LA FAMIGLIA E’ DOVE C’E’ AMORE: Famiglie Arcobaleno

Per famiglia arcobaleno si intende, una famiglia composta da coppie dello stesso sesso che hanno dei figli.  A volte si tratta di uomini o donne che sono diventati padri e madri da una precedente relazione eterosessuale, prima di scoprire di avere un altro orientamento sessuale o, possono essere coppie omosessuali che desiderando un figlio ricorrono alla fecondazione assistita all’estero o all’adozione.  Fanno parte delle famiglie arcobaleno anche genitori single omosessuali che, per ragioni diverse, riescono ad avere un bambino diventando successivamente genitori single. Le famiglie omogenitoriali si trovano ad affrontare quotidianamente molte sfide: ottenere supporto dalle famiglie di origine, affermare la legittimità della loro realtà e affrontare i giudizi degli altri.Un altro grave indice che conduce all’ignoranza, ovvero l’ignorare il sapere su queste famiglie, è dato dalla naturalizzazione: l’omogenitorialità viene spesso considerata inammissibile sulla base del presupposto che due individui dello stesso sesso non sono in grado di generare vita.  STUDI SULL’OMOGENITORIALITA’ I numerosi studi sull’argomento si sono principalmente incentrati sull’influenza che questi genitori possono avere sui figli e in particolare sul condizionamento della loro sessualità, sullo sviluppo psicologico e sui possibili problemi sociali. Come affermato da vari autori, da David Cramer a Charlotte J. Patterson, non si ha alcuna evidenza empirica per cui individui omosessuali non siano in grado di essere buoni genitori. Come affermato da Patterson stesso, gli studi hanno messo in evidenza che la maggior parte delle coppie omosessuali tende a dividersi alla pari il lavoro domestico e familiare e si ritengono soddisfatte della loro vita di coppia.  Sempre Cramer a Pattinson esprimono quali siano i timori secondo i quali si ritiene che non si possano affidare figli a coppie lesbiche e gay:  il primo è che lo sviluppo dell’identità sessuale possa essere messo a repentaglio nei figli di coppie omosessuali; il secondo è che i figli possano avere maggiori insorgenze di disturbi mentali, di adattamento, problemi comportamentali durante le varie fasi dello sviluppo;  il terzo è che la prole potrebbe avere difficoltà relazionali a causa delle etichette e dello stigma; inoltre che possano essere maggiormente esposti all’abuso sessuale da parte di amici dei genitori o dei genitori stessi in quanto ritenuti “perversi”.  Per quanto riguarda il primo timore è utile considerare tre aspetti dell’identità sessuale: l’identità di genere, il comportamento di ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Per quanto riguarda l’identità di genere è stata condotta una ricerca in cui tutti i bambini, che sono stati seguiti durante l’età infantile, adolescenziale e poi nella fase adulta hanno avuto uno sviluppo di identità di genere ordinario ovvero che tutti si riconoscevano nel proprio genere di appartenenza.  Circa il comportamento del ruolo di genere gli studi affermano, sia per gli interessi che per le preferenze di attività, i figli di genitori gay e lesbiche hanno comportamenti meno stereotipati, meno legati al ruolo di genere e al comportamento di genere ovvero che tendono a scegliere liberamente sport, studi e professioni considerati tipicamente maschili o femminili.  Rispetto all’orientamento sessuale dei minori, una delle preoccupazioni è che i figli di genitori omosessuali potessero divenire omosessuali a loro volta mentre i dati espongono, rispetto all’orientamento sessuale, che i figli di persone gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di essere eterosessuali o omosessuali. L’American Psychiatric Association e Patterson (1995) hanno evinto che lo sviluppo delle relazioni con i pari è ordinario in quanto i figli di genitori omosessuali hanno medesime capacità relazionali di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Inoltre, in una ricerca condotta in Inghilterra, nella relazione con gli adulti (Golombok, 1983), le madri lesbiche divorziate tendono ad avere contatti maggiori con il padre rispetto alle madri divorziate eterosessuali. Per quanto riguarda la discriminazione da parte dei pari essa dipende dagli ambienti e dai contesti che sono più o meno ostili ed in cui è radicato il pregiudizio.  È stato studiato che le conseguenze di tale pregiudizio produrrebbero traumi psicologici o difficoltà dovuti ad atti di bullismo. Ciò è osservabile anche in altre situazioni familiari atipiche come nei figli di genitori separati o stranieri.  Per quanto riguarda gli abusi sessuali questi vengono perpetrati per la maggior parte da maschi, come dimostrato, e hanno luogo solitamente in famiglia; sono i padri perlopiù che abusano delle figlie femmine e quindi in un contesto eterosessuale. I risultati delle ricerche internazionali dimostrano quindi che i figli di genitori gay o lesbiche si sviluppano emotivamente, cognitivamente, socialmente e sessualmente, esattamente come i bambini che hanno genitori eterosessuali. L’orientamento sessuale dei genitori conta molto meno dell’avere genitori che li amino e li educhino. Il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nelle nostre società non toglie valori alla societàsemmai ne aggiunge. Andiamo incontro ad una società sempre più variegata, un futuro sempre più cosmopolita; accettare le differenze, qualunque esse siano, non potrà che renderci più ricchi e migliori.

La famiglia del ventesimo secolo

I bambini hanno bisogno di contenimento emotivo di Federica Cirino Pomicino Oggi la famiglia appare un luogo con molte discrepanze e continue difficoltà. I bambini per crescere sani hanno bisogno di cure materiali, certo, ma volendo parlare di un concetto più ampio e più strettamente psicologico, hanno un fondamentale bisogno di “contenimento emotivo” (Wilfred Bion). Avere uno spazio protetto ed un limite al loro egocentrismo e alla loro aggressività è fondamentale. Oggi sembra che tutto questo accada con grande difficoltà, che i genitori fatichino a mettere limiti e regole, forse perché troppo presi dalla loro vita. Spesso è più facile dire si ai figli, piuttosto che dover discutere o metterli in punizione. A volte, nelle famiglie di oggi ci sono “piccoli dittatori” che comandano. Ma sentire di essere così potenti fa poi crollare questi bambini dinanzi alle frustrazioni che inevitabilmente la vita propone. Molti bambini vivono inchiodati davanti a tv e videogiochi ed hanno in mano cellulari con libero accesso ad internet.  Vengono gettati nel mondo adulto senza protezione e senza spiegazioni. Nel ventesimo secolo ancora non è chiaro che con i bambini si deve parlare e che loro provano paure ed angosce proprio come noi adulti e che non bisogna avere paura di parlare di emozioni e di ciò che si prova. La genitorialità Molti genitori appaiono sprovveduti di quelle “capacità genitoriali” che crediamo dovrebbero essere scontate. Il così detto “buon senso” sembra essere scomparso e molti genitori non si fidano più delle proprie capacità, del proprio istinto genitoriale senza dover per forza leggere un libro sull’argomento o chiedere consiglio a chiunque. Madre e padre si trovano spesso a divergere sull’educazione dei figli e a sminuire l’autorità dell’altro. Sappiamo tutti quanto l’autorità paterna sia funzionale alla crescita di un figlio all’interno di una famiglia. Ma oramai, molto spesso, l’autorità paterna, nel nostro secolo, appartiene più alle donne. La madre “sufficientemente buona, ” come la definisce Winnicott, dovrebbe essere in grado di accudire il figlio e comprenderlo nei suoi bisogni materiali ed emotivi ma, quando cresce, dovrebbe avere anche la capacità di lasciarlo andare sostenendo la sua personalità. I genitori diventano gli “oggetti buoni introiettati” (Melanie Klein) che rendono capace il figlio di affrontare poi la vita da solo. Esistono madri ingombranti e castranti che non riescono a far svincolare da loro questi figli maschi. Questo vale, in ogni modo per tutti i figli, maschi o femmine che siano. Infatti, il bisogno dei figli di autonomia e d’individuazione-separazione che avviene concretamente nell’età adolescenziale (Peter Blos), appare spesso ostacolato dai genitori che faticano a trovare “la giusta distanza” per lasciarli crescere.

La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

donna social

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.

La Dolcezza della Morte: Un Viaggio tra Riti Arcaici e Miti di Rigenerazione

ll tempo non si regala né si conserva in banche del tempo, il tempo lo viviamo ogni giorno ed è la cosa più preziosa. Forse questa trattativa è un retaggio genetico di quando di notte, dividevamo talvolta la grotte con l’ Ursus spelaeus e poi di giorno dovevamo vedercela con quel frutto velenoso, con la natura con cui imparavamo a trattare per garantirci la vita e le nostre care riserve di cibo. De Martino nel saggio “Morte e pianto rituale”dedica un densissimo capitolo al legame tra raccolto, passione vegetale e pianto rituale. Mietitura, vendemmia, raccolta dei frutti e dei cereali, sono tutte attività agricole che instaurano un ciclo di morte e rinascita, che legano una specie vegetale ad un destino culturale. Tuttavia, rimane sempre uno scarto tra controllo umano e ambiente naturale, un’area di rischio che mette costantemente in pericolo la comunità umana. In tutte le culture arcaiche la morte è un processo attivo, non passivo. E’ la fine di un ciclo. Attraverso il mito della rigenerazione, i contesti cerealicoli impararono a contenere l’esperienza della morte vegetale, in cui l’ultima mietitura faceva paura perché poteva essere l’ultima in assoluto. Il lamento funebre si configura prima di tutto come rito agrario, ed è solo in seguito trasposto alla morte umana. Così il rituale praticato dalle prefiche, le lamentatrici, di staccare i capelli al defunto, era legato simbolicamente alla mietitura. Il taglio del grano e dei capelli permette il ritorno, così anche i banchetti che in alcune tradizioni funebri avvengono, rappresentano il mito della rinascita e di quanto con la morte si dia inizio alla nuova vita. Mi rifaccio ad una frase rivoluzionaria a mio avviso del dott. Tamino : “Imparare a cogliere la dolcezza della morte”. Ammettere che noi della morte non sappiamo nulla, ma che per poterla pensare, dobbiamo anche attivare una morte immaginativa, dolce, che non nega quella reale, ma la rende “mangiabile”. Come arteterapeuta Poliscreativa condivido il concetto che noi esseri umani oscilliamo costantemente tra l’idea di essere mortali e quella di essere immortali. Bisogna cercare di dialogare tra queste parti, per evitare che si crei un’unica polarità che ingolfi i pensieri e il vivere, imparando a contattare la dolcezza della morte, per apprezzare anche la vita. Ne “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman immagina una partita a scacchi con la morte. Imparare a pensare dolcemente ai nostri morti e alla morte, così facendo depotenziamo il perturbante che questi argomentoni portano con sé. Come abbiamo sottolineato inizialmente, l’essere umano è storicamente legato alla morte e alla resurrezione vegetale che ha colpito l’uomo anche per la sua stretta dipendenza dallo stesso. Se dunque lo “spirito arboreo” doveva morire per poi risorgere, è nella buona, morte che si assicurava la rigenerazione.

La dissociazione nelle dipendenze patologiche.

L’infanzia è un periodo ricco di possibilità di crescita per gli individui, ma è tuttavia un periodo molto delicato nel quale alcune esperienze possono rivelarsi come traumatiche ed interferire con la crescita e lo sviluppo armonico. Le esperienze traumatiche nei bambini posso patologizzarsi: cioè la naturale predisposizione al ‘ritiro’ transitorio in condizioni di stress, può diventare un’esperienza in cui rifugiarsi per non sentire l’esperienza di un ambiente non protettivo. La dissociazione è una funzione naturale della mente che esclude dal campo della coscienza emozioni, sensazioni troppo forti ed accompagnate da sofferenza: si tratta di un meccanismo di sbarramento che mette al riparo la coscienza ordinaria da un eccesso di stimoli dolorosi. Essa ha dunque il compito durante tutte le fasi dello sviluppo di proteggere l’individuo per mezzo dell’alterazione dello stato id coscienza ordinario tramite un processo inibitorio attivo delle informazioni intollerabili e sopraffacenti, e la costruzione di una realtà parallela più favorevole e nella quale trovare rifugio. Il sollievo che si ricava nel ritirarsi temporaneamente in questo rifugio non ha nulla di patologico e può essere messo al servizio dell’Io dell’energia personale e della creatività. Ma quando il ritiro diventa eccessivo e tende alla reiterazione esso comporta il rischio dell’isolamento e la distorsione del senso del Sé, della relazione, del contatto con la realtà a favore di attività autoerotiche, compulsive caratteristiche delle varie forme di ‘dipendenza patologica’, nella forma più estrema a veri e propri disturbi dissociativi.  In questi casi si assiste alla disgregazione delle componenti cognitive ed emotive, all’incapacità di ‘mentalizzazione’ cioè di trovare un senso coeso all’esperienza stressante e di conseguenza la sostanza piò fungere da ‘calmante’ rispetto all’incapacità di sostenere un’esperienza emotiva dolorosa. Questo meccanismo di difesa accanto ad altri fattori traumatici e ad un attaccamento disorganizzato concorrono allo stato di dipendenza. In francese l’abuso di sostanza viene indicato dal termine ‘toxicomanie’ che definisce uno stato psichico di tipo esaltativo, mentre in inglese per la dipendenza si usa il termine ‘addiction’ esso deriva dal latino ‘addictus’ che fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo è reso schiavo perché sottende l’assenza di libertà delle dipendenze patologiche. Nonostante le evidenti differenze in merito all’oggetto della dipendenza, i comportamenti additivi sembrano rappresentare un tentativo disfunzionale di contrastare l’emergere incontrollato di vissuti traumatici infantili, se le emozioni traumatiche tendono ad emergere esse si presentano il più delle volte in forma di sintomi post traumatici (iperattività, rabbia, confusione nel pensiero, disturbi somatici) che il soggetto cerca di contrastare ritirandosi in stati mentali dissociati per mezzo dell’oggetto-droga.

La disabilità intellettiva. Alcune considerazioni per la valutazione clinica

di Francesca Dicè Si definisce disabilità una condizione nella quale la persona presenta una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente rispetto a ciò che è considerata la norma, con una minore autonomia nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale (Pagani, 2012; Convenzione ONU, 2006). Questa nuova visione della disabilità si sostituisce al concetto di handicap che prima evidenziava gli aspetti deficitari della persona. Un’importante esempio di tale cambiamento può essere rappresentato dalla Disabilità Intellettiva, prima indicata con il termine Ritardo Mentale (in seguito sostituito perché considerato valutativo e stigmatizzante) ed ora definita dal DSM 5 come appartenenti ai Disturbi del Neurosviluppo. Affinché essa sia diagnosticata, è necessario che la persona presenti un deficit del funzionamento intellettivo (es. ragionamento, funzioni esecutive, apprendimento) e adattivo (es. mancato suggerimento dell’autonomia), entrambi con insorgenza durante l’età evolutiva; quest’ultimo criterio è fondamentale per la diagnosi differenziale con i disturbi neurocognitivi e le demenze (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Sempre secondo il DSM-5, il livello di gravità della disabilità intellettiva può essere definito lieve, moderato, grave e profondo e, per determinare tale caratteristica, è indispensabile considerare le difficoltà delle persone nella gestione dei compiti quotidiani, come ad esempio le faccende domestiche, il tempo e lo spazio, il denaro, le relazioni affettive (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). È possibile, inoltre, che le persone con disabilità intellettiva possano essere più lente, rispetto agli altri, nell’acquisire nuove abilità e più inclini a perderle, oltre a non riuscire sempre a comprendere nuove informazioni o a interagire con gli altri (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Se le cause della disabilità intellettiva possono essere biologiche, psicosociali o una combinazione di entrambe, i principali fattori di rischio per la sua insorgenza possono riguardare ereditarietà, alterazioni precoci dello sviluppo embrionale (es. mutazioni genetiche), danni prenatali (es. infezioni), problemi nel periodo perinatale (es. nascite premature), condizioni mediche infantili (es. condizioni traumatiche); influenze ambientali o disturbi mentali (es. altri disturbi del neurosviluppo) (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). La disabilità intellettiva è una condizione permanente e copre l’intero arco della vita, ma i livelli di gravità possono cambiare secondo le età delle persone e le condizioni ambientali in cui esse versano. Ciononostante, la maggior parte di esse spesso riesce a vivere in maniera abbastanza autonoma, soprattutto se sono stati forniti opportuni supporti, utili a sviluppare nuove abilità e soprattutto misurati sulle specifiche caratteristiche delle persone e del loro contesto di vita (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Pertanto, nella valutazione di queste condizioni, è fondamentale che la corretta rilevazione della gravità, oltre ad essere agevolata dal ricorso a test specifici come le Matrici Progressive di Raven (Raven et al., 2003), le Scale Wechsler (Wechsler et al., 2008a; 2008b; 2008c) e le Scale Vineland (Sparrow et al., 2005) (Di Nuovo & Buono, 2010), si accompagni ad un adeguato approfondimento dei desideri, delle paure e delle preferenze della persona. Ciò potrebbe agevolare la strutturazione di uno piano di supporto specificamente strutturalmente sui bisogni della persona e utile a migliorarne la sua qualità di vita (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Tali approfondimenti sarebbero inoltre indispensabili a definire interventi abilitativi precoci e duraturi nel tempo, migliorando d i conseguenza i l comportamento adattivo della persona e favorendo il conferimento di sempre maggiori autonomie nella vita quotidiana (Gruppo Studi Cognitivi; DSM-5; ANFASS). Bibliografia American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione (DSM-5). Ed It. Milano: Raffaello Cortina Editore. Associazione Nazionale di Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale (ANFASS), Disabilità intellettive, cosa sono. Retrieved from http://www.anffas.net/it/disabilita-intellettivee-disturbi-dello-spettro-autistico/ cosa-sono/disabilita-intellettivecosa-sono/ Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2006). Retrieved from https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/ disabilita-e-non-autosufficienza/focus-on/Convenzione-ONU/Documents/Convenzione%20ONU.pdf Di Nuovo S. & Buono S. (2010). Strumenti psicodiagnostici per il r i tardo mentale. L’assessment psicologico nella disabilità intellettiva. Roma: Franco Angeli Editore. Gruppo Studi Cognitivi, Ritardo Mentale o Disabilità Intellettiva, Retrieved from https:// www.intherapy.it/disturbo/ritardo-mentaleo-disabilita-intellettiva/ Pagani L. (2012) Disabilità. Dizionario di Economia e Finanza, Enciclopedia Treccani. Retrieved from https://www.treccani.it/enciclopedia/disabilita_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/ Raven J., Raven J. C., & Court J. H. (1998, updated 2003). Manual for Raven’s Progressive Matrices and Vocabulary Scales. Sect ion 1: General Overview. San Antonio, TX: Harcourt Assessment ISBN 9781856390170. Sparrow S. S, Cicchetti V. D & Balla A. D. (2005). Vineland adaptive behavior scales. 2nd edition. Circles Pines: American Guidance Service. Wechsler D. (2008a) Manual for the Wechsler Preschool and Primary Scale of Intelligence (WPPSI) – IV. The Psychological Corporation, New York (Tr. It. 2 0 1 3, GIUNTI Psychometrics). Wechsler D. (2008b). Manual for the Wechsler Intelligence Scale for Children (WAIS)-IV. The Psychological Corporation, New York (Tr. It. 2013, GIUNTI Psychometrics). Wechsler D. (2008c). Manual for the Wechsler Intelligence Scale for Children-Revised (WISC) – IV. The Psychological Corporation, New York (Tr. It. 2013, GIUNTI Psychometrics).

La disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è una diagnosi sempre più diffusa in età prescolare. Che differenza c’è tra disabilità lieve-moderata-grave?è possibile intervenire per migliorare la condizione di vita del paziente e della propria famiglia? Per disabilità intellettiva si intende un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo. Tale condizione si manifesta in età evolutiva. Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70. Tale condizione si definisce in base al livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo. I disturbi del neurosviluppo possono comportare alterazioni in uno o più di uno dei seguenti aspetti: attenzione, memoria, percezione, linguaggio oppure relazioni sociali. In presenza di disabilità intellettiva, almeno due aree devono essere significativamente compromesse. Le cause riconosciute della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori genetici e fattori acquisiti. Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa. Una disabilità intellettiva grave si verifica in famiglie di tutte le fasce socioeconomiche e livelli di istruzione. Le disabilità intellettive meno gravi (richiedenti supporto limitato o intermittente) si manifestano il più delle volte tra le classi socioeconomiche più disagiate, in linea con le osservazioni che il QI è meglio correlato al grado di successo nella scuola e con il livello socioeconomico, piuttosto che con specifici fattori organici. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che fattori genetici hanno un ruolo anche nelle disabilità lievi. Le manifestazioni principali Le manifestazioni principali della disabilità intellettiva sono Acquisizione rallentata di nuove conoscenze e competenze Comportamento immaturo Limitate capacità di prendersi cura di se stessi Il trattamento della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva necessita spesso di un trattamento medico, perché è frequentemente associato ad alterazioni neurologiche e somatiche. La riabilitazione cognitiva, invece, favorisce il rafforzamento e in alcuni casi l’introduzione di quelle abilità che a causa dell’handicap non si sono sviluppate e consolidate spontaneamente. Gli obiettivi della riabilitazione della disabilità intellettiva sono lo sviluppo delle capacità attentive, del linguaggio, delle abilità visuo-spaziali e di percezione del significato del tempo e dello spazio, dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Un’attenzione particolare è data ad insegnare abilità che favoriscano l’autonomia e l’integrazione sociale del paziente, le abilità domestiche e di cura del luogo di vita, le abilità sociali e interpersonali, le capacità prelavorative e lavorative. Conclusioni La condizione di disabilità intellettiva sta prendendo sempre più piede. Una diagnosi precoce consente di ridurre i danni e garantire al bambino ed alle rispettive famiglie una qualità di vita migliore. Necessario in questi casi è anche il supporto psicologico, affiancato a quello medico, al fine di sostenere l’intero nucleo familiare.

La Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva (Love Addiction) viene considerata come facente parte delle Nuove Dipendenze (New Addiction), ossia le dipendenze comportamentali, dipendenze in cui, al posto di una sostanza, vi è dipendenza da un comportamento. Le Nuove Dipendenze sono entrate a far parte della classificazione ufficiale DSM per la prima volta con la pubblicazione DSM 5, nella categoria dei “Disturbi Correlati A Sostanze”. E’ caratterizzata da un legame doloroso in cui è alterato l’equilibrio tra il dare e il ricevere.  La dipendente affettiva dedica completamente il proprio corpo e la propria mente all’altro.  Si riscontrano dei forti sintomi di malessere quando il partner non c’è o, peggio ancora, quando interrompe la relazione.  Ci si sente vuote, si cerca di tenere la vicinanza con l’altro, si provano vissuti di ansia, depressione e malessere fisico. Il partner si trasforma in una sorta di droga a cui si deve attingere per riempire un vuoto profondo e stare bene. Non si riesce a beneficiare dell’amore nella sua profondità e intimità, ma si cerca un piacere immediato, l’alleviamento di una tensione o il superamento di un’insicurezza.  Ottenuto l’appagamento, questo è così tranquillizzante e soddisfacente che si ha voglia di rivivere e reinnescare la vicinanza con il partner.Non ci si rende conto della sofferenza e dannosità del legame, si è disposti a tutto pur di stare con l’altro.  La dipendente affettiva non è in grado di uscire dal rapporto con il partner, anche se ammette che la relazione è senza speranza, insoddisfacente e autodistruttiva. Sviluppa anche sintomi come ansia generalizzata, depressione, inappetenza, insonnia, malinconia, idee ossessive. La psicoterapia per la dipendenza affettiva è un percorso che può risultare lungo e faticoso, ma sicuramente consente di rafforzare e migliorare la qualità della vita individuale e relazionale. Riconoscere le dinamiche tipiche è il primo passo per riacquistare la propria serenità!

La dimensione amorosa tra intimità e spiritualità

Vivendo nell’epoca della incertezza, della precarietà alla vita come sta evidenziando la pandemia da covid-19, sembra che anche le relazioni più intime; tra fidanzati, tra coniugi, tra genitore e figli, tra amici non assicurino più quella stabilità, sicurezza e protezione insita nell’essenza della sana intimità. Ognuno ne ha fatto esperienza a partire da quelle relazioni primarie con le figure significative (genitori, e/o caregiver). Ognuno ha sperimentato e vissuto come un’impronta (“imprinting”) indelebile l’esperienza intima che assicura uno stato di benessere, sicurezza e protezione. L’uomo di oggi si sente troppo vulnerabile e sulla difensiva per lasciarsi andare all’intimità attivando al contempo quei giochi di relazione, quelle recite dell’intimità che portano al fallimento e nei casi gravi a violenza tra partner. Con una nuova consapevolezza di sé che consente di accettare le proprie fragilità, che consente di mettersi a nudo davanti all’altro senz’altro aiuta a ri-scoprire una intimità più autentica e vera. Quella intimità capace di confermare e confermarsi come amore per poter realizzare quanto suggerito dall’antropologia cristiana: «Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questo» (Mc 12,29-31).

La Diagnosi di Dislessia Evolutiva: le strategie per riconoscerla ed affrontarla

di Veronica Lombardi Secondo il DSM-5 manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, la dislessia è un disturbo della lettura che si manifesta in individui in età evolutiva privi di deficit neurologici, cognitivi, sensoriali e relazionali e che hanno usufruito di norma le opportunità educative e scolastiche. Più precisamente la dislessia è la difficoltà del controllo del codice scritto, difficoltà che riguarda la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. I bambini dislessici mostrano un inefficace automatizzazione del processo di lettura, abilità che dovrebbe essere strutturata dalla elementare, età in cui il bambino dovrebbe cominciare a velocizzare la scrittura e nella lettura accedere direttamente al significato (R. Militerni, Neuropsichiatria Infantile, Idelson – Gnocchi, 2006). L’attenzione è del tipo focale, il bambino cioè, si concentra specificatamente sulla decodifica del testo stancandosi rapidamente commettendo errori, rimanendo indietro e di conseguenza avendo difficoltà di acquisizione. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi della scrittura nel calcolo e talvolta anche in altre attività mentali, queste tre abilità. Infatti, lettura, scrittura e calcolo, presentano delle basi comuni. La dislessia non è causata da mancanza di intelligenza ne dà problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali o neurologici anzi, i bambini dislessici sono intelligenti e creativi, il loro rendimento scolastico è però generalmente carente, portando gli insegnanti a credere che il bambino abbia difficoltà intellettive, in realtà, il problema nasce dal fatto che il bambino dislessico durante la lettura presenta una scarsa attivazione dei meccanismi cerebrali deputati a tale compito, alla quale, di contro, corrisponde un eccessiva attivazione di aree cerebrali deputate ad altre attività. È stato inoltre dimostrato che alcune competenze, come ad esempio quelle linguistiche, metalinguistiche, visuo-spaziali siano compromesse (M. Pratelli, Le difficoltà di apprendimento e la dislessia. Diagnosi, prevenzione, terapia e consulenza alla famiglia, Edizioni Junior (BG), 2004). Le strategie per aiutare un bambino dislessico Le ricerche più recenti sull’argomento confermano l’ipotesi di un’origine costituzionale della dislessia evolutiva; ci sarebbe cioè una base genetica e biologica che origina la predisposizione al disturbo (Giacomo Stella, La Dislessia – Quando un bambino non riesce a leggere: cosa fare, come aiutarlo, Bologna, Il Mulino, 2004). Nella dislessia evolutiva ciò che viene a mancare è la correttezza e la rapidità con cui si legge, la comprensione del testo è variabile ma generalmente buona o sufficiente riguardo alla correttezza di lettura. Ecco alcuni degli errori tipici del bambino dislessico: 1. Errori di tipo visivo scambio di lettere che hanno tratti simili o speculari (e con a, r con e, m con n, b con d); 2. Errori di tipo fonologico: scambio di lettere che hanno la stessa radice f con b; c con g. I disturbi di scrittura associati alla dislessia evolutiva sono detti disortografie, cioè difficoltà nel realizzare i processi di correzione automatica del testo. Ecco alcuni degli errori tipici: 1. Errori fonologici: scambi di lettere che hanno tratti di siti simili o speculari (e con a, r con e, m con n, b con d, p con q; omissioni o aggiunte di lettere o sillabe; inversioni inesattezze grafiche. 2. Errori non fonologici: separazioni illegali o fusioni illegali, scambio grafema omofono per omissione o aggiunta di h. Oltre a ciò generalmente, il bambino con dislessia evolutiva non riesce imparare le tabelline e al cune informazioni in sequenza, come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno, può far confusione per quanto riguarda i rapporti spaziali e temporali, per esempio destra-sinistra, ieri/domani, prima/dopo e può avere difficoltà a esprimere verbalmente ciò che pensa e in alcuni casi sono presenti difficoltà in alcune abilità motorie, nella capacità di attenzione e  concentrazione. Frequentemente il bambino dislessico ha difficoltà a copiare dalla lavagna e a prendere nota delle istruzioni impartite oralmente. Appare evidente come il bambino dislessico possa perdere la fiducia in se stesso con conseguenti alterazioni del comportamento. Spesso sono propri i bambini dislessici non diagnosticati ad accusare come primi sintomi ansia da prestazione, stati depressivi che sviluppano scarsa autostima. Riguardo allo stile di apprendimento, è stato rilevato che nei bambini dislessici l’acquisizione delle abilità connesse alle prime fasi dello sviluppo parlare o camminare è stato più lento rispetto alla media, il bambino dislessico apprende rapidamente attraverso l’osservazione e soprattutto grazie a supporti visivi. La diagnosi della dislessia evolutiva deve basarsi tanto su indagini neuropsicologiche che fisiologiche importante, innanzitutto, escludere con mezzi, oggettivi, deficit sensoriali della vista dell’udito neurologici, cognitivi ed emotivo relazionali. Il disturbo deve essere analizzato nelle sue diverse componenti per capire le aree di difficoltà del bambino e soprattutto le strategie che utilizza durante la lettura. Egli, infatti, durante il corso della scuola primaria metterà in atto alcune strategie di compensazione tenendo cioè a compensare con altre abilità le sue carenze. È essenziale che la diagnosi sia il risultato di un lavoro multidisciplinare tra neuropsichiatra logopedista psicologo psicopedagogista la diagnosi deve riguardare infatti le capacità cognitive del bambino le abilità prassiche e spaziali la memoria il linguaggio e l’apprendimento in senso stretto (C. Cornoldi, Le difficoltà di apprendimento a scuola, Bologna, Il Mulino, 1999). Partendo dal presupposto che i dislessici hanno un diverso modo di imparare Ma che possono imparare, diamo qui di seguito alcuni consigli per gli adulti che nei diversi ruoli, si trovano ad avere a che fare con un bambino dislessico. Quello che possono fare i genitori: 1. Informarsi sul problema anche attraverso l’applicazione della legislazione, per esempio, è bene sapere che la legge permette di prendere permessi di lavoro per seguire i figli dislessici (articolo 6 legge 170). 2. Cercare un’appropriata valutazione diagnostica. 3. Instaurare con gli insegnanti un rapporto di fiducia e verificare come il bambino affronta le difficolta in classe. 4. Aiutare il bambino nelle attività scolastiche, per esempio, leggergli ad alta voce sostituire la lettura con altri strumenti per esempio registrazioni DVD computer. Quello che possono fare gli insegnanti: 1. accogliere realmente la diversità studiarla comunicare e serenamente con il bambino e dimostrargli comprensione come prevede la norma giuridica; 2. Parlare alla classe non