La sintonizzazione tra genitori e figli e i loro bisogni

Tollerare l’attesa e il fallimento In questo mondo che ci insegna che si deve avere tutto e subito, l’attesa o l’impossibilità della realizzazione dei nostri desideri e bisogni è l’esperienza più difficile da tollerare. Da neonati s’inizia a sperimentare questo. Non poter soddisfare immediatamente il proprio bisogno che sia di nutrizione o di altro, da un lato riempie il neonato d’angoscia, ma dall’altro lo aiuta a tollerare l’attesa e a sperimentare di non essere onnipotente. Ci sono alcune teorie che negli anni hanno sostenuto come la chiusura autistica del bambino sia dovuta allo sperimentare un’angoscia troppo forte che non riesce a tollerare. Questo avviene quando il pianto è più volte ignorato ed è eccessivamente prolungato. Accanto a questa teoria ci sono sempre stati pediatri, lo stesso Winnicott, che hanno spiegato che il bambino non deve essere anticipato nei suoi bisogni ma deve sperimentare l’assenza del suo bisogno e poi l’appagamento successivo. Deve, per esempio da neonato, piangere perché sente la pancia vuota e poi vivere l’esperienza della pancia che si riempie. Quando cresce deve imparare ad esprimere il suo bisogno di fame attraverso una richiesta esplicita (ho fame!). Spesso, invece, ci sono madri che danno il latte ai propri figli mentre dormono o li costringono a mangiare quando non hanno fame. Questa non è una buona esperienza per i bambini che devono imparare sin dai primi mesi di vita ad esprimere i propri bisogni e a vivere l’appagamento di questi ultimi. L’accudimento genitoriale Purtroppo le angosce genitoriali, spesso, non rendono chiari i bisogni dei figli che vengono confusi con i propri.  Si perpetua a sbagliare anche quando i neonati crescono non facendo vivere loro l’esperienza di non poter appagare immediatamente i propri bisogni. Spesso le donne si sentono in colpa perché non riescono ad avere la pazienza che dovrebbero nel crescere i propri i figli e che non sono così amorevoli come gli altri si aspettano. Le donne che desiderano un figlio idealizzano le loro capacità materne e, spesso, si trovano a doverle ridimensionare e ad accettare che non sono così perfette come s’immaginavano. Vi è l’idea comune che tutti, in particolare le donne, nascano con buone capacità genitoriali innate (il così detto senso materno o paterno) e che avere dei figli sia l’esperienza più bella al mondo. Nessuno, però, ci spiega che crescere dei bambini è la cosa più stancante e difficile che esista. E che a volte l’amorevole istinto genitoriale, proprio non è innato. Spesso, ci vuole tempo a connettersi con i figli e a sviluppare l’empatia e purtroppo, c’è chi non ci riesce mai. Soprattutto quando il neonato ha pochi mesi di vita, diventa estenuante accudirlo, dormendo poco, e dovendosi dedicare tutto il giorno a lui. Per il bambino, inizialmente la madre è il suo mondo, attraverso di lei fa le prime esperienze di angoscia e di pace. Attraverso il pianto comunica i suoi bisogni e la madre (o chi si occupa di lui), impara a capire e soddisfare le sue richieste. Integrazione tra amore e aggressività Durante l’infanzia il neonato percepisce il mondo per estremi: buono/cattivo, amichevole/ostile. Ovviamente ciò che è cattivo viene odiato e ci fa paura, mentre ciò che è buono ci rassicura e si tende ad amarlo. Ciascuno di noi fa fatica nel tener sotto controllo la propria aggressività innata e combinarla con sentimenti d’amore. Successivamente, in ogni bambino iniziano a coesistere idee di distruzione dell’oggetto amato e allo stesso tempo forti impulsi d’amore. Comincia a capire che lo stesso oggetto buono che ama, a volte può essere cattivo ed odiato. Il sopravvivere dell’oggetto amato ai propri attacchi di aggressività, rassicura il bambino di non aver ucciso l’oggetto amato e di poter tollerare la sua parte aggressiva.

La Sindrome Psiconeoplastica

La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.

La Sindrome Psiconeoplastica

di Ilenia Gregorio La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.Possiamo considerare la sindrome Psiconeoplastica non tanto come una malattia fisica in senso stretto, ma piuttosto come un insieme di reazioni psicologiche e sintomi che emergono in risposta alla diagnosi di un cancro. Essa Include: sentimenti di shock, rabbia, depressione e negazione, nonché un senso di perdita dell’identità, paura della morte, e ilvissuto di un corpo tradito con smarrimento sulla percezione della propria immagine corporea. La gravità e la manifestazione dei sintomi variano, chiaramente, in base a fattori individuali come la personalità e il supporto sociale. I sintomi psicologici riscontrati in questa condizione sono: Senso di morte Spiacevole alterazione del vissuto corporeo Angoscia di disgregazione Modificazioni imposte dello stile di vita Perdita del ruolo familiare Riduzione delle capacità lavorative Dubbi sulla capacità di mantenere un ruolo attivo nei legami affettivi e sessuali Senso di perdita del gruppo di appartenenza sociale Senso di frustrazione e depressione più o meno profonda Distress psicologico Ostilità e aggressività verso l’ambiente circostante Senso di colpa, di invidia, di ingiustizia Senso di ineluttabilità della malattia, senso di impotenza Uso massiccio dei meccanismi di difesa quali negazione e rimozione. Depressione, ansia e rabbia possono essere viste come normali risposte adattive alla situazione che l’individuo sta affrontando. L’eccessiva presenza di queste ultime non deve essere considerata necessariamente come la presenza di disturbi o espressione di una malattia, ma è fondamentale essere a conoscenza del fatto che un certo livello di depressione e ansia è inevitabile. Il paziente affronta il trauma della malattia con meccanismi di difesa come la negazione o la rimozione, cercando di mantenere una parvenza di normalità nella vita quotidiana ma qualora il suo sistema di strategie di difesa dovesse indebolirsi e si dovessero mettere in atto strategie difensive immature o patologiche, possono intensificarsi i livelli di ansia e di depressione e il paziente può, inoltre, sperimentare unDisturbo Post Traumatico da Stress. La presenza di un forte supporto sociale e relazionale può fungere da fattore protettivo, mitigando l’impatto emotivo della malattia ma sicuramente la gestione del disagio che scaturisce da una diagnosi di malattia oncologica ha necessità di essere presa in carico da personale specializzato come lo Psicologo che ha esperienza e adeguata formazione in campo Psiconcologico. Lo Psiconcologo stabilisce con il paziente una relazione di supporto empatico e non giudicante, offrendo uno spazio sicuro per esprimere ansia, paura, rabbia e altre emozioni legate alla diagnosi e al percorso di malattia. Il suo ruolo è quello di integrare il supporto psicologico nel team di cura, aiutando il paziente e i familiari a gestire il distress, a trovare strategie adattive per affrontare la malattia, a migliorare la qualità della vita e a trovare un nuovo significato nell’esperienza, anche nel fine vita.La sindrome psiconeoplastica evidenzia la necessità di un supporto e di un intervento psicologico mirato a gestire queste reazioni, offrendo al paziente le risorse per affrontare il trauma e le sfide della malattia e soprattutto, laddove è possibile, per ritornare ad uno stato ottimale di benessere biopsicosociale.

La Sindrome di Medea

La sindrome di Medea deriva da una delle più disperate ed eroiche tragedie greche, Medea è nipote della maga Circe, dalla quale eredita i suoi poteri magici. Innamoratasi di Giasone, lo aiuta ad impossessarsi del vello d’oro arrivando persino ad uccidere il proprio fratello, in modo che il padre, intento a raccogliere i resti del figlio, non possa impedire la fuga degli Argonauti e di Medea stessa, che in seguito sposerà il suo amato. L’irriconoscenza di Giasone fa sì che questo, dopo qualche anno, ripudia Medea, innamorandosi di un’altra donna giovane e bella e mostrando il suo interesse a sposarla: Medea si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse il vestito di nozze per la nuova moglie intriso dei più mortali veleni, la poveretta morirà appena indossato tra le più strazianti grida. La vendetta di Medea non si arresta, lacerata dall’odio uccide anche i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. La Sindrome di Medea viene utilizzata dallo psicologo Jacobs (1988) per indicare il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. L’uccisione del legame tra genitore e figlio avviene nel concreto quando uno dei due genitori parla male dell’altro davanti al figlio o ai figli, mettendo in atto una vera e propria manipolazione.Così come è stato per Medea, si tratta di una vendetta che però non porta alcun beneficio a nessuno membro della famiglia.  La violenza in questo caso non è fisica ma si trova su un piano più emotivo e psicologico. L’alienazione parentale comporta una sofferenza che non riguarda unicamente i genitori ma si estende ai figli e alle famiglie d’origine. In caso di alienazione genitoriale, o più in generale in tutti i casi in cui sia presente un conflitto genitoriale, può essere utile rivolgersi , ad un terapeuta per una terapia familiare per individuare le risorse di ciascuno a cui tutti i componenti della famiglia possono attingere per affrontare in modo funzionale la difficile fase della separazione.

La Sindrome di Cotard: alcune riflessioni psicodiagnostiche

di Lia Corrieri Everything here is so cold Everything here is so dark I remember it as from a dream. [Tutto qui è così freddo Tutto qui è così oscuro Lo ricordo come fosse un sogno] Mayhem, Freezing Moon,1989 8 Aprile del 1991 a Kråkstad, nella contea norvegese di Viken, venne ritrovato il corpo senza vita del ventiduenne Per Yngve Ohlin, noto al grande pubblico con lo pseudonimo, non casuale, di “Dead”, frontman dei Mayhem, uno dei più importanti gruppi black metal della storia del rock. Il caso, archiviato dalle autorità competenti come suicidio, fece molto scalpore negli ambienti musicali scandinavi, nei quali iniziarono a circolare anche copie della lettera di addio che il cantante indirizzò agli amici prima di morire e con la quale tentò di spiegare il drammatico gesto: “Nessuno comunque capirà il perché di tutto questo. Per dare qualche tipo di spiegazione, io non sono umano, questo è solo un sogno e presto mi sveglierò” (Johannesson & Klingberg, 2018). L’accaduto non colse però di sorpresa gli altri membri del suo gruppo musicale tanto che, in diverse interviste, alcuni musicisti della band ricorderanno che Dead era solito commettere atti autolesionisti, spesso manifestando umore depresso associato ad una percezione alterata di sé; in effetti in più occasioni si auto descriveva come una creatura non umana proveniente da un’altra dimensione, fino ad arrivare a definirsi un vero e proprio cadavere (Moynihan & Søderlind, 2003). Secondo alcuni Autori (Sanches et al., 2022), gli atteggiamenti, le credenze, i comportamenti e gli stati emotivi manifestati da Dead, testimoniati sia dalle sue parole che da quelle dei suoi conoscenti, potrebbero far ipotizzare l’esistenza di un quadro clinico raro, la cui prevalenza epidemiologica è inferiore all’1 % nella popolazione mondiale, denominato Sindrome di Cotard (López, 2022). Questa particolare condizione clinica venne descritta per la prima volta nell’opera Du délire hypocondriaque dans une forme grave de mélancolie anxieuse, e fu presentata il 28 Giugno del 1880 alla Société Médico-Psychologique dal neurologo, psichiatra e chirurgo militare Jules Cotard (1840- 1889), figura di spicco nel panorama medico della Parigi di fin de siècle, tanto da ispirare il personaggio del Profes sor Cot tard del la Recherche proustiana (Pearn & Gardner -Thorp, 2002; Pearn, 2003; Sanches et al., 2022). A partire dal caso clinico di una donna quarantenne, fermamente convinta di essere priva di organi interni, tra i quali il cervello, Cotard illustrò un complesso di sintomi che tendono a coesistere e a caratterizzare la specifica condizione clinica da lui individuata. Tra questi figurano la melanconia ansiosa (“depressione agitata”); la tendenza all’autolesionismo, che da automutilazioni può arrivare fino a veri e propri tentativi suicidari; le idee di possessione; le convinzioni di immortalità e deliri ipocondriaci di non esistenza o di devastazione di alcuni organi interni o dell’intero corpo o dell’anima o di Dio ecc. (Cotard, 1880; Cipriani et al., 2010). In un lavoro successivo, noto come Du délire des négations (1882), Cotard definirà la manifestazione clinica da lui individuata come un vero e proprio delirio nichilistico o di negazione caratterizzato dalla tendenza da parte del paziente a negare e/o rifiutare tutto ciò che viene detto o offerto fino ad arrivare, nella sua forma più estrema, a negare addirittura la propria esistenza nel mondo (Cotard, 1882; Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomasetti et al., 2022), concetto questo che verrà successivamente approfondito dallo psichiatra francese Jules Séglas (Séglas, 1884; in Cipriani et al., 2010). Nonostante le descrizioni che Cotard fece di questa costellazione sintomatologica, essa non è attualmente riconosciuta come e t i c h e t t a d i a g n o s t i c a autonoma dai principali sistemi nosografici utilizzati nell’ambito della salute mentale, l ’ International Classification Disease (ICD) e il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) (Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomaset t i et al., 2020). Sebbene alcuni Autori (Enoch & Trethowan, 1991) ipotizzino la possibilità concepire la costellazione sintomatologica come un quadro a sé stante nel caso in cui il delirio nichilistico sia preponderante, altri Autori (Saavedra, 1968) sostengono che tale manifestazione possa esser concepita come ulteriore espressione di altri quadri clinici, come i disturbi dell’umore/depressivi, condizioni psicotiche e casi in cui entrambe queste condizioni siano compresenti (Cipriani et al., 2010). A tal proposito, particolarmente interessante la riflessione proposta da Deny e Camus già nel 1906, per cui si ipotizza una forma primaria ipocondriaca della manifestazione clinica nella quale è centrale la dimensione corporea del delirio nichilistico, e una forma secondaria del quadro nosografico in cui appare invece preponderate la componente più specificatamente emotivo – affettiva (Cipriani et al., 2010). La distinzione tra forma primaria e secondaria della manifestazione clinica potrebbe offrire interessanti spunti di riflessione soprattutto nelle condizioni in cui la sintomatologia si manifesta in compresenza di condizioni mediche particolari, tra le quali si annoverano: intervento chirurgico al seno per fibroadenoma benigno (De Berardis et al., 2015), per lupus eritematoso sistemico (Pitta et al., 2021) e negli stati post Covid-19 (Ignatova et al., 2022). In letteratura è presente un caso clinico caratterizzato dalla comparsa del delirio di negazione, delirio tipico del quadro di Cotard, in gravidanza, ovvero in una condizione organica che, seppur fisiologica, può rappresentare comunque un periodo di transizione psicologicamente delicato caratterizzato anche da cambiamenti di corporei importanti (Walloch et al., 2007). Nel caso riportato dagli autori, alla paziente ventottenne che negava la gravidanza venne diagnosticato un quadro depressivo grave caratterizzata da sintomi psicotici (ICD-10; F32.3) nel periodo prenatale, dato che i sintomi deliranti apparivano correlati all’umore della paziente; la negazione della propria condizione di gestante, però, sembrava essere la dimensione significativa del quadro clinico complessivo (Walloch et al., 2007). Secondo gli stessi Autori, la sintomatologia riportata può rappresentare un caso di Sindrome di Cotard, intesa come delirio di negazione, in quanto le convinzioni della paziente circa la scomparsa della gravidanza o la morte del bambino possono esser interpretate come negazione delle funzioni corporee (Walloch et al., 2007). Al di là del suo riconoscimento quale quadro clinico e nosografico

La sindrome dell’impostore: se il comportamento è Fake

sindrome dell'impostore

Le prime osservazioni sul fenomeno della sindrome dell’impostore risalgono alla fine degli anni 70 del 900 in America. Essa si manifesta prevalentemente con una sensazione di disagio psicologico in cui una persona non si sente meritevole del successo raggiunto, con conseguente rimorso. Secondo le psicologhe Clance e Imes, infatti, nella sindrome dell’impostore, l’individuo si sente incompetente ed inadeguato riguardo allo status in cui vive (ad esempio professionale). Attribuisce, inoltre, il raggiungimento di un risultato positivo a cause esterne, come la fortuna o una sovrastima di se da parte degli altri. La definizione di impostore rimanda al senso di colpa vissuto e amplificato, che non consente di godere della gratificazione. Da ciò ne derivano comportamenti atti ad evitare di essere smascherati. Il malessere è legato prevalentemente alla scarsa valutazione di se: l’autostima e l’immagine di se stessi sono costellate di aspetti negativi e svalutanti, a cui si aggiunge solitamente ansia e paura di fallire. Colui che si sente un impostore, in realtà ha la tendenza ad essere troppo critico su se stesso e spesso, ha alle spalle, genitori giudicanti e competitivi. Nell’era digitale, la situazione si complica: spesso la condivisione sui social di un successo, genera nell’osservatore la capacità di non analizzare la situazione nel complesso. Il risultato sembra essere stato raggiunto dall’altro con estrema facilità, mentre per noi tutto è così irrangiungibile e complicato. Al contrario, se non ci si facesse sopraffare dalla sindrome, guarderemmo il successo altrui, come frutto di impegno e sacrificio, proprio come per noi. Dalle recenti ricerche su questo fenomeno, si evidenzia che molte persone hanno fatto, almeno una volta, esperienza di inadeguatezza, soprattutto di fronte a delle sfide impegnative. Il raggiungimento del successo, ovviamente, non dipende da tali pensieri negativi. Esso invece è dettato da motivazione e rimodulazione cognitiva sulle proprie reali capacità e competenze.

La Sindrome del “Nido Vuoto”

Quando si parla di “Sindrome del Nido Vuoto” ci si riferisce ad uno stato di afflizione e tristezza, quasi luttuoso, sperimentato spesso dai genitori quando i figli vanno via di casa: si tratta di un insieme di pensieri e sentimenti negativi e nostalgici che nascono quando i genitori, dopo aver cresciuto ed accudito uno o più figli, si trovano soli o con un partner con il quale non c’è più sintonia.  Le persone più vulnerabili rispetto alla sindrome da nido vuoto sono coloro che nel corso degli anni si sono identificati principalmente nel proprio ruolo di genitore, mettendo in secondo piano la propria individualità, dedicandosi completamente alla cura dei figli, ed è proprio in questo periodo che possono iniziare a dedicarsi a se stessi.  I partner che si sono percepiti per tanto tempo quasi esclusivamente come genitori, si ritrovano a fare i conti con la dimensione di coppia. Dopo la destabilizzazione iniziale, sarà bello poter reinvestire energie emotive e fisiche nella relazione stessa: crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che per i figli sono spesso state accantonate, poter viaggiare, iscriversi magari ad un corso di ballo, coltivare le relazioni amicali e dedicarsi all’intimità. E’ il momento di riscoprirsi coppia, poter fare dei progetti, pensarsi ancora insieme e divertirsi come quando non c’era la responsabilità dei figli. Può accadere, allora, che i coniugi scoprano di non avere più in comune le cose che precedentemente li avevano uniti, perché hanno smesso di condividerle da quando si sono occupati, spesso in maniera esclusiva, dei figli mettendo da parte la cura per la loro coppia coniugale. Il sacrificio dei propri bisogni e desideri unicamente per il bene dei figli può riemergere improvvisamente in tutta la sua forza e consapevolezza al momento della loro assenza talvolta esprimendosi con tensioni coniugali sempre sopite, o con una inaspettata difficoltà di gestione del tempo libero, prima ben organizzato e scandito. Questa fase della vita deve essere rivisitata come un possibile nuovo inizio invece che come inesorabile perdita.  D’altra parte, è vero che fin dalla prima infanzia, attaccamento e separazione sono tutt’altro che due polarità in contraddizione, ma piuttosto due  categorie interdipendenti che organizzano entrambe la vita e le relazioni di una persona, inclusa quella fra genitori e figli (Rheingold e Eckerman, 1970).  È proprio grazie alla sensazione di avere una “base sicura” che il bambino si permette la gioia di muovere i primi passi ed esplorare il mondo allontanandosi dalla madre; le cure e l’affetto di un genitore hanno come fine ultimo quello di rendere un figlio forte abbastanza ad andare via sulle proprie gambe e questo ogni genitore in fondo lo sa anche se con una punta di fierezza e una di rammarico. “I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto”.                (Madre Teresa di Calcutta)

La Settimana del Benessere Psicologico

Raffaele Felaco descrive la storia dell’iniziativa della settimana del benessere psicologico. La prima edizione fu ideata nel 2009 con lo scopo di promuovere la psicologia professionale, grazie all’aiuto dei vari istituti di psicoterapia. Nel 2010 Felaco diventò presidente dell’ordine degli psicologi della Campania, e creò l’iniziativa “Città amiche del benessere psicologico” con lo scopo di far conoscere tutti i colleghi nel proprio territorio, in ogni comune e città venivano quindi presentati i vari colleghi, grandi e numerosi manifesti allestivano le città e tutti i sindaci accolsero questa iniziativa, Fino ad allora infatti l’ordine degli psicologi aveva un’amministrazione burocratica centralizzata nella città capoluogo ed era quindi sconosciuto nei vari territori. Da allora Felaco creò un’altra iniziativa, ovvero le assemblee pubbliche in cui potevano partecipare tutti i colleghi e portare il loro contributo. Questo è continuato per 10 anni fino ad oggi, il successo lo si vede già nella prima edizione in cui parteciparono 182 comuni, diventando un evento culturale per la regione. Infatti un manifesto dell’iniziativa è apparso addirittura in una scena di un film. Oggi questo non è più possibile a causa di vari cambiamenti, infatti quest’anno la settimana del benessere psicologico si svolge in rete sul web, in cui grazie all’aiuto e al contributo dei colleghi si è creata una piattaforma online. In questa piattaforma sono stati raccolti più di 100 video e cartoline con le bellezze del nostro paese inviate da colleghi in molte parti d’Italia, e potranno essere sempre disponibili per la visione. 

La Sessualità infantile e il Complesso Edipico

I tumulti della sessualità infantile, delle citazioni perlopiù zonali autoerotiche quindi legati alle zone erogene tipiche dell’infanzia, le fasi della sessualità infantile sono classicamente la fase orale fase anale e quella fase fallica progressivamente si cominciano ad organizzare investendo degli oggetti, questi oggetti sono naturalmente gli oggetti più vicini quindi i propri genitori.  Si va organizzando così quello che è noto come il complesso edipico, non c’è un periodo di vita dura fino intorno ai 5, 6 anni, in cui il bambino rivolge la propria affettività fortemente ambivalente, quindi i propri desideri affettuosi, i propri rancori, la propria aggressività nei confronti di oggetti che sono contemporaneamente amati e odiati.  L’Edipo è un mito greco e Freud si rifà a questo mito non da subito, ma intorno al 1910 e 1911 in quanto quel mito effettivamente raccoglie questa esperienza complessa dell’infanzia, cioè come Edipo figlio di Laio e di Giocasta, ovvero il re e la regina di Tebe, nasce contro il desiderio dei propri genitori, perché avevano saputo dall’oracolo di Delfi che il figlio avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, dunque scelgono di non avere figli. Giocasta però fece ubriacare Laio e rimase incinta. Edipo quando nasce viene di fatto condannato a morte dai propri genitori, colui che doveva occuparsi della sua morte non ebbe il coraggio di ucciderlo, dunque lo legò con i piedi, infatti Edipo vuol dire piedi gonfi, e lo abbandonò sul Monte, lì fu trovato da un servitore del Regno di Corinto, dove il re e la regina non riuscivano ad avere dei figli dunque portò questo bambino al re di Corinto.  Quando Edipo divenne adulto andò anche lui all’oracolo di Delfi, e ricevette lo stesso presagio che fu fatto a Laio e Giocasta, sapendo questo scelse di non tornare più a Corinto, dunque grazie a questo tentativo di sfuggire a questa previsione scappò ed incontrò casualmente sulla propria strada Laio e lo uccise, arrivò a Tebe e sconfisse la sfinge che strangolava la città risolvendo l’enigma, diventò molto popolare a Tebe fino a sposare la regina, rimasta vedova, e avere da lei dei figli. Questo mito è estremamente importante no perché effettivamente il bambino voglia sposare la madre e uccidere il padre, il problema è che questi sono degli oggetti investiti con grandi valenze affettive.  Ciò che veramente conta è che l’Edipo introduce il piccolo umano in una situazione di vita, cioè dove è presente un soggetto e dove è presente un desiderio espresso da questo soggetto qualunque esso sia incontra sempre una forma di antagonismo, cioè il nostro desiderio per poter raggiungere l’oggetto tiene conto di un’interdizione, di un interdetto. Questa condizione è la condizione della vita nevrotica o meglio dalla vita normale, cioè la vita di tutti noi è fatta seguendo questa organizzazione edipica che andrebbe pensata come una sorta di organizzatore,  un complesso organizzatore del funzionamento psichico come fosse una specie di grande imbuto nel quale cadono le eccitazioni perverse e polimorfe del bambino, e finiscono per essere organizzate in un jet unico in una condizione complessa nella quale è presente sia il desiderio, sia l’oggetto che ci consentirebbe di raggiungere il piacere, sia anche la presenza di un’interdizione di qualcosa che si oppone a che noi raggiungiamo il nostro desiderio sempre e comunque in questo senso è un grande organizzatore dell’apparato psichico. 

La sessualità infantile

Paolo Cotrufo affronta il tema più controverso della psicoanalisi Freudiana ovvero la Sessualità infantile. Questo rappresenta un concetto paradossale in quanto se si è ancora immaturi dal punto di vista sessuale genitale come può esistere una sessualità.  Freud arriva a questo paradosso attraverso una indagine scientifica, cioè la sessualità infantile è una scoperta che precede l’esistenza stessa della psicoanalisi. Infatti il concetto nasce durante la cura delle sue pazienti isteriche, in cui attraverso l’ipnosi venivano fuori episodi avvenuti durante l’infanzia.  Ovvero i suoi pazienti avevano dei ricordi che riaffioravano nell’inconscio rimosso, secondo i quali avrebbero vissuto delle esperienze sessuali che Freud considerava traumatiche. Questa teoria della seduzione, per la quale la sessualità infantile sarebbe presente a causa di un episodio avvenuto nel corso dell’infanzia, fu abbandonata da Freud nel 1897, quando pensò che da un punto di vista statistico era improbabile che il numero dei bambini che subivano delle seduzioni fosse così elevato. Così Freud abbandona la teoria della seduzione e con questo abbandono nasce quella che oggi noi conosciamo essere come la psicoanalisi e tutte le teorie sul funzionamento inconscio. Questo abbandono corrisponde ad una conclusione a cui è costretto giungere nel 97 quando dichiara espressamente che è impossibile distinguere un episodio realmente avvenuto da una fantasia investita di affetto, il che vorrebbe dire che quelle tracce amnestiche che lui recuperava nel corso dei trattamenti ipnotici potevano essere indistintamente realmente accadute oppure essere state fantasticate dà quel bambino nel corso dell’infanzia ed investite d’affetto.  La presenza di una sessualità infantile dunque è per Freud una caratteristica innata degli esseri umani, cioè l’abbandono della teoria della seduzione in un certo senso costringe Freud a considerare che il bambino nasca fornito di una pulsione sessuale innata, questa concezione lo spinge poi in tre saggi 1905 a definire il bambino come un perverso polimorfo.   Con questa definizione Freud spingerà per sempre la psicoanalisi a lottare per ottenere una credibilità, tuttavia il concetto della sessualità infantile è stato appreso successivamente da alcuni analisti francesi, che considerano la sessualità infantile non il frutto di innatismo ma comunque il frutto di una seduzione  E’ una seduzione che non è più puntuale, non è un evento traumatico quindi un abuso sessuale subito, quanto piuttosto il frutto di un insieme costante e continuo di atteggiamenti seduttivi, cioè portatori di Eros nei confronti del bambino che in qualche modo deformano l’eccitazione endogena di un bambino fornendo questa eccitazione un codice che potremmo definire sessuale. Quindi le attenzioni e le cure che gli adulti rivolgono ai loro bambini, baci, carezze, le pomate, il talco, il bagnetto, tutti quei momenti in cui l’adulto si avvicina al bambino, potrebbero essere sostanzialmente i momenti determinanti di una decodifica delle eccitazioni somatiche del bambino, come delle eccitazioni sostanzialmente erotiche.  Questo crea con l’arrivo della pubertà un ulteriore paradosso e cioè  il paradosso della sessualità umana sarebbe ciò che è stato acquisito, cioè appunto questa eccitazione sessuale nel corso dell’infanzia, sarebbe avvenuto prima dell’innato e dove l’ innato è appunto la sessualità gonadica della pubertà dell’adolescenza che arriverebbe successivamente, quindi la spinta potremmo dire istintuale sessuale dell’umano quando arriva durante la pubertà e come se trovasse un campo già occupato da una sessualità infantile inconscia in quanto è stata rimossa proprio nel corso dell’infanzia.