Interventi educativi per alunni con DSA

Le scuole forniscono supporto agli studenti con DSA adeguati strumenti compensativi e misure dispensative per garantire il loro successo formativo. Gli strumenti compensativi sono risorse o supporti che aiutano gli studenti con DSA a superare le loro difficoltà. Ad esempio, l’uso di software di sintesi vocale o di strumenti per la correzione automatica degli errori di scrittura. Le misure dispensative sono,invece, quegli interventi che permettono agli studenti di non affrontare alcune attività che, a causa del disturbo, potrebbero risultare difficili.
Interrogare il corpo obeso e sovrappeso per decifrarne il mistero: un approccio multidisciplinare integrato

di Valentina Carretta da Psicologinews Scientific “Se le formiche si mettono d’accordopossono spostare unelefante” (Proverbio del Burkina Faso) L’obesità(1) e il sovrappeso, come sottolinea la World Health Organizazion, sono oggi uno dei problemi di salute più evidenti, anche se spesso trascurati. Ci troviamo dinnanzi all’intensificazione di un’epidemia globale di sovrappeso e obesità, certamente aggravata dalla situazione creatasi a causa del Covid, che ha visto tante persone rifugiarsi nel cibo per affrontare questo momento. L’obesità è diventata ormai un’emergenza sociale, emergenza che però, solo nel 2019, è stata riconosciuta dal Parlamento italiano come patologia c r o n i c a , c o n i l c o n s e g u e n t e stanziamento di specifiche risorse dedicate alla prevenzione e alla terapia. In Italia contiamo 18 milioni di adulti in sovrappeso e 5 milioni sono invece i soggetti obesi, ovvero una persona su dieci [dati Italian Obesity Barometer Report]. Il dato più allarmante riguarda la popolazione giovanile in quanto siamo il primo paese in Europa per obesi tà infant i le. Mi preme sottolineare questo dato anche in ottica futura atteso che, ben sappiamo, che chi è afflitto da obesità in età giovanile ha maggiori probabilità di soffrirne anche in età adulta. A corollario di ciò, mi permetto di ricordare che un adulto obeso o grandemente obeso è un soggetto generalmente affetto da altre patologie correlate (diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e respiratorie, alcune forme di cancro, problemi articolari, disturbi ginecologici e infertilità, disturbi d’ansia e dell’umore, …) e, unitamente a questo, dobbiamo tenere ben a mente come l’obesità rappresenti ormai la quinta causa di morte più frequente al mondo. Aspetto scomodo da presentare, ma non per questo poco importante, riguarda l’impatto dell’eccesso ponderale sui bilanci nazionali. Sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità possiamo leggere i seguenti dati OCSE: “In Italia, il sovrappeso rappresenta il 9% della spesa sanitaria, riduce il PIL del 2,8% e, per coprire questi costi, ogni cittadino paga 289,00 euro di tasse supplementari all’anno. Non solo, gli italiani vivono in media 2,7 anni in meno a causa del sovrappeso e, nel mercato del lavoro, la produzione risulta essere inferiore di 571 m i l a l a v o r a t o r i a tempo pieno all’anno.” [1]. Risulta quindi quanto mai chiaro p e r c h é s i a n e c e s s a r i o e imprescindibile, per svariate ragioni, occuparsi di obesità e sovrappeso sia sul versante della prevenzione, sia su quello del trattamento. Al di là di sovrappeso e obesità: il disagio psicologico Obesità e sovrappeso spesso n a s c o n d o n o u n d i s t u r b o d e l comportamento alimentare chiamato binge eating disorder (BED) o disturbo da alimentazione incontrollata (DAI), pertanto, occorre effettuare una precisa diagnosi differenziale dinnanzi a queste patologie. Nella maggior parte dei casi è la figura del nutrizionista, del dietologo, del dietista, ad incontrare per primo il soggetto obeso o sovrappeso che si reca da lui alla ricerca di una dieta, di un piano alimentare, di un regime alimentare controllato, che gli consenta di perdere peso. È proprio in questa fase che si rivela preziosa la sensibilità del professionista che può cogliere, nel particolare modo di alimentarsi di quel s o g g e t t o , s e v i s i a ‘ s o l o ’ un’alimentazione eccessiva e ipercalorica o se ci si trovi davanti ad episodi di vere e proprie abbuffate a l i m e n t a r i o d i g r u n g i n g (spizzicamento continuo). È fondamentale questo passaggio perché “esistono nette differenze fra pazienti sovrappeso/obesi con o senza DAI. Questa distinzione è di grandissima importanza perché tutti i trattamenti nutrizionali dell’obesità applicati al paziente con un DAI sono destinati a fallire. E questi fallimenti espongono il paziente, soprattutto se adolescente, a un senso di vergogna e umiliazione ulteriori, alimentando proprio i fattori principali sottostanti i l disturbo: un’alterazione dell’umore in chiave depressiva e un gravissimo deficit dell’autostima.” [2]. Un ulteriore elemento che, in base alla mia esperienza clinica, mi sento di evidenziare come controproducente se non addirittura pericoloso, è quello di proporre a questi pazienti un sistema di alimentazione grammato che si basi sul conteggio delle calorie giornaliere ingerite. In base a quanto riportano i pazienti stessi, questo conteggio, in tantissimi casi, porta ad un aumento dell’ansia e a sviluppare una forma di ossessione per le calorie unitamente ad un controllo ossessivo sui grammi. Una dieta così c o s t r u i t a , anche se perfettamente bilanciata a livello nutrizionale, rischia di essere non solo fallimentare in partenza, anche perché spesso molto restrittiva e poco rispettosa del soggetto, aumentando il senso di inadeguatezza del paziente, ma addirittura in grado di aggravare ulteriormente una situazione già complessa in quanto non viene riconosciuto e rimandato al paziente che forse, in quella modalità che ha di alimentarsi, vi è di più di un semplice mangiare eccessivo. Non si tratta di domandare ai professionisti dell’alimentazione di porre una diagnosi di disturbo alimentare, ma di aiutare il loro assistito a porsi delle domande ulteriori, a vedere al di là, a non ascoltare solamente la domanda esplicita “vorrei dimagrire”, ma aprire sul “perché siamo arrivati a questo punto? Come facciamo a lavorare affinché, finita la dieta, lei possa non tornare più a questo peso?”. Si tratterebbe di lavorare facendo un ulteriore passo, instillando un dubbio, una domanda, un’interrogazione attorno a questo tema, magari suggerendo al paziente di affiancare al percorso alimentare anche una psicoterapia al fine di ottenere un beneficio a lungo termine e scongiurare la ciclica oscillazione del numero sulla bilancia, ovvero fasi di perdita e riacquisto di tutto il peso, se non di più, che caratterizza l’effetto denominato “yo-yo”. Troppo spesso obesità e sovrappeso vengono approcciate e t r a t t a t e
Intelligenza emotiva: superare i confini del Q.I.

Il concetto di intelligenza emotiva ha rivoluzionato la comprensione delle capacità umane. A differenza della classica accezione dell’intelligenza, la quale si concentra sulla sfera razionale-cognitiva e sulla misurazione del Quoziente Intellettivo (Q.I.), l’intelligenza emotiva, valutata attraverso il Quoziente Emotivo (Q.E.), si focalizza sulla consapevolezza, la gestione e la comprensione delle emozioni, sia personali che altrui. In un contesto sempre più interconnesso e orientato socialmente, l’importanza dell’intelligenza emotiva diviene sempre più evidente e l’intelligenza cognitiva non sarà più sufficiente per poter percepire la realtà circostante nel suo complesso. La prima definizione di intelligenza emotiva Il costrutto psicologico dell’intelligenza emotiva è stato definito per la prima volta nel 1990 dagli psicologi Salovey e Mayer. I due psicologi, nella loro elaborazione della definizione al costrutto psicologico, la identificherebbero come una tipologia di intelligenza sociale. A sua volta, l’intelligenza sociale, elaborata da Thordike nel 1920, sarebbe una capacità di comprensione delle altre persone che si rifletterebbe in una maggior saggezza nelle relazioni sociali. Salovey e Mayer, quindi, riprendono il concetto dell’intelligenza sociale per poter elaborare la definizione di intelligenza emotiva, la quale farebbe riferimento ad una capacità di monitorare, differenziare e comprendere le emozioni, proprie od altrui, in modo da guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Componenti e competenze di Goleman Pochi anni dopo Salovey e Mayer, nel 1995, lo psicologo Daniel Goleman ha ampliato il costrutto psicologico, identificando cinque specifiche componenti dell’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza: la capacità di avere consapevolezza del proprio stato emotivo e di riconoscere le proprie emozioni, competenze, capacità e limiti. Autoregolamentazione: la capacità di gestire i propri stati emotivi, evitando di negarli o eliminarli, ma piuttosto modulandoli per produrre comportamenti adattivi e adeguati al contesto. Motivazione: la capacità di mantenere un impegno personale e di sfruttare le occasioni presenti per poter raggiungere e realizzare i propri obiettivi. Empatia: la capacità di riconoscere gli stati d’animo e le emozioni altrui, evitando pregiudizi e sintonizzandosi emotivamente con le altre persone. Abilità sociali: la capacità di gestione emotiva all’interno di un contesto relazionale, permettendo così lo sviluppo di competenze comunicative e di gestione di conflitti. Queste cinque componenti, specifica Goleman, si possono suddividere a loro volta in due competenze: le prime tre caratteristiche farebbero parte della competenza personale, legata alla gestione e sul controllo di sé stessi, mentre le ultime due caratteristiche andrebbero a comporre la competenza sociale, che si focalizzerebbe invece sulle relazioni e le interazioni con le altre persone. Conclusioni Possedere un’alta intelligenza emotiva si traduce in maggiore flessibilità cognitiva, adattabilità e maturità emotiva. Inoltre, un elevato livello di intelligenza emotiva può essere estremamente utile per migliorare la qualità della vita. Oltre che rendere i contesti relazionali con familiari o pari maggiormente funzionali, l’intelligenza emotiva può apportare benefici anche nell’ambito educativo e lavorativo, affrontando così le sfide quotidiane in modo più efficace. Nell’ambito clinico, l’intelligenza emotiva offre nuove prospettive e approcci per il miglioramento del benessere psicologico. Pertanto, sviluppare questa competenza è essenziale, poiché è considerata apprendibile e non immodificabile. Riconoscere il valore e l’importanza delle emozioni, sia proprie che altrui, è un passo fondamentale in questo processo. Come disse Goleman, “A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale”. Bibliografia Brackett, M. A., & Mayer, J. D. (2003). Convergent, discriminant, and incremental validity of competing measures of emotional intelligence. Personality and social psychology bulletin, 29(9), 1147-1158. Nelis, D., Quoidbach, J., Mikolajczak, M., & Hansenne, M. (2009). Increasing emotional intelligence:(How) is it possible?. Personality and individual differences, 47(1), 36-41. Goleman, D. (1996). Emotional intelligence. Why it can matter more than IQ. Learning, 24(6), 49-50. Lopes, P. N., Salovey, P., & Straus, R. (2003). Emotional intelligence, personality, and the perceived quality of social relationships. Personality and individual Differences, 35(3), 641-658. Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, cognition and personality, 9(3), 185-211. Goleman, D. (2000). Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro (Vol. 45). Bur. Thorndike, E. L. (1920). Intelligence and its uses. Harper’s Magazine, 140, 227–235.
Intelligenza emotiva: come svilupparla nei bambini?

Tornate indietro nel tempo, a quando eravate piccoli. Chi vi aiutava di più quando eravate tristi, arrabbiati, frustrati, delusi? Chi vi consolava? Aver avuto un adulto competente, ben regolato emotivamente e presente quando eravamo bambini è la migliore premessa per regolare le emozioni, una volta diventati adulti. E quando è il nostro turno di aiutare i piccoli, a sviluppare competenze positivamente adattive, alcune riflessioni possono aiutare ad essere efficaci e a fornire strumenti utili per il loro futuro in costruzione. Immaginiamo una situazione frustrante per un bambino: una gara andata male, una partita persa, un lego costruito con pazienza e distrutto dal fratellino o dalla sorellina piccola. Non sono eventi drammatici, ma per la bimba o il bimbo che li vivono possono essere molto intensi, in quanto a sensazioni di frustrazione, tristezza, rabbia. Qual è la strategia migliore che un adulto può adottare? La risposta sembra banale, ma contiene un fondamentale principio, utile nei casi più leggeri, come gli eventi descritti sopra, così come nelle situazioni davvero drammatiche che possono accadere nella vita dei bambini: essere presenti, essere accanto, ascoltare, consolare; ed evitare di suggerire comportamenti immediatamente riparatori (“Cosa vuoi che sia! Lo ricostruisci e sarà di nuovo perfetto”). La cosa migliore da fare è la più semplice, e allo stesso tempo la più difficile, e a volte insormontabile, per chi non ha avuto un esempio nella propria infanzia: avvicinarsi fisicamente, chiedere alla bimba di descrivere cosa è successo, ascoltare il suo pianto e la sua rabbia, abbracciarla e non provare subito a saltare alla soluzione. Molti bambini, oggi adulti, hanno sperimentato tutt’altro: le reazioni alle frustrazioni, ai loro pianti, alle difficoltà espresse, spesso hanno ricevuto delle risposte diverse, che vanno da “piantala di piangere, non è niente” a insulti di vario grado, a “vattene in camera tua”, a “quando ti è passata ti parlo di nuovo”; oppure a risposte di segno opposto, da “te ne compro un altro” a vari gradi di iperconsolazione, che – pur con segno opposto – non rassicurano i bambini, come ci insegna la teoria dell’attaccamento. Al contrario: ascoltare, regolare le emozioni con una presenza tranquilla e tranquillizzante, e non offrire soluzioni sbrigative, è un messaggio molto potente: fa capire ai bambini che le emozioni, anche le più intense e sgradevoli, svolgono la propria funzione di sfogo e allertano un adulto che può aiutare. Fa passare un insegnamento fondamentale per il loro futuro: non spaventarsi di fronte alle emozioni negative, riconoscerne il significato, accettarle e utilizzarle, per capire meglio e affrontare le cose. E anche per chiedere aiuto, quando serve.
Intelligenza artificiale: come trattiamo i non umani?

Il dibattito intorno all’intelligenza artificiale continua a sottolineare, giustamente, i possibili rischi e le problematiche per l’umanità in un futuro molto prossimo. Ma proviamo a vederla anche dal punto di vista opposto: gli sviluppatori sono convinti che in pochi anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero diventare superintelligenti. Ma sono potenzialmente in grado di sviluppare sensibilità? È possibile e verosimile. Ho letto di recente una bella intervista di Annie Lowrey a Jacy Reese Anthis, sociologo dell’Università di Chicago, co-fondatore del Sentience Institute ed esperto di come le creature non umane sperimentano il mondo. La fantascienza ha già abbondantemente affrontato l’argomento; libri, testi teatrali, film, uno su tutti Blade Runner: “ho visto cose che voi umani …”. E se si considera come sono trattati gli animali, da quelli d’allevamento a quelli selvatici, gli uomini possono essere molto pericolosi in fatto di diritti per i non umani. Anthis sostiene che occorrerà pensare anche ai diritti dell’ intelligenza artificiale e operare con molta cautela quando si tratta di creare una sensibilità artificiale, possibilità ancora lontana; ma assai meno di quanto crediamo. Anthis si interroga in particolare su come l’umanità potrebbe utilizzare le IA in modi in cui non possono essere utilizzati gli animali: e cioè per compiti cognitivi. Ci sono circa 100 miliardi di animali nel sistema alimentare, che soffrono trattamenti terribili negli allevamenti intensivi. Certo, possiamo produrre molto facilmente carne, latticini e uova; ma i costi della sofferenza non sono contabilizzati nel prezzo di un hamburger. Solo recentemente, e solo per il tema del cambiamento climatico e dell’enorme dispendio di acqua degli allevamenti intensivi, i governi cominciano a considerare il danno incalcolabile di questo sistema produttivo. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, secondo il sociologo, l’umanità potrebbe creare nuovi schiavi per il lavoro cognitivo: se non teniamo conto della loro sensibilità, utilizzarli in modo produttivo su larga scala potrebbe causare molta sofferenza. Torniamo a guardare dal punto di vista dei pericoli dell’IA per l’umanità. L’idea che l’intelligenza artificiale possa trattare gli esseri umani nel modo in cui gli esseri umani trattano gli animali esiste da molto tempo. Nel 1863, Samuel Butler sosteneva che le macchine erediteranno la terra. Questi potenti esseri superintelligenti potrebbero portarci all’estinzione, nel modo in cui noi abbiamo sostituito altre specie, inclusi molti primati. Sempre per guardare a ciò che ha immaginato la fantascienza, in Matrix le macchine usano gli esseri umani come batterie. L’umanità ha una motivazione biologica profondamente radicata: estendere il nostro DNA e promuovere la comunità umana. Le IA, che vengono ovviamente addestrate sui nostri dati, potrebbero arrivare a volere le stesse cose? Anthis fa riferimento al concetto di orientamento al dominio sociale: è la tendenza di una persona a pensare che alcuni gruppi della società possano e debbano dominare gli altri ed è fortemente correlato con il razzismo, il sessismo e lo specismo, ovvero la credenza nella superiorità umana sugli animali non umani. La sua riflessione arriva a una conclusione piuttosto drastica: potendo in futuro avere una migliore comprensione computazionale di indizi di sviluppo di sensibilità all’interno di un’intelligenza artificiale, il sociologo si augura che questo possibile esito venga prevenuto e arginato dagli sviluppatori, per evitare nuova sofferenza. Dal suo punto di vista privilegiato di ricercatore, Anthis non sembra avere molta fiducia nell’umanità e nella sua capacità di compassione verso i non umani. In un mondo ideale – e chiudo io con un pensiero ingenuo quanto utopistico – l’intelligenza artificiale, ormai evoluta, potrebbe accorgersi a mio parere di un’evidenza: che cooperare, non prevaricare, distribuire equamente le risorse, dare opportunità a tutti gli esseri di vivere dignitosamente e, perché no, di sperimentare felicità è anche il modo più vantaggioso per tutti di coesistere e prosperare su larga scala, al di là di un giudizio morale. Semplicemente, in termini di risultati. L’intelligenza artificiale, a partire da questi dati, agirebbe quindi per assicurare a questo ecosistema una possibilità di diventare prevalente, staccandosi da quello imperfetto creato dagli uomini sinora. Si tratterebbe così di una creazione umana che permette alla specie di andare oltre sé stessa: in una direzione che, anche fosse solo per calcolo dei vantaggi, svilupperebbe equità e benessere; che sono le basi necessarie per poter provare compassione e agire di conseguenza. Dall’utilità rilevata, creata e considerata dal punto di vista di una superintelligenza artificiale, potrebbero derivare qualità morali molto concrete. E persino più umane.
Integrazione sensoriale: cosa fare quando è deficitaria

Perché è importante e cosa possono fare gli educatori per supportare chi ha una scarsa integrazione sensoriale? L’integrazione sensoriale è un processo che organizza le informazioni provenienti dai sensi (gusto, vista, udito, olfatto, movimento, gravità, posizione). Facciamo un esempio: quando mangiamo un cibo, al cervello arrivano diverse informazioni dal sapore, dalla vista, dall’odore e così via… Ecco che l’integrazione sensoriale permette di mettere insieme questi dati producendo l’esperienza di noi che mangiamo. Grazie a questo processo, si interpretano e si organizzano queste informazioni in modo soggettivo, guidando quindi i comportamenti in modo funzionale e adattivo. Cosa succede se questo processo è deficitario? Quando il flusso delle sensazioni che arrivano è disorganizzato, come un vigile che non riesce a dirigere il traffico, allo stesso modo non si riesce ad organizzare il flusso di informazioni. E’ così che si crea un ingorgo. Ha origine una percezione distorta del mondo che può causare, a sua volta, difficoltà sul piano emotivo-comportamentale. Anche l’apprendimento può risultare difficile. Un bambino, ad esempio, potrebbe non rispondere ad una consegna verbale soltanto perché l’informazione si perde nel tragitto verso il cervello e non può essere utilizzata per organizzare il comportamento. Questo può avere un impatto sullo sviluppo socio-emotivo del bambino, il quale potrebbe essere disorientato ed insicuro (dato che percepisce il mondo in modo diverso dagli altri). Quali sono i suggerimenti utili per gli educatori? è bene che il bambino faccia esperienza di situazioni che lo aiutino a organizzare al meglio il proprio cervello, attraverso l’utilizzo di materiali diversi e gioco libero; bambini iposensibili o ipersensibili necessitano di attenzioni diverse. Osservare il comportamento dei bambini è importante per capire quali sono gli stimoli che il bambino sopporta di meno o di più; creare contesti sensorialmente adeguati alle esigenze del bambino; non dimentichiamo mai l’importanza di sostenere il bambino da un punto di vista emotivo, aiutandolo a comprendere ciò che per lui è difficile da capire; fare riferimento sempre ad un intervento specialistico che sia generalizzabile in tutti i contesti del bambino.
INSIDE OUT: UN VIAGGIO NELLE EMOZIONI

Il mondo dell’animazione ha visto Pixar affermarsi come uno dei leader indiscussi, capace di creare storie che toccano il cuore e la mente degli spettatori di tutte le età. Inside Out è l’esempio lampante! In questo articolo approfondiremo i due film da un punto di vista psicologico, esplorando tutto ciò che c’è dietro le emozioni umane. Il primo film, Inside Out, introduce il pubblico alla mente di Riley, una bambina di undici anni che affronta un cambiamento significativo nella sua vita: il trasferimento in una nuova città. Le protagoniste del film sono cinque emozioni personificate: Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto, che guidano le azioni e reazioni di Riley dal “Quartier Generale” della sua mente. Da un punto di vista psicologico, il film offre una rappresentazione ben dettagliata del funzionamento interno delle emozioni. La narrazione dimostra come tutte le emozioni, anche quelle apparentemente negative, abbiano un ruolo cruciale nel mantenere l’equilibrio psicologico. Ad esempio, Tristezza viene vista inizialmente come un ostacolo da Gioia. In realtà, è un’emozione essenziale per il processo di adattamento e di elaborazione delle perdite e dei cambiamenti. Inoltre, degli aspetti più significativi di questo film è l’idea dei “ricordi base”, che formano la personalità di Riley. Questo concetto si allinea con le teorie psicologiche secondo cui le esperienze fondamentali influenzano profondamente lo sviluppo e la personalità di un individuo. Il sequel prosegue l’esplorazione della mente di Riley, ora adolescente. Con l’avvento dell’adolescenza, la complessità emotiva di Riley cresce. Il film introduce nuove emozioni che rappresentano le sfumature più complesse dei sentimenti adolescenziali: Ansia, Noia, Imbarazzo e Invidia. Da un punto di vista psicologico, Inside Out 2 riflette i cambiamenti che avvengono durante l’adolescenza, un periodo caratterizzato da una maggiore intensità emotiva e da una maggiore introspezione. L’introduzione di nuove emozioni può essere vista come una rappresentazione delle nuove esperienze e sfide che accompagnano questa fase della vita. Il sequel esplora anche il tema dell’identità, una questione centrale durante l’adolescenza. Riley affronta la sfida di comprendere chi è realmente in un mondo che sembra sempre più complicato. Questo processo di scoperta e di auto-definizione è cruciale per la formazione di un’identità sana e stabile. Il confronto tra i due film permette di osservare come la rappresentazione delle emozioni si evolve in parallelo con la crescita di Riley. Il primo film si concentra sull’importanza di tutte le emozioni e sulla loro interazione nel contesto dell’infanzia. Il secondo, invece, esplora le nuove dinamiche che emergono durante l’adolescenza. Un elemento comune a entrambi i film è l’enfasi sul ruolo vitale delle emozioni nel processo decisionale e nel benessere psicologico. Tuttavia, mentre il primo sottolinea l’equilibrio emotivo necessario per affrontare i cambiamenti, il secondo si focalizza sull’espansione della gamma emotiva e sull’integrazione di nuove emozioni nel sistema preesistente. Per concludere, i due film Inside Out si sono rilevati più di semplici film di animazione. Essi offrono una rappresentazione visiva e narrativa di concetti psicologici complessi, rendendoli comprensibili per il grande pubblico.
Inside out: dentro e fuori un’emozione

Il viaggio attraverso le emozioni è molto ben rappresentato dal film di animazione Inside out. L’emozione è un tipo particolare di esperienza soggettiva, determinato da una elevata attivazione fisiologica. È uno stato che serve al corpo per affrontare al meglio lo stimolo ricevuto dall’ambiente circostante. Il corpo infatti risponde con la contrazione dei muscoli scheletrici, l’aumento del battito cardiaco e della pressione, l’aumento della frequenza del respiro e il rilascio di sostanze ormonali. Questo stato di attivazione risulta essere utile o dannoso in base al compito da svolgere. In genere, uno stato di attivazione molto alto è utile nelle situazioni che richiedono un notevole dispendio di energia fisica. Al contrario, esso può risultare deleterio soprattutto per i compiti che necessitano uno sforzo intellettuale. Si pensi quindi, alla paura che permette la fuga in caso di pericolo e ad un esame a cui si rischia, invece, di fare scena muta. I primi studi antropologici e psicologici sulle emozioni hanno evidenziato che esse sorgono in modo spontaneo, automatico e rapido. Ekman identifica le emozioni umane di base, con paura, rabbia, disgusto, felicità e tristezza. Esse si fondano su una immediata valutazione dello stimolo, senza alcun giudizio razionale. Ognuna di esse è un andirivieni inside out, un’altalena tra contrazioni di muscoli facciali e attivazioni fisiologiche specifiche interne, che ne determinano così il riconoscimento. Le emozioni infatti sono cross-culturali, attraversano cioè tutte le culture e sono anche riconosciute dai primati e dai neonati. Grazie a questo intrecciarsi di emozioni, costruiamo nel corso degli anni, la nostra complessa personalità, l’immagine di noi stessi. Non ci basta il ricorso ad una sola di essa, abbiamo, infatti bisogno di ciascuna per poter comprendere meglio noi stessi e gli altri, con i quali interagiamo quotidianamente e contribuiscono ad una migliore comprensione del mondo interno e esterno.
Innovazione e idee: c’è differenza tra riunioni virtuali e in presenza?

Premetto che l’espressione in presenza – non bella, concordo con voi – è per contrapporre le due modalità di riunione che il Covid 19 ha reso ormai largamente normali nelle nostre vite lavorative. È appena uscito un interessante articolo su Nature, di Brucks, M.S., Levav, J. (Virtual communication curbs creative idea generation) che parla estesamente degli effetti delle riunioni online sulla creatività e sulla produzione di idee originali. L’innovazione si basa sulla generazione di idee collaborative che si pongono a fondamento del progresso, sia commerciale sia scientifico: gli autori si sono interrogati su come l’allontanamento dall’interazione di persona possa influire sulla creatività. La ricerca ha compreso uno studio di laboratorio e un esperimento sul campo in cinque paesi (in Europa, Medio Oriente e Asia meridionale). Il risultato sembra piuttosto univoco: i ricercatori affermano che tutti i dati indicano come la videoconferenza inibisca la produzione di idee creative. L’articolo è lungo, circostanziato e confortato da una serie di misurazioni oggettive complicate e inutili da riportare in questa sede. Ma le conclusioni sono piuttosto radicali: siamo tutti meno creativi, meno innovativi e le nostre interazioni sono più povere, quando ci riuniamo online. Vediamo esattamente perché e che cosa succede di diverso, in una riunione virtuale. Fino a poco tempo fa, qualsiasi collaborazione avveniva in gran parte con interlocutori che condividevano lo stesso spazio fisico, perché le tecnologie di comunicazione esistenti – telefonate, messaggi, lettere, email – limitavano la portata delle informazioni a disposizione degli interlocutori e riducevano la sincronicità nello scambio di informazioni; gli autori fanno esplicito riferimento alla teoria della ricchezza dei media, alla teoria della presenza, e alla teoria della sincronicità dei media. I recenti progressi nella qualità della rete e l’alta risoluzione degli schermi hanno inaugurato una tecnologia audiovisiva sincrona che trasmette molti degli stessi segnali di informazione sonori e non verbali dell’interazione faccia a faccia. La videoconferenza per molti aspetti consente un’interazione identica a quella in presenza, a livello di scambio di informazioni. Ma l’esperienza di collaborazione è davvero equivalente? Gli autori dimostrano che c’è una differenza sostanziale. Mentre i team in presenza operano in uno spazio fisico completamente condiviso, i team virtuali abitano lo spazio delimitato dallo schermo davanti a ciascun partecipante e questo costringe i partecipanti virtuali a restringere il proprio campo visivo. Secondo i ricercatori, il fatto di concentrarsi interamente sullo schermo comporta che i partecipanti alla riunione filtrino gli stimoli visivi periferici, cioè tutto ciò che avviene nella stanza dove si trovano, che non sono ovviamente visibili o rilevanti per i loro interlocutori. Restringere la propria portata visiva all’ambiente condiviso di uno schermo, comporta un conseguente restringimento del focus cognitivo, poiché è dimostrata da ricerche precedenti una correlazione precisa tra l’attenzione visiva e quella cognitiva. Gli autori hanno quindi dimostrato come ci sia un impoverimento della creatività, determinato dalla diminuzione del focus cognitivo dei partecipanti, dovuto alla concentrazione di ognuno sul proprio schermo: nonostante il livello conservato di scambio di informazioni, rimane questa differenza fisica intrinseca nella comunicazione attraverso il video. Questa focalizzazione ristretta riduce il processo associativo alla base della generazione di idee, in cui i pensieri si ramificano e combinano informazioni provenienti da elementi disparati per formare idee nuove. A mio parere, va anche considerato come tutta una serie di informazioni olfattive, materiche, di osservazioni dei movimenti degli altri, di sguardi e di altre piccole interazioni tra partecipanti a una riunione in presenza vadano completamente perdute in una riunione virtuale. Questo elimina per gli interlocutori una serie di stimoli che contengono informazioni importanti, alcune con diretto accesso alla coscienza e altre che restano sotto livello, che verosimilmente contribuiscono alla ricchezza dell’esperienza e a generare connessioni preziose che si traducono in pensiero maggiormente creativo. La ricerca ha dimostrato, tuttavia, che il ristretto focus cognitivo indotto dall’uso degli schermi non ostacola tutte le attività collaborative. In particolare, la generazione dell’idea è tipicamente seguita dalla selezione dell’idea da perseguire, una tappa dell’incontro che richiede focus cognitivo e ragionamento analitico. In questa fase di collaborazione, per la selezione e decisione condivisa, la riunione online non mostra debolezze o minore prestazione dei partecipanti: gli autori non hanno trovato prove che i gruppi di videoconferenza siano meno efficaci quando si tratta di selezione delle idee. È ormai opinione diffusa, e gli studi negli Stati Uniti lo confermano, che il 20% delle giornate lavorative si svolgerà a casa anche dopo la fine della pandemia. In Italia, le stime sono più o meno le stesse, anche se ovviamente si tratta di proiezioni in uno scenario mai documentato prima d’ora nell’esperienza umana, a livello globale. Alla luce di questi risultati, si potrebbe avanzare una modesta proposta: dedicare le riunioni in presenza all’esplorazione e alla generazione di idee e utilizzare le riunioni virtuali per attività collaborative più focalizzate sulle decisioni, sulle scelte e sulle argomentazioni a favore o contrarie alle idee emerse nell’interazione più ricca e creativa già avvenuta in presenza. Siamo in una fase davvero sperimentale dell’esperienza lavorativa umana: utilizzare bene i dati di ricerche approfondite sul campo, permette di realizzare piccoli campi sperimentali nella propria attività lavorativa quotidiana. Per diventare pionieri di nuove, più utili modalità di incontro collaborativo. E per tenerci il buono che questa tragica pandemia ha consentito di generare: la possibilità per molti di lavorare da casa.
Infodemia: cos’è e quali conseguenze psicologiche comporta

L’era moderna e il massiccio e costante utilizzo di internet permette a tutti di accedere a numerose informazioni in ogni momento della giornata. Tuttavia non tutte le informazioni sono accurate e imparare a navigare tra di esse e scegliere quelle più attendibili non è sempre semplice. Inoltre, soprattutto in momenti di crisi storica e sociale, questa costante valanga di fatti e parole può avere conseguenze significative a livello psicologico, sociale e comportamentale. Che cos’è l’infodemia? Durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ripreso il termine infodemia, definendola come una “sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili e una guida affidabile quando ne hanno bisogno”[1]. In generale, secondo il Vocabolario Treccani, l’infodemia può essere definita come la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Infodemia e pandemia La pandemia ha portato con sé anche un’ondata di informazioni e di fake news, rendendo difficile orientarsi tra le notizie e scegliere quelle attendibili e ufficiali. In effetti, durante una pandemia, tutti siamo più vulnerabili ai deepfake, come la disinformazione deliberata, e ai rischi per la salute mentale pubblica che coinvolgono paura, panico, atteggiamenti xenofobi e pregiudizi. Inoltre, le risposte della società dimostrano che i danni causati dall’infodemia superano anche l’impatto biomedico della pandemia. Il sovraccarico di informazioni e la disinformazione in relazione al Covid-19 hanno suscitato una notevole ansia nell’opinione pubblica e creato ulteriori minacce per la salute. Ad esempio, la paura e l’ansia di massa instillate dalla confusione e dalla sfiducia nella capacità di far fronte a una crisi a livello individuale e di gruppo hanno un impatto negativo sulla salute mentale. Infodemia e guerra Un simile trend si sta sviluppando anche nei confronti dell’attuale guerra in Ucraina, dove la grande quantità di informazioni non vagliate aumenta la confusione e l’incertezza. È necessario che in situazioni di emergenza, le informazioni e le indicazioni siano chiare e accurate. Sotto la valanga di informazioni che internet ci propone, diventa sempre più difficile orientarsi, distinguere il falso dal vero. Come conseguenza, è semplice sentirsi sopraffatti e affidarsi, senza approfondire, ai primi articoli che incontriamo o alle notizie che maggiormente collidono con i nostri pensieri, le nostre credenze o la nostra emotività. Quale reazione generale all’ondata di informazioni? Di fronte a questa montagna insormontabile di informazioni, che possono riguardare la pandemia, la guerra o altri eventi emergenziali o crisi globali, l’essere umano può reagire in diversi modi e attuare diversi meccanismi di coping. Si è visto che, durante la pandemia, nella grande maggioranza dei casi, il meccanismi messo in atto per far fronte all’ansia, alla paura e alla mancanza di controllo è la ricerca spasmodica di informazioni su ciò che sta avvenendo[2]. L’incertezza generale dovuta alla criticità di determinati momenti storici spinge le persone verso una ricerca spasmodica di informazioni, ovvero verso il fenomeno dell’infodemia. La sovraesposizione di notizie spesso contrastanti da una parte facilita la diffusione di false notizie, dall’altra non fa altro che confondere le idee. Tale incertezza, a sua volta, può far aumentare i livelli di stress ed ansia della popolazione, mostrando una maggiore propensione alla distrazione e un peggioramento dei sintomi ansiosi. I tentativi di ottenere il controllo attraverso la ricerca di informazioni durante un’infodemia non mitigano i livelli di ansia ma anzi possono persino aggravare i problemi di salute mentale [2]. Dinamiche della ricerca di informazioni La ricerca di informazioni durante momenti critici sociali gode, inoltre, dell’opzionalità, ovvero ognuno può decidere se accogliere o meno un’informazione. Per comprendere tale fenomeno, quindi, è necessario capire che la ricerca di informazioni sottende delle dinamiche specifiche che vengono messe in atto quando processiamo le informazioni. In estrema sintesi, tali dinamiche sono: confirmation bias, ovvero la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre convinzioni e ad ignorare informazioni contrastanti; echo chamber, ovvero la creazione di gruppi che condividono una stessa visione, rinforzandola; polarizzazione, ovvero la tendenza a generalizzare e includere le diverse realtà in una stessa categoria. Come contrastare l’infodemia? L’infodemia porta con sé una spasmodica ricerca di informazioni che potrebbe causare ripercussioni negative sul benessere psicologico della popolazione. Per contrastare l’infodemia, è necessario mettere in campo misure a livello sia pubblico sia comunitario sia individuale. Affrontare in modo intelligente tale minaccia significa intervenire su più livelli, utilizzando in modo efficiente competenze professionali e pensiero critico. A tale scopo, anche i social media, riconosciuti come il principale mezzo attraverso cui naviga la disinformazione, possono essere utilizzati come uno strumento utile per affrontare l’infodemia[2]. Le organizzazioni di sanità pubblica possono utilizzare i social media per prevenire o ridurre al minimo la diffusione di notizie false e sensibilizzare l’opinione pubblica diffondendo informazioni affidabili e comunicando attivamente con i gruppi target nella comunità. Inoltre, possono essere utilizzati come strumento educativo, aiutando a frenare la diffusione di informazioni false, insegnando alle persone come valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità di tali informazioni e incoraggiandole a interrompere la condivisione di messaggi che contengono informazioni discutibili o non verificate. Conclusione È necessario promuovere una cultura della consapevolezza e della conoscenza. Occorre intensificare le azioni di formazione e sensibilizzazione, aiutando le persone ad acquisire strumenti per orientarsi tra informazioni e notizie. L’impatto a lungo termine delle conseguenze psicosociali dell’infodemia e dei suoi correlati a livello psicologico e sociale dipenderà dagli sforzi collettivi per costruire competenze personali e sociali adeguate basate sull’intelligenza e sulla resilienza per affrontare le sfide future. Fonti [1] World Health Organization (2020). Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13. [2] Ying W and Cheng C (2021). Public Emotional and Coping Responses to the COVID-19 Infodemic: A Review and Recommendations. Front. Psychiatry 12:755938. doi: 10.3389/fpsyt.2021.755938 https://www.treccani.it/vocabolario/infodemia_(Neologismi)