Dalla formazione neuropsicologica in Campania alla professione di psicologo clinico e neuropsicologo nel Regno Unito

Marzio Ascione, Associate Fellow Chartered Psychologist, Division of Clinical Psychology and Division of Expert Witnesses, BPS; Head Psychology at The Willows Hospital, Mental Health Service Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Conobbi il Professor Dario Grossi ed il suo team guidato dal Dr Michele Lepore alla fine del 1998. Cominciavo allora la preparazione della mia tesi di laurea. Il modello multidisciplinare del gruppo di lavoro ed il rigore della sperimentazione mi aiutarono molto nella direzione che avrei successivamente preso. Imparare l’amministrazione di test semplici come il Fostein MMSE e quelli piu complessi fu imparare un linguaggio condivisibile a cui il Professor Grossi aggiungeva delle intuizioni appassionanti. Il modello di lavoro centrato sul paziente ma anche l’apertura alla conoscenza e alla discussione nel team di altri approcci, come quello di Barbara Wilson a Cambridge, Inghilterra, stimolarono la curiosità che mi portò a completare gli studi all’estero. Il modello multidisciplinare (MDT) praticato dal gruppo di Grossi fu un’esperienza di imprinting del modello clinico e scientifico tra le più formative che mi ha poi aiutato nella mia carriera nel Regno Unito. Svolgere la professione di psicologo e neuropsicologo in Inghilterra non è cosa semplice, e tanti aspiranti colleghi trovano non pochi ostacoli al riconoscimento dei titoli di studio ed alle qualifiche acquisite in Italia. Lo psicologo clinico come è noto è una “professione regolamentata” e nel Regno Unito la British Psychological Society (BPS) ha regolato l’ingresso fino al 2010, anno in cui l’Health and Care Professions Council (HCPC) divenne l’organo governativo di competenza. Anche se esistono percorsi relativamente diretti per i cittadini europei che volessero praticare la professione in UK, HCPC riserva il diritto di valutare i percorsi teorici ed esperienziali dei candidati psicologi, prima di erogare lo status di equivalenza come Practitioner Psychologist. I titoli ed esperienze devono soddisfare le aspettative della BPS ed HCPC in modo da concedere l’idoneità per quella che viene tecnicamente chiamata la Chartered Graduate Member. Bisogna poi soddisfare una delle divisioni professionali che operano all’interno del BPS ed HCPC. Nella maggior parte dei casi, si soddisfano i requisiti per la Chartered membership, ma bisogna intraprendere un’ulteriore formazione pratica e possibilmente fare qualche studio aggiuntivo ai fini di ottenere piena equivalenza alla pratica di psicologo c l i n i c o . I n f a t t i , i l prerequisito per l’iscrizione all’ordine britannico e’ il livello del dottorato clinico. Nel Regno Unito, diventare uno psicologo clinico richiede una laurea triennale in psicologia, seguita da un’esperienza di lavoro come Assistant Psychologist di almeno 2 anni per poi accedere ad un dottorato in psicologia clinica. A c c e d e r e a l d o t t o r a t o e ’ estremamente d i f fi c i l e . Ogni università offre soltanto 20 posti all’anno su 500 candidati. Il dottorato richiede generalmente tre anni per essere completato e prevede una combinazione di corsi, ricerca e pratica supervisionata, come tirocini presso NHS Trusts. In Gran Bretagna, conseguita l’iscrizione alla professione, e’ abbastanza facile trovare lavoro, Si pensi soltanto che gli psicologi iscritti all’ordine sono 26000 su una popolazione di 67 milioni di abitanti mentre in Italia 60000 iscritti agli ordini su una popolazione di 59 milioni. Nel Regno Unito, gli psicologi clinici e neuropsicologi possono lavorare in vari contesti, come il NHS, i team di salute mentale della comunità, le cure primarie e le istituzioni educative, tra gli altri. Ci sono anche opportunità di lavorare nella ricerca, negli istituti di istruzione superiore e negli studi privati. I l campo della psicologia e neuropsicologia è diventato una risorsa preziosa nel sistema legale, come in Italia anche nel Regno Unito. Gli Expert Witness con una vasta esperienza in neuropsicologia sono ora ampiamente ricercati per offrire la loro esperienza in casi legali riguardanti lesioni personali, negligenza medica e risarcimento dei lavoratori. Per diventare un neuropsicologo Expert Witness nel Regno Unito è necessario disporre delle credenziali e della competenza necessarie nel campo. Per lavorare come esperto neuropsicologo nel Regno Unito, è necessario avere una laurea in psicologia, un dottorato e una licenza per esercitare nel Regno Unito. Inoltre, il professionista deve e s s e r e e s p e r t o n e l l a somministrazione e interpretazione di test neuropsicologici, possedere eccellenti capacità comunicative e avere la capacità di scrivere e articolare opinioni in termini legali e m e d i c i . B i s o g n a e s s e r e a conoscenza delle leggi e dei r e g o l a m e n t i p e r t i n e n t i che disciplinano il ruolo di testimoni esperti. Come in Italia, in Gran Bretagna il neuropsicologo Expert Wi tness fornisce un’opinione obiettiva e imparziale sulla capacità mentale di un individuo di prendere decisioni informate. Valuta i l funzionamento cognitivo ed emotivo di individui che hanno subito lesioni cerebrali a seguito di incidenti, malattie o procedure mediche. Forniscono testimonianze in tribunale riguardanti lo stato cognitivo ed emotivo dell’individuo, la sua capacità di lavorare, la sua prognosi futura e il suo potenziale per un’ul ter iore r iabi l i tazione. Lavorare come neuropsicologo testimone esperto può essere impegnativo, poiché i casi possono essere complessi e richiedono molto tempo. Il testimone esperto deve mantenere l’obiettività e l’imparzialità mentre si occupa di casi carichi di emozioni. A volte bisogna anche affrontare un controinterrogatorio (cross-examination) da parte degli a v v o c a t i , c h e p u ò e s s e r e impegnativo e richiedere a l testimone esperto di avere una conoscenza approfondita del sistema legale.  Per v ia del la comples s i tà e dell’unicità dei casi, lavorare come Expert Witness vuol dire anche utilizzare la sistematicità del modello della ricerca scientifica per formare e condividere un opinione esperta sul caso. La scuola campana di neuropsicologia con Dario

La nascita dell’A.It.Ri.N.P. (Ass. It. Terapisti Riabilitazione Neuropsicologica) e l’ipotesi di un modello operativo in riabilitazione cognitiva

Anna De Filippo, Logopedista, Stazione Climatica Bianchi, Portici (Na) Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ho iniziato ad occuparmi di riabilitazione cognitiva sin dai tempi degli studi universitari, ero iscritta al corso di laurea in Logopedia presso il II Policlinico e, durante l’ultimo anno, per la stesura della tesi, ho frequentato il laboratorio di Neuropsicologia, dove ho avuto il privilegio di lavorare con il Prof. Dario Grossi, di cui ancora oggi ricordo con a f f e t t o g l i insegnamenti e l’umanità. La mia tesi di laurea divenne poi il capitolo 10 del libro che stiamo ricordando. All’epoca non erano molti i logopedisti che si occupavano di riabilitazione cognitiva, che era un ambito che si basava su modelli e ricerche relativamente recenti, ed il lavoro del logopedista era, all’epoca, p r i n c i p a l m e n t e , s e n o n esclusivamente, indirizzato alla comunicazione verbale. Di seguito ho iniziato a lavorare presso una clinica di Riabilitazione (Stazione Climatica Bianchi) dove, sotto la guida del prof Grossi, e al resto dell’equipe riabilitativa, ci si dedicava con entusiasmo e creatività alla ricerca di nuovi metodi e tecniche di riabilitazione seguendo i principi d e l l a n e u r o p s i c o l o g i a e dell’approccio razionale e cognitivo. Il continuo e appassionato confronto tra le varie figure professionali coinvolte nella riabilitazione dei pazienti (logopedisti, fisioterapisti, psicologi, neurologi, fisiatri) ha contribuito alla nascita di idee, materiali e tecniche realizzate ad hoc per ogni caso da riabilitare. Mi è difficile evitare un taglio troppo autobiografico e non avere un velo di malinconia, ma ancora adesso mi capita di rivivere i momenti dove t a n t e i d e e s o n o n a t e t r a ragionamenti, passione, ironia e un fondamentale spirito di gruppo. Ed è in questa a atmosfera che nacque l ’ idea di creare un associazione, che potesse essere punto di riferimento per quelle professioni che, implicate nel mondo riabilitativo, si sentissero vicine ad un approccio neuropsicologico scientifico, secondo le moderne teorie cognitive. Nacque così l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), che partecipò attivamente all’organizzazione ed alla realizzazione dell’Itinerario della Riabilitazione in Campania, un viaggio scientifico-culturale che si propose, attraverso l’integrazione dei vari saperi e modelli di riferimento, italiani e non, di sensibilizzare gli utenti e gli operatori del vasto mondo della riabilitazione, focalizzando l’attenzione sui modelli cognitivi funzionali efficaci al recupero della salute del paziente, l o n t a n o d a l l e s o l e l o g i c h e economiche e burocratiche. Ripenso all’opportunità che ho avuto di prendere parte attivamente a tutto questo fermento, e nei venti anni che sono seguiti da allora ho conservato nel mio lavoro la passione, l’entusiasmo e gli insegnamenti di allora, i l più i m p o r t a n t e d e i q u a l i è l a condivisione, l’integrazione e il confronto continuo tra tutti i professionisti coinvolti nella cura del paziente.

La riabilitazione neuropsicologica: un lavoro d’equipe

Anna Emilia Napolitano, Referente per Dsa e Disabilità presso il Saint Louis College of Music Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Come eravamo. Questo il sottotitolo di questo breve contributo che vuole raccontare una lunga esperienza nell’ambito della riabilitazione neuropsicologica vissuta diversi anni fa in due importanti strutture riabilitative campane: La Clinica Bianchi a Portici (Na) e Villa delle Magnolie a Castelmorrone (Ce), marcandone anche l a n o t a nostalgica che emerge nel ricordarla e nel narrarla. In particolare, si parla di riabilitazione neuropsicologica in una fase pionieristica, almeno in Campania, e che come tale aveva le caratteristiche professionali e motivazionali di un’avventura che si stava intraprendendo. Quindi entusiasmo, consapevolezza e r e s p o n s a b i l i t à , v o l o n t à d i sperimentarla e diffonderla. La Riabilitazione neuropsicologica prendeva corpo fin dalla presa in c a r i c o d e l p a z i e n t e c o l coinvolgimento di tutte le figure professionali che formavano l’equipe. L’aspetto corale del nostro intervento era, quindi, il leitmotiv di quell’approccio. La prima visita, effettuata dal prof. Dario Grossi, in presenza di tutti i professionisti f a c e n t i p a r e d e l p r o g e t t o , rappresentava il momento cruciale dal quale partire per programmare una serie di interventi, dalla valutazione psicologica all’intervento riabilitativo. La parola chiave è stata s e m p r e “ fl u i d i t à ” . F l u i d i t à dell’informazione, delle conoscenze, delle ipotesi, delle verifiche. Il tutto avveniva nel pieno rispetto delle singole competenze professionali. In particolare noi terapisti ci sentivamo “attori” e non meri esecutori di tecniche riabilitative scaturite da programmi di intervento codificati da altri. Dalla prima visita scaturivano le fasi successive: dalla diagnosi, alle ipotesi riabilitative, all’impostazione delle strategie, alle verifiche e alle eventuali riconsiderazioni del caso. Tutto questo, spesso, conduceva all’impostazione della fase più entusiasmante e coinvolgente, l’elaborazione di modelli scientifici e a p p r o c c i r i a b i l i t a t i v i c u i f a r riferimento nella pratica quotidiana. I l l i b r o è nato i n n a n z i t u t t o dall’intenzione di raccontare e di condividere parte di questo enorme lavoro svolto. Anche la sua stesura ha coinvolto tutti noi fin dalle prime fasi , sia per quanto r iguarda l’elaborazione teorica, applicativa e sperimentale sia relativamente alla realizzazione pratica del libro, con le i m m a n c a b i l i c o r r e z i o n i , l’impaginazione, il dialogo con l’editore. Proprio vent’anni fa, sull’onda di quell’entusiasmo e di quel fermento culturale che stavamo vivendo, venne fondata da alcuni di noi l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), un’associazione che si prefiggeva di riunire coloro che operavano nel settore della riabilitazione neuropsicologica e che fin dall’inizio ha collaborato con il Gruppo di lavoro “Psicologia della Riabilitazione” degli Ordini degli P s i c o l o g i d e l l a C a m p a n i a , partecipando con un proprio convegno all’Itinerario in Psicologia della riabilitazione.

Trent’anni di neuropsicologia: l’età adulta di una disciplina fra appartenenze e separazioni

Gabriela di Cesare, psicologa psicoterapeuta Centro Clinico Psicologico GEA; neuropsicologa Centro Disturbi Cognitivi e demenze, Asrem, Campobasso; Giudice onorario Tribunale per i minorenni, Campobasso Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ripensare la propria storia, rinarrare vicende e percorsi, ricordare fatti e persone è sempre un momento evolutivo per chi si accinge a costruire nuovi significati a partire da ciò che è stato. Tra appartenenze e separazioni agiscono trame narrative che ridefiniscono i contesti nei quali agiamo ogni giorno e permettono di cogliere il senso di un processo mai statico, ma dinamico e trasformativo. Ripensare a l l a s t o r i a d e l l a Neuropsicologia in Campania è ripensare alla storia di ognuno di noi che in 30 anni ha capitalizzato questa esperienza di appartenenza e che ha contribuito a definire una piena identità della specificità professionale. Negli anni 90, da giovane psicologa piena di curiosità ed entusiasmo, venivo intercettata quasi per caso da D a r i o G r o s s i p e r i n i z i a r e un’avventura che, attraverso le sue radici forti e vigorose, si esplicita o g g i i n u n c o n t e s t o multidimensionale e definito. In una Clinica Riabilitativa in Molise, la Fisiomedica Loretana, in un paesino di poco più di 800 anime (Toro), era n a t a u n a r e a l t à c h e d e l l a Neuropsicologia Campana era figlia e che aveva investito persone e risorse al servizio della comunità, della ricerca scientifica e della innovazione clinica. In Molise la Neuropsicologia non esisteva, la riabilitazione era mera esecuzione di tecniche e la persona soggetto senza nome e senza storia. Dario Grossi con la sua visione sistemica e la sua grande capacità di fare relazione ebbe l’intuizione di costruire una rete di interazioni fra gruppi di clinici che operavano su territori diversissimi fra loro, ma con l’idea condivisa di costruire un nuovo modo di fare riabilitazione, mettendo al centro le persone e i loro contesti. Quella rete seguiva una idea rivoluzionaria per i tempi, orientata a superare i l determinismo e i l riduzionismo tecnico di un modello lineare che già mostrava di non riuscire a descrivere la complessità degli individui. Dario Grossi in Molise costruì un gruppo di lavoro effervescente, con professionalità diverse intersecate che nel mondo della Neuropsicologia erano parte attiva di un gruppo più grande, quello che, in Campania soprattutto, Dario Grossi aveva formato e sostenuto nel percorso nuovo della Neuropsicologia. Era il 1999 quando fui chiamata a prendere il posto di una collega, Gabriella Correra, prematuramente scomparsa (il libro è dedicato proprio a Gabriella, insieme a Renato Angelini), che prima di me aveva spinto la sua curiosità professionale oltre il modello medico lineare, alla scoperta di un modello in cui la centralità dell’individuo risultava imprescindibile per operare nella clinica. Trovai un treno in corsa, con un modello sperimentato e con la voglia di condividere con la comunità scientifica ogni progetto, ogni scoperta, ogni intuizione. Ricordo con gioia, e un pizzico di nostalgia, la formazione a Napoli con Dario e il gruppo campano, la partecipazione a i Congressi con l e nostre pubblicazioni, i nostri contributi. E “Amnesie e disturbi della Cognizione Spaziale” ha rappresentato proprio la definizione di una cornice culturale e p r o f e s s i o n a l e c h e l a Neuropsicologia aveva costruito nei 10 anni precedenti. Era nato un gruppo che aveva c o s t r u i t o appartenenza dove ognuno trovava lo spunto per realizzare propri itinerari da una comune matrice originaria. Riconoscerci e co-c o s t r u i r e s e g u i v a una t a l e naturalezza dove sentirsi una comunità integrata, unita, strutturata r e s t i t u i v a a t u t t i v i t a l i t à e progettualità. L’adolescenza della Neuropsicologia ci vedeva pronti a cogliere i mutamenti di quei tempi, a rispondere ai bisogni dei contesti che pian piano emergevano e ai b i s o g n i che ognuno d i n o i contribuiva a far nascere sui nostri territori.  Erano i tempi della Psicologia giovane che stava definendo man mano i suoi contesti di intervento.  Gregory Bateson afferma che “i contesti non sono altro che categorie della mente” e che, in questo senso, non ci sono semplicemente contesti, ma contesti di contesti. In questa cornice la nostra esperienza professionale nella Neuropsicologia si mostrava su più dimensioni, ovvero sul dove, inteso sia come contesto fi s i c o che come metacontesto, ovvero il modo in cui tale contesto viene vissuto e assume s i g n i fi c a t i . I l c o n t e s t o , etimologicamente ciò che «è tessuto con», è «com-presente»; di fatto rappresenta la situazione in cui un evento avviene o si genera; l’intreccio che si crea, evolve e modifica secondo le relazioni e le connessioni che l’individuo attiva senza essere a conoscenza di come evolverà la storia. La persona co-costruisce la realtà, è «parte di», partecipa, appartiene a un contesto e su questo costruisce una sua storia. Così Bateson ci offre la possibilità di ripensare al ruolo che la Neuropsicologia Campana ha assunto nel costruire non solo una cultura della professione ma anche una cultura dell’appartenenza ad una categoria professionale. Non è un caso che molti di noi, sia in Molise che in Campania, c i impegnammo fattivamente nella politica ordinistica, come su un binario parallelo, attraverso azioni capaci di evidenziare la specificità professionale e superare i limiti dei contesti nei quali la psicologia era stata collocata in tempi remoti. I contesti nei quali abbiamo investito hanno contribuito a definire e differenziare la nostra professione che

Psicologia Clinica, Psicoterapia, Riabilitazione neuropsicologica: integrare i saperi per superare il riduzionismo tecnicista

Emanuele del Castello, Psicologo Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Un po’ di storia: la nascita delle professioni psicologiche.  I trenta anni di Neuropsicologia Cinica in Campania, che celebriamo in questa sede, coincidono in gran parte con il trentennio di vita della Professione di Psicologo regolamentata dalla legge 56/89. Come si sa, questa legge era stato il frutto di un faticoso lavoro di mediazione tra interessi diversi. Era chiaro a tutti, infatti, che i nuovi professionisti laureati in Psicologia si sarebbero orientati verso la pratica clinica, sconfinando in un’area, la terapia, fino ad allora di competenza esclusiva della professione medica. Al di là di possibili verosimili interessi corporativi in gioco, diventava necessario tutelare, pertanto, la salute della cittadinanza, creando una chiara distinzione tra l’attività psicoterapeutica e le altre attività che vengono attribuite allo psicologo dalla stessa legge. In qualche modo la psicoterapia veniva individuata come area di pratica professionale comune per medici e psicologi. L’utile compromesso raggiunto con l’art. 3 lasciava allo Psicologo, non specializzato ai sensi dello stesso articolo, un’ampia gamma di attività professionali che se, da una parte, avevano lo scopo di estendere le competenze dello Psicologo ai più svariati settori della convivenza umana con attività come diagnosi, prevenzione, a b i l i t a z i o n e e r i a b i l i t a z i o n e che restavano idealmente ancorate all’ambito sanitario, dall’altra, attività come sostegno, ricerca, insegnamento non apparivano sufficienti a lasciare immaginare una professione psicologica non clinica. A quei tempi, una distinzione sommaria tra le attività dello Psicologo sembrò sufficiente, soprattutto perché la vocazione “clinica” dei giovani psicologi italiani li spingeva, spesso immediatamente dopo la laurea, ad iscriversi ad una s c u o l a d i P s i c o t e r a p i a p e r compensare la scarsa capacità professionalizzante delle Facoltà di Psicologia. Naturalmente, a questa scelta contribuì anche la norma per cui gli Psicologi, così come tutti gli altri professionisti Sanitari, possono accedere ai concorsi nella Sanità p u b b l i c a s o l o c o n l a S p e c i a l i z z a z i o n e . L a specializzazione in Psicoterapia, in carenza di altre specializzazioni in ambito psicologico, consentiva questa possibilità; pertanto, una formazione di questo tipo, nelle sue svariate declinazioni originate dai modelli teorici esistenti nel campo, diventava un valido sostituto per una formazione in Psicologia Clinica che potesse fornire ai professionisti impegnati nei vari ambiti della tutela della salute, nel Sistema Sanitario Nazionale come nell’ambito privato, l e competenze professionali teoriche, ma soprattutto pratiche, necessarie a garantire la tutela della salute delle persone. Il caso della Neuropsicologia Clinica.  La neuropsicologia clinica s e m b r a v a e s s e r e s f u g g i t a completamente all’attenzione del legislatore della 56/89. In teoria, il riferimento ad “abilitazione e riabilitazione” presente nell’art. 1 avrebbe potuto risolvere la questione collocando una disciplina così complessa chiaramente sanitaria, e forse ancor più ancorata alla pratica medica, fuori dell’area terapeutica. Non tutti, però, si sono accorti del pericolo di questa operazione; molti, anzi, hanno visto nella introduzione d e g l i i n s e g n a m e n t i d i neuropsicologia nelle facoltà di Psicologia, la possibilità di rendere autonoma la disciplina rispetto alla Neurologia, aprendo, allo stesso tempo, la possibilità di nuovi spazi occupazionali per i giovani psicologi. Questa aspirazione sembrava ancora più concreta con la riforma dell’Università che ha introdotto il cosiddetto 3+2 nel percorso universitario. Più che in altri settori, il Dottore in Tecniche Psicologiche (in ambito Neuropsicologico) sembrava aprire nuove prospettive lavorative; il problema così diventava: se esistono psicologi cosiddetti “junior” o anche “senior ” addet t i al la riabilitazione neuropsicologica, chi s a r à l o s p e c i a l i s t a che ne programmerà, supervisionerà e verificherà l’applicazione delle tecniche in cui è formato? All’interno del Sistema Sanitario la risposta risultava automatica e cioè che la direzione del processo terapeutico-riabilitativo spettasse al Medico specialista in Neurologia e non a uno Psicologo Clinico. Tuttavia, al di là degli evidenti conflitti di interesse corporativi, la conseguenza non può non essere che la riduzione del processo r i a b i l i t a t i v o i n a m b i t o neuropsicologico a procedura tecnica, paragonabile ad analoghe procedure in ambito ortopedico o urologico, scevra da un progetto terapeutico-riabilitativo che tenesse conto del ruolo fondamentale di funzioni quali la memoria, i l linguaggio ed altre che costituiscono aspetti importanti dell’identità e della vita relazionale di una persona. Tale consapevolezza, per fortuna, sembra cresciuta negli ultimi d e c e n n i . Lo s v i l u p p o d e l l e neuroscienze ha portato, infatti, a un superamento del vecchio dualismo cartesiano di corpo e mente e ormai prevale un’idea di funzionamento psicologico in cui mente e cervello sono strettamente integrati. Inoltre, l’esperienza clinica in ambito riabilitativo ha messo in evidenza la stretta connessione tra recupero delle funzioni cognitive danneggiate e sistema motivazionale del paziente (Del Castello e Lepore, 2002). Lo spazio della Psicologia Clinica.  La definizione della Psicologia come professione sanitaria ha aperto una nuova questione: e cioè quella di delineare il campo della Psicologia C l i n i c a e , d i conseguenza, p r o g e t t a r e i p e r c o r s i d e l l a formazione di uno Psicologo Clinico nei vari settori di applicazione. Se facciamo riferimento alla definizione della Divisione di Psicologia Clinica (Divisione 12) dell’American Psychological Association (APA) leggiamo che: “Il campo della psicologia clinica integra

Quel pomeriggio particolare…

Prof. Alberto Grasso, Docente E m e r i t o i n R i a b i l i t a z i o n e Neurologica – Università degli Studi Napoli “Federico II”; Specialista in Malattie Nervose e Mentali; Specialista in Fisiatria; Specialista in Medicina dello Sport Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania E’ con grande piacere che ho raccolto l’invito del Dr. Michele Lepore di rievocare quel tempo pionieristico della riabilitazione neuro-motoria che intravidi potesse necessariamente transitare da “Scienza empirica” “ a Scienza basata sulla evidenza della efficacia terapeutica. Siamo agli inizi degli anni novanta e d i n C l i n i c a N e u r o l o g i c a dell’Università degli Studi di Napoli al Policlinico Federico II – edificio dove lavoravamo io e Dario Grossi, io al quarto Piano in Riabilitazione Neurologica e Dario nel “ corpo b a s s o ” a p i a n o t e r r a i n Neuropsicologia. La Riabilitazione Neurologica stava e v o l v e n d o s i i n t e r m i n i d i metodologie applicative sofisticate: utilizzavamo infatti, tra i primi in I t a l i a , l ’ E s e r c i z i o Cognitivo Terapeut ico (Per fet t i ) , vincol i muscolo-cutanei (Grasso) per utilizzare la sensibilità cutanea propriocettiva ed esterocettiva quale elemento integrato di innesco “del l ’at to motor io defici tar io” seguendo la Teoria del “Caos Sensoriale” (Kelso). Lavoravamo a compartimenti stagni ma, essendo amici da anni, spesso ci scambiavamo pareri sulle nostre attività di ricerca clinica in campo neurologico. Un pomeriggio scesi giù e Dario mi parlò della pubblicazione della TERADIC (con Renato Angelini), una batteria per la riabilitazione della Aprassia Costruttiva che seguiva un approccio strategico innovativo. Trovai la cosa molto interessante ed il modello illustrato nel lavoro mi stuzzicò a proporgli un’applicazione pratica nel recupero funzionale del n e u r o l e s o , c h e r i t e n e v o fondamentale sia come diagnostica c h e c o m e i n d i s p e n s a b i l e implementazione del progetto r iabi l i tat ivo neuromotor io. Far evolvere quindi la Neuropsicologia da speculativa ad applicativa. Organizzai così un protocollo attuativo presso una clinica riabilitativa ove gli feci trovare una equipe di Psicologi che già lavoravano nel gruppo, che plasmò trasformandoli in Neuropsicologi Riabilitativi. Con riluttanza prima e, man mano, con sempre più entusiasmo scese dalla “torre eburnea”, come egli ebbe a dire una volta, ed iniziammo a d u p l i c a r e i l p r o t o c o l l o Neuropsicologico cognitivo come parte integrante del Progetto di Recupero Funzionale Neurologico. Quel pomeriggio particolare fu una b e l l a o c c a s i o n e p e r c r e a r e un’evoluzione della Neuropsicologia, un arricchimento personale ed anche della Neuro-riabilitazione. Dieci anni dopo circa sarebbe stato pubblicato il libro “Amnesia e disturbi della cognizione spaziale” con i r i s u l t a t i d i q u e l p e r i o d o d i s p e c u l a z i o n e t e o r i c a e sperimentazione clinica. Rievocare è bello quando si tratta di amicizia e ricerca come in questo caso. Grazie

Trenta anni (1992 – 2022) di neuropsicologia clinica in Campania: prima e dopo “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale”

di Michele Lepore, Psicologo, psicoterapeuta; Direttore scientifico Scuola Campana di Neuropsicologia (SCNp), Docente di Neuropsicologia c l i n i c a e f o r e n s e S c u o l a Specializzazione in Psicoterapia CSP, Casoria (Na) e Caserta Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania. Venti anni fa la pubblicazione del libro. Ma quel contributo fu solo il punto di arrivo di una complessa e laboriosa esperienza professionale, scientifica, organizzativa e personale degli autori coinvolti e di tanti altri colleghi, esperienza che, nel 2002, era già iniziata dieci anni prima. Sono grato al Prof. Alberto Grasso per aver accettato di contribuire a questo numero, con il racconto di “quel pomeriggio particolare”, agli inizi degli anni novanta, al pian terreno della Clinica Neurologica dell’Università “Federico II”. Alberto ha avuto un importante ruolo nella storia che raccontiamo, contribuendo a catalizzare quel processo per cui la Neuropsicologia campana scese “dalla torre eburnea”, come ci ricorda nel suo intervento, iniziando a intervenire nel campo della riabilitazione clinica. D’altra parte Dario Grossi è sempre stato innanzitutto un clinico, attento all’osservazione del paziente, con cui si relazionava sempre con grande naturalezza ed umanità. Non a caso nella prefazione del libro ci tenne a scrivere che “per presentare al pubblico i metodi e le tecniche u t i l i z z a t e abbiamo p r e f e r i t o descriverle discutendo i casi clinici […] in modo da evitare una sterile elencazione di procedure; si è ritenuto in questo modo di dare rilievo al carattere clinico ed applicativo, che è consono alla disciplina”. N e i p r i m i a n n i n o v a n t a i o frequentavo ancora il policlinico almeno una volta alla settimana. Ci ero arrivato come tirocinante nell’autunno del 1989, unico psicologo all’epoca. In quell’estate mi ero laureato alla Sapienza, a Roma. Avevo scritto la tesi con Arturo Orsini, Teoria e tecnica dei test, ed avevo eseguito una taratura del test di Corsi nei bambini. Allora n o n c ‘ e r a u n e s a m e d i Neuropsicologia ed io non ne sapevo niente. Nello scrivere la tesi, però, mi ero appassionato. Orsini fu contento del lavoro e mi propose di partecipare al bando per il Dottorato. Allora Roma era molto più lontana di ora da Avellino, dove ho sempre vissuto, e gli chiesi se avessi potuto continuare la collaborazione in una struttura più vicina a casa. Mi scrisse una lettera di presentazione e mi inviò da Dario Grossi. Iniziai, finalmente, il mio apprendistato clinico, collaborando anche alle attività di ricerca del gruppo, tutti neurologi. Così, agli inizi del 1992, non molto tempo dopo quel pomeriggio particolare, Dario mi propose di far parte di una prima equipe che avrebbe iniziato di lì a poco a riabilitare pazienti neurologici e nel maggio 1992 cominciammo in una clinica riabilitativa. Dopo poco r i p r o d u c e m m o i l m o d e l l o organizzativo con una seconda equipe campana. Furono anni appassionati ma anche faticosi, la riabilitazione cognitiva era agli esordi e spesso si basava sull’applicazione di tecniche volte a ripristinare la funzione danneggiata attraverso esercizi r i p e t i t i v i ( r e s t o r a t i o n ) , p e r l o p i ù standardizzati ed indicati sulla base della descrizione fenomenologica del disturbo, piuttosto che su un’analisi funzionale del meccanismo cognitivo danneggiato. Seguimmo invece un approccio diverso, considerati anche gli insuccessi pratici di quelle tecniche. L’“idea semplice” che viene descritta nell’introduzione del libro (“Storia di un’idea semplice” ) prevedeva che si facesse leva su un ruolo attivo del paziente, che doveva p r e l i m i n a r m e n t e d i v e n t a r e consapevole delle proprie difficoltà, descritte in termini funzionali a partire da modelli cognitivi noti, e quindi, insieme al riabilitatore, individuare delle strategie alternative d i soluzione d i un compito, attraverso il ricorso ad esercizi volti a stimolare i processi logici e di problem solving. Un approccio, quindi, basato sulla “reorganization”, volto al rimodellamento dei processi cognitivi. Poi, man mano che le nostre esperienze si accumulavano, fu presto chiaro che bisognava intervenire anche su altri aspetti, motivazionali, relazionali, sistemici, con il coinvolgimento dell’ambiente di riferimento (che, oltretutto, doveva imparare a sopperire ad alcune difficoltà insormontabili del paziente, attraverso, quindi, interventi c o m p e n s a t i v i ) . Q u e s t a consapevolezza ci costrinse ad un u l t e r i o r e ampliamento d e l l a prospettiva teorica e clinica, che sempre più dovette attingere anche a teor ie e prassi del sapere p s i c o l o g i c o – c l i n i c o e psicoterapeutico ed a riconoscere la n e c e s s i t à d i u n a p p r o c c i o interamente basato su un modello psicologico, piuttosto che medico, c u i , a l l ‘ e p o c a , e r a , i n v e c e , uniformata la riabilitazione da un punto di vista teorico, professionale ed organizzativo. Non più, quindi, una diagnosi descrittiva medica, ma una diagnosi funzionale cognitiva; non più la prescrizione di tecniche alla stregua di un farmaco e ripetizione di esercizi, ma i l coinvolgimento attivo del paziente nella consapevole ricerca di strategie; non più l’intervento parcellizzato sul disturbo cognitivo prodotto dalla lesione, ma la considerazione anche degli aspetti emotivi, motivazionali e relazionali nel loro insieme; non più il paziente come destinatario isolato della riabilitazione, ma il coinvolgimento del contesto familiare e relazionale in un’ottica sistemica.

Depressione e alimentazione

Di Angela Atzori La depressione è il disturbo psicologico più presente al mondo (Edwards, 2010). Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nel marzo-aprile 2020 c’è stato un incremento dei sintomi depressivi con una percentuale del 7,1% rispetto allo 6,1% del periodo 2018-2019. Lo studio condotto nel 2020 dall’ISS ha evidenziato un incremento dei sintomi a causa della pandemia Covid-19 e dei periodi di lockdown, con un peggioramento, rispetto agli anni precedenti, nella fascia di età dei giovani i 18 e i 34 anni. Il disturbo depressivo maggiore si presenta con sofferenza psicologica, tono dell’umore abbastanza basso per un periodo abbastanza lungo e implica, per la persona, fatica nella cura del proprio corpo, isolamento con conseguente riduzione o peggioramento delle relazioni sociali, e una compromissione nelle aree lavoro o scuola. Secondo il DSM-5 i sintomi più frequenti sono tristezza, senso di vuoto, marcata diminuzione dell’interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività, cambiamento nell’appetito con forte perdita o aumento di peso, disturbi del sonno, faticabilità o mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte e di suicidio. In genere una persona depressa presenta almeno cinque dei sintomi appena riportati per un periodo di due settimane o almeno uno dei primi due, causando una significativa interferenza nella capacità di svolgere le attività quotidiane. Secondo i dati Passi 2008-2011 state individuate delle associazioni tra depressione e: difficoltà economiche, genere femminile, basso livello di istruzione, stato lavorativo, presenza di malattie croniche ed età anziana. Secondo il DSM-5, alcuni studi molecolari hanno ipotizzato che alla base della depressione vi siano varianti genetiche di fattori neurotrofici e delle citochine- proinfiammatorie. In merito a quest’ultimo punto alcune meta-analisi hanno descritto la depressione come uno stato pro-infiammatorio, tale da poter parlare di “mente infiammata” (Bottaccioli, Bottaccioli et al., 2021, p. 4) Che impatto ha l’alimentazione su questo disturbo mentale? Esistono delle prove del suo ruolo nella depressione? Mangiare bene fa stare meglio? Negli ultimi decenni diverse ricerche hanno esplorato il legame tra alimentazione e depressione cercando di dare una risposta a queste domande. Alcune si sono concentrate principalmente sul ruolo di specifici nutrienti, altre hanno focalizzato i loro studi su particolari modelli dietetici. Secondo uno studio condotto nel 2006 da Sánchez Villegas e colleghi, sembrerebbe che l’adesione a un modello dietetico mediterraneo assicurerebbe un’assunzione adeguata di frutta, noci, verdura, cereali, legumi o pesce, fonti di importanti nutrienti legati alla prevenzione della depressione. Anche lo studio di coorte condotto sempre da Sánchez Villegas (2009) confermerebbe un potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea rispetto alla prevenzione dei disturbi depressivi. I risultati della ricerca condotta da Brunner, Ferries e altri (2009) suggerirebbero che il consumo di frutta, verdura e pesce sarebbe da preferire a una dieta ricca di carni, cioccolatini, dolci, cibi fritti, alimenti con farine raffinate e latticini ad alto contenuto di grassi quale fattore di protezione contro l’insorgenza di sintomi depressivi. In particolare per ciò che concerne la carne, secondo la meta- analisi di Nucci e colleghi del 2017 (citati in Bottaccioli, Bottaccioli et alt., 2021) l’assunzione di carni rosse e di carni processate sarebbero fortemente associate col rischio di depressione. Secondo la meta-analisi condotta da Firth e colleghi (2019) si conferma che vi siano dei potenziali benefici dell’alimentazione sui sintomi depressivi, benché gli studi in questione abbiano riscontrato questi effetti su popolazioni generali, subcliniche e non patologiche. La meta-analisi condotta da Lassale, Batty e colleghi (2019) mostra che esistono prove osservabili che suggeriscono che sia l’adesione a una dieta sana (in particolare a una dieta mediterranea tradizionale), sia l’evitamento di una dieta pro-infiammatoria, sono associati a un ridotto rischio di sintomi depressivi o depressione clinica. Negli ultimi 10 anni sono numerosi invece gli studi che si sono concentrati in particolare sugli effetti antidepressivi (oltre a quelli neuroprotettivi) di una sostanza naturale: l’esperidina. L’esperidina è presente nel thè, nell’olio di oliva e soprattutto negli agrumi, e si è dimostrata utile come antiossidante, antinfiammatorio e neuroprotettivo. Secondo lo studio cinese di Xinyu Li e colleghi (2023) l’esperidina allevia in modo efficace la depressione indipendentemente dalle sue cause sottostanti. Gli effetti antidepressivi dell’esperidina sarebbero mediati da quei recettori implicati nel disturbo, ossia i kappa-oppioidi e specifici recettori serotoninergici nell’ippocampo. La ricerca condotta da Kosari Nasab, M., e colleghi (2018) ha messo in evidenza che il trattamento con esperidina è stato efficace nel ridurre significativamente i sintomi correlati alla depressione nei topolini con una lieve lesione cerebrale. L’effetto antidepressivo era mediato in parte dalla diminuzione della neuroinfiammazione e del danno ossidativo. Benché le ricerche che hanno indagato il ruolo dell’esperidina nel disturbo depressivo siano state condotte principalmente in laboratorio sui topi (e dunque sarebbe necessario estendere la ricerca sperimentale all’uomo) hanno prodotto dei risultati che suggeriscono che l’assunzione dietetica o l’integrazione di questa sostanza naturale abbia influenza sui sintomi correlati alla depressione. In conclusione, negli ultimi decenni sono numerose le ricerche che hanno esplorato il legame tra depressione e alimentazione e nonostante siano necessari ulteriori studi clinici più approfonditi, ci sono evidenze scientifiche crescenti che mostrano gli effetti dell’alimentazione sulla salute mentale. Secondo Bottaccioli e colleghi (2021) è oramai chiaro che la dieta può avere effetti positivi (o negativi) sui disturbi mentali e sui sintomi ad essi associati. Seguendo il suggerimento di alcuni ricercatori (Brunner, Ferries et al. 2009), sarebbe opportuno considerare determinati modelli dietetici o alcuni specifici nutrienti come dei potenziali agenti adiuvanti per la prevenzione e il miglioramento dei sintomi depressivi e dunque sarebbe utile associarli al trattamento di questo disturbo da parte dei professionisti della salute mentale. Bibliografia  Akbaraly, TN., Brunner, EJ., Ferrie, JE., Marmot, MG., Kivimaki, M., Singh-Manoux, A. (2009). Dietary pattern and depressive symptoms in middle age. The British Journal Psychiatry. Vol 195(5), pp. 408-413. doi: 10.1192/bjp.bp.108.058925  American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014.  Berk, M., Jacka, FN. (2019). Diet and Depression-From Confirmation to Implementation. JAMA. Mar 5;321(9): pp. 842-843. doi: 10.1001/

Psicologia dello sharing: perché condividiamo contenuti sui social media?

di Anna Borriello e Francesca Dicé La continua evoluzione dei social n e t w o r k e d e i s e r v i z i d i messaggistica istantanea ha modificato sensibilmente l e caratteristiche delle reti sociali che si sono ultimamente arricchite della dimensione online. Infatti, ad oggi, la rete virtuale, al pari di quella familiare, amicale, di vicinato, di scuola, lavoro e istituzionale (Sanicola, 2009), funge da social support, ovvero da sostegno sociale (Ferrario, 1992). La rete virtuale può rappresentare per noi utenti un sostegno quotidiano naturale perché dispensato da persone che sono collocate nella nostra rete e che sono in grado di fornire supporto e m o t i v o ( r i c e v e r e a s c o l t o , attenzione, affetto), informativo (offerta di consigli e sostegno nella valutazione degli eventi) e affiliativo (sentire di appartenere a un gruppo e di avere la possibilità di trascorrere il tempo libero in attività con altre persone). Ma che cosa intendiamo per “virtuale“? Pierre Lèvy, già nel “lontano“ 1995 definiva il virtuale come la “trasformazione da una modalità dell’essere a un’altra”, ovvero come uno dei possibili modi di essere, contrapponibile non al reale ma a quello attuale. Nel momento in cui entriamo nelle comunità virtuali, infatti, ricostruiamo le nostre identità dall’altra parte dello schermo (Turkle, 1996). Quando parliamo di identità virtuali quindi, ci riferiamo a come una persona rappresenta una parte di sé e si relaziona con gli altri all’interno del mondo di internet, in particolare all’interno delle chat e dei social networks. Ad oggi, risulta sempre più evidente come i social media abbiano cambiato il modo in cui viviamo. Sono ormai diventati pervasivi della nostra r e a l t à quotidiana, l a cosiddetta “vita virtuale”, il luogo in cui le persone ora trascorrono la maggior parte del proprio tempo l i b e r o , n o v e l l e p i a z z e d e l passatempo 2.0. Fateci caso, non appena abbiamo un minuto di pausa dalla frenetica routine del quotidiano ci viene spontaneo accedere ai social network e dare una sbirciata a quel che fanno gli altri, con il pretesto di “vedere” un po’ quel che accade nel mondo. Non importa se siamo a bordo di una metropolitana affollata o in mezzo al traffico cittadino, l’accesso alle app social ci trasferisce automaticamente in un altro mondo: un universo incantato di sorrisi, paesaggi mozzafiato, piatti eccezionali da gran gourmet e felicità a non finire. Un mondo fuori dal mondo nel quale è lecito esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, e dire “Io penso” anche quando nessuno è in ascolto e nella realtà il pensiero risuona solo nella nostra testa, magari mentre siamo seduti su una banchina in attesa dell’ennesimo treno della giornata. I s o c i a l n e t w o r k h a n n o sicuramente rivoluzionato la comunicazione, ma anche il modo stesso di pensare. Hanno bandito gli attimi di noia: perché nei momenti vuoti, nelle pause, non c’è più tempo di lasciare vagare lo sguardo nel nulla. Si puntano subito gli occhi allo smartphone dove è improvvisamente comparso un like che ci gratifica, oppure ci attende un messaggio o un commento a cui rispondere. Si afferma sempre più questa capacità dei social network di creare una comfort zone, una confortevole bolla virtuale creata a misura d’utente. Siamo davvero così liberi e sorridenti nella vita reale una volta bloccato lo smartphone? Siamo davvero così liberi nelle nostre fil ter bubbles di like, commenti e pagine correlate e suggerite? S e c o n d o i l r e p o r t D i g i t a l 2021 pubblicato da We Are Social in Italia sono oltre 41mila le persone attive ogni giorno sulle piattaforme social, c i r c a i l 6 7 , 9% d e l l a popolazione totale che ogni giorno in media t r a s c o r r e s u i s o c i a l networks 1 or a e 52 minut i condividendo o postando qualcosa (foto, video, tweet, stato) e oltre 6 ore a navigare nel web. Siamo nell’era multimediale, lo smartphone è quasi un’estensione del corpo, soprattutto per i giovani, ma non solo. Ma fermiamoci un attimo a riflettere… Condividere contenuti? Cosa vuol dire oggi condividere qualcosa, postare, fare sharing? Significa dividere-con-altri qualcosa di te, della tua personalità e della tua giornata. “È la mia opinione, e io la condivido – Henri Monnier” “Condivisione” è una parola che nasce da molto lontano e che rimanda etimologicamente all’” avere qualcosa in comune”, allo “scambio consapevole e costruttivo”. La storia e la natura dell’essere umano testimoniano come vi siano e v i siano s t a t i i n fi n i t i t i p i d i condivisione: cibi, idee, lingue, passioni, veicoli, religioni, problemi, scoperte, abitazioni, ideali, giochi, t e r r i t o r i , costumi, tradizioni, comunità, sport e molte altre. Condivisione quindi significa: coinvolgimento, compartecipazione. D o p o t u t t o l ’ i s t i n t o a l l a condivisione non è nuovo nella specie umana, ma esiste dall’inizio dei tempi. Semplicemente, mentre una volta le persone condividevano le proprie esperienze di fronte a un falò o a una tavola imbandita, oggi hanno la possibilità di farlo online e l’accesso alle piattaforme social ha triplicato e velocizzato le modalità di interazione. Oggi, rispetto a qualche decennio fa, p o s s i a m o c o n t a r e s u u n a comunicazione facile e immediata. Abbiamo un maggior numero di contatti – potenzialmente infinito – e un’infinità di contenuti, stimoli, fonti da cui trarre spunto per le nostre “conversazioni” virtuali. Ma non si tratta solo di questo. Fino

FENOMENO DI RAYNAUD E FATTORI PSICOLOGICI

di Lia Corrieri Il fenomeno di Raynaud (RP, Raynaud’s Phenomenon) viene classificato dall’ICD-11 come patologia dell’apparato cardiovascolare (cap.11, codice BD42) e definito come “una risposta vascolare esagerata alla temperatura fredda o a stimoli emotivi, con conseguente ischemia digitale episodica. È caratterizzato da una vasocostrizione parossistica che produce inizialmente pallore, componente essenziale per la diagnosi, seguito da cianosi ed eritema.” (WHO, 2019).  Il fenomeno RP venne descritto per la prima volta nella seconda metà del XIX° sec. dal medico francese Maurice Raynaud che, a partire dal suo lavoro del 1862 “De l’asphyxie locale et de la gangrène symétrique des extrémités”, definì il fenomeno come una sindrome c l i n i c a , caratterizzata da una costellazione di segni e sintomi indotti dal freddo o da fattori emotivi (Raynaud, 1862; Fábián et al., 2019; Goldman, 2019). A livello descrittivo, il fenomeno è caratterizzato dalla presenza di episodi transitori di vasocostrizione del le ar ter ie e ar ter iole del le estremità, solitamente, degli arti ma, secondo a l c u n i A u t o r i , può riguardare anche orecchie, naso e perfino lingua (Gutiérrez & Gómez, 2013; Belch et al., 2017; Fábián et al., 2019). Un episodio si manifesta tipicamente secondo tre fasi: un primo step caratterizzato dal pallore dovuto al vasospasmo, un secondo momento in cui si riscontra presenza d i c i a n o s i i n d o t t a d a l l a deossigenazione del sangue venoso e, infine, una terza fase nel corso della quale è possibile riscontrare un rossore (o rubor), dovuto a iperemia reattiva conseguente al ritorno del flusso sanguigno (Raynaud, 1862; Belch, 1990). L’episodio può essere caratterizzato anche solo dal pallore tipico del primo step, può durare da qualche minuto fino a diverse ore e può essere contraddistinto da dolore, intorpidimento e difficoltà a muovere l’area interessata (Fábián et al., 2019; NHS, 2023). Il RP è stato riscontrato nel 3-5% della popolazione generale, con una prevalenza più elevata tra le donne, tra gli abitanti di paesi nordici caratterizzati da un clima rigido, tra persone con età generalmente compresa tra i 14 ed i 40 anni nonostante il fenomeno possa essere presente anche nell’infanzia (Fábián et al., 2019; Goldman, 2019; Herrick & Wigley, 2020). E’ importante notare che, sovente, i t e r m i n i “ f e n o m e n o d i Raynaud” (Raynaud’s Phenomenon) o “ S i n d r o m e d i Rayanud” (Raynaud’s Syndrome) e “Malattia di Rayanud” (Raynaud’s Disease) vengono impropriamente intercambiati tra loro. Sebbene, infatti, le due condizioni condividano sintomi analoghi esse sono però caratterizzate da decorsi differenti e, conseguentemente, differenti prese in carico (Kaufman & All, 1996; Belch et al., 2017). I pazienti affetti da patologia di Raynaud (o preferibilmente Raynaud primario) presentano una condizione idiopatica, ovvero non associata ad a l t r a condizione patologica, caratterizzata da un difetto di termoregolazione che causa un’esagerazione della fisiologica risposta alla temperatura (Kaufman & All, 1996); Belch et al., 2017; Herrick & Wigley, 2020). pazienti con fenomeno di Raynaud ( o Sindrome d i Raynaud o p r e f e r i b i l m e n t e R a y n a u d secondario), invece, presentano una patologia sottostante, come le patologie del tessuto connettivo tra le quali la Sclerosi Sistemica (SSc), che altera la reattività vascolare comportando una sintomatologia che imita quella della malattia di Reynaud e, in questi casi, il RP può rappresentare un segnale importante per una diagnosi precoce di altra malattia (Belch et al., 2017; Herrick & Wigley, 2020). Sebbene la distinzione tra le due forme e la possibilità per un Raynaud primario di evolvere in secondario con il trascorrere del tempo complichino notevolmente il quadro presentato dal paziente, un processo diagnostico differenziale a s s o c i a t o a d u n c o s t a n t e monitoraggio risultano essere ingredient i fondamental i per un’adeguata presa in carico del paziente (Belch et al., 2017; Fábián et al., 2019; Herrick & Wigley, 2020). La distinzione tra Raynaud primario e s e c o n d a r i o s emb r a e s s e r importante anche per il benessere psicologico del paziente. In uno studio comparativo condotto da Fábián e collaboratori (2019), infatti, è stato osservato che, a seguito della somministrazione di strumenti self-report v o l t i ad indagare sintomatologia ansiosa (GAD-7) e depressiva (BDI), i pazienti affetti da Raynaud secondario tendevano a c o n s e g u i r e p i ù p u n t e g g i clinicamente significativi rispetto a pazienti con forma primaria, in linea con precedenti studi condotti su campioni di partecipanti affetti da p a t o l o g i e r e u m a t o l o g i c h e / autoimmuni. Nel medesimo studio gli Autori hanno indagato anche la qualità della vita dei pazienti mediante uno strumento specifico denominato Raynaud Specific Qual i t y of Li fe Quest ionnai re (RQLQ), una misura self-report volta ad indagare diverse dimensioni importanti nella vita di un paziente affetto da Raynaud, come il carico emotivo e le interazioni sociali. Fábián e collaboratori hanno osservato che i pazienti con Raynaud Secondario tendono a conseguire al RQLQ punteggi complessivamente più bassi rispetto ai pazienti con Raynaud Primario. In linea con Fabian e colleghi (2019), Paul e collaboratori (2019) hanno evidenziato come l’eventuale impatto psicosociale sulla vita dei pazienti affetti da Sclerosi Sistemica con Raynaud venga spesso sottostimato, nonostante questo quadro possa incidere sulla qualità di vita influenzando, ad esempio, il livello di soddisfazione sia per il proprio f u n z i o n a m e n t o q u o t i d i a n o , fortemente condizionato dalle condizioni climatiche, che per la propria immagine corporea,