La stanchezza emotiva nell’era digitale: quando essere sempre connessi ci disconnette da noi stessi

Negli ultimi anni, sempre più persone riferiscono una sensazione diffusa di stanchezza che non è solo fisica, ma profondamente emotiva. Non si tratta semplicemente di “stress”, ma di una vera e propria fatica interiore legata al modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo nell’era digitale. Siamo costantemente connessi: notifiche, email, social network, aggiornamenti continui. Questa iperconnessione, se da un lato ci offre opportunità straordinarie, dall’altro rischia di sovraccaricare il nostro sistema cognitivo ed emotivo. Il cervello umano, infatti, non è progettato per gestire un flusso così intenso e continuo di stimoli. Cos’è la stanchezza emotiva digitale? La stanchezza emotiva digitale è una condizione caratterizzata da senso di esaurimento, irritabilità, difficoltà di concentrazione e, spesso, perdita di motivazione. Può emergere quando ci sentiamo costantemente “in allerta”, come se dovessimo rispondere subito a ogni richiesta o aggiornamento. Non è raro che questa condizione si accompagni a una percezione di vuoto o disconnessione: siamo presenti online, ma meno in contatto con noi stessi. Le cause principali Tra i fattori più rilevanti troviamo: I segnali da non sottovalutare La stanchezza emotiva non arriva all’improvviso: si costruisce nel tempo. Alcuni segnali precoci includono: Riconoscere questi segnali è il primo passo per intervenire. Strategie per ritrovare equilibrio Non è necessario “disconnettersi” completamente dalla tecnologia, ma imparare a usarla in modo più consapevole. Alcune strategie utili includono: Una nuova forma di consapevolezza Viviamo in un’epoca in cui essere sempre disponibili è spesso considerato un valore. Tuttavia, la vera sfida oggi è imparare a essere disponibili anche verso se stessi. Recuperare momenti di silenzio, rallentare e riconnettersi con i propri bisogni non è un lusso, ma una necessità psicologica. La tecnologia può essere uno strumento potente, ma solo se siamo noi a guidarla — e non il contrario. In un mondo che accelera, prendersi il diritto di fermarsi è un atto rivoluzionario.

La stanchezza digitale: perché siamo sempre connessi ma sempre più stanchi

Viviamo in un’epoca in cui essere connessi è la norma. Smartphone, notifiche, social, email: ogni momento della giornata è potenzialmente “attivo”. Eppure, sempre più persone riferiscono una sensazione costante di stanchezza mentale, difficoltà di concentrazione e irritabilità. Non è solo stress. È quella che in psicologia viene definita stanchezza digitale. Cos’è davvero la stanchezza digitale Non si tratta semplicemente di “usare troppo il telefono”. La stanchezza digitale nasce da un sovraccarico continuo di stimoli cognitivi ed emotivi. Ogni notifica, ogni messaggio, ogni contenuto richiede: Il nostro cervello, però, non è progettato per gestire centinaia di micro-stimoli al giorno senza pause. Il cervello non “riposa” mai davvero Anche quando pensiamo di rilassarci – ad esempio scrollando sui social – il cervello continua a lavorare. Confronti sociali, informazioni rapide, cambi continui di contenuto attivano: Risultato? Non è vero riposo, ma una forma di attivazione continua a bassa intensità. È come tenere il motore acceso tutto il giorno senza mai spegnerlo. Perché siamo più distratti La difficoltà di concentrazione non è casuale. L’esposizione costante a contenuti brevi e veloci “allena” il cervello a cercare novità continua. Questo rende più difficile: In altre parole, perdiamo l’abitudine alla lentezza. Il ruolo delle notifiche: piccole ma potentissime Le notifiche sono progettate per catturare l’attenzione. Non è un caso. Ogni notifica attiva un meccanismo di anticipazione (“cosa sarà?”) che coinvolge la dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione e alla ricompensa. Anche quando non rispondiamo subito, la nostra mente rimane “agganciata”. È una forma di attenzione frammentata che, nel tempo, aumenta la fatica mentale. I segnali da non sottovalutare La stanchezza digitale non è sempre evidente. Alcuni segnali comuni sono: Se ti riconosci in più di uno di questi, probabilmente il tuo cervello sta chiedendo una pausa. Cosa possiamo fare (davvero) Non serve eliminare la tecnologia. Sarebbe irrealistico. Ma possiamo cambiare il modo in cui la usiamo. 1. Crea spazi senza notifiche Anche solo un’ora al giorno senza interruzioni può fare una grande differenza. 2. Introduci momenti di “vuoto” Camminare senza telefono, aspettare senza distrazioni: sono micro-allenamenti per il cervello. 3. Riduci il multitasking Fare una cosa per volta non è meno efficiente: è più sostenibile. 4. Riconosci quando non è vero riposo Scrollare non è sempre relax. A volte è solo un’altra forma di stimolo. Una riflessione finale La tecnologia non è il problema. Il punto è che stiamo vivendo più velocemente di quanto la nostra mente riesca a elaborare. Recuperare spazi di lentezza non è un lusso, ma una necessità psicologica. Perché non è solo importante essere connessi al mondo, ma anche — e soprattutto — restare connessi a sé stessi.

La speranza per il futuro

La speranza è l’emozione che si prova quando il futuro viene vissuto come dimensione del possibile in relazione ai propri bisogni e desideri. “Quando noi speriamo, e attendiamo che si realizzi quello che speriamo, noi vediamo l’avvenire muoversi verso di noi: come una stella che, vertiginosa, si avvicini alla terra“. (E. Borgna) La speranza si colloca alla base dell’esperienza esistenziale di ogni persona poichè in essa si radica la percezione del fluire del tempo. Secondo Borgna, a differenza del tempo dell’attesa, che appartiene ad un avvenire immediato, il tempo della speranza ha in sé un avvenire più ampio, lontano. Non legato ad un determinato evento, né ad una immagine definita. Minkowski distingue due tipi di speranza: l’espérance e l’espoir. La prima si apre al divenire in un movimento ininterrotto verso un futuro indeterminato e inafferrabile. La seconda, invece, ha a che fare con la vita quotidiana e ha carattere concreto. Egli sostiene che se si è capaci di sperare nella vita di ogni giorno è solo perchè, nella speranza, c’è sempre un riflesso dell’espérance. Di quello slancio verso il futuro che rende il domani una meta sempre possibile. Quando si spegne la speranza La speranza può spegnersi in presenza di stati emotivi alterati, ansiosi o depressivi. Nell’ansia vi è una accelerazione del tempo che fa sì che il futuro venga vissuto come già realizzato in un presente invaso dalle inquietudini del passato. Si crea un vortice temporale, in cui la dimensione del futuro cessa di essere orizzonte del possibile per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi, perlopiù negativa e catastrofica, che non è libera ma caratterizzata da una certa ripetizione. Una forma fissa e rigida dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia sottrae all’esistenza la sua quotidianità generando talvolta vissuti di smarrimento ed estraneità che, all’estremo, come negli attacchi di panico, possono sfociare in uno stato d’animo di morte imminente. Nella depressione, invece, il tempo rallenta in un presente senza fine in cui dilagano le ombre del passato. Il futuro si oscura fino a scomparire, nelle forme più gravi, ed il vivere può assumere la forma di un lento morire. La speranza, il presente e la vita La speranza è dunque l’emozione che apre al futuro e, più ampiamente, alla vita. Poiché connaturata nella tendenza innata alla crescita e all’autorealizzazione, se il processo vitale si blocca e la continuità dell’esperienza si interrompe, tende ad indebolirsi. A eclissarsi. Quando la persona non può entrare in contatto con il presente della realtà interna ed esterna che vive, l’esistenza si traduce nella ripetizione di un passato che non lascia spazio a nuove possibilità.

La speranza che abbiamo di durare

Presentazione del libro “La speranza che abbiamo di durare”. Amore, odio, vergogna, compassione. Non vi è emozione umana che terapeuta e paziente non sperimentino nel corso del loro viaggio. In questo libro l’autore usa la storia di una relazione terapeutica per affrontare alcune delle problematiche più avvincenti della sua disciplina. Il racconto di questo rapporto così particolare e delle vite dei protagonisti si apre alla riflessione sulle attuali sfide della psicoanalisi: le aspettative magiche dei pazienti, la concorrenza di trattamenti meno impegnativi e di nuovi farmaci stanno mettendo in pericolo questa straordinaria forma di cura.

LA SOLITUDINE PUÒ AIUTARE. A SENTIRSI MENO SOLI

Ho avuto la fortuna, anni fa, di assistere di persona agli studi di Elizabeth Fivaz, storica collaboratrice di Stern, sulla prima infanzia. Ricordo che mi aveva molto colpita l’azione naturale, messa in atto da bambini di pochi mesi, di sottrarsi periodicamente, durante un’interazione sociale, al contatto visivo con l’interlocutore, in modo da autoregolarsi e calmare le emozioni. Il piccolo o la piccola, che interagivano con uno o entrambi i genitori nel gioco triadico di Losanna, ad un certo punto distoglievano lo sguardo e giravano la testa, come per riprendersi da troppa sollecitazione; per poi tornare poco dopo a coinvolgersi nell’attività, con rinnovato piacere e maggiore serenità. Un meccanismo di autoregolazione potente e utile, che va osservato e rispettato. I bambini in età scolare, ad esempio, come hanno notato altri ricercatori, tendono ad allontanarsi dopo un compito cognitivamente o socialmente impegnativo, iniziando attività solitarie, come leggere o disegnare. Crescendo, fino a raggiungere il culmine in adolescenza, quando i ragazzi passano gran parte del tempo nella propria stanza da soli, i bambini hanno bisogno di sperimentare, in maniera crescente, sempre più ampi momenti di solitudine. Una solitudine che permette di metabolizzare le emozioni più forti e di sperimentarsi con sé stessi in maniera gradualmente maggiore, fino al tipico isolamento dell’adolescente, alla ricerca di una identità e di una collocazione propria nel mondo. Questi spazi di solitudine avvenivano regolarmente nei secoli passati della storia dell’umanità, anche come risultato di una scarsa attenzione al mondo dell’infanzia. Secondo Kristen Lashua, storica della Vanguard University, il cambiamento nel mondo occidentale è iniziato intorno alla metà del ventesimo secolo, quando gli adulti hanno iniziato a vedere i propri figli come vulnerabili e il mondo intorno a loro come potenzialmente pericoloso. Così la norma si è attestata verso una stretta supervisione dei bambini piccoli in ogni momento, per garantire loro sia la sicurezza fisica che il successo futuro, favorendo attività che possano sviluppare abilità specifiche e competenze sociali. Il risultato? Per certi versi molto positivo, ovviamente. Oggi i bambini (parliamo naturalmente di occidente e di situazioni non problematiche dal punto di vista economico e sociale) sono più liberi della maggior parte dei bambini nel corso della storia; e sono infinitamente più considerati, accuditi, protetti. Ma sono spesso molto sorvegliati e inglobati in attività pianificate. Il tempo “da soli” è praticamente ridotto a pochi minuti al giorno. Molti genitori percepiscono i momenti liberi nelle giornate dei propri figli come un vuoto da riempire. Così, sempre più frequentemente, vediamo bambini con agende fittissime di impegni, che impediscono loro di avere momenti di solitudine utili alla crescita emotiva e cognitiva. È stato infatti dimostrato da diversi studi che anche il gioco da soli dovrebbe avere uno spazio dedicato, perché aiuta a sviluppare concentrazione e capacità di progettazione. Le ricerche suggeriscono che, quando una ragazza o un ragazzo chiedono e ottengono di passare del tempo da soli, manifestano maggiore autonomia, motivazione e profitto scolastico. Gli spazi di solitudine, quando non sono imposti, ma sono cercati e desiderati dai ragazzi e accettati dagli adulti di riferimento, consentono anche di regolare le emozioni e di riconoscerle meglio, migliorando le competenze individuali di gestione degli stati d’animo negativi. Ricordare che può far bene un tempo di sospensione da una socializzazione continua o da attività fittamente pianificate è un buon modo per i genitori di rispettare gli spazi dei propri figli. A beneficio di entrambe le generazioni e dei giovani individui in età evolutiva.

La solitudine dei nostri tempi

La solitudine dei tempi che viviamo è una solitudine in cui predominano l’individualismo, la competizione e la negazione dell’autenticità. Una solitudine che ha il sapore della chiusura, dell’indifferenza. Delle relazioni liquide e della mancanza d’amore. Radicalmente diversa dalla solitudine sana, che porta a sintonizzarsi con i valori della vita e della compassione, si tratta di una solitudine che non risponde alla nostra vera natura e al bisogno che abbiamo tutti di stare in relazione. La solitudine è condizione fondamentale della vita Nella solitudine incontriamo noi stessi. Le nostre emozioni, i nostri bisogni. Entriamo in contatto con le esigenze che emergono nel flusso continuo della nostra coscienza, con le tensioni e, anche, con le inquietudini della nostra anima. Lo esprimeva in modo chiaro Leopardi: “La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene, stai benissimo; se sei solo e stai male, stai malissimo“. Solitudine è silenzio, ascolto. Quella dimensione grazie alla quale siamo in grado di connetterci alle nostre parti più profonde. E’ attraverso questa esperienza che possiamo accedere ad una intimità non solo con noi stessi ma anche con l’altro: la relazione nasce dall’incontro di due solitudini. L’evitamento e la paura di guardarsi dentro Molte persone tendono ad evitare la solitudine poiché la vivono come qualcosa di negativo. Sono alla continua ricerca di compagnia e stimoli con cui riempire il tempo e ogni spazio vuoto. La società in cui viviamo, che dà più valore al fare che al sentire, e all’immagine che all’essere, svaluta l’importanza della solitudine nella sua forza vitale e creatrice. Vi è una paura diffusa di guardarsi dentro. Di mettere a nudo le proprie fragilità, di perdere le difese onnipotenti. Di ritrovarsi smarriti, senza gli appoggi esterni. E, al tempo stesso, di instaurare legami affettivi significativi. La cultura narcisistica in cui siamo immersi, nel trasmettere ideali di invulnerabilità, spinge verso la negazione delle parti autentiche indesiderate. Questo processo di alienazione da sé stessi, tuttavia, non fa che danneggiare la salute nei termini di una perdita di sé che spesso si traduce in vuoto esistenziale con vissuti a volte molto dolorosi di angoscia e frammentazione. L’isolamento La solitudine in alcuni casi può diventare un rifugio, una forma di isolamento. L’altro volto della solitudine narcisistica dei tempi che viviamo. Mentre chi fugge dal contatto con se stesso spesso si aggrappa ad una immagine di grandiosità, chi si ritira in sé evita il contatto con l’altro e tende a precipitare nella svalutazione di se stesso. Alla base vi è generalmente la paura di non essere all’altezza dei propri ideali narcisistici e delle aspettative esterne. La paura di essere rifiutati, traditi, abbandonati. A differenza della solitudine sana che conserva la connessione con il mondo delle relazioni, l’isolamento porta a sentirsi fortemente soli, lontani e persino estranei alle cose e agli altri. La chiusura verso l’ambiente esterno può accompagnarsi, all’estremo, ad uno spegnimento dello slancio vitale e ad una perdita della speranza, come negli stati depressivi. L’esperienza di sé perde la sua continuità, il suo libero fluire, per coagularsi e sgretolarsi. Dalla chiusura narcisistica all’intimità Riscoprire la funzione sana delle solitudine vorrebbe dire riappropriarsi di se stessi, della propria autenticità. Al di fuori di ideali e maschere, di grandiosità e svalutazioni. Riconoscere la realtà del proprio valore e della propria esistenza. Vorrebbe dire poter incontrare e tenere insieme tutte le proprie parti e sperimentare la continuità del sé. Costruire una comunicazione esistenziale fatta della solitudine di chi parla e della solitudine di chi ascolta, nel fluire di una relazione intima dove l’Io e il Tu si guardano, si riconoscono e si aprono insieme alla natura del loro incontro.

La solitudine degli studenti drop out

Se perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola.                    È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Don Milani La solitudine degli studenti drop out ci pone di fronte ad un momento di grande riflessione psicologica. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per diverse cause. Di seguito si riportano i casi di ragazzi che hanno abbandonato la scuola. Ciro quindici anni lascia la scuola per accudire suo fratello che è malato e non ha tempo per studiare. Lucia non sostiene l’esame di maturità perchè convinta di essere poco intelligente per frequentare la scuola. Davide vive per strada e si guadagna da vivere in maniera illecita. Ha davvero poco tempo per pensare all’apprendimento! Rosa vive un dramma familiare: ha un padre alcolista e violento. Questo le impedisce di essere serena. Roberta vive in una casa famiglia e crede di avere un destino già segnato. Pensa che vivere sia davvero inutile. Inutile per lei è anche la scuola. Ogni volta che uno studente abbandona la scuola significa che la scuola perde, ma le perdite si sa, comportano una sconfitta amara per la scuola stessa. La solitudine degli studenti drop -out è da condannare? Sicuramente no! La solitudine degli studenti drop out non è da condannare. Abbiamo davanti ai nostri occhi ragazzi che urlano per dolore e sofferenza. Per questi ragazzi la scuola non è una priorità, ma un problema che si aggiunge ad altri e che non permette di uscire dalla solitudine giornaliera in cui si è immersi. Gli studenti drop out interrompono il percorso di studi per vari motivi. Alcune volte a scuola lo studente deve misurarsi anche nello sguardo degli altri, che stigmatizza la solitudine e il disagio. Questa situazione crea attimi di profondo sconforto per l’allievo, il quale comincia a perdere fiducia nell’altro. In altri momenti, invece, la scuola mostra interesse solo per il ruolo di studente e non per il ruolo sociale (Maggiolini,1994). Ciò significa non sintonizzarsi con i vissuti dei ragazzi e non comprendere le loro difficoltà. Gli studenti drop out, tuttavia, prima di abbandonare la scuola sperimentano diversi percorsi di disagio e di disadattamento, che vanno accolti, compresi e seguiti. Cosa può fare la scuola per rompere la solitudine dei ragazzi? David Aspy e Flora Roebuck, sostengono che un insegnante efficace contribuisce alla riuscita dei ragazzi, compensando alcune volte anche un’educazione familiare carente. È fondamentale, quindi, che la scuola impari a leggere i segnali di malessere attraverso l’osservazione del comportamento, per poi intervenire in maniera adeguata. Solo se ascoltiamo la voce dei ragazzi, possiamo evitare di perderli. La solitudine degli studenti drop out ha bisogno di speranza e autenticità. Diamo loro la possibilità di vedere la luce in fondo al tunnel della solitudine. Più censuriamo e più i comportamenti di devianza e di drop out diventano esplosivi. Ciascun studente possiede grandi abilità e attitudini. Perchè non farle emergere? Cominciamo ad osservare i segni e i segnali di questi ragazzi. Chiediamo loro: chi sei e chi vorresti essere? Scambiamo opinioni senza scambiare i ruoli, perchè a scuola la relazione educativa si intreccia con l’apprendimento in maniera significativa. Utilizzando il dialogo educativo possiamo far emergere le parole giuste, per aiutare ad allargare gli orizzonti a chi orizzonti non vede.

La Soddisfazione Lavorativa attraverso la Lente della Psicologia Clinica

In un contesto lavorativo che si evolve rapidamente, comprendere la soddisfazione lavorativa richiede una profonda introspezione psicologica. La psicologia clinica offre un’interpretazione unica di come le dinamiche mentali ed emotive influenzino il benessere dei dipendenti e, di conseguenza, il successo organizzativo. Questo articolo propone una riflessione sulla soddisfazione lavorativa, arricchita da una prospettiva clinica, esplorando le sue radici psicologiche, le sue determinanti e le strategie per promuovere un ambiente lavorativo salutare. La Psicologia della Soddisfazione Lavorativa La soddisfazione lavorativa si manifesta nell’intersezione tra l’individuo e il suo ambiente di lavoro. Da un punto di vista psicologico, ciò implica una corrispondenza tra le aspirazioni personali, i bisogni psicologici e le opportunità offerte dall’ambiente lavorativo. È il risultato di una complessa interazione tra fattori intrinseci all’individuo, come la personalità, i valori e le aspettative, e fattori estrinseci, quali le condizioni di lavoro, le relazioni interpersonali e la cultura organizzativa. Determinanti Psicologici della Soddisfazione Lavorativa Realizzazione di Sé: La teoria della realizzazione personale suggerisce che gli individui sono più soddisfatti quando il loro lavoro consente loro di utilizzare e sviluppare le proprie capacità e talenti. Autonomia: La capacità di esercitare controllo sul proprio lavoro e di prendere decisioni indipendenti soddisfa il bisogno umano di autonomia, influenzando positivamente la soddisfazione lavorativa. Appartenenza: Le relazioni positive sul posto di lavoro soddisfano il bisogno di appartenenza, essenziale per il benessere psicologico. Riconoscimento: Il riconoscimento e l’apprezzamento del contributo individuale rafforzano l’autostima e promuovono la soddisfazione lavorativa. Interventi Clinici per la Soddisfazione Lavorativa Da una prospettiva clinica, migliorare la soddisfazione lavorativa implica un approccio olistico che consideri sia l’individuo che l’ambiente di lavoro. Ecco alcune strategie: Counseling e Supporto Psicologico: Fornire accesso a servizi di counseling può aiutare i dipendenti a gestire lo stress, a risolvere i conflitti interpersonali e a navigare in periodi di cambiamento, contribuendo a una maggiore soddisfazione lavorativa. Formazione sulla Gestione dello Stress: Programmi di formazione che insegnano strategie efficaci per la gestione dello stress possono migliorare la resilienza psicologica dei dipendenti. Sviluppo di una Cultura Organizzativa Positiva: Promuovere valori di inclusività, supporto reciproco e apertura al dialogo contribuisce a un ambiente di lavoro psicologicamente sano. Feedback Continuo e Costruttivo: Implementare un sistema di feedback che enfatizzi la crescita personale e professionale può migliorare l’autostima e la soddisfazione lavorativa. Conclusione Attraverso la lente della psicologia clinica, è evidente che la soddisfazione lavorativa non è solo una questione di fattori esterni, ma anche di equilibrio interiore e realizzazione personale. Interventi mirati che tengano conto delle esigenze psicologiche dei dipendenti possono trasformare radicalmente l’ambiente lavorativo, promuovendo non solo la soddisfazione lavorativa ma anche il benessere generale. Le organizzazioni che riconoscono e agiscono su questa comprensione sono ben posizionate per prosperare in un mondo lavorativo sempre più complesso e sfidante.

La società moderna è esposta al rischio

Società

Gli ultimi studi sociologici definiscono quella attuale come la società del rischio. Beck, infatti, enfatizza il fatto che la società contemporanea ha delle nuove forme di rischio rispetto a quelle del passato. Nelle generazioni precedenti, i pericoli erano legati prevalentemente ad agenti catastrofici di tipo naturale, come le epidemie e le carestie. Attualmente, invece, i rischi sono di tipo tecnologico e soprattutto su larga scala. Rientrano in queste categorie l’inquinamento, i cambiamenti climatici, le crisi finanziarie e le pandemie. L’esposizione al rischio quindi diventa per così dire democratica, in quanto nessuno ne resta immune. L’inquinamento, ad esempio, colpisce tutti, anche chi lo produce, senza distinzione di confini o classe sociale. L’azione umana, la globalizzazione, il progresso scientifico hanno portato ad un cambiamento anche riguardo alle incertezze relazionali. Gli individui infatti, sembrano godere di una maggiore libertà di azione, svincolandosi da futuri precostituiti tradizionalmente. Allo stesso tempo, però, l’incertezza del domani ha reso le relazioni molto più precarie, basate su legami deboli evitando anche l’impegno sul lungo termine. Va, inoltre, sottolineato l’orientamento preso dalla politica nella gestione del rischio, in quanto ci ritiene comunque tutti responsabili. I problemi sistemici mondiali sono considerati anche conseguenze di scelte personali che si riflettono sulla collettività. La politica mondiale quindi ci orienta ad assumere atteggiamenti di responsabilità diffusa.

La Società di Narciso

La società in cui viviamo ci propone un modello sociale e di comportamento basato sulla mercificazione delle relazioni e delle persone. Le persone sono diventate un bene, scegliamo i nostri percorsi di vita sulla base del successo, in nome di uno standard di vita più elevato che viene prima anche del bisogno di amare e di essere amati.  Sosteniamo una cultura basata sullo sfruttamento di chi sta sotto, siamo la società dell’apparire, dell’ultimo modello di un qualche dispositivo, del successo personale, delle conoscenze che contano, dello status. Abbiamo perso il contatto con il nostro essere, con il nostro corpo, con i nostri sentimenti, con il senso e l’essenza della nostra stessa esistenza.Lo sappiamo, ci è noto, che imparare ad amare noi stessi è il primo passo per imparare ad amare anche gli altri. Le realtà siamo sempre meno in una relazione di cuore con gli altri, concentrati come siamo su noi stessi e sui nostri obiettivi, e non c’è più tanto posto e spazio per le cose semplici, per un gesto di tenerezza o di solidarietà, perché abbiamo un bisogno incessante di iper stimolazione. I social media e la Rete hanno creato nuovi bisogni di visibilità sociale e favorito nuove forme di esibizionismo mediatico che sono indotti dai media stessi e dalle nuove opportunità offerte dalla Rete, per cui se prima potevamo pensare di avere nella vita una o due occasioni di successo e di visibilità mediatica, ora con i social media noi possiamo farlo in continuazione. Il sentimento di sé che si espande fino a diventare una forma di narcisismo, che mette al centro dell’interesse il proprio Io e trascura l’altro, che pensa di affermarsi addirittura a danno dell’altro, è diventato la cifra “delirante” che caratterizza la società contemporanea. Il problema nasce quando l’interesse per la propria immagine e per i propri contenuti postati su qualche sociale network, diventano più importanti dell’interesse per l’altro, a cui non ci rivolgiamo più con la stessa curiosità e con lo stesso desiderio con i quali ci rivolgevamo prima. L’investimento narcisistico sul proprio Io, per ingrandirlo, comporta sempre un sacrificio e una svalutazione delle relazioni con le altre persone, che diventano meno significative, oppure sono significative perché sono utilizzate per affermare il proprio valore e non per avere un rapporto umano e interpersonale autentico con loro.