AMORES

Continuiamo in questo nuovo articolo il discorso avviato in: “C’è bisogno di AMORES” e approfondiamo qui il concetto di teoria della mente e di come l’utilizzo del nostro dispositivo Amores possa essere utile nel caso di bambini con disturbo dello spettro autistico. Ricordiamo che Amores è un acronimo che sta ad indicare, in breve: un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, messo appunto dal gruppo di lavoro Poliscreativa, è un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhouette. Sottolineiamo anche in questo nuovo articolo che lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Ora qualche cenno storico sul concetto di teoria della mente, erano gli anni ’70 quando Premack e Woodruff, introdussero questo concetto con uno studio in cui richiamarono l’attenzione sul dato che gli individui sono regolati, nelle loro interazioni con gli altri, da una Teoria della Mente (ToM, dall’inglese Theory of Mind), ovvero da un sistema di interferenze che permette di attribuire a se stessi e ai conspecifici degli stati mentali, e in particolare di spiegare e predire i comportamenti altrui anche quando devono essere ricondotti a credenze diverse dalle proprie. Secondo numerose ricerche riguardanti i disturbi dello spettro autistico, ci sarebbe proprio un’incapacità a concepire adeguatamente questa mappa delle possibili risposte in relazione alle possibili domande definita “teoria delle mente”, tra le caratteristiche più pregnanti di questa sindrome. Tornando ad Amores e al suo utilizzo con bambini autistici, Amores stimola, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Amores, stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili che comunque, proprio per queste caratteristiche, permettono a quei bambini di ripercorrere le tappe del loro sviluppo che sono state deficitarie. Le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici così come i neuroni specchio ci suggeriscono. Questo aspetto si mostra particolarmente congeniale per l’utilizzo del dispositivo con alcuni tipi di autismo. Quello che noi facciamo, semplicemente, è creare un contesto nel quale il soggetto si senta accolto e al sicuro, questo farà sì che le sue difese più rigide e magari attivate in situazioni di pericolo precedentemente vissute, gradatamente si allentino. A questo punto sarà possibile che la persona sia in grado di riconfigurare il suo assetto difensivo secondo modalità meno dettate dall’urgenza e dall’ansia e pertanto più funzionali e adattative. In altri termini, il dispositivo Amores non si basa sulla necessità di una presa di coscienza degli aspetti più problematici delle nostre vite, ma soprattutto sul creare le condizioni ottimali per attivare quegli aspetti autoriparativi che almeno potenzialmente sono sempre presenti in ognuno di noi e che per funzionare non hanno sempre e soltanto bisogno di rendersi del tutto consapevoli e verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse teorie della mente altrui.

Guerre stellari? Insegniamo la pace

Il nome di George Lucas è, nel nostro immaginario, un velocissimo veicolo a bordo del quale passiamo da Guerre Stellari alla saga di Indiana Jones, tra galassie e mondi, spazio e giungle, navicelle e sabbie mobili, insieme a mille altre sequenze iconiche di film del regista e produttore. Non molti sanno che George Lucas ha fondato, nel 1991, Edutopia e Lucas Education Research, con l’intento di contribuire a trasformare l’istruzione primaria e secondaria. Scopo della Fondazione è puntare i riflettori su cosa funziona nell’istruzione, per far sì che tutti gli studenti possano acquisire le conoscenze e le competenze utili per prosperare negli studi e per dare fondamenta solide e fertili per la realizzazione di ognuno nella vita adulta. La Fondazione raccoglie, verifica e racconta storie di innovazione e apprendimento continuo nel mondo reale, collabora con società di ricerca e università prestigiose per identificare e valutare le pratiche di insegnamento che hanno un impatto positivo profondamente incisivo sul corso dell’apprendimento e sul rendimento degli studenti e delle loro future realizzazioni nella vita. Siamo in tempo di guerra e sono convinta che dovremmo fermarci a pensare al perché, a fronte di un’evoluzione costante di tecnologia e competenze, gli esseri umani sono solo pochi passi più in là della clava, dal punto di vista emotivo. Ovvie le ragioni di potere, economiche, di disponibilità delle risorse: ma c’è qualcosa di più. C’è ancora poco investimento sull’educazione emotiva nelle scuole, ad ogni latitudine e in contesti radicalmente diversi, anche tra i sistemi più evoluti per opportunità socio-economiche e culturali. L’istruzione, i primi anni di vita, i contesti emotivi in cui si cresce sono materia degli psicologi e di chiunque creda che ci sia ancora molto da esplorare ed applicare in questo campo, con l’intento di dare migliori possibilità alle giovani generazioni e a quelle future, anche in tema di pace e gestione della rabbia, un sentimento utile quando esercitato in modo funzionale, come strumento. e non come emozione che offusca i processi alti. Ho recentemente letto i contributi di un’insegnante della Lafayette Elementary School di Washington, Ryden, che scrive per EdSurge. Questa brillante educatrice ha sperimentato, con i suoi piccoli allievi, l’utilizzo di due strategie per comprendere e governare la rabbia: la neuroscienza della rabbia e il potere di autoregolamentazione della consapevolezza. In pratica, ha spiegato ai bambini come funziona la rabbia, il coinvolgimento dell’amigdala e alcune tecniche di regolamentazione che potevano mettere in atto nel preciso momento in cui accadeva il fatto scatenante ed erano sopraffatti dalla potenza del sentimento. Per farlo, Ryden ha utilizzato un burattino da lei costruito, per poter mostrare ai suoi studenti cosa succede quando si arrabbiano: la parte del cervello responsabile del pensiero e delle funzioni esecutive, la corteccia prefrontale, va per così dire “offline”. È in quel momento che l’amigdala, responsabile della risposta alle minacce e al pericolo, prende il sopravvento e inizia a prendere decisioni. Ryden ha capito che far visualizzare ai bambini materialmente, con un metodo semplice, l’insorgere della rabbia poteva essere una parte importante della sua pratica di insegnante. L’ispirazione, racconta Ryden, le è venuta quando ha assistito a una conferenza di Daniel J. Siegel, professore clinico di psichiatria presso la Scuola di Medicina dell’UCLA, che usava la sua mano per descrivere cosa succede nel nostro cervello quando ci arrabbiamo. Quando i suoi studenti, a partire dalla prima elementare e fino alla quinta elementare, acquisiscono questa comprensione di base di ciò che sta accadendo nei loro cervelli, Ryden inizia a insegnare loro come utilizzare alcuni strumenti per “calmare” il loro cervello. Come sappiamo, possiamo inviare messaggi corporei al cervello, che li interpreterà come segnali di “situazione rientrata”, attraverso la nostra modalità di respiro. Respirare profondamente e lentamente è un modo per dire al nostro centro di controllo che va tutto bene e che l’amigdala può rientrare dalla condizione di allarme. Insegnare ai bambini a fare cinque respiri, a tendere i muscoli durante l’inspirazione e a rilasciarli durante l’espirazione e praticare altre tecniche di respirazione, integrando questo insegnamento semplice in modo regolare e quotidiano nella giornata scolastica, permette ai bambini di sviluppare la competenza per affrontare il problema che li ha fatti arrabbiare con maggiore consapevolezza e minore stress. La frequenza e ripetizione della pratica è fondamentale: apprendere e praticare la consapevolezza non è certo un’acquisizione rapida. Ma imparare a farlo da piccoli, come si impara la matematica o la geografia o l’educazione fisica, cambia completamente il paesaggio mentale dei bambini. Non è solo un modo per controllare la rabbia, ma un ottimo modo per focalizzare, abbassare lo stress, migliorare le competenze sociali, utilizzare l’autoregolazione in modo utile e rendere più semplici, partecipati e apprezzati molti processi mentali, riducendo anche l’ansia e i sentimenti depressivi. Il mondo può cambiare solo se ci si esercita a praticare interazioni pacifiche, rispettose, consapevoli, inclusive. Un tale insegnamento dovrebbe avere dignità e spazio nella progettazione del curriculum scolastico. E si può realizzare in modi avventurosi e divertenti: non serve essere Luke Skywalker per diventare un valoroso cavaliere Jedi al servizio del nostro benessere mentale. Basta iniziare da piccoli.

Paura del fallimento e ansia da prestazione nella società della perfezione

fallimento ansia da prestazione perfezione

Fragili, scossi e con scarsa speranza verso il futuro. Questo è l’identikit dei giovani di oggi, definiti la generazione post Covid. Una generazione che vive un disagio psicologico importante, frutto di traumi ripetuti.Vivono la paura degli scenari apocalittici del nostro tempo e sperimentano l’ansia da prestazione di una società che mira alla perfezione. Molti cercano, con significative ripercussioni sul benessere psicologico, di concorrere al modello dell’eccellenza. Oppure cercano una via di fuga, reale o simbolica, dalla vita. Il recente suicidio della studentessa dello IULM, una giovane di soli diciannove anni, è l’ultimo triste caso di un allarme straziante. Una tragedia che punta i riflettori su un disagio profondo che possiamo più ignorare. Perché abbiamo così tanta paura di fallire? Il fallimento è qualcosa di naturale, che tutti sperimentiamo almeno una volta nella vita. Perché allora ci fa tanta paura? Nella società iper competitiva in cui viviamo la sconfitta è percepita come inaccettabile. Anche i social networks, con il loro ideale di perfezione, contribuiscono ad incrementare inquietudine e ansia da prestazione.In alcuni casi questa pressione può sfociare in una vera e propria condizione di sofferenza psicologica. Come affrontare il fallimento? La chiave è concedersi la possibilità di sbagliare. L’errore è un’occasione di crescita e resilienza. Lavorare sulla propria autostima e amor proprio è una condizione imprescindibile per imparare dal fallimento.Altrettanto importante è sviluppare delle strategie di coping che permettano di gestire una situazione fallimentare in modo sano, sereno e utile. Riconoscere di aver commesso degli errori è il primo passo per sviluppare un atteggiamento proattivo e resiliente e migliorare il proprio senso di autocontrollo e autoefficacia.

Diventar vecchi: differenze tra uomini e donne

diventar vecchi

Diventar vecchi diventa così parte integrante di un percorso continuo di adattamento. L’invecchiamento è inteso come processo biologico e psicologico, in cui il decadimento delle funzioni cognitive e motorie portano con sè rallentamenti su più fronti. Per l’uomo i primi veri segni di invecchiamento psicologico cominciano con il pensionamento. In una società come la nostra, all’uomo, identificato come soggetto produttivo, col pensionamento gli si toglie il suo elemento valorizzante, relegandolo così ai margini della società. Tale emarginazione non è quasi mai ben accetta e comporta così l’inizio di disturbi psicologici di vario tipo. Per la donna, già con l’arrivo della menopausa si cominciano a vedere netti segni di invecchiamento psicologico, ovviamente riferibili alla personalità del soggetto.La donna, quindi, non essendo più fertile, avverte di aver esaurito un proprio ruolo fondamentale e comincia a sentirsi inutile come essere umano e soprattutto come moglie. Spesso ne consegue una diminuzione, e a volte la totale scomparsa, del desiderio e quindi una diminuzione dei rapporti sessuali e affettivi. In questo modo si può manifestare una conflittualità con il marito, che vorrebbe invece continuare a vivere come prima il suo momento sessuale con la moglie. I matrimoni durante questo periodo, negli ultimi tempi falliscono con maggiore frequenza. Se a questo aggiungiamo un ambiente familiare noioso, oltretutto senza figli da accudire, allora capiamo perché ci sono molte separazioni proprio dopo l’arrivo della menopausa. Addirittura dopo decenni di vita in comune trascorsi apparentemente senza grosse crisi. Comunque, la donna che non ha un lavoro proprio, che non ha un’autonomia economica e sociale, che non ha particolari gratificazioni al di fuori dell’ambiente casalingo, più facilmente soffre. Di conseguenza, invecchia rapidamente dal punto di vista psicologico dopo l’arrivo della menopausa. Si decide quindi che diventar vecchi insieme non è più romantico. Al contrario costituisce l’elemento disturbante e depressivo, in cui uno non vuole più occuparsi dell’altro, incentrando la relazione sull’egocentrismo. Questo atteggiamento psicologico può aumentare i possibili disturbi fisici e soprattutto psicologici (depressione, ansia) conseguenti alla modificazione ormonale tipica dell’età della menopausa.

Minfullness per ‘pulire la mente’: abbandonare i pensieri automatici e fluire nel presente

Nella pratica psicoterapica le tecniche di respirazione e rilassamento mediate dalle tradizioni orientali offrono uno spunto di lavoro sui processi interni. La parola ‘mindfulness’ significa essere pienamente presenti e consapevoli di ciò che sta succedendo in un preciso momento. Questo concetto affonda le sue radici nelle tradizioni buddiste, il termine inglese deriva dalla parola ‘sati’ che nella lingua Pali significa ‘ consapevolezza o attenzione presente e attiva’ Quindi la mindfulness consiste nel prestare attenzione al momento presente fluendo momento per momento con quello che accade senza giudicarlo. Ci sono due cose importanti che accadono quindi: la prima è quella di disinserire ‘ pilota automatico dei pensieri’ attraverso l’attenzione costante e la seconda è quella che qualsiasi cosa accada in quel momento non venga valutata con un giudizio di valore. La nostra mente se lasciata a se stessa non si ferma mai e vaga tra pensieri, cose da fare, sensazioni fisiche, ricordi, in modo del tutto inconsapevole al soggetto. Così che potremmo non avere la consapevolezza che ci attardiamo in pensieri negativi magari per la maggior parte del tempo durante una giornata. Studi scientifici dimostrano l’interdipendenza tra salute fisica e benessere mentale. La minfullness offre una possibilità di aumentare tale benessere ed è un prezioso strumento nei disturbi mentali nei quali le persone sono con i pensieri o nel passato o nel futuro. Inoltre offre la possibilità di creare uno spazio mentale tra il pensiero e l’azione in quelle situazioni in cui c’è un’impulsività elevata o iperattività. La pratica può essere applicata anche ai bambini aumentando la creatività e la concentrazione. I benefici sono evidenti a chi segue una pratica quotidiana o anche a chi la utilizza sporadicamente.

IL CARNEVALE E IL SUO SIGNIFICATO PSICOLOGICO

il carnevale

Tra pochi giorni è Carnevale, una ricorrenza annuale che coinvolge tutti, dai più grandi ai più piccoli.  In questo articolo scopriremo il significato psicologico e simbolico dietro questa festività. Per comprendere meglio i fattori psicologici che entrano in gioco è utile ripercorrere le sue origini. Il primo Carnevale si fa risalire al 3000 a.C. in Babilonia, dove servi e signori erano soliti scambiarsi i ruoli. Anche nell’antica Grecia e nell’antica Roma si organizzavano dei giorni di festeggiamento in cui le gerarchie venivano momentaneamente sospese. Inoltre, in tutti questi periodi era previsto indossare delle maschere. Proseguendo, nel Medioevo il Carnevale era conosciuto come “festa dei pazzi”. Erano giorni in cui le persone potevano permettersi di staccare la spina dalla loro quotidianità e dai loro doveri.  Al giorno d’oggi, invece, la componente “liberatoria” viene un po’ meno in quanto la nostra società non è così rigida dal punto di vista gerarchico, ma rimane l’elemento della maschera e del travestimento. La maschera può essere considerata non solo come un’evasione dalla routine quotidiana, ma anche come una proiezione di aspirazioni e sentimenti nascosti.  Secondo Jung, ognuno di noi nasconde delle parti di sé che tende a rifiutare o che non sono socialmente ammissibili. Esse vengono chiamate parti ombra. Il Carnevale, dunque, rappresenterebbe un modo condiviso, socialmente accettato e controllato per dar voce alle proprie parti nascoste attraverso l’uso di maschere e di travestimenti. Attraverso una maschera di Carnevale ognuno può impersonificare i propri ideali ed esternare le proprie passioni. Le maschere possono anche svolgere un ruolo catartico importante.  Ad esempio, le persone più timide possono sentirsi più sicure travestite da un personaggio che amano per poi traslare questo stato di benessere anche al di fuori di questa festività. Da un punto di vista psicologico, la maschera rappresenta un filtro che l’uomo mette tra se stesso e gli altri. Essa gli permette di scegliere quali lati della propria personalità mostrare in base ai diversi contesti in cui si trova. In questo modo, la persona appare adatta alle differenti situazioni nella quali si trova inserito.  Il problema insorge nel momento in cui le persone non sono più in grado di separarsi dalla propria maschera e confondono il proprio sé con ciò che mostrano all’esterno. Può capitare, infatti, che l’individuo costruisca una maschera del proprio sé ideale, identificandosi con ciò che vorrebbe essere e non più con ciò che è realmente.  In conclusione, si può dire che il Carnevale e i suoi travestimenti sono uno spazio dedicato all’espressività, alla creatività e alla fantasia, che includono al suo interno numerosi significati psicologici. BIBLIOGRAFIA Jung, C. G., Trevi, M., & Vita, A. (1967). L’Io e l’inconscio. Boringhieri

Gender Bender

il Gender Bender è una forma di attivismo sociale per rispondere alle generalizzazioni sul genere. Una forma di protesta per reagire all’omofobia, alla misoginia e alla transfobia Sfidare gli stereotipi di genere e superare la visione rigida uomo-donna: gender bender è una persona che non segue le prescrizioni della società legate al suo ruolo di genere. Il Gender Bender punta a distruggere costruzioni sociali e imposizioni che sono ormai ampiamente superate. Per tantissimo tempo ci hanno insegnato che esistono solo due tipologie di generi – maschio o femmina – e che ognuno di noi deve accettare di incarnare un ruolo aderente al sesso con cui è nato. Chi si definisce “gender bender”, a prescindere da quale sia la sua identità di genere, sceglie di sottrarsi ai comportamenti previsti per il sesso con cui è nato. Anche se ad oggi tutti gli stereotipi sugli uomini e sulle donne possono sembrare antichi e superati, ad un’analisi più approfondita ci stupiremmo di quanto siano ancora invece radicati dentro di noi.  E sono proprio i ruoli di genere che il bender gender intende criticare e mettere in difficoltà, andandone a debilitare le fondamenta su cui si erigono. Chi decide di definire se stesso gender bender, infatti, si sottrae alla sequela di comportamenti e ruoli attesi e previsti per il sesso assegnatogli alla nascita, a prescindere da quella che, effettivamente, è la sua identità di genere. Per esempio: ci si aspetta che un uomo assuma atteggiamenti decisionali, assertivi, competitivi, aggressivi e dominanti, che non si lasci scalfire dalle emozioni e dalle proprie vulnerabilità e che sia, di conseguenza, sempre “forte”, deciso e pronto ad affrontare qualsiasi sfida, agendo in modo autonomo e privo di dubbi. Al contrario, la donnaè percepita come estremamente affabile, timida, compassionevole, fragile, talvolta ingenua e avulsa dalla realtà, perché maggiormente “sensibile” rispetto agli altri e, in generale, più remissiva e scevra di una vera e propria autodeterminazione e forza decisionale. Chi sceglie di eludere queste “inclinazioni” e di rompere gli stereotipi di genere correlati ai “ruoli” è, perciò, visto come riottoso e lontano dalle regole, “diverso” dalla maggioranza ma, proprio per questo, deciso a protestare contro una società che non gli appartiene, facendo del gender bender una rigorosa forma di attivismo sociale.

Biblioterapia: il potere terapeutico della lettura

La lettura di libri e di poesie può avere un forte impatto sul lettore, toccando tasti che non sempre è facile esprimere o condividere. La lettura può innescare un processo di riflessione e cambiamento, attraverso l’immedesimazione nella storia narrata e la capacità di sviluppare empatia nei confronti dei personaggi. Proprio per tale capacità trasformativa, la lettura di libri e poesie può essere utilizzata come uno strumenti in terapia. La biblioterapia può essere definita come una “terapia attraverso la lettura”, ovvero un metodo di terapia che utilizza la lettura di specifici libri. Il libro viene scelto tenendo conto della storia individuale del soggetto. Attraverso la lettura di qualcosa che risuona con la storia dell’individuo, la persona riesce ad attuare un processo introspettivo e riflessivo che gli permetterà di portare lo sguardo sul sé, sulle proprie emozioni e pensieri. Attraverso la biblioterapia la persona dovrebbe essere in grado di attuare un processo di crescita personale. I suoi obiettivi sono molteplici, dallo sviluppo della consapevolezza del sé, all’aumento di autostima e autoefficacia, al potenziamento delle proprie capacità (sia personali che sociali). La lettura può quindi generare un processo di cambiamento, che trae dalle proprie emozioni e dalla propria sofferenza gli stimoli al superamento degli ostacoli. Green (2022), nel suo articolo, ha cercato di esplorare l’impatto che i testi letterari, in particolare la poesia, possono avere sulla vita reale delle persone, con l’obiettivo di comprendere come la lettura possa “creare uno spazio in cui i lettori possono aprirsi alla possibilità di essere “segnati” o “colpiti” da un testo”, e come questi possano essere studiati obiettivamente. Per fare ciò, Green (2022) ha utilizzato una poesia di Wordsworth intitolata “The Ruined Cottage”, nella quale il poeta offre un linguaggio alternativo per pensare ai problemi ed esistere nel nostro dolore: non tentare di negare o alleviare la sua difficoltà, ma guidandoci in qualche modo a mettere a frutto quel trauma. All’interno dell’articolo “Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading” (2022) vengono presentati tre casi, basati su diari di lettura tenuti per un periodo di 2 settimane e successive interviste semi-strutturate. Green, infatti, aveva dato ai partecipanti allo studio il compito di leggere per più giorni specifici versi della poesia e scrivere le proprie riflessioni, evidenziando le esperienze reali dei lettori mentre incontrano e interagiscono con un testo letterario sconosciuto. I casi analizzati offrono uno sguardo sugli schemi di pensiero che la lettura può offrire e sui momenti di empatia e riflessione che suscitano, tra persone e tra versioni passate e presenti della stessa persona. In particolar modo, i casi riportati all’interno dell’articolo riguardano esperienze di lutto, perdita e dolore, questo a dimostrazione del potenziale valore trasformativo dei testi letterari nell’aiutare le persone a riflettere sulla loro esperienza di dolore. Attraverso le ripetute letture della poesia di Wordsworth, i partecipanti sono stati in grado di “dire l’indicibile”: la poesia è stata in grado di guidare il lettore in aree di grande profondità emotiva e fornire un linguaggio per pensare, che ha aiutato a far emergere pensieri precedentemente non formati o inespressi. Inoltre, la poesia ha condotto il lettore nel trauma, nel bel mezzo della sua vita emotiva e ha trasformato ciò di cui normalmente sarebbe stato difficile se non impossibile parlare, in qualcosa di dicibile, quasi inevitabile. I partecipanti lettori sono stati in grado di esplorare la loro vita, entrando rapidamente nelle aree di pensiero inconsce o inaspettate. La poesia, a tale scopo, è sembrata una guida, che ha permesso loro di essere ritrasportati nel loro passato emotivo, ma con nuove risorse e capacità per comprenderlo e affrontarlo. In questo modo, è stato possibile accedere a traumi non elaborati e sviluppare una comprensione precedentemente non realizzata delle loro esperienze passate, riconfigurando il dolore, attraverso il sentire e il vivere ciò che veniva narrato nella poesia. In definitiva, sono stati in grado di ottenere una sorta di svolta terapeutica. “È forse in materia di dolore che le nostre modalità predefinite di pensare ed elaborare il mondo si dimostrano più inadeguate. Il dolore richiede di più dal linguaggio, anche se non solo in termini di articolazione o persino di vocabolario, richiede una sintassi più sfumata che possa accogliere l’inarticolatezza e il silenzio al suo interno.” Bibliografia Green K (2022) Exploring the therapeutic potential of reading: Case studies in diary-assisted reading. Front. Psychol. 13:1037072. doi: 10.3389/fpsyg.2022.1037072

Il bambino frustrato

Spesso i genitori si rivolgono allo psicologo con una specifica domanda: perchè mio figlio piange sempre?è frustrato?io sono disperato. Proviamo a comprendere le motivazioni che possono spingere un bambino a non tollerare l’attesa, attraverso il pianto. Fin dalla nascita il bambino sperimenta piccole frustrazioni. Quando ha fame o ha il pannolino sporco il bambino solitamente si esprime attraverso il pianto.Il momento che intercorre tra la sua richiesta e il soddisfacimento di un bisogno è un momento fondamentale, ovvero di attesa. Tanto più elevata è la motivazione connessa al livello di soddisfazione che può produrre la mèta, tanto più ci sarà la possibilità di tollerare la frustrazione.Quando il genitore interviene immediatamente, nel bambino si crea l’aspettativa che ogni volta che lui piange interviene subito l’adulto a soddisfare la sua richiesta o bisogno. Perché le attese creano frustrazioni? Perché ciò che desideriamo non è in quel momento soddisfatto.Crescendo, tutti noi nella nostra vita ci è capitato di far vincere un bambino ad un gioco per non creargli dispiacere, oppure siamo stati noi stessi ad incarnare quel bambino. Nei bambini, la soddisfazione immediata dei bisogni (un giocattolo, una merendina, un ausilio per la risoluzione di un compito difficile) ha sicuramente una componente di gratificazione sia sul piano personale che affettivo. Essa non produce un beneficio poiché, a lungo andare, tende a divenire una modalità comportamentale di risposta, ovvero una pretesa.Ognuno di noi affronta la frustrazione in maniera diversa a seconda di come siamo stati abituati fin da piccoli e come abbiamo imparato a gestirla.Ci possono essere due modi di reagire alla frustrazione:1. Sentirsi un fallito, un perdente, arrabbiarsi ecc.;2. sentirsi fiducioso della proprie capacità e risorse personali, credere che andrà meglio la prossima volta, ed essere capace di gestire l’attesa per il raggiungimento dei propri obiettivi.Nel primo caso si tratta di un individuo “intollerante” alla frustrazione e spesso può presentare sintomatologie quali ansia, depressione, disturbi del comportamento come aggressività, oppositività nei confronti dei genitori o delle autorità in genere.Nel secondo caso si tratta di un soggetto che è in grado di gestire le proprie emozioni negative, possiede buone capacità di adattamento sociale, buona autostima ed ha maggiori probabilità di raggiungere i propri obiettivi e successi. Caratteristiche del bambino che non tollera le frustrazioni: 1. Non riesce a fare qualcosa e si arrabbia tirando oggetti, piangendo o urlando;2. Fa una richiesta che non viene immediatamente soddisfatta e si mette a urlare, piangere o aggredisce;3. Rinvia un compito perché pensa di non riuscirci;4. Chiede esplicitamente “voglio subito questa cosa!” giungendo perfino a minacciarti. COME GESTIRE LA FRUSTRAZIONE DEI BAMBINI – Consolare il bambino ma non cedere alle sue richieste se non sono importanti o necessarie in quel momento– Dare la possibilità al bambino di fare esperienza di piccoli insuccessi– Incoraggiare a fronteggiare le difficoltà– Dare la possibilità al bambino di confrontarsi con i bambini più tolleranti– Creare delle piccole attese alle richieste del bambino– Dare spazio alla comunicazione sulle emozioni negative che il bambino sta provando Ricordiamo che non e’ giusto privare i bambini del sentimento della frustrazione. Infatti, come tutti gli altri sentimenti, la frustrazione, nella giusta dose, ha un compito ben preciso. Può educare il soggetto a rispondere adeguatamente alle richieste ambientali e relazionali: può spronare allo sviluppo dell’intelligenza e produrre nel soggetto un incentivo all’apprendimento e alla ricerca di nuove soluzioni (problem solving). Se ritieni che tuo figlio non riesca a gestire in maniera adeguata le frustrazioni rivolgiti ad un esperto per richiedere un supporto adeguato.