Long Covid o Long trauma?

La pandemia da COVID ha avuto e continua ad avere conseguenze drammatiche sulla popolazione generale. Tutti ne sono stati in qualche maniera “investiti”, anche se l’attenzione oggi viene particolarmente rivolta a coloro che hanno sperimentato in prima persona l’esperienza di malattia. Per molti, infatti, il COVID-19 ha rappresentato una vera e propria sfida specialmente sul piano psicologico. La sindrome da Long-Covid Se per alcuni aver vinto il Covid ha consentito la possibilità di ritornare alla normalità, per altri ha invece rappresentato una minaccia costante, al punto di restare “rintanati” nelle proprie abitazioni o addirittura in spazi circoscritti delle suddette al fine di evitare contatti col mondo esterno, inducendosi volontariamente in una condizione di isolamento forzato. Tali conseguenze hanno caratterizzato quella che successivamente è stata definita come “sindrome della capanna”, un fenomeno che sembra essere molto più frequente di ciò che si possa credere. Tale fenomeno si manifesta nella difficoltà a lasciare la propria abitazione per paura di esporsi ad eventuali minacce e molto spesso anche all’uso ossessivo di prodotti igienizzanti per la persona e per l’ambiente. Tutto quanto concerne tali difficoltà viene etichettato sotto il cappello di una vera e propria sindrome “Post-Covid”, altrimenti detta “Long Covid” che colpisce non pochi pazienti. Come gestire le difficoltà? Uno degli aspetti fondamentali della nostra salute psicologica riguarda la capacità di saper affrontare le proprie emozioni. Quante volte si fa fatica a riconoscerle e di conseguenza si bypassa la possibilità di sperimentare anche quelle poco piacevoli. Una volta riconosciute i passi da compiere vanno nella direzione di una vera e propria metabolizzazione (detta alla Bion) Piuttosto che perdere le energie nel tentativo, quasi sempre fallimentare, di scacciare i brutti pensieri dalla nostra mente, sarebbe opportuno impegnarsi a raggiungere obiettivi concreti e pratici nella vita di tutti i giorni. In primis potrebbe essere importante porsi dei piccoli obiettivi quotidiani, ad esempio, provare a fare una passeggiata di pochi minuti potrebbe essere un primo traguardo raggiungibile. Avere la possibilità di creare un controllo sulla propria vita può essere un’occasione ulteriore per organizzare in modo pratico le proprie giornate. Come affermava William McRaven, ammiraggio della marina militare , “se volete cambiare il mondo cominciate a farvi il letto”, questa frase può essere riportata alla nostra realtà per aiutare chi vive tale condizione a porsi dei piccoli obiettivi quotidiani e soprattutto ad inizio giornata a domandarsi quali sono le proprie priorità. Giorno dopo giorno si potrebbe allargare la lente dei progressi a tutto l’arco della giornata e monitorare anche banalmente quante meno volte si presta attenzione all’igienizzazione, così da tenere traccia dei progressi raggiunti. Il Brain Fog (nebbia cerebrale) Nel Long Covid, il senso di stanchezza sia fisico che mentale, e la chiusura forzata vengono descritte come innaturali e profonde tanto da rendere difficili il compimento di azioni quotidiane normali. Tutto ciò si riversa dunque nella diffioltà a concentrarsi, in un pensiero più lento del solito, in dimenticanze di vario tipo e affaticamento mentale. L’insieme di questi sintomi è utilizzato per descrivere una delle manifestazioni più debilitanti del long Covid, ecco perchè definita come nebbia cerebrale. Purtroppo per il trattamento del Long Covid non esiste un trattamento univoco, si cerca piuttosto di aiutare il paziente con farmaci associati a tecniche di risbilitazione sia respiratoria che fisica, ma di fondamentale importanza sembra essere il trattamento effettuato con psicoterapia abbinata nella fattispecie con delle tecniche di rilassamento. Conclusioni Ad oggi purtroppo non esistono ancora terapie specifiche per la cura dei sintomi legati al Long Covid. Si convive coi sintomi fino alla loro regressione e si cerca di alleviarli risalendo alle cause e trovando soluzioni personalizzate per ogni paziente. Bibliografia Baig, A. M. (2020). Deleterious Outcomes in Long-Hauler COVID-19: The Effectsof SARS-CoV-2 on the CNS in Chronic COVID Syndrome. ACS ChemicalNeuroscience, 11(24). Del Brutto, O. H., Rumbea, D. A., Recalde, B. Y., & Mera, R. M. (2022). Cognitive sequelae of long COVID may not be permanent: A prospective study. European Journal of Neurology, 29(4), 1218–1221. Malik, P., Patel, K., Pinto, C., Jaiswal, R., Tirupathi, R., Pillai, S., & Patel, U. (2022). Post-acute COVID-19 syndrome (PCS) and health-related quality of life (HRQoL)-A systematic review and meta-analysis. Journal of Medical Virology, 94(1), 253–262. https://doi.org/10.1002/jmv.27309 Moreno-Pérez, O., Merino, E., Leon-Ramirez, J.-M., Andres, M., Ramos, J. M., Arenas-Jiménez, J., Asensio, S., Sanchez, R., Ruiz-Torregrosa, P., Galan, I., Scholz, A., Amo, A., González-delaAleja, P., Boix, V., Gil, J., & COVID19-ALC research group. (2021). Post-acute COVID-19 syndrome. Incidence and risk factors: A Mediterranean cohort study. The Journal of Infection, 82(3). Wright, J., Astill, S. L., & Sivan, M. (2022). The Relationship between Physical Activity and Long COVID: A Cross-Sectional Study. International Journal of Environmental Research and Public Health, 19(9), 5093.

Il bambino interiore che vive in ognuno di noi

Incontrare il proprio bambino interiore è parte essenziale del processo di consapevolezza e cambiamento di ogni psicoterapia. In ognuno di noi vive il bambino che siamo stati. Pensieri, emozioni, sensazioni, modalità infantili acquisite nel corso dei primi anni di vita che tendiamo a ripetere e ferite antiche che ancora oggi chiedono attenzione. Ma non solo. In ognuno di noi risiede una parte bambina della personalità depositaria di emozioni e bisogni attuali. Si tratta della nostra parte spontanea e creativa, spesso ostacolata da divieti e condizionamenti che limitano l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Per molte persone è difficile guardare al proprio bambino interiore. Alcuni manifestano vergogna, diffidenza, negazione. La reazione più comune è quella di mostrarsi giudicanti e svalutanti. Vi sono numerose convinzioni su come debba essere un adulto che impediscono talvolta di considerare già solo l’ipotesi dell’esistenza di un bambino dentro di sé. In realtà, tanto più il bambino interiore non viene riconosciuto tanto meno potrà esservi lo sviluppo di una personalità adulta. Il bambino interiore secondo l’Analisi Transazionale Secondo l’Analisi Transazionale, il bambino interiore corrisponde ad uno dei tre Stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Oltre al bambino che siamo stati, ciascuno di noi possiede dentro di sè il genitore che ha avuto. L’insieme dei messaggi ricevuti e il modello genitoriale trasmesso dalle proprie figure genitoriali. Il modo con cui ogni persona si relaziona con la propria parte bambina fa luce sul proprio genitore interno. Quando il Genitore risulta svalutante, la persona non è in grado di riconoscersi in tutte le proprie parti. Non può essere ciò che é ma avverte la spinta a dover essere o a non dover essere in un certo modo, in base ai messaggi genitoriali interiorizzati. In presenza di un conflitto interno tra Bambino e Genitore, l’Adulto, inteso come capacità di rispondere in modo soddisfacente ai bisogni del qui e ora, non può funzionare in maniera adeguata. Il Bambino alla guida della personalità Quando il Bambino non è adeguatamente riconosciuto, la persona tende a ricorrere ad agiti per comunicare ciò che sente e le parti rifiutate di sé. In questo stato di cose, sarà il Bambino e non l’Adulto a guidare la personalità nelle sue scelte e nei suoi comportamenti. Andandosi a confermare le decisioni antiche di copione, le credenze, le emozioni e le esperienze già vissute, la persona resta imbrigliata in uno schema che si ripete e dal finale prevedibile. Incontrare il Bambino Incontrare il proprio Bambino vuol dire dunque innanzitutto vedere il bambino che siamo stati e come quella parte di noi continua a reclamare ciò che non ha ricevuto allora. Come manipola per ottenere attenzioni, sentendosi ad esempio non importante e non meritevole di amore. Come in alcuni casi si boicotta nei suoi progetti e in ciò che desidera, sentendosi inadeguato e credendo di non farcela. O come, in altri casi, si impedisce di stabilire relazioni durature per paura di essere abbandonato. Invidia, distrugge, rinuncia, invece di costruire per sé. Incontrare il proprio Bambino è guardare dentro di sé, alle ferite del proprio passato e alle emozioni e ai bisogni autentici del presente. E’ potersi riconoscere per come si é. In terapia questo passaggio è reso possibile mediante la costruzione di un Genitore capace di accogliere, sostenere e guidare il Bambino. Ed è grazie a questo incontro che è possibile superare i conflitti interni, riconoscersi e sviluppare un Adulto capace di andare verso la realizzazione di sé.

VI INNERVOSISCE APPARIRE NERVOSI?

Avete mai avuto la consapevolezza di avvicinarvi a qualcuno da cui vi sentivate attratti, preoccupandovi di apparire nervosi? O ancora: vi è mai capitato di tremare mentre parlavate in pubblico, pensando che tutti lo notassero? Savitisky e Gilovich teorizzano la cosiddetta ILLUSIONE DI TRASPARENZA, che porta le persone a ritenere che le loro emozioni nascoste affiorino e possano essere facilmente lette dagli altri. I due studiosi si sono chiesti se tra gli oratori inesperti potessero affiorare un’illusione di trasparenza e se ciò potesse in qualche modo turbare la loro performance. Per scoprirlo, hanno invitato 40 studenti (suddivisi in 20 coppie) nel loro laboratorio. Uno studente era sul podio e parlava di un argomento scelto dai due ricercatori, mentre l’altro sedeva in veste di pubblico. Poi si scambiavano. In seguito, ognuno dei due valutava il proprio grado di nervosismo mentre era sul podio e di cui credeva che il compagno si sarebbe accorto. I risultati mostrano che gli studenti avevano valutato di apparire più nervosi di quando fosse sembrato al compagno. Si può concludere affermando che molte meno persone di quante ci si aspetta prestano attenzioni alle nostre emozioni. Direttamente collegato all’illusione di trasparenza, c’è l’EFFETTO SPOTLIGHT. L’effetto spotlight è la convinzione che gli altri presto più attenzione al nostro aspetto e al nostro comportamento di quanto non facciano in realtà. In un esperimento, Gilovich ha fatto indossare delle giacche imbarazzanti ad alcuni studenti prima di entrare in un’aula con altri compagni di corso. Solo il 23% ha notato la giacca, mentre il 50% di coloro che indossavano la giacca era convinto che sarebbe stato notato dalla totalità dei compagni. Allo stesso modo si tende a sopravvalutare la visibilità delle gaffe sociali e dei lapsus in pubblico. In conclusione, ciò di cui ci preoccupiamo in dismisura viene a stento notato dagli altri e in breve dimenticato. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education

Comunità educante e aspetti psicologici

Senza tener conto degli aspetti psicologici di una comunità educante non consideriamo la sua esistenzaMaria Anna Formisano La scuola è una comunità educante con specifici scopi e obiettivi mirati, ma spesso è influenzata da vari aspetti psicologici. E sono proprio gli aspetti psicologici che incidono in maniera positiva o negativa sull’intera comunità educante. Ad esempio, pensiamo al modo in cui un membro della comunità educante (docente, alunno, dirigente, personale Ata,famiglia) reagisce alle varie richieste e ci rendiamo subito conto delle ricadute sull’intera comunità educante. Non dimentichiamo poi che ciascuna persona ,membro della comunità educante, agisce in base alle sue emozioni, alle sue conoscenze, alla sua affettività e alla sua personalità. Purtroppo, però, questo agire individuale si ripercuote sull’agire collettivo. Ed ecco una vera e propria reazione a catena. La comunità educante e i suoi aspetti psicologici richiedono una valutazione accurata. In questo articolo vorrei lanciare alcuni spunti. 1. Le dinamiche interpersonali Le abilità interpersonali possono avere profondi effetti sulle persone. Ricordiamo che le persone instaurano certi tipi di relazioni interpersonali in base al loro funzionamento ed eventualmente al loro stato di malessere o benessere. Se le persone stanno bene sono disposte alla cooperazione e alla collaborazione. Se le persone stanno male sono più propense al litigio e alle polemiche. 2. Lo spazio decisionale Vi è capacità organizzativa quando vi è l’ottimizzazione dello spazio decisionale, ossia l’abilità di prendere decisioni in tempi brevi, utilizzando anche un pensiero flessibile e originale. In altre parole, va bene pianificare la decisione, ma è importante anche scegliere rapidamente per il benessere della comunità educante. Se è vero che la decisione è sempre in qualche modo legata allo scopo e al tempo a disposizione è anche vero che un uomo che osa sprecare un’ora del suo tempo non ha scoperto il valore della vita (Charles Darwin). 3. Il benessere psicofisico Vi è impegno lavorativo quando vi è un benessere psicofisico, una vera opportunità di crescita e di miglioramento lavorativo, un ambiente di lavoro accogliente e piacevole (Pelizzoni, 2005). Studi recenti hanno dimostrato come un maggior grado di esaurimento emotivo si associ ad una mancanza di benessere psicofisico. Per dirla con le parole di Erich Fromm una società sana (aggiungerei una comunità educante sana) favorisce la capacità di amare i suoi simili, di lavorare e creare, di sviluppare la sua ragione e la sua obiettività, di avere un senso di sé che sia basato sull’esperienza delle sue energie produttive. 4. Le novità e i cambiamenti Vi è sensibilità ai problemi se si riesce a fronteggiare le novità. Sono proprio le novità che chiedono il cambiamento. Il cambiamento avviene però solo attraverso una gestione strategica dotata di senso e significato. Lo scopo è dare fiducia e accettazione,senso di appartenenza e autonomia. Da dove partiamo? Quando possiamo e vogliamo proviamo a considerare e a riflettere su uno di questi fattori. Chissà forse potremmo cominciare a trovare un perchè di alcune azioni.

She can be everything. L’attuale condizione delle bambine e delle ragazze, tra ostacoli e salute mentale

Le bambine, le ragazze e le donne possono essere tutto, “she’s everything”, ce lo ha ricordato a gran voce anche Barbie nel film di recente uscita. Dobbiamo essere fiere e orgogliose di quello che siamo e non dobbiamo porre limiti al nostro potenziale e alle nostre aspirazioni. Tutto vero e con una grande carica motivazionale, ma l’attuazione di queste convinzioni si scontra quotidianamente con una realtà che tiene poco conto delle ragazze e delle donne, che continua a perpetrare violenza e isolamento, che fatica a raggiungere la parità di genere, che rafforza sistematicamente gli stereotipi e i pregiudizi di genere, che non lotta abbastanza per l’emancipazione e l’empowerment femminile. A pochi giorni dalla Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze dell’11 Ottobre istituita dall’ONU è fondamentale capire a che punto siamo, cosa stiamo facendo e cosa è necessario fare per abbattere questi ostacoli, sia psicologici che culturali che sociali, che impediscono alle ragazze e alle donne di sfruttare il loro vero potenziale.  A che punto siamo? Report InDifesa 2023 “Il mondo sta deludendo le donne e le ragazze”, è quanto scritto nel report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti delle donne UnWoman¹, che dettaglia le differenze di genere lungo il percorso per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati per il 2030. In occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle donne, la fondazione Terre Des Hommes ha pubblicato la XII edizione del report InDifesa, che descrive l’attuale condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo. Il report riporta quali sono i principali ostacoli che ritardano la piena parità di genere in vari ambiti e nei vari continenti; l’obiettivo è quello di creare consapevolezza al fine di implementare interventi per la promozione dei diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo, per difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all’istruzione, all’uguaglianza e alla protezione.  Il quadro riportato mostra quanto ancora siamo lontani dal raggiungere  l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze, obiettivo dell’Agenda 2030. Come riportato, “se i trend attuali continueranno, infatti, più di 340 milioni di donne e ragazze vivranno ancora in estrema povertà entro il 2030. […] Molto è stato fatto dal 2015 a oggi per garantire l’istruzione femminile, ma nel 2030 saranno ancora 110 milioni le bambine e ragazze che non potranno andare a scuola perché costrette a sposarsi, perché rimaste incinte, perché nel loro Paese è in corso un conflitto e le strade non sono sicure, perché la loro famiglia è molto povera e preferisce investire sull’istruzione dei loro fratelli, perché la mamma ha molti figli, per questo devono occuparsi anche delle faccende domestiche. […] Ne serviranno invece 286 [anni] per rimuovere tutte le leggi che discriminano donne e ragazze in tutti i Paesi del mondo.” Negli ultimi 10 anni, In Italia le violenze sessuali sono aumentate del 44%. Nel 2022, sono stati registrati 1603 abusi e nell’88% dei casi le vittime sono bambine e ragazze. La violenza di genere è un’emergenza reale. É una violenza sistemica e non si può più ignorare né trovare giustificazioni. “Il 31% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subìto almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale. Tra le adolescenti che sono in una relazione, emerge che 1 su 4 è stata vittima almeno una volta di violenze e abusi da parte del partner. Poco meno della metà delle vittime chiede aiuto per timore di non essere creduta o dello stigma sociale”. E la salute mentale? Il report di Terres des Hommes dedica un intero capitolo alla salute mentale delle bambine e delle ragazze. La loro salute mentale è in crisi: da anni gli esperti rilevano un peggioramento preoccupante, aggravato dagli anni di pandemia e isolamento sociale. I dati riportati sono allarmanti. Secondo una ricerca² sviluppata negli Stati Uniti nel 2021, “tre ragazze adolescenti su cinque hanno dichiarato di sentirsi “tristi o senza speranza” quasi ogni giorno per almeno due settimane di fila, al punto da dover interrompere le proprie attività quotidiane. Una percentuale doppia rispetto a quella dei coetanei maschi e la più alta negli ultimi 10 anni”. In queste condizioni aumentano pericolosamente anche gli atti di autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio: “un terzo delle studentesse delle scuole superiori ha dichiarato di aver “preso seriamente in considerazione l’idea di togliersi la vita”[…] mentre il 24% ha proprio elaborato un piano per farlo. Poco più del 13% ha tentato il suicidio e il 4% ha richiesto cure mediche a seguito del proprio gesto”. Quella del suicidio è a livello mondiale la terza causa di morte tra le adolescenti che hanno tra i 15 e i 19 anni. Anche l’Italia riporta un grave peggioramento della salute mentale delle ragazze, soprattutto per quanto riguarda le adolescenti. Secondo quanto riportato dal report dell’Istituto Superiore di Sanità³, “una ragazza su 2 ha dichiarato di aver risentito negativamente della pandemia di Covid-19 per quel che riguarda la propria salute mentale, a fronte di un ragazzo su 3. […] Meno della metà (43%) delle tredicenni e solo una su 3 (32%) tra le 15enni pensa di avere un buon benessere psicologico, a fronte del 73% e 64% dei coetanei maschi. Il 74% delle ragazze intervistate riferisce di avere avuto almeno due sintomi di malessere (mal di testa, di stomaco, di schiena, sentirsi giù di morale, irritabilità, nervosismo, giramenti di testa e difficoltà nell’addormentamento) più di una volta a settimana negli ultimi sei mesi, dato in crescita rispetto ai dati 2017/2018. Per i ragazzi il dato si ferma al 49%. Le ragazze, inoltre, riferiscono più sintomi rispetto ai coetanei maschi con un andamento crescente per età”. Sviluppare conoscenza per generare consapevolezza Come numerosi studi hanno ampiamente dimostrato, la pandemia ha incrementato il disagio psicologico e le donne, soprattutto adolescenti e giovani adulte, sono coloro che stanno pagando il prezzo più alto. Le ragazze tendono maggiormente ad interiorizzare il conflitto, l’ansia, lo stress e la paura e risultano più vulnerabili agli standard irrealistici di bellezza e perfezione imposti dalla società, che generano sofferenza psicologica,

ADOLESCENZA E GAMING ONLINE

di Paola Papini La zaitgaist del momento è sicuramente la compenetrazione del virtuale nel reale e come tutte le culture predominanti porta con sé aspetti vantaggiosi o meno. Gli adolescenti odierni, oltre a usare la tecnologia per relazionarsi con l’esterno, possono inceppare in un uso che per modi e tempi risulta esagerato fino ad arrivare allapossibilità di sviluppare una vera e propria dipendenza. Nella letteratura corrente, i termini “dipendenza da Internet” (IA) e “uso patologico di Internet” (PIU) sono stati comunemente usati per riferirsi a tutti i tipi di attività incluso, ma non limitato a, l’uso di videogiochi. L’attenzione crescente verso i comportamenti di abuso di alcuni utenti versovideogiochi online ha portato la comunità scientifica a chiedersi se ci fossero i presupposti per individuare un nuovo tipo di disordine o se questo fenomeno potesse rientrare come un sottotipo di dipendenza da Internet.Il termine “dipendenza da Internet” è in realtà una definizione piuttosto vasta che copre un’ampia varietà di comportamenti, ai quali sottostanno da un punto di vista psicologico problemi nel controllo degli impulsi e difficoltà nel regolare gli stati emotivi dolorosi (Cantelmi, 2008). In adolescenza definire l’identità è un compito centrale e oggi avviene in rete, dove lo sguardo di ritorno svolge una funzione di rispecchiamento per validare la propria personalità. Quest’ultima caratterizzata, in una società oggi definita della performance, da un vuoto identitario mascherato dall’adattamento al mito del successo e dall’angoscia di perdere il controllo su un futuro meticolosamentecostruito. Per far fronte ai conflitti identitari, che spesso generano un profondo senso di inadeguatezza, capita che i giovani estremizzino parti di sé con le quali si identificano in modo totalizzante. Una simile forma di radicalizzazione può essere funzionale alla sperimentazione identitaria se rimane transitoria e flessibile, ma può diventare un disagio più profondo se impedisce l’integrazione di diversi aspetti del sé. Soffermandosi sul videogioco possiamo dire che è una delle lingue principali della generazione iGens, il quale viene percepito come uno strumento meritocratico. In questo senso, grazie a determinate strategie degli sviluppatori, un videogioco potrebbe essere più giusto della realtà in quanto in esso esiste un’alternanza di soddisfazione e frustrazione, ovvero non si perde mai definitivamente ma non si vince nemmeno completamente e tutto dipende da come ti muovi all’interno del gaming. Spesso caratterizzato dall’utilizzo di avatar, di nickname, dalla modalità multigiocatore dà la possibilità di confrontarsi con gli altri in tempo live. Tutto ciò, nell’adolescente in difficoltà nel mondo reale, potrebbe essere un modo per sottrarsi all’identificazione con un corpo e quindi, di conseguenza, superare il senso di inadeguatezza e vergogna. In questo contesto persino il concetto di morte è più abbordabile, perché si muore con la stessa facilità con cui ci si ricrea.Alcuni studi ci dimostrano quali sono le conseguenze negative di un consumo precoce e massiccio dei videogiochi come la compromissione dell’attenzione, delle capacità di autoregolazione, l’esposizione alla violenza e pregiudizi di genere, oltre alla possibilità di aggravare sentimenti di solitudine o interferire con il ritmo sonno/veglia; altri ci mostrano come l’uso delle tecnologie da parte dei bambini ha per lo più effetti positivi, nello specifico aumenta la sensazione di essere connessi con i coetanei, riduce i sentimenti di isolamento e promuove rapporti di amicizia giàesistenti. Internet e i videogiochi fanno parte del presente quindi è utile comprendere un loro utilizzo più controllato e funzionale al superamento di quelle difficoltà che può incontrare un ragazzo nel percorso della propria vita.Sebbene questo disturbo è oggetto di studi da tempo e nonostante esista una prolifica e fiorente letteratura, si può capire come mai non si siano trovati ancora delle precise definizioni per l’IAD e conseguentemente per il nuovissimo disturbo da gaming online: Internet, il suo utilizzo e le nuove tecnologie in generale si evolvono così rapido che risulta difficile poter fornire criteri diagnostici rigorosi e universali. Bibliografia Garuglieri, S. (2020). Dipendenza da gaming online: introduzione al fenomeno.Profiling. I profili dell’abuso, 11(2).Lancini, M. (2019). Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazioneiperconnessa.Lancini, M. (2023). Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca dellafragilità adulta.Small, G. W., Lee, J., Kaufman, A., Jalil, J., Siddarth, P., Gaddipati, H., Moody, T. D., &Bookheimer, S. Y. (2020). Brain health consequences of digital technology use.Dialogues in clinical neuroscience, 22(2), 179–187.González-Bueso, V., Santamaría, J. J., Fernández, D., Merino, L., Montero, E., & Ribas,J. (2018). Association between Internet Gaming Disorder or Pathological Video-GameUse and Comorbid Psychopathology: A Comprehensive Review. International journalof environmental research and public health, 15(4), 668.

Che cos’è il Parent Training?

“Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” DEFINIZIONE “Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” (Vio, Marzocchi, Offredi, 1999). Il parent training prevede la formazione di competenze educative nei genitori, ovvero quelle competenze specifiche che permettono di ridurre i comportamenti problema del bambino in casa. Ciò porta a un miglioramento nell’autopercezione di competenza da parte dei genitori e una riduzione dei livelli di stress in famiglia. Le problematiche del comportamento con esordio nell’infanzia, infatti, se trattate in tempi precoci e in modi adeguati, evitano di inasprirsi in età adolescenziale. Il parent training, quindi, permette ai genitori di applicare essi stessi delle tecniche psicologiche in quelle situazioni in cui il bambino manifesta i comportamenti problema. OBIETTIVO L’obiettivo è quello di fornire ai genitori gli strumenti necessari per riconoscere i bisogni e i segnali affettivi del bambino e rispondere in maniera adeguata. Il Parent Training viene indicato sia per situazioni in cui non è stato diagnosticato un disturbo del bambino, ma i genitori hanno bisogno di supporto nella gestione di comportamenti problematici, sia per i disturbi del neurosviluppo. Come funziona? Mentre un tempo i terapeuti che conducevano i programmi di Parent Training trasmettevano verticalmente il loro sapere ai genitori, oggi assolvono invece un ruolo di coach della funzione genitoriale. Nello specifico, sono gli esperti di problemi evolutivi, che più di trasmettere competenze ai genitori devono “attivarle” in loro.  Nelle fasi iniziali le sessioni puntano ad allenare i genitori a individuare lo scopo di un determinato comportamento problematico. Si descrive quest’ultimo in modo obiettivo, si esaminano gli elementi che lo precedono e si rileva cosa avviene dopo che è stato messo in atto.Nelle sessioni di Parent Training gli esperti si confrontano apertamente con i genitori, analizzando i fattori scatenanti, quindi suggerendo strategie da mettere in pratica ad esempio anche attraverso esercizi di role-play . Conclusioni Diventa importante per i genitori conoscere gli strumenti possibili per affrontare una diagnosi. Piuttosto che chiudersi o scoraggiarsi è bene rivolgersi ad un professionista che può offrire un aiuto concreto.

Perché non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici

Perchè non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici Quanti di voi si sentono in difficoltà a chiedere, ad esempio, un passaggio al proprio partner, ad un amico o ai propri familiari? L’incapacità di fare delle richieste, dalle più semplici alle più complesse, è da sempre il tallone d’Achille mio e di molte persone che mi circondano. Anche nella stanza di terapia, esplorare la possibilità di fare richieste chiare e semplici all’altro risulta spaventosa e inimmaginabile! Gli scenari anticipati sono catastrofici e terrifici. Alla mia domanda <<Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere, chiedendo a Carlo di darti un passaggio?>>, queste sono solo alcune delle risposte più gettonate: <<Se Carlo mi dice di no allora mi sento umiliata>>; <<Se chiedo a Carlo un passaggio penserà che non posso cavarmela da sola>>; <<Penserà di me che sono debole e vulnerabile>>; <<Non ho il diritto di chiederlo perché non mi merito niente>>; <<Se Carlo mi dice no, mi sentirei rifiutata da lui>>. Spesso ciò che accade in queste circostanze, è che la nostra richiesta racchiude in sé una molteplicità di domande silenti riguardo il nostro valore e/o il bene che l’altro ci vuole. La semplice richiesta di un passaggio cela, per chi non riesce ad avanzare richieste, una domanda molto più importante del tipo: che posto occupo nella tua vita? Un ipotetico “no” diventa in questo modo la conferma che, evidentemente, non sono poi così importante, così amato, così meritevole. In realtà fare richieste è un diritto e una libertà che va protetta a tutti i costi. È un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no. Allora cosa posso fare per rendere quel “no” meno rischioso? Avere ben chiaro l’obiettivo della richiesta. Distacca la tua richiesta da interrogativi inespressi. Qual è il tuo reale obiettivo? Se è quello di ottenere un passaggio, allora Carlo potrebbe dire di no ad un passaggio, non alla tua persona! Se invece vuoi sapere che posto occupi nella vita di Carlo stai sbagliando domanda… potresti provarne una più chiara ed efficace, come “mi vuoi bene? Che posto occupo nella tua vita?”. Solo una domanda coerente con il mio obiettivo, permette di non incorrere in disguidi comunicativi. Assicurati di essere ascoltato. Sei sicuro che il tuo interlocutore possa prestarti attenzione in quel momento? Evita di fare richieste in momenti in cui è visibilmente impegnato o emotivamente molto attivato, ad esempio se è arrabbiato o preoccupato. Vai dritto al punto. Prova a porre una richiesta chiara e coincisa, ad esempio: “potresti darmi un passaggio?” è molto più efficace di “sai, non so come raggiungere casa…” e aspettarti che l’altro si proponga! Ricorda: è tuo dovere richiedere, non è dovere dell’altro interpretare. Se hai difficoltà a fare richieste chiare, esplicitalo. Rendere esplicita la propria difficoltà aiuta l’altro a capire il tuo stato emotivo, attivando una maggiore empatia ed ascolto. Prova a cominciare la frase con: “sai, mi sento in colpa/in difficoltà a chiedertelo, ma…” Ascolta l’altro. Ora che hai posto la tua richiesta, ascolta attivamente l’altro senza giungere ad interpretazioni o conclusioni affrettate! Il suo “no” può evidenziare dei bisogni che sono per lui altrettanto importanti quanto i tuoi! Il fatto che in quel momento non voglia darti un passaggio, potrebbe celare delle ragioni che vanno ben aldilà dell’affetto che prova per te! Mostra apprezzamento se l’altro accoglie la richiesta, o cerca un compromesso accettabile per entrambi. Ricorda che il tuo obiettivo è richiedere un passaggio, non avere una prova d’amore! Puoi quindi provare a chiedere di accompagnarti più vicino alla tua meta, in un posto che sia più comodo anche all’altro.

Isteria e Arteterapia .2

Con questo nuovo articolo portiamo avanti il discorso su questo grande tema : “l’isteria”, iniziato nello scorso articolo Isteria e Arteterapia .1 approfondiremo ora la suddivisione tra soma e psiche, tra corpo e anima. Questa suddivisione per gli antichi greci non aveva molto senso, non era così strutturante, certamente esisteva pneuma, il respiro vitale, ma non c’era la dicotomia forte che abbiamo noi oggi, nata nel Seicento con Cartesio. Va fatto un approfondimento: quella che chiamiamo psiche, non è altro che una serie di rappresentazioni mentali ossia degli impulsi cerebrali e fisici. Sottolineamo quindi che la suddivisione tra corpo e anima non ha senso. Quando infatti abbiamo un problema di ansia, questo è legato alle nostre rappresentazioni mentali e queste rappresentazioni mentali sono corpo, non sono cioè un’invenzione successiva o un aspetto a latere. L’attacco di panico è corpo, spesso descritto come un tentativo strategico del paziente di non farsi abbandonare. Anche il desiderio di non farsi abbandonare è corpo e anche le nostre rappresentazioni mentali sono impulsi cerebrali, a prescindere dalle credenze di ciascuno. Nel momento in cui il paziente disegna delle cose, vengono messe in campo delle rappresentazioni mentali. Ancora attuale è la definizione di isteria dello psichiatra Arieti che risale agli anni Settanta e la definisce come la tendenza da parte di certe persone di mettere in scena nel teatro del corpo,certe loro contraddizioni e certe loro problematiche emotive. Se ci riflettiamo anche la parola emozione è corpo, deriva infatti dal latino ex movere, che significa qualcosa che si muove. Allo stesso modo anche la psiche è corpo. Nel momento in cui disegniamo, quando compiamo un atto arteterapeutico, stiamo mettendo in scena il nostro corpo. Per fare un segno grafico occorre ripassare tutta l’esperienza corporea. Il punto centrale dell’Arteterapia è mettere in scena tutte le stratificazioni e le complessità corporee, compresa la magia che, come la fede, ha una sua fisicità perché è un potere del corpo. La Dott.ssa Erica F. Poli parla giustamente di unità psiche-soma. Occorre però evidenziare che quando si parla di mente sarebbe meglio definirla come quella funzione dei nostri corpi che chiamiamo la mente. La mente è una funzione dei nostri corpi, esattamente come l’anima. Il problema è riuscire a dialogare anche con noi stessi a prescindere dalle nostre convinzioni. Il fatto che certe esperienze possano essere descritte come anima, non deve stupirci. Quello che occorre è un modello generale descrittivo che ci permetta di far coesistere le opinioni, non è possibile infatti né un assoluto materialismo e né un assoluto spiritualismo. Abbiamo tutta una serie di esigenze nella relazione con la trascendenza che sono ineliminabili.

L’influenza della madre nella relazione padre-bambino: Maternal Gatekeeping

La relazione che un padre può instaurare con i propri figli può essere facilitata o ostacolata da più fattori, uno di questi è il comportamento della madre. Dalla letteratura scientifica si evince che i padri sono maggiormente coinvolti nello sviluppo dei loro bambini quando i cogenitori si sostengono a vicenda nei loro ruoli genitoriali (Hohmann-Marriott 2011). Sarah M. Allen e Alan J. Hawkins hanno utilizzato il termine “maternal gatekeeping” per indicare «un insieme di credenze e comportamenti che inibiscono uno sforzo collaborativo tra uomini e donne nel lavoro familiare limitando le opportunità degli uomini nel prendersi cura della casa e dei bambini». Le madri possono svolgere il ruolo di gatekeeper (custode), ostacolando ma anche incoraggiando e sostenendo il coinvolgimento dei padri (DeLuccie, 1995; Fagan & Barnett, 2003). Le prime ricerche sul gatekeeping materno si sono concentrate esclusivamente sui comportamenti scoraggianti delle madri che influenzavano il coinvolgimento paterno nella relazione con i figli in famiglie sposate e in coppie con padri residenti (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che un’attenzione esclusiva dei comportamenti scoraggianti è troppo ristretta per catturare l’intera gamma dei comportamenti che le madri potrebbero mostrare nei confronti dei padri. In aggiunta, gli stessi evidenziano che le madri sono capaci anche di impegnarsi in comportamenti incoraggianti e di sostegno che potevano migliorare la qualità delle relazioni padre-bambino (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018; Puhlman & Pasley, 2013; Schoppe-Sullivan, et al., 2008; Van Egeren & Hawkins, 2004). Da una ricerca di Fagan e Barnett (2003) si evidenzia come le madri che attribuivano maggiore valore al ruolo dei padri riferivano che i padri erano più coinvolti. Inoltre, le madri che consideravano i padri come genitori competenti avevano meno probabilità di attuare comportamenti di gatekeeping. Le ricerche in questo campo, però, hanno utilizzato principalmente – se non esclusivamente – i resoconti delle madri sul coinvolgimento del padre. Le valutazioni future dovrebbero misurare il gatekeeping materno mediante osservazioni, ciò potrebbe fornire una valutazione più pura del costrutto (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018).  Inoltre, la ricerca si è concentrata maggiormente sulla quantità del coinvolgimento del padre – tramite self-report – piuttosto che sulla qualità della genitorialità dei padri – tramite osservazioni – che è maggiormente determinante per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini (Pleck, 2010). Bibliografia Allen, S. M., & Hawkins, A. J. (1999). Maternal gatekeeping: Mothers’ beliefs and behaviors that inhibit greater father involvement in family work. Journal of Marriage and the Family, 61, 199–212. Altenburger, L. E., Schoppe-Sullivan, S. J., & Kamp Dush, C. M. (2018). Associations between maternal gatekeeping and fathers’ parenting quality. Journal of Child and Family Studies, 27(8), 2678–2689. Hohmann-Marriott, B. (2011). Coparenting and father involvement in married and unmarried coresident couples. Journal of Marriage and Family, 73, 296–309. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: Revised conceptualization and theoretical linkages with child outcomes. In E. M. Lamb (Ed.). The role of the father in child development, (58-93). Wiley. Schoppe-Sullivan, S. J., Brown, G. L., Cannon, E. A., Mangelsdorf, S. C. & Sokolowski, M. S. (2008). Maternal gatekeeping, coparenting quality, and fathering behavior in families with infants. Journal of Family Psychology, 22, 389–398. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.