L’aggressività e il comportamento passivo-aggressivo

La maggior parte delle persone considera in modo negativo l’aggressività e l’associa perlopiù alla violenza. In realtà, nella sua forma sana, l’aggressività è una forza vitale fondamentale per la nostra esistenza. E’ infatti la forza grazie alla quale possiamo soddisfare i nostri bisogni e raggiungere i nostri obiettivi. Come indica l’etimologia della parola, dal latino “adgradior”, l’aggressività corrisponde ad un ‘“andare verso”, in cui è implicito un movimento nella direzione di uno scopo. In questo modo, l’aggressività svolge una funzione adattiva, poichè contribuisce alla stabilità psicofisica di ogni individuo, all’affermazione e alla realizzazione di sé. L’inibizione dell’aggressività e della rabbia Chi inibisce la propria aggressività ha difficoltà a riconoscersi e ad esprimersi. Tende a sottrasi al confronto con l’altro. A bloccarsi, nelle scelte e nell’azione. A monte, rifiuta parti proprie ed emozioni giudicate come negative. In particolar modo la rabbia. Tali aspetti di sè negati vengono solitamente proiettati nel mondo esterno vissuto come ostile e pericoloso. Sul piano comportamentale, vi sono agiti che si fanno portavoce di quanto non integrato nella personalità. Tutto ciò ha radici antiche. Nei messaggi ricevuti dalle proprie figure genitoriali, nelle convinzioni acquisite in base alle quali la rabbia rappresenta qualcosa di sbagliato. Nelle esperienze fatte durante l’infanzia. Il bambino avverte che il miglior modo per adattarsi al proprio ambiente è nascondere agli altri i propri bisogni ed il proprio sentire. E così, apprende a reprimere la libera espressione di sé e a ricorrere a modalità alternative per incanalare le proprie emozioni. Il comportamento passivo-aggressivo Attraverso il comportamento passivo-aggressivo l’aggressività e la rabbia internamente proibite vengono fuori in un modo mascherato. E’ tipico il procastinare gli impegni, così come il cercare di non far trapelare in modo esplicito i propri stati d’animo usando toni ironici e sarcastici, esibendo modi fintamente cortesi e affermando di essere calmi e tranquilli. Salvo poi diventare facilmente scontrosi o ritirarsi in un ostinato silenzio. Spesso il comportamento passivo-aggressivo si accompagna ad un atteggiamento vittimistico. La persona si lamenta di non essere capita e apprezzata e al contempo nega che ci sia qualcosa che non va. Così evita di avere un confronto diretto e di affrontare sentimenti spiacevoli. Comportamenti di questo tipo rientrano nell’esperienza comune di molte persone ma possono diventare ricorrenti e strutturarsi, assumendo forme patologiche. Il nucleo emotivo Nel nucleo profondo del funzionamento passivo-aggressivo risiede una componente di invidia e di risentimento verso l’altro, su una base di scarsa autostima e sentimenti di insicurezza, nella maggior parte dei casi non riconosciuti e talvolta coperti da spavalderia. Sull’instabilità emotiva si articolano dinamiche di complicità e opposizione, sottomissione e ostinazione, provocazione e pentimento. Le relazioni risultano a loro volta instabili. Spesso, il gioco che viene messo in atto mira a provocare nell’altro una esplosione di rabbia e l’emergere di sentimenti di colpa e vergogna connessi alla reazione emotiva esagerata. Lo scopo è vendicarsi per le proprie ferite e tentare di gestire il conflitto interno nutrendo l’illusione onnipotente di esercitare un controllo sugli altri.
L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT): Un Viaggio Verso il Benessere Psicologico

L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT): Un Viaggio Verso il Benessere Psicologico Nel panorama delle psicoterapie contemporanee, l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) rappresenta un approccio innovativo e altamente efficace. Sviluppato da Steven C. Hayes negli anni ’80, l’ACT si fonda su una visione umana della sofferenza psicologica, che non cerca di eliminarla o combatterla, ma di cambiarne il rapporto con essa. Questo approccio si inserisce all’interno delle cosiddette “terapie di terza onda”, un gruppo di trattamenti che integrano la mindfulness e la consapevolezza al trattamento psicologico. Cos’è l’ACT e come funziona? L’ACT si basa su sei principi fondamentali che mirano a migliorare la qualità della vita, accettando l’esperienza interiore piuttosto che cercare di evitarla. In pratica, l’obiettivo non è quello di liberarsi del dolore psicologico, ma di imparare a viverci accanto in modo più flessibile ed equilibrato. Si basa inoltre su una realtà fondamentale: “accetta ciò che non si può cambiare, impegnati a modificare ciò che si può cambiare”. I Sei Pilastri dell’ACT Accettazione: Uno dei pilastri dell’ACT è la capacità di accettare i propri pensieri, emozioni e sensazioni corporee. Spesso siamo portati a combattere contro i nostri stati emotivi, cercando di eliminarli o ignorarli. Tuttavia, la ricerca ha dimostrato che questa lotta può solo peggiorare il nostro disagio. L’ACT ci insegna ad abbracciare le emozioni senza giudizio, lasciandole fluire invece di cercare di controllarle. Defusione: La defusione si riferisce alla capacità di distaccarsi dai propri pensieri. Invece di credere che i pensieri siano verità assolute, impariamo a vederli come semplici parole che appaiono nella nostra mente. Questo processo permette di ridurre il potere che i pensieri hanno su di noi, evitando che questi determinino il nostro comportamento. Mindfulness: La consapevolezza, o mindfulness, è una pratica fondamentale nell’ACT. Si tratta di un’attenzione deliberata al momento presente, senza giudizio. Vivere il qui e ora ci permette di vivere pienamente la nostra esperienza, senza essere schiavi dei pensieri che ci distraggono dal momento presente. Sei valori: L’ACT incoraggia le persone a identificare i propri valori fondamentali, ovvero ciò che è veramente importante per loro nella vita. Questi valori agiscono come una guida, permettendo di prendere decisioni consapevoli e coerenti con ciò che conta davvero. Smettere di inseguire il “piacere immediato” o la “ricerca di perfezione” ci aiuta a focalizzarci su obiettivi più significativi e profondi. Impegno all’azione: L’ACT non si limita a insegnare l’accettazione, ma incoraggia anche l’azione. Una volta identificati i propri valori, è fondamentale impegnarsi in comportamenti concreti che ci portino verso una vita più soddisfacente. L’impegno verso l’azione non è solo una questione di cambiamento esteriore, ma un processo che coinvolge anche il nostro atteggiamento interiore. Il Sé Osservatore: L’ACT promuove una visione del “sé” come osservatore dei propri pensieri ed emozioni, piuttosto che come colui che è identificato con essi. Quando ci riconosciamo come il “testimone” delle nostre esperienze, possiamo mantenere una certa distanza emotiva da esse, riducendo così il rischio di essere travolti dai nostri stati d’animo. Perché l’ACT funziona? L’ACT è particolarmente utile perché, a differenza di molte altre terapie, non cerca di cambiare o sopprimere il dolore psicologico. Al contrario, l’ACT ci insegna a convivere con il dolore, facendoci capire che esso è parte integrante della vita umana. Molte volte, il nostro sforzo di evitare la sofferenza finisce per amplificarla. L’ACT ci offre una via per ridurre il controllo e permettere che la vita fluisca in modo più naturale e sereno. Inoltre, l’ACT è molto efficace per trattare una varietà di problematiche, tra cui depressione, ansia, stress, disturbi ossessivo-compulsivi, dolore cronico e traumi. La sua forza risiede nel fatto che non si limita solo a trattare i sintomi, ma promuove un cambiamento profondo a livello psicologico, aiutando le persone a vivere una vita più autentica e in linea con i propri valori.
L’“Itinerario in psicologia della riabilitazione” (2001-2002)

Maria Rosaria Cerbone, Psicologa P s i c o t e r a p e u t a c o g n i t i v o – comportamentale; Psicologa presso UOMI distretto 41 dell’Asl NA 2; Docente presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia (CSP), Casoria (Na) e Caserta, Consigliera Nazionale dell’area psicologica/psichiatrica SICOB Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Il gruppo di lavoro in “Psicologia della Riabilitazione”, istituito presso l’Ordine degli Psicologi della Campania vent’anni fa e coordinato da Michele Lepore, ideò e realizzò la stimolante ed utilissima iniziativa dell’Itinerario in psicologia della riabilitazione, allo scopo di stimolare una riflessione scientifica sui modelli psicologici d’intervento in tale ambito. I convegni furono pensati come itineranti, per discutere i modelli psicologici d’intervento direttamente nei luoghi dove la riabilitazione stessa si svolgeva, rivolgendo la meritata attenzione a t u t t e l e figure professionali dell’equipe. L’Itinerario si propose di esplicitare i modelli teorici di riferimento e di definire i protocolli operativi condivisi in linea con le evidence based, nel l ’ot t ica di realizzare una pratica clinica che fosse attenta alla qualità della prestazione sanitaria ed alla ottimizzazione delle risorse. Si snodò, dunque, i n tappe diversificate, per gli argomenti scientifici e per la collocazione geografica. Le prime due giornate affrontarono il complesso tema della diagnosi psicologica e del suo ruolo n e l l ‘ i n d i r i z z a r e i trattamenti riabilitativi specifici, che furono oggetto centrale dei successivi tre incontri itineranti. Ogni giornata fu organizzata e finanziata da una s t r u t t u r a r i a b i l i t a t i v a o da un’associazione culturale. Ci fu una grande partecipazione. In media ogni giornata fece registrare 160 partecipanti, ma in alcuni casi furono superate le 200 presenze. 500 persone parteciparono ad almeno uno dei 5 convegni. Furono coinvolti 64 relatori, tra docenti universitari e professionisti della riabilitazione. Come previsto dal format, furono svolti nel pomeriggio di ogni convegno workshop su argomenti specifici, per un totale di 11 titoli. Prezioso fu il contributo dell’Ordine degli Psicologi della Campania, delle associazioni, delle aziende, e di tutti i colleghi che contribuirono a questa iniziativa, unica nel suo genere. Per r i c o r d a r e e d o c u m e n t a r e , p u b b l i c h i a m o l a l o c a n d i n a dell’iniziativa con tutti i nomi di coloro che la resero possibile. Fu un grande impegno, ambizioso e f a t i c o s o , ma l a m a c c h i n a organizzativa realizzò l’obiettivo, in un’atmosfera piacevole ed entusiastica.
L’ importanza della gradualità nei percorsi trasformativi

L’essere umano è una creatura in costante evoluzione, non solo biologicamente ma anche psicologicamente e socialmente. Questa evoluzione è guidata da un processo di trasformazione continua, che avviene non solo a livello individuale ma all’interno delle dinamiche complesse delle comunità umane. La comprensione di questo processo è fondamentale nel campo dell’arteterapia, specialmente quando adottiamo il modello Poliscreativa, che valorizza la temporalità e la reciproca influenza tra individuo e comunità come aspetti chiave del percorso terapeutico. Il terapeuta così come anche l’arteterapeuta porta il tempo nell’incontro, rappresenta il pausarium in quell’incontro, dà il tempo, la punteggiatura. In un periodo storico in cui la punteggiatura ,dai temi dei nostri ragazzi, è quasi sparita e quando c’è è messa a caso. Ritornando alla gradualità, la percezione popolare sul cambiamento psicologico, spesso influenzata dalla rappresentazione nei media di terapie dal carattere quasi “esplosivo”, distorce la realtà dei processi trasformativi. Nell’arteterapia secondo il modello Poliscreativa, si dà maggior peso agli aspetti estensivi della trasformazione, che avvengono gradualmente e richiedono tempo. Questo approccio si basa su una comprensione antropologica e transculturale dei processi di cambiamento, come dimostrato dallo studio dei rituali esorcistici e delle pratiche sciamaniche. La nostra ricerca e osservazione dei rituali esorcistici, in particolare quelli condotti da padre Gabriele Amorth, hanno rivelato che la trasformazione autentica spesso si svolge in modo meno teatrale e più graduale di quanto la cultura popolare possa suggerire. La nostra esperienza sottolinea l’importanza di un approccio che valorizzi l’autenticità e il progresso graduale. In contrasto con le rappresentazioni spettacolarizzate di trasformazione nei media, crediamo che un cambiamento profondo e significativo richieda tempo e pazienza, riflettendo la natura circolare e reciproca della nostra interazione con le comunità di appartenenza. Questo processo di co-costruzione, dove individui e comunità si plasmano e rielaborano a vicenda, è essenziale per comprendere l’autentica natura della trasformazione umana.
L’ autoaccettazione durante l’adolescenza

Durante l’adolescenza, è normale sentirsi un po’ confusi e incerti su chi si è e su come affrontare le sfide della crescita. È un periodo emozionante e pieno di cambiamenti, in cui i ragazzi e le ragazze si mettono alla ricerca della propria identità e sperimentano nuove relazioni sociali. L’importanza dell’ accettazione durante l’adolescenza, non è sempre un viaggio semplice: le aspettative della famiglia possono sembrare opprimenti e le emozioni possono diventare travolgenti. Le emozioni, come la tristezza, la rabbia e l’ansia, possono diventare, in alcuni casi, difficili da gestire.
KINTSUGI: la foglia d’oro che rende preziose le ferite

Il Kintsugi è una tecnica giapponese usata per riparare le ceramiche attraverso l’uso dell’oro. La tecnica consiste nel riunire i frammenti dell’oggetto rotto donandogli un aspetto nuovo e soprattutto rendendolo più prezioso. Una volta uniti i pezzi, infatti, ciò che si ricava è un pezzo unico e pregiato. Questa tecnica va ben oltre la semplice riparazione e non si concentra solo sulla funzionalità dell’oggetto, quanto piuttosto sulla sua estetica. La pratica del Kintsugi, in un’ottica psicologica può avere una valenza diversa, ma in qualche modo complementare. Difatti, se noi ci considerassimo degli oggetti che possono “rompersi” a seguito di eventi dolorosi che attraversano la nostra vita, avremmo la possibilità di evolverci, attraverso l’uso di strategie di resilienza. La resilienza, secondo la sua definizione è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Le cicatrici diventano bellezza da esibire Come le crepe di un oggetto che si rompe, così anche le ferite lasciano tracce diverse su ognuno di noi. Questa arte ha un grande valore poichè aiuta a comprendere in quale maniera le cicatrici del passato vengono valorizzate attraverso l’accettazione delle imperfezioni. Attraverso l’utilizzo di un collante naturale mescolato con l’oro liquido si trasformano gli oggetti ai quali viene donata una forma nuova. I frammenti si uniscono fra loro creando delle linee dorate quasi a mo’ di “ferite da colmare”. L’arte del Kintsugi insegna il valore delle cose che non seguono la direzione “sperata” e ci si ritrova a dover fare i conti con una “spaccatura” provocata da un dolore molto forte, da una speranza disattesa, da un sogno infranto. Queste ferite, sono senz’altro permanenti dentro di noi, ma non vanno nascoste, quanto piuttosto trattate ed elaborate o, per meglio dire “indossate” con fierezza, come un abito sartoriale. In tale ottica la filosofia del Kintsugi è una vera e propria lezione di vita! Il Kintsugi in arteterapia In artetarapia è una tecnica dal forte valore simbolico e sottolinea come il prendersi cura delle ferite consenta di “guarire” e di venire fuori dal loop del trauma. Non è di certo un caso che questa arte nasca in Giappone, terra nella quale si sono verificati diversi eventi catastrofici e del tutto incontrollabili. Da un punto di vista simbolico da questo “atto creativo” emerge la capacità di “andare oltre“. I momenti difficili vanno considerati come delle vere e proprie opportunità di crescita, l’insegnamento principale è legato al non arrendersi alle sconfitte e all’adattamento ai cambiamenti. Il Kintsugi in psicoterapia Da questa arte ne derivano anche molti contributi rispetto alla pratica psicoterapeutica, dove emerge che il fondere insieme esperienze negative e positive conduce a miglioramenti significativi. Entrambe le discipline insegnano a comprendere il dolore, a riconoscerne le cause e a contrastarlo in virtù di una spinta verso la vita. La pratica psicoterapeutica non viene utilizzata nell’ottica di eliminare nell’immediato le ferite emotive, ma di riunire i “pezzi” dei nostri vissuti per trovarne un nuovo equilibrio nella nostra mente al fine di esaltare l’individuo nella sua maggiore complessità. Bibliografia Maraini, F., (2006). Giappone e Mandala Milano: Electa Mondadori. Okakura, K., (2016). Il libro del tè, Milano: Garzanti. Yanagi, S., (1997). Un’arte senza nome. La visione buddhista della bellezza, Servitium editrice. Santini, C., (2022). Kintsugi: l’arte segreta di riparare la vita. Rizzoli Editore
Kintsugi: arte giapponese e ferite interiori

Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo spezzati, come se qualcosa dentro di noi si fosse incrinato per sempre. Momenti di dolore, perdita, fallimenti o delusioni che lasciano segni profondi. E se invece di nascondere queste ferite, imparassimo a vederle come parte della nostra storia, come qualcosa che può renderci più forti e preziosi? Questa è l’idea che sta alla base del Kintsugi, un’antica tecnica giapponese che ci offre una potente metafora per affrontare le difficoltà della vita. Che cos’è il Kintsugi? Il Kintsugi è l’arte di riparare oggetti in ceramica rotti utilizzando una miscela di lacca e polvere d’oro. Al posto di cercare di nascondere le crepe, il Kintsugi le mette in risalto, trasformando una frattura in qualcosa di bello e unico. Nato nel XV secolo, il Kintsugi non è solo una tecnica artistica, ma anche una filosofia di vita: quella di accettare le imperfezioni, di riconoscere che le ferite fanno parte della storia di un oggetto (e di una persona). Questa visione è strettamente legata alla filosofia giapponese del wabi-sabi, che valorizza la bellezza dell’imperfezione, dell’effimero e dell’incompiuto. Kintsugi e crepe invisibili Come gli oggetti in ceramica, anche noi portiamo dentro di noi delle “crepe” invisibili: possono essere perdite, traumi, delusioni, fallimenti. A volte, cerchiamo di nascondere queste ferite, di far finta che non esistano, per paura di sembrare deboli o “difettosi”. Eppure, proprio come insegna il Kintsugi, le nostre ferite possono diventare la parte più preziosa della nostra storia. Non perché il dolore in sé sia bello, ma perché affrontandolo, accettandolo e integrandolo nella nostra vita, possiamo crescere e trasformarci. Resilienza e crescita post-traumatica In psicologia si parla spesso di resilienza, ovvero della capacità di far fronte alle difficoltà e di “rialzarsi” dopo le cadute. Ma c’è anche un altro concetto importante: quello di crescita post-traumatica. La crescita post-traumatica è quel processo per cui, dopo un evento difficile, una persona non solo torna alla “normalità” intesa come la loro usuale quotidianità, ma sviluppa nuove risorse, nuove consapevolezze. Come se, proprio grazie a quella ferita, si aprissero nuove strade. Il Kintsugi rappresenta visivamente questo processo: la crepa c’è stata, ma adesso è riempita d’oro. Non si cancella la ferita, ma la si valorizza come parte della propria evoluzione. Accogliere la vulnerabilità Una delle paure più grandi che spesso incontriamo è quella di mostrare la nostra vulnerabilità. Viviamo in una società che ci spinge a essere sempre forti, perfetti, vincenti. Ma è davvero questa la strada per stare bene? Secondo molte teorie psicologiche, tra cui quelle della ricercatrice Brené Brown, la vulnerabilità è una delle chiavi per creare connessioni autentiche e per stare bene con noi stessi. Accettare le proprie “crepe” significa riconoscere che non siamo perfetti, che va bene essere fragili, e che proprio da quella fragilità può nascere qualcosa di profondo e autentico. Nella terapia, spesso, il lavoro consiste proprio in questo: aiutare la persona a vedere le proprie ferite, a dargli un senso, a integrarli nella propria storia personale. Non per cancellare il passato, ma per far sì che diventi parte di un nuovo equilibrio. Kintsugi e nostra vita quotidiana Ma come possiamo applicare questa filosofia nella vita di tutti i giorni? Ecco alcune idee: Riconoscere le proprie ferite: invece di ignorarle o nasconderle, possiamo prenderci un momento per riconoscere cosa ci ha ferito e come quella ferita ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo; Dare valore all’esperienza: chiederci cosa quella difficoltà ci ha insegnato, quali risorse abbiamo scoperto grazie a quella sfida. Anche se non tutto il dolore ha un “senso”, spesso possiamo trovare significati nuovi; Auto-compassione: imparare a trattarsi con gentilezza, come faremmo con un amico caro. Le nostre crepe meritano cura e rispetto, non giudizio; Condividere con gli altri: parlare delle proprie fragilità con persone fidate può aiutarci a normalizzare il dolore e a sentirci meno soli. Conclusione Il kintsugi ci invita a cambiare il nostro modo di guardare alle ferite, trasformandole da segni di rottura in testimonianze della nostra storia e della nostra forza interiore. Invece di vergognarci delle nostre cicatrici, possiamo imparare ad accoglierle e a valorizzarle, riconoscendo in esse il segno della nostra capacità di rialzarci e ricostruirci. Proprio come una tazza riparata con l’oro, ogni persona che ha affrontato e superato le difficoltà diventa un’opera d’arte unica e preziosa.
Kintsugi e l’arte di rimettere insieme i cocci

La tecnica del Kintsugi è usata da secoli in Giappone per riparare gli oggetti in ceramica rotti, riempiendo così le crepe formatesi con una speciale mistura. L’idea di rendere visibili le linee riparate e il materiale utilizzato, l’oro e l’argento appunto, conferiscono preziosità e unicità al nuovo oggetto ottenuto. Metaforicamente parlando, l’arte del Kintsugi può essere applicata di fatto alla psicologia e alla psicoterapia. L’esperienza personale di dolore devasta e manda, di conseguenza, in frantumi l’equilibrio psicologico. In seguito ad un evento traumatico, infatti, l’individuo può sentirsi “in mille pezzi “ proprio come un vaso rotto. Ogni oggetto di ceramica che si rompe, si divide in modo unico in tanti pezzi di varia dimensione; allo stesso tempo, uno stesso evento doloroso spacca in maniera differente ciascuno dei protagonisti. Con questa idea di ricostruzione, ripartendo dai cocci stessi, pezzo per pezzo è pazientemente e opportunamente rimesso al proprio posto. Il lavoro psicologico parte proprio dai mille resti che devono essere analizzati e accorpati in maniera che combacino alla perfezione. Il terapeuta , insieme al paziente, crea quella speciale mistura di oro che andrà ad incollare pian piano tutti i pezzi, senza tralasciare niente, affinchè l’individuo possa risentirssi nuovamente tutto intero. Punto di forza dell’arte giapponese è proprio il ricostruire, rendendo l’oggetto non solo prezioso, perchè intessuto con l’oro, ma soprattutto unico. Allo stesso tempo, con l’aiuto del terapeuta, si rimarca l’unicità e la preziosità del proprio essere, anche quando tutto sembra perduto. Il Kintsugi e l’approccio psicologico alle rotture mirano così a ridare valore alle cose e alle persone, puntando a rivalutare la propria immagine e la propria autostima anche e soprattutto dopo aver subito un evento doloroso e devastante, di qualsiasi natura.
Jessica Ciofi

Cartolina da Firenze
Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.