La formazione dell’identità e della differenziazione del Sé

L’identità e la personalità di un essere umano si costruiscono attraverso le esperienze e le relazioni che ogni persona vive nella sua vita, soprattutto nei primi anni. Sono fondamentali i rapporti significativi, cioè quelli che nascono da una relazione che si costruisce giorno dopo giorno su uno scambio affettivo costante e condiviso. È ampiamente risaputo che per la formazione dell’identità e del sé è necessario un rapporto primario solido ed empatico. Il caregiver il più delle volte è la madre del bambino e per tale motivo si è studiato a fondo negli anni il rapporto che quest’ultima ha con il figlio. La funzione di specchio che la madre svolge nei confronti del bambino fin dai primi istanti di vita, è fondamentale per la formazione del Sé (Winnicott). Dai primi istanti di vita si crea tra la madre ed il bambino un’area di adattamento reciproco: i ritmi materni esprimono una serie di segnali che la madre manda per dare un senso a ciò che dal figlio le arriva. Grazie a questo gioco di rimandi, torneranno al bambino gesti, sguardi e suoni, che genereranno in lui una struttura portante per la percezione di sé e per la formazione di un’immagine di sé. La continuità di questa struttura di base, in continuo sviluppo e adattamento, getterà la base per la continuità e stabilità del sé e degli oggetti che sono in torno a lui. Quanto più questa struttura si baserà sulla capacità di tollerare la frustrazione, più il bambino sentirà favorevolmente il senso della propria esistenza e del mondo che lo circonda. Quando, invece, queste condizioni favorevoli non si verificano, può svilupparsi un’incapacità a gestire le emozioni. Il vuoto d’origine può portare all’incapacità di provare sentimenti dolorosi di perdita poiché da bambini si è attraversato uno stato esistenziale di non esperienza. Questo vuoto d’origine riguarda deprivazioni basilari inflitte dalla madre al figlio che hanno colpito diversi piani: un mancato investimento libidico sul corpo del bambino con gravi ripercussioni sul confine e sul Sé corporeo; un’assenza d’investimento narcisistico, che crea una grossa lacuna sull’immagine di sé come oggetto amato e desiderato, un’impossibilità di tenere nella mente l’altro. Questi bambini che non hanno potuto usufruire di oggetti-sé costanti,sentono di vivere di rifiuti, sentono la mancanza del senso del proprio essere al mondo. (Kohut). Mancando della continuità del sé, il loro sentimento sarà principalmente d’impotenza e di povertà interna, perciò nella loro vita tenderanno a distruggere piuttosto che a costruire.

La fobia scolare: e se dipendesse dalla famiglia?

fobia scolare

L’ingresso del bambino nel mondo della scuola può generare lo sviluppo della fobia scolare. Il bambino manifesta comportamenti irrazionali, in cui la paura e l’ansia la fanno da padrone. La collaborazione tra la famiglia e l’ insegnante è alla base del buon inserimento del bambino nel suo gruppo classe. E’ necessario che la triangolazione genitore-bambino-insegnante crei un clima favorevole al dialogo e alla stima reciproca. D’ altro canto, non sempre l’ingresso nel mondo della scuola risulta essere sereno. I primi giorni di scuola, infatti, possono rappresentare per i genitori, e per le madri in particolare, un momento di esordio per i vissuti depressivi. Di conseguenza, un bambino sensibile, capace percepire il malessere del genitore, comincia a manifestare i primi rifiuti. Tale atteggiamento, sintomatico della fobia scolare, si caratterizza spesso con pianti e urla, o ancora vomito, diarrea e malessere generale. Gli eventi scatenanti il rifiuto di andare a scuola, possono essere molteplici: l’inizio dell’ anno scolastico, un lungo periodo di malattia, la nascita di un fratellino o ancora un rimprovero da parte dell’ insegnante. Esistono però situazioni in cui il rifiuto della scuola è dettato da problematiche in seno alla famiglia. Il caso emblematico è quello della famiglia con genitori conflittuali. Qui, il bambino particolarmente sensibile, mette in atto una forma di protezione nei confronti del genitori. Preferisce rimanere a casa in modo da evitare che i propri genitori, in sua assenza, scatenino un litigio con conseguente malessere protratto nella giornata. Particolare attenzione va posta anche alla situazione in cui il bambino rappresenta il fulcro affettivo dell’ intero nucleo familiare. Ciascun membro non riesce ad investire i propri bisogni affettivi sugli altri e limitano il contatto con il mondo esterno. Sono famiglie che si chiudono al proprio interno e la tutela dell’unità familiare è garantita solo dalla cura del bambino.

La fine del percorso psicologico dagli occhi dello psicologo

La fine di un percorso psicologico, vi siete mai chiesti com’è vissuto attraverso gli occhi dello psicologo? N. entra nella stanza radiosa, noto con piacere la cura riposta nella scelta dell’abbigliamento. <<Ora mi piace guardarmi allo specchio>>, disse con orgoglio qualche seduta precedente. Legge spedita gli homework assegnati per la settimana. Ricordo i primi esercizi letti con difficoltà, la vista offuscata dal timore di apparire incapace persino ad un semplice compito di lettura e comprensione del testo, di essere esposta al giudizio di una psicologa molto più giovane di età. Anche lo sguardo è vivo e presente, non si perde più nella parete dietro la mia poltrona e N. non mi chiede di ripetere ancora una volta ciò che sto dicendo.  <<L’ansia>>, mi dice, <<è ancora qui con me. Ma ora non ho paura. So di essere più forte di questa vecchia amica>>. Dopo aver ascoltato in silenzio gli homework e il racconto della settimana, accenno un sorriso sereno:<<sa che giorno è oggi?>> . N., un po’ preparata a questa notazione, risponde veloce :<< Sono sicura manchino almeno altri due incontri!>>. Sorrido accogliente, ma resto in attesa. N. resta un po’ in silenzio, lo sguardo timido, come prima di un saluto che teme di essere l’ultimo. <<… e adesso?>>. Io ed N. avevamo concordato l’obiettivo di raggiungere una maggiore “chiarezza”, come lei dice al primo incontro. La capacità di capire cosa stesse provando, pensando e agendo in determinati momenti. Di raggiungere inoltre quegli strumenti per fronteggiare i momenti di “crisi”, quando cioè l’ansia diventa molto forte ed N. non riesce a mettere a frutto quanto raggiunto nelle terapie precendenti. <<Io sono soddisfatta di ciò che abbiamo raggiunto insieme>>, le dico. <<Si, ma insieme…>>, incalza lei. <<Ciò che abbiamo fatto qui insieme mi sembra lei lo abbia reso sempre più parte di sè…ricorda com’era all’inizio?>>. Ripercorriamo le tappe del percorso e le risorse emerse. N., che ha portato più volte in seduta la sua paura di non riuscire a “camminare” sicura da sola, accetta la mia proposta di rivederci tra due settimane, per cominciare a vedere come va in autonomia. Mi ringrazia per la fiducia che sto mostrando in lei. Quando un percorso psicologico finisce, è il più delle volte una gran gioia. Osservo con fierezza L. riappropriarsi della propria autonomia. Ma quando un percorso finisce non chiudi la porta. Quella poltrona che N. ha definito talvolta scomoda e dura, è sempre pronta ad accogliere, a rispolverare quelle risorse che ogni tanto non riusciamo a vedere. <<Di ogni percorso fatto mi porto una frase. Da questa mi porto: “non importa quanto grande, ma nessuna difficoltà potrà mai essere più grande di me>>. Per N. l’ansia non è più così grande. Per me N. ora lo è di più. Quando finisce un percorso psicologico, dagli occhi dello psicologo.

La Figura dello Psicologo

Elisa Simeoni illustra la figura dello psicologo. Lo psicologo è una figura professionale iscritta all’albo degli psicologi, ciò significa che per essere considerato uno psicologo a tutti gli effetti è necessaria una laurea in psicologia quinquennale, un anno di tirocinio ed esame di Stato per poi iscriversi all’albo. Lo psicologo si occupa della diagnosi, della riabilitazione oltre che al supporto della persona, ciò significa che una persona che si trova in difficoltà in una particolare fase di vita può rivolgersi alla figura dello psicologo per ritrovare la sua serenità e il suo benessere a 360° Lo psicologo si avvale di alcuni strumenti conoscitivi, quindi tesi a conoscere la persona a livello di personalità, a livello di relazioni interpersonali e con tutta una serie di competenze lo aiuterà a trovare delle risposte, lo aiuterà a divenire più consapevole rispetto al suo funzionamento individuale e interpersonale. Quindi non si tratta solamente di risolvere un disagio, non si tratta di fornire consigli e sostituirsi alla persona, bensì accompagnarla in questo viaggio teso alla conoscenza di sé.

La Fiducia: Un Pilastro Essenziale per le Relazioni Umane e il Benessere Psicologico

La fiducia è uno degli elementi fondamentali che regola la vita sociale e personale degli individui. Essa rappresenta la base su cui si costruiscono relazioni sane, stabili e durature, sia in ambito familiare, amicale, che professionale. La fiducia implica una percezione di sicurezza e affidabilità nei confronti dell’altro, che consente di aprirsi emotivamente e condividere aspetti significativi di sé. Dal punto di vista psicologico, la fiducia non è solo un concetto sociale, ma è anche profondamente legata al benessere emotivo e mentale degli individui. Definizione di FiduciaLa fiducia è una forma di aspettativa positiva nei confronti delle azioni o delle intenzioni di un’altra persona. Essa coinvolge la convinzione che l’altro agirà in modo prevedibile e che non sfrutterà la nostra vulnerabilità. In psicologia, la fiducia è spesso vista come un costrutto multidimensionale che include aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali. A livello cognitivo, la fiducia richiede la valutazione razionale delle intenzioni dell’altro; a livello emotivo, richiede un’apertura e un senso di sicurezza; a livello comportamentale, la fiducia si esprime attraverso l’azione, come il delegare compiti o confidare segreti personali. La fiducia è una componente cruciale in tutte le fasi della vita, a partire dall’infanzia. Secondo Erik Erikson (1963), la prima fase dello sviluppo psicologico è basata sulla formazione della fiducia di base. Se un bambino riceve cure costanti e amorevoli, sviluppa la fiducia verso il mondo. Al contrario, la mancanza di queste cure può portare allo sviluppo di una sfiducia di base che si riflette in relazioni difficili in età adulta. La Fiducia nelle Relazioni Interpersonali La fiducia è alla base delle relazioni interpersonali. Senza di essa, le relazioni diventano fragili e instabili. Una delle forme più comuni di fiducia nelle relazioni è la fiducia interpersonale, che si basa sulla convinzione che l’altro si comporterà in modo coerente con i nostri valori e aspettative. Questa fiducia si costruisce nel tempo, attraverso esperienze ripetute di interazione positiva e affidabilità. Tuttavia, una volta violata, la fiducia può essere difficile da recuperare, poiché richiede non solo il perdono, ma anche un processo di ricostruzione delle aspettative. La psicologia sociale ha studiato a lungo il concetto di fiducia nelle relazioni di coppia. Secondo il modello di investimento di Caryl Rusbult (1980), la fiducia si sviluppa quando entrambi i partner percepiscono che i loro investimenti nella relazione sono valorizzati e che ci sono poche alternative esterne preferibili. La fiducia in questo contesto è vista come una forma di impegno relazionale, in cui entrambi i partner sentono che la relazione è un luogo sicuro in cui condividere emozioni, vulnerabilità e bisogni. Fiducia in Sé Stessi (Autostima e Autoefficacia) La fiducia non riguarda solo le relazioni interpersonali, ma anche la relazione che ciascun individuo ha con se stesso. Due concetti psicologici chiave legati alla fiducia in sé stessi sono l’autostima e l’autoefficacia. L’autostima è il giudizio complessivo che una persona ha del proprio valore; quando un individuo ha un’alta autostima, tende a fidarsi delle proprie capacità e a sentirsi sicuro nelle proprie decisioni. L’autoefficacia, introdotta da Albert Bandura (1977), si riferisce alla convinzione di essere in grado di gestire situazioni specifiche e di raggiungere gli obiettivi desiderati. Le persone con alta autoefficacia affrontano le sfide con più fiducia, perseverano di fronte alle difficoltà e sono più resilienti allo stress. Le Conseguenze Psicologiche della Mancanza di Fiducia La mancanza di fiducia può avere conseguenze psicologiche significative. Quando una persona non si fida degli altri, può sviluppare comportamenti difensivi, paura dell’intimità e difficoltà nel formare relazioni autentiche. Questa sfiducia può derivare da esperienze traumatiche, come il tradimento, l’abbandono o il rifiuto, che lasciano cicatrici emotive difficili da guarire. Una persona che è stata tradita può sviluppare una visione del mondo come pericoloso e inaffidabile, riducendo la sua capacità di aprirsi e creare legami significativi. Allo stesso modo, la mancanza di fiducia in sé stessi può portare a un ciclo di insicurezza e bassa autostima. Le persone che non si fidano delle proprie capacità possono evitare di affrontare nuove sfide per paura di fallire, limitando così il loro sviluppo personale e professionale. Inoltre, la sfiducia in sé stessi può contribuire allo sviluppo di disturbi psicologici come l’ansia e la depressione, poiché il continuo dubbio delle proprie capacità crea uno stato di stress emotivo costante. Il Ruolo della Fiducia nella Psicoterapia La fiducia gioca un ruolo fondamentale anche nella relazione terapeutica tra psicologo e paziente. La fiducia tra il paziente e il terapeuta è una componente essenziale per il successo della terapia. Carl Rogers, fondatore della terapia centrata sul cliente, ha sottolineato l’importanza della fiducia nel creare un ambiente terapeutico sicuro e non giudicante, in cui il paziente possa esplorare liberamente i propri sentimenti e pensieri. La fiducia consente al paziente di aprirsi, affrontare i propri problemi e lavorare verso il cambiamento. Una relazione terapeutica basata sulla fiducia permette al paziente di sentirsi compreso e supportato, elementi chiave per il processo di guarigione psicologica. Tuttavia, costruire questa fiducia può richiedere tempo, soprattutto per pazienti che hanno subito traumi o esperienze di tradimento, e la sua perdita, anche in un contesto terapeutico, può essere difficile da recuperare. Costruire e Ristabilire la Fiducia La fiducia è un elemento che può essere costruito e ricostruito nel tempo, anche dopo che è stata compromessa. Tuttavia, la ricostruzione della fiducia richiede impegno, comunicazione aperta e coerenza. In ambito psicologico, è importante riconoscere che la fiducia non è una dimensione fissa, ma un processo dinamico che si evolve attraverso esperienze continue di affidabilità e rispetto reciproco. Quando una persona o una relazione perde fiducia, è fondamentale intraprendere un percorso di riparazione che coinvolga il riconoscimento degli errori, il perdono e un costante impegno nel cambiare il comportamento. La fiducia, quindi, non è solo un sentimento astratto, ma un costrutto psicologico che permea ogni aspetto delle relazioni umane e dell’esperienza personale. Essa ha il potere di facilitare il benessere e la crescita, così come la sua mancanza può ostacolare lo sviluppo psicologico e sociale. Bibliografia Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review,

La fiducia e il bisogno di essere visti

La fiducia svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza e nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la vita. Tutti sanno quanto la fiducia sia importante nelle relazioni. Quanto sia indispensabile per aprirsi e incontrare l’altro in un rapporto autentico e intimo. Ma da cosa dipende la fiducia? In base a cosa scegliamo di fidarci di qualcuno? In base al tono della voce, perché ha uno sguardo accogliente, ci ascolta con attenzione. Sembra capirci. Secondo Fonagy, la fiducia si stabilisce quando ci sentiamo visti e compresi e possiamo quindi sperimentare una relazione protetta. Si tratta di un’esperienza fondamentale innanzitutto nell’infanzia, per la formazione del sé e lo sviluppo della personalità. La fiducia epistemica primaria Il bambino viene al mondo con il bisogno di essere accudito e riconosciuto. E, pertanto, con il bisogno di affidarsi alle figure genitoriali da cui dipende la sua sopravvivenza. Se i suoi processi regolativi ed emotivi sono adeguatamente accolti e sostenuti, potrà interiorizzare quella base sicura che lo accompagnerà per tutta la vita nel fare esperienza di sé, degli altri e del mondo. Questa forma primaria di fiducia, che Fonagy definisce fiducia epistemica, si costruisce grazie alla mentalizzazione. Ovvero, alla capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità, di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, di dare senso e attribuire intenzioni al comportamento. Il senso di sé si struttura dunque a partire dall’esperienza di essere nella mente dell’altro. Del sentire “tenuti insieme i propri vari aspetti”, usando le parole di Winnicott. Quando il bambino non è adeguatamente mentalizzato ma, al contrario, svalutato nelle sue caratteristiche e nei suoi bisogni, inizierà a diffidare dell’ambiente in cui vive. E, al posto della fiducia, svilupperà una sfiducia di base che comprometterà sia l’autoregolazione sia lo sviluppo della propria soggettività e della vita relazionale futura. La mancanza di fiducia sul piano dei pensieri Le alterazioni dei processi di mentalizzazione hanno ricadute sui vari livelli di funzionamento della persona con esiti anche gravi per la salute. La mancanza di fiducia comporta una difficoltà a comprendere e tollerare l’ambiguità delle relazioni umane. Induce a diffidare dell’altro e a credere che le sue intenzioni non siano quelle che dichiara. Si può instaurare un pensiero di tipo inside out (quanto sperimentato all’interno equivale all’esterno: “siccome lo sento, è così”) o quick fix (in cerca di rassicurazione immediata). Vi può essere un continuo oscillare tra i poli opposti della certezza e dell’incertezza, con la ipermentalizzazione (un eccesso di certezza rispetto a ciò che si pensa e a ciò che gli altri pensano) e l’ipomentalizzazione (la sensazione di non capire gli stati mentali altrui o il non esserne interessati). L’evitamento della realtà e la dipendenza I pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i comportamenti dell’altro sono interpretati sulla base di aspetti propri, mediante proiezioni volte a confermare l’idea di partenza (“non posso fidarmi”). L’altro non può essere visto. E la realtà viene evitata e vissuta come una riproposizione degli schemi del passato. Quando internamente non si è costruita una buona capacità di autoriconoscimento, la persona tende a conservare la posizione infantile dipendente e ad investire gli altri di una funzione genitoriale, deresponsabilizzandosi nelle sue capacità adulte. La mancanza di fiducia sul piano delle emozioni e del comportamento Talvolta, il vissuto di sospetto e diffidenza può estendersi fino a permeare l’intera esperienza. Può diventare un atteggiamento esistenziale e sfociare in pensieri e angosce di tipo persecutorio, con una rappresentazione del mondo come luogo ostile, umiliante e pericoloso. Sul piano comportamentale, possono manifestarsi esigenze di controllo o anche azioni impulsive, spesso distruttive e autolesive, come strategia difensiva e tentativo di trovare una rassicurazione interna. Oppure, vi può essere un ritiro nel vittimismo fino all’isolamento estremo. La fiducia in psicoterapia La fiducia è l’elemento centrale di ogni psicoterapia. Il noto “verdetto del dodo”, metafora utilizzata da Rosenzweig nel 1936, in riferimento al problema dei cosiddetti fattori comuni o aspecifici di tutte le psicoterapie, e che ha suscitato non poche polemiche, sostiene che tutte le terapie sono efficaci per tutti i disturbi. In “Alice nel paese delle meraviglie”, Dodo è un uccello che indice una corsa al cui termine dichiara: “Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio”. Sebbene si possa discutere sull’esistenza di effettive differenze in termini di efficacia tra i vari approcci e tipi di interventi possibili, la fiducia che si crea nella stanza di psicoterapia è senza dubbio il perno imprescindibile del cambiamento. Al di là delle teorie di riferimento, al di là degli strumenti e delle tecniche. La cura parte dal sentirsi visti ed accolti per come si è. Winnicott, infatti, sostiene che “si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti da un’altra persona”. Per fare esperienza di quell’essere “tenuti a mente” indispensabile per la formazione di un sé coeso. Lo sguardo, la voce, il corpo, il silenzio e le parole con cui il terapeuta accoglie e riconosce ogni propria parte, senza giudizio, sostengono l’esperienza di sé e il contatto con la realtà.

La felicità fa bene alla salute?

Una ricerca mette in luce connessioni sorprendenti. Un interessante articolo di Erman Misirlisoy fa riferimento a uno studio pubblicato nel 2020, che dimostra come la felicità di una persona appaia correlata a un prolungato mantenimento della memoria e a un declino cognitivo più lento nel tempo. Al di là di tutti i luoghi comuni, ovviamente sensati, su quanto possa essere d’aiuto per la salute fisica e mentale sentirsi felici, è molto difficile effettuare ricerche in questo campo. Lo studio citato si basa sull’analisi dei risultati di una lunga ricerca longitudinale, durata 18 anni, da metà anni ’90 a metà anni 2010, a cura di Emily Hittner e colleghi. I soggetti coinvolti avevano un’età compresa tra i 40 e i 60 anni: in tre diversi momenti temporali, a distanza di nove anni l’uno dall’altro, i partecipanti sono stati intervistati a proposito di come si erano sentiti emotivamente durante i 30 giorni precedenti. Veniva loro chiesto di riferire quante volte, durante quell’arco di tempo, si fossero sentiti di buon umore, allegri, motivati, entusiasti, calmi e sereni. Durante il secondo e il terzo incontro, cioè a 9 e 18 anni di distanza dalla prima rilevazione, i ricercatori hanno anche raccolto dati sulle prestazioni della memoria dei partecipanti. Il test consisteva in un messaggio telefonico in cui venivano elencate 15 parole non correlate: alle persone veniva poi chiesto di ricordarne il maggior numero possibile, entro 90 secondi. I dati raccolti hanno confermato due semplici assunti, per quanto riguarda i soggetti coinvolti: 1. che la memoria diminuisce con l’età e 2. che i sentimenti positivi (che possiamo grossolanamente raggruppare nel termine “felicità”) aumentano invece con l’età. In realtà, questo vale perché nel campione non erano rappresentate persone molto giovani. È infatti provato, dalle ricerche sulla felicità in diversi paesi del mondo, come esista una costante rilevabile: le persone hanno in genere un’elevata felicità nella fascia comprendente i giovani adulti; la curva di felicità scende nella fascia di età dei 40-50enni (intorno ai 30-40 si ha il picco dello stress), per poi risalire di nuovo oltre i 60 anni. Hittner e colleghi hanno rilevato che le persone che avevano riferito di sentirsi più felici, durante la misurazione a nove anni dall’inizio dello studio, hanno mostrato un minore declino della memoria alla fine dello studio  nove anni dopo, cioè a 18 anni dall’inizio della ricerca. In conclusione: una minore “felicità”, percepita e riferita dalle persone coinvolte, era costantemente collegata a una maggiore perdita di memoria nel tempo. I dati di questo lungo studio longitudinale suggeriscono che la felicità può proteggere dal declino della memoria fisiologicamente correlato all’età. Naturalmente, si tratta di uno studio che si basa puramente sull’osservazione nel tempo dei percorsi spontanei delle persone coinvolte. Per capire davvero se la felicità sia in grado di causare cambiamenti, nella salute psicologica e fisica, sarebbe necessario manipolare i livelli di felicità dei partecipanti e misurare i risultati sulla salute; operazione che ha ovvie implicazioni di complessità progettuale e di proponibilità etica. Ma è proprio questo che un altro studio del 2020 ha cercato di fare. Sono stati coinvolti 155 adulti; metà delle persone partecipanti sono state casualmente assegnate a ricevere un “trattamento di felicità”. Di cosa si trattava? Di beneficiare di un programma di 12 settimane di attività, progettate appositamente per aumentare la felicità. Ogni settimana, durante la durata del trattamento, i ricercatori chiedevano ai soggetti di valutare la propria salute fisica, gli stati d’animo generali e la propria soddisfazione esistenziale. Le persone che avevano ricevuto il trattamento hanno riferito di aver sperimentato un numero superiore di emozioni positive e un numero minore di emozioni negative durante il percorso, oltre a dichiarare, in termini generali, una maggiore soddisfazione per la vita. Al contrario, il gruppo di controllo che non ha ricevuto alcun trattamento non ha mostrato segni di progresso. Ma il trattamento per la felicità ha anche contribuito a migliorare la salute fisica? Alla fine del percorso, i partecipanti al trattamento avevano circa il 20% di probabilità in più, rispetto al gruppo di controllo, di avere una giornata in cui “si sentivano sani e pieni di energia”. Avevano anche un tasso di incidenza di circa il 30% in meno di riferire un giorno di malattia. I ricercatori non sono però riusciti a trovare marcatori biologici affidabili alla base dei miglioramenti di salute auto-riferiti dalle persone (venivano misurati solo la pressione sanguigna e l’indice di massa corporea), il che conferma la complessità di una ricerca in questo campo, anche perché nello studio citato si utilizzava solo un gruppo di controllo passivo. Per uno studio più completo, come suggerisce Misirlisoy, occorrerebbe confrontare l’intervento sulla felicità con un intervento (difficile da progettare) che abbia funzione di placebo, per constatare se i risultati sono confermati anche nel caso in cui i partecipanti di entrambi i gruppi si aspettino di ottenere un beneficio. In conclusione: se è ragionevole rimanere cauti nell’interpretare l’influenza della felicità sulla salute fisica delle persone, ci sono motivi per credere che il buon umore e la serenità siano essenziali per sostenere una biologia più sana e che i dati di studi e ricerche future, auspicabilmente ancora più rigorosi, grazie a metodi innovativi, possano confortare il buon senso comune: che sorridere di più, sentirsi a proprio agio e approfittare di ogni piccola risorsa di gioia faccia davvero bene a tutti noi.

La famiglia invischiata nel disturbo schizofrenico: quando i confini emotivi diventano fragili

Parlare di schizofrenia significa entrare in un territorio complesso, delicato, spesso ancora circondato da paura e pregiudizio. Per molti anni, la sofferenza psicotica è stata letta quasi esclusivamente attraverso una lente individuale: il sintomo apparteneva alla persona e tutto sembrava concentrarsi sul suo funzionamento mentale. Col tempo, però, la clinica sistemico-relazionale ha mostrato quanto sia impossibile comprendere pienamente il disagio psichico senza considerare anche il contesto relazionale in cui esso prende forma. Tra le dinamiche familiari maggiormente approfondite vi è quella della famiglia invischiata. Un termine che può sembrare duro, ma che descrive semplicemente una modalità relazionale in cui i confini emotivi tra i membri risultano molto permeabili, poco definiti, talvolta confusi. Non si tratta di famiglie “sbagliate” o patologiche. Anzi, frequentemente sono famiglie molto presenti, protettive, unite. Tuttavia, quando la connessione diventa eccessiva, il rischio è che venga limitato lo spazio necessario alla differenziazione personale. Nel percorso evolutivo di ogni individuo esiste infatti un bisogno fondamentale: quello di separarsi psicologicamente dalle figure di riferimento per costruire un’identità autonoma. Crescere significa poter dire “io” senza sentire di tradire il “noi”. Ma nelle famiglie fortemente invischiate questo processo può diventare estremamente faticoso. Cosa accade in famiglia? L’autonomia può essere vissuta inconsciamente come una perdita, un allontanamento doloroso, quasi una minaccia alla stabilità familiare. Talvolta il giovane percepisce di non poter deludere le aspettative implicite della famiglia, oppure sente di dover rimanere emotivamente disponibile per mantenere l’equilibrio del sistema. In alcune situazioni legate al disturbo schizofrenico, queste dinamiche possono amplificare il disagio psicologico già presente. Non perché la famiglia “causi” la schizofrenia — idea oggi ampiamente superata — ma perché il clima relazionale può influenzare il modo in cui la sofferenza viene espressa, contenuta o aggravata. Quando una famiglia arriva in terapia dopo l’esordio psicotico di un figlio, porta spesso con sé un enorme carico di dolore, impotenza e senso di colpa. Accusare o cercare un responsabile non aiuta il processo di cura. Molto più utile è comprendere insieme quali modalità comunicative, emotive e relazionali possano essere trasformate per creare un ambiente più contenitivo e meno confusivo. Nelle famiglie invischiate capita frequentemente che i confini tra protezione e controllo diventino sottili. L’ansia per il benessere del familiare fragile può portare a monitorare continuamente emozioni, comportamenti, scelte quotidiane. Ma quando ogni spazio viene riempito dalla preoccupazione, la persona rischia di sentirsi soffocata, incapace di sperimentarsi autonomamente. Anche la comunicazione può assumere caratteristiche particolari: messaggi ambivalenti, emozioni intense ma poco esplicitate, difficoltà ad affrontare il conflitto apertamente. A volte si percepisce una forte tensione emotiva che però non trova parole chiare per essere raccontata. Il “compito” della psicoterapia Il lavoro terapeutico con queste famiglie non consiste nel separare rigidamente le persone o nel promuovere distanze emotive. Al contrario, l’obiettivo è aiutare ciascun membro a costruire confini più chiari, mantenendo il legame affettivo ma favorendo anche l’autonomia personale. Significa imparare a stare vicini senza invadere. Proteggere senza sostituirsi. Ascoltare senza controllare. Riconoscere che l’amore non coincide necessariamente con la fusione. Spesso, dietro l’invischiamento, si nasconde una grande paura della perdita. Perdere il legame, perdere il controllo, perdere l’altro. Eppure è proprio quando i rapporti diventano più flessibili e differenziati che le relazioni possono trasformarsi in luoghi più sicuri, respirabili e accoglienti.