Maltrattamento sui Bambini: la Patologia delle Cure

di Cinzia Saponara PREMESSA Per Competenza genitoriale si intende: l’insieme dei comportamenti che rendono il caregiver capace di mantenere una relazione caratterizzata da protezione e sostegno adeguati ad accompagnare la crescita del proprio figlio, riconoscendone i bisogni, rispondendo in modo sufficientemente adeguato, mettendo in campo molteplici abilità utili ad accompagnarlo nel suo percorso di crescita, in relazione alle diverse fasi evolutive e agli accadimenti familiari. Si tratta di una competenza articolata, connessa alla storia di figlio che ciascun genitore ha avuto, allo stile di attaccamento alle proprie figure di riferimento, alla personalità, alla qualità della relazione con il partner, alla situazione psicologica e sociale attuale, alle caratteristiche dei figli in termini di temperamento e risorse. Possiamo sinteticamente dire che: la genitorialità è archetipo della cura. La patologia delle cureindica, al contrario, l’inadeguatezza o l’insufficienza delle cure fisiche e/o psicologiche fornite al bambino in rapporto al suo momento evolutivo (Montecchi, 1998). Tale patologia individua tre forme di inadeguatezza: incuria: quando le cure sono latenti; discuria: quando le cure sono distorte; ipercura: quando le cure sono eccessive. L’incuria: si verifica quando il/ i caregiver del bambino non provvedono adeguatamente ai suoi bisogni sia fisici che psichici in rapporto all’età e al momento evolutivo. Rientrano quindi nella categoria dell’incuria anche quei casi in cui i genitori, pur occupandosi dei bisogni nutrizionali del figlio, non rispettano i suoi bisogni affettivi, emotivi e di socializzazione. Si possono avere, quindi, diversi gradi di questo tipo di abuso, che vanno dall’abbandono al disinteresse per i bisogni emotivi del bambino. Tali situazioni costituiscono lo stile relazionale del genitore col minore, pertanto sono continuative e durature. I “fattori o indicatori di rischio”, che permettono una diagnosi precoce della suddetta patologia, impedendo così il cronicizzarsi della situazione di abuso, si possono rilevare al solo colloquio con i genitori, attraverso: Notizie sullo stato di salute: notizie anamnestiche mancanti o parziali, assenza del monitoraggio dello stato di accrescimento e di azioni preventive periodiche quali le vaccinazioni; disturbi organici e patologie croniche non adeguatamente curati o considerati; Segnali fisici:vestiti inadeguati all’età, al sesso, alla stagione; scarsa igiene e dermatiti recidivanti, soprattutto scabbia e pediculosi; distorsione delle abitudini alimentari con denutrizione o ipernutrizione; problemi di salute non riconosciuti dai genitori; rallentamento della crescita con rachitismo (quando il bambino viene allontanato dalla situazione deprivante si assiste ad un graduale recupero di statura e peso), carie dentali non curate, disturbi visivi o uditivi non trattati; Segnali comportamentali: ritardo del linguaggio, ritardo psicomotorio; iperattività e disturbo dell’attenzione, pseudo insufficienza mentale; frequenti assenze scolastiche fino all’evasione dell’obbligo o scarso rendimento scolastico; il bambino è soggetto ad avere frequenti infortuni domestici e/o ingerire sostanze tossiche non essendo in grado di percepire il pericolo perché non ha un’esperienza di contenimento e attenzione-protezione da parte dei genitori; pigrizia, svogliatezza e stanchezza; difficoltà di rapporto con i coetanei, tendenza all’adultomorfismo con inversione dei ruoli; disturbi alimentari, uso precoce di tabacco alcool e droghe, possibile sfruttamento lavorativo e sessuale. La discuriaè la distorsione della prestazione della cura. In realtà le cure vengono effettuate, ma non sono adeguate al momento evolutivo del bambino. Si basano su un’immagine distorta che l’adulto si rappresenta del bambino a cui quest’ultimo in genere si adegua. Si caratterizza da richieste, da parte dei genitori, di acquisizioni precoci o di prestazioni non congrue all’età del bambino, oppure, al contrario, si manifestano modalità di accudimento proprie di fasi di sviluppo precedenti, iperprotettività, attenzioni eccessive, soprattutto da parte della madre, per poter soddisfare il desiderio di mantenere una fusionalità con il proprio figlio. Tale situazione è estremamente simile a quella del maltrattamento psicologico, anche se molto spesso i genitori sono ignari della violenza che stanno esercitando, spesso anzi pensano di agire per il bene dei propri figli e inconsapevolmente possono causare danni maggiori. La discuria produce: Anacronismo delle cure (ad esempio, alimentazione inadeguata per l’età); Imposizione di ritmi di acquisizione precoci (richieste irrealistiche del controllo sfinterico, nella motricità o nel ritmo del sonno); Aspettative irrazionali (richiesta di prestazioni superiori alla norma: deve essere il più bravo in qualsiasi attività intraprenda). La situazione diventa ancora più grave quando il bambino presenta delle difficoltà fisiche o psichiche che rendono più profondo il distacco tra il bambino idealizzato dal genitore e il bambino reale. L’IPERCURA: L’ipercuraconsiste in un atteggiamento di cura esagerata ed eccessiva del bambino. Questo comportamento genitoriale si fonda su una visione non realistica del bambino e dei suoi bisogni; può essere catalogata in 5 tipologie: sindrome di Munchausen per procura, medical shopping per procura, help seeker, abuso chimico, sindrome da indennizzo per procura. La Sindrome di Munchausen per procuraè la forma più grave, il pediatra inglese Roy Meadow, nel 1977, coniò tale termine1. Attualmente la denominazione ufficiale secondo il DSM V non più quella di sindrome di Münchausen per procura, ma Disturbo fittizio provocato ad altri, i criteri diagnostici sono i seguenti: Falsificazione di segni o sintomi fisici o psicologici, o induzione di un infortunio o di una malattia in un altro individuo, associato a un inganno accertato. L’individuo presenta un’altra persona (vittima) agli altri come malata, menomata o ferita. Il comportamento ingannevole è palese anche in assenza di evidenti vantaggi. Il comportamento non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale, come il disturbo delirante o un altro disturbo psicotico. Il DSM V, aggiunge che la prevalenza del disturbo è di circa l’1% in ambito ospedaliero, l’esordio avviene nella prima età adulta spesso dopo il ricovero di un figlio. Tale sindrome, assume grande importanza in ambito pediatrico, psicopatologico e legale, sia per le difficoltà di riconoscimento che per le gravissime conseguenze che ha sul bambino che ne è vittima. Il genitore, generalmente la madre, si spinge sino a simulare: “forma passiva” o procurare: “forma attiva” sintomi o vere e proprie malattie per potersi occupare in maniera ossessiva del figlio, sottoponendo il minore ad accertamenti e cure, producendogli talvolta gravi danni fisici oltre che psicologici. Il comportamento conduce l’abusante, inoltre, a procurare lesioni, a distorcere i risultati delle analisi, a sottoporre il bambino ad accertamenti ed esami clinici anche molto invasivi,
Lo stigma per associazione. Il dolore dei caregiver dei pazienti con diagnosi psichiatrica

di Francesca Dicè In un recente lavoro (Dicé, 2022a) avevo evidenziato come il caregiver del paziente psichiatrico tenda ad interpretare, spesso, il comportamento del suo congiunto come legato alla sua volontà piuttosto che alle sue difficoltà. “Quando vuole capire capisce!” dicono spesso (Dicé, 2022b). Questo comportamento, di tipo difensivo, serve al caregiver come protezione non solo dal dolore nell’assistere alla sofferenza del proprio familiare, ma anche da un aspetto dello stigma della salute mentale che rischia spesso di coinvolgerlo. È detto “stigma per associazione” e riguarda tutti coloro che, per affinità, sono associati ad una persona con diagnosi psichiatrica e quindi percepita come pericolosa (Lasalvia, 2020). Questo stigma può minare l’autostima del caregiver, oltre che la sua competenze relazionali e la sua qualità della vita, determinando una tendenza ad auto isolarsi, a fugare le occasioni di aggregazione ed a condurre una quotidianità assai ritirata. Questo anche nell’interesse stesso del suo congiunto, che può facilmente stancarsi a contatto con altre persone o in situazioni concitate (Dicé & Zoena, 2017). A ciò si aggiunge anche il vissuto legato al burnout, che può essere legato allo stress prolungato legato all’accudimento della condizione psichiatrica, spesso faticoso (Dicé & Zoena, 2017); tale vissuto può essere rilevabile nella comparsa di segnali di depressione, stanchezza ed anche, talvolta, distacco nei suoi confronti (Harmonia Mentis, 2019). È per questo opportuno che gli operatori della salute investano sempre di più in interventi a supporto dei caregiver, ma anche del contesto nel quale essi versano (Dicé et al., 2015); interventi di psicologia di comunità, magari ricorrendo ad un approccio multidisciplinare in sinergia con i servizi sociali; ciò allo scopo di implementare attività psicoeducative volte a stemperare questi vissuti nei contesti sociali e favorire l’inclusione dei pazienti con diagnosi psichiatrica ed i loro familiari. Bibliografia. Dicé F. (2022a). Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune p r o p o s t e d i p r o c e d u r e operative per l’intervento psicologico. PsicologiNews Scientific, 9-10 6-7 ISSN 2724-5144 Retrieved from https://cutt.ly/dNZ4eT8 Dicé F. (2022b). Quando vuole capire, capisce! Una nota sullo stigma della salute mentale. PsicologiNews Scientific, 9-10 4 – 5 I S S N 2 7 2 4 – 5 1 4 4 Retrieved from https://cutt.ly/ dNZ4eT8 Dicé F. & Zoena F. (2017). Loneliness and family burden: An exploratory investigation on the emotional experiences of caregivers of patients with severe mental illness. The Q u a l i t a t i v e R e p o r t 22(7):1759-1769. Retrieved from https://bit.ly/3K2fw9P Dicé F., Manfra C., Faraglia M., Masullo M., Pennella D., Colonna L. M. L., Papaccio A. & Zoena F. (2015). “Family burden between social stigma and loneliness. An exploratory investigation with Principal Caregivers (PCs) of patients with Serious Mental Illness (SMI) living in a disadvantage district in Italy”. Proceedings of XVII National Congress of I t a l i a n P s y c h o l o g i c a l Association, Clinical and Dynamic Section. Milazzo, Me (September 25-27). Poster Session. Mediterranean Journal of Clinical Psychology, Vol. 3, No. 2, Suppl. 1B. DOI: 10.6092/2282-1619/2015.1.10 98 Harmonia Mentis (2019). Il c a r e g i v e r e l o s t r e s s assistenziale. Retrieved from https://bit.ly/3URfC94 Lasalvia A. (2020). Emergenze epidemiche e stigma sociale. Quali insegnamenti trarre dalle precedenti epidemie di SARS ed Ebola da a p p l i c a r e n e l l ’ a t t u a l e p a n d emi a CoViD-19? Ri v Psichiat r 5 5 ( 4 ) : 2 5 0 – 2 5 3 d o i 10.1708/3417.34003
La Sindrome di Cotard: alcune riflessioni psicodiagnostiche

di Lia Corrieri Everything here is so cold Everything here is so dark I remember it as from a dream. [Tutto qui è così freddo Tutto qui è così oscuro Lo ricordo come fosse un sogno] Mayhem, Freezing Moon,1989 8 Aprile del 1991 a Kråkstad, nella contea norvegese di Viken, venne ritrovato il corpo senza vita del ventiduenne Per Yngve Ohlin, noto al grande pubblico con lo pseudonimo, non casuale, di “Dead”, frontman dei Mayhem, uno dei più importanti gruppi black metal della storia del rock. Il caso, archiviato dalle autorità competenti come suicidio, fece molto scalpore negli ambienti musicali scandinavi, nei quali iniziarono a circolare anche copie della lettera di addio che il cantante indirizzò agli amici prima di morire e con la quale tentò di spiegare il drammatico gesto: “Nessuno comunque capirà il perché di tutto questo. Per dare qualche tipo di spiegazione, io non sono umano, questo è solo un sogno e presto mi sveglierò” (Johannesson & Klingberg, 2018). L’accaduto non colse però di sorpresa gli altri membri del suo gruppo musicale tanto che, in diverse interviste, alcuni musicisti della band ricorderanno che Dead era solito commettere atti autolesionisti, spesso manifestando umore depresso associato ad una percezione alterata di sé; in effetti in più occasioni si auto descriveva come una creatura non umana proveniente da un’altra dimensione, fino ad arrivare a definirsi un vero e proprio cadavere (Moynihan & Søderlind, 2003). Secondo alcuni Autori (Sanches et al., 2022), gli atteggiamenti, le credenze, i comportamenti e gli stati emotivi manifestati da Dead, testimoniati sia dalle sue parole che da quelle dei suoi conoscenti, potrebbero far ipotizzare l’esistenza di un quadro clinico raro, la cui prevalenza epidemiologica è inferiore all’1 % nella popolazione mondiale, denominato Sindrome di Cotard (López, 2022). Questa particolare condizione clinica venne descritta per la prima volta nell’opera Du délire hypocondriaque dans une forme grave de mélancolie anxieuse, e fu presentata il 28 Giugno del 1880 alla Société Médico-Psychologique dal neurologo, psichiatra e chirurgo militare Jules Cotard (1840- 1889), figura di spicco nel panorama medico della Parigi di fin de siècle, tanto da ispirare il personaggio del Profes sor Cot tard del la Recherche proustiana (Pearn & Gardner -Thorp, 2002; Pearn, 2003; Sanches et al., 2022). A partire dal caso clinico di una donna quarantenne, fermamente convinta di essere priva di organi interni, tra i quali il cervello, Cotard illustrò un complesso di sintomi che tendono a coesistere e a caratterizzare la specifica condizione clinica da lui individuata. Tra questi figurano la melanconia ansiosa (“depressione agitata”); la tendenza all’autolesionismo, che da automutilazioni può arrivare fino a veri e propri tentativi suicidari; le idee di possessione; le convinzioni di immortalità e deliri ipocondriaci di non esistenza o di devastazione di alcuni organi interni o dell’intero corpo o dell’anima o di Dio ecc. (Cotard, 1880; Cipriani et al., 2010). In un lavoro successivo, noto come Du délire des négations (1882), Cotard definirà la manifestazione clinica da lui individuata come un vero e proprio delirio nichilistico o di negazione caratterizzato dalla tendenza da parte del paziente a negare e/o rifiutare tutto ciò che viene detto o offerto fino ad arrivare, nella sua forma più estrema, a negare addirittura la propria esistenza nel mondo (Cotard, 1882; Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomasetti et al., 2022), concetto questo che verrà successivamente approfondito dallo psichiatra francese Jules Séglas (Séglas, 1884; in Cipriani et al., 2010). Nonostante le descrizioni che Cotard fece di questa costellazione sintomatologica, essa non è attualmente riconosciuta come e t i c h e t t a d i a g n o s t i c a autonoma dai principali sistemi nosografici utilizzati nell’ambito della salute mentale, l ’ International Classification Disease (ICD) e il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) (Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomaset t i et al., 2020). Sebbene alcuni Autori (Enoch & Trethowan, 1991) ipotizzino la possibilità concepire la costellazione sintomatologica come un quadro a sé stante nel caso in cui il delirio nichilistico sia preponderante, altri Autori (Saavedra, 1968) sostengono che tale manifestazione possa esser concepita come ulteriore espressione di altri quadri clinici, come i disturbi dell’umore/depressivi, condizioni psicotiche e casi in cui entrambe queste condizioni siano compresenti (Cipriani et al., 2010). A tal proposito, particolarmente interessante la riflessione proposta da Deny e Camus già nel 1906, per cui si ipotizza una forma primaria ipocondriaca della manifestazione clinica nella quale è centrale la dimensione corporea del delirio nichilistico, e una forma secondaria del quadro nosografico in cui appare invece preponderate la componente più specificatamente emotivo – affettiva (Cipriani et al., 2010). La distinzione tra forma primaria e secondaria della manifestazione clinica potrebbe offrire interessanti spunti di riflessione soprattutto nelle condizioni in cui la sintomatologia si manifesta in compresenza di condizioni mediche particolari, tra le quali si annoverano: intervento chirurgico al seno per fibroadenoma benigno (De Berardis et al., 2015), per lupus eritematoso sistemico (Pitta et al., 2021) e negli stati post Covid-19 (Ignatova et al., 2022). In letteratura è presente un caso clinico caratterizzato dalla comparsa del delirio di negazione, delirio tipico del quadro di Cotard, in gravidanza, ovvero in una condizione organica che, seppur fisiologica, può rappresentare comunque un periodo di transizione psicologicamente delicato caratterizzato anche da cambiamenti di corporei importanti (Walloch et al., 2007). Nel caso riportato dagli autori, alla paziente ventottenne che negava la gravidanza venne diagnosticato un quadro depressivo grave caratterizzata da sintomi psicotici (ICD-10; F32.3) nel periodo prenatale, dato che i sintomi deliranti apparivano correlati all’umore della paziente; la negazione della propria condizione di gestante, però, sembrava essere la dimensione significativa del quadro clinico complessivo (Walloch et al., 2007). Secondo gli stessi Autori, la sintomatologia riportata può rappresentare un caso di Sindrome di Cotard, intesa come delirio di negazione, in quanto le convinzioni della paziente circa la scomparsa della gravidanza o la morte del bambino possono esser interpretate come negazione delle funzioni corporee (Walloch et al., 2007). Al di là del suo riconoscimento quale quadro clinico e nosografico
L’Educazione Emotiva

di Veronica Lombardi L’educazione emotiva degli individui rappresenta oggi un fertile terreno di dibattito con cui si confrontano tanto la politica quanto la scienza (Elias & Harrett, 2003). Sul piano strettamente politico si va componendo un generale consenso sulla centralità di un’educazione alle emozioni, necessaria per il benessere individuale e sociale, che deve essere inserita all’interno dei piani d’istruzione e formazione come una componente importante delle strategie educative. A livello per così dire applicativo, l’educazione socio-emotiva e le progettualità a essa connesse trovano uno spazio sempre maggiore all’interno della programmazione didattica, innescando anche un dibattito interessante su quale debba essere il terreno di azione di un insegnante rispetto a un tema fortemente connesso con la dimensione intima della persona e non facilmente riconducibile all’interno delle prassi didattiche abituali (Mariani & Schiralli, 2012; Pellai, 2016).Più in generale la salute emotiva è un tema sempre più presente all’interno delle agende politiche di molti Paesi (Watt Smith, 2018), diventando trasversale a molte sfere della vita sociale. Il lavoro, la scuola, la famiglia, ecc. sono ambiti della vita individuale in cui sempre maggiore attenzione viene posta su come possa essere garantito e tutelato il benessere emotivo. Dal punto di vista delle performance lavorative, ad esempio, è data enfasi al benessere emotivo poiché è stato correlato con migliori prestazioni, maggiori capacità di presa di decisione, rapporti più stabili all’interno dello staff, ecc. (Watt Smith, 2018; Goleman, 2005). Che cos’è un’emozione? Definire in maniera chiara e univoca che cos’è un’emozione è piuttosto complesso, e questo per una serie di ragioni che verranno di seguito brevemente argomentate. L’emozione può essere analizzata da diversi punti di vista, e letta ed interpretata con metodi differenti. Secondo la prospettiva di un neuro-scienziato essa è rappresentata dall’attivazione dell’amigdala, centro di comando di tutto il sistema emotivo, che manda segnali che sono poi processati nell’ambito del cosiddetto cervello limbico, da cui dipende un’elaborazione emozionale (Odgen & Fisher, 2016). In questa prospettiva l’è un fatto essenzialmente biologico che innesca una varietà di reazioni: aumento del battito cardiaco, rilascio di ormoni, contrazione dei muscoli, ecc. Ma come apprendiamo fin dai primissimi mesi di vita le emozioni non sono solo un fatto biologico, ma anche e soprattutto un fatto sociale. La contrazione dei muscoli, l’allargamento delle palpebre, il rossore sulle gote, da eventi spiccatamente fisiologici si trasformano in messaggi e simboli che trasmettono delle informazioni sui nostri stati d’animo e che comportano delle reazioni in chi riceve tali messaggi. La biologia delle emozioni si incontra presto con i processi evolutivi, culturali e sociali che modellano il modo in cui le emozioni possono e debbono essere manifestate e che, di pari passo, influenzano il modo in cui l’individuo percepisce le proprie emozioni. In questo intreccio tra biologia, società e cultura viene a formarsi una rappresentazione individuale e collettiva di emozione che incide sul benessere della persona. In una società in cui, ad esempio, le emozioni legate alla paura o all’ansia tendono a essere sottodimensionate, se non addirittura represse è possibile che gli individui vivano degli stati d’animo conflittuali che incidono in maniera fortemente negativa sul benessere individuale (Srivastava et al., 2014). Le emozioni sono, dunque, oggetto di un processo di socializzazione e sono influenzate dalle idee portanti, dalle aspettative e dai valori dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte. Si parla in tal senso di culture emotive proprio a voler sottolineare come l’emozione sia a tutti gli effetti un fatto culturale che va a caratterizzare determinati gruppi sociali soprattutto nei modi in cui esprimono, giudicano e rappresentano specifiche emozioni (Watt Smith, 2018). E la pressione culturale influenza enormemente il modo in cui gli individui sentono le emozioni nella misura in cui richiedono di rispettare delle convenzioni sociali (Srivastava et al., 2014). Abbandonando per un momento la dimensione sociale delle emozioni e concentrandosi su quella individuale è interessante fare riferimento al modello differenziale proposto da Izard (1977) nel quale viene sviluppato un set di emozioni di base innate, che sono consustanziali alla natura umana e che vengono vissute dall’individuo in maniera spontanea, come risposta a degli stimoli esterni ben precisi. Con il tempo e l’esperienza, l’individuo impara a gestire queste emozioni, provando a governarle, attribuendone un nome e veicolandole verso l’esterno, attraverso una serie di comportamenti e di messaggi verbali e non verbali. Le Breton (2007) fa notare come pur avendo una capacità innata d i provare delle emozioni, ciò che percepiamo – e il modo in cui reagiamo a queste percezioni – è modellato dall’educazione e dalla storia emotiva personale. In effetti ogni gruppo sociale elabora e trasmette un modello sensoriale, che contraddistingue l’appartenenza al gruppo stesso e che a sua volta plasma un modello emotivo. In questo quadro, l’esperienza, la pratica delle emozioni e il modo in cui sono percepite, espresse e lette permettono all’individuo di sviluppare delle competenze specifiche, portando allo sviluppo di una sorta d’intelligenza dedicata alla conoscenza, gestione ed espressione delle emozioni. Il termine meta-emozione riassume una non meglio precisata capacità – o insieme di capacità – di avere consapevolezza delle proprie emozioni (Goleman, 2005). In questo modello, poi ché appunto considerata come una capacità, è possibile che essa possa essere sviluppata, migliorata, plasmata ed educata. Può esistere, dunque, un’educazione emotiva che passa attraverso lo sviluppo della meta-emozione, fatto attraverso proposte didattiche mirate, in cui la scuola si presenta come un terreno di coltura ideale. Un siffatto intervento educativo deve sviluppare una serie di competenze, tra di loro intrecciate. Occorre sviluppare la competenza nel saper dare un nome alle emozioni, capendo in che modo ognuna di esse vada ad agire sull’equilibrio individuale, e imparando a esprimerle in forma socializzata. È poi necessario sviluppare una competenza di lettura delle emozioni altrui cui si assomma quella di comprensione del modo in cui le emozioni dell’altro interagiscono con le emozioni individuali. C’è infine la componente relazionale fondata sulla competenza di comprensione del ruolo delle emozioni nei rapporti sociali, che procede in stretta cooperazione con la competenza nel saper socializzare un’emozione secondo le modalità che sono proprie del gruppo sociale di appartenenza. La psicologia
Persuasione e Scarsità

di Veronica Sarno C. H. Cooley (1902) sostiene che la società si organizza mediante il meccanismo della comunicazione, affinché le relazioni umane possano sussistere e svilupparsi, ecco perché si è sviluppata l’esigenza di influenzare o forse pilotare le risposte dell’interlocutore, Cavazza (1997) definisce la persuasione una tecnica volta ad indurre cambiamenti negli interlocutori, per ottenere che si comportino come si preferisca. Palmarini (2012) dice: “Quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al soddisfacimento del bisogno stesso è iniziata, nella stria dell’evoluzione umana, la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinante: in altre parole, la persuasione. Quando una volontà, un’intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un’altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell’una e nell’altra, si tratta di un esercizio lieve, l’autorità subentra come mezzo pesante quando la persuasione non basta.”[1] Un particolare stile comunicativo può rinforzare un’idea oppure correggerla, oppure contribuire a cambiarla completamente. Verrastro (2004) definisce comunicazione persuasiva il fatto che nelle relazioni interpersonali si genera il tentativo di convincere le altre persone ad adottare un punto di vista simile al proprio e spingerli a fare qualsiasi cosa si desideri. Kelman (1961) ha sostenuto che se l’emittente dovesse dichiarare che le sue sono intenzioni di persuasione, il destinatario, allora, assume un comportamento volto ad ostacolare l’atteso cambiamento di atteggiamento, perché il destinatario della comunicazione, in questo caso, si sentirebbe minacciato. Quale tipologia di canale ha scelto l’emittente per il suo messaggio persuasivo? canale fisico sonoro: ogni ambiente in cui è presente l’aria portatrice di vibrazioni acustiche; canale fisico visivo: presenza della luce o di un fascio di luce (sala cinematografica): canale fisico olfattivo: ambiente in cui si avvertono degli odori; canale fisico tattile: materia che trasmette vibrazioni o sensazioni tattili; canale tecnico sonoro: strumenti che trasmettono suono (es. telefono, radio, cinema); canale tecnico visivo: strumenti come la fotografia, il cinema), canale visivo-sonoro – tattile e olfattivo: tecnologie di realtà virtuale. In che modo l’individuo si rappresenta il mondo? In che modo può dunque essere persuaso? Nel 1921, Freud scriveva: “La possibilità di condizionare, attraverso le pratiche discorsive, l’insieme delle interazioni umane ha permesso, nel corso dei secoli, alle classi dominanti ed i ceti emergenti di cercare di detenere o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative.”[2] La persuasione è costituita da sei fasi, ed è necessario che ciascuna fasi s i espleti completamente, per ottenere la persuasione, ecco le fasi: la presentazione del messaggio, l’attenzione, che il ricevente deve prestare al messaggio, la comprensione dei contenuti, l’accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta dal messaggio, la memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, il conseguente comportamento. Verrastro (2004) ritiene che il canale scelto cambi l’effetto ottenuto sui destinatari. McGuire (1960) ha individuato tre tipologie di destinatario di una comunicazione persuasiva: Quelli che hanno la tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; la persuasione avverrebbe, prevalentemente, in mancanza di argomentazioni a difesa della propria opinione; l’efficacia della comunicazione persuasiva sarebbe influenzata dal livello di autostima del fruitore del messaggio. I Mass Media hanno i l vantaggio di trasmettere il messaggio a distanza, contemporaneamente a più persone ed in un breve lasso di tempo, tuttavia nell’epoca contemporanea dominata dalla tecnologia, la persuasione viaggia anche attraverso l’informatica, la persuasione informatica prende il nome di Captologia, è bene interrogarsi su quali effetti persuasivi possano essere messi in atto dalla tecnologia. Si è valutato che i computer sono in grado di modificare idee ed azioni delle persone e modificando il modo si interagire con gli altri. Si parla oggi di tecnologie persuasive riferendosi ai sistemi informatici interattivi (computer, siti web, smartphone, videogames, tablet, ecc.) progettati con lo scopo di modificare opinioni, atteggiamenti e comportamenti delle persone. (Fogg, 2005). Fogg ha constatato che i principi della comunicazione persuasiva, individuati da Cialdini, possono essere applicati anche nelle relazioni uomo-macchina, come se le macchine fossero esseri viventi. Siamo portati a focalizzare l’attenzione su pc e smartphone, e social come Facebook, il cui intento persuasivo risiede nell’intenzione da parte di chi l’ha progettato di ottenere che gli utenti trascorrano molto tempo connessi al social, mediante la possibilità di interagire con gli altri utenti e pubblicare propri contenuti; ma la tecnologia, in quest’epoca è più pervasiva, rientrano negli oggetti persuasivi anche strumenti che possono diffondersi in maniera meno evidente come gli autovelox, che hanno il compito di persuadere gli automobilisti a rispettare il limite di velocità, oppure gli smartwatches, che rivelano all’utente informazioni sulla propria attività fisica, sulla qualità e durata del sonno, sul funzionamento cardiaco, che come i videogiochi possono ingenerare un’elevata dipendenza; un sistema informatico interattivo riveste il ruolo di strumento, modificando l’atteggiamento o il comportamento dell’utente, grazie alla sua capacità di semplificare attività quotidiane, processi o compiti pressoché impossibili da svolgere per l’essere umano. In tal senso è possibile, dunque, parlare di tecnologia facilitante in grado da un lato di ridurre o eliminare ogni tipo di barriera cognitiva, dall’altro lato di motivare l’utilizzatore a raggiungere più velocemente. Secondo la Captologia le macchine hanno il potere di adattare le proprie azioni persuasive a quelle dell’utente, per esempio si potrebbe spingere un’utente ad impregnarsi su un obiettivo come seguire una dieta oppure un certo allenamento fisico, aiutandandolo nella valutazione di eventuali progressi, e poi rimodellare le proprie azioni persuasive in base alle reazioni dell’utente. Fogg (2005) sostiene che le tecnologie informatiche sono più abili nel persuadere rispetto agli esseri umani perché: Non sono “senzienti”. Non provando sentimenti e non avendo bisogno di mangiare, bere e dormire, possono lavorare incessantemente tutto il giorno per raggiungere un determinato obiettivo, senza scoraggiarsi di fronte ad un eventuale fallimento, sono in grado di gestire, analizzare e memorizzare un’ampia mole di dati, fornendo all’utente informazioni e suggerimenti in poco tempo e al momento giusto, sono onnipresenti. Potendosi trovare potenzialmente in
Tempo di vacanze: via allo scrolling infinito

di Loredana Luise Tempo di meritate vacanze dallo studio, dagli impegni scolastici e dalle molteplici attivitàpomeridiane che molto spesso scandiscono il tempo di almeno nove mesi l’anno. Estate, sole, maremontagna ma anche giornate intere senza fare nulla o quasi, cercando di far passare il tempo pernon sentire la noia e la frustrazione del non saper cosa fare.Spesso i cellulari sostituiscono le babysitter: alcune famiglie mi confidano che lascianotranquillamente soli i loro figli perché, “sono a casa, si comportano bene, stanno un po’ al telefono enon è necessario che qualcuno sia presente o controlli…….. guardano un po’ il telefono, ma sonotranquilli e stanno lontani da rischi e pericoli” : questo quello che mi sento dire di frequente aconferma di una normale consuetudine in molte famiglie, impegnate ad incastrare mille impegni edattività quotidiane tra le quali anche il tempo libero dei figli.Il telefono, il computer o il tablet sono ormai compagni di vita e come tali sono sempre presenti econnessi per tutti noi. Per i ragazzi è una vera e propria calamita. Rimangono incollati a guardaresenza percezione alcuna dello scorrere del tempo e della loro passività assoluto nell’azione chestanno compiendo. Guardano input diversi che per algoritmo si organizzano per compiacerli:continuano incuriositi e compiaciuti, a seguire ogni novità, considerando questa coincidenza dicontenuti quasi come fosse una magia alla quale non devono dare spiegazione, ma solocuriosamente seguire. A volte l’esperienza è piacevole, altre lo è meno, ed è proprio questaincertezza che attira li ancora di più, perché non sanno precisamente cosa può accadere propriocome spesso accade nel gioco d’azzardo.Se a queste visioni fanno seguito poi le gratificazioni derivanti dall’interazione con altre persone,dall’essere riconosciuti, apprezzati e seguiti, nessun’altra esperienza diventa più molto importante.Le mie emozioni provengono ed escono da quello schermo e tutto il resto è noia. Paradossalmentequella che un tempo era noia ora è solo attesa di ricevere quella gratificazione. Basta muovere i duepollici verso l’alto che ricompare quella strana sensazione di alienante benessere.Se traduciamo questi comportamenti in termini di meccanismo psicologico quello che si trova allabase della necessità di scorrere continuamente lo schermo del telefono è il meccanismo dellaricompensa. Quando andiamo a cercare notizie, informazioni e immagini che in qualche modorichiamano la nostra attenzione attiviamo dei meccanismi di tipo compulsivo perché il nostrocervello ad ogni “like”, riconoscimento o coincidenza di contenuti per noi piacevoli producedopamina che è alla base del nostro senso di gratificazione. Anche se la risposta non èimmediatamente positiva, più frequentemente riusciamo ad esperire gratificazione più andiamocompulsivamente alla ricerca di gratificazione.Questo è il meccanismo che si trova alla base di tutte le dipendenze e quindi, in quanto tale, fa inmodo che un po’ alla volta si diventi totalmente dipendenti dalla continua ricerca di gratificazioneattraverso lo “scrolling”. Ma quanto tempo passano realmente i ragazzi on line? Per loro sempre poco mentre per i genitori questo argomento diventa oggetto di contestazione e dilotta quotidiana con i figli. La maggior parte dei genitori non sa neanche che esista la possibilità di vedere quanto tempo sirimane connessi, accedendo semplicemente alle impostazioni del telefono. Quando durante leconsulenze chiedo ai genitori di farlo assieme, improvvisamente scoprono la quantità di tempo cheloro stessi passano on line. Mi sono capitati mamme e papà che stavano connessi più dei figli!Quindi come fare per far si che l’esperienza on line dei ragazzi non diventi solo una compulsionedettata da una dipendenza?Innanzitutto è necessario acquisire consapevolezza dell’esistenza di questo rischio e renderealtrettanto consapevoli i figli della possibilità che ciò possa accadere. Quando è ancora possibile ènecessario fare una vera e propria prevenzione coinvolgendo i figli nella gestione del tempo, nellacondivisione delle esperienze e nel lasciare sempre una porta aperta per dubbi o confronti. Non sitratta di vigilare o di imporre delle regole ma di condividere assieme una modalità di gestioneadeguata a salvaguardare la loro salute e la loro esperienza di vita.Nelle situazioni in cui si sia creata già una dipendenza è sicuramente molto più complicato, maanche in questo caso diventa indispensabile condividere con i figli la necessità di regolarsi e di farsiaiutare a farlo.L’estate offre mille occasioni per fare esperienze all’aria aperta godendo del bel tempo e delle molteore di luce. Offrire esperienze diverse, coinvolgerli in situazioni reali nelle quali sperimentareemozioni e sensazioni, può essere realmente una nuova palestra di vita. E’ un altro ambitoeducativo che richiede energie ed impegno costante da parte dei genitori, ma la posta in gioco èmolto alta, l’equilibrio emotivo dei nostri figli che devono avere l’occasione di provare che leemozioni non vanno in stand by, non hanno bisogno di essere messe in carica, ci sono e ci allenanocontinuamente ad affrontare tutte le sfide della vita. Bibliografia Le dipendenze tecnologiche, valutazione diagnosi e cura G. Lavenia – Giunti Editore 2018Tutto troppo presto A. Pellai DeAgostini 2021Figli di internet M. Lancini Erickson 2022Disconnessi e felici M. Masip Edizioni Il Punto 2019Genitorilità positiva M. Iavarone Città nuova edizione 2023
Riflessione sul concetto di spettro autistico: il ruolo George Frankl e Grunya Sukhareva

di Roberto Ghiaccio Gli studiosi hanno a lungo speculato su come le descrizioni di Kanner e Asperger circa a descrizione del disturbo autistico siano apparse solo con un anno di differenza in America e Austria in un tempo “lento”, non connesso e non digitalizzato, affranto e messo inginocchio dalla Seconda guerra mondiale che aveva oltretutto interrotto le comunicazioni tra i due paesi. Per anni si è creduto ad una eccessiva sincrona serendipità, ad una magia condivisa, ad una intuizione unisona. Ora sta emergendo una spiegazione più semplice e più razionale. Conoscenze autistiche incrociate hanno navigato e volato sull’Atlantico con Georg Frankl, un “uomo nel mezzo”, che ha contaminato con le sue intuizioni o ha “copia e incollato” ante litteram le intuizioni di altri. Frankl per anni è stato invisibile perché ha lasciato ben poco in termini di articoli pubblicati. Al fine della loro vita, Kanner e Asperger descrissero le loro condizioni come separate e distinte. Georg Frankl ha aiutato entrambi i nomi noti a vedere l’autismo come lo conosciamo oggi e per la prima volta ha visto l ‘ampiezza di quel continuum di quel che oggi chiamiamo spettro. La visione di Frankl era ed è tuttora innovativa, ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni a partire dalle difficoltà nel “linguaggio affettivo” come stato mentale non necessariamente anormale trattandosi di una condizione neurobiologica, che ha bisogno principalmente di essere compresa dagli altri. Per quasi 70 anni, le origini dell’autismo come categoria diagnostica distinta sono state legate a due nomi: Hans Asperger, un pediatra che ha lavorato a Vienna e Leo Kanner, uno psichiatra che ha lavorato a Baltimora, nel Maryland ma la pubblicazione ormai non recente di due articoli Silberman’s NeuroTribes (2015) Donvan e Zucker’s (2016) pongono attenzione ad una “delle grandi coincidenze della medicina del XX secolo”, in quanto i due autori famosi non si conoscevano. Frankl era un anziano membro della facoltà della Lazar Clinic quando Asperger si unì come residente nel 1932. Quando Frankl lasciò Vienna nel 1937, portò con se le idee di Asperger sul comportamento autistico in America. Come insegnante di Asperger, ha portato le sue idee che in seguito ha condiviso con Kanner. “L’etichetta” autistica è apparsa a solo 1 anno di distanza nel Maryland e in Austria, questa coincidenza ha sconcertato i ricercatori per decenni. Nel 1943, lo psichiatra di Baltimora Leo Kanner ha pubblicato “Autistic Disturbances Affective Contact” sulla rivista americana Nervous Child. A. Pochi mesi dopo, nel 1944, il pediatra viennese Hans Asperger ha pubblicato la sua tesi “Die ‘Autistischen Psychopathen’ im Kindesalter” – le psicosi autistiche nell’infanzia – Archiv fur Psychiatrie un Nervenkrankheiten. Ci sono somiglianze nelle loro descrizioni, ovviamente la più pregnante è l’apparente distacco dei soggetti dalle altre persone. La maggior parte dei soggetti descritti emetteva rituali e routine, con un certo grado di inconsapevolezza dei segnali sociali espressi ma non detti dagli altri. Questi tratti sono elementi importanti oggi nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5a ed.; DSM-5) per descrivere il disturbo dello spettro autistico. C’erano anche differenze significative, come già noto, in primo luogo il funzionamento apparente dei soggetti. I soggetti di Asperger possedevano linguaggio chiaro, preciso e buone capacità cognitive. Molti dei soggetti di Kanner non parlavano affatto o erano minimamente verbali, la maggior parte aveva deficit cognitivi. Ma da una recente pubblicazione a cura di Muratori (2021) al nome di Frankl, che riteneva alla base delle problematiche autistiche una scarsa comprensione del contenuto emotivo, si aggiunge il nome di Annie Weiss che si concentrò sull’intelligenza nascosta, le fissazioni e le difficoltà di comunicazione. Le storie dei due “dimenticati” si intrecciano alla Vienna degli anni 30, al clima antisemita, alla scesa degli ideali nazisti, al prolifera della forza della banalità del male. Quel clima di avversità e di intolleranza costrinse Weiss, nel 1934, e poi Frankl, nel 1937, a lasciare Vienna, prima ancora dell’inizio dell’abominio dell’Olocausto. Fuggendo le loro opere sono state abbandonate non citate e dimenticate. Ma ancora un nome si affaccia tra Asperger e Kanner, lo psichiatra Russo Grunya Sukhareva che aveva pubblicato un articolo sui bambini con disturbi della personalità schizoide nel 1926. Ma nonostante la pubblicazione ben 20 anni prima rispetto ad Asperger, questa non fu mai citata, per motivi a noi ignoti, ma per molti studiosi attuali perché, semplicemente, di origine ebraica. All’oscurantismo semita si aggiunge la discriminazione maschilista dell’accademia del tempo, molte donne avevano descritto l’autismo ed i suoi sintomi con intuizioni e ricerche ancora oggi attuali e d’impatto, tuttavia, il loro ruolo non stato riconosciuto, ma peggio è stato dimenticato e non per anni neppure citato. Lo sforzo del nostro Frankl non è stato un mero sforzo di sistematizzazione, di categorizzazione, non si è avvicinato ai bambini con fini nosografie ma pensi d i comprensione, di esplorazione di un mondo, di mondi e di modi apparentemente così lontani, così anormali. Il dimenticato Frankl ha offerto un’analisi del linguaggio autistico e la sua indagine è stata guidata dalla domanda: in che modo i l bambino autistico comunica o non comunica con le persone che lo circondano? Prende forma l’ipotesi che una persona possa essere in una condizione o in una diversa e forse complementare. Frankl sottolinea l’importanza dell’osservazione, partecipata e naturalista, nel cogliere i temi dell’intersoggettività e dell’interpersonale, soffermandosi sul principio che nelle persone autistiche l’interazione sociale e la comunicazione non sono assenti, ma qualitativamente diverse. Nell’ultima parte della sua ricerca si focalizza sugli aspetti linguistici – comunicativi. Nell’ evoluzione del concetto dello spettro dell’autismo, il ruolo di Frankl non può essere relegato a quello di portatore di “copia e incolla” o veicolo inconsapevole di informazione tra Kanner ere Asperger, ma le sue intuizioni, le sue osservazioni le sue riflessioni sui bambini che attenzioava con strutturazione ancora oggi attuali hanno permesso tra Vienna e Baltimora, ad Asperger e a Kanner di sviluppare le proprie idee sui bambini a sviluppo atipico atipici. La posizione del dimentico Frankl è attuale tutt’oggi in quanto ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni; che è uno
I DISTURBI DEL SONNO NEL BAMBINO

Un bambino su quattro soffre di disturbi del sonno. Il sonno matura e cambia con la crescita, per cui molti comportamenti che possono sembrare disturbi del sonno, nel neonato o nel bambino, sono in realtà espressione dell’età che cambia. Quali sono i disturbi del sonno del bambino? difficoltà a iniziare o mantenere il sonno (comunemente nota come insonnia); eccessiva sonnolenza diurna; disturbi della respirazione e del movimento nel sonno. Disturbi del sonno nei bambini di un anno Nel sonno del bambino nel primo anno di vita si verificano importanti cambiamenti, che in parte si riflettono nelle grandi acquisizioni che possiamo osservare dalla nascita ai 12 mesi. Spesso si tratta di passaggi fisiologici. Un neonato passa gran parte delle 24 ore dormendo, senza fare differenza fra il giorno e la notte, svegliandosi per ottenere il nutrimento.Anche se comportano una disregolazione del sonno dei genitori, è raro che i risvegli notturni frequenti possono essere la spia di un disturbo del sonno del neonato, se il piccolo cresce regolarmente. Nei primi 6 mesi di vita del bambino, durante il sonno, si possono osservare comportamenti che possono allarmare i genitori, come un respiro irregolare o rumoroso, movimenti anomali o altri fenomeni che non sono presenti in età successive. Dopo i 6 mesi di vita è possibile che il bambino manifesti nuovamente una fase di “regressione”. Talvolta questo si verifica quando uno dei genitori rientra al lavoro o il piccolo viene inserito al nido. Disturbi del sonno nei bambini tra i 2 e i 4 anni Intorno ai 2 anni, può comparire un fenomeno che per le sue caratteristiche viene chiamato “pavor nocturnus”, terrore notturno. Nella prima metà della notte, il bambino può svegliarsi come in preda a uno spavento, urlando e muovendosi come se fosse in grave difficoltà. Si tratta tuttavia di un comportamento para-fisiologico nell’ambito delle parasonnie. Il piccolo sembra sveglio nelle parole e nei gesti, ma il suo cervello dorme ancora: ne è un segno l’impossibilità di entrarci in contatto e l’assenza di ricordi al risveglio. Nella seconda parte della notte, invece, possono comparire incubi, sogni dal contenuto spaventoso che svegliano il bambino. Tra i 2 e i 4 anni può essere anche presente l’insonnia, con difficoltà a iniziare o mantenere il sonno, e può comparire un respiro rumoroso con russamento. La causa più frequente di questo disturbo in età pediatrica è l’ingrossamento di adenoidi e tonsille: è importante riconoscere questa situazione, poiché il bambino, dormendo male, può manifestare disturbi durante il giorno, come ad esempio difficoltà nell’attenzione e nella concentrazione. Disturbi del sonno nei bambini dai 4 anni in poi In questa fascia di età possono essere presenti tutti i disturbi del sonno già elencati. Fra le parasonnie più frequenti ricordiamo il sonnambulismo, in cui il bambino si alza durante la notte e riproduce comportamenti simili a quelli della veglia. Perché si verificano i disturbi del sonno nel bambino? Da questa breve sintesi si evince che le difficoltà del sonno nei bambini sono tante e diverse tra loro. Le cause dei disturbi del sonno possono essere molte e riconducibili in certi casi a patologie vere e proprie, in altri invece a errate abitudini o convinzioni sul sonno. Quando preoccuparsi se il bambino dorme poco? Innanzitutto occorre ricostruire la giornata tipo del nostro bambino, così da descriverla al pediatra che valuterà se la quantità di sonno è adeguata all’età. I segni di sonno di scarsa quantità o qualità non si manifestano nella tendenza ad addormentarsi durante il giorno, bensì con irrequietezza, difficoltà a concentrarsi o a giocare con gli altri, fino ai disturbi nella crescita nei casi più gravi. Sin dai primissimi giorni di vita è utile cercare di instaurare una routine per il sonno dei bambini. Non c’è però un’unica routine possibile, perché le abitudini variano di famiglia in famiglia, ma esistono strategie comuni che si possono mettere in atto: sin dal pomeriggio sarebbero da evitare attività eccessivamente stimolanti o al contrario sonnellini troppo prolungati; proporre un bagno, prima o dopo cena, a seconda delle abitudini della famiglia e dalle conseguenze sul piccolo: infatti c’è chi si rilassa nell’acqua e chi invece diventa ancora più irritabile; terminato il pasto serale è meglio evitare di proporre latte o altre bevande al bambino, altrimenti il piccolo assocerà l’addormentamento al liquido e lo richiederà ad ogni risveglio; per addormentarlo è consigliato spostarsi nella zona predisposta per il sonno, il piccolo può essere accompagnato nell’addormentamento proponendo la lettura di un libro o una canzone che gli permetta di rilassarsi; evitate schermi, musiche ad alto volume e luci notturne. Conclusioni E’ bene quindi monitorare la qualità e la quantità di sonno del proprio bambino. Qualora la causa del disturbo abbia delle basi psicologiche è preferibile rivolgersi ad uno psicologo esperto.
Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico

Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico Che sia al supermercato, sul posto di lavoro o con gli amici, ormai non si parla d’altro: le temperature da record degli ultimi giorni. Non è un caso che ci sentiamo stanchi e affaticati, e la frase che più sentiamo ripetere è: sarà il caldo! Ma il nostro benessere fisico non è l’unico ad essere a rischio. Anche il benessere psicologico ed emotivo è messo a dura prova per cause dirette ed indirette del caldo. Non è la prima volta che si studiano gli effetti psicologici del caldo sulle persone, in particolare nelle neuroscienze. È ormai famoso lo studio della Harvard T.H. Chan School (Cedeno J. C., 2018), che dimostra che le alte temperature hanno un impatto negativo sulle abilità cognitive. In particolare, l’esposizione prolungata alle stesse sembrerebbe diminuire la velocità di pensiero. Ciò accade indipendentemente dall’età e dalla vulnerabilità della popolazione. Tale confusione mentale sembrerebbe direttamente correlata con l’aumento di aggressività e di criminalità che si registra proprio durante i periodi più caldi. Tuttavia, il mio occhio da clinica mi porta a prendere in considerazione anche altri fattori di impatto sul benessere psichico. Proprio qualche giorno fa, mentre cercavo riparo dal caldo nei pressi di un fiume abruzzese, una donna mi confida di come la necessità di avere i condizionatori accesi durante il giorno la faccia star male. <<Dover stare con le finestre chiuse tutto il tempo, mi fa venire l’ansia>>. In effetti il caldo ci costringe a restare serrati in casa (o negli uffici) nelle ore più calde, che si diramano sempre più nell’arco della giornata. Mi ricorda, sebbene limitata ad alcune ore del giorno, di una condizione di isolamento forzato già vissuta negli ultimi anni, di cui tutt’oggi ne paghiamo le conseguenze. È stato registrato infatti un aumento dell’impatto del disagio psicologico durante le alte temperature che potrebbe, almeno in parte, essere spiegato da questa condizione di chiusura. Tutto ciò deve farci aprire gli occhi: il caldo ha un forte impatto sul nostro benessere fisico ed emotivo, indipendentemente dalla fascia di età e dalla condizione della popolazione.
Cosa può consentire ad una relazione di coppia di mantenersi nel tempo?

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a vedere quali possono essere le teorie alla base della scelta di un partner. Proviamo a prenderne in considerazione altre. Nello scorso articolo, l’assunto principale era che esiste una continuità tra le rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento infantili e il tipo di esperienze relazionali successive. Ora mettiamo in luce un’impostazione diversa, dove la relazione di coppia costituisce un nuovo contesto, in cui si crea un legame d’attaccamento specifico del rapporto con il partner che potrà condizionare la qualità e l’esito della relazione. Secondo i teorici dell’attaccamento le differenze individuali di ciascun partner potrebbero portare ad un esito diverso. Tuttavia bisognerebbe prendere in considerazione diversi fattori tra cui la soddisfazione, la felicità, la stabilità, il senso di riuscita. La durata, la stabilità, il senso di riuscita La durata fa riferimento alla parte temporale e non alla qualità del rapporto; la stabilità viene collegata alla disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (positive o negative) stabili nel tempo. La riuscita fa largamente riferimento alla qualità della relazione: indica un legame che mantiene costanti le caratteristiche positive e che si protrae nel tempo. Dunque, un legame può essere stabile e riuscito o stabile e non riuscito; ma anche instabile (come la coppia in crisi, dove si avverte una minaccia alla relazione) o instabile (nella coppia fluttuante, dove ci sono repentini cambiamenti). Potremmo quindi affermare che una relazione riuscita è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto dovrebbe consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e un senso di soddisfazione. Un attaccamento sicuro, dunque, potrebbe essere un buon predittore dell’esito di una relazione soprattutto perchè porta ad una migliore capacità di esprimere apertamente i propri bisogni di conforto e vicinanza e di accogliere quelli del proprio partner. Fondamentale risulta essere poi la sintonia che consente di entrare in contatto con gli stati affettivi dell’altro per poter riparare alle eventuali crisi vissute.