Realtà virtuale e salute mentale

La salute mentale può essere considerata come un continuum, che ha come estremità da una parte il benessere, inteso come un equilibrio tra la presenza o meno di sintomi psicopatologici, un livello adeguato di autonomia funzionale, occupazionale e nella gestione del tempo libero e all’altra estremità il malessere inteso come sindrome psicopatologica. Secondo molti autori ed esperti, la tecnologia ha elevato la nostra evoluzione, ampliando a dismisura la nostra capacità di sfruttare le affordances, cioè gli stimoli salienti per il nostro sistema fisiologico e neurofisiologico, e del nostro Umwelt, ovvero l’ambiente e lo spazio in cui avvengono le continue relazioni di sistema tra noi e i “nostri” stimoli-affordances. Le tecnologie allora possono essere considerate dei nuovi stimoli salienti di questo sistema, in grado di essere al servizio dei nostri bisogni e motivazioni, rendendo sicuramente diversa, auspicabilmente migliore, la nostra user experience nella realtà che ci circonda e a cui apparteniamo. L’uso della Realtà Virtuale nell’ambito della salute I principali campi di applicazione della realtà virtuale sono la medicina (in particolare per l riabilitazione motoria e cognitiva) e la psicologia (specie per il trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento alimentare). Attraverso la realtà virtuale, grazie a una strumentazione apposita come un visore, l’utente viene “spostato” dal suo mondo fisico e viene inserito in una percezione di un ambiente virtuale; maggiore è la stimolazione dei sensi nella persona, quindi non solo vista ma anche udito, tatto, e olfatto, e maggiore sarà il senso di presenza, immersività e verosimiglianza dell’esperienza reale-virtuale. La persona all’interno dell’ambiente virtuale sarà libera di interagire e agire con oggetti e con altre persone in formato virtuale-avatar e, cosa da non sottovalutare, potrà farlo in tempo reale. La presenza comporta la sensazione di essere lì, nel luogo virtuale e non in quello fisico dove l’utente si trova realmente (Lallart, 2009), a tal punto che il Sistema Nervoso Autonomo reagisce come se avesse davanti la situazione reale corrispondente. Tale approccio è particolarmente utile anche nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo in quanto le suddette tecniche sembrano essere particolarmente utili se finalizzate ai processi di integrazione funzionale, ma soprattutto per l’incremento della comunicazione. Bibliografia Chen, J. L., Leader, G., Sung, C., & Leahy, M. (2015). Trends in employment for individuals with Autism Spectrum Disorder: A review of the research literature. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2), 115-127. Chung, E. Y.-h. (2020). Robot-mediated social skill intervention programme for children with Autism Spectrum Disorder: An ABA time-series study. International Journal of Social Robotics. Hill, D. A., Belcher, L., Brigman, H. E., Renner, S., & Stephens, B. (2013). The apple ipad(TM) as an innovative employment support for young adults with Autism Spectrum Disorder and other developmental disabilities. Journal of Applied Rehabilitation Counseling, 44(1), 28-37. Hillier, A., Campbell, H., Mastriani, K., Izzo, M. V., Kool-Tucker, A. K., Cherry, L., & Beversdorf, D. Q. (2007). Two-year evaluation of a vocational support program for adults on the autism spectrum. Career Development for Exceptional Individuals, 30(1), 35-47. Huijnen, C. A. G. J., Lexis, M. A. S., Jansens, R., & de Witte, L. P. (2016). Mapping robots to therapy and educational objectives for children with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(6), 2100-2114.
Vedere l’altro per ciò che è

Vedere l’altro per ciò che è realmente vuol dire abbandonare le aspettative e i processi di proiezione della posizione infantile. La ferita narcisistica L’incapacità di vedere l’altro è centrale nelle personalità narcisistiche, in cui vi è, a monte, una negazione della dipendenza e dei propri bisogni affettivi. Quando il bambino non viene adeguatamente riconosciuto dal proprio ambiente familiare, può difendersi ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. La protezione narcisistica, che consiste nel rifugiarsi in una perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stati visti dai propri genitori per ciò che si era. Non avendo fatto esperienza di amore, non si è in grado di amare. E, carenti di riconoscimento, lo si ricerca nella vita manipolando gli altri. Sebbene sia peculiare in questo tipo di personalità, una certa difficoltà a vedere l’altro così com’è appartiene a tutti poichè ciascuno, a modo proprio, ha carenze di riconoscimento e la propria ferita antica. Le proiezioni All’interno delle relazioni accade abitualmente che l’altro venga investito di aspetti non riconosciuti di sé e di esperienze vissute nel passato con le proprie figure genitoriali. Ad esempio: giudico come negativa l’aggressività per cui tendo a negarla e a proiettarla all’esterno. Di conseguenza, l’altro e il mondo diventano per me minacciosi. Posso proiettare emozioni, fantasie, pensieri. Aspetti che tento di escludere, che reputo proibiti, non desiderati. Che non riconosco in me ed attribuisco agli altri. Dunque, per vedere l’altro per ciò che è bisogna innanzitutto vedere se stessi per ciò che si è. Facendo altri esempi: se proietto all’esterno un Genitore critico, tenderò a percepire ciò che mi arriva dall’altro come una critica anche quando non lo è. O, ancora, se proietto un Genitore idealizzato posso non riconoscere il comportamento svalutante assunto dall’altro nei miei confronti. E così via. Questo gioco di proiezioni, che appartiene al fenomeno del transfert, impedisce sia di vedere l’altro sia di accedere ad un sentire autentico e coerente con quanto avviene nella realtà. Le aspettative Le aspettative ricoprono un ruolo determinante nelle relazioni. Risiedono nel Bambino della personalità e spesso anch’esse sono aspetti dipendenti. Possono essere grandiose o catastrofiche, di riscatto o conferma del proprio copione di vita. Vi può essere l’aspettativa che l’altro debba approvarmi, capirmi, rendermi felice. Che debba farmi sentire speciale, che debba condividere i miei pensieri e le mie scelte. Che debba salvarmi. Oppure, non mi aspetto niente di buono, semmai credo che l’altro mi deluderà come tutte le persone della mia vita, confermandomi il mio finale di copione drammatico. Le aspettative sono particolarmente presenti all’inizio di una relazione, specie di coppia. Insieme alle proiezioni, partecipano al processo di idealizzazione in base al quale si vede l’altro per come si vorrebbe che fosse e non per come è realmente. E’ infatti quando si rompe questo idillio iniziale che generalmente la relazione va in crisi. Quando emergono gli aspetti dell’altro inizialmente scotomizzati, bisogna fare i conti con la realtà. E’ grazie al contatto autentico, accettando l’altro per com’è, al di fuori di fantasie, aspettative ed ideali, che possiamo accedere ad una relazione matura e all’amore. Superare la posizione infantile Per vedere l’altro è necessario sviluppare una personalità adulta. Innanzitutto integrare quanto di sé negato, per poter ritirare le proiezioni. E, così, potersi riconoscere in tutte le proprie parti. Ciò risulta fondamentale per superare la posizione infantile e narcisistica in base alla quale l’altro non viene visto ma manipolato in relazione ai propri bisogni, in primis a quello di essere riconosciuto, e alle proprie aspettative. Questo passaggio evolutivo consente dunque di vedere l’individualità dell’altro. Di saper distinguere ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. Di rispettare i confini interpersonali. “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono a questo mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei a questo mondo per soddisfare le mie“, recita Fritz Perls nella nota preghiera della Gestalt. E’ necessario diventare consapevoli che l’altro non ha il compito di doverci riconoscere o dare valore, di doverci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Né di proteggerci. Siamo noi a doverlo fare. Assumendoci la responsabilità di noi stessi e della nostra esistenza.
QUANDO SIAMO DISPOSTI A PRESTARE AIUTO?

In questo articolo vedremo quali sono le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passivi di fronte a una situazione di emergenza. Negli anni Sessanta gli studiosi di psicologia sociale si sono dimostrati incuriositi e preoccupati dall’assenza di aiuto prestato dai passanti “occasionali” durante eventi come l’omicidio di Kitty Genovese. Kitty Genovese era una ventottenne, gestrice di un bar. Il 13 Marzo 1964 è stata aggredita con due coltellate alla schiena mentre tornava a casa dal lavoro verso le 3 di notte nel quartiere del Queens a New York. Dopo la prima coltellata, la donna è riuscita a scappare per due volte al suo aggressore, ma solo per poco. Molti vicini, svegliati dalle sue urla, si sono affacciati alla finestra e hanno visto l’immagine dell’aggressore che infliggeva la seconda coltellata. Solamente quando l’aggressore è scappato, qualcuno ha chiamato la polizia. Dall’inizio dell’aggressione erano ormai trascorsi 45 minuti. I giorni dopo, i mass media hanno accusato gli americani di non aver né senso morale in quanto non hanno soccorso la donna. Latanè e Darley hanno iniziato a chiedersi quali fossero i processi e le circostanze che spingono le persone a prestare aiuto oppure a rimanere passivi. Essi hanno ipotizzato l’effetto passante, secondo il quale una persona è meno incline a prestare aiuto o soccorso quando sono presenti altri spettatori occasionali. Secondo i due studiosi, i processi che inducono le persone a non intervenire sono l’influenza sociale, la diffusione di responsabilità e l’inibizione da pubblico. In primo luogo, le persone si sono viste reciprocamente quando si sono affacciate alla finestra. Nessuna è intervenuta perché guardandosi si sono scambiati l’informazione che quello che stava accadendo non li riguardava. E’ come se si fossero influenzati a non intervenire. In secondo luogo, il fatto di essere con altre persone che non si assumono la responsabilità di intervenire anche in presenza di una situazione pericolosa, ci induce a non intervenire Infine, non interveniamo per paura di intervenire in modo inadeguato e, dunque, di essere giudicati in modo negativo dagli altri Dunque, si può concludere affermando che all’aumentare del numero dei presenti, la probabilità di essere aiutati è minore. Sono state poi considerate altre variabili che non portavano all’intervento nelle situazioni di emergenza come la pressione temporale e la somiglianza. Quando si è di fretta, è più difficile elaborare le informazioni che stanno intorno. Una persona che non è in ritardo può fermarsi e offrire aiuto a una persona in difficoltà. Invece, chi ha fretta è più probabile che tiri dritto per la strada. Poiché la somiglianza porta alla simpatia e la simpatia conduce all’aiuto, siamo più empatici e disposti ad aiutare coloro che sono simili a noi (sia per modo di vestire sia per credenze). In conclusione, vi sono numerosi fattori o situazioni che favoriscono o inibiscono l’aiuto. L’omicidio di Kitty Genovese è sicuramente un episodio che ci ha aiutato a riflettere su queste tematiche. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education
Pansessualità e Bisessualità

“Signora mia, che cosa vuole che le dica Sua nipote e la sua amica Hanno fatto coming out Sono pan, mica pan per focaccia E per quanto a lei non piaccia Qui si pone un aut aut” (“Coca Zero”- Brano dei Pinguini Tattici Nucleari) Il termine Pansessuale definisce un orientamento sessuale. Deriva dal greco e significa “tutto”. Spesso viene utilizzato in maniera impropria, confondendolo con la bisessualità, ma in realtà c’è differenza. Una persona pansessuale è una persona attratta dalle persone indipendentemente dal genere. L’orientamento sessuale di una persona non è in alcun modo correlato alla sua identità di genere. Una persona si definisce cisgender quando ha un’identità di genere in linea con il sesso biologico: per esempio, una persona che si sente donna e che è nata con caratteristiche fisiche femminili. Invece, una persona transgender generalmente presenta un’identità di genere diversa dalle caratteristiche del sesso biologico, come nel caso di una persona che nasce maschio, ma che si sente donna (o viceversa). La pansessualità è un orientamento sessuale come l’eterosessualità e l’omosessualità e definisce attrazione sessuale o sentimentale per tutti i generi e per tutti i sessi. Mentre il bisessuale si muove su una lettura dei sessi binaria, maschio o femmina, il pansessuale può innamorarsi o provare attrazione per tutte le persone, al di là del sesso e del genere. Il bisessuale può andare sia con uomini che con donne, il pansessuale, invece, può essere attratto da un uomo, da una donna e da un transessuale. Se maschio anche da un eterosessuale maschio o da un omosessuale e da un maschio che si riconosce in un genere femminile. Più che cercare definizioni bisognerebbe imparare ad ascoltarsi e vedere quale sia l’esperienza che più ci aggrada, senza necessariamente riconoscersi in una “categoria” o conformarsi. Ci si dovrebbe lasciare liberi di esprimere, senza rendere conto a qualcun altro di ciò che sentiamo nella nostra vita sia sessuale che emotiva.
Quando gli studenti non tollerano le bocciature

Quando gli studenti non tollerano le bocciature.
Perchè se dopo aver compiuto una certa azione, non si raggiunge l’ obiettivo desiderato, si crea uno stato di non tolleranza?
Intimate Partner Violence (IPV), Adolescenti e Giovani Donne

L’adolescenza e la giovane età adulta rappresentano un periodo cruciale in cui si gettano le basi per la salute e la vita futura delle donne. Essere vittima di violenza di genere in questo periodo della vita potrebbe influenzare in futuro il benessere fisico e psicologico delle adolescenti e delle donne giovani adulte. Lo studio multinazionale dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica contro le donne, condotto tra il 2000 e il 2004 in 10 paesi, ha rilevato che tra il 13 e il 61% delle donne in una relazione di coppia, di età compresa tra 15 e 49 anni, ha riferito di aver subito violenza fisica o sessuale dal loro partner. Si presume che la prevalenza della violenza da parte del partner (Intimate Partner Violence, IPV) sia ancora più elevata tra le adolescenti e le giovani donne. Per IPV (intimate partner violence) si intende violenza fisica e/o sessuale da parte del proprio partner. L’IPV è la conseguenza di una complessa combinazione di fattori individuali, relazionali e sociali. La ricerca del 2014 di Stöckl et al. è stata tra le prime ad aver analizzato la prevalenza dell’IPV tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni ed ha esplorando i fattori di rischio ad essa associati in nove paesi. I risultati mostrano come la prevalenza nell’arco della vita dell’IPV variava dal 19 al 66% tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni, con una prevalenza superiore al 50% riportata nella maggior parte dei paesi analizzati. I fattori significativamente associati all’IPV includevano l’essere stati testimone di violenza contro la madre, l’abuso di alcol, il coinvolgimento in liti da parte del partner, una prima esperienza sessuale indesiderata o forzata, i frequenti litigi con il partner e un suo comportamento controllante. Si è osservato come le adolescenti e le giovani donne corrono un rischio sostanzialmente più elevato di sperimentare l’IPV rispetto alle donne più anziane. Questa ricerca mostra come le adolescenti e le giovani donne sono maggiormente a rischio di sperimentare atti di violenza fisica e sessuale, con tassi di prevalenza che vanno dall’8 al 57% per l’IPV fisico e sessuale, superiore a quello tra le donne anziane riscontrato nella maggior parte dei paesi. L’adolescenza e la prima età adulta rappresentano un periodo importante per gettare le basi per relazioni sane e stabili, nonché per la salute e il benessere generale delle donne. L’elevata prevalenza dell’IPV tra gli adolescenti e le giovani donne è allarmante. Garantire che le adolescenti e le giovani donne godano di relazioni libere dalla violenza è un investimento fondamentale per il loro futuro. Le politiche e i servizi volti a prevenire e affrontare la violenza di genere devono aumentare i programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema, i quali devono essere adattati per raggiungere in modo efficace le adolescenti e le giovani donne, ma anche gli adolescenti e i giovani adulti uomini. Gli effetti della violenza di genere sulla salute delle donne, in particolare sulla salute sessuale, riproduttiva e mentale, richiedono inoltre l’integrazione di strategie per affrontare l’IPV, promuovere l’uguaglianza di genere e favorire relazioni affettive eque attraverso programmi incentrati sulla promozione e la salvaguardia della salute delle donne. Bibliografia Stöckl et al.: Intimate partner violence among adolescents and young women: prevalence and associated factors in nine countries: a cross-sectional study. BMC Public Health 2014 14:751.
L’ALTA SENSIBILITA’ ED I DISTURBI PSICOLOGICI

di Federico Rossi Uno dei tratti di temperamento più sottovalutati nella comprensione diagnostica dei pazienti èquella dell’alta sensibilità. Le persone altamente sensibili costituiscono circa il 20% dellapopolazione umana e hanno l’unicità di percepire e rispondere acutamente alle diverse sfumatureemotive e sensoriali del mondo che le circonda.Le persone altamente sensibili (PAS) sono dotate di un sistema nervoso centrale particolarmentereattivo, che le rende più suscettibili agli stimoli esterni. Nello specifico le PAS hannocaratteristiche neurobiologiche distintive che influenzano la loro profonda elaborazione delleinformazioni, la loro intensa risposta emotiva, la loro spiccata empatia ed alta sensibilità agli stimoliambientali esterni. Nello specifico: presentano un’aumentata attività cerebrale a riposo, con una maggiore attivazione delle areecoinvolte nell’elaborazione visiva e dell’attenzione; hanno specifiche variazioni genetiche legate ai neurotrasmettitori quali la serotonina, ladopamina e la norepinefrina; mostrano una maggiore reattività alla dopamina; hanno maggiore attività nei neuroni specchio; presentano una corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) più attiva; mostrano inoltre una maggiore attivazione della corteccia e dell’insula, specie del girotemporale medio (MTG).Queste caratteristiche si traducono in una maggiore sensibilità emotiva, sensoriale ed intuitiva. Lepersone altamente sensibili possono essere facilmente sovraccaricate dall’eccesso di stimolazioneesterna, come rumori forti, luci intense e/o situazioni caotiche ed essendo altamente empatichepossono percepire in maniera profonda le intenzioni ed emozioni altrui.Lo psicoanalista Carl Jung fu uno dei primi a parlare di “sensibilità innata”, introducendo i concettidi introversione ed estroversione nella psicologia della personalità. Successivamente, Hans JürgenEysenck collegò i concetti di Jung alla teoria del temperamento di Ippocrate, sottolineando ledifferenze tra persone introverse ed estroverse. Jerome Kagan, professore di psicologia evolutivapresso l’Università di Harvard, condusse studi longitudinali sui bambini, facendo una distinzione trabambini ‘inibiti’ e ‘disinibiti’. Secondo Kagan, i bambini ‘inibiti’ mostrano un comportamentocauto, introspettivo e timido di fronte a nuove situazioni e/o persone sconosciute. Hanno una sogliadi eccitazione più bassa della media e presentano una maggiore reattività del sistema nervososimpatico di fronte a queste situazioni.L’alta sensibilità, quale tratto temperamentale indipendente ed alla pari con la tendenzaall’estroversione o all’introversione, viene spesso confuso erroneamente con diversi disturbimentali. Mentre un individuo può essere molto sensibile, oltre ad avere anche un disturbopsicologico, l’alta sensibilità non è di per sé uno scompenso psicologico. Il disturbo psicologico èinfatti tipicamente caratterizzato da un insieme di sintomi cognitivi, emotivi e comportamentali chemettono a dura prova l’individuo, compromettendone il funzionamento sociale, professionale e nonsolo. Risulta necessario quindi comprendere come si differenzia l’alta sensibilità da un disturbo ditipo psicologico: Disturbi affettivi: i disturbi affettivi, quali la depressione ed il disturbo bipolare, hanno a chevedere con cambiamenti d’umore. Gli individui altamente sensibili oltre a ciò possonoprovare sentimenti di scarsa fiducia in se stessi o avere come la percezione di possedere una“pelle più sottile” degli altri, ma i disturbi affettivi veri e propri vanno ben oltre questesensazioni, includendo sintomi quali una tristezza pervasiva, mancanza di energia, disturbi del sonno e perdita di interesse nella vita, fino a coltivare pensieri suicidari. I disturbi di tipoaffettivo causano disagi significativi e compromissione del funzionamento quotidiano. Fobia sociale: la fobia sociale, nota anche come disturbo d’ansia sociale, è caratterizzatadall’intensa paura di essere giudicati o imbarazzati all’interno di situazioni sociali. Mentregli individui altamente sensibili possono sentirsi ansiosi in determinati contesti sociali, unadiagnosi di fobia sociale richiede disagio emotivo esplicito, comportamento evitante esintomi d’ansia specificamente correlati a determinate situazioni sociali temute. Disturbo post-traumatico da stress (PTSD): il disturbo da stress post-traumatico è unarisposta ad un evento traumatico che coinvolge sintomi quali ricordi intrusivi,intorpidimento emotivo, evitamento di fattori scatenanti, ipervigilanza e problemi di sonno.Gli individui altamente sensibili possono essere più in sintonia con il loro ambiente, mentreil disturbo da stress post-traumatico si distingue in quanto derivante da una specificaesperienza traumatica che si manifesta in una gamma più ristretta di stimolazioni esterne. Disturbi di personalità: i disturbi di personalità, quali i disturbi borderline, ansioso-evitante enarcisistico, esitano in problematiche significative nei tratti della personalità, nei modellicomportamentali e nel funzionamento interpersonale. Mentre gli individui altamentesensibili possono condividere alcune caratteristiche, quale l’intensità emotiva o la sensibilitàalle critiche, sono la gravità, la consistenza e la gamma dei sintomi a differenziare i disturbidi personalità dall’alta sensibilità temperamentale. A titolo esemplificato, una personapsicologicamente sana ed altamente sensibile risulta possedere una bassa impulsività,caratteristica opposta a quella di una persona con diagnosi borderline. Bibliografia “The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron“The Highly Sensitive Man” di Tom Falkenstein
Perche’ mio figlio balbetta?

Spesso un genitore si scontra con questa problematica. Per prima cosa,un po per istinto, tende a rimproverare il bambino. “parla bene!”. Scopriamo insieme le cause della balbuzie ed il modo migliore per approcciare alla risoluzione Cos’è la balbuzie? La balbuzie, è un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze. Il linguaggio presenta arresti, ripetizioni e prolungamenti involontari di un suono. I primi sintomi vengono solitamente osservati nei primi anni di vita, in media intorno ai 3 anni. La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Sintomatologia Tra i sintomi più frequenti della balbuzie nei bambini ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari. Queste contrazioni si manifestano quando il bambino desidera o comincia a parlare, soprattutto all’inizio della frase. Esistono poi le caratteristiche secondarie, ovvero quei comportamenti che il bambino mette in atto per evitare di balbettare. Esse variano dalla semplice sostituzione di “parole di cui si ha paura” fino all’isolamento sociale al fine di evitare scambi comunicativi con gli altri. La percentuale di recupero nella balbuzie viene stimata dal 50% al 90%, ma tende a diminuire in proporzione all’aumentare del tempo in cui la balbuzie persiste. Cosa può fare il genitore? I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. È importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. Lasciare che il bambino concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.È utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione.È utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta.Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un’aria ansiosa o annoiata. Conseguenze Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto dei bambini che mostrano balbuzie. Questa problematica può condizionare inoltre la vita di relazione. Un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porta a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate. Chi balbetta presenta un rischio maggiore dei parlatori fluenti di inibizione nelle relazioni, di ansia sociale e bassa autostima. Pertanto è bene intervenire tempestivamente
La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia!

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia! Le dipendenze nei servizi territoriali Le dipendenze sono ampiamente studiate in letteratura, anche se spesso nella pratica non vi corrisponde una prassi di intervento che tenga conto dei reali bisogni dell’utenza. Le cose si complicano, inoltre, quando gli utenti diventano genitori. Ho potuto notare che la presenza dei figli viene tutt’oggi utilizzata, dal personale dei servizi, come fattore motivazionale per il percorso in struttura. Questo presupposto ha origine in un paradigma che vede la tossicodipendenza come una scelta, un errore più o meno razionale da riparare. Un incidente di percorso. Da qui nasce la mia curiosità: quali sono le difficoltà che incontra un genitore, in particolare una madre, che fa un uso prolungato di sostanze? La maternità nelle dipendenze in letteratura. I modelli dei roditori sono stati determinanti. Hanno individuato il ruolo del sistema ipotalamico e mesocorticolimbico (ovvero del cosiddetto sistema della ricompensa) nell’ attaccamento madre-bambino e nei comportamenti di assistenza materna. Lavori che utilizzano la risonanza magnetica funzionale hanno dimostrano l’attivazione di regioni celebrali analoghe nelle donne umane. Ciò avviene, in particolare, quando le neo-madri entrano in contatto con ricompense naturali da parte del proprio bambino, come il suo volto sorridente. Risultati Con l’uso prolungato di sostanze, studi pioneristici hanno mostrato che: Nelle madri emergono compromissioni nell’attivazione dell’ipotalamo e del sistema mesocorticolimbico, in risposte ai volti felici dei propri figli. La soglia di ricompensa dopaminica può essere ricalibrata, per cui il sistema di ricompensa cerca gratificazione nell’uso della sostanza, e non orientando la propria attenzione verso ricompense naturali, quali abbiamo visto essere il sorriso del bambino. Le madri che fanno uso di sostanze, sono maggiormente responsive agli stimoli neutri del volto del bambino, ambigui, piuttosto che a quelli apertamente angosciati o felici. Le madri che fanno uso di sostanze hanno dimostrato una risposta neuronale significativamente ritardata a tutti i pianti infantili, suggerendo che possano elaborarne il suono in modo meno efficiente rispetto alle madri che non fanno uso di sostanze. Alla luce di ciò, i segnali da parte del figlio non solo potrebbero non essere percepiti come gratificanti, quanto possono addirittura mettere a dura prova la resistenza della madre al craving. A questo quadro, si aggiungono i sentimenti di vergogna e colpa associati alla credenza di essere una cattiva madre. Conclusioni Quanto detto potrebbe avere due conseguenze: una mancanza di attivazione di accudimento all’angoscia del bambino, o un comportamento eccessivamente intrusivo. Infatti, si attiva una risposta anche in concomitanza ai volti neutri del bambino, che implica forti livelli di ansia e angoscia nella madre stessa. In conclusione, nei trattamenti con madri dipendenti da sostanze, la presenza di un figlio va individuato anche come potenziale fattore di stress.
Isteria e Arteterapia .1

Isteria e Arteterapia .1 Una possibile condizione dell’essere umano iscritta nei nostri corpi condivisi, ritmici ed in crescita. Parlare ed approfondire questa possibile condizione dell’essere umano, per me e per il mio gruppo di lavoro Poliscreativa, è importante. Questo tema ci porta a riflettere sull’importanza del poter dialogare con sé stessi e nel mio caso, in quanto psicoterapeuta ed arteterapeuta, del possibile dialogo tra più professioni, che si tengono la mano come in una danza. Iniziamo per gradi, Isteria è una parola che circola in medicina da circa duemilacinquecento anni, più precisamente dai tempi di Ippocrate. Grossolanamente possiamo affermare che l’isteria è una patologia caratterizzata da una tendenza a mettere in scena, in varie parti del corpo, certi aspetti problematici e patologici, rimandando quindi in qualche modo a una sorta di teatralità e ad un forte elemento metamorfico. Come si è generato il concetto di isteria? Qual è la storia di questa parola e quali usi se ne fanno ancora oggi? Anche se secondo l’attuale nosografia psichiatrica la parola isteria non si usa più, se non marginalmente, è però necessario ricordare che l’isteria è fondamentalmente il nucleo su cui si è organizzata tutta una parte della classificazione della patologia psichiatrica e più in generale dei problemi psichiatrici. Il tradizionale grande sintomo dell’isteria ai tempi di Freud è stato la paralisi isterica. Per paralisi isterica si intende una paralisi che avviene in soggetti che non presentano alcun problema ai nervi. Sono state notate delle forme di paralisi isterica pur non risultando alcuna lesione neurologica, i riflessi, infatti erano conservati. L’isteria presenta anche aspetti legati alla sessualità. Nel classico immaginario la persona isterica è una persona con una certa tendenza alla seduttività. Per Freud alla base di questa patologia era presente spesso un trauma sessuale. Un’altra delle caratteristiche dell’isteria è la patoplasticità di riorganizzare la patologia, ovvero la forte influenza che gli aspetti ambientali e storici hanno sulla patologia. Secondo l’ipotesi patogenetica del modello teorico di Ippocrate risalente al V secolo a.C., il motivo per il quale certe donne avevano una tendenza a mostrare sintomi cangianti nel tempo, consisteva nel fatto che l’utero nelle donne affette da isteria, dal greco hysteron, ὑστέρα, “utero”, girasse per il corpo e andasse a disturbare i più svariati organi. Invece oggi è noto che qualcosa che riguarda l’isteria e tutti i suoi eredi nosografici riguarda anche il maschile. Va considerato che gli schemi attraverso cui si espleta un disagio sono fondamentalmente plasmati dal contesto culturale. Questo è un dato importante proprio per il nostro lavoro di arteterapeuti, perché noi lavoriamo molto sul concetto di cultura e sulla messa in forma di determinati aspetti. Dopo questo breve excursus storico, è doveroso sottolineare che “isteria” è un termine che è stato usato in maniera discutibile e arbitraria da una medicina maschilista per stigmatizzare il comportamento delle donne. La parola isteria viene usata in qualche modo all’interno di una società in cui i rapporti di potere sono fortemente legati al ruolo del maschile. Dire che l’isteria è una patologia psichica e non fisica non ha senso alcuno. Ippocrate ha descritto l’isteria seppure in maniera discutibile, ma come una malattia organica, propria dei corpi. L’utero è infatti un oggetto fisico e non una rappresentazione mentale. Come ho spesso sottolineato nei miei articoli, quando parliamo di psiche, parliamo di corpo. Questo aspetto tra soma e psiche, mi piacerebbe approfondirlo nei prossimi articoli.