Questo articolo contiene un omicidio

Non è vero, naturalmente, ma avete iniziato a leggerlo e questo ci aiuta aintrodurre l’argomento di oggi. In un recente articolo sulla rivista Nature Human Behaviour, dal titolo “La negatività guida il consumo di notizie online”, si fa luce su quello che un po’ tutti avevamo già intuito, in qualità di consumatori di notizie sul web: la negatività attira i click e questo spiega l’abbondanza di articoli e notizie di una certa tonalità che affollano ogni giorno la rete. Ma qual è il motivo di tanto successo della negatività e del male?I ricercatori hanno analizzato oltre centomila articoli di un sito di notizie spesso banali e di curiosità, Upworthy, che vanta un bacino enorme di lettori, e sono giunti alla conclusione che ogni parola negativa aumenta la percentuale di click di oltre il 2%, che sui grandissimi numeri significa un dato assai rilevante e appetibile per chi pubblica. Secondo lo studio, è vero addirittura il contrario: “La presenza di parole positive nel titolo di una notizia riduce significativamente la probabilità che un titolo venga cliccato”. Claire E. Robertson, della New York University, coautrice dell’articolo citato, afferma che questo risultato non è una novità. Le cattive notizie ottengono naturalmente più attenzione: questo è sensato, aggiungo, perché la prima attenzione della nostra specie è quella di proteggersi dai pericoli; di conseguenza, siamo ovviamente più sollecitati e attivati dagli stimoli di allarme, anche nel caso in cui si tratti di notizie che non ci riguardano direttamente. Ma anche le storie banali e senza importanza, se vengono tinte di nero ad arte, attirano più interesse? Secondo la dottoressa Robertson è proprio così: anche nel caso della stessa identica notizia, “inquadrare in modo più negativo aumenta il coinvolgimento” Ma attenzione: questo non vale per tutto quello che viene pubblicato sul web: si tratta di una caratteristica tipica nel caso delle notizie (che sono peraltro una minima parte della dieta digitale quotidiana del consumatore). Un’analisi del 2021, di ben 126.301 post su Twitter, ha rilevato, ad esempio, che i post personali con emozioni positive avevano molte più probabilità di diventare virali. Invece, nel caso delle notizie, cioè delle informazioni su ciò che accade nel mondo reale, la negatività garantisce, in modo inequivocabile e significativo, un maggiore aumento del traffico. La ricerca citata ha convalidato numerosi altri studi che dimostrano che le persone sono particolarmente propense a consumare notizie politiche ed economiche “quando sono negative” e che le emozioni ad alto grado di eccitazione – come l’indignazione – hanno maggiori probabilità di essere condivise dagli utenti. È ovvio che ci sono molti eventi negativi nella realtà quotidiana e chi fa cronaca deve giustamente comunicarli, senza ipocrite edulcorazioni; ma è interessante riportare il pensiero di Derek Thompson, giornalista e opinionista statunitense, che mette in guardia su questo punto, perché: “sensazionalizzare le notizie negative, ignorando le storie positive, può gradualmente desensibilizzare il pubblico verso problemi veramente gravi, sopraffare le persone con un senso di rovina globale, disinformare il pubblico sulle opportunità per migliorare il mondo”. Ecco: credo che valga la pena di riflettere su questo aspetto.I social amplificano la negatività, la rabbia, il disfattismo per aumentare il coinvolgimento e in questo modo utilizzano la nostra naturale attenzione al pericolo. Ma, come scrive Thompson, le istituzioni giornalistiche e mediatiche rischiano di seguire questa tendenza per incontrare il maggior interesse dei lettori, in un ecosistema affollatissimo e in cui è facile passare inosservati, data l’abbondanza dell’offerta. Il rischio, in questa situazione, è di aumentare in modo talmente esponenziale la dose di negatività diffusa da paralizzare in qualche modo le persone: se non c’è materiale per la speranza, si arriva progressivamente a sospendere ogni attività che si proponga di incidere sul futuro. E forse questo è il vero delitto, che meriterebbe tutta la nostra attenzione. Oltre a qualche risposta adulta.

Il fenomeno sociale dei giovani “Woke”: una generazione sempre in allerta

generazione woke

Il termine inglese “Woke”, la cui traduzione letterale è “sveglio”, definisce uno stato di allerta e di particolare attenzione riguardo alle ingiustizie sociali o razziali. Nell’ultimo periodo è stato utilizzato per indicare l’attitudine di persone che hanno maturato una grande consapevolezza sulle ingiustizie rappresentate da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualsiasi forma di discriminazione. Questa parola è si è fatta manifesto di una generazione ipersensibile, perennemente in guardia, ambasciatrice di valori quali l’uguaglianza e l’inclusione. L’espressione “Woke” risale al ‘900, tuttavia è negli ultimi 10 anni, con le proteste di “Black Lives Matter” che si è arricchita di un nuovo significato. I giovani “woken”, risvegliati, sono individui attenti e informati che affrontano in maniera consapevole temi caldi come il razzismo e la parità di genere. Dunque un termine utilizzato con accezione positiva per indicare attivisti impegnati nel sociale, accanto ai più deboli, che combattono battaglie per i diritti umani. Oggi la parola “Woke” ha assunto un significato perlopiù negativo, allo scopo di descrivere questa categoria come individui fanatici e aggressivi. In quest’ottica i social fungono da amplificatore, dando vita a fenomeni virali piuttosto preoccupanti. Uno di questi è la cancel culture: l’atto di sminuire, boicottare o colpevolizzare “l’altro”. Una modalità che rende difficile, quasi impossibile il confronto, sano e proattivo, tra persone con idee diverse. Una delle conseguenze di questo approccio è, paraddosalmente, la limitazione della libertà di espressione. La tutela dei diritti e dei differenti punti di vista è nobile e sacrosanta, ma per far sentire la propria voce bisogna dialogare, non sovrastrare. Occorre quindi costruire uno spazio protetto di dialogo e confronto, sia online che offline, dove l’empatia e la comprensione sono fondamentali per comprendere le esigenze degli altri.

Il tarassaco come esempio di crescita e libertà

tarassaco

La primavera è sbocciata intorno a noi e anche il tarassaco fa ormai capolino in giro. Il suo fiore giallo annuncia l’arrivo dei colori della natura e nel nostro abbigliamento, che lentamente abbandona i colori scuri e invernali. La sua particolarità è data dalla trasformazione dei suoi semi in un’appendice dall’aspetto morbido e setoso che vien voglia di soffiare via. A tal proposito è chiamato anche soffione. Per questa sua caratteristica così peculiare, questo fiore cangiante assume in psicologia un significato simbolico del percorso di crescita personale. Questo fiore, come tutti del resto, produce i suoi semi leggeri e volatili, come possibilità di piantare radici anche altrove e non solo nelle immediate vicinanze della pianta madre. I continui cambiamenti simboleggiano le fasi di vita di una persona, che giunta a maturazione, con i suoi tempi, lascia la sicurezza delle proprie radici per avventurarsi altrove. I semi del tarassaco infatti ognuno con il proprio tempo lasciano il pappo per esplorare il mondo e generarsi nella primavera successiva. Alcuni impavidi si abbandonano a folate di vento più impetuose, altri timidamente cominciano a rotolarsi nella leggera brezza. Non mancano neppure quelli che faticano a sopportare il distacco, che prima o poi è necessario avvenga. Proprio come nella metafora della vita familiare. Su questa stessa scia, il nostro blog, nato ormai due anni fa assume come simbolo in copertina proprio il soffione del tarassaco, come possibilità di libertà per conoscere nuove cose, fare nuove esperienze che ci aiutano nel nostro percorso di crescita personale.

Il rimuginio come forma di evitamento

Il rimuginio è un modo di pensare ripetitivo e rigido noto all’esperienza comune ma tipicamente appartenente alle condizioni ansiose. Chi trascorre molto tempo a rimuginare vive nella eccessiva preoccupazione per il futuro. Ha una visione perlopiù catastrofica su come andranno le cose e spesso svaluta le proprie risorse personali. Il rimuginio è una concatenazione di pensieri a valenza negativa su di una situazione temuta. Si tratta di una attività di anticipazione i cui scenari tendono a confermare le svalutazioni che la persona ha su di sé e sulla vita. ll flusso dei pensieri di A. A. arriva in seduta dopo un forte litigio con il suo compagno ed afferma: “Devo prepararmi al peggio, a come sarà se dovesse accadere ciò che temo“. Una pausa di silenzio e prosegue in modo serrato: “Credo proprio che P. tra non molto mi lascerà. Starò malissimo. Non so neppure come farò ad andare avanti. Forse potrei voltare pagina. Sì, potrei, potrei rifarmi una nuova vita con una nuova persona però… no, anche quello non servirebbe. E poi, chi mi dice che non andrebbe male anche la prossima volta! Credo che alla fine io per lui non sarò più niente. Dimenticherà ogni cosa come succede sempre: quando un amore finisce si dimentica. Forse la soluzione sarebbe partire, andare lontano. Starmene da sola, per sempre. In fondo, io me la so cavare da sola. Anche se poi finirei col morire di solitudine, perchè poi, quel sentimento lì, mi frega sempre. Non so proprio come fare, mi sento di impazzire, mi scoppia la testa“. Il rimuginio è un tentativo di controllo e, al tempo stesso, un meccanismo di evitamento La persona, rimuginando, si illude di tenere sotto controllo la realtà. Ma di fatto ciò che accade è che si sottrae dall’affrontare l’esperienza reale ed entra in un circolo vizioso. Da un lato attiva una strategia per gestire le sue emozioni e dall’altro, nella ricorsività dei pensieri negativi, sente crescere la sensazione di non farcela e, al tempo, quella di non essere in grado di fermare il flusso incontrollabile della propria ansia. Con tutto il malessere che ne deriva. Chi rimugina è intrappolato nell’assillo dei propri processi mentali. Evita il contatto con il presente e si rifugia nel futuro come modo per non diventare consapevole e responsabile della realtà interna ed esterna che vive. Il rimuginio e il legame con il passato Sebbene in apparenza il rimuginio abbia a che fare con il futuro, il suo legame con il passato è molto forte. Mentre il pensiero che anticipa in maniera funzionale, come nel caso del problem solving, è aperto all’orizzonte delle possibilità ed è in grado di riconoscere le risorse necessarie per affrontare al meglio la situazione di vita che, di volta in volta, si ha davanti a sé, nel rimuginio ci si trova all’interno di un labirinto dove tutte le strade sono chiuse. Lo scopo inconscio di questo modo di funzionare della mente è quello di mantenere in piedi lo schema rigido del proprio copione. Il piano di vita costruitosi durante l’infanzia, con l’insieme delle sue modalità dipendenti, che se per un verso offre una (illusoria) rassicurazione per l’altro limita la crescita e la realizzazione di se stessi. Il rimuginio e la ruminazione: differenze Un’attività di pensiero simile ma diversa dal rumiginio è la ruminazione. A differenza di quanto avviene nel rimuginio, nella ruminazione l’attenzione non è rivolta al futuro ma alla ricerca delle possibili cause del proprio umore, solitamente depresso, e delle esperienze del proprio passato. Questo sforzo cognitivo, che ad un primo sguardo sembra orientato alla consapevolezza, di fatto produce una stagnazione del pensiero e una paralisi di fronte alla vita. Ruminando la persona si sottopone a continua svalutazione e resta bloccata nell’accusa e nella colpa. Il pensiero circolare di G. “La vita è stata crudele con me. Perchè proprio a me? Sto male e non posso farci niente. Il problema è che non riesco a trovare un senso a tutto questo. Forse devo prendermela solo con me stesso ma tanto è inutile perchè non posso fare niente per cambiare come mi sento adesso“. Liberare la mente e stare nel presente L’obiettivo terapeutico da raggiungere, sia nel caso di rimuginio che di ruminazione, è stare nel qui e ora. Liberare la mente dai pensieri disfunzionali. Dagli attaccamenti al passato e dalle anticipazioni del futuro. Fare spazio per il sentire. Abbandonare la lamentela della posizione passiva e vittimistica per sviluppare responsabilità e autonomia. Nella maggior parte dei casi, è necessario un lavoro profondo sul passato volto a rimuovere gli ostacoli nel presente. In modo che sia possibile far emergere i bisogni non riconosciuti che oggi chiedono gratificazione. E attivare le risorse adulte necessarie per vivere la vita in modo soddisfacente.

BRAND NARRATIVE STRATEGY

Brand narrative strategy

Oggi il tema della brand narrative strategy è sempre più conosciuto. Facendo riferimento al marketing, un brand ambizioso deve trovare una narrazione attraverso cui raccontare se stesso.  Questo risponde in qualche modo a una naturale propensione che gli esseri umani hanno di organizzare la realtà sottoforma di storie, il cosiddetto pensiero narrativo. Gli uomini hanno questa modalità di immagazzinare le informazioni che riguardano la realtà esterna, ma anche la propria persona. Noi tendenzialmente costruiamo, incanaliamo le informazioni all’interno di una storia che possa tenere insieme la varietà delle esperienze che viviamo per dare unicità, coerenza e omogeneità alla nostra storia e per far sì che non sia troppo frammentata. Allo stesso modo dovrebbero fare i brand, cercando una strategia narrativa che faccia capire che si sta parlando di loro. Oggi un brand acquisisce senso e, dunque, valore nel momento in cui riesce a costituirsi come una narrazione. Lo scopo dello storytelling in ambito pubblicitario è quello di stabilire linee guide utili a rappresentare e trasmettere valori e visioni d’impresa sotto forma di storie. De Martini propone una struttura narrativa composta da cinque elementi. MITI E VALORI: attraverso lo storytelling, i brand riescono a trasmettere i propri miti e valori e fondare vere e proprie civiltà.  EMPATIA: essa è intesa come la capacità da parte dell’azienda di entrare in empatia con uno specifico target. In passato le aziende si ponevano in una condizione di superiorità rispetto al consumatore, considerandolo passivo. Secondo questa prospettiva, invece, l’azienda dovrebbe considerare il consumatore come un proprio pari.  CAMBIAMENTO: che coincide con il benefit e/o la promessa. E’ il vantaggio materiale o immateriale che il consumatore può acquisire con il suo prodotto/servizio. Tanto più la promessa di cambiamento è unica nel suo genere, tanto più il brand avrà un vantaggio competitivo. STRUMENTI (prodotti/servizi/pubblicità…): non sono altro che l’incarnazione materiale dei brand, tramite i quali si può raggiungere il benefit promesso. PROCESSI: il modo in cui il brand realizza gli strumenti necessari per determinare il cambiamento. Essi includono tutti i processi produttivi e organizzativi che consentono di creare i prodotti e/o i servizi.  Dunque, poiché un brand crede in determinati valori testimoniati dai suoi miti, si pone in un rapporto di empatia specifica con un target. Questa empatia lo induce a perseguire un cambiamento positivo nella vita di quelle persone. Tale cambiamento è reso possibile dall’uso di strumenti (prodotti, servizi, comunicazione…), i quali sono realizzati da adeguati processi organizzativi e produttivi. Facciamo un esempio, ricostruendo la strategia narrativa di Facebook: 1. Miti e valori La missione di Facebook è quella di connettere tutto il mondo con una modalità semplice e veloce. Possiamo notare i valori fondanti di questo brand da alcuni slogan usati da Zuckerberg come “Done is better than perfect” o “Move fast and break things”. Questi motti richiamano l’idea di rapidità e velocità di esecuzione, anche a costo che non tutto fili sempre liscio. Altri valori che si possono citare sono sicuramente la condivisione e la quantità di informazioni che possono essere messe in circolo.  2. Empatia Poiché un brand crede in determinati valori si pone in un rapporto di empatia con uno specifico target. Facebook si rivolge a tutte quelle persone che vorrebbero comunicare in ogni istante con chi vogliono.  3. Cambiamento Il cambiamento che promette Facebook è quello di avere una “vita più viva” grazie alla possibilità di rimanere in contatto e/o espandere la propria vita sociale in maniera rapida e semplice. 4. Strumenti Tale promessa di cambiamento può essere raggiunta grazie a una piattaforma digitale capace di connettere non solamente le persone, ma anche le loro emozioni, in qualsiasi momento. 5. Processi Questa piattaforma digitale nasce grazie a una forma di cooperazione ispirata a criteri di alta produttività, bassa selettività e massima fluidità. In conclusione, per realizzare una brand narrative strategy efficace è necessario tenere in considerazione tutti questi diversi elementi.  Purtroppo, a volte le aziende fanno una scelta netta realizzando campagne che si focalizzano solamente sul prodotto o sulla marca. Quando si comunica, invece, si dovrebbe comunicare sempre in maniera olistica e completa. BIBLIOGRAFIA: De Martini, A. (2017). Brand narrative strategy. Il segreto dell’onda. Milano: Franco Angeli

Il Complesso di Caino

Secondo la Bibbia, Caino e Abele sono i primi figli dell’Umanità, nati da Adamo ed Eva una volta che questi vennero cacciati dal Giardino dell’Eden. Caino fu primogenito e si dedicò alla coltivazione della terra; poi nacque Abele, che invece si dedicò alla pastorizia. Dopo un po’ di tempo, Caino offrì a Dio i frutti della terra e anche Abele scelse di fare un’offerta a Dio, sacrificando i primogeniti del suo gregge. Questo, provocò la forte gelosia di Caino, che decise di uccidere il fratello, venendo poi punito da Dio. Si fa riferimento a Caino quando si parla di rivalità tra fratelli e di gelosia per i fratelli minori. Fu proprio uno psicoanalista, Charles Baudouin (1893-1963), a creare questo tipo di associazione, fra il racconto biblico e una dinamica, quella fraterna. Si parla quindi di “Complesso di Caino” per richiamare quell’insieme di sentimenti, spesso ambivalenti e contraddittori, che il primogenito vive quando si trova a fare i conti con l’arrivo del fratellino o della sorellina. Entrambi i genitori cominceranno a mostrare maggiore attenzione e protezione al nuovo membro perché è il più giovane, di conseguenza il fratello maggiore si sentirà ignorato o rifiutato. I bambini piccoli capiscono che alcuni privilegi di cui avevano goduto fino a quel momento sono stati concessi al nuovo membro. Inizia così questo complesso che può svilupparsi ed evolversi dall’infanzia all’adolescenza o alla prima età adulta. La caratteristica principale di questo complesso è l’eccessiva gelosia concentrata sul fratello con cui si è in competizione o in rivalità. Di solito si parla dei fratelli più anziani che affrontano i loro fratelli più giovani, ma questa non è una regola fissa, quindi è un complesso che può svilupparsi in tutti i soggetti coinvolti indipendentemente dalla loro età. Il complesso di Caino è sempre associato alla fase dell’infanzia, ma non è da escludere la possibilità che si sviluppi durante la pubertà o l’adolescenza. In questi casi i conflitti tra fratelli e sorelle possono derivare da questioni quali il rendimento scolastico, la condivisione d’interessi con i genitori, i talenti o anche abilità come l’intelligenza.

Tecnologia, salute mentale e giovani: quali opportunità?

L’essere umano è immerso in sistemi e contesti socio-culturali che ne influenzano lo sviluppo e il modo di stare nel mondo. Di conseguenza, i cambiamenti o le trasformazioni socioculturali hanno un forte impatto sulla salute mentale. L’uso di Internet è diventato sempre più pervasivo, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti. Di conseguenza, le problematiche legate all’uso di Internet, dei social media, degli smartphone e dei videogiochi sono diventati motivo di notevole preoccupazione. Ma diverse sono anche le opportunità. Negli ultimi tempi, c’è stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre problematiche relative alla salute mentale nella popolazione dei giovani e giovanissimi. Nel tempo, diversi studi hanno collegato l’aumento osservato dei sintomi con l’onnipresente aumento dell’uso delle tecnologie informatiche personali, inclusi i social media, suggerendo come il tempo trascorso su questi tipi di tecnologie è direttamente correlato alla cattiva salute mentale. Di contro, si è anche osservato come le stesse tecnologie offrono anche una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento della malattia mentale. Non è il mezzo in sé, ma l’uso che se ne fa: le nuove tecnologie portano con loro grandi sfide e grandi opportunità. Tali aspetti sono stati analizzati nello studio condotto da Lattie, Lipson e Eisenberg (2019), nell’articolo “Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities”, dove ci si è concentrati principalmente sulla popolazione dei giovani studenti universitari. Questi riportano come negli ultimi anni, ci sia stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre malattie mentali nella popolazione degli studenti universitari, accompagnati da un costante aumento della domanda di servizi di consulenza. Queste tendenze sono state viste da alcuni studiosi come una crisi di salute mentale. Poiché le tecnologie informatiche personali come gli smartphone, con la loro facile accessibilità ai social media, sono diventate sempre più onnipresenti, sono state sempre più oggetto di esame come potenziale causa di cattiva salute mentale o come fattore scatenante di questa crisi. L’ubiquità degli smartphone ha introdotto un cambiamento nel modo in cui le persone comunicano. Piuttosto che pensare ai social media come causa inevitabile di problematiche relative alla salute mentale, potrebbe essere più utile distinguere tra uso sano e malsano dei social media. È chiaro che l’aumento dell’utilizzo della tecnologia ha cambiato radicalmente il panorama in cui gli studenti universitari si connettono tra loro. Mentre l’uso improprio sembra avere alcuni danni sulla salute mentale, le stesse tecnologie offrono una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento delle problematiche di natura psicologica. Come per quasi tutti i comportamenti, la moderazione è la chiave. Sarebbe quindi irresponsabile concludere che l’uso dello smartphone e dei social media sia intrinsecamente negativo, poiché possono diventare percorsi per connettere le persone con le loro reti di supporto sociale e costruirne di nuove. In effetti, le piattaforme di social media, come Facebook e Instagram, sono sempre più viste come luoghi per divulgazioni personali e per stabilire e mantenere connessioni sociali. Inoltre, l’accesso continuo al computer o allo smartphone porta con sé una serie di opportunità per i programmi digitali di intervento sulla salute mentale. I servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia, compresi quelli forniti online e tramite app, offrono la possibilità di espandere le opzioni di trattamento e ridurre le barriere ai servizi di salute mentale. Tra più sottopopolazioni (dai giovani agli adulti agli anziani) e per molte problematiche che presentano (tra cui depressione e ansia), i servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia hanno dimostrato un’ottima efficacia. È necessario conoscere le piattaforme e gli strumenti digitali ed educare al loro utilizzo e alla loro comprensione, così che possano diventare sempre più strumenti funzionali, utilizzabili per creare conoscenza e sensibilizzare anche su argomenti relativi alla salute mentale. Molto si è fatto in questa direzione e ancora molto si dovrà fare. Ancora molte ricerche devono essere effettuate per comprenderne la correlazione tra tecnologie e salute mentale e la natura della stessa. Questo è un campo ancora in piena esplorazione. Fonti Lattie EG, Lipson SK and Eisenberg D (2019). Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities. Front. Psychiatry 10:246. doi: 10.3389/fpsyt.2019.00246

DCA, Anoressia e Bulimia: il pericolo dei profili recovery

DCA anoressia bulimia

Abbiamo già affrontato il delicato rapporto di interconnessione tra i social networks e i disturbi del comportamento alimentare DCA. Negli ultimi tempi, i social sono diventati una vetrina per raccontare, spiegare e documentare i disturbi mentali. Se da un lato questa tendenza contribuisce a vincere il tabù che aleggia attorno al tema della salute mentale, dall’altro rischia un effetto boomerang. La narrazione del disagio psichico è spesso romanzata e patinata e mira ad una disperata ricerca di attenzione e visibilità. Altre volte invece queste testimonianze assumono contorni preoccupanti perché scatenano ammirazione ed emulazione. In particolare, stanno facendo molto discutere ultimamente i profili recovery. I “profili recovery” sono diari alimentari digitali in cui giovani affetti da DCA documentano la propria guarigione, postando ogni tappa del percorso. In Italia ce ne sono più di cinquemila, affollano il web con immagini super instagrammabili di cibo opportunatamente pesato, impiattato e postato sui social. L’hashtag #recovery racconta storie di anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare, tra spettacolarizzazione della disturbo e conta delle calorie. Questi profili nascono con la nobile intenzione di creare dei gruppi virtuali di sostegno in cui gli utenti si incoraggiano a vicenda per guarire. Tuttavia nascondono dei pericoli e possono rivelarsi addirittura controproducenti. La maggior parte dei profili recovery racconta la quotidianità con una grande attenzione all’estetica, postando ricette salutari e proponendo uno stile di vita healthy. Questa idea di perfezione e disciplina, scatena negli utenti affetti da DCA un misto di ammirazione, emulazione e frustrazione. “Perché loro sono così perfetti e io no? Perché loro riescono e io no?”Per persone che stanno vivendo di per sé un momento di fragilità, cadere nella trappola del fallimento e del senso di inadeguatezza è molto facile.

Il percorso psicologico temuto come perdita di sé

Il percorso psicologico a volte può essere temuto come perdita di parti di sé. C. viene in seduta da circa 4 mesi. È da un po’ che studiamo e osserviamo il suo sentimento di colpa, onnipresente appena C. accenna a fare un passo al difuori delle aspettative degli altri in quanto brava figlia, ragazza, studentessa, amica. Questo senso di colpa viene toccato con mano nei diversi e variegati contesti vissuti da C., facendo ormai veloci e chiari collegamenti tra passato e presente. Tuttavia, da qualche incontro sembriamo vivere uno stato di impasse. Ogni volta che, infatti, esploriamo letture e percorsi di azione alternativi alla necessità di rispondere alle richieste altrui, C. resiste, spaventandosi. Per lei, la prospettiva di deludere le aspettative altrui è irraggiungibile: una catastrofe rispetto al disagio provato finora che, sebbene doloroso, è quanto meno conosciuto. Ad uno dei nostri incontri esordisce dicendo che c’è una parte sempre più insistente di lei che vorrebbe lasciare il percorso e accontentarsi della maggiore consapevolezza raggiunta. Un’altra parte, invece, sa di dover continuare fino in fondo. Facendo conversare questi due pensieri, arriviamo ad una metafora. C. dice di trovarsi in una grotta stretta, scura, ma ben arredata. Con l’andamento dei nostri incontri è riuscita a trovare una porta, che da su un corridoio alla cui fine c’è un’uscita luminosa. Mentre raggiunge faticosamente l’uscita, si volta verso quella vecchia grotta che sembra, passo dopo passo, più calda e attraente. Facciamo quindi un esercizio di immaginazione guidata, per provare ad esplorare che cosa ci sia aldilà dell’uscita. C. racconta di attraversare il corridoio e sbucare in un bel prato verde dai colori sgargianti, alberi in fiore e, in lontananza, il cinguettio degli uccellini. Percorrendo un sentiero nelle vicinanze incontra un ruscello, dove decide di bagnarsi. L’acqua è fredda e dissetante. Ma come beveva all’interno della grotta? – si chiede. C. colloca, per logica, un pozzo nella caverna dove dice di trovare dell’acqua calda, che riscalda ma non disseta. <<Ma a me piace l’acqua calda!>> – dice C. – <<e ora ho paura di non trovarla più>>. Comincia a spaventarsi: <<e se ci sono animali feroci? E dove dormo quando cala il sole? >>, si chiede, cercando riparo nella grotta. Spesso, intraprendere un percorso psicologico porta con sé la paura di dover abbandonare delle parti di sé. Sono quelle parti che ci hanno tenuti in vita fino ad ora nel migliore dei modi possibili. Riprendo la metafora dell’acqua per spiegare il processo di cura: il punto non è scegliere tra acqua fredda o calda, quanto impegnarsi insieme per costruire un rubinetto che possa darci acqua fresca quando siamo assetati e acqua calda quando abbiamo freddo. Analogamente, la terapia è quel percorso che porta a riconoscere la necessità di entrare in grotta al riparo dal freddo, con la gioia di uscire al mattino seguente.