La sindrome dell’impostore: se il comportamento è Fake

sindrome dell'impostore

Le prime osservazioni sul fenomeno della sindrome dell’impostore risalgono alla fine degli anni 70 del 900 in America. Essa si manifesta prevalentemente con una sensazione di disagio psicologico in cui una persona non si sente meritevole del successo raggiunto, con conseguente rimorso. Secondo le psicologhe Clance e Imes, infatti, nella sindrome dell’impostore, l’individuo si sente incompetente ed inadeguato riguardo allo status in cui vive (ad esempio professionale). Attribuisce, inoltre, il raggiungimento di un risultato positivo a cause esterne, come la fortuna o una sovrastima di se da parte degli altri. La definizione di impostore rimanda al senso di colpa vissuto e amplificato, che non consente di godere della gratificazione. Da ciò ne derivano comportamenti atti ad evitare di essere smascherati. Il malessere è legato prevalentemente alla scarsa valutazione di se: l’autostima e l’immagine di se stessi sono costellate di aspetti negativi e svalutanti, a cui si aggiunge solitamente ansia e paura di fallire. Colui che si sente un impostore, in realtà ha la tendenza ad essere troppo critico su se stesso e spesso, ha alle spalle, genitori giudicanti e competitivi. Nell’era digitale, la situazione si complica: spesso la condivisione sui social di un successo, genera nell’osservatore la capacità di non analizzare la situazione nel complesso. Il risultato sembra essere stato raggiunto dall’altro con estrema facilità, mentre per noi tutto è così irrangiungibile e complicato. Al contrario, se non ci si facesse sopraffare dalla sindrome, guarderemmo il successo altrui, come frutto di impegno e sacrificio, proprio come per noi. Dalle recenti ricerche su questo fenomeno, si evidenzia che molte persone hanno fatto, almeno una volta, esperienza di inadeguatezza, soprattutto di fronte a delle sfide impegnative. Il raggiungimento del successo, ovviamente, non dipende da tali pensieri negativi. Esso invece è dettato da motivazione e rimodulazione cognitiva sulle proprie reali capacità e competenze.

La Sindrome del “Nido Vuoto”

Quando si parla di “Sindrome del Nido Vuoto” ci si riferisce ad uno stato di afflizione e tristezza, quasi luttuoso, sperimentato spesso dai genitori quando i figli vanno via di casa: si tratta di un insieme di pensieri e sentimenti negativi e nostalgici che nascono quando i genitori, dopo aver cresciuto ed accudito uno o più figli, si trovano soli o con un partner con il quale non c’è più sintonia.  Le persone più vulnerabili rispetto alla sindrome da nido vuoto sono coloro che nel corso degli anni si sono identificati principalmente nel proprio ruolo di genitore, mettendo in secondo piano la propria individualità, dedicandosi completamente alla cura dei figli, ed è proprio in questo periodo che possono iniziare a dedicarsi a se stessi.  I partner che si sono percepiti per tanto tempo quasi esclusivamente come genitori, si ritrovano a fare i conti con la dimensione di coppia. Dopo la destabilizzazione iniziale, sarà bello poter reinvestire energie emotive e fisiche nella relazione stessa: crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che per i figli sono spesso state accantonate, poter viaggiare, iscriversi magari ad un corso di ballo, coltivare le relazioni amicali e dedicarsi all’intimità. E’ il momento di riscoprirsi coppia, poter fare dei progetti, pensarsi ancora insieme e divertirsi come quando non c’era la responsabilità dei figli. Può accadere, allora, che i coniugi scoprano di non avere più in comune le cose che precedentemente li avevano uniti, perché hanno smesso di condividerle da quando si sono occupati, spesso in maniera esclusiva, dei figli mettendo da parte la cura per la loro coppia coniugale. Il sacrificio dei propri bisogni e desideri unicamente per il bene dei figli può riemergere improvvisamente in tutta la sua forza e consapevolezza al momento della loro assenza talvolta esprimendosi con tensioni coniugali sempre sopite, o con una inaspettata difficoltà di gestione del tempo libero, prima ben organizzato e scandito. Questa fase della vita deve essere rivisitata come un possibile nuovo inizio invece che come inesorabile perdita.  D’altra parte, è vero che fin dalla prima infanzia, attaccamento e separazione sono tutt’altro che due polarità in contraddizione, ma piuttosto due  categorie interdipendenti che organizzano entrambe la vita e le relazioni di una persona, inclusa quella fra genitori e figli (Rheingold e Eckerman, 1970).  È proprio grazie alla sensazione di avere una “base sicura” che il bambino si permette la gioia di muovere i primi passi ed esplorare il mondo allontanandosi dalla madre; le cure e l’affetto di un genitore hanno come fine ultimo quello di rendere un figlio forte abbastanza ad andare via sulle proprie gambe e questo ogni genitore in fondo lo sa anche se con una punta di fierezza e una di rammarico. “I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto”.                (Madre Teresa di Calcutta)

La Settimana del Benessere Psicologico

Raffaele Felaco descrive la storia dell’iniziativa della settimana del benessere psicologico. La prima edizione fu ideata nel 2009 con lo scopo di promuovere la psicologia professionale, grazie all’aiuto dei vari istituti di psicoterapia. Nel 2010 Felaco diventò presidente dell’ordine degli psicologi della Campania, e creò l’iniziativa “Città amiche del benessere psicologico” con lo scopo di far conoscere tutti i colleghi nel proprio territorio, in ogni comune e città venivano quindi presentati i vari colleghi, grandi e numerosi manifesti allestivano le città e tutti i sindaci accolsero questa iniziativa, Fino ad allora infatti l’ordine degli psicologi aveva un’amministrazione burocratica centralizzata nella città capoluogo ed era quindi sconosciuto nei vari territori. Da allora Felaco creò un’altra iniziativa, ovvero le assemblee pubbliche in cui potevano partecipare tutti i colleghi e portare il loro contributo. Questo è continuato per 10 anni fino ad oggi, il successo lo si vede già nella prima edizione in cui parteciparono 182 comuni, diventando un evento culturale per la regione. Infatti un manifesto dell’iniziativa è apparso addirittura in una scena di un film. Oggi questo non è più possibile a causa di vari cambiamenti, infatti quest’anno la settimana del benessere psicologico si svolge in rete sul web, in cui grazie all’aiuto e al contributo dei colleghi si è creata una piattaforma online. In questa piattaforma sono stati raccolti più di 100 video e cartoline con le bellezze del nostro paese inviate da colleghi in molte parti d’Italia, e potranno essere sempre disponibili per la visione. 

La Sessualità infantile e il Complesso Edipico

I tumulti della sessualità infantile, delle citazioni perlopiù zonali autoerotiche quindi legati alle zone erogene tipiche dell’infanzia, le fasi della sessualità infantile sono classicamente la fase orale fase anale e quella fase fallica progressivamente si cominciano ad organizzare investendo degli oggetti, questi oggetti sono naturalmente gli oggetti più vicini quindi i propri genitori.  Si va organizzando così quello che è noto come il complesso edipico, non c’è un periodo di vita dura fino intorno ai 5, 6 anni, in cui il bambino rivolge la propria affettività fortemente ambivalente, quindi i propri desideri affettuosi, i propri rancori, la propria aggressività nei confronti di oggetti che sono contemporaneamente amati e odiati.  L’Edipo è un mito greco e Freud si rifà a questo mito non da subito, ma intorno al 1910 e 1911 in quanto quel mito effettivamente raccoglie questa esperienza complessa dell’infanzia, cioè come Edipo figlio di Laio e di Giocasta, ovvero il re e la regina di Tebe, nasce contro il desiderio dei propri genitori, perché avevano saputo dall’oracolo di Delfi che il figlio avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, dunque scelgono di non avere figli. Giocasta però fece ubriacare Laio e rimase incinta. Edipo quando nasce viene di fatto condannato a morte dai propri genitori, colui che doveva occuparsi della sua morte non ebbe il coraggio di ucciderlo, dunque lo legò con i piedi, infatti Edipo vuol dire piedi gonfi, e lo abbandonò sul Monte, lì fu trovato da un servitore del Regno di Corinto, dove il re e la regina non riuscivano ad avere dei figli dunque portò questo bambino al re di Corinto.  Quando Edipo divenne adulto andò anche lui all’oracolo di Delfi, e ricevette lo stesso presagio che fu fatto a Laio e Giocasta, sapendo questo scelse di non tornare più a Corinto, dunque grazie a questo tentativo di sfuggire a questa previsione scappò ed incontrò casualmente sulla propria strada Laio e lo uccise, arrivò a Tebe e sconfisse la sfinge che strangolava la città risolvendo l’enigma, diventò molto popolare a Tebe fino a sposare la regina, rimasta vedova, e avere da lei dei figli. Questo mito è estremamente importante no perché effettivamente il bambino voglia sposare la madre e uccidere il padre, il problema è che questi sono degli oggetti investiti con grandi valenze affettive.  Ciò che veramente conta è che l’Edipo introduce il piccolo umano in una situazione di vita, cioè dove è presente un soggetto e dove è presente un desiderio espresso da questo soggetto qualunque esso sia incontra sempre una forma di antagonismo, cioè il nostro desiderio per poter raggiungere l’oggetto tiene conto di un’interdizione, di un interdetto. Questa condizione è la condizione della vita nevrotica o meglio dalla vita normale, cioè la vita di tutti noi è fatta seguendo questa organizzazione edipica che andrebbe pensata come una sorta di organizzatore,  un complesso organizzatore del funzionamento psichico come fosse una specie di grande imbuto nel quale cadono le eccitazioni perverse e polimorfe del bambino, e finiscono per essere organizzate in un jet unico in una condizione complessa nella quale è presente sia il desiderio, sia l’oggetto che ci consentirebbe di raggiungere il piacere, sia anche la presenza di un’interdizione di qualcosa che si oppone a che noi raggiungiamo il nostro desiderio sempre e comunque in questo senso è un grande organizzatore dell’apparato psichico. 

La sessualità infantile

Paolo Cotrufo affronta il tema più controverso della psicoanalisi Freudiana ovvero la Sessualità infantile. Questo rappresenta un concetto paradossale in quanto se si è ancora immaturi dal punto di vista sessuale genitale come può esistere una sessualità.  Freud arriva a questo paradosso attraverso una indagine scientifica, cioè la sessualità infantile è una scoperta che precede l’esistenza stessa della psicoanalisi. Infatti il concetto nasce durante la cura delle sue pazienti isteriche, in cui attraverso l’ipnosi venivano fuori episodi avvenuti durante l’infanzia.  Ovvero i suoi pazienti avevano dei ricordi che riaffioravano nell’inconscio rimosso, secondo i quali avrebbero vissuto delle esperienze sessuali che Freud considerava traumatiche. Questa teoria della seduzione, per la quale la sessualità infantile sarebbe presente a causa di un episodio avvenuto nel corso dell’infanzia, fu abbandonata da Freud nel 1897, quando pensò che da un punto di vista statistico era improbabile che il numero dei bambini che subivano delle seduzioni fosse così elevato. Così Freud abbandona la teoria della seduzione e con questo abbandono nasce quella che oggi noi conosciamo essere come la psicoanalisi e tutte le teorie sul funzionamento inconscio. Questo abbandono corrisponde ad una conclusione a cui è costretto giungere nel 97 quando dichiara espressamente che è impossibile distinguere un episodio realmente avvenuto da una fantasia investita di affetto, il che vorrebbe dire che quelle tracce amnestiche che lui recuperava nel corso dei trattamenti ipnotici potevano essere indistintamente realmente accadute oppure essere state fantasticate dà quel bambino nel corso dell’infanzia ed investite d’affetto.  La presenza di una sessualità infantile dunque è per Freud una caratteristica innata degli esseri umani, cioè l’abbandono della teoria della seduzione in un certo senso costringe Freud a considerare che il bambino nasca fornito di una pulsione sessuale innata, questa concezione lo spinge poi in tre saggi 1905 a definire il bambino come un perverso polimorfo.   Con questa definizione Freud spingerà per sempre la psicoanalisi a lottare per ottenere una credibilità, tuttavia il concetto della sessualità infantile è stato appreso successivamente da alcuni analisti francesi, che considerano la sessualità infantile non il frutto di innatismo ma comunque il frutto di una seduzione  E’ una seduzione che non è più puntuale, non è un evento traumatico quindi un abuso sessuale subito, quanto piuttosto il frutto di un insieme costante e continuo di atteggiamenti seduttivi, cioè portatori di Eros nei confronti del bambino che in qualche modo deformano l’eccitazione endogena di un bambino fornendo questa eccitazione un codice che potremmo definire sessuale. Quindi le attenzioni e le cure che gli adulti rivolgono ai loro bambini, baci, carezze, le pomate, il talco, il bagnetto, tutti quei momenti in cui l’adulto si avvicina al bambino, potrebbero essere sostanzialmente i momenti determinanti di una decodifica delle eccitazioni somatiche del bambino, come delle eccitazioni sostanzialmente erotiche.  Questo crea con l’arrivo della pubertà un ulteriore paradosso e cioè  il paradosso della sessualità umana sarebbe ciò che è stato acquisito, cioè appunto questa eccitazione sessuale nel corso dell’infanzia, sarebbe avvenuto prima dell’innato e dove l’ innato è appunto la sessualità gonadica della pubertà dell’adolescenza che arriverebbe successivamente, quindi la spinta potremmo dire istintuale sessuale dell’umano quando arriva durante la pubertà e come se trovasse un campo già occupato da una sessualità infantile inconscia in quanto è stata rimossa proprio nel corso dell’infanzia.

La self-disclosure nella “cassetta degli attrezzi” del terapeuta

La self-disclosure (propriamente detta come “autorivelazione”) è un particolare strumento di lavoro del professionista esperto in ambito psicoterapeutico che viene impiegato sistematicamente oltre che per abbattere le difese dietro le quali spesso i pazienti si barricano, anche per permettere al terapeuta stesso di avere il controllo sulla situazione e per selezionare quegli aspetti di sé da rivelare al paziente. L’uso dell’autorivelazione come strumento terapeutico deve essere direzionato, sì da indicazioni tecniche, ma anche dal “sentire” del professionista. Consiste nel processo con cui trasmettiamo informazioni su noi stessi a qualcun altro, che lo si voglia o no! Quante informazioni si devono rivelare? La self-disclosure è una questione delicata: se la si utilizza bene può rafforzare le relazioni, infondere fiducia e aumentare la capacità di ispirare e guidare. Ma se si fanno rivelazioni imprudenti o inappropriate quando altri divulgano dettagli personali, si può avere l’effetto opposto. Esistono due tipi di self disclosure: verbale e non verbale. Quella verbale si può verificare quando il terapeuta racconta i propri pensieri, sentimenti, preferenze, ambizioni, speranze e paure al proprio paziente. Mentre la rivelazione in modo non verbale può avvenire attraverso l’uso del corpo, i vestiti, le movenze e qualsiasi altro indizio che potrebbe ricondurre alla personalità o alla vita personale del terapeuta. Perché è così importante? La ricerca suggerisce che la rivelazione di sé gioca un ruolo chiave nella formazione di relazioni forti. Può far sentire le persone più vicine, capirsi meglio e cooperare in modo più efficace. Inoltre, spesso il “rivelarsi per primi” aiuta gli altri a sentirsi abbastanza a proprio agio a fare lo stesso, creando connessioni più forti e rendendo il lavoro più piacevole e produttivo per entrambe le parti. Il modello della finestra di Johari E’ uno strumento messo a punto da Luft e Ingham (1955) per osservare in contesti di comunicazione interpersonale le dinamiche che si “giocano” tra le parti. L’asse orizzontale comprende la sequenza arena/punto cieco che indica il grado di conoscenza che la persona ha di sé stessa in termini di personalità, espressioni ed emozioni. L’asse verticale che comprende la sequenza arena/facciata, invece, si riferisce al grado di conoscenza che l’altro può avere del soggetto. E’ necessario che il terapeuta sappia quando è giusto condividere i dati personali e come farlo in maniera appropriata. E, anche se può essere un sollievo “eliminare” qualche peso dal sé, deve esser cosciente del fatto che le informazioni che condivide possano essere un peso per gli altri. Bibliografia Collins, N. and Miller, L. (1994). ‘Self-disclosure and Liking,’ Psychological Bulletin, Volume 116, Issue 3, November 1994.  Levenson, E. (1996). Aspects of self-revelation and self-disclosure. Contemporary Psychoanal., vol. 32, n. 2. Tricoli, M.L. (2001). Dal controtransfert alla self-disclosure: la scoperta della soggettività dell’analista. Ricerca Psicoanalitica, Anno XII, n. 3.

La scuola come organizzazione adattiva tra cambiamento e resilenza

Spesso la scuola viene immaginata come un vecchio orologio: un insieme di ingranaggi fissi che devono funzionare senza errori, rispettando tempi, procedure e regole prestabilite. In questa visione, ogni elemento ha un ruolo preciso e il buon funzionamento dipende dall’assenza di deviazioni. Tuttavia, la realtà educativa mostra uno scenario molto diverso. La scuola non è una macchina prevedibile, ma un sistema adattivo capace di cambiare, reagire e riorganizzarsi in relazione al contesto sociale e ambientale in cui opera. In altre parole, la scuola risponde agli stimoli, apprende dall’esperienza e modifica il proprio funzionamento nel tempo. Non a caso, oggi si parla sempre più spesso diapprendimento organizzativo, cioè della capacità di una organizzaizone di imparare costantemente. Secondo gli studi sull’apprendimento organizzativo, infatti, la scuola non è solo un luogo in cui apprendono gli studenti, ma un’organizzazione che, nel suo insieme, deve essere capace di riflettere su ciò che fa. Al contrario, se le regole non vengono mai rimesse in discussione, l’organizzazione smette di crescere, anche se le persone al suo interno continuano a impegnarsi e a fare esperienza. Scuola e adattamento psicologico La scuola oggi vive una crisi perché è tirata in due direzioni opposte. Da un lato deve cambiare rapidamente, adattarsi e innovare; dall’altro deve mantenere regole, strutture e riferimenti stabili. Come un pendolo, oscilla continuamente tra tradizione e cambiamento senza mai fermarsi. Questa oscillazione rende difficile trovare equilibrio e produce incertezza, sia nell’organizzazione sia nelle persone, chiamate a ridefinire continuamente significati, aspettative e modi di agire. Dal punto di vista della psicologia dinamica, però, tale oscillazione non va interpretata come una crisi. Al contrario, rappresenta un normale processo di regolazione.scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. In questo modo, l’autocontrollo organizzativo diventa una pratica di lettura critica dell’esperienza utile a a negoziare nuovi significati, sciogliere rigidità sedimentate e riorientare il funzionamento verso forme più consapevoli, coerenti e abitabili. In tale prospettiva, riconoscere di non avere sempre risposte immediate diventa un segnale di maturità del sistema educativo. La possibilità di accogliere il dubbio, l’errore e la difficoltà non indica debolezza, ma apertura all’apprendimento. La scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. L’autocontrollo organizzativo si trasforma così in una lettura dell’esperienza utile a dare senso e significato a ciò che ci circonda ,cambiando il punto di vista. Perché, come ricorda Warren G. Bennis, se continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, continueremo a ottenere ciò che abbiamo sempre avuto. E la scuola, oggi, non può permettersi di restare uguale a se stessa.

La Scuola Campana di Neuropsicologia “ L. Witmer” (2008-oggi)

Francesca Cimmino, Psicologa, P s i c o t e r a p e u t a s i s t e m i c o – relazionale, Studio Medico Petrarca, Napoli Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania L a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia Clinica, Riabilitativa e Forense “Lightner Witmer” (SCNp), nasce il 18 dicembre 2008 come Associazione Culturale Nazionale, d a l l a p a s s i o n e p e r l a neuropsicologia che accomuna un gruppo di psicologi campani. Gli stessi che hanno intrapreso, in momenti diversi, una formazione specifica nel corso del loro tirocinio professionale sotto la guida di Michele Lepore. La Scuola ha lo scopo di riunire gli psicologi e quanti o p e r a n o n e l l ’ a m b i t o d e l l a Neuropsicologia clinica, riabilitativa e forense attraverso una serie di attività. Tra queste, lo studio e la r i c e r c a n e l l ’ a m b i t o d e l l a neuropsicologia; la valorizzazione delle professionalità in questo ambito; l’organizzazione di riunioni e convegni, attività di informazione, formazione, aggiornamento e ricerca; la concessione di patrocini e riconoscimenti ad associazioni, istituzioni e centri clinici pubblici e privati; la pubblicazione di periodici e di prodotti editoriali, multimediali e non, anche sul WEB. Omaggio a Lightner Witmer, fondatore, nel 1896, della prima clinica psicologica presso l’Università di Pennsylvania ( d o v e i n a u g u r ò i l p r i m o insegnamento di Psicologia Clinica) e della prima rivista di Psicologia Clinica, Psychological Clinic. Questa apre il primo numero con un articolo introduttivo che riporta due interventi c l i n i c i che oggi definiremmo “neuropsicologici” (diagnostici e riabilitativi). Ciò sottolinea, a distanza di un secolo, lo stretto rapporto tra neuropsicologia e psicologia clinica, già cento anni fa così strettamente interconnesse. Nel corso degli anni la SCNp è riuscita a realizzare numerose iniziative. A partire dal ciclo di nove seminari aperti a tutti (tenutisi nella cornice di Villa Savonarola a Portici, nel 2009) con la finalità di divulgare la neuropsicologia agli addetti ai lavori, ma anche a chi fosse interessato a latere agli argomenti proposti (es. familiari di pazienti affetti da disturbi cognitivi, insegnanti di istituti scolastici, o semplici curiosi). Per passare poi al Corso Teorico-Pratico, nato con lo scopo di valorizzare i test neuropsicologici come strumenti clinici, ausili importanti del processo diagnostico in neuropsicologica che, seppur considerati come un’abilità di base dello psicologo clinico, non possono prescindere da un’elevata abilità psicologico-clinica, da conoscenze s p e c i fi c h e d e i d i s t u r b i neuropsicologici, da capacità di osservazione clinica e da un adeguato ragionamento diagnostico. L’iniziativa sicuramente tra le più rilevanti è stata quella del Master biennale, che si è svolto per due e d i z i o n i consecutive ed ha rappresentato la base formativa per svolgere l’attività di Esperto in N e u r o p s i c o l o g i a C l i n i c a e Riabilitativa in molti contesti, compresi quello libero professionale e l’ospedalità pubblica e privata; Centri di riabilitazione; unità di valutazione Alzheimer (u.v.a.); enti assistenziali e scuola. Rivolto esclusivamente agli iscritti all’albo A degli psicologi, volto soprattutto all’acquisizione di competenze cliniche (oltre che tecniche) per consentire all’allievo di integrare la pratica neuropsicologica con i modelli teorici e operativi della psicologia clinica, secondo un modello biopsicosociale di presa in carico del paziente. Durante le edizioni del Master, la Scuola ha annoverato tra i suoi docenti i maggiori esperti di Neuropsicologia del panorama italiano, ma anche s t r a n i e r o (come Anna L i s e Christensen, allieva di Alexandr R. Luria) ed ha distribuito numerose di borse di studio. Grazie alla multi-disciplinarietà ed alla varietà degli ambiti di applicazione della materia, è stato possibile aprire un dialogo importante anche con gli Avvocati, attraverso Seminari e Tavole Rotonde in cui è stato messo in risalto il contributo che le due m a t e r i e ( n e u r o p s i c o l o g i a e giurisprudenza) possono darsi vicendevolmente, in particolare in alcuni settori (es. risarcimento del danno). Durante questi anni, la Scuola è riuscita ad avere un rilievo anche in ambito politico-professionale, con l’elezione per due mandati del Direttore Scientifico Michele Lepore a consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Campania, ed a vincere il progetto MMT (Mind Management Training), cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile nell’ambito del Bando “Giovani per il Sociale”, attuato dalla Scuola da ottobre 2015 ad aprile 2018, che si è posto come obiettivo principale il potenziamento, attraverso un training abilitativo, delle “funzioni esecutive”, un insieme di capacità c o g n i t i v e c r u c i a l i p e r l’organizzazione, l’ottimizzazione ed il monitoraggio del funzionamento mentale, allo scopo di compensare lo svantaggio culturale di alcuni studenti a rischio di abbandono scolastico e di comportamenti antisociali, coinvolgendo attivamente le famiglie ed il corpo scolastico.

La scolarizzazione di un figlio: il ruolo della famiglia

scolarizzazione

L’ ingresso a scuola di un figlio è certamente uno degli eventi più significativi e critici con cui una famiglia con bambini piccoli deve confrontarsi. La scolarizzazione infatti è considerata il primo momento di passaggio tra la famiglia e la società. Grazie alla scuola, il bambino ha la possibilità di sperimentare e soddisfare, da un lato, il bisogno di indipendenza e, dall’altro, quello di protezione. Con la scolarizzazione, il bambino frequenta altri adulti, gli insegnanti, che diventano insieme ai genitori delle nuove figure di riferimento esterne alla famiglia. Questo nuovo legame affettivo, finalizzato all’istruzione e all’educazione, potrà influire il rendimento scolastico dell’ alunno. Oltre all’ insegnante, il bambino si confronta anche con il gruppo dei pari, mettendo in pratica e migliorando le sue competenze sociali. Grazie ai suoi amici, si svilupperanno nuove competenze comunicative e relazionali, sperimentando il bisogno di accettazione, coinvolgimento, e la capacità di negoziazione. La facilitazione dell’ inserimento nel gruppo di classe non è dettata esclusivamente dall’ insegnante, ma coinvolge anche la famiglia: il clima di collaborazione tra tutti gli educatori coinvolti favorisce il benessere del bambino. Al contrario, un irrigidimento del pattern genitore-insegnante può determinare delle modalità disfunzionali che metteranno l’alunno in una posizione di disagio, sviluppando il fenomeno della triangolazione alunno-famiglia-scuola che può assumere diverse forme. ALUNNO-GENITORE VS INSEGNANTE: porta il bambino a sentirsi solo a scuola, svalutato e incapace di raggiungere risultati adeguati. ALUNNO-INSEGNANTE VS GENITORE: tra la famiglia e la scuola non c’è collaborazione e il bambino non ottenendo risultati, non riceve sostegno né dai genitori né dagli insegnanti. La scuola, inoltre, costituisce un importante orologio temporale, perchè cadenzando le età, definisce competenze e in un certo senso ritualizza la crescita.