La disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è una diagnosi sempre più diffusa in età prescolare. Che differenza c’è tra disabilità lieve-moderata-grave?è possibile intervenire per migliorare la condizione di vita del paziente e della propria famiglia? Per disabilità intellettiva si intende un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo. Tale condizione si manifesta in età evolutiva. Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70. Tale condizione si definisce in base al livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo. I disturbi del neurosviluppo possono comportare alterazioni in uno o più di uno dei seguenti aspetti: attenzione, memoria, percezione, linguaggio oppure relazioni sociali. In presenza di disabilità intellettiva, almeno due aree devono essere significativamente compromesse. Le cause riconosciute della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori genetici e fattori acquisiti. Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa. Una disabilità intellettiva grave si verifica in famiglie di tutte le fasce socioeconomiche e livelli di istruzione. Le disabilità intellettive meno gravi (richiedenti supporto limitato o intermittente) si manifestano il più delle volte tra le classi socioeconomiche più disagiate, in linea con le osservazioni che il QI è meglio correlato al grado di successo nella scuola e con il livello socioeconomico, piuttosto che con specifici fattori organici. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che fattori genetici hanno un ruolo anche nelle disabilità lievi. Le manifestazioni principali Le manifestazioni principali della disabilità intellettiva sono Acquisizione rallentata di nuove conoscenze e competenze Comportamento immaturo Limitate capacità di prendersi cura di se stessi Il trattamento della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva necessita spesso di un trattamento medico, perché è frequentemente associato ad alterazioni neurologiche e somatiche. La riabilitazione cognitiva, invece, favorisce il rafforzamento e in alcuni casi l’introduzione di quelle abilità che a causa dell’handicap non si sono sviluppate e consolidate spontaneamente. Gli obiettivi della riabilitazione della disabilità intellettiva sono lo sviluppo delle capacità attentive, del linguaggio, delle abilità visuo-spaziali e di percezione del significato del tempo e dello spazio, dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Un’attenzione particolare è data ad insegnare abilità che favoriscano l’autonomia e l’integrazione sociale del paziente, le abilità domestiche e di cura del luogo di vita, le abilità sociali e interpersonali, le capacità prelavorative e lavorative. Conclusioni La condizione di disabilità intellettiva sta prendendo sempre più piede. Una diagnosi precoce consente di ridurre i danni e garantire al bambino ed alle rispettive famiglie una qualità di vita migliore. Necessario in questi casi è anche il supporto psicologico, affiancato a quello medico, al fine di sostenere l’intero nucleo familiare.
La Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva (Love Addiction) viene considerata come facente parte delle Nuove Dipendenze (New Addiction), ossia le dipendenze comportamentali, dipendenze in cui, al posto di una sostanza, vi è dipendenza da un comportamento. Le Nuove Dipendenze sono entrate a far parte della classificazione ufficiale DSM per la prima volta con la pubblicazione DSM 5, nella categoria dei “Disturbi Correlati A Sostanze”. E’ caratterizzata da un legame doloroso in cui è alterato l’equilibrio tra il dare e il ricevere. La dipendente affettiva dedica completamente il proprio corpo e la propria mente all’altro. Si riscontrano dei forti sintomi di malessere quando il partner non c’è o, peggio ancora, quando interrompe la relazione. Ci si sente vuote, si cerca di tenere la vicinanza con l’altro, si provano vissuti di ansia, depressione e malessere fisico. Il partner si trasforma in una sorta di droga a cui si deve attingere per riempire un vuoto profondo e stare bene. Non si riesce a beneficiare dell’amore nella sua profondità e intimità, ma si cerca un piacere immediato, l’alleviamento di una tensione o il superamento di un’insicurezza. Ottenuto l’appagamento, questo è così tranquillizzante e soddisfacente che si ha voglia di rivivere e reinnescare la vicinanza con il partner.Non ci si rende conto della sofferenza e dannosità del legame, si è disposti a tutto pur di stare con l’altro. La dipendente affettiva non è in grado di uscire dal rapporto con il partner, anche se ammette che la relazione è senza speranza, insoddisfacente e autodistruttiva. Sviluppa anche sintomi come ansia generalizzata, depressione, inappetenza, insonnia, malinconia, idee ossessive. La psicoterapia per la dipendenza affettiva è un percorso che può risultare lungo e faticoso, ma sicuramente consente di rafforzare e migliorare la qualità della vita individuale e relazionale. Riconoscere le dinamiche tipiche è il primo passo per riacquistare la propria serenità!
La dimensione amorosa tra intimità e spiritualità

Vivendo nell’epoca della incertezza, della precarietà alla vita come sta evidenziando la pandemia da covid-19, sembra che anche le relazioni più intime; tra fidanzati, tra coniugi, tra genitore e figli, tra amici non assicurino più quella stabilità, sicurezza e protezione insita nell’essenza della sana intimità. Ognuno ne ha fatto esperienza a partire da quelle relazioni primarie con le figure significative (genitori, e/o caregiver). Ognuno ha sperimentato e vissuto come un’impronta (“imprinting”) indelebile l’esperienza intima che assicura uno stato di benessere, sicurezza e protezione. L’uomo di oggi si sente troppo vulnerabile e sulla difensiva per lasciarsi andare all’intimità attivando al contempo quei giochi di relazione, quelle recite dell’intimità che portano al fallimento e nei casi gravi a violenza tra partner. Con una nuova consapevolezza di sé che consente di accettare le proprie fragilità, che consente di mettersi a nudo davanti all’altro senz’altro aiuta a ri-scoprire una intimità più autentica e vera. Quella intimità capace di confermare e confermarsi come amore per poter realizzare quanto suggerito dall’antropologia cristiana: «Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questo» (Mc 12,29-31).
La Diagnosi di Dislessia Evolutiva: le strategie per riconoscerla ed affrontarla

di Veronica Lombardi Secondo il DSM-5 manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, la dislessia è un disturbo della lettura che si manifesta in individui in età evolutiva privi di deficit neurologici, cognitivi, sensoriali e relazionali e che hanno usufruito di norma le opportunità educative e scolastiche. Più precisamente la dislessia è la difficoltà del controllo del codice scritto, difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. I bambini dislessici mostrano un inefficace automatizzazione del processo di lettura, abilità che dovrebbe essere strutturata dalla elementare, età in cui il bambino dovrebbe cominciare a velocizzare la scrittura e nella lettura accedere direttamente al significato (R. Militerni, Neuropsichiatria Infantile, Idelson – Gnocchi, 2006). L’attenzione è del tipo focale, il bambino cioè, si concentra specificatamente sulla decodifica del testo stancandosi rapidamente commettendo errori, rimanendo indietro e di conseguenza avendo difficoltà di acquisizione. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi della scrittura nel calcolo e talvolta anche in altre attività mentali, queste tre abilità. Infatti, lettura, scrittura e calcolo, presentano delle basi comuni. La dislessia non è causata da mancanza di intelligenza ne dà problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici anzi, i bambini dislessici sono intelligenti e creativi, il loro rendimento scolastico è però generalmente carente, portando gli insegnanti a credere che il bambino abbia difficoltà intellettive, in realtà, il problema nasce dal fatto che il bambino dislessico durante la lettura presenta una scarsa attivazione dei meccanismi cerebrali deputati a tale compito, alla quale, di contro, corrisponde un eccessiva attivazione di aree cerebrali deputate ad altre attività. È stato inoltre dimostrato che alcune competenze, come ad esempio quelle linguistiche, metalinguistiche, visuo-spaziali siano compromesse (M. Pratelli, Le difficoltà di apprendimento e la dislessia. Diagnosi, prevenzione, terapia e consulenza alla famiglia, Edizioni Junior (BG), 2004). Le strategie per aiutare un bambino dislessico Le ricerche più recenti sull’argomento confermano l’ipotesi di un’origine costituzionale della dislessia evolutiva; ci sarebbe cioè una base genetica e biologica che origina la predisposizione al disturbo (Giacomo Stella, La Dislessia – Quando un bambino non riesce a leggere: cosa fare, come aiutarlo, Bologna, Il Mulino, 2004). Nella dislessia evolutiva ciò che viene a mancare è la correttezza e la rapidità con cui si legge, la comprensione del testo è variabile ma generalmente buona o sufficiente riguardo alla correttezza di lettura. Ecco alcuni degli errori tipici del bambino dislessico: 1. Errori di tipo visivo scambio di lettere che hanno tratti simili o speculari (e con a, r con e, m con n, b con d); 2. Errori di tipo fonologico: scambio di lettere che hanno la stessa radice f con b; c con g. I disturbi di scrittura associati alla dislessia evolutiva sono detti disortografie, cioè difficoltà nel realizzare i processi di correzione automatica del testo. Ecco alcuni degli errori tipici: 1. Errori fonologici: scambi di lettere che hanno tratti di siti simili o speculari (e con a, r con e, m con n, b con d, p con q; omissioni o aggiunte di lettere o sillabe; inversioni inesattezze grafiche. 2. Errori non fonologici: separazioni illegali o fusioni illegali, scambio grafema omofono per omissione o aggiunta di h. Oltre a ciò generalmente, il bambino con dislessia evolutiva non riesce imparare le tabelline e al cune informazioni in sequenza, come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno, può far confusione per quanto riguarda i rapporti spaziali e temporali, per esempio destra-sinistra, ieri/domani, prima/dopo e può avere difficoltà a esprimere verbalmente ciò che pensa e in alcuni casi sono presenti difficoltà in alcune abilità motorie, nella capacità di attenzione e concentrazione. Frequentemente il bambino dislessico ha difficoltà a copiare dalla lavagna e a prendere nota delle istruzioni impartite oralmente. Appare evidente come il bambino dislessico possa perdere la fiducia in se stesso con conseguenti alterazioni del comportamento. Spesso sono propri i bambini dislessici non diagnosticati ad accusare come primi sintomi ansia da prestazione, stati depressivi che sviluppano scarsa autostima. Riguardo allo stile di apprendimento, è stato rilevato che nei bambini dislessici l’acquisizione delle abilità connesse alle prime fasi dello sviluppo parlare o camminare è stato più lento rispetto alla media, il bambino dislessico apprende rapidamente attraverso l’osservazione e soprattutto grazie a supporti visivi. La diagnosi della dislessia evolutiva deve basarsi tanto su indagini neuropsicologiche che fisiologiche importante, innanzitutto, escludere con mezzi, oggettivi, deficit sensoriali della vista dell’udito neurologici, cognitivi ed emotivo relazionali. Il disturbo deve essere analizzato nelle sue diverse componenti per capire le aree di difficoltà del bambino e soprattutto le strategie che utilizza durante la lettura. Egli, infatti, durante il corso della scuola primaria metterà in atto alcune strategie di compensazione tenendo cioè a compensare con altre abilità le sue carenze. È essenziale che la diagnosi sia il risultato di un lavoro multidisciplinare tra neuropsichiatra logopedista psicologo psicopedagogista la diagnosi deve riguardare infatti le capacità cognitive del bambino le abilità prassiche e spaziali la memoria il linguaggio e l’apprendimento in senso stretto (C. Cornoldi, Le difficoltà di apprendimento a scuola, Bologna, Il Mulino, 1999). Partendo dal presupposto che i dislessici hanno un diverso modo di imparare Ma che possono imparare, diamo qui di seguito alcuni consigli per gli adulti che nei diversi ruoli, si trovano ad avere a che fare con un bambino dislessico. Quello che possono fare i genitori: 1. Informarsi sul problema anche attraverso l’applicazione della legislazione, per esempio, è bene sapere che la legge permette di prendere permessi di lavoro per seguire i figli dislessici (articolo 6 legge 170). 2. Cercare un’appropriata valutazione diagnostica. 3. Instaurare con gli insegnanti un rapporto di fiducia e verificare come il bambino affronta le difficolta in classe. 4. Aiutare il bambino nelle attività scolastiche, per esempio, leggergli ad alta voce sostituire la lettura con altri strumenti per esempio registrazioni DVD computer. Quello che possono fare gli insegnanti: 1. accogliere realmente la diversità studiarla comunicare e serenamente con il bambino e dimostrargli comprensione come prevede la norma giuridica; 2. Parlare alla classe non
La depressione infantile

È importante cogliere i sintomi, come l’oscillazione dell’umore, la perdita di autostima e un rallentamento psico-motorio e intervenire per evitare che la situazione si aggravi. Scopriamo insieme cause, sintomi e interventi possibili. A che età si può parlare di depressione infantile? Le diagnosi solitamente avvengono in età prescolare, quindi tra i 3 e i 5 anni. Talvolta si riscontrano episodi anche prima dei 3 anni. Quando siamo di fronte a cure materne poco adeguate, il neonato può sviluppare una forma di depressione definita “anaclitica“, in cui il piccolo, dopo aver pianto invano, tende a diventare indifferente, isolato, anaffettivo e privo di curiosità rispetto al mondo circostante. Quali sono i sintomi della depressione infantile? La depressione infantile è un disturbo dell’umore che può essere di lieve o grave entità, a seconda della compresenza, persistenza e intensità di alcuni sintomi. Nel DSM–5, i criteri per bambini e adolescenti specificano che deve essere presente un umore depresso o irritabile per almeno un anno. Durante tale periodo i minori devono anche presentare due o più tra sintomi quali ad esempio scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia o astenia; bassa autostima. In alcuni bambini con un disturbo depressivo maggiore, lo stato d’animo predominante è l’irritabilità piuttosto che la tristezza. L’irritabilità associata alla depressione infantile può manifestarsi come iperattività e comportamenti aggressivi, antisociali. A livello fisico si osserva spesso un rallentamento psico-motorio, perdita di energie, facile affaticabilità, insonnia o ipersonnia diurna. Spesso si osserva difficoltà di concentrazione e prestazioni scolastiche ridotte oltre che una distorsione nella valutazione di sé e nell’interpretazione degli eventi esterni, che assumono una colorazione di tipo negativo. Nei casi più gravi sono presenti sensi di colpa. Il bambino si sente responsabile di accadimenti negativi esterni. Le cause La cause possono essere molteplici, ma, nella maggior parte dei casi, le depressioni infantili vengono definite di tipo “reattivo” ossia come una reazione difensiva rispetto al contesto familiare e/o ambientale o, in alcuni casi, a eventi traumatici. Anche una separazione precoce dalla figura materna, induce reazioni di protesta e disperazione, a cui segue rassegnazione o distacco, con rinuncia alla relazione e successivo isolamento, senso di colpa e frustrazione. L’angoscia di separazione si trasforma in un vero e proprio stato depressivo se i bisogni primari di accudimento e di gratificazione del bambino non vengono assolti e ascoltati dalla figura genitoriale di riferimento. I possibili interventi In primo luogo è importante Ascoltare e comunicare con il proprio figlio. Molto spesso i bambini mascherano i loro sentimenti per vergogna o timore. In questo caso bisognerebbe invogliarli a parlare cercando di comprendere quale difficoltà avvertono e soprattutto dando importanza e ponendo attenzione ai loro vissuti (non svalutandoli). Favorire la costanza delle abitudini in modo tale da recuperare l’attenzione per i compiti e l’affettività che i genitori con semplici gesti quali l’abbraccio, coccole e i riconoscimenti possono stimolare. Nella diagnosi specifica interviene dapprima il pediatra, che accerta l’assenza di malattie organiche a cui può seguire anche una condizione depressiva, e poi dallo psicologo. Sarebbe indicato un percorso psicoterapeutico rivolto sia al bambino, attraverso l’aiuto di giochi specifici, sia alla famiglia. Ciò aiuterebbe il piccolo a recuperare le sue competenze emotive e ristabilirsi sul piano della relazione lavorando sugli aspetti legati alla perdita.
LA CULTURA INFLUENZA LE PERCEZIONI?

La cultura in cui siamo cresciuti influenza le nostre percezioni sul mondo. In particolare, la nostra vista non è solo un processo fisico di recepimento della luce, ma anche un’interpretazione influenzata dalla cultura in cui siamo immersi. Due esempi ci aiutano a comprendere cometa cultura influenza le nostre percezioni: il disegno del diapason del diavolo e la percezione di un cacciatore. Il diapason del diavolo ha tre prolungamenti… o ne ha due? Difficilmente riusciremmo a riprodurre fedelmente il disegno su un foglio bianco, a meno che non facessimo parte di una tribù africana che ha avuto pochissimi contatti la cultura occidentale. Per loro il compito è semplice! Una spiegazione sembra essere che gli occidentali automaticamente interpretano l’immagine come qualcosa che non può esistere in tre dimensioni e dunque sono bloccati nel riprodurla. I membri di una tribù africana non fanno automaticamente la supposizione che la figura sia “impossibile” e dunque la guardano secondo due dimensioni. Questo permette loro di copiarla perfettamente. Vediamo ora questo altro esempio. Il cacciatore sta mirando all’antilope o all’elefante? Un occidentale direbbe che il cacciatore sta mirando all’antilope perché è in primo piano, mentre l’elefante si trova in lontananza sotto un albero sullo sfondo. Un africano di una tribù isolata direbbe il contrario, cioè che il cacciatore sta mirando all’elefante. Gli occidentali usano la differenza di dimensioni tra i due animali come un indizio della loro distanza. Al contrario, i membri delle tribù africane non sono abituati a indicazioni di profondità e quindi pensano che la preda sia l’elefante. Le interpretazioni erronee create dalle illusioni ottiche sono il risultato di errori dovuti sia all’elaborazione visiva sia nel modo in cui il cervello interpreta le informazioni che riceve. Il nostro bagaglio di conoscenze, le nostre visioni e aspettative rispetto al mondo che ci circonda sono enormemente connessi al modo in cui lo percepiamo e interpretiamo. In conclusione, la cultura influisce il nostro modo di percepire gli stimoli esterni. Ogni persona percepisce e interpreta l’ambiente in modo diverso e unico e questo ci permette di dare il nostro contributo al mondo circostante. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill
LA CULTURA DEL FEEDBACK NELLE AZIENDE

In molte aziende il feedback è ancora vissuto come un momento formale, spesso legato a valutazioni annuali o a frasi di circostanza. Eppure, il feedback è molto più di uno strumento di controllo: è un motore di crescita, motivazione e benessere psicologico. Perché funzioni davvero, però, deve diventare parte integrante della cultura organizzativa, non un rituale imposto dall’alto. Per anni si è parlato di dare feedback secondo la tecnica del sandwich: una nota positiva, la critica, e infine un’altra nota positiva così da rendere più digeribile l’osservazione negativa. Tuttavia, i risultati reali spesso sono opposti: il messaggio centrale (la parte critica) rischia di perdersi la persona percepisce artificiosità e poca autenticità la fiducia nella relazione si riduce. Dal punto di vista psicologico, ciò che conta non è la formula, ma il contesto di fiducia. Un buon feedback: è specifico: descrive un comportamento, non la persona; è tempestivo: arriva vicino al momento dell’azione; è bidirezionale: apre spazio al confronto e all’ascolto, non si limita a “correggere”; è orientato al futuro: non punisce, ma indica possibilità di crescita. Il feedback non è quindi una freccia a senso unico, ma una conversazione che valorizza la relazione. Parlare di feedback mette in ansia molte persone. Non è raro che venga percepito come sinonimo di “critica” o, peggio, di “giudizio”. Se in azienda il feedback arriva solo una volta l’anno, magari durante la valutazione delle performance, è facile che venga visto come un momento teso e spiacevole. Spesso chi lo riceve si mette sulla difensiva e chi lo dà si sente a disagio, temendo di ferire l’altro. Il problema è che in molte organizzazioni manca una vera cultura del confronto aperto: i manager non sempre sono formati alla comunicazione assertiva, i team non si sentono al sicuro nel condividere opinioni, e così il feedback diventa un evento eccezionale, carico di aspettative e timori. In queste condizioni, persino un apprezzamento sincero può sembrare poco autentico o manipolatorio. Per passare dal rito alla cultura del feedback servono alcune pratiche: Formare i leader a dare e ricevere feedback con autenticità e competenza relazionale. Normalizzare la pratica: non solo nei momenti critici, ma anche in piccole interazioni quotidiane. Creare sicurezza psicologica: le persone devono sapere che esprimersi non porta conseguenze punitive. Incentivare il feedback tra pari, non solo top-down: il riconoscimento tra colleghi rafforza la collaborazione. Il feedback non è un obbligo di calendario, né un “sandwich” da servire con delicatezza. È una conversazione autentica che, se coltivata con coerenza, rafforza fiducia, performance e benessere. Le organizzazioni che sanno trasformarlo in parte della propria cultura costruiscono non solo team più efficaci, ma anche persone più motivate e resilienti.
La cronostesia e la percezione del tempo

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)
La crisi nel ciclo vitale della famiglia

Il termine crisi deriva dal greco e significa separazione, scelta, valutazione; essa rappresenta un momento di riflessione sulla condizione attuale per poi effettuare un cambiamento. Gli sviluppi politici ed economici degli ultimi cinquant’anni hanno rafforzato purtroppo la connotazione negativa e nefasta del termine: in questo modo si è consolidata in noi l’idea che l’arrivo di una crisi comporti un peggioramento della situazione. Nello specifico, l’arrivo di una crisi rompe l’equilibrio raggiunto e spinge verso una ristrutturazione della situazione fino al raggiungimento di una nuova stabilità. La stessa famiglia, che è un sistema dinamico in continua trasformazione, subisce e affronta spesso momenti di crisi, durante il suo percorso. Da tali crisi, infatti, sono emerse anche nuove tipologie di famiglia, basate su legami affettivi in aggiunta a quella tradizionale (qui). A tal proposito, gli psicologi sostengono l’esistenza di un ciclo vitale della famiglia. Esso parte dalla sua formazione e attraversa degli stadi evolutivi, ognuno dei quali ha un vero e proprio evento cruciale. Gli studi psicologici sulla famiglia hanno così suddiviso il ciclo di vita familiare in 6 stadi, che implicano un evento cruciale e specifici compiti di sviluppo personali. Si studia, quindi, lo sviluppo della famiglia, osservando la sua evoluzione nel tempo, e col progredire dell’età dei membri. Di conseguenza, gli stadi prevedono la classificazione della famiglia in: Formazione della coppia Nascita del primo figlio Con bambini Di adolescenti Con figli adulti Di anziani Gli eventi critici sono quindi dei periodi di transizione, più o meno lunghi, in cui ogni familiare ha un ruolo attivo e ne subisce le conseguenze. Ogni famiglia, partendo dall’evento stressante, attiva le proprie risorse e strategie personali per ristrutturarsi e far fronte al cambiamento. La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.(John Fitzgerald Kennedy)
La crisi di coppia e il suo potenziale trasformativo

La crisi di coppia è un evento di per sè naturale che segnala la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare un cambiamento. Talvolta, diventa la spia di un malessere profondo, di una impasse che reclama attenzione. I passaggi significativi della vita di coppia Come naturale evoluzione del rapporto, la crisi può emergere in concomitanza dei passaggi significativi della vita di coppia. Il primo tra questi, si manifesta quando finisce la fase iniziale dell’idealizzazione. Quando svanisce l’effetto obnubilante dell’innamoramento e delle proiezioni in base alle quali l’altro è visto in funzione delle proprie fantasie e aspettative. Quando lo si comincia a vedere per com’è e non più per come si vorrebbe che fosse. Ed è qui che ne emergono gli aspetti ‘negativi’, i lati indesiderati del suo carattere, e diventa difficile farli coesistere internamente con quelli ‘positivi’. Si tratta di un passaggio di crescita che implica l’abbandono dell’idillio iniziale in favore di un rapporto reale e maturo. In alcuni casi, lo scarto tra l’illusione e la realtà può essere tanto forte da determinare l’abbandono della relazione. Nelle personalità più immature, ciò accade per la tendenza a rifugiarsi in un funzionamento infantile e per l’impossibilità a stare in un contatto adulto. Tra i passaggi più comuni che una coppia si può trovare ad affrontare vi sono: l’inizio della convivenza, la scelta del matrimonio, la nascita di un figlio, il momento in cui i figli lasciano la casa familiare, tipicamente caratterizzato dalla nota ‘sindrome del nido vuoto‘. Nelll’arco del ciclo di vita della coppia, possono emergere molteplici conflitti relativamente a decisioni da prendere e a vissuti non riconosciuti che chiedono di essere visti e integrati. Quando la crisi della coppia si fa portavoce di un malessere profondo La crisi puo’ essere indipendente da contingenze di vita e tappe evolutive specifiche e farsi portavoce di un malessere emotivo più profondo. Può manifestarsi attraverso sintomi o acting-out. Perdita di desiderio, trascuratezza, tradimenti possono nascondere rabbia, dolore, ferite non elaborate. Spesso le coppie vanno in crisi per mancanza di una reale intimità, di quello scambio aperto di pensieri, emozioni e sensazioni essenziale per stare in un confronto autentico. Per la maggior parte delle persone è difficile rivelarsi per come si è. A causa di un mancato autoriconoscimento. Per il timore del giudizio, dell’abbandono. Di conseguenza, vi è l’impossibilità di accogliere l’altro per com’è. Questo condiziona sia la comunicazione che la vita relazionale e sessuale. La presenza di un malessere profondo in genere ha radici nel passato. Nella storia della coppia e nella storia individuale e familiare di ciascuno dei due partner. Vi possono essere eventi traumatici non superati. Quasi sempre, vi è una mancata separazione dalle proprie figure genitoriali e una mancata autonomia, per cui la coppia si poggia su dinamiche dipendenti. Di richiesta di protezione, sicurezza, accudimento. Riconoscimento, conferma, approvazione. Il modo con cui ognuno entra in relazione con l’altro risente di quanto appreso dalle esperienze significative della propria infanzia e del modello di coppia mutuato dai propri genitori. Non di rado, vi sono legami simbiotici in cui i due partner si comportano come se formassero un’unica persona. Ed in cui la crisi rappresenta il conflitto tra il voler proteggere la simbiosi e al tempo stesso il volersi evolvere dalla stessa. La svalutazione del potenziale trasformativo della crisi di coppia Solitamente le persone attribuiscono alla crisi una accezione negativa svalutandone il potenziale trasformativo di crescita. Nella maggior parte dei casi, la crisi di coppia viene associata a scenari drammatici che hanno a che fare con la distruzione e la fine. Concepita in questo modo, la crisi rischia di non essere affrontata. Spesso, la prima difficoltà sta proprio nel pronunciare la parola “crisi” all’interno della coppia. Alcune volte il rapporto si raffredda in una distanza emotiva diretta a silenziare le problematiche a scapito dell’intensità dello scambio e della condivisione. Altre volte, vi può essere una quotidianità litigiosa senza però guardare ai conflitti reali nascosti più in profondità. Evitare di affrontare la crisi ovviamente non è mai una soluzione. Semmai un modo per confermare l’orizzonte catastrofico delle paure. Giungere direttamente alla fine del rapporto o, altre volte, ad una paralisi che può durare anche tutta una vita. Può essere molto doloroso guardare alle insoddisfazioni proprie e dell’altro, scoprire quanto si cela dentro i non detti, i silenzi e gli agiti. Molto frequentemente si arriva alla fine per mezzo di un epilogo che ricade al di fuori di una scelta consapevole. Per progressivo e lento spegnimento delle energie vitali, attraverso una fuga o un gesto estremo o al culmine di una tempesta emotiva fatta di litigi, accuse e colpevolizzazioni. Occorre dunque riconoscere la crisi, nominarla e successivamente assumersene la responsabilità. E rivolgersi alla psicoterapia quando necessario.