Childfree: è effettivamente una libera scelta?

childfree

Il Childfree è diventato nella società moderna un modo di vivere la propria vita. Come si evince dalla stessa parola, il suo significato è tradotto come libera scelta di non avere figli. Molti giovani, attualmente, considerano il childfree un’opportunità per vivere una nuova modalità di famiglia. Nell’ottica tradizionale, infatti, la coppia, nel suo percorso di crescita, legato quindi al ciclo di vita della famiglia, ad un certo punto deve perpetuarsi con la nascita di un figlio. Oggigiorno, invece, si assiste ad una tendenza contraria: le coppie , quindi, scelgono volontariamente di non avere figli per varie ragioni. Alcune sono di natura personale, quali il non sentirsi in grado di assumere la responsabilità genitoriale o la riduzione della libertà personale per doversi occupare di un bambino. In altre occasioni, invece, le motivazioni che spingono le giovani coppie a non procreare sono di natura socio-economica. Alcuni giovani hanno un lavoro precario o da pendolare, con poco tempo a disposizione da dedicare alla famiglia. Altri invece, sono obbligati a trasferirsi lontano dal nucleo familiare d’origine che potrebbe supportare e aiutare nella gestione quotidiana di bambini. Oggigiorno, il childfree è ancora considerato una scelta egoistica da parte dei giovani, che antepongono, quindi, la loro libertà alla famiglia tradizionale. In effetti, qualora questa decisione incontra un partner consenziente, c’è comunque da fare i conti con il proprio contesto familiare e sociale. Altro forte attacco subito da coloro che optano una vita senza figli, è dettato dal pregiudizio e dalle aspettative deluse degli amici e parenti. Frasi del tipo ” Ma quando avremo un nipotino? ” oppure ” La famiglia non è completa senza un bambino” sono esempi tipici di quanto una scelta personale diventa oggetto di critica altrui. Di conseguenza, l’ironia è proprio nell’etimologia della parola: si chiama libertà, ma comunque è una scelta prigioniera delle opinioni invadenti altrui.

Lo scaffolding psicologico nella relazione sanitaria

Il termine scaffolding viene utilizzato in psicologia per indicare l’aiuto dato da una persona ad un’altra al fine di svolgere in modo ottimale un compito. Scaffolding deriva dall’inglese “scaffold” che tradotto letteralmente indica “impalcatura”, “ponteggio”. Venne utilizzato per la prima volta da Bruner il quale si era rifatto al socio-costruttivismo di Vygotskij. La prima funzione dello scaffolding è il “sostegno alla competenza”, in quanto attraverso esso si può adoperare un vero e proprio “supporto” al professionista. La seconda funzione è invece di tipo “consulenziale”, ovvero di consulenza rispetto ad altre professionalità, in special modo viene applicato alla relazione sanitaria. Scaffolding alla relazione sanitaria La relazione medico-paziente è una relazione “passiva” che si caratterizza di un rapporto “asimmetrico” che funziona sulla base di una asimmetria di competenze spesso confusa con una asimmetria di ruoli. Una delle fasi più delicate, nella quale sembra indispensabile l’intervento dello psicologo è la comunicazione della diagnosi. Ed è proprio in questo momento che si può intervenire attraverso lo “scaffolding”. Durante questa fase così difficile, compito dello psicologo è quello di attivare un “setting parallelo”. Adoperare un processo di “delega” alimenta l’asimmetria e permette al medico di mantenere un proprio “holding”.  La soggettività del paziente viene spesso, però, posta sullo sfondo. Il medico è quasi sempre “additato” di essere senza cuore e non si verificano dialoghi costruttivi, ragion per cui l’intervento dello psicologo che fa da “mediatore” può essere utile anche al fine di comunicare in maniera più serena e di provare a stabilire uno scenario parallelo entro il quale far comprendere al paziente che non è solo e contemporaneamente offrire le proprie competenze come supporto al medico che spesso sembra non essere in grado di legittimare le proprie emozioni. Breve excursus di una ricerca sul campo Da un lavoro svolto nell’ambito della pediatria sono state contate tutte le interazioni dialogiche tra le emozioni del paziente e le risposte del medico. Si cercava di capire in che modo il medico rispondesse alle emozioni del paziente. Dalle analisi statistiche è emerso un atteggiamento di “evitamento” da parte del medico abbastanza sostanziale. Il medico in linea di massima non “legittima” l’emozione del paziente per delle ragioni ben precise. Innanzitutto perché se il paziente mette in campo la paura, essa diventa un’emozione così forte da impedire a tutti i protocolli di andare avanti. Le possibilità di esplorare un’emozione sono abbastanza limitate in determinate fasi di trattamento, vi è implicata anche la variabile tempo, il medico non ha abbastanza tempo da dedicare al piano emotivo, poichè per lo più sente la necessità di “agire” e di “trovare una soluzione”. Questo può, però creare una difficoltà nell’espressione degli stati emotivi da parte del paziente che potrebbe sentirsi come una “matricola”. Dunque se da un lato viviamo questa prospettiva, dall’altra indaghiamo la finalità dell’intervento psicologico con gli operatori sanitari, le quali sono rivolte nella maggior parte dei casi a ridefinire strategie più congrue per relazionarsi con le famiglie, ad individuare elementi disturbanti e da ultimo ad attenzionare eventuali problematiche ricorrenti che possano meritare la progettazione di azioni di carattere preventivo o di contenimento rispetto al rischio elevatissimo di “bournout”. In conclusione Lo psicologo che lavora al fianco del medico si pone come obiettivo cardine del proprio operato quello di migliorare la qualità globale del processo di cura ed assistenza lavorando sulle “risonanze emotive” non solo dei malati, ma anche di operatori e famiglie. Bibliografia Freda, M.F. (2013, May). Lo Scaffolding Psicologico alla relazione sanitaria [Psychological Scaffolding tothe healthcare relationship]. Paper presented at the X Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–SocietàItaliana di Psicologia della Salute. Orvieto, IT. Freda, M.F., & Dicé, F. (2015). Metodi per lo Scaffolding Psicologico alla Relazione Sanitaria in Pediatria: ISetting di Ascolto Congiunto [Methods for Psychological Scaffolding for Healthcare Relationship inPediatrics: Joint Listening Setting]. In S. Di Nuovo (Ed.), Psicologia della Salute e Salute dellaPsicologia. Proceedings of the XI Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–Società Italiana di Psicologiadella Salute (p. 64). Acireale: Bonanno Edizioni. Freda, M.F., & Dicè, F. (2015). A methodological proposal of integration: The Psychological Scaffolding for the healthcare relationship. Rivista di Psicologia Clinica.

GLI INFLUENCER E IL LORO RUOLO OGGI

Gli influencer sono un fenomeno abbastanza recente, che però in qualche modo ha raggiunto la sua maturità.  Si possono distinguere due approcci. In un primo caso, possono essere coinvolti in test di prodotto o in eventi a titolo gratuito. In un secondo caso, invece, sono interpretati come veri e propri media di cui acquistare uno spazio o con cui instaurare una collaborazione remunerata. Questo approccio non si limita alla richiesta di foto/video brandizzati, ma si spinge alla co-creazione di prodotti in cui c’è una forma di collaborazione fra il brand e l’influencer (ad esempio le capsule collection o limited edition).  Tale collaborazione è tanto più efficace quanto più è genuina: è importante che ci sia coerenza tra i valori del brand e quelli dell’influencer. Se la collaborazione è di natura commerciale, l’influencer deve dichiararlo per legge anche con dicitura diversa (adv, ad, partnership, gifted by…). Esistono, però, alcuni che non dichiarano esplicitamente la natura commerciale (ad esempio perché rischiano di perdere credibilità, soprattutto quando si fanno tantissime collaborazioni). Nel mondo dell’influencer, c’è una precisa classificazione: Nano influencer: tutti siamo influencer di qualcuno Tra i 1000 e i 10.000 follower si inizia a parlare di micro-influencer: sono definiti anche influencer verticali e hanno una grande influenza sulla loro nicchia di riferimento. Sulle centinaia di migliaia di follower si parla di professional influencer: raggiungono molte persone, hanno una competenze/conoscenza su un tema specifico e sono anche conosciuti al di fuori della loro nicchia sopra il milione di follower si parla di vip-guru: hanno un’altissima reach, ma meno persone interagiscono attivamente con loro Questi ultimi diventano delle vere e proprie celebrities/testimonial con cui è difficile stabilire un rapporto paritario. Cominciano a diventare delle figure molto aspirazionali e lontane dalla quotidianità.  Per questo motivo, le aziende si affidano spesso ai micro, cioè persone che hanno un numero di follower più ristretto (circoscritto a diverse decine di migliaia), ma che hanno un rapporto con la community molto più stretto e alla pari. Essi consentono di raggiungere target molto più mirati e specifici, a differenza di quelli macro che attirano un pubblico più eterogeneo.  Se un’azienda identifica bene il target, può essere più interessante avviare collaborazione con 4 diversi micro-influencer rispetto a un unico grande.  In conclusione, per un’azienda è fondamentale conoscere questo fenomeno, soprattutto nella scelta di avviare determinati tipi di collaborazioni. Non conta solamente guardare la quantità di follower, ma anche l’engagement e il rapporto che l’influencer riesce a creare con la sua community. BIBLIOGRAFIA: Fennis, B. M., & Stroebe, W. (2015). The Psychology of Advertising. New York: Routledge

Lo sai che l’orientatore non è uno psicologo?

L’orientatore non è uno psicologo, ma un docente di ruolo che si dichiara disponibile a ad essere formato per poi ricoprire l’incarico. Dopo la formazione il Dirigente scolastico procede alla sua nomina. L’orientatore si ispira alle linee guida per l’orientamento, valorizza le potenzialità degli studenti dal punto di vista pedagogico-didattico e tiene conto dei punti di debolezza e dei punti di forza di ciascun studente.

La disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è una diagnosi sempre più diffusa in età prescolare. Che differenza c’è tra disabilità lieve-moderata-grave?è possibile intervenire per migliorare la condizione di vita del paziente e della propria famiglia? Per disabilità intellettiva si intende un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo. Tale condizione si manifesta in età evolutiva. Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70. Tale condizione si definisce in base al livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo. I disturbi del neurosviluppo possono comportare alterazioni in uno o più di uno dei seguenti aspetti: attenzione, memoria, percezione, linguaggio oppure relazioni sociali. In presenza di disabilità intellettiva, almeno due aree devono essere significativamente compromesse. Le cause riconosciute della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori genetici e fattori acquisiti. Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa. Una disabilità intellettiva grave si verifica in famiglie di tutte le fasce socioeconomiche e livelli di istruzione. Le disabilità intellettive meno gravi (richiedenti supporto limitato o intermittente) si manifestano il più delle volte tra le classi socioeconomiche più disagiate, in linea con le osservazioni che il QI è meglio correlato al grado di successo nella scuola e con il livello socioeconomico, piuttosto che con specifici fattori organici. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che fattori genetici hanno un ruolo anche nelle disabilità lievi. Le manifestazioni principali Le manifestazioni principali della disabilità intellettiva sono Acquisizione rallentata di nuove conoscenze e competenze Comportamento immaturo Limitate capacità di prendersi cura di se stessi Il trattamento della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva necessita spesso di un trattamento medico, perché è frequentemente associato ad alterazioni neurologiche e somatiche. La riabilitazione cognitiva, invece, favorisce il rafforzamento e in alcuni casi l’introduzione di quelle abilità che a causa dell’handicap non si sono sviluppate e consolidate spontaneamente. Gli obiettivi della riabilitazione della disabilità intellettiva sono lo sviluppo delle capacità attentive, del linguaggio, delle abilità visuo-spaziali e di percezione del significato del tempo e dello spazio, dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Un’attenzione particolare è data ad insegnare abilità che favoriscano l’autonomia e l’integrazione sociale del paziente, le abilità domestiche e di cura del luogo di vita, le abilità sociali e interpersonali, le capacità prelavorative e lavorative. Conclusioni La condizione di disabilità intellettiva sta prendendo sempre più piede. Una diagnosi precoce consente di ridurre i danni e garantire al bambino ed alle rispettive famiglie una qualità di vita migliore. Necessario in questi casi è anche il supporto psicologico, affiancato a quello medico, al fine di sostenere l’intero nucleo familiare.

Gestalt play therapy: il lavoro di terapia con i bambini

Sempre più spesso arrivano in terapia bambini che portano disagi di origine psicologica. La pediatria di base è diventata nel tempo più sensibile rispetto alla salute psicologica dei bambini, questo lo dico perché sempre più spesso ad inviare il bambino ad un consulto è proprio il pediatra di libera scelta.Nel tempo la professione e l’opera dello psicologo con gli adulti è stata sdoganata probabilmente anche dalla necessità di sostegno che le persone hanno potuto riconoscere di avere a causa del Covid-19 e dell’isolamento ad esso conseguente. Le conseguenze dell’isolamento sociale hanno richiesto una massiccia opera da parte degli psicologi.Trovo tuttavia ancora delle resistenze e delle perplessità quando si parla della psicoterapia per i bambini.Le perplessità dei genitori rispetto alla psicoterapia rivolta al bambino riguardano il fatto che il bambino non possa essere in grado di trarre benefici dalla psicoterapia perché piccolo o che essa sia semplicemente un momento di gioco fine a se stesso. I sintomi che il bambino porta con sé hanno un significato e quando esso viene ‘letto’ e svelato essi svaniscono. Il bambino che viene in terapia non parla o gioca semplicemente come farebbe in un contesto della sua vita. In terapia il bambino disegna, gioca o parla con le sue ‘paure’ con i suoi ‘mostri’ con i suoi ‘sintomi’ e questa conoscenza ‘accompagnata’ diventa la terapia stessa. Dietro la pratica clinica ci sono le teorie psicoevolutive e le ricerche scientifiche ben chiare e che fanno da guida nella mente del terapeuta. Il terapeuta che lavora con i bambini ha da imparare a volte molto dai suoi piccoli pazienti e deve essere disposto a ‘scendere’ dalle scarpe e abbassarsi fino al pavimento e a giocare. A diventare un po’ bambino con il bambino. In questo modo si stabilisce un ponte tra il corpo, le emozioni e la volontà, come per esempio nel caso dei bambini iperattivi quando lavorando con l’esperienza tattile ci si concentra nel ‘qui ed ora’ dell’esperienza e il bambino diventa più consapevole dell’esperienza interna, nominandola ed esplorandola. Nel mio approccio il sintomo non serve a ‘diagnosticare’ il disturbo, esso diventa un atto creativo per mezzo del quale il bambino sta affrontando un disagio. Il terapeuta diventa come un alchimista alle prese di pozioni ed incantesimi immerso nel mondo un po’ magico del bambino.

Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi.  Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina.  Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva.  Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia?  Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale.   Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.

L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.

La cronostesia e la percezione del tempo

cronostesia

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)

Il Training Autogeno: Una Via verso il Benessere Mentale e Fisico

Di Viviana Loffredo Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento e autosuggestione sviluppata dal medico tedesco Johannes Heinrich Schultz nel XX secolo. Questo metodo, basato sulla consapevolezza del corpo e della mente, ha dimostrato di avere numerosi benefici per la salute mentale e fisica. In questo articolo, esploreremo i principi fondamentali del Training Autogeno e come può contribuire al benessere complessivo di un individuo.I fondamenti del Training Autogeno:Il Training Autogeno si basa sull’idea che la mente abbia un potere significativo sull’equilibrio del corpo. Attraverso la pratica regolare, si insegna alle persone a raggiungere uno stato di rilassamento profondo e a influenzare consapevolmente i processi fisiologici del proprio organismo. Il metodo si concentra su sette formule standard, chiamate “formule di autosuggestione”, che vengono ripetute mentalmente per indurre uno stato di calma e tranquillità.Le sette formule di autosuggestione:Le formule di autosuggestione nel Training Autogeno includono affermazioni semplici come “Sono calmo e rilassato”, “Il mio respiro è calmo e regolare” e “Le mie braccia e le mie gambe sono pesanti e rilassate”. Queste frasi vengono ripetute mentalmente mentre ci si concentra su diverse parti del corpo, promuovendo la consapevolezza delle sensazioni fisiche e il rilassamento progressivo.Benefici del Training Autogeno:1. Riduzione dello stress: Il Training Autogeno aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, consentendo al corpo e alla mente di rilassarsi profondamente. Questo può portare a una maggiore resilienza nei confronti delle sfide quotidiane e a una migliore gestione delle emozioni.2. Miglioramento del sonno: La pratica regolare del Training Autogeno può favorire un sonno più riposante e di qualità, aiutando a ridurre l’insonnia e i disturbi del sonno.3. Sollievo dal dolore: L’autosuggestione nel Training Autogeno può contribuire a ridurre la percezione del dolore e a migliorare la gestione delle condizioni dolorose croniche.4. Miglioramento della concentrazione: Attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni, il Training Autogeno può favorire una maggiore concentrazione e chiarezza mentale.5. Promozione del benessere generale: Il Training Autogeno può avere un impatto positivo sul benessere generale, aiutando a promuovere una maggiore consapevolezza di sé, una migliore autoregolazione emotiva e una maggiore armonia tra corpo e mente.Come iniziare con il Training Autogeno:Per iniziare con il Training Autogeno, è consigliabile cercare la guida di un professionista esperto o partecipare a corsi specifici.Un insegnante qualificato può fornire le istruzioni necessarie per imparare le formule di autosuggestione e guidarti attraverso le diverse fasi del processo. Tuttavia, è possibile avvicinarsi anche al Training Autogeno attraverso risorse come libri, registrazioni audio o applicazioni mobili che offrono sessioni guidate.Ecco alcuni passi di base per iniziare con il Training Autogeno:1. Trova un luogo tranquillo: Scegli un ambiente tranquillo e silenzioso in cui puoi rilassarti senza distrazioni.2. Assumi una posizione comoda: Siediti o sdraiati in una posizione che ti consenta di sentirsi a proprio agio e rilassato. Puoi utilizzare cuscini o coperte per aumentare il comfort.3. Concentrati sulla respirazione: Inizia a prendere consapevolezza del tuo respiro, osservando l’inspirazione e l’espirazione in modo naturale. Respira profondamente e lentamente, permettendo al corpo di rilassarsi gradualmente.4. Ripeti le formule di autosuggestione: Inizia a ripetere mentalmente le formule di autosuggestione, concentrandoti su una formula alla volta. Ripeti ogni frase lentamente e con calma, immaginando le sensazioni descritte. Focalizzati sulla sensazione di rilassamento e tranquillità che desideri raggiungere.5. Visualizza il rilassamento progressivo: Mentre ripeti le formule di autosuggestione, immagina il rilassamento che si diffonde nel tuo corpo. Puoi immaginare una sensazione di calma che si espande dalle punte delle dita dei piedi fino alla cima della testa. Concentrati su ogni parte del corpo e immagina che diventi pesante e completamente rilassata.6. Ripeti regolarmente: Pratica il Training Autogeno regolarmente per ottenere i massimi benefici. Puoi dedicare alcuni minuti ogni giorno o programmare sessioni più lunghe a seconda delle tue esigenze e disponibilità.È importante ricordare che il Training Autogeno richiede pratica costante e pazienza. I benefici possono variare da persona a persona, quindi è essenziale essere aperti e adattarsi alle proprie esperienze individuali.Il Training Autogeno è un metodo efficace per raggiungere uno stato di rilassamento profondo, ridurre lo stress e migliorare il benessere generale. Attraverso le formule di autosuggestione e la consapevolezza del corpo, è possibile influenzare positivamente la propria mente e il proprio corpo. Con la pratica regolare, il Training Autogeno può diventare un prezioso strumento per gestire lo stress, migliorare il sonno e promuovere una maggiore consapevolezza di sé. Se sei interessato a esplorare questa tecnica, ricorda di consultare un professionista esperto o utilizzare risorse affidabili per guidarti lungo il percorso del Training Autogeno.