La Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva (Love Addiction) viene considerata come facente parte delle Nuove Dipendenze (New Addiction), ossia le dipendenze comportamentali, dipendenze in cui, al posto di una sostanza, vi è dipendenza da un comportamento. Le Nuove Dipendenze sono entrate a far parte della classificazione ufficiale DSM per la prima volta con la pubblicazione DSM 5, nella categoria dei “Disturbi Correlati A Sostanze”. E’ caratterizzata da un legame doloroso in cui è alterato l’equilibrio tra il dare e il ricevere.  La dipendente affettiva dedica completamente il proprio corpo e la propria mente all’altro.  Si riscontrano dei forti sintomi di malessere quando il partner non c’è o, peggio ancora, quando interrompe la relazione.  Ci si sente vuote, si cerca di tenere la vicinanza con l’altro, si provano vissuti di ansia, depressione e malessere fisico. Il partner si trasforma in una sorta di droga a cui si deve attingere per riempire un vuoto profondo e stare bene. Non si riesce a beneficiare dell’amore nella sua profondità e intimità, ma si cerca un piacere immediato, l’alleviamento di una tensione o il superamento di un’insicurezza.  Ottenuto l’appagamento, questo è così tranquillizzante e soddisfacente che si ha voglia di rivivere e reinnescare la vicinanza con il partner.Non ci si rende conto della sofferenza e dannosità del legame, si è disposti a tutto pur di stare con l’altro.  La dipendente affettiva non è in grado di uscire dal rapporto con il partner, anche se ammette che la relazione è senza speranza, insoddisfacente e autodistruttiva. Sviluppa anche sintomi come ansia generalizzata, depressione, inappetenza, insonnia, malinconia, idee ossessive. La psicoterapia per la dipendenza affettiva è un percorso che può risultare lungo e faticoso, ma sicuramente consente di rafforzare e migliorare la qualità della vita individuale e relazionale. Riconoscere le dinamiche tipiche è il primo passo per riacquistare la propria serenità!

Cyberbullismo e responsabilità sociale

Secondo la definizione del Miur “il cyberbullismo definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, foto, video, email, chat rooms, instant messaging, social network, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi”. Secondo quanto emerso dalla VI rilevazione 2022 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), circa il 15% degli adolescenti tra 11 e 15 anni ha dichiarato di essere stato vittima almeno una volta di atti di bullismo e di cyberbullismo. Più frequenti nelle ragazze e tra i più giovani, con proporzioni di circa il 20% negli 11enni che progressivamente si riducono al 10% nei più grandi. Il fenomeno del cyberbullismo è in crescita nelle ragazze e nei ragazzi di 11 e 13 anni. Gli episodi di cyberbullismo sono sempre più dilaganti, ma non solo tra i giovanissimi. Secondo quanto emerso dal report “Osservatorio indifesa 2022-23” realizzato da Terre des Hommes, in Italia il 47,7% di ragazze e ragazzi tra 14 e 26 anni è vittima di bullismo e cyberbullismo. Gli effetti di questo tipo di violenza tra pari generano perdita di autostima e di fiducia negli altri nel 38% dei rispondenti, oltre a isolamento e allontanamento dal resto dei coetanei (21%). Il 21% nota un peggioramento del rendimento scolastico o il rifiuto della scuola. Il 19% tra ragazze e ragazzi dice di aver sofferto di ansia sociale e attacchi di panico, e tra gli effetti subiti dalle vittime di bullismo ci sono anche disturbi alimentari (12%) depressione (11%) e autolesionismo (8%). Un gran numero di studi esistenti si concentra sul problema del cyberbullismo tra gli adolescenti, ma relativamente pochi studi si concentrano sugli studenti universitari. Infatti, il problema del cyberbullismo tra gli studenti universitari non solo è molto diverso da quello tra gli adolescenti ma anche sempre più acuto. Alcuni ricercatori hanno riassunto la motivazione interna del cyberbullismo degli studenti universitari. In primo luogo, il cyberbullismo è la dissonanza cognitiva dell’individuo causata dall’intensità emotiva di puri attacchi dannosi. La realtà dell’esperienza della violenza passata sulle piattaforme dei social network potrebbe indurre un senso di frustrazione e rabbia, che a sua volta potrebbe spingere le persone a impegnarsi nel cyberbullismo come atto di vendetta. Studi precedenti hanno costantemente sostenuto che la tendenza al disimpegno morale è il tratto della personalità più significativo che porta al cyberbullismo giovanile. Il disimpegno morale si riferisce alla tendenza cognitiva degli individui a razionalizzare il proprio comportamento in un certo modo per minimizzare la dannosità delle proprie azioni quando commettono comportamenti immorali. L’effetto predittivo positivo del disimpegno morale sul cyberbullismo suggerisce che se gli studenti universitari hanno un alto senso di responsabilità sociale, che è un tipico tratto della personalità e un processo psicologico che è l’esatto opposto del disimpegno morale, dovrebbe teoricamente essere difficile produrre comportamenti tendenti all’aggressività vendicativa e al giudizio morale irrazionale, e viceversa. Tuttavia, la relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo e la perpetrazione del cyberbullismo tra gli studenti universitari deve essere confermata. La ricerca di Zhan, Yang e Lian (2022) ha analizzato tale relazione. Lo scopo di questo studio è indagare sulla relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo e la perpetrazione del cyberbullismo da parte degli studenti universitari e se questa relazione è moderata dalla responsabilità sociale. Il campione dello studio era composto da 1.016 studenti universitari cinesi di età compresa tra 19 e 25 anni, sottoposti a test riguardo vittimizzazione del cyberbullismo, perpetrazione del cyberbullismo e responsabilità sociale. In estrema sintesi, I risultati della ricerca di Zhan, Yang e Lian (2022) hanno indicato che la vittimizzazione del cyberbullismo è positivamente correlata alla perpetrazione del cyberbullismo e che questa relazione è mediata dalla responsabilità sociale. In altre parole, più attacchi, vergogna e inganni gli studenti esperiranno online, più saranno propensi ad infliggere tali sofferenza online nei confronti di altri studenti. L’esposizione ripetuta alla stimolazione violenta delle informazioni aumenterà la componente aggressiva dell’atteggiamento, delle aspettative, della percezione e del comportamento dell’individuo, che quindi causerà la desensibilizzazione dell’individuo all’aggressività, che imparerà gradualmente e rafforzerà il comportamento aggressivo quando verrà attaccato online. In assenza di modi appropriati per far fronte attivamente alle esperienze emotive negative della violenza, è più probabile che gli individui si impegnino in comportamenti aggressivi, come il bullismo online contro vittime innocenti. I risultati dello studio mostrano come la responsabilità sociale ha mediato la relazione tra la vittimizzazione del cyberbullismo da parte degli studenti universitari e la perpetrazione del cyberbullismo. Anche se gli studenti universitari subiscono violenza online, se hanno un alto senso di responsabilità sociale, intraprenderanno più azioni in linea con le norme morali e sociali della società online. Questi risultati hanno anche un’implicazione pratica su come intervenire e ridurre il cyberbullismo, ad esempio, sia l’istruzione scolastica che l’educazione familiare dovrebbero prestare attenzione a ridurre o eliminare l’influenza negativa dell’esperienza passata di vittimizzazione online e implementare la formazione per migliorare l’atteggiamento, la cognizione e il comportamento della responsabilità sociale nel percorso morale degli studenti, universitari e non. Fonti Zhan J, Yang Y and Lian R (2022) The relationship between cyberbullying victimization and cyberbullying perpetration: The role of social responsibility. Front. Psychiatry 13:995937. doi: 10.3389/fpsyt.2022.995937

I test psicodiagnostici come sollievo dal dolore psichico

La valutazione psicodiagnostica è un aspetto molto dibattuto in psicologia, talvolta considerata come un incasellamento della persona in una diagnosi. E se vi dicessi che i test possono essere, per alcuni pazienti, un primo sollievo dal dolore psichico? L’ho scoperto grazie ad A., una ragazza di 17 anni, sveglia e dolce, che mi viene inviata in studio dalla sua terapeuta individuale per una valutazione. A arriva entusiasta agli incontri, afferma di aver intrapreso altri percorsi in passato, con un counselor prima, con uno psicologo poi. Entrambi i percorsi miravano ad offrire un breve supporto ai timori di A. La ragazza lamenta infatti la presenza di una forte ansia, che si presenta con continui pensieri intrusivi che assorbono la sua attività cognitiva, interferendo con lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Nonostante A. lamenti tale sintomatologia da almeno tre anni, afferma di non essersi sentita capita a pieno dalla famiglia, che ha chiesto aiuto a professionisti amici per un breve conforto. Se infatti ad A. piace avere un punto di ascolto settimanale, uno spazio dedicato solo a lei, non nota grossi miglioramenti, e sente che non sia l’aiuto di cui ha bisogno. Questa situazione, racconta, non fa altro che aumentare la sensazione di non sentirsi capita fino in fondo. Quando arriva allo studio della terapeuta le cose però cambiano! Questa, infatti, dopo i primi colloqui clinici, decide di fare un approfondimento testologico per comprendere a pieno la sintomatologia e l’organizzazione di personalità. <<Finalmente!>> mi dice A. ansiosa ma soddisfatta, che si sente finalmente considerata nel suo disagio, cercando di valutarne la natura e la pervasività. In particolare, durante un incontro le somministro l’MMPI-A. Quando rientro nella stanza per monitorarne la compilazione, la trovo serena e soddisfatta :<<Ho letto cose che credevo di pensare solo io! Per essere scritte qui vuol dire che anche altri le pensano e le vivono, no?!>>. Nel caso di A., dare innanzitutto una legittimazione alla propria sintomatologia fa parte di un processo terapeutico che pone fine ad anni di confusione e inadeguatezza. Ciò che prova esiste e ha un nome. I test, in questo caso, sono stati un primo sollievo dal dolore psichico di A.

Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”- seconda parte

In questa seconda parte impareremo a conoscere l’autostima in un modo nuovo e a sviluppare una visione di sé più flessibile. Se provassimo a pensare all’autostima come a un comportamento verso il sé, cosa accadrebbe? E se immaginassimo che la descrizione di sè fosse in una cornice relazionale e che noi avessimo potere nel rafforzarla o indebolirla attraverso le nostre azioni? Ad esempio, Carla (una paziente con nome di fantasia) si sente persa ed infelice perchè, nonostante per lei le amicizie sono molto importanti, porta sempre con sè un pensiero (sviluppatosi a partire dalla sua storia personale): “sono strana; non riesco a fare amicizia; gli altri sono migliori”. A causa di un concetto di sè rigido, ha avuto difficoltà a stringere amicizie per molto tempo, limitando i suoi comportamenti. Insegnando a Carla le abilità per assumere una prospettiva di sè flessibile e notare quando sopraggiungono pensieri negativi, avrà più potere nello scegliere comportamenti di valore, disconfermando l’etichetta che si era creata. La visione di sè flessibile permette di cambiare prospettiva psicologica: guardare i pensieri da una certa distanza, osservarli per quello che sono, vedere se stessi nell’infanzia o visualizzarsi nel futuro, guardarsi attraverso gli occhi di un’altra persona. Qual è l’elemento in comune tra tutte queste visioni? Tu! E non importa quante volte si cambia prospettiva, dove si va a finire con la mente, sei sempre TU e in grado di andare dove vuoi. In particolare, con i giovani che si definiscono con “bassa autostima”, è fondamentale legare il concetto di sè a comportamenti osservabili e che siano coerenti con i propri valori. “Io sono speciale” o “io sono strano” sono parole, giudizi, etichette. Quando diamo un feedback, è importante invece fare attenzione a focalizzarsi sul processo e sui comportamenti messi in atto e non sulla persona. Ad esempio: a un giovane che ha avuto un buon voto, si potrebbe dire “Hai lavorato molto bene”; ad uno che va male in una verifica, si potrebbe dire “forse il tempo che hai dedicato a questa cosa è stato poco, cosa potresti fare per aumentare l’impegno in termini di tempo?” La cosa importante è creare sempre opportunità per far sì che ogni piccolo passo, mosso per ciò che è importante, sia significativo. Va sottolineato infatti che il successo riguarda l’agire con i valori e non il risultato.

Creatività come spazio di transizione

creatività

L’utilizzo della creatività in ogni opera d’arte consente una riflessione su una percezione del proprio mondo interno in relazione alla realtà esterna. L’oggetto transizionale, così come definito da Winnicott, costituisce l’area intermedia tra ciò che è soggettivo e ciò che può essere oggettivamente provato. Frutto di creazione, nell’esperienza artistica, ciò su cui è posto l’accento non è solo il valore estetico dell’oggetto ma anche il rapporto che ha con l’autore e l’osservatore. Tutto, quindi, si concentra in un’altalena tra creatività e percezione. L’opera d’arte è, dunque, il risultato dell’integrazione sensoriale che ci allontana dalla realtà esterna per orientarci alla riflessione della realtà psichica, dandoci uno scossone emozionale. La produzione artistica, riesce a rappresentare ciò che è irrapresentabile, comunica cioè quanto, di solito, rimane confinato nel non detto. Attraverso l’esperienza creativa, si produce poi una forma psichica preliminare che favorisce i processi di mentalizzazione e di comprensione delle esperienze emozioni e sensazioni. Il messaggio estetico non resta fine a se stesso, ma è assunto attivamente perché stimola chi lo accoglie ad effettuare una introspezione, interrogandosi dal di dentro . Anche lo stesso Freud, in effetti, rimase attonito di fronte all’imponenza della statua del Mose di Michelangelo. Lo psicoanalista disse: “ Ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato dell’eroe e talvolta me la sono svignata cautamente fuori della penombra, come se anch’io appartenessi alla turba sulla quale è puntato il suo occhio”. Da una semplice ammirazione di un lavoro di scultura così maestosi, lo stesso Freud si sposta da una osservazione esterna, cominciando a guardarsi dentro. Si passa di conseguenza da un appagamento dei sensi che coinvolge il corpo, ad una conquista più matura dell’anima. L’osservatore, quindi, dopo aver avuto contatti sensoriali con l’oggetto, è in grado di produrlo mentalmente, spingendosi verso un possesso concettuale di esso.

Le stereotipie nell’autismo: cosa devi sapere

Assieme al deficit dell’interazione sociale e della comunicazione, le stereotipie vanno a definire un criterio cardine per la definizione della diagnosi di autismo (DSM 5, 2013). Questi comportamenti appaiono spesso bizzarri, ripetitivi e inappropriati in contesti sociali e spesso vanno ad interferire con il funzionamento della persona nella sua quotidianità. Le stereotipie nell’autismo si caratterizzano quasi sempre per il rispetto di routine molto rigide, ecolalia (ripetizioni di parole e frasi) e manipolazione ripetitiva di oggetti (Lewis & Boucher, 1988; Turner, 1999). Tali comportamenti possono creare grandi difficoltà al soggetto stesso e al suo contesto. Le persone con autismo manifestano anche difficoltà a tollerare i cambiamenti, soffrendo di forte ansia e instabilità nel caso essi si verifichino inaspettatamente. Alcuni cambiamenti nella routine o di alcune attività scolastiche possono essere motivo di grande disagio e sofferenza per la persona con disturbo dello spettro autistico. Per questo si consiglia, oltre che alla strutturazione della giornata (sequenze di eventi prevedibili e strutturati) di fornire la possibilità di prevedere alcuni cambiamenti che potrebbero ipoteticamente verificarsi per quanto possibile, attraverso dei supporti specifici (agende visive). Interessi ristretti e stereotipati Innanzitutto occorre tenere presente che la stereotipia è una modalità che il bambino o il ragazzo impiega per mantenere un senso di sicurezza e stabilità e un ordine, sia mentale e interno che concreto e pratico, nella realtà circostante e nell’ambiente relazionale, che è per lui rassicurante su un piano emotivo e affettivo. Di conseguenza, l’interrompere o il modificare la stereotipia può ingenerare intensi vissuti d’ansia, preoccupazione e disorientamento.  Lo sviluppo di interessi ristretti e stereotipati e di ossessioni per un particolare argomento o elemento dell’ambiente è tipico di molte persone autistiche. Come agire sulle stereotipie La modalità migliore per poter intervenire sulle stereotipie è seguire i principi dell’Analisi Applicata al Comportamento (ABA). Inoltre, descrivere e classificare le stereotipie in base alla loro funzione, piuttosto che alla loro forma, è utile sia per un genitore che per un insegnante che si trova ogni giorno a dover convivere con le stereotipie motorie o vocali del proprio figlio o alunno. In tal modo, con la guida di professionisti esperti, ci saranno maggiori probabilità di modificare il comportamento stereotipato attraverso teniche specifiche (Cunningham & Schreibman, 2008). Riferimenti Bibliografici Cunningham, A. B., & Schreibman, L. (January 01, 2008). Stereotypy in autism: The importance of function. Research in Autism Spectrum Disorders, 2, 3, 469-479. Ghanizadeh, Ahmad. (2010). Clinical approach to motor stereotypies in autistic children. (Iranian Journal of Pediatrics (ISSN: 1018-4406) Vol 20 Num 2.) Tehran University of Medical Sciences Press. Goldman, S., Wang, C., Salgado, M. W., Greene, P. E., Kim, M., & Rapin, I. (January 01, 2009). Motor stereotypies in children with autism and other developmental disorders. Developmental Medicine and Child Neurology, 51, 1, 30-8. Lewis, V., & Boucher, J. (1988). Spontaneous, instructed and elicited play in relatively able autistic children. British Journal of Developmental Psychology, 6(4), 325-339. Mahone, E. M., Bridges, D., Prahme, C., & Singer, H. S. (January 01, 2004). Repetitive arm and hand movements (complex motor stereotypies) in children. The Journal of Pediatrics, 145, 3, 391-5. Matson, J. L., & In Sturmey, P. (2013). International handbook of autism and pervasive developmental disorders. 115-123 Muthugovindan, D., & Singer, H. (January 01, 2009). Motor stereotypy disorders. Current Opinion in Neurology, 22, 2, 131-136. Turner, Michelle. (1999). “Annotation: Repetitive behaviour in autism: A review of psychological research.” Journal of child psychology and psychiatry 40.6 839-849. Volkmar, Fred R., and Ami Klin. (2005). “Issues in the classification of autism and related conditions”.

Il sintomo in psicoterapia. Quando è il corpo a chiedere aiuto

Attraverso il corpo il sintomo si fa portavoce di una sofferenza che reclama attenzione, di parti che chiedono di essere integrate. Molte persone arrivano in psicoterapia per guarire da un sintomo che si esprime nel corpo. Attacchi di panico, cefalea, vertigini, dermatiti, mal di stomaco sono alcuni dei sintomi che possono portare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Spesso, questo tipo di richiesta arriva in un contesto di urgenza e di fretta, dopo un lasso di tempo ampio dall’esordio del sintomo e dopo svariate indagini mediche. La persona vuole nel più breve tempo possibile sbarazzarsi del sintomo invalidante. Il sintomo fa stare male. Procura disagio, ostacola in vari modi il vivere quotidiano. Genera scompiglio. Può far crollare l’immagine che la persona ha avuto di sé fino a quel momento. Spesso crea uno spartiacque tra “il prima” e “il dopo”. L’attenzione che si viene a focalizzare sul sintomo come capro espiatorio di tutte le sofferenze crea un circolo vizioso cui si accompagnano senso di impotenza e, talvolta, disperazione. “La mia vita non è più la stessa. Il mal di testa mi ha tolto la libertà che avevo prima. Avrei preferito scoprire di avere una malattia, in quel caso non mi sarei sentito impotente come mi sento ora. La terapia è la mia ultima speranza ma devo risolvere presto perchè così non vivo. Devo tornare alla serenità di prima. Non ho nessun altro problema, non mi manca nulla e starei bene, se non fosse per questo maledetto sintomo“. Che cos’è il sintomo? In psicoterapia della Gestalt, il sintomo ha in sé un paradosso. E’ energia vitale e, insieme, espressione di una interruzione dell’energia vitale. Problema e, al tempo stesso, tentativo di soluzione. Ciò che la maggior parte delle persone fa fatica ad accettare è che il sintomo non è un nemico da sconfiggere, bensì, una parte di sé che viene in soccorso per far luce su di una situazione incompiuta, su di una impasse evolutiva. Una porta di accesso al mondo interno che si apre perchè i conflitti irrisolti e le parti di sé non riconosciute giungano alla consapevolezza. Il sintomo indica la necessità di fermarsi ed ascoltarsi. Di riappropriarsi di aspetti alienati, temuti, proibiti. Di emozioni e bisogni inascoltati. E può arrivare a farlo in modo molto prepotente. Il sintomo è espressione di una sofferenza che riguarda la persona nella sua totalità “Voglio capire se è un problema di salute o mentale. A volte mi convinco che sia un problema mentale però se fosse così vorrebbe dire che sono capace di inventare tutto, che sono pazza“. Un’altra convinzione difficile da superare è che la mente e il corpo siano separati. Nella nostra cultura, si tende a distinguere tra salute fisica e salute psicologica. E, in generale, a parlare di salute con riferimento al corpo. Nonostante i progressi scientifici fatti da Cartesio ad oggi, permane questa visione dualistica dell’essere umano. Nella realtà, corpo e mente non hanno un’esistenza intrinseca a sé stante. Entrambi sono parti di un tutto, dell’intero organismo in relazione con l’ambiente. Il corpo non può esistere da solo, così come la mente non può esistere da sola. La nostra natura è unitaria. Fritz Perls suggeriva di sostituire la frase “io ho un corpo” con la frase “io sono un corpo”, sottolineando l’abitudine a considerare il corpo come qualcosa di esterno da noi. Un oggetto che ci appartiene, una “carrozzeria che ci porta a spasso” e della quale di solito ci accorgiamo solo quando crea problemi. Il lavoro in psicoterapia Il lavoro in psicoterapia ha dunque come obiettivo quello di favorire il contatto con l’esperienza che la persona si vieta e con i bisogni di cui il sintomo si fa portavoce. E’ un lavoro che chiede ascolto. Rivolto al sentire. Laddove la persona cerca di escludere, eliminare, c’è bisogno di accogliere. Ogni sintomo è una forma di evitamento, la terapia è integrazione.

IL PASSAPAROLA E IL SUO EFFETTO SUI BRAND

il passaparola

Numerosi ricercatori hanno studiato il ruolo del passaparola nelle comunicazioni di massa. Si parla sempre più spesso di word of mouth (WOM), di cui sono state date numerose definizioni.  La Word of Mouth Association definisce il passaparola come l’azione compiuta dai consumatori che forniscono informazioni ad altri consumatori.  Si tratta, quindi, di una forma di comunicazione personale che riguardare un prodotto/servizio/brand che coinvolge soggetti che non hanno legami con l’azienda. Può essere trasmesso sia offline sia online; in questo secondo caso si parla di electronic word of mouth (eWOM). Esistono due tipi diversi di passaparola: Positivo: è una forma di comunicazione interpersonale tra consumatori a proposito di un prodotto/servizio/brand che prende la forma di un consiglio o di una raccomandazione a seguito di un’esperienza recente piacevole Negativo: assume la forma di denigrazione o consiglio contro l’offerta di un’azienda in relazione a un’esperienza spiacevole Il passaparola positivo non ha lo stesso peso di quello negativo. Si dice che quello negativo è 10 volte più impattante rispetto a quello positivo.  Esistono alcuni bisogni latenti alla base del desiderio delle persone di parlare di un certo prodotto/servizio. Ad esempio, il desiderio di guadagnare lo status di esperto davanti ai pari oppure il desiderio di esprimere se stessi. Secondo la Teoria del Sé Esteso di Blek, infatti, gli oggetti che possediamo diventano un’estensione del nostro sé. Questo vale anche per i brand. I brand che scegliamo, infatti, contribuiscono a costruire e definire la nostra identità. Proseguendo, il passaparola viene usato per ridurre eventuali tensioni psicologiche e sensazioni spiacevoli che possono derivare da dubbi o ripensamenti sul proprio acquisto. Entrando nello specifico, il WOM negativo si genera perché è un modo per sfogare la frustrazione dettata dalla mancata soddisfazione del prodotto. Quello positivo, invece, ad oggi viene generato quando un consumatore non è solamente soddisfatto, ma quando rimane estasiato dall’esperienza avuta con quel determinato prodotto/servizio/brand. Fino a poco tempo fa, i ricercatori hanno sostenuto l’idea di una diffusione lineare del passaparola. Secondo questa prospettiva, il WOM si concentra sugli scambi che avvengono nelle relazioni a due in cui una persona rappresenta la fonte e l’altra il destinatario.  Questa, però, si tratta di una visione semplicistica e ridotta in quanto chi riceve consigli può dare a sua volta feedback, che possono modificare il modo con cui l’interlocutore avanza suggerimenti. Un altro elemento da tenere in considerazione è la transitività dei legami.  Dal momento che gli amici di una persona sono spesso amici tra di loro, è molto probabile che questi parlino di argomenti simili. Questo porta alcune persone della stessa rete a essere esposte più volte alle stesse informazioni. Dunque, si può sovrastimare il numero di persone raggiunte. Infine, parlando del passaparola online, i modelli unidirezionali non sono in grado di spiegarlo in quanto non tengono conto del fatto che le informazioni circolano in una rete complessa caratterizzata  da numerosi legami interpersonali e da una forma di trasmissione delle informazioni bidirezionali. Grazie all’evoluzione di Internet, oggi si parla di “effetto megafono”, cioè della possibilità di far sentire la propria voce a un’audience di massa.  In conclusione, possiamo affermare che la componente essenziale del passaparola è la fiducia, soprattutto nella società odierna in cui lo scetticismo nei confronti dell’informazione mediatica è molto forte. Dunque, al giorno d’oggi per un brand risulta fondamentale curare ciò che viene detto di positivo e/o negativo circa i propri prodotti e servizi. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge

Gli effetti della Primavera

È arrivata la primavera, la cosiddetta “stagione della rinascita”: la natura è tornata a fiorire, gli alberi spogli si rivestono di punte colorate di piccoli fiori, le giornate si allungano e il sole illuminando di più le rende più piacevoli.  Con la primavera arriva anche il risveglio dei sensi; infatti dopo l’inverno rigido e cupo, il corpo reagisce ai cambiamenti esterni influenzando anche la mente. Le giornate si allungano, la temperatura si alza, i fiori sbocciano, gli animali escono dal letargo ed è tutto un trionfo di luce, colori e profumi. La primavera porta con sé indubbiamente tanti aspetti positivi in grado di influenzare la nostra salute e il nostro umore. Dona sensazioni di allegria, leggerezza e libertà: allegria per la vitalità e la vivacità di tutto ciò che ci circonda, leggerezza a partire già dall’abbigliamento e libertà di muoversi, esprimersi, viaggiare, esplorare e conoscere…. Con il bel tempo abbiamo, infatti, maggiore possibilità di uscire e stare all’aperto, di fare escursioni e gite fuori porta, visitare posti nuovi, soddisfacendo anche la nostra curiosità e i nostri bisogni di conoscenza. Possiamo praticare attività fisica e sport a contatto con la natura, in spazi più ampi e meno costretti.Non sono poche le persone che dicono di avvertire un miglioramento dell’umore nelle belle giornate di sole in particolare con l’arrivo della primavera. Questo fenomeno ha una spiegazione fisiologica: un’esposizione più prolungata alla luce solare aumenta la produzione di serotonina, un ormone che favorisce il buonumore, nell’organismo. Nei mesi invernali la sua azione viene limitata dalla maggiore presenza nel corpo di una proteina chiamata SERT. Un certo grado di “meteoropatia”, quindi, sembra comprensibile e giustificato.