Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.
Voyeur social: una generazione di guardoni

Renato Zero in un successo del 1989 cantava “Siamo tutti voyeur”, anticipando così gli atteggiamenti della generazione digitale, figlia dello sviluppo della rete internet. Nell’era della globalizzazione e della realtà virtuale, le ore trascorse online sembrano essere comunque poche, rispetto alla potenzialità dell’offerta della rete stessa. Questo atteggiamento ci ha portato ad usare internet per facilitare le nostre ricerche e la socializzazione. D’altro canto, però, abbiamo tutti la necessità di avere profili social per comunicare in tempo reale con i nostri amici, e non solo. Uno dei fenomeni molto diffuso tra gli internauti è l’oversharing. Rappresenta coloro che hanno un bisogno interiore di pubblicare qualunque cosa sui social per ricevere una gratificazione virtuale. Il rovescio della medaglia è che se c’è qualcuno che pubblica un post, ci sono tante persone che lo guardano. Il voyeur social, infatti, è la condizione in cui un individuo trascorre il proprio tempo, a volte non solo quello libero, a guardare le pubblicazioni degli altri. Dal punto di vista psicopatologico, il voyeurismo è un disturbo della sfera sessuale, che spinge l’individuo a spiare l’intimità degli altri, in tutte le sue forme. Spostando il concetto alla vita quotidiana, tutti noi, da quando ci svegliamo, fino al momento di riaddormentarci, siamo soliti dare una sbirciata ai social. Guardiamo chi ha pubblicato post o storie, spinti da una tale curiosità, che si esaurisce solo dopo aver spulciato per bene tutte le novità che ci erano sfuggite. Così, andiamo a vedere cosa indossa quell’influncer di moda, cosa ha cucinato lo chef, o ancora cosa ha comprato di bello e irrinunciabile il nostro beneamino. Questo tipo di atteggiamento ci porta ad essere sempre connessi e non riuscire a staccare la spina e incuriosirci del mondo che ci circonda realmente. Siamo diventati una sorta di Grande Fratello di Orwell al contrario, in cui ci esponiamo volontariamente agli altri, entusiasti di arrivare sugli smartphone di tutti.
I confini tra sé e l’altro

Saper riconoscere e gestire i confini tra sé stessi e gli altri è fondamentale per stare bene ed avere relazioni sane. In terapia si lavora spesso sui confini. La maggior parte delle difficoltà che emergono in quest’area riguarda innanzitutto il riconoscersi e il vedere l’altro come diverso da sé. Tali capacità si formano nel processo di separazione-individuazione che interessa i primi anni di vita. In questa fase il bambino passa da uno stato di simbiosi naturale, in cui è tutt’uno con chi si prende cura di lui, ad uno stato più evoluto di percezione di sé come persona separata, distinta e, via via, sempre più autonoma. Nella realtà dei fatti, non di rado accade che lo sviluppo naturale venga ostacolato da meccanismi che impediscono l’abbandono della simbiosi e l’evoluzione verso l’autonomia. Confini ed alterazioni del funzionamento della persona Una carenza di confini comporta una alterazione del funzionamento della persona, con modalità che possono assumere forme differenti: onnipotenti, narcisistiche o più dichiaratamente dipendenti. Vi può essere un ritiro nello stato primario di non-differenziazione tra sé e ciò che proviene dall’esterno. O un irrigidimento su di una struttura narcisistica, di negazione dei propri bisogni affettivi, in cui l’altro non può essere visto. Oppure, un appoggiarsi all’esterno come incapacità di autoriconoscimento ed affermazione di se stessi. Questi meccanismi, al di là delle manifestazioni patologiche in cui possono sfociare, appartengono in maniera più o meno significativa ad ogni personalità. Si tratta del modo con cui il contatto con la realtà interna ed esterna viene interrotto da una riproposizione di schemi antichi. Allo scopo di difendersi di fronte ad un’esperienza proibita, temuta, cui non si accede. Confini e relazioni Avere dei buoni confini vuol dire dunque, in primis, riconoscersi per ciò che si è e riconoscere l’altro per ciò che è. Vuol dire essere in grado di distinguere quanto proviene da sé da quanto proviene dall’altro. In termini di pensiero, giudizio, sentire, bisogni, motivazioni. Scelte e azioni. Ma non solo. I confini sono sani quando si è anche in grado di rispettarli all’interno della relazione. Nella quotidianità della maggior parte delle persone accadono frequentemente eventi che hanno a che fare con problematiche di confine. Ad esempio, si può accettare dall’altro un gesto non gradito pur riconoscendo l’effetto negativo che ha su di sé. Ci si può inibire compiacendo, allineandosi al modo di pensare e di agire altrui o, al contrario, si può essere rifiutanti rispetto alle differenze che l’altro esprime. Si può avere difficoltà ad affermare se stessi per non deludere un’aspettativa. Vi possono essere dinamiche relazionali di dominio/sottomissione, controllo, confluenza. La vita adulta al di fuori delle manipolazioni Si tratta di manipolazioni apprese durante l’infanzia allo scopo di assicurarsi riconoscimento, amore. Ma, mentre a quel tempo hanno rappresentato il migliore adattamento possibile all’ambiente, nel presente della vita adulta intervengono come limitazioni. In quanto aspetti dipendenti che impediscono di stare bene, di avere una vita relazione soddisfacente e realizzarsi. Una famosa citazione di Fritz Perls, nota come “preghiera della Gestalt”, racchiude in sé tutta l’importanza dei confini: “Io sono io. Tu sei tu.Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.Se ci incontreremo sarà bellissimo;altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.
STRESS POST TRAUMATICO: I PEAKY BLINDERS

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress. In questo caso illustreremo il Disturbo Post-Traumatico da Stress a partire da uno dei protagonisti chiave di una nota serie tv “Peaky Blinders”: Thomas Shelby. Per chi non lo sapesse, Thomas Shelby è il capo di una band di Birmingham chiamata Peaky Blinders. Questo nome deriva da una particolare forma di paraocchi del berretto all’interno del quale nascondono una lametta che viene usata come arma. Questa serie tv racconta le vicende della famiglia Shelby, che, dopo il ritorno dalla guerra di Thomas e dei suoi fratelli, vuole riprendere gli affari lasciati in sospeso nel mondo della criminalità. Ma cosa succede? Una volta conclusa la Prima Guerra Mondiale, la vita degli Shelby non è più come prima. La guerra, infatti, ha lasciato degli strascichi importanti sulla loro personalità e ha portato allo sviluppo del Disturbo Post-Traumatico da Stress. Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) è una condizione che si sviluppa solitamente dopo essere esposti a eventi traumatici stressanti, come potrebbe essere la guerra. Uno dei sintomi caratteristici è il continuo rivivere l’evento traumatico. Nel nostro caso, Thomas Shelby ha ricorrenti e intrusivi flashback, durante i quali ricorda i combattimenti al fronte. Questa condizione può comportare una perdita di lucidità e, dunque, esporre anche il rischio del suicidio. Può capitare anche che si presentino stati dissociativi, dove la persona agisce e si sente come se l’evento si stesse ripresentando. Inoltre, le persone che soffrono di PTSD sperimentano disagio psicologico e reattività fisiologica nel momento in cui vengono esposti a eventi/stimoli che assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico. Di regola, infatti, la persona si sforza volontariamente per evitare pensieri e conversazioni che possano in qualche modo ricordare il trauma. In questi casi, le persone tendono a presentare sintomi di ansia che portano a difficoltà di addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi, irritabilità e scoppi d’ira. Questo è ben visibile nei fratelli di Thomas: Arthur e John, infatti, sono molto aggressivi e irritabili e provano piacere nel minacciare e uccidere. Proseguendo, solitamente dopo l’evento traumatico queste persone provano un minor interesse nei confronti del mondo esterno, chiamato paralisi psichica o anestesia emozionale. Nel nostro caso, Thomas Shelby manifesta dei sentimenti di distacco nei confronti degli altri, tanto che vuole portare a termine la maggior parte dei suoi affari autonomamente anche di fronte a grandi difficoltà. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicine alla disciplina psicologica. Al di là del loro intento cinematografico, essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione in chi legge. In questo caso emerge quanto sia importante nella vita reale elaborare i traumi del passato per fare in modo che essi non condizionino il proprio presente e futuro. Tutto questo soprattutto senza aver paura di chiedere aiuto esterno! BIBLIOGRAFIA: Sanavio, E., & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica. Terza Edizione aggiornata al DSM-5. Bologna: Il Mulino
Il fenomeno Jeffrey Dahmer

La serie tv Dahmer ha debuttato un paio di settimane fa, diventando rapidamente una delle serie più popolari di Netflix e soprattutto arrivando ad essere un argomento molto dibattuto tra i giovani su Tik Tok. Prima di entrare nel merito delle polemiche, raccontiamo per grandi linee la trama di questa miniserie composta da 10 episodi. La storia ripercorre la vita di Jeffrey Dahmer, passato alla storia come Mostro di Milwaukee per aver ucciso brutalmente diverse persone tra il 1978 e il 1991. La serie, oltre a focalizzarsi sui vari omicidi compiuti da Dahmer, si sofferma anche sulla psicologia del personaggio, andando ad indagare le vicende di un’infanzia infelice e problematica che l’hanno portato dall’essere semplicemente Jeffrey, a trasformarsi in un mostro capace di uccidere e mangiare le sue vittime. Questa descrizione del personaggio ha portato i telespettatori a guardare il killer con occhi diversi, questo è successo sia perché si è distratti dalla bravura dell’attore che ha intrepretato Dahmer con una interpretazione magistrale, sia perché si è descritta la dolorosa vita del protagonista che emerge in primo piano rispetto alla brutalità degli eventi accaduti. Da parte della serie non c’è alcun tentativo di giustificazione, sia ben chiaro. Semmai si cerca di contestualizzare cotanta malvagità che, a questi livelli, risulta contro natura. Per farlo si dà voce anche alle vittime, passando dal loro punto di vista a quello del serial killer. A conquistare quindi è il cortocircuito tra una storia agghiacciante, che definiresti di fantasia ma che invece non lo è. Diventando così una realtà ancora più terribile. La serie è stata subissata da critiche da parte della comunità lgbtq+ e dai familiari delle vittime che hanno trovato traumatico assistere a un ritorno di interesse del pubblico nei confronti del serial killer cannibale. Questo grande interesse del pubblico ha quindi trasformato Dahmer da serial Killer a personaggio da ricordare, diventando anche un costume di Halloween. Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione? Alla base di questo fascino così duraturo c’è anche il nostro desiderio, quasi una necessità, di trovare una spiegazione a ciò che ci appare come inconcepibile, mostruoso, disumano. Perché se per l’efferatezza, le mutilazioni, la ferocia si può trovare una spiegazione “logica” e psicologica allora ci fanno meno paura e possono essere previste e prevenute.
Narrazioni nelle relazioni scuola-famiglia

Narrazioni nella relazione scuola-famiglia
10 Ottobre Giornata Mondiale della Salute Mentale

La Giornata Mondiale della Salute Mentale (World Mental Health Day) si celebra oggi, 10 ottobre. Ogni anno, da 30 anni, questa data è dedicata alla promozione, prevenzione e promulgazione della salute mentale e del benessere psicologico. La Federazione Mondiale per la Salute Mentale (World Federation for Mental Health) ha istituito questa giornata nel 1992, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); il suo obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza e la difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, attraverso campagne e attività di promozione e sensibilizzazione. La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere. Questo viene sottolineato dalla definizione di salute della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”. Ogni anno si porta il focus della giornata su un argomento diverso legato alla salute mentale e al benessere psicologico. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2022 è stato scelto il tema “Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale” (Make Mental Helath & Well-Being For All a Global Priority). Con questo tema si cerca di sottolineare l’importanza di incentivare e attivare politiche che portino la salute mentale al centro del dibattito politico, sociale e collettivo. Stigma e discriminazione continuano a rappresentare una barriera all’inclusione sociale e all’accesso alle cure adeguate. Obiettivo del 10 ottobre 2022 è quello di sviluppare e rafforzare le conoscenze, le competenze, i processi e le risorse di cui i servizi di salute mentale e le comunità necessitano, così da poter dare una risposta rapida ed efficace ai bisogni di salute mentale delle persone. Proprio in questo periodo storico, scosso da guerre, emergenza climatica ed effetti a lungo termine della pandemia, risulta di grande importanza sottolineare la necessità di promuovere benessere psicologico e salute mentale, che deve diventare una priorità alla portata di tutti. Anche se la consapevolezza dell’importanza della salute mentale è sempre più diffusa, è necessario lavorare sempre più affinché la prevenzione dei disturbi mentali e il benessere di ogni cittadino sia possibile. “Il tema della Giornata mondiale della salute mentale del 2022 Rendere la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale ci offre l’opportunità di riaccendere i nostri sforzi per rendere il mondo un posto migliore.Siamo ad un bivio. È imperativo prendere la strada giusta.” (Professor Gabriel Ivbijaro MBE JP) #WorldMentalHealthDay #WMHD2022 Per approfondire: https://wmhdofficial.com/ https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=6019 https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/10/08/news/psicologo_giovani-10368888/
Bambini annoiati

I bambini come vivono la noia? ed i genitori come si pongono di fronte ad un bambino annoiato?la lettura di questo articolo consentirà di rispondere a queste domande la noia nei bambini La noia viene erroneamente considerata un’emozione “negativa”, una sensazione non gradevole dalla quale tenersi il più possibile lontani. La noia dei bambini viene altresì vissuta dai genitori come un problema da risolvere il prima possibile. La noia ci costringe a un tempo lento, mentre noi siamo abituati a vivere di corsa. Tutti i bambini si annoiano prima o poi in qualche momento della loro crescita. Una condizione che diventa spesso intollerabile, non tanto per i piccoli quanto per i loro genitori. L’errore più comune commesso dall’adulto che si accorge che il proprio figlio è annoiato è quello di risolvere il problema proponendo degli stimoli. Ciò accade poiché l’adulto fa fatica ad accettare lo stato di immobilità, di arresto, causato dalla noia. Ma sarebbe più utile, per il bambino, che il genitore riuscisse a “stare” nella noia. A volte diventa faticoso sintonizzarsi con i bisogni dei bambini, poiché le loro problematiche ci confrontano con le nostre difficoltà. Per i bambini la noia è occasione di crescita, è un attivatore della fantasia. Importanza della noia nei bambini Sperimentare la noia permette al bambino di imparare a conoscere se stesso, a sentire le proprie emozioni. I bambini spesso usano il termine “annoiato” per esprimere altre emozioni come la rabbia o la tristezza. Anche se la tentazione è quella di fornire immediatamente uno stimolo al bambino annoiato, il consiglio è quello di osservarlo e lasciare che trovi da solo una soluzione alla noia. Soltanto in seconda battuta, sostenerlo nella ricerca della soluzione. La noia è un fondamentale aspetto della nostra esistenza perché aiuta chi la vive a chiedersi cosa vorrebbe fare e potrebbe fare per superarla anche in fase di età adulta. E’ un esercizio d’introspezione importante per far emergere aspetti di un talento nascosto, le proprie preferenze o specifiche attitudini.Non deve essere vissuta come una perdita di tempo, ma come una opportunità di sperimentare, di pensare, di creare qualcosa di nuovo. cosa può fare l’adulto? Qualora il genitore si accorga che il proprio figlio non riesca a gestire la noia, proponendo in alternativa episodi di frustrazione, potrebbe essere utile rivolgersi ad uno psicologo al fine di imparare a gestire al meglio le proprie emozioni.
Guardiamo attraverso ciò che siamo: la “verità” di Silente

Tutti noi guardiamo il mondo attraverso ciò che siamo. Ma allora, cos’è la “verità” secondo la psicologia? Harry: è vero tutto questo… o sta accadendo dentro la mia testa? Silente: Certo che sta accadendo dentro la tua testa, Harry. Vorrebbe voler dire che non è vero? Okay, lo ammetto: sono una fan di Harry Potter. Ma in questa meravigliosa scena tratta dalla seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” Silente, nella sua semplicità, esprime un argomento ampiamente condiviso e discusso in psicologia: il concetto di “Realtà” Spesso siamo alla ricerca della verità, ma esiste davvero? O meglio, di quale verità stiamo parlando? Immaginate di osservare un quadro in una galleria d’arte. Siete certi di guardare lo stesso oggetto che sta osservando la persona accanto a voi? Immaginate di star osservando il vostro dipinto preferito, durante un viaggio desiderato da tanto. Sentite e assaporate le emozioni che vi suscita: serenità, felicità, gioia, curiosità. Immaginate i colori e le forme, vivide e precise. Immaginate invece che alla persona accanto a voi lo stesso quadro non piaccia, che abbia appena litigato con il proprio partner e che sia tremendamente affamato. Le forme e i colori che guarderà saranno ugualmente accesi e vividi come li vedete voi? Il ricordo sarà ugualmente chiaro e piacevole come il vostro? La stessa realtà oggettiva sarà decisamente diversa per due sguardi distinti. Ogni giorno filtriamo ciò che accade intorno a noi attraverso le lenti della nostra storia, degli schemi interiorizzati, delle relazioni e delle emozioni che ci circondano. Tutto ciò che suscita una sensazione diventa quindi “vero” per noi, e non c’è persona o argomentazione che tenga ad affermare il contrario. Se per me è importante, è reale, e in quanto tale deve essere affrontato e discusso. Affermare la propria verità è l’atto di rispetto e di amore verso sè stessi più profondo che possa esserci. Ciò che possiamo fare è divenire consapevoli delle nostre lenti, e renderle più vivide e tinte dei nostri colori preferiti!
La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica

La terapia cognitivo-comportamentale si avvale di molte tecniche. Proviamo a prenderne in rassegna alcune, utili nel lavoro con i pazienti. Nei precedenti articoli abbiamo più volte messo in risalto l’importanza che assume la famiglia, nel lavoro con i più piccoli. In questo articolo vogliamo spiegare alcune delle strategie che possono essere utilizzate nella pratica clinica, al fine di chiarire i principi alla base di una terapia cognitivo-comportamentale. In particolare, verrà spiegato: il significato di controllo dello stimolo; l’apprendimento senza errori; l’analisi del compito. Cosa si intende per controllo da parte dello stimolo? Sono tutte quelle situazioni in cui uno stimolo controlla, modifica o determina un comportamento. Facciamo un esempio: quando siamo in macchina e vediamo che il semaforo è rosso, ci fermiamo. Il rosso è lo stimolo che controlla il nostro comportamento di fermarci. Nell’ambiente naturale, siamo circondati da numerosi stimoli che determinano i nostri comportamenti. Durante una psicoterapia, la figura dello psicoterapeuta può fungere da stimolo: sia tramite il comportamento (la postura, il tono di voce, uno sguardo), ma anche attraverso ciò che dice verbalmente. Prima di procedere, ricordiamo innanzitutto l’importanza che assume l’analisi funzionale nella terapia cognitivo-comportamentale: in ogni situazione c’è qualcosa che determina un comportamento (antecedente), il comportamento che deriva dall’antecedente e la conseguenza (A-B-C). L’apprendimento senza errori E una particolare forma di controllo dello stimolo. L’apprendimento senza errori consiste nell’inserire nell’antecedente un aiuto che renda improbabile una risposta sbagliata. Questa forma di aiuto viene definita prompt. Ad esempio, quando chiedo ad un bambino di indicarmi l’immagine di una casa, lo aiuto fin da subito ad emettere il comportamento corretto attraverso diverse tipologie di prompt (fisico, gestuale). A questa forma di aiuto deve poi seguire il fading che consiste nell’attenuarlo in maniera graduale finchè il bambino non avrà più bisogno di essere aiutato. L’analisi del compito L’ultima strategia presa in considerazione in questo articolo è l’analisi del compito. Anche questa tecnica lavora sull’antecedente e spesso viene usata per favorire delle autonomie. Quando ad esempio un compito è troppo complesso, si può suddividerlo in sotto-obiettivi. Pensiamo all’azione di lavarsi le mani: apro il rubinetto, metto le mani sotto l’acqua, schiaccio il sapone, strofino le mani, metto le mani ancora sotto l’acqua, chiudo il rubinetto, asciugo le mani. Questa è un’analisi del compito. Attraverso il raggiungimento di ogni sotto-obiettivo, gradualmente, quel soggetto potrà apprendere l’intera azione. Nel prossimo articolo, prenderemo in considerazione altre strategie che utilizzano i conseguenti di un comportamento.