La cogenitorialità una prospettiva più ampia sui sistemi familiari

Per molto tempo le ricerche scientifiche e i resoconti sullo sviluppo dell’adulto, del bambino e della famiglia hanno fatto riferimento principalmente ad una visione parziale, in cui il focus era messo sulla relazione di un solo genitore con il bambino (McHale, Kuersten-Hogan e Rao, 2004). Negli ultimi trenta anni c’è stato un cambio di “rotta”, che ha visto la crescita di un nuovo campo di studi noto come coparenting. Il coparenting o cogenitorialità è un costrutto che affonda le sue radici nella teoria della famiglia strutturale di Salvador Minuchin (1974); nei suoi scritti, Minuchin ha sottolineato l’importanza in ogni famiglia di una leadership collaborativa e solidale fornita dai genitori. È principalmente intorno agli anni ’90 del Novecento, grazie al crescente interesse per le relazioni primarie, che si inizia a studiare e definire cos’è il costrutto del coparenting. La cogenitorialità si contrappone ad un’idea più tradizionale di genitorialità, che possiamo denominare “genitorialità individuale o parallela”, nella quale ciascun genitore svolge le funzioni parentali individualmente e separatamente rispetto all’altro genitore (Merenda, 2019; Palkovitz, Fagan, & Hull, 2013). Inizialmente, il focus viene posto sui sistemi familiari con due genitori e sulla comprensione del sistema di relazione triangolare che lega insieme una madre, un padre e un bambino (McHale & Cowan, 1996). McHale (2010) definisce la cogenitorialità come “un’impresa familiare”, cogestita da due o più adulti che si assumono la cura e l’educazione dei bambini per i quali ne condividono la responsabilità» (Merenda, 2019, pag. 61). In sostanza, gli studiosi si riferiscono al modo in cui i partner genitoriali si coordinano e collaborano reciprocamente per il benessere del bambino. Quando una coppia si prepara all’arrivo di un bambino, il sottosistema coniugale si trasforma e si viene a creare anche la coppia genitoriale. In questo sottosistema i due partner cooperano per la crescita di un terzo, ciò comporta un’ulteriore evoluzione: la nascita della triade. In realtà, la ricerca sottolinea come la cogenitorialità sia una funzione che nasce e si evolve già a partire dalla gravidanza, periodo in cui i futuri genitori si preparano all’incontro con il figlio (McHale & Cowan, 1996; McHale & Fivaz-Depeursinge, 1999). Alcuni studiosi della cogenitorialità (Belsky, Crnic e Gable, 1995; McHale, 1995; Van Egeren e Hawkins, 2004) hanno individuato le principali dimensioni che caratterizzano il funzionamento cogenitoriale: il grado di solidarietà e sostegno tra i cogenitori, l’antagonismo presente negli sforzi coparentali e la misura in cui entrambi i partner partecipato attivamente allo sviluppo del bambino. La relazione cogenitoriale è, quindi, qualcosa di diverso rispetto alla relazione di attaccamento duale – non si riferisce né alla diade madre-figlio né a quella padre-figlio; le funzioni cogenitoriali si collegano alla triade familiare, con ciò si intende che l’essere genitori comprende sia la relazione che si instaura con il figlio che quella che c’è tra i due partner (Ardone e Chiarolanza, 2007; Merenda, 2019; McHale, 2010). La letteratura empirica è concorde sull’idea che il modo in cui gli adulti riescono a essere cogenitori ha importanti implicazioni per la qualità dell’adattamento dei loro figli (Mangelsdorf, Laxman & Jessee, 2011). Bibliografia Ardone, R. & Chiarolanza, C. (2007). Relazioni affettive. I sentimenti nel conflitto e nella mediazione. Il Mulino. Belsky, J., Crnic, K., & Gable, S. (1995). The determinants of coparenting in families with toddler boys: Spousal differences and daily hassles. Child Development, 66(3), 629–642. Mangelsdorf, S., C., Laxman, D., J. & Jessee, A. (2011). Coparenting In Two-Parent Nuclear Families. In McHale, J. P., & Lindahl, K. M. (Eds.). Coparenting: A conceptual and clinical examination of family systems (pp. 39-59). American Psychological Association. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Fivaz-Depeursinge, E. (1999). Understanding triadic and family group interactions during infancy and toddlerhood. Clinical Child and Family Psychology Review, 2 (2), 107-127. McHale, J. P. (1995). Co-parenting and triadic interactions during infancy: The roles of marital distress and child gender. Developmental Psychology, 31, 985 – 996. McHale, J. P. (2010). La sfida della cogenitorialità. Milano: Raffaello Cortina. McHale, J. P., Kuersten-Hogan, R. & Rao, N. (2004). Growing points for coparenting theory and research. Journal of Adult Development, 11, 221 – 233. Merenda, A. (2019). La coppia cogenitoriale. In A. Merenda (a cura di). Psicodinamica delle famiglie contemporanee (pag. 59-70). ISBN (online): 978-88-5509-042-1. Minuchin, S. (1974). Famiglie e Terapie delle Famiglie. Astrolabio Ubaldini. Palkovitz, R., Fagan, J. & Hull, J. (2013). Coparenting and children’s well-being. In N. J. Cabrera & C. S. Tamis-LeMonda (Eds.), Handbook of father involvement: Multidisciplinary perspectives (p. 202–219). Routledge/Taylor & Francis Group. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.

I migliori amici degli anziani: la Pet Therapy nella demenza

Un’introduzione alla Pet Therapy Sempre più adottata nelle attività di cura e di sostegno, la Pet Therapy, ovvero la forma di terapia volta a migliorare la qualità di vita delle persone attraverso la relazione con diversi animali da compagnia, vede la definizione come tale a metà del secolo scorso. Nonostante i primi approcci pratici con gli animali siano riconducibili alle terapie dei pazienti con disabilità nel Belgio del IX secolo, la definizione del concetto di “pet therapy” fa riferimento al 1953, quando il neuropsichiatra infantile Boris Levinson si accorse di come il proprio cane portasse dei benefici psicologici e comportamentali ad un bambino autistico da lui seguito. In Italia sarà necessario aspettare gli anni Ottanta per sentir parlare nelle conferenze mediche di questa tipologia di terapia e l’inizio del nuovo millennio per documenti ufficiali e decreti ministeriali che ne riconoscano i principi e specifiche linee guida per gli interventi. Tipologie di interventi Questa cooperazione uomo-animale può trovare concretezza in differenti campi di attuazione e, di conseguenza, nelle molteplici metodologie adottate; possiamo citare le Animal Assisted Activities (AAA), le Animal Assisted Therapies (AAT) e le Animal Assisted Education (AAE). La differenza tra le tre risiede principalmente nel loro obiettivo e, di conseguenza, nelle attività messe in atto per raggiungerlo: le prime vedono la prevalenza della componente ludico-ricreativa e comprendono tutte le attività svolte con gli animali che migliorano in generale la qualità di vita della persona; le seconde hanno un vero e proprio obiettivo terapeutico volto a migliorare lo stato di salute fisica, sociale, emotiva e cognitiva dei pazienti; le ultime, infine, si basano sulla dimensione educativa attraverso l’impiego di attività che hanno lo scopo di promuovere e sostenere le risorse personali legate alla progettualità individuale, di relazione ed inserimento sociale. Perché utilizzare la Pet Therapy con gli anziani affetti da demenza Come accennato, i contesti di applicazione della Pet Therapy possono essere molteplici; dall’utilizzo degli animali con bambini affetti da disturbi dello spettro autistico o ricoverati nei reparti pediatrici, con pazienti psichiatrici o con pazienti oncologici, all’interno di scuole o di carceri, e molti altri. In questo articolo si vogliono approfondire i benefici della Pet Therapy quando viene adottata come strumento volto a migliorare la qualità di vita di anziani affetti da Alzheimer o da altre tipologie di demenza. Queste patologie sono destinate a provocare nel corso del tempo sempre più deficit in diverse aree: citiamo quella cognitiva, interessando la perdita di memoria, l’attenzione e varie difficoltà nel linguaggio, i disturbi del comportamento e grandi alterazioni dell’umore che possono portare a stati di agitazione psicomotoria. Non esistendo cure che consentano di rendere tale processo reversibile, appare di grande aiuto affiancare alle terapie farmacologiche varie attività che permettano di attenuare l’intensità di alcuni sintomi aumentando il benessere dei pazienti. Tra queste attività, la Pet Therapy rappresenta un ottimo veicolo per poter fornire la possibilità agli anziani malati di instaurare un rapporto con un animale, comunicando con lo stesso attraverso stimoli sensoriali che permettano di creare un legame positivo che giovi al soggetto e senza coinvolgere la memoria e il linguaggio, spesso gravemente deteriorati in chi soffre di demenza. I miglioramenti nella qualità di vita degli anziani I benefici, inoltre, sono immediati e questo sta portando le strutture a adottare sempre più questo tipo di terapia attraverso diversi animali, per lo più cani di differenti razze, gatti e talvolta cavalli. Le attività che coinvolgono gli animali consentono miglioramenti in vari aspetti della vita dell’anziano, tra cui benefici nella motricità e nell’equilibrio attraverso passeggiate e varie interazioni con l’animale. Inoltre, dà loro la possibilità di sentirsi maggiormente utili, gratificati e autonomi prendendosi cura dell’animale, dandogli da mangiare, accarezzandolo o spazzolandolo. L’impegno di dedicarsi con affetto ad un animale può inoltre stimolare alcune funzioni cognitive legate a linguaggio, attenzione e memoria, risvegliando alcuni ricordi passati inerenti al contatto fisico e a stimoli sensoriali simili vissuti nella loro vita. Inoltre, diverse ricerche hanno rilevato miglioramenti nel tono dell’umore; attraverso l’interazione con l’animale negli interventi di Pet Therapy, infatti, l’anziano affetto da demenza può ottenere benefici nella diminuzione dell’ansia, dell’aggressività e dell’agitazione psicomotoria, aumentando invece le emozioni positive ed il benessere generale. Conclusione La presenza di un animale nella quotidianità di un anziano con demenza, il quale fatica a comunicare verbalmente con le altre persone, può, quindi, fornire la possibilità di connettersi con altri esseri viventi su differenti piani emotivi ed empatici che non necessitino di quelle funzioni cognitive compromesse dalla malattia, ma che gli diano ugualmente la possibilità di sviluppare una relazione affettiva che lo coinvolga emotivamente. Bibliografia • Bernabei, V., De Ronchi, D., La Ferla, T., Moretti, F., Tonelli, L., Ferrari, B., … & Atti, A. R. (2013). Animal-assisted interventions for elderly patients affected by dementia or psychiatric disorders: A review. Journal of psychiatric research, 47(6), 762-773. • Cirulli, F. (2013). Animali terapeuti: manuale introduttivo al mondo della pet therapy. • Coakley, A. B., & Mahoney, E. K. (2009). Creating a therapeutic and healing environment with a pet therapy program. Complementary therapies in clinical practice, 15(3), 141-146. • Filan, S. L., & Llewellyn-Jones, R. H. (2006). Animal-assisted therapy for dementia: a review of the literature. International psychogeriatrics, 18(4), 597-611. • Laun, L. (2003). Benefits of pet therapy in dementia. Home Healthcare Now, 21(1), 49-52. • Menna, L. F., Santaniello, A., Gerardi, F., Di Maggio, A., & Milan, G. (2016). Evaluation of the efficacy of animal‐assisted therapy based on the reality orientation therapy protocol in Alzheimer’s disease patients: a pilot study. Psychogeriatrics, 16(4), 240-246 • Nimer, J., & Lundahl, B. (2007). Animal-assisted therapy: A meta-analysis. Anthrozoös, 20(3), 225-238. • Nordberg, A., Rinne, J. O., Kadir, A., & Långström, B. (2010). The use of PET in Alzheimer disease. Nature Reviews Neurology, 6(2), 78-87.

Memoria storica: date indelebili per l’umanità

memoria

La costruzione della memoria storica passa attraverso degli eventi collettivi. Oggi, 11 settembre, ricorre il ventiduesimo anniversario dell’attacco e della caduta delle Torri gemelle di New York. Da quella fatidica data, quindi, si è creato per l’intera umanità un nuovo indelebile tassello nel bagaglio mnemonico collettivo. La memoria storica nasce, di conseguenza, con l’intento di creare tra i soggetti un vissuto carico di emotività e di significato. Essa infatti non è tanto legata alla cronologia degli eventi realmente accaduti. Fa invece riferimento alle emozioni che trascendono i singoli individui. L’importanza di alcune date, in cui tragici accadimenti sono avvenuti nel corso della storia, serve a tutta l’umanità. Come ogni anno, infatti, il 27 gennaio ricorre il giorno della memoria, in ricordo delle vittime della Shoah, anche oggi, grazie anche ai media, la nostra mente torna col ricordo a New York. A differenza di quanto accaduto circa 80 anni fa, dove ormai le testimonianze concrete sono ormai poche, per l’11 settembre la situazione è differente. Le immagini in diretta di quella giornata sono indelebili nella nostra mente e lo saranno per sempre. La memoria quindi è quella capacità del nostro cervello che parte da un’esperienza vissuta e che si arricchisce del bagaglio emotivo legato ad esso. Il suo utilizzo serve a tutti noi. La memoria storica, proprio per la sua peculiare caratteristica di accomunare gli individui, è uno strumento di riflessione innanzitutto. Grazie ad essa, l’essere umano può riguardare al passato con occhio critico, osservando non solo l’evento stesso, ma anche le conseguenze e l’impatto psicosociale che ne è derivato. La memoria storica collettiva però, fortunatamente è anche permeata da eventi gioiosi, come la caduta del muro di Berlino, festeggiata dai diretti interessati in piazza, ma che ha avuto ripercussioni in molte parti del mondo.

Lo psicologo militare: molto più di “ti piacciono i fiori?”

di Eleonora Barzan Definita dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) come “disciplina volta a comprendere, sviluppare e facilitare i processi organizzativi peculiari della realtà militare, allo scopo di potenziare l’efficacia e l’efficienza operativa delle Unità, mediante l’ottimizzazione del rapporto tra organizzazione ed individuo”, la Psicologia Militare rappresenta un campo specialistico della psicologia molto articolato, che va ben oltre la somministrazione del singolo test psicologico con domande apparentemente non inerenti (come “ti piacciono i fiori?” appunto). Questa sua caratteristica multidimensionale si concretizza attraverso molteplici aree di intervento interne ai contesti delle quattro Forze Armate, composte da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri. Una prima area in cui opera lo psicologo militare che può essere citata è inerente alla selezione e alla valutazione del personale. Il primo momento in cui il singolo individuo verrà a contatto con lo psicologo militare sarà, infatti, proprio durante i concorsi dove, in seguito alle ulteriori prove di natura fisica e culturale, verrà svolto anche un processo di selezione volto ad individuare i candidati aventi una struttura di personalità ed un funzionamento maggiormente compatibili con le richieste della singola Forza Armata. I processi di valutazione, va sottolineato, non terminano una volta conclusa la selezione, bensì si ripresentano durante i vari anni di servizio qualora fosse necessario esprimere un parere professionale riguardo all’idoneità di un determinato militare per specifiche missioni, specialmente per quelle categorizzate come ad alto rischio. Le valutazioni degli psicologi militari possono, inoltre, essere richieste anche per eventuali avanzamenti di carriera. Per ciò che concerne del Forze Armate del nostro Paese, le varie valutazioni volte ad individuare il personale che più si ritiene adeguato ad un determinato ruolo e contesto per prevenire situazioni di disadattamento, si svolgono principalmente attraverso:● Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 (MMPI-2), test composto da 567 item a risposta dicotomica volto ad indagare e valutare il profilo psicologico del soggetto;● Il test autobiografico, composto da domande aperte inerenti a differenti contesti di vita;● Il simulatore di plasticità cerebrale, strumento attraverso cui viene valutata la velocità di pensiero e l’attenzione visiva mediante l’utilizzo di varie situazioni ipotetiche e test;● Il colloquio con lo psicologo e/o lo psichiatra, dove verranno approfonditi diversi contesti di vita personale e professionale del candidato o del militare. Gli psicologi militari hanno un ruolo importante nella promozione del benessere psicofisico del militare e nella prevenzione o nell’eventuale trattamento di stress, disagio psicologico o psicopatologia dell’individuo. Le malattie mentali che potrebbero presentarsi davanti ad uno psicologo militare, va sottolineato, non sono proprie di questo particolare contesto; tuttavia, le situazioni a cui si espone chi è arruolato in una Forza Armata sono certamente differenti da quelli della vita quotidiana di un civile e la grande quantità di stress a cui devono far fronte non funge da fattore di protezione per un eventuale sviluppo di un quadro psicopatologico. Le situazioni che si presentano nella vita di questi individui sono, infatti, composte da un’alta potenzialità traumatica, dove la loro sicurezza è messa costantemente in dubbio. Tra i principali problemi che i militari delle varie Forze Armate si trovano a dover affrontare possono essere citati il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), l’emergere di sensi di colpa, varie difficoltà di coppia o con la propria famiglia, disturbi del sonno causati da incubi e presenza di flashback. Restando all’interno dell’ambito clinico, lo psicologo militare non deve intervenire solamente laddove i sintomi di una sofferenza siano già presenti, ma anche in contesti preventivi, specialmente in riferimento alla prevenzione di condotte a rischio o di devianza, quali autolesionismo e suicidio o tossicodipendenza, e mediante il supporto psicologico laddove si fosse verificato un evento potenzialmente traumatico. Infine, gli psicologi militari risultano avere ruoli importanti anche nel fornire formazione ai militari su tecniche di gestione dello stress derivante dalla loro vita professionale. Si occupano, inoltre, di analizzare periodicamente il clima organizzativo e psicologico derivante dall’organizzazione per poter promuovere efficacemente il benessere psicofisico.Ciò che è necessario sottolineare per le varie figure professionali, psicologi compresi, che intendono approcciarsi al contesto lavorativo militare, è l’importanza di non sottovalutare le sfide etiche che potrebbero presentarsi.Oltre al codice deontologico di riferimento, è fondamentale sviluppare un’approfondita conoscenza delle istituzioni militari e del diritto militare del Paese in cui si sta operando. Uno tra gli ostacoli che potrebbe presentarsi nel tentativo di bilanciare nel modo più etico possibile le esigenze della Forza Armata e i bisogni del singolo militare, può essere rappresentato dalla necessità di prendere una decisione in relazione al riportare o meno quest’ultimo sul campo, qualora dovesse avere un disturbo mentale. Ulteriore ostacolo per gli psicologi militari è rappresentato dal concetto di riservatezza, che acquisisce un’accezione differente rispetto a quella inerente alla pratica in un ambiente civile. All’interno del contesto militare, gli psicologi devono mantenere il miglior equilibrio possibile tra il benessere del singolo individuo e della Forza Armata di riferimento, informando i militari della possibilità di dover divulgare alcune informazioni per la protezione della missione militare, generalmente riguardanti giudizi di idoneità. All’interno di questo breve articolo, sono quindi state citate alcune aree di intervento degli psicologi che decidono di operare all’interno di un contesto così delicato. Oltre a quelli qui affrontati, i compiti di uno psicologo militare vanno a comprendere numerose altre attività, inerenti alla singola persona e alla sua vita professionale, all’organismo militare e all’individuo all’interno di specifici contesti di operazioni militari. Ciò che è importante sottolineare è, quindi, l’interdipendenza di queste aree di lavoro e la conseguente necessità di integrare numerose attività che coprano ognuna di queste aree, per poter permettere ai militari di preservare il loro benessere psicofisico e alle Forze Armate di essere il più efficaci possibile. Bibliografia ● Camp, N. M. (1993). The Vietnam War and the ethics of combat psychiatry. American Journal of Psychiatry, 150, 1000–1010.● CNOP (n.d:) Lo Psicologo Militare● Howe, E. G., & Jones, F. D. (1994). Ethical issues in combat psychiatry. In R. Zajtchuk, R. F. Bellamy, & D. P. Jenkins (Eds.), Textbook of military medicine: War psychiatry (pp. 115–131). Falls Church, VA: Office of the Surgeon General, U.S. Department of the Army.● Isaeva Muhabbat

L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.

Gli atteggiamenti e il loro ruolo nella pubblicità

Gli atteggiamenti giocano un ruolo fondamentale nei processi di consumo. La pubblicità ha come obiettivo quello di generare un atteggiamento positivo verso un prodotto/servizio/brand. Tendenzialmente acquistiamo beni e servizi in funzione di specifici obiettivi (goals). L’atteggiamento positivo o negativo che possiamo sviluppare verso una pubblicità dipende anche dal fit tra i nostri goal e la capacità che il prodotto ha nell’aiutarci a raggiungere quegli obiettivi. Gli obiettivi a cui si può fare riferimento sono di diverso tipo: 1. Utilitarian goals: focus sulla qualità e sulla performance (non sulla componente estetica o di design) I messaggi pubblicitari devono far vedere che un prodotto è utile, efficace e soprattutto come si usa. Passano in secondo piano tutti quelli aspetti legati all’estetica. Questi messaggi sono tipici di elettrodomestici e prodotti per la cura della casa. 2. Self-expression goals: focus sull’immagine che si vuole dare di sé agli altri. I messaggi pubblicitari devono far emergere che vi è un riconoscimento sociale derivante dall’acquisto di un determinato prodotto/servizio/brand. A questo scopo è utile citare la teoria del sé esteso, secondo cui i beni che le persone possiedono diventano parte ed estensione del loro sé. Questa teoria ha una doppia faccia: una più positiva perché grazie al possedere un determinato bene si diventa qualcosa di più e una più negativa legata al problema di quando la relazione si inverte (cioè quando sono gli oggetti che possediamo che impongono la loro personalità su di noi). 3. Identity-building goals: oltre a riflettere la nostra identità, i prodotti che consumiamo ci aiutano a costruirla. Sono tipici tutti quei messaggi pubblicitari che esplicitano come un brand ci aiuta a riflettere o costruire la nostra identità. 4. Hedonic goals: in questo caso, i messaggi pubblicitari fanno leva sul piacere di avere e consumare un prodotto. Tipico per le pubblicità in ambito food (come gelati, yogurt, cioccolato…) Non c’è un unico obiettivo per uno stesso prodotto: persone diverse sono mosse da motivazioni diverse, se un’azienda riesce a coglierli può creare delle pubblicità ad hoc che rispondano a target di obiettivi diversi. È importante capire e studiare gli atteggiamenti, sempre ricordando che c’è un gap nel passaggio al comportamento. Infatti, non sempre un atteggiamento positivo si concretizza in un comportamento effettivo (in questo caso comportamento d’acquisto). Per facilitare questo passaggio può essere utile usare l’intenzione di implementazione. Essa è un modo di formulare gli obiettivi in maniera più specifica. Quanto si è più precisi e specifici nella formulazione degli obiettivi, tanto più è probabile che quell’intenzione comportamentale si traduca in un’azione. Un esempio sono tutte quelle pubblicità che cercano di elicitare contesti specifici in cui consumare un prodotto. Il presupposto è che le persone si dimentichino di mettere in atto certi comportamenti. Specificando quando/come/dove un certo comportamento è più appropriato, è più facile che alcuni indizi nell’ambiente fungano da attivatori del comportamento. Questo è quanto più vero, quanto più un prodotto è nuovo. Presentare situazioni specifiche per l’uso si sposa con il funzionamento della memoria episodica: un conto è ricordarsi un brand, un conto associare un prodotto/servizio a una certa occasione. In conclusione, per chi si occupa di pubblicità è molto importante studiare gli atteggiamenti in quanto giocano un ruolo fondamentale nei processi di consumo. BIBLIOGRAFIA Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The keys to consumer behavior. New York: Routledge

L’ importanza del Benessere Psicofisico

Le vacanze sono terminate e la ripresa della vita quotidiana risulta essere sempre molto difficile e pesante, andando spesso a compromettere il nostro benessere psicofisico. Il benessere psicofisico è la semplice somma di uno stato di salute fisica e mentale. Esso ha luogo quando entrambe queste importantissime sfere dell’esistenza entrano in sinergia e si alimentano reciprocamente, dando luogo a quell’equilibrio che ci permette di affrontare le sfide della vita con lucidità ed energia. Quando si utilizza la locuzione “benessere psicofisico”, si fa normalmente riferimento a qualcosa che va oltre alla semplice assenza di malattia. Il benessere psicofisico coinvolge quindi  tutto ciò che ruota intorno al raggiungimento di un buon livello di serenità, se non addirittura di felicità e soddisfazione.  Ed è per questo motivo che in qualsiasi discorso sul benessere psicofisico emerge l’importanza della sfera dell’emotività e dei sentimenti personali. Al pari dell’alimentazione, anche lo sport quindi contribuisce a mantenere in salute sia la mente, migliorando l’umore, sia il corpo tonificando e rafforzando tendini, ossa e muscoli.  Da non trascurare infine il fatto che un corpo più sano ed in forma ci fa sentire inevitabilmente più sicuri ed attraenti: ciò si ripercuote in modo massiccio anche sul nostro modo di vivere le relazioni personali!  Anche se all’inizio potrà sembrarti complicato, una volta ingranata la giusta marcia inizierai a godere di tutti i benefici che solo uno stile di vita sano può darti. In fin dei conti, per vivere una vita appagante e godere del proprio benessere psicofisico è necessario prima di tutto volersi bene!

Violenza di genere, giovani e ricerca psicologica

La ricerca in psicologia ha evidenziato sia la prevalenza della violenza di genere tra i giovani di tutto il mondo sia l’impatto negativo che essa ha sulla salute mentale e fisica delle vittime. Nell’ultimo periodo, episodi di cronaca hanno spostato l’attenzione sempre più sulla violenza sulle donne e sulle giovani ragazze messe in atto da uomini giovani, anzi giovanissimi. Diventa così ancora più urgente analizzare e comprendere il fenomeno, al fine di intervenire in maniera efficace e mettere in atto interventi effettivi e sistematici.  Dati e obiettivi riguardo la violenza di genere L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in relazione allo sviluppo sostenibile ha condiviso 17 obiettivi fondamentali per promuovere lo sviluppo e proteggere il pianeta. Uno di questi obiettivi, il numero cinque, si concentra sull’uguaglianza di genere e uno degli aspetti principali per raggiungere l’obiettivo è prevenire la violenza di genere. Nel report del 2023 viene riportato come “negli ultimi vent’anni, nonostante la crescente consapevolezza globale e le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza sulle donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono stati inadeguati. A livello globale, nel 2000, il 35% delle donne in una relazione con un partner, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, aveva subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner o ex partner maschio nel corso della propria vita, mentre il 16% aveva subito questa forma di violenza negli ultimi 12 mesi. Nel 2018, queste cifre erano scese al 31% delle donne per la prevalenza una tantum e al 13% per la prevalenza nell’ultimo anno, ma rimane il dato che una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e che sono attualmente 49 i Paesi in cui non esiste una legge che tutela le donne da questo tipo di violenza. Inoltre, negli ultimi anni, le prove esistenti suggeriscono che la violenza contro le donne è stata esacerbata dalla pandemia”. È quindi un problema reale e quanto mai urgente. Il superamento della violenza di genere è una preoccupazione sociale globale che richiede soluzioni immediate ed efficaci. La ricerca psicologica riguardo la violenza sulle donne La ricerca in psicologia è stata e continua ad essere fondamentale per aiutarci ad affrontare la violenza di genere in tutto il mondo, in termini di stabilirne la prevalenza e sviluppare interventi di prevenzione. Grazie alle prove fornite dalla ricerca psicologica, sappiamo che la violenza di genere è un problema globale (Divisione Statistica delle Nazioni Unite, 2015) che colpisce donne di età diverse, provenienti da tutti i contesti socio-economici; inoltre, avviene sia nei rapporti stabili che in quelli sporadici. Uno dei primi studi che ha analizzato i dati sulla prevalenza della violenza da parte di un partner (intimate partner violence, IPV) su un campione di adolescenti e giovani donne in nove paesi, ha rilevato che le giovani donne hanno un rischio maggiore di subire IPV rispetto alle donne più anziane (Stöckl et al., 2014). L’entità di questo problema negli adolescenti è considerata allarmante.  A livello psicologico, la ricerca ha riportato un rischio più elevato che le donne vittime di violenza manifestino sintomi di depressione, ansia e ideazione suicidaria, tra gli altri disturbi. Tra le conseguenze più comuni in termini di disturbi o problematiche comportamentali si riscontrano comportamenti non salutari come l’abuso di tabacco, droghe e alcol o lo sviluppo di disturbi alimentari (Racionero-Plaza et al., 2020).  La ricerca è stata fondamentale anche nel sottolineare i fattori di rischio correlati ad una maggiore possibilità di essere vittima di violenza di genere, come l’influenza dei pari, l’abuso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento nei confronti della violenza. Altre ricerche interdisciplinari hanno dimostrato come la socializzazione che avviene attorno ad un discorso coercitivo dominante secondo cui i maschi con atteggiamenti e comportamenti violenti sono presentati come sessualmente più attraenti, è anche una delle cause della violenza di genere tra gli adolescenti. Tale discorso coercitivo dominante è ampiamente diffuso dai media, dai gruppi di pari e da altri agenti di socializzazione (Stöckl et al., 2014). Tuttavia, nuove interazioni ed esperienze sociali possono portare verso l’apprendimento di nuovi modelli di attrazione in grado di indebolire il legame tra violenza e attrattiva e lo sviluppo di nuovi modelli mentali e affettivi in cui l’attrazione è associata al dialogo e al rispetto (Racionero-Plaza et al., 2020). Gli interventi preventivi, per essere più efficaci, devono aver luogo negli ambienti di socializzazione degli adolescenti, soprattutto la scuola e la comunità, devono coinvolgere adulti che hanno un ruolo chiave nella loro crescita, come insegnanti, genitori o altri membri della comunità. Poiché “la responsabilità di combattere la violenza contro le donne è collettiva, anche la risposta deve essere collettiva” (Wagner e Magnusson, 2005). Pertanto, durante l’infanzia e l’adolescenza, i contesti educativi sono spazi ideali in cui agire preventivamente. La ricerca in psicologia ha mostrato come l’adolescenza sia lo stadio di sviluppo in cui risulta più efficace un lavoro preventivo sulla violenza di genere. L’adolescenza e la preadolescenza rappresentano il periodo in cui si stabiliscono le prime relazioni affettive e quelle prime esperienze diventeranno la base per il successivo sviluppo di relazioni sane o meno. Inoltre, è nell’adolescenza che la differenziazione dei ruoli di genere si rafforza, modificando il modo di agire nei confronti dell’altro sesso e nelle relazioni. Proprio per questi motivi, interventi destinati ad adolescenti rappresentano una grande opportunità per lavorare sulla promozione di atteggiamenti volti a prevenire la violenza di genere (Racionero-Plaza et al., 2020). I programmi preventivi che intervengono su come i giovani agiscono nei confronti della violenza di genere e comprendono il fenomeno devono diventare una priorità a livello educativo, sociale e culturale. Sono necessari interventi relativi all’educazione all’affettività, alla comprensione e alla valorizzazione della diversità, all’inclusione, all’accettazione e alla comprensione dell’altro. Tutto ciò con il fine di fornire strumenti che consentano ai giovani di essere più critici nei confronti della violenza e di comprenderne conseguenze e ricadute su di sé, sugli altri e sulla società tutta. Bibliografia United Nations: Gender

L’Endometriosi e la relazione di coppia

di Catalina Croitoru Cos’è l’endometriosi L’endometriosi è la presenza di endometrio, mucosa che normalmente riveste esclusivamente la cavità uterina, all’esterno dell’utero e può interessare la donna già alla prima mestruazione e accompagnarla fino alla menopausa. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto endometriale impiantato in sede anomala va incontro a sanguinamento, nello stesso modo in cui si verifica a carico dell’endometrio, normalmente presente in utero. Tale sanguinamento comporta una irritazione dei tessuti circostanti, che dà luogo a formazioni di tessuto cicatriziale e aderenze. Gli organi nei quali è presente il focolaio di endometriosi vengono sottoposti a una ciclica e cronica infiammazione che incide pesantemente sulla qualità della vita della donna poiché il forte dolore invalida lo svolgimento delle comuni attività quotidiane.  Alcuni studi istologici hanno evidenziato che nell’endometriosi, l’endometrio è simile a quello normale. Si contraddistingue dalla presenza di recettori ormonali, come l’endometrio normale, ma ha un’alta capacità di adesività che gli permette di aderire a strutture extrauterine, come le sedi in cui l’endometriosi si sviluppa. Nonostante sia ritenuta una patologia dell’età riproduttiva, sono descritti rari casi di endometriosi anche in post menopausa, soprattutto in donne che stiano assumendo trattamenti ormonali sostitutivi. Prevalenza dell’Endometriosi in Italia Secondo il Ministero della Salute in Italia sono affette da endometriosi il 10-15% delle donne in età riproduttiva; la patologia interessa circa il 30-50% delle donne infertili o che hanno difficolta a concepire. Le donne con diagnosi conclamata sono almeno 3 milioni. Il picco si verifica tra i 25 e i 35 anni, ma la patologia può comparire anche in fasce d’età più basse. La diagnosi arriva spesso dopo un percorso lungo e dispendioso, il più delle volte vissuto con gravi ripercussioni psicologiche per la donna. Sintomi diagnosi prevenzione e cure Le donne che soffrono di endometriosi riferiscono sintomi quali: dolori premestruali e mestruali molto intensi; Irregolarità del ciclo mestruale; dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) e altre disfunzioni sessuali; dolore pelvico diffuso; dolore durante la minzione e/o la defecazione. Tali sintomi spesso non rispondono, o rispondono poco, ai comuni farmaci antinfiammatori. Nella maggior parte dei casi il dolore è persistente e cronico e spesso si aggrava nel periodo mestruale. Nel 30-50% dei casi l’endometriosi causa subfertilità o infertilità. Tale situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che, al momento attuale, non esiste una terapia definitiva per questa condizione. Gli interventi più comuni consistono nell’utilizzo di farmaci antidolorifici che possono aiutare nella gestione del dolore ma che non agiscono direttamente sulla malattia.  Molecole che stabilizzano la degranulazione mastocitaria e antiossidanti dovrebbero essere impiegati in associazione alle terapie farmacologiche e chirurgiche di protocollo al fine di ridurre il dolore e l’elevato stress ossidativo cellulare e di incrementare la fertilità compromessa. I medici di medicina generale e i ginecologi operanti sul territorio sono le figure strategiche per una pronta diagnosi e un trattamento in grado di migliorare la qualità di vita e prevenire l’infertilità. Di grande utilità è l’ecografia, soprattutto per le forme ovariche (cisti ovariche definite endometriomi) e le forme di endometriosi profonda (DIE). Sin dalla più giovane età è molto importante sapere che i dolori mestruali e durante i rapporti non sono normali e che non devono essere taciuti. Le donne che hanno la madre o una sorella affette da endometriosi hanno un rischio di svilupparla sette volte maggiore. Gli aspetti psicologici che interferiscono nella vita di coppia  Il ritardo diagnostico può causare gravi conseguenze negative sul piano psicologico. Quando il medico ‘liquida’ la paziente attribuendo il suo dolore a cause psicologiche, la paziente può avere l’impressione che il suo dolore sia solo nella sua testa. Tutto questo influenza la sua qualità della vita, la fiducia in sé stessa e la stima di sé. Oltre ai sintomi dolorosi, le donne con endometriosi, provano molto spesso una grande stanchezza. Questo sintomo, può essere di difficile accettazione e comprensione da parte degli altri e bisogna far attenzione a non scambiarla per un sintomo di depressione, anche se spesso risulta essere una sua conseguenza. La condizione di stanchezza può interferire con la vita della donna comportando ritiro sociale, conflitti familiari o problematiche lavorative, ma soprattutto il pervasivo e notevole impatto negativo all’interno della coppia. Per molte donne la sessualità rappresenta una importante sfera della propria vita e una bassa soddisfazione sessuale comporta numerosi effetti negativi sulla coppia, quali la perdita di autostima e relazioni sentimentali più difficoltose. Le difficoltà della donna nell’avere rapporti sessuali possono creare sintomi disfunzionali anche nell’uomo, come caduta di desiderio, difficoltà di mantenimento dell’erezione, eiaculazione precoce, creando di fatto un circolo vizioso di mantenimento del problema. Nelle donne si possono verificare atteggiamenti fobici e comportamenti di evitamento dell’attività sessuale. Sapendo preventivamente che il rapporto sarà doloroso, la donna comincerà a perdere il desiderio sessuale fino a sviluppare timore nei confronti del sesso, dovuto all’associazione con qualcosa di spiacevole e doloroso. La donna, in questo caso, non sarebbe in grado di rilassarsi completamente, vivendo la sessualità come una prova da superare e innescando così sentimenti ed emozioni negative che finiranno per compromettere ulteriormente il desiderio e la disponibilità erotica. Per paura di essere abbandonata dal partner, potrebbe sviluppare sentimenti depressivi e di autosvalutazione e colpa. A causa di tutto questo le donne hanno rapporti sempre meno frequenti e tutto questo si ripercuote sulla qualità della relazione di coppia.  Lavorare su questi aspetti in una terapia ad approccio breve strategico e/o cognitivo comportamentale permette di interrompere gli evitamenti riconoscendo i meccanismi associati.In Italia esiste dal 2017 la Fondazione Italiana Endometriosi, che fa parte della Associazione e supporta il Centro Italiano Endometriosi per la Ricerca Traslazionale della Malattia, la Fondazione attraverso un Network scientifico costituito con ben 11 istituzioni pubbliche e private italiane ed estere, sviluppa la ricerca sulla endometriosi con eccellenti risultati che si trasmettono direttamente sulla prevenzione, diagnosi e cura della malattie e delle patologie ad essa associate. Bibliografia Bottaccioli, F; Bottaccioli A, G. (2017), Psiconeuroendocrinoimmunologia e scienza della cura integrata – Il Manuale, Edra Masson, Milano. Sitografia:  Associazione progetto endometriosi onlus A.P.E. (2016). Consultato in data Novembre 05, 2022, da Ministero Della Salute. Patologie al femminile-Endometriosi. Consultato in data