Come parliamo a noi stessi conta: il caso di N.

Come parliamo a noi stessi? siamo soliti rivolgerti parole di cura, di comprensione, o di severa critica? Quando N. viene in studio, è in preda al panico. Non si sente capace di svolgere alcun compito, anche quelli quotidiani. Lo stesso cucinare, riordinare casa, diventano per lei fonte di un fortissimo stato di ansia. Visti i consistenti anni di psicoterapia pregressa, N. avanza la richiesta di iniziare un percorso basato sulle pratiche di mindfulness. Lavoriamo quindi sulla capacità di stare nel presente, di osservare, descrivere e partecipare. Dopo alcune settimane e un’esercitazione quotidiana e costante, N. afferma di sentirsi soddisfatta, più capace. Mi racconta di riuscire a vedere i colori più limpidi, i pensieri più chiari, di sentirsi forte di strategie che le permettono di tranquillizzarsi più velocemente. <<Talvolta>> – mi dice- << torna ancora quella bambina che non sa fare nulla, che ha paura. Ma le dico di andar via, e torno a fare le mie cose>>. La bambina di cui parla N. è lei all’età di 8 anni, iper-svalutata dalle figure genitoriali, che ha tanta difficoltà a seguire le lezioni velocemente come le sue compagne, a fare amicizia, ed è molto spaventata dalle mura alte e giganti della scuola. N. nelle precedenti terapie ha lavorato molto sulle cause delle insicurezze di quella bambina: sa elencarmi alla perfezione gli episodi di forte invalidazione che hanno legittimato le sue difficoltà. Eppure, quella bambina sembra essere ancora molto presente e minacciosa. La identifichiamo insieme come la parte del sé più fragile, e cominciamo ad ascoltarla, a parlarle. <<Ti odio, per colpa tua io ora sono così, insicura e spaventata. Non potevi essere come le tue compagne? Non potevi cavartela meglio?>>. N. incarna alla perfezione l’invalidazione genitoriale. <<Come avresti voluto che gli adulti intorno a te ti aiutassero difronte alle tue evidenti difficoltà?>> le chiedo. Dopo un po’ di riflessione, N. mi risponde <<Avrei voluto mi stessero vicino e mi dicessero che insieme si poteva affrontare tutto>>. <<E perché, ancora oggi, parli a questa bambina, ora che sei tu il suo unico adulto, come i tuoi genitori hanno fatto con te?>>. Proviamo a rivolgerle parole diverse, ad essere curiose di ciò che ha da dire e che potrebbe provare: proviamo a rivolgerle parole d’amore. Dopo alcune settimane di lavoro, N. si presenta in seduta gioiosa e fiera di sé. <<L’ansia>> – mi dice – <<me la vivo come una vecchia amica. Si siede accanto a me, resta per un po’, in silenzio, e poi va via>>. Qualche giorno fa ha poi rivisto quella bambina, sembra le abbia chiesto scusa. <<Non preoccuparti, insieme ce la facciamo>>, le ha risposto. Come parliamo a noi stessi conta.

Ansia, conoscerla e accoglierla: è possibile?

Quali sono le componenti dell’ansia? E come si può imparare a conviverci? Vediamolo insieme in questo articolo. Ormai una delle parole più frequenti nel vocabolario di tante persone è: “ansia”. I soggetti tendono ad autodefinirsi “ansiosi” come se questo fosse il peggiore di tutti i mali. Ma cosa accadrebbe se provassimo a conoscerla meglio? Probabilmente riuscirebbe a spaventarci di meno. Definizione dell’ansia L’ansia è un’emozione universale che rappresenta una componente necessaria all’organismo per rispondere allo stress. Può essere dunque adattiva quando prepara il soggetto ad affrontare potenziali pericoli portando ad una crescita personale. Si compone di: una parte cognitiva (aspettative di pericoli imminenti e sottostima della capacità di fronteggiarlo attivano “schemi di pericolo”; questi schemi rinforzano i sintomi d’ansia creando un circolo vizioso che accresce il senso di fragilità dell’individuo prevedendo per lo più scenari catastrofici); somatica (la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumentano, le funzioni del sistema immunitario e digestivo diminuiscono); una parte emotiva, che include paura, apprensione, preoccupazioni; una parte comportamentale (fuga, attacco o freezing). E come diventa disfunzionale? Quando il malessere cresce a dismisura potenziato soprattutto dalla parte cognitiva e dagli schemi di pericolo, l’individuo può iniziare a mettere in atto comportamenti che interferiscono con le sue normali attività. Gli evitamenti proteggono il soggetto nell’immediato, ma rafforzano il circolo vizioso negativo che ha iniziato a stabilizzarsi. I sintomi ansiosi (che a loro volta si suddividono in sintomi cognitivi, emotivi e somatici) iniziano a rappresentare essi stessi una minaccia. Concentrandosi sui sintomi, interpretandoli come indice di un grave disturbo fisico o psicologico, il soggetto modifica la percezione di sè, degli altri e del mondo circostante. Come gestire i sintomi? Conoscere cosa avviene quando il soggetto dice di provare ansia può già servire per comprendere e normalizzare ciò che si percepisce invece come catastrofico. La mindfulness può diventare uno strumento importante per imparare a notare ed essere quindi consapevoli della propria esperienza interna: così, anzichè evitarla, impareremmo a conoscerla e ad accoglierla come “esperienza normale”. Non esitiamo a contattare un professionista della salute mentale perchè più si aspetta più diventa difficile uscire dal circolo vizioso che si crea!

IMPARARE COME UN BAMBINO? NEUROPLASTICITÀ E SOSTANZE PSICHEDELICHE

Richard A. Friedman, che insegna Psichiatria Clinica al Weill Cornell Medical College, ha recentemente approfondito il tema della neuroplasticità in relazione all’utilizzo di sostanze psichedeliche. È uno degli argomenti maggiormente trattati del momento: l’utilizzo terapeutico di queste sostanze sta ottenendo una grande attenzione sia presso i terapeuti sia presso i pazienti e le ricerche in questo campo sono in aumento esponenziale. Il concetto di neuroplasticità ci aiuta a comprendere perché i bambini imparano facilmente ogni genere di cose: come nuotare, sciare o parlare una nuova lingua: tutti noi abbiamo sperimentato, nella nostra infanzia, tra il primo e i quattro anni di età, una neuroplasticità accentuata, durante i periodi definiti sensibili dello sviluppo cerebrale. È il naturale periodo della nostra vita in cui il cervello risponde in modo unico agli input dell’ambiente circostante. Ma per sfruttare questo eccezionale e fertile stato neuroplastico – lo sanno bene i ricercatori nel campo della deprivazione sensoriale sperimentata da bambini istituzionalizzati – occorrono alcune condizioni: l’ambiente deve infatti fornire stimoli sufficienti e il bambino deve interagire attivamente con il contesto. Non è un processo passivo. Chi fa clinica sa molto bene che una persona che è stata trascurata, maltrattata o sottostimolata durante i primi anni di vita, ha un’alta probabilità di riceverne effetti negativi e duraturi più consistenti che se le stesse circostanze le fossero accadute più tardi nella vita, cioè fuori dai cosiddetti periodi sensibili dello sviluppo cerebrale. E veniamo agli psichedelici, che sono in grado di indurre in poche ore uno stato di neuroplasticità in soggetti adulti. Uno stato neuroplastico così ottenuto può migliorare le nostre capacità di apprendimento, ma può anche aumentare l’esperienza o la memoria di eventi traumatici cui  andiamo con la mente durante l’assunzione della sostanza. Le psicosi indotte da droghe psichedeliche sono state ampiamente descritte in letteratura da diversi decenni. Casi di utilizzo di psilocibina, cui fa riferimento Friedman, in cui il soggetto era tornato con la mente ad esperienze negative e violente della propria infanzia, sono esitati in ricordi particolarmente vividi e acutamente dolorosi nelle settimane dopo l’assunzione, precipitando il paziente in una grave depressione. Friedman sostiene che queste esperienze potrebbero essere molto diverse, e addirittura positive,  con la  guida di un terapeuta durante l’esperienza psichedelica, che possa essere di aiuto per rivalutare i ricordi e renderli meno tossici e devastanti. Ovviamente, per i ricercatori e i clinici il campo di ricerca è difficile da concepire e organizzare: si dovrebbero creare dei gruppi di persone che utilizzano microdosi di sostanze e persone che non le utilizzano, fare un lungo studio in termini di tempo e valutare se alla fine i due gruppi differiscono in termini di sviluppo di disturbi post traumatici. È evidente che uno studio simile non potrebbe agire sulle circostanze e sull’intensità delle esperienze portate nella vita di ognuno dal caso: sono troppe le variabili non controllabili da parte dei ricercatori. Naturalmente ci sono infiniti argomenti da approfondire nel campo, di natura scientifica ed etica, ma è interessante riflettere su questo fenomeno così recentemente oggetto di tanta attenzione e tenere conto del fatto che indurre artificialmente uno stato di neuroplasticità può avere esiti inattesi. Infatti, tutti noi perdiamo progressivamente la neuroplasticità con il passare degli anni. È vero che possiamo continuare a imparare, ma occorre uno sforzo maggiore rispetto a quando eravamo più giovani. All’età di 70 anni, il nostro ippocampo contiene neuroni molto meno connessi tra loro rispetto a quando avevamo 25 anni. Perdere la neuroplasticità con l’avanzare dell’età, tuttavia, è una situazione complessivamente vantaggiosa per il cervello. Ci consente infatti di conservare la nostra esperienza: a spese di una maggiore fluidità cognitiva, è vero, ma in questo modo acquisiamo e consolidiamo la conoscenza delle cose. Forse possiamo concordare che, per un adulto, essere in grado di utilizzare tutte le conoscenze accumulate è più importante e utile rispetto ad apprendere una nuova abilità da zero. Dobbiamo anche ricordare che la nostra identità di persone è codificata nella nostra architettura neurale: ci conviene averne cura, è il fondamento della nostra esistenza personale e sociale. Di conseguenza, alterare e rendere artificialmente più sensibile e ricettivo il cervello è una opzione da valutare molto attentamente. Secondo Friedman, la ricerca ha senso nella direzione di un utilizzo guidato degli psichedelici nel trattamento di depressione e ansia: probabilmente vedremo grandi e rapidi cambiamenti nei prossimi anni, a beneficio delle persone che soffrono di queste condizioni. Un utilizzo invece, per così dire, “migliorativo” di queste sostanze per le nostre prestazioni mentali apparirebbe più materia di illusione e, potenzialmente, di pericolosa disillusione. Certo è che gli studi si moltiplicano: la curiosità verso la neuroplasticità promette di offrire, in un futuro non lontano, nuovi elementi di riflessione e di discussione. E avere pareri differenti è già un modo di confrontarsi, di esplorare argomentazioni diverse e di tenere sveglio, vivo e giovane il nostro cervello, anche quando non è più in una fase di sviluppo.

Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

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Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.

Autismo e Musica: il filo invisibile della cura

Le persone autistiche vivono, come tutti, emozioni anche molto forti, ma spesso faticano a provare empatia e a comunicare attraverso il linguaggio. Anche la musica è un linguaggio, un linguaggio speciale, che veicola pochi significati precisi ma potenti emozioni, e per sua natura aggrega le persone. Uno degli aspetti più problematici dell’autismo riguarda il riconoscimento delle emozioni. Alle persone con autismo risulta, infatti, difficile comprendere stati evidenti a tutti quali la gioia, la tristezza, l’allegria, la preoccupazione. Musicoterapia e autismo sono legati “a doppio filo”, perché la terapia attraverso la musica può essere di grande aiuto per tali bambini e soprattutto offre la possibilità di progressi imminenti. Cos’è la musicoterapia La musicoterapia è un trattamento che prevede l’utilizzo consapevole di interventi musicali per raggiungere obiettivi terapeutici. Viene effettuato da un professionista che ha completato una specifica formazione specialistica. Grazie alla musica, il terapeuta cerca di affrontare e soddisfare i bisogni fisici ed emotivi dei pazienti. Le problematiche che possono essere trattate dalla musicoterapia sono varie e tra queste rientrano il ritardo del linguaggio e l’autismo. La musicoterapia è diventata uno strumento usato nella terapia per i disturbi dello spettro dell’autismo perché aiuta a stimolare entrambi gli emisferi del cervello. e’ fortemente organizzativa e fornisce una stimolazione multisensoriale. Il compito dello specialista è quello di veicolare le informazioni attraverso tecniche specifiche, per fare in modo che i bambini le possano recepire con maggiore prontezza. Autismo e musica: come agisce la musicoterapia Le persone con disturbo dello spettro autistico hanno spesso una particolare sensibilità verso la melodia e può essere quindi usata anche come rinforzo per premiare i comportamenti positivi. La musica, infatti, stimola il rilascio di dopamina: un neurotrasmettitore che invia uno stimolo piacevole al cervello. La musicoterapia per bambini autistici permette quindi di mantenere alto il coinvolgimento dei piccoli pazienti e, di conseguenza, la capacità di recepire gli insegnamenti. Il terapeuta ha le competenze per individuare il tipo di musica che tocca le corde del singolo bambino, creando connessioni speciali e aumentando la fiducia nel paziente. Le sedute di terapia possono svolgersi sia in gruppo, sia con un solo bimbo alla volta. Le tecniche utilizzate nel piano di musicoterapia per bambini con diagnosi di autismo sono varie e alcuni esempi includono anche improvvisazioni. L’impatto di tali tecniche è molto forte e può condurre a risultati inaspettati. Coloro che intraprendono questo percorso, migliorano la comunicazione, sviluppano la capacità di concentrazione e imparano a rapportarsi in modo migliore agli altri. Inoltre, è opportuno sottolineare che nei bambini con autismo possono manifestarsi stati di ansia con un’intensità maggiore rispetto ai loro coetanei, a causa del modo in cui percepiscono gli stimoli esterni. La musicoterapia è di aiuto anche nella gestione di alcune di queste situazioni, perché consente di alleviare la tensione o ridurre stati di arousal. Con il supporto della musica, i pazienti possono imparare nuove parole o capire come agire in determinate situazioni, sulla base del messaggio che il brano sta esprimendo. Gli obiettivi terapeutici primari vengono solitamente raggiunti dopo un ciclo di terapia (minimo di 6/12 mesi), ma questa previsione varia in base al profilo clinico del bambino. Al raggiungimento del primo traguardo, lo specialista può decidere di stabilire ulteriori obiettivi, via via più complessi. In questo modo, le abilità del bambino/ragazzo migliorano sempre più. Tutte le nozioni apprese durante le sedute di musicoterapia, aiutano i pazienti con autismo ad acquisire maggiore consapevolezza. Un altro importante effetto della musicoterapia per i bambini autistici è infatti quello di accrescere la fiducia in sé stessi. Il miglioramento della qualità dell’ascolto è uno dei principali obiettivi non solo dell’educazione musicale, ma della stessa educazione alla comunicazione reciproca. Nel progettare attività che aiutino il bambino con difficoltà di relazione è importante partire dagli aspetti semplici e individuali per andare verso la strutturazione di attività che guardino al miglioramento delle capacità di ascolto dell’insieme. Perchè la usicoterapia per l’autismo? Gli individui con disturbo dello spettro autistico spesso mostrano maggiore interesse, capacità di elaborazione, risposte e talento con la musica, la quale fornisce un mezzo non minaccioso, sicuro e piacevole. Permette l’esplorazione e l’apprendimento di nuove abilità quali comunicazione sociale, emotività, sonsorialità. Va sottolineato che gli individui con disturbo dello spettro autistico sono in grado di eseguire compiti attraverso la musicoterapia che potrebbero non essere in grado di fare attraverso altre terapie. Gli interventi di musicoterapia, inoltre, utilizzano storie sociali che “adattate” correttamente possono modificare il comportamento e raggiungere l’insegnamento di nuove abilità. Bibliografia Autismo e Musica: I Materiali Erickson, 2012. Brownell, 2003.

LE EMOZIONI NEL MARKETING SOCIALE

le emozioni

Numerosi studi hanno dimostrato che l’uso delle emozioni nelle campagne di marketing sociale può fare la differenza nel diffondere in maniera efficace un messaggio e nel farlo ricordare. La scelta delle tonalità emotive dipende dal target e dal comportamento preso in considerazione. In passato, le comunicazioni preventive si basavano principalmente su emozioni forti come la paura. Secondo il Parallel Process Model di Leventhal, però, ci sono dei limiti nell’uso di questi tipi di emozioni. A fronte di un messaggio pauroso, ci possono essere due conseguenze diverse: 1. Controllo della paura: È un processo primariamente difensivo che si attiva nel momento in cui si è esposti a uno stimolo particolarmente intenso da un punto di vista emotivo. Può presentarsi nella forma di evitamento difensivo o di reattanza.  Nel primo caso, la persona tende a non pensare al rischio e a mettere in atto comunque il comportamento.  Nel secondo, invece, la persona tende a credere che il messaggio preventivo sia un modo per limitare la sua libertà. Si verrebbe così a creare un effetto boomerang in quanto la comunicazione sociale potrebbe portare l’audience a ribellarsi all’appello promosso perché lo percepiscono contrario alla propria libertà. 2.Controllo del pericolo È un meccanismo che permette di attivare un processo cognitivo in cui la persona assume una maggior consapevolezza sul comportamento e sul rischio e ragiona su cosa può fare per evitare quello stimolo, anche solamente da un punto di vista puramente emotivo. Nell’ottica di riuscire a costruire una buona campagna di marketing sociale che sfrutti l’emozione della paura, bisogna tenere conto alcuni punti chiave. Credibilità della paura. Immagini angoscianti e messaggi che enfatizzano la gravità del rischio possono emozionare il pubblico e attirare la sua attenzione, ma se eccessive potrebbero far sentire il problema lontano da loro e dunque ridurne l’efficacia. Livello di paura di un messaggio. Non deve essere eccessivo perché altrimenti rischia di paralizzare il pubblico e di suscitare fatalismo o rifiuto. È essenziale analizzare quale sia già il livello di preoccupazione dell’audience sul tema per bilanciare adeguatamente il messaggio. Infine, non è sufficiente suscitare emozioni con il messaggio, ma questo deve anche suggerire una soluzione pratica al problema che il pubblico può mettere in atto. Oltre alla paura, si può fare appello anche ad altre emozioni. Il senso di colpa può essere efficace soprattutto nei contesti in cui il comportamento può causare conseguenze negative su altre persone e quando questo dipende da noi stessi.  Il senso di colpa nasce, infatti, dal terrore di infrangere i propri canoni etici e morali. Questo porterebbe una conflittualità interna alla persona, la quale sarebbe poi stimolata a mettere in atto i comportamenti proposti da una campagna di marketing sociale per sentirsi meglio con se stessi.  Proseguendo, le comunicazioni che si basano sulla rabbia veicolano tipicamente messaggi che enfatizzano le conseguenze negative di un evento causato intenzionalmente da un’altra persona per attirare l’attenzione dell’audience sull’importanza di trovare delle soluzioni. L’obiettivo è quello di suscitare rabbia contro chi ha causato l’evento e di attivare l’audience verso una soluzione. Ovviamente anche in questo caso c’è un doppio lato della medaglia: con questi appelli si rischia poi di stigmatizzare il gruppo verso cui si suscita tale emozione. La tristezza, invece, provoca un senso di empatia e un’immedesimazione con il soggetto principale/vittima della campagna. Sono più efficaci tra persone più mature, femminili e inclini a mettersi in discussione su emozioni negative. L’uso dell’ironia nelle campagne di marketing sociale, invece, si associa alla reazione di sorpresa e può essere efficace nell’attrarre l’attenzione dei target tendenzialmente più distratti e meno motivati rispetto al tema Risultano più efficaci tra i più giovani e nel target maschile. Infine, un filone crescente di studi sta anche dimostrando come le emozioni positive siano oggi importanti per modificare il comportamento dell’audience e risultano più efficaci delle precedenti.  Nel caso della prevenzione della salute, non si sottolineano le minacce e i fattori di rischio, ma quanto si può raggiungere positivamente con il cambiamento comportamentale. Tra quelle più utilizzate ci sono la gioia, la tenerezza e la speranza. Solitamente si usano messaggi con toni più pacati e soft che aumentano il senso di efficacia. Ad esempio, in una campagna preventiva nei confronti del tumore al seno si cerca di costruire una rappresentazione più positiva dello screening, dando speranza e facendo vedere che si può affrontare il tumore “in modo positivo” e senza stigma, senza isolarsi ma mantenendo le relazioni sociali. Da questo articolo si evince che la scelta delle diverse emozioni dipende dall’obiettivo della comunicazione e dal target di riferimento. L’uso delle emozioni è più efficace se bisogna creare una prima consapevolezza su un determinato tema, mentre se si ha come obiettivo quello di avere un cambiamento comportamentale è meglio optare per altre strategie. BIBLIOGRAFIA Holbrook, M. B., & Batra, R. (1987). Assessing the role of emotions as mediators of consumer responses to advertising. Journal of consumer research, 14(3), 404-420 Witte, K. (1994). Fear control and danger control: A test of the extended parallel process model (EPPM). Communications Monographs, 61(2), 113-134

Cosa vuol dire Crossdressing?

Il termine Crossdressing indica l’atto o l’abitudine di travestirsi e quindi di indossare, pubblicamente e/o in privato, indumenti comunemente associati al sesso opposto.  La persona che pratica il Crossdressing viene definita Crossdresser. Il Crossdressing viene attuato principalmente da uomini, ma può essere praticato anche dalle donne, indipendentemente dall’identità di genere percepita e dall’orientamento sessuale. Il termine crossdressing viene spesso confuso con quello di Travestitismo, ma in realtà le due parole non sono sinonimi. Il travestitismo, infatti, è sempre stato associato all’omosessualità e alla transessualità. Crossdressing è, invece, un termine neutro, che non si carica di connotazioni sessuali e che, anche nei casi in cui oggi venga praticato come feticismo sessuale, viene di solito messo in atto dagli eterosessuali. La classica connotazione sessuale di cui si caricano tanto l’abbigliamento maschile quanto quello femminile, è ormai superata. L’outfit parla di sé e diventa un mezzo per sentirsi a proprio agio.  Una gonna, un paio di scarpe con il tacco, delle calze autoreggenti, una camicia o una giacca dal taglio maschile, smettono di far parte esclusivamente dell’universo maschile o femminile.  Piuttosto, diventano capi e accessori adattabili tanto al corpo dell’uomo quanto a quello della donna, donando una sensazione di confort e di libertà senza uguali a chi li indossa. Il crossdressing non si limita soltanto a un’attività o a una professione: sono infatti tante le persone che si travestono per piacere personale, ludico, sessuale e non.  Ci sono poi motivazioni ben più serie alla base di questa pratica: in molti Paesi, per giornalisti e militari (soprattutto donne) il crossdressing diventa una copertura, un modo per passare inosservate e difendersi da situazioni ancora fortemente retrograde. Troviamo inoltre tantissimi esempi di crossdressing nel cinema e nei cartoni animati. Celebre è ad esempio l’interpretazione di Robin Williams nel film Mrs Doubtfire, dove veste i panni di una tata in là con gli anni per poter trascorrere del tempo con i propri figli.  Come dimenticare poi Lady Oscar il cartone animato tratto da un manga giapponese che ha come protagonista una ragazza nobile cresciuta come un uomo per intraprendere la carriera militare.

Mi trasmetti ansia: storie di ansia che si trasmette da genitore a figlio

Il genitore spesso si sente responsabile di trasmettere ansia ai figli. Come riconoscere questo meccanismo?come intervenire?lo scopriremo attraverso la lettura dell’articolo. Per un bambino o un adolescente vedere il proprio genitore in ansia, può essere deleterio. I figli hanno la propensione naturale a guardare ai genitori per prendere esempio e spunto nelle situazioni che si trovano ad affrontare. Se un genitore manifesta continuamente ansia e paura nelle situazioni comuni di vita, il bambino avrà una visione del mondo instabile e incerta. Si è osservato che i figli di genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di sviluppare disagi d’ansia. È doloroso, per un genitore, pensare di essere il veicolo di trasmissione dello stress al proprio figlio, ma non bisogna lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Cosa fare? Affidarsi a un professionista può aiutare genitori e figli a lavorare per gestire e tollerare lo stress. Il genitore acquisisce le tecniche terapeutiche per imparare a gestire lo stress e le trasmette al figlio per aiutarlo ad affrontare le situazioni di incertezza. I genitori devono cercare di mantenersi neutrali e calmi, bisogna tenere sotto controllo le espressioni facciali, devono essere consci delle parole usate perché i bambini assorbono e leggono le situazioni, i comportamenti e le persone. Se una situazione d’ansia è sfuggita al controllo del genitore, bisogna spiegare ai figli perché si è reagito in quel modo. Parlare di ansia dà ai bambini e ai ragazzi la possibilità di provarla. Se un genitore sente di dover proteggere il figlio dalla propria tristezza,dalla propria rabbia o dall’ansia, sembrerà che non sia concesso provare questi sentimenti, esprimerli e gestirli. Proteggendoli si dà loro l’indicazione che non c’è modo di gestire le emozioni negative. Meglio prevenire che curare l‘ansia Fare prevenzione con i bambini, affinché l’ansia dei genitori non li contagi, è importante. Diversi fattori concorrono a innescare i disturbi d’ansia. Ad esempio il temperamento innato ed i fattori ambientali. Maggiori sono le esperienze negative che un bambino vive, maggiore è la probabilità che abbia a che fare con problemi di ansia da adulto. I genitori sono il modello di riferimento per i figli e il loro modo di fare e di reagire alle situazioni può aumentare i livelli di ansia nei figli. Diventa quindi importante insegnare alle famiglie a individuare i segnali di paure immotivate e di ansia eccessiva e cosa fare per spegnerli. Un modo per ridurre l’ansia è il confronto con la realtà: imparare a riconoscere quella paura sana che ci mette in allerta in caso di pericolo e, al contrario, quei timori esagerati che rischiano di prendere il sopravvento condizionando i nostri comportamenti. Se per esempio un bambino ha paura dei gatti e diventa ansioso quando ne vede uno per strada, può provare a contenere tale paura, che lo trattiene dal continuare a camminare, imparando a esaminare e valutare la situazione per quella che effettivamente è. Ma come mai avviene questo? Spesso un genitore può sentire che sta capitando qualcosa nella vita di suo figlio che gli riporta alla mente qualcosa di difficile da sopportare perché per lui non è sufficientemente elaborato. Sente di ritrovarsi davanti ad una faccenda che non è risolta. Pertanto per evitare di trasmettere ansia ai propri figli è importante fare pace con la propria storia e con le proprie paure.

C’è bisogno di AMORES

In questo articolo così come anche nei prossimi vi presenterò AMORES (Attivatore Armonizzatore Modulatore Ritmico Relazionale dello Schema Corporeo), un dispositivo tecnologico messo a punto dal gruppo di lavoro della Scuola di Arteterapia Poliscreativa di cui faccio parte e che mi vede assai innamorata! Cupido permettendo, questa tecnologia è figlia di un percorso intenso di 25 anni nell’ambito dell’arteterapia e non solo. Amores viene alla luce proprio adesso non a caso, in un perido storico in cui l’uso delle nuove tecnologie, fermo restando la necessità di forme di controllo da parte della comunità, è diventato ormai praticamente indispensabile per concepire progetti di promozione umana di lunga durata ed efficacia stabile, soprattutto in grado di coinvolgere adeguatamente le nuove generazioni. Amores è un acronimo che indica in breve un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhoutte. Lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Con concetto di Schema Corporeo intendiamo la rappresentazione cognitiva ed emotiva, consapevole ma anche inconsapevole, che abbiamo del nostro corpo e delle sue possibilità di movimento nello spazio. Questo concetto nasce all’inizio del secolo scorso e si basava fondamentalmente su aspetti neurologici identificati grazie alla correlazione tra dati anatomici e deficit funzionali. Da allora questo concetto si è molto arricchito per le ricerche neurofisiologiche, per le tecniche di neuroimaging, per i dati emersi dalla baby observation ed è stata confermata una sua connotazione particolarmente dinamica e relazionale anche grazie alla scoperta dei neuroni specchio. Questa scoperta fatta dal gruppo coordinato dal prof. Rizzolatti è stata fondamentale nel percorso che ha portato ad Amores perchè conferma la possibilità di attivare la percezione di un rispecchiamento nel movimento altrui anche soltanto grazie alla vista e all’udito. Infatti le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici. Il dispositivo Amores si basa tra l’altro, sulla possibilità di ripercorrere le fasi precocissime dello sviluppo della persona quando il proprio schema corporeo era fortemente sincronizzato con quello dei suoi caregiver, grazie all’interazione strutturata con la corporeità dell’operatore, del professionista adeguatamente formato e in costante supervisione, ma senza un diretto contatto fisico. Amores non viene mai utilizzato in maniera da essere particolarmente attivante per il soggetto, in un clima invece sempre gentile e rispettoso della necessaria gradualità. Queste ed altre caratteristiche fanno del dispositivo un volano praticamente utilizzabile in ogni contesto preposto alla promozione umana e quindi ambiti clinici, formativi a qualunque livello e luoghi di socializzazione di ogni tipo. Le sue caratteristiche nello specifico si mostrano particolarmente congeniali al suo utilizo con i bambini autistici. Un modello che sta dimostrando una particolare efficacia nel descrivere l’organizzazione della mente del bambino affetto da autismo si basa sul concetto di teoria della mente che approfondiremo nei prossimi articoli. Il dispositivo infatti stimola i bambini, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine straordinari per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse “teorie della mente” altrui.