dal proprio copione. Mentre altre volte ancora, il rischio di essere rifiutati può essere negato. In ogni caso, ne deriveranno una serie di evitamenti e manipolazioni che la persona metterà in atto per confermare il rifiuto o ricercare l’approvazione all’esterno, rimanendo nella svalutazione. Da questa posizione infantile, la persona non può attivare il proprio Adulto. Non può riconoscere adeguatamente la realtà nè trovarvi risposte congruenti. Resta dipendente, nella proiezione di aspetti propri non integrati e nella riproposizione del passato. Il riifuto come esperienza sana Il “no” serve a individuarsi e a differenziarsi. A separarsi dall’altro. A riconoscere i confini e a rispettarli. Attraverso il “no” che riceve dall’ambiente, il bambino incontra l’esterno. Se questo limite è sano e protettivo, cioè non svaluta e non attacca l’essere, il bambino imparerà a riconoscere sia se stesso che l’altro e la realtà in cui vive in modo adeguato. Come esperienza sana, il rifiuto ha a che fare con un rischio che bisogna correre per vivere. Per crescere e realizzarsi e avere rapporti autentici. Quando incontriamo gli altri, quando presentiamo il prodotto del nostro lavoro, quando ci mostriamo con la nostra spontaneità, quando ci esponiamo nella nostra intimità, in ogni piccola o grande esperienza di vita, le cose possono non andare secondo i nostri desideri e secondo le nostre aspettative. Tollerare questa possibilità, affrontarla come una esperienza frustrante e talvolta anche dolorosa ma che nulla toglie al nostro valore e a ciò che siamo come persone, diventa obiettivo centrale di ogni terapia.