Body shaming: critica dell’imperfezione al tempo dei social networks

body shaming social networks

Negli ultimi mesi si è parlato tanto dello scandalo che ha scosso il mondo della ginnastica artistica. Attraverso i social networks sempre più ginnaste hanno dato vita a un “j’accuse mediatico”, denunciando le violenze psicologiche subite, il controllo ossessivo del peso e il body shaming. L’espressione “body shaming” significa letteralmente “far vergognare” qualcuno, in questo caso specifico deridendolo per le sue caratteristiche fisiche. Questo fenomeno, reiterato nel tempo, può essere assimilato ad una forma di bullismo. Il body shaming al tempo dei social networks Abbiamo già affrontato in un precedente articolo gli effetti dei social sulla salute mentale, definendo la tendenza a mostrare un’immagine di sè sempre più artefatta e difficile da raggiungere. Questo ideale di perfezione non solo segna una profonda spaccatura con l’immagine reale delle persone comuni, ma diventa un termine di paragone inaccessibile e ineguagliabile. Appare evidente che nella società dell’apparenza, chiunque si discosti dai canoni aurei di bellezza 3.0 possa essere oggetto di “attacco virtuale” e di body shaming pubblico, ancor più umiliante perchè visibile agli occhi di tutti. In più, negli ultimi anni, i social networks sono diventati un ricettacolo di aggressività ed egocentrismo in cui hate speech, cyber bullismo e body shaming sono all’ordine del giorno. Gli effetti sulle vittime di body shaming Gli studi condotti da KJ Gaffney; 2017; sugli effetti negativi dei social networks sulla percezione dell’immagine corporea, evidenziano che le vittime di body shaming manifestano spesso rabbia e bassa autostima.Tra le sintomatologie più frequenti invece si riscontrano depressione, autolesionismo, dismorfofobia e disturbi dell’alimentazione. Anche in questo caso, i social networks non rappresentano la causa, ma un amplificatore di un problema già esistente e ben radicato nella nostra società. L’educazione affettiva e l’educazione digitale sono due azioni indispensabili per educare i ragazzi all’amore verso sè stessi e al rispetto per gli altri.

Kintsugi e l’arte di rimettere insieme i cocci

kintsugi

La tecnica del Kintsugi è usata da secoli in Giappone per riparare gli oggetti in ceramica rotti, riempiendo così le crepe formatesi con una speciale mistura. L’idea di rendere visibili le linee riparate e il materiale utilizzato, l’oro e l’argento appunto, conferiscono preziosità e unicità al nuovo oggetto ottenuto. Metaforicamente parlando, l’arte del Kintsugi può essere applicata di fatto alla psicologia e alla psicoterapia. L’esperienza personale di dolore devasta e manda, di conseguenza, in frantumi l’equilibrio psicologico. In seguito ad un evento traumatico, infatti, l’individuo può sentirsi “in mille pezzi “ proprio come un vaso rotto. Ogni oggetto di ceramica che si rompe, si divide in modo unico in tanti pezzi di varia dimensione; allo stesso tempo, uno stesso evento doloroso spacca in maniera differente ciascuno dei protagonisti. Con questa idea di ricostruzione, ripartendo dai cocci stessi, pezzo per pezzo è pazientemente e opportunamente rimesso al proprio posto. Il lavoro psicologico parte proprio dai mille resti che devono essere analizzati e accorpati in maniera che combacino alla perfezione. Il terapeuta , insieme al paziente, crea quella speciale mistura di oro che andrà ad incollare pian piano tutti i pezzi, senza tralasciare niente, affinchè l’individuo possa risentirssi nuovamente tutto intero. Punto di forza dell’arte giapponese è proprio il ricostruire, rendendo l’oggetto non solo prezioso, perchè intessuto con l’oro, ma soprattutto unico. Allo stesso tempo, con l’aiuto del terapeuta, si rimarca l’unicità e la preziosità del proprio essere, anche quando tutto sembra perduto. Il Kintsugi e l’approccio psicologico alle rotture mirano così a ridare valore alle cose e alle persone, puntando a rivalutare la propria immagine e la propria autostima anche e soprattutto dopo aver subito un evento doloroso e devastante, di qualsiasi natura.

Autismo a scuola…prospettive per favorire l’inclusione

Quando siamo di fronte ad una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ci troviamo contemporaneamente di fronte alla necessità di promuovere l’integrazione dell’allievo autistico nella scuola di tutti, e a dover individuare  gli importanti contributi che possono derivare dal progetto educativo e dai programmi di intervento specifico. Bisognerebbe prendere in considerazione alcune metodologie di lavoro estremamente utili ai fini della promozione di una reale integrazione scolastica. La possibilità di trascorrere parte del tempo in classe risulta facilitata se si riescono ad adattare gli obiettivi individualizzati e quelli curricolari. Questa operazione è assai complessa e, di fatto, applicabile solo ai primi livelli di scolarizzazione e su alcune competenze che fanno riferimento ai punti di forza dei bambini autistici dette “isole di abilità”. Il riferimento è alle prospettive di lavoro comune su obiettivi di tipo visuo-spaziale o visuo-motorio (copia, incastri, collage, ecc.), sulle abilità di calcolo, sulle competenze di memoria meccanica, ecc. Per il bambino autistico, comunque, il semplice stare in classe può rappresentare di per sé un importante obiettivo relazionale, anche se impiega gran parte del suo tempo in attività individuali e ripetitive. Oltre ciò, anche se le attività che la classe mette in atto non sono adatte al livello dell’allievo, può essere utile per alcuni periodi farlo “partecipare alla cultura del compito” favorendo in qualche modo l’inclusione (Moretti, 1982; Rollero, 1997, Tortello, 1999). Su questo aspetto, poi, la letteratura testimonia alcune situazioni sorprendenti. Il caso più eclatante è quello di Donna Williams (1996), la quale nella sua autobiografia riferisce che l’essere stata inserita in una scuola normale le aveva permesso di accumulare moltissime informazioni sulle persone e sulle situazioni. La risorsa compagni in autismo Ci sono obiettivi che da parte dell’insegnante di sostegno non possono essere condivisi con la classe, per cui il bambino con autismo si ritrova spesso una modalità di rilevanza la possibilità di un insegnamento uno a uno, da svolgersi anche all’esterno della classe quando il tipo di lavoro da effettuare non è conciliabile con l’organizzazione dell’ambiente comune (ad esempio per la presenza di troppi stimoli distraenti). Tali momenti di uscita dalla classe dovrebbero però essere temporalmente limitati  e programmati in maniera che possano ridursi con il progredire dell’azione educativa e dell’adattamento del bambino. Lo spazio per l’attività individuale dovrebbe essere organizzato secondo i principi dell’insegnamento strutturato tipici dell’approccio TEACCH. Una delle principali chiavi di successo del processo di integrazione scolastica risieda nello stimolare rapporti di amicizia e aiuto da parte dei compagni. Certamente, come sostengono Stainback e Stainback (1990), i rapporti di amicizia e di sostegno sono estremamente individuali, fluidi e dinamici, diversi a seconda dell’età e basati per lo più su una libera scelta derivante da preferenze del tutto personali. Tuttavia, questo non significa che essi non possano essere facilitati e sostenuti da azioni messe in atto da insegnanti e genitori e da un clima favorevole all’interno della classe. La caratteristiche comportamentali e cognitive del bambino autistico rendono molto complesso l’instaurarsi di rapporti interattivi di spessore significativo. Sono state messe in evidenza possibilità offerte alla didattica dall’analisi applicata al comportamento (ABA). Le strategie di valutazione ed intervento di derivazione cognitivo-comportamentale, i sistemi di insegnamento strutturato, la facilitazione di varie forme di comunicazione, l’educazione alla percezione degli stati mentali propri ed altrui, l’adattamento degli obiettivi individualizzati e di quelli di classe, l’utilizzo adeguato della risorsa compagni rientrano fra tali opportunità. Quali difficoltà si possono incontrare rispetto all’inclusione a scuola? A causa del deficit della comunicazione e dell’interazione sociale il bambino potrebbe avere problemi ad esprimere i propri bisogni, a sostenere una conversazione con i pari, a stabilire una relazione con i compagni di classe e con gli insegnanti. Anche la difficoltà nel condividere interessi, emozioni e giochi può rendere difficile l’inclusione del bambino nel gruppo classe. Spesso, il bambino autistico sembra assorbito dall’interesse per un oggetto o parte di esso. Per esempio, potrebbe utilizzare la penna per mettere in atto stereotipie motorie piuttosto che per scrivere e dare poca attenzione agli scambi sociali. Infatti, un’altra peculiarità dell’autismo riguarda comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Il bambino o il ragazzo può mettere in atto dei movimenti ripetitivi o basati su routine molto rigide e fare fatica ad adattare il comportamento all’ambiente in cui si trova. Inoltre, la rigidità comportamentale e di pensiero può essere causa di disagio di fronte a piccoli cambiamenti, a cui può reagire in modo inadeguato al contesto, anche a causa delle limitate abilità comunicative. Abbiamo visto che la scuola può essere fonte di stress e difficoltà per i bambini con autismo. Esistono però interventi mirati per aiutarli nella gestione dell’ambiente e delle peculiari attività scolastiche. Nell’articolo del 25 novembre vedremo quali sono e in che modo possono rivelarsi utili.

L’ESITANZA VACCINALE E LA PSICOLOGIA

Esitanza vaccinale

Per esitanza vaccinale si intende l’espressione da parte degli individui di dubbi e perplessità circa i vaccini. Questo li porta a non sottoporsi alle vaccinazioni. A seguito della pandemia Covid-19, risulta interessa indagare il fenomeno dell’esitanza vaccinale da un punto di vista psicologico. La psicologia, infatti, può dare una chiave di comprensione delle motivazioni dietro all’esitazione di molte persone. Prima di entrare nel merito del caso Covid-19, bisogna fare delle considerazioni generali che riguardano tutti i diversi tipi di vaccinazioni.  A un livello individuale, secondo l’immaginario collettivo, vaccinare significa inoculare un agente patogeno in un organismo sano, cioè che non presenta i segni della malattia per il quale il vaccino promette di proteggere.  Questo attiva delle paure profonde che fanno venire a meno il pensiero logico-razionale. Queste fantasie inconsce sono tanto più presenti, quanto più la vaccinazione sia a protezione di una patologia spaventosa e sconosciuta, come poteva esserlo il Covid-19. Fortunatamente, però, non siamo sempre in balia dei nostri impulsi.  Oltre al livello individuale, entra in gioca anche l’influenza sociale.  Essa è un fenomeno psicologico che rimanda alla psicologia delle masse e all’effetto gregge studiato da Le Bon. La base di questi studi si fonda sull’idea che le decisioni di un individuo inserito in un “gregge” spesso non dipendono tanto da un ragionamento personale, quanto più dal comportamento degli altri membri del gregge. Soprattutto in situazioni di incertezza, infatti, le persone tendono a emulare il comportamento altrui. Questo fenomeno è molto visibile al giorno d’oggi. I nuovi media, infatti, hanno la possibilità di uniformare l’opinione pubblica eliminando le differenze individuali nei processi di scelta.  Nel mondo della salute, oggi le persone sui social media non solo condividono informazioni, ma cercano anche supporto emotivo per migliorare la convivenza con la propria malattia. Se da una parte questo può dare dei risvolti positivi, dall’altra essi diventano dei contesti dove nascono facilmente fake news. Le persone tendono a rifugiarsi nelle fake news in quanto esse semplificano fenomeni complessi. Sono, però, molto pericolose in quanto possono manipolare le percezioni degli individui. Secondo il bias di auto-conferma, gli individui tendono a ritenere “più vere” informazioni incontrate più frequentemente nel loro processo di ricerca e dunque, in parte già immagazzinate in memoria. Sui social media si verifica il fenomeno della bolla informativa in quanto per via di algoritmi matematici, la persona tende a essere più esposta solo a una selezione di contenuti più coerenti a quelli ricercati in precedenza.  A questo punto diventa importante chiedersi come ridurre la tanto ormai diffusa esitanza vaccinale. La psicologia dei consumi e della salute può dare un importante contributo in questo ambito perché in primo luogo si mette in ascolto delle preoccupazioni delle persone e solo successivamente sviluppa una campagna vaccinale centrata su una comunicazione autentica. Non si parla solo di autenticità, ma anche della capacità di costruire fiducia alla cui base c’è l’ascolto e la comprensione dei dubbi. Solo ascoltandoli e capendoli, infatti, si possono smontare. Dunque, per sconfiggere l’esitanza vaccinale è necessario creare delle campagne comunicative che seguono un preciso schema.  Prendendo come esempio il caso Covid-19: STEP 1: generalmente la prima parte della comunicazione contiene un esplicito rimando alla minaccia. Si fa spesso ricorso a dati epidemiologici/statistiche relative al Covid-19. STEP 2: segue poi una sezione in cui si rievocano alcune preoccupazioni e false credenze sul vaccino, che vengono riportate in modo aneddotico (ad esempio come “Molti temono che questo vaccino sia poco sicuro perché creato troppo in fretta”).  STEP 3: l’ultima parte della comunicazione riporta dati scientifici forti e convincenti contro la minaccia e le false credenze ricordate nello step precedente. Solitamente questa parte della comunicazione è riportata in modo chiaro, razionale e con il supporto di dati da fonti ufficiali in modo da enfatizzarne la salienza e persuasività. BIBLIOGRAFIA Graffigna, G. (2021). Esitanti: quello che la pandemia ci ha insegnato sulla psicologia della prevenzione. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore

Minori e Violenza Assistita

La violenza assistita è stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia) come “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori”. Vivere in un contesto di violenza domestica ha gravi ripercussioni sullo sviluppo dei bambini. Spesso mostrano comportamenti anormali, che si manifestano sotto forma di irrequietezza o aggressività, ma anche avvilimento o ansia; alcuni bambini, inoltre, appaiono traumatizzati.  La loro situazione ha influssi negativi anche in altri ambiti, per esempio sulle competenze sociali, scolastiche e cognitive o sulla salute fisica. I bambini colpiti sono esposti alla violenza domestica in molte forme diverse. La violenza fisica può manifestarsi sotto forma di percosse, scosse, violenza psicologica attraverso minacce, offese, umiliazioni o incuria e infine attraverso la violenza sessuale sotto forma di atti sessuali, con o senza contatto fisico, compiuti sul minore o in sua presenza.  Inoltre, bambini e adolescenti subiscono una forma di violenza psicologica quando assistono all’uso della violenza tra i genitori o i rappresentanti legali. Sono quindi anche vittime della violenza tra i genitori.  L’ esperienze di maltrattamento infantile interferiscono sullo sviluppo positivo del bambino, compromettendone vari aspetti come la socialità, l’interazione con i pari e con gli adulti.  L’esposizione continua alla violenza porta ad uno sviluppo distorto dell’immagine di sé, a condotte antisociali, a disfunzioni nelle emozioni e alla messa in atto di comportamenti dissociativi. La violenza porta spesso ad alterazioni della percezione, ad una mancata comprensione degli stati emotivi e delle intenzioni altrui I bambini infatti presentano difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali e nell’utilizzare le informazioni contestuali per spiegare le incoerenze tra causa delle emozioni ed espressione emotiva discrepante.  Tali bambini tendono a distorcere le informazioni emotive attribuendogli significati negativi, nel senso che sovrastimano le emozioni di rabbia, le attribuiscono in modo inappropriato e le percepiscono come presenti anche in loro assenza Inoltre essendo esposti a ripetute esperienze di malessere da parte degli adulti, possono sviluppare la propensione a pensare di essere i diretti responsabili. Per cui ciò vuol dire convivere con sentimenti di inefficacia e di impotenza che possono trasformarsi in tratti depressivi.

L’io pelle

L’importanza del contatto Il bambino acquisisce la percezione della pelle come superficie in occasione delle esperienze di contatto del proprio corpo con quello della madre e nel quadro di una relazione rassicurante d’attaccamento a lei. Le comunicazioni tattili primarie vengono registrate come sfondo e forniscono una superficie immaginaria su cui disporre i prodotti delle successive operazioni del pensiero.  Anzieu parla di funzioni e strutture della mente in termini di “membrana”, di “guaine” e di una successiva formazione nel tempo di esperienze tattili, dolorifiche, termiche, acustiche, visive fino al sogno e al pensiero. L’attenzione rivolta al transfert e al controtransfert dà la possibilità di recuperare il significato di “involucro” della parola del terapeuta nella seduta con funzioni trasformative. Anzieu parla di deformazioni possibili nell’area psichica-psicosomatica a causa di microtraumi emozionali e del modo del bambino di viverli e di difendersi in relazione al mondo interno. Secondo Anzieu, l’io-pelle è una struttura intermedia dell’apparato psichico: intermedio cronologicamente tra madre e figlio. Senza adeguate esperienze al momento opportuno, tale struttura non è acquisita o risulta alterata. L’instaurazione dell’io pelle risponde al bisogno di un involucro narcisistico ed assicura all’apparato psichico la certezza e la costanza di un benessere di base. È una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentare se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo. Per Anzieu l’energia pulsionale risulta disponibile soltanto per chi ha preservato l’integrità del proprio Io pelle. La realizzazione sessuale richiede l’acquisizione di una sicurezza narcisistica di base, di un senso di benessere dentro la propria pelle. L’acquisizione di un Io pelle serve per accedere all’identità sessuale e ad affrontare la problematica edipica, per liberare il desiderio sessuale dal ruolo di controinvestimento delle frustrazioni precoci subite dai bisogni dell’Io psichico e dalle pulsioni d’attaccamento. L’attaccamento La consapevolezza di provare attaccamento è una dimensione umana che ci mette in una situazione paradossale, cioè: “per essere me stesso devo relazionarmi agli altri, ma mi devo anche differenziare. Più ho bisogno degli altri, perché non mi sento solido, più sento l’altro come pericoloso; un vissuto di una penetrazione da parte dell’altro. E’ solo nutrendoci degli altri che potremo sfuggire la loro persecutorietà e le attese che ha l’altro su di me”. (Jaemmet) E’ importante che i genitori permangono come “base sicura” specialmente nei momenti di disagio o di stress, per cui appare ampiamente condivisibile l’idea che in realtà l’individuazione debba essere vista non come una presa di distanza dai genitori, ma piuttosto qualcosa insieme a loro”. (Ammaniti) La difficoltà di prendere da un altro, d’interiorizzare una relazione di dipendenza può essere legata a situazioni di deprivazione affettiva, che non hanno consentito lo sviluppo di un equipaggiamento interno adeguato. Spesso il ricorso massiccio a difese paralizzanti appare come un riparo dalla frammentazione, come un tentativo di sopravvivere in situazioni carenti, ma allo stesso tempo, sembra essere anche un desiderio inconscio di restare attaccata in modo adesivo ad un unico oggetto prezioso ed insostituibile. (E. Bick) Bion spiega come il processo d’interiorizzazione non sia per un neonato un processo innato ma, che si acquisisce attraverso la relazione con un oggetto che dia un senso emotivo alle sue esperienze. Per dare un nome alle esperienze emotive e renderle pensabili è necessaria, infatti, l’interiorizzazione di un oggetto esterno capace di svolgere tale funzione: il contenitore. Winnicott crede che la precocità delle carenze materne, se si verificano proprio quando il bambino cerca di conquistare la propria indipendenza, produca una dipendenza patologica. Le funzioni materne descritte da Winnicott (holding, handling) conducono progressivamente il bambino a differenziare una superficie che comporta una faccia interna ed un’esterna, cioè un’interfaccia che permette la distinzione del dentro e del fuori ed un volume ambiente nel quale si sente immerso, una superficie ed un volume che gli danno l’esperienza di un contenitore. L’introiezione della relazione madre-bambino, da parte del bambino piccolo, come relazione contenitore-contenuto e conseguente costituzione di uno “spazio emozionale” e di uno “spazio del pensiero” è fondamentale per la costruzione di un apparato per pensare i pensieri (Bion). Bion ha mostrato come il passaggio dal non-pensare al pensiero si fonda su una capacità di cui è necessario che il neonato faccia un’esperienza reale per il proprio sviluppo psichico, cioè la capacità propria del seno materno di “contenere” in uno spazio psichico delimitato, le sensazioni, le tracce mnestiche, gli affetti che irrompono nella sua nascente vita psichica. Il seno-contenitore offre la possibilità di raffigurazioni, di legami e d’introiezioni.  Se la funzione contenente della madre non viene introiettata dal bambino, all’introiezione si sostituisce un’identificazione proiettiva patologica.

Lo stress fa male? Dipende da come la pensi

Le ricerche sullo stress, negli ultimi anni, hanno rivoluzionato il modo di guardare a questa reazione psicofisica che tutti conosciamo. Il cuore che batte più forte e la vasocostrizione ci fanno male se pensiamo che sia davvero così: la scienza rivela che le nostre opinioni sullo stress modificano in maniera misurabile il suo effetto su di noi. Partiamo dalle ricerche di Kelly Mc Gonigal, che rivelano come pensare in modo positivo allo stress provochi effettivamente un cambiamento rilevabile in modo oggettivo nella nostra risposta fisica. Ma come funziona questo cambiamento? I ricercatori sottopongono i soggetti a test di stress sociale dopo averli istruiti a considerare lo stress come utile per loro in quella circostanza: il cuore che batte più forte è un modo per prepararsi all’azione, il respiro affannoso è un modo di portare più ossigeno e più velocemente al cervello. Le persone che sono sottoposte a questo training imparano a considerare lo stress come un vero ed efficace sistema per affrontare una situazione con maggiori strumenti per superarla.  Risultato? Il loro corpo si comporta di conseguenza. La loro risposta fisica allo stress cambia in modo oggettivo: il cuore che pulsa più forte e l’aspetto dei vasi sanguigni, infatti, appaiono agli esami strumentali molto simili a quanto rilevato in situazioni in cui le persone fanno esperienze di gioia, di coraggio, di entusiasmo. Può apparire incredibile, ma tutti conosciamo come un atteggiamento positivo e pensieri ottimistici possano influenzare le nostre esperienze. Secondo Mc Gonigal e collaboratori, vedere lo stress come utile, e cioè come una condizione che ci predispone ad affrontare meglio e a superare una situazione difficile, è un modo per convincere il nostro corpo a considerare le modificazioni di respiro e battito cardiaco come benefiche. Ma non finisce qui: uno degli aspetti più interessanti è legato all’ormone dell’ossitocina. In situazioni stressanti, paura, difficoltà, insicurezza, il nostro cervello produce sì adrenalina, che fa aumentare il battito del cuore. Ma anche l’ossitocina è un ormone dello stress; e quando viene rilasciata, nella risposta di stress, assolve a un compito importantissimo: ci spinge a chiedere supporto e aiuto. Stare vicini, nei momenti difficili, ci può salvare la vita, e l’ossitocina ci spinge sia a chiedere prossimità sia ad offrire aiuto.  La buona notizia è che l’ossitocina svolge un’importante azione antinfiammatoria sul nostro corpo e ha una straordinaria proprietà: il nostro cuore ha recettori per questo ormone, che è in grado di rigenerare le cellule danneggiate dallo stress. È quindi il caso di ricordare due cose, quando il nostro cuore accelera e il nostro respiro diventa affannoso: che tutto questo è utile per la nostra risposta, più ossigeno, più preparazione, più forza di reazione; e che, inoltre, produciamo immediatamente una risorsa ormonale che ci spinge alla vicinanza e che ripara i danni della situazione stressante. Un modo di proteggerci e di proteggere chi ci è vicino, con beneficio per tutti: la risposta allo stress diventa più salutare, più vicina al coraggio che alla paura. In questo modo, sia in senso emotivo sia in termini strettamente fisici, pensare in modo diverso allo stress fa davvero bene. Al corpo e al nostro cuore.

I disturbi della comunicazione. Alcune riflessioni per gli psicologi.

di Francesca Dicè I Disturbi della Comunicazione sono disturbi del Neurosviluppo molto frequenti in età prescolare e sono caratterizzati da quadri sindromici differenti che riguardano le capacità di comprensione, produzione e uso del linguaggio (Centro TICE). Secondo il DSM-5, essi riguardano la presenza di deficit nel linguaggio (l’uso di un sistema convenzionale di simboli), nell’eloquio (la produzione espressiva di suoni) e nella comunicazione, (il comportamento verbale o non verbale) senza alcuna compromissione delle altre aree di funzionamento (Centro TICE). Fra questi, il Disturbo del Linguaggio si configura come molto complesso perché riguarda sia la produzione che la capacità di comprendere la parola parlata; si distingue per la presenza di un lessico ridotto , la limitata strutturazione delle frasi e la compromissione delle capacità discorsive (Centro TICE). Invece, il Disturbo Fonetico F o n o l o g i c o r i g u a r d a esclusivamente la produzione d e l linguaggio ed è caratterizzato da dislalie e ritardo linguistico (Centro TICE). Il Disturbo della Fluenza, comunemente detto Balbuzie, si distingue per la p r e s e n z a d i f r e q u e n t i ripetizioni o prolungamenti di suoni o sillabe e spesso è più grave in condizioni di tensione emozionale (Centro TICE). Il Disturbo della Comunicazione Sociale, infine, è caratterizzato da un deficit nell’utilizzo delle regole sociali relative alla comunicazione e presenta importanti limitazioni nell’efficacia, nella partecipazione sociale, nelle relazioni e nelle capacità scolastiche e lavorative (Centro TICE). È opportuno specificare che fra i Disturbi della Comunicazione non si annovera il Mutismo Selettivo, che invece, secondo il DSM-5, è un disturbo d’ansia che si manifesta in età evolutiva ed è caratterizzato dall’assenza di comunicazione verbale in alcune situazioni sociali (Falcone, 2021). Il trattamento riabilitativo per i Disturbi della Comunicazione è di tipo multidisciplinare e richiede la presenza di logoterapia, psicomotricità e psicoterapia (Associazione PSY). È necessaria, tuttavia, anche una presa in carico in psicoterapia familiare, affinché l’intera famiglia possa avvalersi di uno specifico spazio di elaborazione e riflessione, per comprendere i vari sintomi del Disturbo, elaborare le ansie ad esso connesse e sostenere il bambino nelle difficoltà (Associazione PSY). In questo contesto, anche il lavoro dei logopedisti si configura come un contributo fondamentale per prevenire, curare e riabilitare gli aspetti deficitari ma anche per la valutazione del linguaggio e della comunicazione (Associazione PSY). In conclusione, i Disturbi della Comunicazione sono condizioni estremamente complesse da non sottovalutare, la cui diagnosi e presa in carico precoce possono rivelarsi determinanti per garantire il buon esito dei trattamenti riabilitativi ed una remissione quanto più possibile completa dei sintomi (Associazione PSY, Centro TICE). Bibliografia. American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Arlington, VA ISBN 9789746522687 Associazione PSY. Disturbi d e l l a c o m u n i c a z i o n e . Retrieved from https://bit.ly/ 3LjXIXb Centro TICE, Disturbi nella comunicazione. Retrieved from https://bit.ly/39jSvRT Falcone C. (2021). Mutismo Selettivo. Retrieved from https://bit.ly/3NisQrk

Catfishig: la minaccia psicologica reale di una finta identità virtuale

catfishing

Negli ultimi tempi il termine “Catfishing” è rimbalzato tra telegiornali e programmi televisivi per la triste vicenda di Daniele, il 24enne di Forlì che ha deciso di farla finita dopo aver scoperto che la sua fidanzata, frequentata virtualmente per un anno, era in realtà un’altra persona. Questo fenomeno, ancora poco conosciuto in Italia, è molto frequente negli USA, tanto da aver dato vita al docu-reality “Catfish: false identità” che racconta storie di catfishing. Cos’è il catfishing? Secondo l’Accademia della Crusca, il termine Catfish indica una persona che costruisce in rete un proprio profilo fingendo di essere un’altra persona per burlare o truffare qualcuno o al fine di instaurare in rete rapporti amicali (a volte anche sentimentali) con una falsa identità. Cosa spinge le persone a fare catfishing? Generalmente ci sono diversi aspetti che spingono il catfish a costruirsi una finta identità virtuale. Potrebbe trattarsi di un individuo particolarmente insicuro che convive con la paura di non essere accettato; di una persona profondamente insoddisfatta della sua vita, che prova a sublimare i propri desideri costruendosi un’identità alternativa e fasulla.Che sia per noia o per uno scopo preciso, i catfish riescono a costruire un vero e proprio alter ego digitale che gli consente di instaurare relazioni con vittime inconsapevoli. Gli effetti del catfishing sulla vittima Le vittime di catfishing sono spesso insicure e fragili e trovano conforto e speranza nelle attenzioni dei loro persecutori. Queste condizioni di partenza creano terreno fertile per un gioco di potere che mira a creare un rapporto di dipendenza affettiva. Una volta scoperto il tranello, le vittime cadono in una spirale di delusione, tristezza e vergogna, accompagnata da frustrazione e rabbia verso se stessi. Come contrastare il fenomeno? Purtroppo ad oggi non viene fatto un lavoro di prevenzione mirata sul catfishing. Per fronteggiare questa minaccia occorre fare un lavoro strategico e strutturato di informazione e formazione sin dalle scuole agendo su due livelli. Da un lato descrivendo il fenomeno e i pericoli che ne derivano, fornendo gli strumenti necessari a riconoscerlo; dall’altro lavorando sulla consapevolezza e sull’autostima dei ragazzi, affinché ci siano sempre meno catfish.