La fine del percorso psicologico dagli occhi dello psicologo

La fine di un percorso psicologico, vi siete mai chiesti com’è vissuto attraverso gli occhi dello psicologo? N. entra nella stanza radiosa, noto con piacere la cura riposta nella scelta dell’abbigliamento. <<Ora mi piace guardarmi allo specchio>>, disse con orgoglio qualche seduta precedente. Legge spedita gli homework assegnati per la settimana. Ricordo i primi esercizi letti con difficoltà, la vista offuscata dal timore di apparire incapace persino ad un semplice compito di lettura e comprensione del testo, di essere esposta al giudizio di una psicologa molto più giovane di età. Anche lo sguardo è vivo e presente, non si perde più nella parete dietro la mia poltrona e N. non mi chiede di ripetere ancora una volta ciò che sto dicendo. <<L’ansia>>, mi dice, <<è ancora qui con me. Ma ora non ho paura. So di essere più forte di questa vecchia amica>>. Dopo aver ascoltato in silenzio gli homework e il racconto della settimana, accenno un sorriso sereno:<<sa che giorno è oggi?>> . N., un po’ preparata a questa notazione, risponde veloce :<< Sono sicura manchino almeno altri due incontri!>>. Sorrido accogliente, ma resto in attesa. N. resta un po’ in silenzio, lo sguardo timido, come prima di un saluto che teme di essere l’ultimo. <<… e adesso?>>. Io ed N. avevamo concordato l’obiettivo di raggiungere una maggiore “chiarezza”, come lei dice al primo incontro. La capacità di capire cosa stesse provando, pensando e agendo in determinati momenti. Di raggiungere inoltre quegli strumenti per fronteggiare i momenti di “crisi”, quando cioè l’ansia diventa molto forte ed N. non riesce a mettere a frutto quanto raggiunto nelle terapie precendenti. <<Io sono soddisfatta di ciò che abbiamo raggiunto insieme>>, le dico. <<Si, ma insieme…>>, incalza lei. <<Ciò che abbiamo fatto qui insieme mi sembra lei lo abbia reso sempre più parte di sè…ricorda com’era all’inizio?>>. Ripercorriamo le tappe del percorso e le risorse emerse. N., che ha portato più volte in seduta la sua paura di non riuscire a “camminare” sicura da sola, accetta la mia proposta di rivederci tra due settimane, per cominciare a vedere come va in autonomia. Mi ringrazia per la fiducia che sto mostrando in lei. Quando un percorso psicologico finisce, è il più delle volte una gran gioia. Osservo con fierezza L. riappropriarsi della propria autonomia. Ma quando un percorso finisce non chiudi la porta. Quella poltrona che N. ha definito talvolta scomoda e dura, è sempre pronta ad accogliere, a rispolverare quelle risorse che ogni tanto non riusciamo a vedere. <<Di ogni percorso fatto mi porto una frase. Da questa mi porto: “non importa quanto grande, ma nessuna difficoltà potrà mai essere più grande di me>>. Per N. l’ansia non è più così grande. Per me N. ora lo è di più. Quando finisce un percorso psicologico, dagli occhi dello psicologo.
ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.
Quanti anni ti senti oggi? Tra percezione e realtà

“Quanti anni hai nella tua testa?” è la domanda che ha posto via Twitter ai suoi follower Jennifer Senior, premio Pulitzer 2022, che ha scritto su questo argomento un bellissimo articolo su The Atlantic. La percezione della propria età è un tema con un notevole margine di soggettività. Siamo soggettivi in tutto, ovviamente. Ma, nel caso specifico, c’è un grande divario tra la sensazione soggettiva e la realtà. Parliamo di percezioni di noi, del nostro corpo, del nostro tempo e della nostra durata. Solo in condizioni di patologia e alterazione neurologica, oppure di difficoltà e sofferenza estrema – come avviene nei casi di dispercezione della propria mole corporea, ad esempio nei disturbi alimentari – esistono differenze così grandi. In generale, si rilevano piccole differenze, ma non abissi, tra la realtà – o quello che viene osservato dalla maggioranza delle persone – e quello che percepiamo di noi; inoltre, siamo anche in grado di collocarci nello spazio in modo consapevole: la propriocezione funziona per la maggior parte di noi. Ma cosa succede invece nella nostra mente rispetto alla percezione del tempo e della nostra età? Gli studi concordano sostanzialmente su un punto: la maggior parte delle persone, a partire dai quarant’anni, si percepisce come più giovane e si raffigura internamente con un’età di circa il 20% in meno. Le risposte che danno le persone, sia all’interno di ricerche sia nei salotti o sui social, sul motivo per cui sentono di appartenere a una certa età, sembrano sostenere un’ipotesi: ci “attesteremmo”, in qualche modo, sull’età in cui abbiamo percepito per la prima volta in modo chiaro e continuo una sorta di stabilità di coscienza, di percezione di noi e del mondo; oppure al momento della nostra vita in cui abbiamo ottenuto i primi traguardi importanti. Per chi volesse approfondire questi aspetti, consiglio di leggere gli articoli di due ricercatori che si occupano di memoria, memorie traumatiche e psicologia dell’invecchiamento, a partire da: Berntsen, D., & Rubin, D. C. (2002). Emotionally Charged Autobiographical Memories across the Life Span: The Recall of Happy, Sad, Traumatic and Involuntary Memories. Psychology and Aging, 17, 636-652 A noi qui basta riflettere su quello che emerge in linea generale dalle ricerche in questo campo: gli adolescenti e i giovani adulti tendono a percepirsi con un’età maggiore di quella reale; mentre a partire dai quarant’anni, come dicevamo, si tende a tornare indietro, o meglio a fermarsi – come percezione della propria età – ad una precedente età, in cui abbiamo raggiunto dei risultati. I ricordi più forti e mantenuti nel tempo sono quelli dai 15 ai 25 anni, in cui accadono, nella vita di ognuno, moltissime “prime volte”, cioè eventi che per tonalità emotiva tendono a persistere e a radicarsi nella nostra memoria. In conclusione, si può avanzare una considerazione: che le nostre rappresentazioni interne dell’età siano legate al valore che attribuiamo alla nostra capacità di agire nel mondo e sul mondo. Da piccoli, ci sentiamo più grandi e più capaci di impatto. Dai quarant’anni in poi, quando abbiamo già sperimentato di essere in grado di esercitare un impatto, restiamo in qualche modo legati a questa rappresentazione di efficacia e di potenza, che nelle nostre realtà socio-culturali e alle nostre latitudini è particolarmente legata a questa fascia di età. Curiosamente, gli studi rilevano minore divario tra età percepita ed età reale nelle società asiatiche: forse perché in queste culture – pensiamo in particolare al Giappone – è dato grande valore all’esperienza e all’età anziana, uno status considerato di elevata utilità nel contesto produttivo e sociale e degno di profondo rispetto .E allora, a latitudini diverse dalle nostre, non serve rappresentarsi internamente come più giovani: ci si sente comunque efficaci e capaci. Anche a novant’anni.
Aspetti sociali dell’invecchiamento

Durante l’invecchiamento, gli aspetti sociali sono degli elementi da tener conto per un sereno rapporto con se e con gli altri. Forse però il vero problema non è tanto da ricercarsi nell’anziano quanto nell’ambiente che lo circonda. Per esempio, la scomparsa degli amici e dei famigliari impegna i vecchi nella ricerca di alternative in cui reinvestire le proprie potenzialità psico-emotive. Quindi, le esigenze e le energie psicologiche insoddisfatte finiscono per essere rivolte verso l’interno. Si innescano tutta una serie di sofferenze che ci fanno vedere l’anziano come egocentrico e troppo preoccupato di sé. Tutto ciò non fa altro che spingere l’anziano verso un isolamento ancora maggiore e verso una solitudine ancora più profonda. Nelle società industrializzate, fortunatamente, gli aspetti sociali degli anziani sono abbastanza presi in considerazione. Esistono, infatti, persone anziane che non vengono emarginate (ad esempio quelle creative oppure ricche) e che conservano spazi di partecipazione. Purtroppo, però, si tratta sempre di minoranze. L’atteggiamento sociale generale è infatti quello di emarginare, di ghettizzare tutti i soggetti non produttivi, non efficienti o considerati irrecuperabili. In questo tipo di società orientata verso valori di esasperata vitalità e posseduta dal senso del futuro, è evidente che non c’è posto per i vecchi, che chiaramente non hanno alcun futuro.Quindi nell’anziano nasce un progressivo senso di insicurezza e di ansia a causa del suo sentirsi fisicamente inadeguato a far fronte alla domanda sociale di produttività. Per difendersi da questa ansia, l’anziano si irrigidisce sulle proprie convinzioni passate e diventa conservatore, ma ciò non fa altro che produrre ulteriore solitudine ed isolamento. Nei casi estremi il vecchio si difende dal senso della propria impotenza accusando gli altri di ingannarlo, soprattutto nei confronti delle persone che lo assistono. Inconsciamente le giudica colpevoli di sottrargli la padronanza di se stesso, confermando la perdita delle sue facoltà.
Il bullismo e il cyberbullismo: interventi psicologici

di Mariarosaria Cafarelli Per bullismo si intende un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Questo fenomeno si basa su un rapporto asimmetrico tra la vittima e il bullo: la prima non può o non ha le abilità per far cessare l’atto aggressivo nell’immediato e il secondo, invece, compie l’atto volontariamente, cioè con l’intenzione di ferire o provocare un danno. Inoltre, un’altra componente necessaria è la ripetitività del fenomeno. Uno studente sarà oggetto di azioni di bullismo (prevaricato o vittimizzato), quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto volontariamente da uno o più compagni. Quindi, non ci si riferisce ad un atto singolo, ma ad una serie di comportamenti ripetuti nel tempo, all’interno di un gruppo, con il fine di avere un potere sull’altra persona. Molto spesso si tende a minimizzare questo fenomeno, ci si ferma all’apparenza, quando in realtà è molto più grave di quello che si pensa. È importante che gli psicologi si occupino non solo della vittima, ma anche del carnefice, saper definire la personalità di un ragazzo “bullo” e quali sono i motivi che potrebbero spingerlo a commettere condotte devianti. Dal punto di vista caratteriale i ragazzi che mettono in atto condotte devianti dimostrano una forte ambivalenza con le figure genitoriali e una personalità immatura, poco riflessiva, scarsamente tollerante alle frustrazioni e incapace di un autentico contatto empatico con gli altri. Un comportamento deviante può essere spiegato facilmente attraverso un rapporto di causa – effetto, oppure sulla base di semplici predisposizioni ereditarie, o come risultato di una problematicità intrafamiliare o di una subcultura. Sulla base di quanto detto, quindi, il bullismo verrà spiegato come il risultato dell’interazione di molteplici variabili, come la struttura della personalità del soggetto, le caratteristiche del gruppo di coetanei al quale appartiene, la qualità delle sue relazioni interpersonali, la tipologia della famiglia di appartenenza. Negli ultimi decenni la modalità del bullismo è cambiata, nel senso che un tempo venivano prese in considerazione azioni verbali e fisiche, mentre in tempi recenti si profila maggiormente la violenza psicologica, sicuramente più difficile da identificare, ma che viene messa in atto dal soggetto sulla sfera psichica e sull’autostima della vittima. Quindi, possiamo parlare di una situazione di bullismo, quando si assiste o si subiscono degli atti persecutori, violenti e aggressivi, da parte di un coetaneo o da un gruppo di coetanei, nei confronti di un loro pari. Le prepotenze possono essere di natura fisica, (spintoni, pugni, schiaffi), oppure di tipo verbale (minacce, insulti pesanti, offese), o infine di tipo psicologico (umiliazioni, discriminazioni, emarginazione). Nella maggior parte dei casi le tre categorie si verificavano in concomitanza: infatti l’offesa di tipo verbale può portare all’aggressione di tipo fisico, il tutto accompagnato da un forte trauma psicologico nella vittima, che diventa incapace di uscirne da sola. Le azioni offensive verbali e fisiche sono definite modalità dirette e sono quelle più evidenti, mentre quelle di tipo psicologico sono chiamate indirette, più difficili da individuare. Alla base del bullismo c’è l’intenzionalità da parte del soggetto di danneggiare la vittima, ovvero nel procurarle dolore, sofferenza, privandola della sua sfera relazionale e sociale; queste azioni offensive e vessatorie sono persistenti, frequenti e costanti nel tempo. Le conseguenze sulla vittima designata dal bullo sono deleterie ed includono danni alla salute fisica, psicologica, abbandono delle relazioni, isolamento, paura e terrore del suo carnefice, dispersione scolastica o abbandono degli studi e, in casi estremi portano al suicidio. In base al genere, secondo le statistiche, tendenzialmente i maschi utilizzano forme verbali e fisiche di bullismo, mentre le femmine utilizzano molto di più della azioni di tipo psicologico, come pettegolezzi, dicerie oppure diffusioni di immagini false. In tempi recenti, con l’insorgenza di internet e dei social media il fenomeno del bullismo ha subito un’evoluzione, trovando ampio spazio in questi nuovi canali, che hanno reso possibile la realizzazione di azioni vessatorie. Questa evoluzione è definita cyberbullismo, ossia un attacco vessatorio continuo, reiterato nel tempo attraverso la rete internet, e proprio quest’ultimo fenomeno è diventato oggetto di studio della psicologia. Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono molte, ad esempio: messaggi volgari o molesti; pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network postare o inoltrare informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false); rubare l’identità e il profilo di altri con lo scopo di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima; insultare o deridere la vittima attraverso messaggi sul cellulare, mail, social network; ed infine, minacciare la vittima attraverso i media andando ad intaccare la sua tranquillità. Questi tipi di aggressione potrebbero rimanere in rete, oppure sfociare in episodi di bullismo (in particolare nei contesti scolastici o luoghi di aggregazione di ragazzi). Tra le problematiche psicologiche che più frequentemente emergono in chi è oggetto di bullismo e cyberbullismo ci sono i disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi psicosomatici. Un’azione che potrebbe essere utile per combattere il fenomeno ormai sempre più diffuso del bullismo e del cyber bullismo è immettere nel contesto scuola lo psicologo, così da individuare tempestivamente il disagio, con lo scopo di evitare lo sviluppo di problematiche psicologiche, o in casi estremi il suicidio, e al tempo stesso offrire un servizio ai “bulli”, per meglio comprendere e modificare comportamenti devianti.
PATIENT ENGAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

La medicina centrata sul paziente sta diventando l’approccio principale dell’healthcare. In quest’ottica si rende necessario che il paziente sia predisposto e ingaggiato nell’auto-gestione della propria salute (si parla di patient engagement). Non si può dare per scontato che tutti i pazienti siano pronti, volenterosi e capaci di assumere un ruolo attivo nella propria cura. Certo è che il coinvolgerlo attivamente porta a un miglioramento dello stile di vita, una maggiore aderenza ai trattamenti, una migliore gestione della malattia e la creazione di un’alleanza terapeutica. Inoltre, può portare a un aumento dei comportamenti preventivi, della ricerca di informazioni e della soddisfazione del paziente. A fronte della crescente attenzione per il concetto di patient engagement, c’è il rischio di adottare una visione riduzionistica e semplificatoria di questo concetto andando a considerare solo gli aspetti più visibili legati ai comportamenti dei pazienti o ai loro livelli di conoscenza della malattia. In realtà, ciò che risulta importante è porre l’attenzione sulle radici psicologiche che stanno alla base del patient engagement. Il Patient Healt Engagement Model descrive il livello di maturazione psicologica degli individui circa il proprio ruolo più o meno attivo nella gestione della propria condizione di salute e/o malattia. Esso descrive quanto un paziente si sente psicologicamente pronto a giocare un ruolo attivo nella gestione della propria salute. È un processo che coinvolge tre aspetti psicologici: cognizione, emozione e comportamento. Per questo motivo, persone con livelli di engagement diversi hanno bisogno di strategie di supporto e di promozione differenti. Esistono 4 profili di paziente dal punto di vista dell’engagement: 1.FASE DI BLACKOUT Da un punto di vista cognitivo, la persona ha scarse conoscenze e un basso livello di alfabetizzazione sanitaria. Inoltre, nega emotivamente la diagnosi e trascura i sintomi. Infine, da un punto di vista comportamentale si sente “bloccata” nell’azione ed è incapace di mettere in atto strategie efficaci. Si tratta di una persona che delega ogni responsabilità al medico circa il trattamento di cura. Da questo punto di vista, il personale sanitario dovrebbe aiutare il paziente a riconoscere ed elaborare la nuova condizione di salute, acquisendo consapevolezza su questa e su di sé. 2.FASE DI ALLERTA Le persone risultano maggiormente informati rispetto al profilo precedente, anche se si trovano ancora con una conoscenza sanitaria frammentata. Da un punto di vista emotivo, vivono in uno stato di ipersensibilità ai sintomi, che li porta a interpretarli come segnali di ricadute o aggravamenti. A livello comportamentale sono ancora poco competenti nella gestione della cura e incapaci di seguire adeguatamente le prescrizioni mediche. Iniziano a comparire la possibilità d mettere alla prova prime forme di autonomia degli individui, anche se sono ancora molto deleganti. Sotto questo punto di vista, è importante aiutare il paziente a organizzare le diverse informazioni ricevute, le azioni richieste e le emozioni esperite. 3.FASE DI CONSAPEVOLEZZA A livello cognitivo, il paziente ha abbastanza informazioni che garantiscono una consapevolezza delle prescrizioni mediche. Inoltre, presenta una migliore accettazione psicologica della propria condizione di salute e buona auto-efficacia. Mentre a livello comportamentale, ha acquisito una serie di competenze che gli permettono di attenersi alle prescrizioni mediche. Non sono pazienti ancora totalmente autonomi e si trovano in difficoltà di fronte a ogni cambio di ruotine in quanto non hanno ancora bene interiorizzato le motivazioni di quelle prescrizioni. Si affidano ancora all’operatore, che viene percepito come esperto e come punto di riferimento, anche se iniziano a percepirsi come membri di un team formati da loro stessi e dal sistema curante. 4.PROGETTO EUDAIMONICO A livello cognitivo, la persona è in grado di dare un senso profondo alla propria esperienza di salute ed è in grado di ricercare attivamente ed efficacemente le informazioni sui possibili trattamenti. Inoltre, accetta ed elabora la sua condizione. L’identità da paziente non è più totalizzante, ma è integrata con gli altri aspetti possibili del sé. Queste persone sono in grado di mettere in atto i nuovi comportamenti in maniera incondizionata, al di là dei contesti e delle routine. Infine, percepiscono l’operatore sanitario come alleato. Sono spesso attivi ambasciatori di una relazione di engagement presso la loro comunità di riferimento, offrendo suggerimenti ma anche supporto emotivo. In termini di protocollo di intervento, è importante sostenere la persona nel mantenimento di un percorso positivo di riprogettazione di sé e della propria quotidianità. Questi quattro profili si estendono lungo un continuum, dove il paziente può muoversi migliorando e peggiorando. I livelli di engagement si identificano grazie a una scala in cui il paziente risponde indicando per ogni riga l’affermazione che lo descrive meglio oppure una situazione intermedia. I livelli di engagement si distribuiscono in modo analogo indipendentemente dalle caratteristiche sociodemografiche dei soggetti, dalla loro condizione clinica e dalla sua complessità. In conclusione, questo vuol dire che tale modello si applica a tutti i pazienti e il costrutto non è qualcosa che varia al variare di caratteristiche contestuali, ma dipende molto da variabili psicologiche. Dunque, in prospettiva futura diventerà sempre più essenziale adottare questo nuovo modello di partecipazione nell’ambito sanitario. BIBLIOGRAFIA: Graffigna, G., & Barello, S. (2018). Engagement. Un nuovo modello di partecipazione in sanità. Milano: Il Pensiero Scientifico
Orbiting in Amore

Il termine orbiting deriva dall’inglese to orbit, che significa orbitare attorno a qualcosa. Si tratta di una pseudo tattica amorosa fondata sull’ambiguità e sulla totale assenza di comunicazione nella coppia o in quello che un tempo era una coppia. Un partner rimane attonito e l’altro orbita senza parlare. Una persona si crede partner di un’altra, ma l’altra orbita e non si fa mai avanti, mente, dissemina confusione e ambivalenza del fare e del sentire. La persona che fa orbiting ignora del tutto la richiesta di un chiarimento verbale da parte dell’altro partner: si nega, si sottrae al confronto per non perdersi, nel frattempo, non gli sfugge nemmeno una storia di Instagram o un post, infatti le visualizza per primo. Chi subisce l’orbiting, infatti, rimane in uno stato di sospensione dalla realtà, in una dimensione irreale e surreale. Nonostante faccia un esercizio di pazienza e alleni anche la speranza, il partner orbitante non diventa quasi mai risolto e nemmeno reale. L’orbiting è esattamente questo: una persona che dice di volersi allontanare da te, ma che continua a far sentire la sua presenza attraverso reazioni e commenti sui social, controllando la chat di Whatsapp, visualizzando le stories su Instagram, palesandosi digitalmente ma non nella vita reale. Lo scopo di chi fa orbiting è solo uno: manipolare. L’orbitante utilizza una sorta di messaggio-non messaggio senza contenuto alcuno tramite il quale fa credere interesse, nel tentativo di creare un legame che in realtà non vuole. Chi ha bisogno di controllare non sa amare. II controllo mistificato per amore contiene in sé il seme della manipolazione, dello stalking, della violenza psicologica e fisica. È l’inizio di una relazione al veleno, di quelle che ammalano e prosciugano energie psichiche. Bisognerebbe avere gli strumenti per decodificarla e smascherarla il prima possibile per scappare a gambe levate. Non si tratta di amori che regalano mistero e scintillio, sorprese ed emozioni, ma di non amori che manipolano e che regalano esclusivamente traumi e disagi. Alcune persone fanno orbiting perché amano il controllo e non possono farne a meno, questa è l’unica, triste verità. La vittima dell’orbiting, in una prima fase, si illude di poter iniziare una relazione e inizia a fantasticare a investire tra attese, cuori e like. In una seconda fase che non ritarda a manifestarsi, la vittima comprende che le belle parole e gli infiniti like non si trasformano in un incontro, in un appuntamento, in un bacio.
I vantaggi della pragmatica comunicativa

I vantaggi della pragmatica nei contesti educativi
Ventennale di “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale. Un approccio razionale alla riabilitazione neuropsicologica” di D. Grossi e M. Lepore

La neuropsicologia in Campania. Ventesimo anniversario della pubblicazione di “Amnesie e disturbi della cognizione spaziale. Un approccio razionale alla riabilitazione neuropsicologica” di Dario Grossi e Michele Lepore
Il ciuccio tra me e mio figlio

Il ciucciotto è uno strumento che spesso diventa croce e delizia in una relazione genitore figlio. Farò bene a darlo?quando è il momento di toglierlo? se lo tolgo il bimbo va in frustrazione. Queste sono solo alcune delle domande che i genitori riportano e che gli fanno sperimentare un senso di incompetenza. Premessa Leggere il proprio bambino è uno dei compiti più complessi per un genitore. I genitori spesso si pongono maggiormente sul “fare” a discapito del “sentire” la genitorialità, come relazione continua e nutriente dove imparare a so-stare. ciuccio: come inserirlo in una relazione genitore/figlio Uno dei tanti argomenti a me cari è l’uso del ciuccio, croce e delizia dei neogenitori. L’uso del ciuccio necessita di una tecnica di suzione diversa rispetto al seno, ecco perché alcuni bambini finiscono per confondersi, rendendo la suzione alla mammella inefficace e quasi sempre dolorosa.Numerosi studi evidenziano l’influenza di tale pratica sulla relazione tra genitori e figli. Il ciuccio, secondo alcuni studi, potrebbe rappresentare una barriera alla comunicazione emotiva tra bambini e adulti, influenzando negativamente la formazione del loro legame. Inoltre, potrebbe rappresentare un serio ostacolo al sereno sviluppo di un legame emotivo tra madri e figli, turbando alle basi la manifestazione di questa importante relazione.Mettere un ciuccio in bocca al nostro bambino equivale a dire “Siccome faccio fatica a comprendere i tuoi segnali di pianto, preferisco non ascoltarli”, “Non riesco a consolarti, meno male che hanno inventato il ciuccio!”.Diventa importante che i genitori si sentano competenti, molto più di un “tappo” di gomma. Ciuccio, pupazzo o copertina Spesso i piccoli ricorrono all’abitudine di tenere perennemente il ciuccio in bocca, stringere un pupazzo di pezza o la copertina di Linus per consolarsi e alleviare lo stress di ogni nuova situazione. Questi atteggiamenti compaiono intorno al primo anno d’età per poi scomparire pian piano verso i quattro anni, quando il bimbo acquisisce più sicurezza e autonomia. Non mettiamo fretta al bambino, aiutiamolo invece a fare a meno di queste abitudini nei momenti in cui ne ha meno bisogno (offrendogli un’ attività interessante, o distogliendo la sua attenzione), cerchiamo di fargli lasciare i suoi oggetti di salvataggio mentre è impegnato a giocare, sarà lui piano piano a cercarli sempre di meno. E se riesce a stare tutto il giorno senza, ricompensiamolo, non con un giocattolo, ma lodando la sua capacità. Conclusioni All’interno di una relazione genitore/figlio spesso il genitore vive sensazioni di smarrimento: quando è il momento giusto per togliere il ciuccio? In questi casi diventa importante che il bambino si senta visto nel suo bisogno e non in un’età anagrafica “giusta” per raggiungere questo risultato. Quindi, genitori, provate sempre più a stabilire una relazione solida con vostro figlio affinchè si giunga con serenità al raggiungimento di questo risultato.